L’ unificazione del pensiero nella società

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di Alessandro della Ventura

 

Il mondo che conosciamo oggi, checchè se ne dica, è un mondo molto meno libero di quello che pensiamo. Tutto ciò che riteniamo opportuno, nella norma, attuabile è filtrato da un subconscio collettivo che viene instillato in noi fin da quando muoviamo i primi passi nella società, momento che può essere rappresentato dall’incontro con la scuola. Quando entriamo nella scuola siamo dei bambini gioiosi, ansiosi di poter esprimere la nostra voglia di vivere e la nostra creatività al prossimo. Ma non appena ci imbattiamo in questa istituzione ci vengono tarpate le ali e la nostra unicità viene vista come un pericolo, come un fattore destabilizzante dell’ordine della società poichè potente oltre ogni misura e incontrollabile. Questo avviene in buona parte con l’inconsapevolezza degli insegnanti che si trovano ad agire per instradare questa moltitudine di ragazzini all’interno di una società che li vuole in un determinato modo: uniformati, senza spirito critico, controllabili e usufruibili per gli scopi del sistema. Gli insegnanti sono assolutamente necessari per la crescita dei bambini, in quanto supervisori e supporto delle famiglie per la formazione di una buona educazione dei futuri cittadini. Ma ‘formazione’ non va intesa nel senso di indottrinamento ma come reindirizzamento delle proprie pulsioni e di tutto quanto possa recare danno al prossimo verso una pacifica convivenza nella società, che può essere perseguibile lasciando libero sfogo alle tendenze personali e alle capacità del singolo e non invece sacrificandole.

Lo scenario che invece si configura è terribilmente rassomigliante a quello che ci facevano vedere i Pink Floyd nella loro celebre canzone “Another brick in the wall”. I ragazzi sono al pari di burattini che vengono del tutto espropriati della loro personalità, costretti a rispondere alle esigenze del sistema. Ridotti a semplici ingranaggi di un’enorme macchina il cui unico scopo è andare avanti nella produzione fregandosene dei dettagli, di tutto quello che c’è al di sotto e che realmente muove il mondo. Così afferma Martha Nussbaum, una tra le filosofe più influenti nell’etica e nella pedagogia contemporanea: “in un mondo che obbedisce alle leggi del mercato, anche la scuola si è dovuta ‘adattare’. L’importante, secondo la concezione della scuola di oggi, non è fornire agli studenti gli strumenti necessari per riflettere e per interrogarsi sul mondo, ma è far andare avanti un sistema a un ritmo sempre più sfrenato. Oggi il sistema scolastico è diventato una sorta di fabbrica che sforna giovani ingegneri, economisti, tecnici, pronti a inserirsi nell’ingranaggio infernale del sistema capitalistico odierno.”

Da tutte queste considerazioni si evince come il sistema scolastico sia il punto nodale attraverso cui è possibile avviare una definitiva inversione di tendenza e ricostruire un nuovo modo di concepire gli altri e il mondo che ci circonda.

Ma un altro errore che troppo spesso in questo periodo si compie è di concepire un modello giusto ed egualitario di società in quanto “omologazione” e abbattimento delle alternative possibili, in modo da appianare le differenze e dare l’impressione che sia tutto in ordine e equamente distribuito.

E’ esemplare quello che sta accadendo in campo politico-economico. Sta sempre più emergendo una tendenza globale, fondamentalmente di stampo capitalista neoliberale, che tende a soppiantare tutte le strade “non convenzionali” e a far apparire il modello di società odierno come l’unico possibile e in cui non può essere apportato alcun cambiamento, pur essendo evidente la sua imperfezione. Citando il professore di filosofia Diego Fusaro: “Il sistema oggi non dichiara la propria perfezione ma si fa vanto della propria imperfezione non pronunciandosi sulla possibilità di trasformazione” e ancora il primo comandamento del modello sociale appare come “Non avrai altra società all’infuori di me”.

Quella che potrebbe sembrare una visione universale, neutrale, aperta alla possibilità di scelta e autodeterminazione delle altre culture in realtà cela in sè una prospettiva discriminatoria e particolaristica di ciò che è la vita buona cosicchè le culture minoritarie od oppresse sono costrette ad assumere una forma estranea. Questo è stato individuato in modo lungimirante dal filosofo canadese Charles Taylor: “la presunta società equa e cieca alle differenze non solo è disumana (perchè sopprime le identità) ma è a sua volta, in modo sottile e inconscio, fortemente discriminatoria. [...] l’idea stessa di un simile liberalismo potrebbe essere una sorta di contraddizione pragmatica, un particolarismo mascherato da universale.”

Un altro esempio di questa tendenza a soppiantare ogni via centrifuga dall’opinione unica e dominante è il continuo ridimensionamento del ruolo della filosofia e dell’arte nell’istruzione. Entrambe infatti aprono le menti alla creatività personale, permettono di esprimere pienamente la propria unicità e trascendono il concetto stesso di giusto e sbagliato, normale o meno secondo l’opinione comune.

Il processo di unificazione del pensiero irrompe con la globalizzazione che, dietro l’illusione di farci sentire più vicini al di là delle distanze geografiche, ci sta rendendo tutti uguali senza una cultura, valori, senza spirito critico. Invece di permetterci uno scambio proficuo di rapporti interculturali ci sta abbassando tutti sullo stesso piano, ossia spersonificati, costretti ad osservare il mondo che ci circonda attraverso una lente che ci viene imposta e costruita ad arte. Dobbiamo invece imparare a rivalutare il potere intrinseco dell’individuo in quanto persona unica e inimitabile, che è speciale proprio per la sua ‘diversità’ e per la sua capacità di manifestare la propria essenza in base alle sue aspirazioni.

Il mondo è bello proprio perchè è vario. Ricordiamolo sempre.

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Identità tra destino e costruzione culturale

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di Andrea Lacarpia

“Tu dunque su questa mia terra non spargere coti insanguinate che affilino armi e cuori di giovani e contese e rovine furenti … e i miei cittadini non aizzarli … a guerre civili, a violenze di fratelli contro fratelli. Con nemici di fuori sia, la guerra, che allora non è penosa e in essa ci sarà un terribile amore di gloria: non dico una battaglia di uccelli domestici.”

(versi dell’Orestea di Eschilo, con i quali Atena placa l’ira delle Erinni)

Il concetto d’identità è connesso all’individuazione dei confini che suddividono territori, intesi non solo come luoghi, ma anche come comunità e singole individualità. Immaginando il tempo come un corso d’acqua, l’identità può essere vista come una diga che, arginando la discesa dell’informe fluire, ne disciplina la forza donandole forme ben definite. Come la diga, prodotto dell’ingegno che ricalca le leggi naturali con il fine di ottenerne un maggiore beneficio, l’identità è un prodotto culturale, finalizzato alla prosperità e basato su un patto di comunione e reciproco rispetto, stipulato dall’uomo con i luoghi nei quali vive, che gli antichi ritualizzavano con le offerte e i sacrifici alle divinità locali.

Un’interpretazione frettolosa della contrapposizione flusso/diga potrebbe far pensare che il casuale fluire del tempo corrisponda alla libertà, mentre le costruzioni identitarie, stipulando patti ed elevando argini che si contrappongono a tale flusso, blocchino la libertà costringendola in confini innaturali. Osservando meglio le cose si può invece scoprire quanto le costruzioni identitarie possano essere espressione della natura e della libertà, tanto più della incontrollata vita senza leggi. In natura si può notare come ogni ente ed ogni luogo del mondo possieda un’identità propria formatisi per adattamento: essa è il risultato del dialogo tra la struttura genetica originaria che disciplina le forme (gli archetipi) e l’ambiente esterno con il quale essa si relaziona. Il risultato di tale dialogo sono le diverse forme naturali, che si stratificano nel tempo come sedimentazioni geologiche, mantenendo una struttura primigenia chiaramente individuabile dall’occhio innocente. La natura, quindi, incorpora in sè non solo il flusso dirompente, ma anche l’armonioso argine che trattiene e disciplina, e l’uomo ne perpetua l’operato attraverso le forme culturali, frutto della calibrazione delle pulsioni istintive con il giusto mezzo, il senso della misura che è la forma delle società civili. L’uomo è realmente libero quando è insieme flusso e argine, quando accetta di essere parte di un mondo diversificato nel quale, pur nella costante trasformazione dell’esistenza che si adatta al fluire del tempo, riesce a definire per esso e per la propria comunità un’identità coerente e stabile, ispirata dallo spirito del territorio che occupa e delimita, con il quale stipula accordi di reciproco rispetto e protezione (amor patrio). Le pretese d’universalità portano l’uomo alla prevaricazione, alla distruzione delle diverse identità e delle diverse concezioni di libertà, diverse perchè relative alle specificità naturali e culturali dei diversi territori.

Nell’uomo la libertà si esprime nell’atto di volontà guidato dalla consapevolezza di ciò che si è realmente: voler essere se stessi, nella propria concretezza spazio temporale, opponendosi alle illusioni di un’identità sfuggente, senza forma e senza luogo, vuota sia dal punto di vista materiale che spirituale.

L’identità racchiude concetti che possono sembrare opposti: destino e libertà, natura e costruzione culturale. Tutte contrapposizioni proprie del dualismo della psiche (individuale e collettiva), che le narrazioni mitologiche mettono in risalto tentando un’armonizzazione in cui il destino, pur essendo la forza più prorompente e misteriosa (subconscio magmatico e indefinito, dalla forza inesorabile), viene disciplinato dalla persuasione della parola e delle immagini (linguaggio), delle quali si fa alleato nella costruzione del mondo. In particolare, l’Orestea di Eschilo, la più grande trilogia di tutto il teatro mitico, racconta il tormento interiore di Oreste diviso tra luminosa volontà (Apollo) e oscuro destino (Erinni), terminando la narrazione con la riconciliazione tra la ragione olimpica e il Fato. A mediare positivamente è Atena, personificazione dell’intelligenza, la quale utilizza il giusto linguaggio che persuade le irrazionali Erinni, le forze della necessità che opprimono Oreste, cristallizzandole in forme simboliche. Dice la Dea: “Persuasione ha guidato il linguaggio della mia bocca”. In fondo, le Erinni ed Atena rappresentano le estreme gradazioni che può assumere la stessa energia che da occulta e lunare diviene intelliggibile e solare: entrambe spesso accompagnate da serpenti, nelle prime essi sono portatori di angoscia e calamità, mentre nella seconda sono trasformati in energia positiva. La trasformazione alchemica delle Erinni, rese benevole e accettate dalla società ateniese, cambia il destino di Oreste, liberato dal rimorso per aver ucciso la madre e con essa il legame con il passato. La stessa liberazione dagli aspetti negativi del destino si attua nella città di Atene, che accetta l’oscura tradizione incarnata dalle Erinni, rigenerandola nelle forme di una nuova coscienza mondata dagli eccessi del mondo tribale.

Ecco quindi che l’identità, quale costuzione culturale che cristallizza il flusso naturale in forme stabili, è parente del linguaggio con il quale Atena trasforma ed esorcizza le informi forze del destino: da oscure energie distruttive esse divengono energie salvifiche. Imbrigliando l’energia naturale in forme definite, il linguaggio simbolico dona dimore stabili al mutevole destino.

Anche Platone, nella sua cosmologia espressa nel Timeo, definisce con chiarezza il duale rapporto tra imprevedibilità del fato e stabilità del logos (ragione, intelligenza cosmica): “La generazione di questo universo fu il risultato della combinazione di Necessità e Ragione. Ragione prevalse su Necessità col persuaderla a indirizzare la massima parte delle cose in divenire verso ciò che è meglio; in tal modo e in base a tale principio questo universo fu plasmato alle origini dalla vittoria della persuasione intelligente su Necessità”.

(tratto da Arengo Culturale)

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Internet, sensi (pochi) e controsensi (tanti) della nostra epoca

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di Mario De Maglie

Trasformare le tragedie in farsa, perdere il confine tra il personale ed il collettivo, convincendosi che il personale sia collettivo e di interesse comune e il collettivo personale e di propria competenza, questa è (anche?, soprattutto?) la nostra epoca. Basta guardare un tg, sfogliare una rivista, girare in rete e abbondiamo di significati svuotati e vuoti riempiti di nullo significato. Che epoca bastarda quella in cui viviamo, si puó dire? Concedetemi l’espressione.

Se guardiamo al generale, molte notizie vengono ripetute all’infinito, rimbalzando a destra e sinistra sui social network e sulle varie testate online, poi, di punto in bianco, scompaiono e si è già presi da quella successiva, questo relativamente indipendentemente dalla notizia in sé. Ce ne sono alcune per cui sarebbe importante poter avere degli aggiornamenti, viene meno misteriosamente la frequenza di quando l’evento è esploso e aveva il vantaggio del nuovo e del manipolabile (in seguito “qualcuno che ha tempo da perdere” può avere il capriccio di approfondire e farsi una idea diversa da quanto riportato dai soliti media).

Fukushima, la Libia, la Siria, l’Ucraina, per citarne alcuni, chi ne parla più con la stessa intensità degli inizi? In alcuni casi chi ne parla più? Nei peggiori, chi se ne ricorda più? Gaza, sotto attacco israeliano, balza giustamente in primo piano, ma la vita dei palestinesi  anche in tempo di “pace”, è sempre da prima pagina per le condizioni indegne a cui è sottoposto un popolo nella sua quotidianità.

Eppure le vicende raccontate non si fermano, ma continuano. Storie di violenza, sopraffazione e incuranza della salute pubblica producono tutt’ora delle conseguenze, ma sembriamo non rendercene conto.

Si creano le opinioni e si addestra la gente a considerarle come dati di fatto, il soggettivo si mette in ghingheri e si vanta, da solo davanti allo specchio, di essere oggettivo fino a crederci, convincere se stessi è la chiave per convincere gli altri.

L’indignazione internettiana dura il tempo di una foglia che si stacca dall’albero e raggiunge terra, la pianta ne è ricca e in un autunno perpetuo, al comodo della nostra panchina, fatta di tablet, pc, telefonini intelligenti e qualche cartaceo che ancora resiste, aspettiamo la prossima cadere.

Se guardiamo al particolare, al noi composto dalla gente comune, l’ atteggiamento con il quale possiamo condividere le nostre notizie di vita, seppure esse abbiano ricadute, nella maggior parte dei casi, decisamente più blande e meno tragiche rispetto agli eventi mondani, prolifera di similitudini con quanto scritto in precedenza. Apprendiamo un ben definito modo di vivere o meglio di apparire. Quel che è importante ora non lo sarà più domani, quel che ho ora, non mi basterà più domani.

Online pubblico e privato giocano a scambiarsi continuamente i ruoli, proprio come due bambini i cui genitori si siano assentati, fidandosi troppo della loro capacità di autoregolarsi e autoregolamentarsi e al ritorno neanche loro saranno più in grado di distinguere la prole.

L’antropologo statunitense Edward Hall, con le sue ricerche sulla prossemica, ha delimitato le aree interpersonali (spazi fisici) in cui un individuo vive e interagisce. Egli individua quattro diverse distanze dall’altro a cui una persona risponde regolando la propria comunicazione: la distanza intima (0-45 cm), la distanza personale (45-120 cm) per l’interazione tra amici, la distanza sociale (1,2-3,5 metri) per la comunicazione tra conoscenti o il rapporto insegnante-allievo, la distanza pubblica (oltre i 3,5 metri) per le pubbliche relazioni.

L’area intima, ossia l’area nella quale l’individuo permette la vicinanza di un’altra persona o altrimenti si sente da essa invaso, è di soli 45 cm, ciò vuol dire meno di un braccio sollevato a mezz’aria. Chiunque valichi la soglia è nostro intimo o è ospite sgradito. Non ci sono definizioni per esprimere il concetto di intimità, essa è nel profondo di ognuno, se portata a galla con le parole può già divenire altro da noi. L’intimità non si (con)divide, si conquista e si difende.

Se fisicamente quindi abbiamo dei limiti a cui il nostro corpo risponde, la “mente-online” di ultima generazione (i telefonini saranno pure intelligenti, ma non necessariamente l’aggettivo va usato su chi li utilizza) si sta abituando pericolosamente a non averne, per cui intimo, personale, sociale e pubblico diventano un guazzabuglio, salvo poi retrocedere quando non ci si relaziona più virtualmente, ma dal vivo, allora vecchie difese e sano senso del pudore e del limite hanno la loro rivalsa, non c’è l’etere o un nickname a rappresentarci, ma “solamente” quel che siamo. Su internet leoni, dal vivo barboncini o poco meno.

Battaglia feroce quella tra i sensi ed i controsensi che ci legano al nostro vivere in un’epoca che ha stravolto i confini fino a pretenderne quasi la soppressione come logica conseguenza.

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Per il diritto di voto all’ Orsa Daniza.

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di Uriel Fanelli

Da qualche giorno su Feedly mi arrivano ste cose sull’ orsa trentina che avrebbe scatenato un dibattito sulla sua cattura, e se i primi giorni la ignoravo, piano piano , persistendo la notizia, ho cercato di capire che diavolo succedesse in Italia. Di mio, avendo abitato nel mezzo di un bosco sull’ Appennino ( invece qui vicino a Neandertal difficilmente incontrero’ animali selvatici) , conosco gia’ tutte le stronzate inventate dall’uomo di citta’ che esce in un bosco.

L’uomo di citta’ che esce in un bosco tende a presentare la sua gita domenicale, o la sua uscita per funghi, come “l’eterna lotta tra l’uomo e la natura” (ah! la tauromachia!) e quindi ha gia’ per se’ la tendenza a rappresentare un territorio antropizzatISSIMO come una specie di Jungla ove si lotta corpo a corpo con animali pericolosissimi.
 
L’animale piu’ pericoloso che possiate trovare in un bosco alpino o appenninico e’ il cretino. (Cretinis Cretinis Urbanis)  Questa specie ha un complesso rituale di accoppiamento che consiste nel vantarsi di fronte alle femmine delle cose piu’ improbabili. Avventure che  succedono loro mentre fanno cose tutto sommato poco pericolose, tipo andare a pesca, andare a caccia, uscire per funghi, passeggiare, andare a gettare i rifiuti, fare riunioni coi colleghi.
 

Una delle strategie di accoppiamento piu’ funzionanti e’ quella di raccontare la lotta corpo a corpo contro pericolosissimi animali selvatici, incontrati appena fuori Sasso Marconi. Nella zona ove vivevo normalmente c’erano, se non ricordo male i racconti sul Resto del Carlino, Caprioli Ninja (Capriolis Sicarii Levantis)  capaci di distruggere una fattoria e diversi ettari di coltivazione in pochi attimi. Per tacere dei Tassi Giganti (Taxus Vino Veritas )  :i tassi che sfasciavano i miei sacchi dei rifiuti avevano la normale dimensione di un tasso. Forse erano quelli piccoli, mentre quelli del Resto del Carlino erano sempre tassi alti due metri, che pesavano tre tonnellate e aprivano automobili come fossero simmenthal. Le volpi normali sono animaletti poco piu’ grandi di un gatto e fuggono quando vi vedono, almeno sono sempre fuggite quando il mio cane abbaiava. L’ uomo del Resto del Carlino incontra regolarmente volpi ferocissime ( Vulpii Vietkonghis Schwarzeneggeri)  che sbudellano il suo cane, normalmente un terranova cingolato.  Perche’ il cretino gira in citta’ con un Pitbull Panzer T-Rex, ma l’animale pericoloso e’ la volpe.

Ogni volta che la lobby dei cacciatori voleva il gusto di sparare qualche colpo in piu’, iniziavano a fioccare sul resto del carlino  storie che testimoniavano la NECESSITA’ di piu’ cacciatori per “regolare” la popolazione di animali ferocissimi che giravano tra i grattacieli di Porretta Terme distruggendo ogni cosa, tipo il Capriolo Godzilla (Capriola Japanica) e il Cinghiale Bulldozer (Suis Droga Droga) O giu’ di li’.

 
Per cui, sia Resto del Carlino che Gazzetta dell’ Appennino mi avevano gia’ abituato ad eroici corpo a corpo con lo Scoiattolo Fremen (Scoiaptolis Arrakis ), ad eroiche lotte di trincea della famiglia bolognese contro orde di Calabroni Bombardieri (Calabronis Tupolievis) , sino ad incontri col mistico Cinghiale Leviatano ( Cinghialis Fantasius Quinquitonnellatis) , che si distingue dagli altri per essere grande quanto un elefante ipetrofico. ( A sua volta avvistato dalle parti di Castel d’Argile, se non ricordo male  un esemplare di  Elefantis Magno Lambruschis).
 
 In realta’ si trattava di famiglie che hanno intravisto uno scoiattolo (piu’ spesso un ghiro) su un ramo, sono state punte da un calabrone e, tornando a casa la sera, coi fari della macchina hanno inquadrato il sedere di un suino selvatico.
Cosi’, non mi stupisce leggere del cercatore di funghi che fa corpo a corpo con l’ Orsa di Satana ( Ursus PacificRimmis AlQaedis ). C’e’ solo un distinguo: sul mio pianeta, quando fate corpo a corpo con un’orsa, il racconto del “momento magico” sta sull’autopsia. Se potete raccontarlo alle signore dei salotti che frequentate, allora durante il corpo a corpo …. uno dei corpi non era sul posto.(sempre che non vi chiamiate Michele Strogoff).

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Grazie a Renzi, anche l’Eni potrebbe lasciare l’Italia

Renzi

Quello di Monti era il governo della Goldman Sachs. Quello di Letta, il nipote, era il governo dell’Aspen Institute. Per dire che erano entrambi molto orientati a fare gli interessi della finanza anglo-americana. Non a caso il governo Monti realizzò lo scorporo della Snam, che gestisce la rete di distribuzione del gas in Italia, dalla holding Eni. Una richiesta che era venuta «non soltanto dagli esponenti della canaglia liberista in Italia (legati mani e piedi agli ambienti di Wall Street e della City) ma anche da azionisti dell’Eni come il fondo di investimento americano Knight Winke, che si era assunto il ruolo di assillare il governo con tale questione che poi Monti aveva finito per risolvere a suo modo all’inizio del 2012». Anche Matteo Renzi, che nel 2009 il settimanale americano “Time” aveva definito “l’Obama italiano”, si è mostrato fedele alla linea “atlantica” e ha avviato le grandi manovre per mettere in vendita quote azionarie di società sotto controllo pubblico come Eni, Enel, Poste, Finmeccanica e Fincantieri, ma anche Enav, Cdp Reti, Rai Way e Stm.

In particolare, scrive Giuliano Augusto su “Rinascita”, Renzi è intenzionato a vendere una quota del 5% di Eni ed Enel portando in tal modo la quota pubblica dal 30% al 25%. Attualmente l’Enel è controllato dal Tesoro con una quota del 31,244% mentre l’Eni è controllata al 26,369% dalla Cassa Depositi e Prestiti (il cui principale azionista è il Tesoro con l’80,1%) e dal Tesoro con il 3,94%. Collegata a queste operazioni c’è la questione dell’Opa obbligatoria che il Pd al governo vorrebbe fare scendere al 25% dall’attuale 30%, mentre il relatore del provvedimento alla Camera, Massimo Mucchetti, voleva portarla al 20%. Il che avrebbe obbligato il Tesoro e la Cassa Depositi e Prestiti a vendere la quota azionaria eccedente quella percentuale, sia che si tratti di quota diretta (Tesoro) che indiretta (Cdp). Obiettivo: tutelare «gli interessi esteri anglofoni». Renzi? «L’uomo giusto al posto giusto». Per la prima volta, nell’ente fondato da Enrico Mattei come leva strategica della rinascita italiana nel dopoguerra, i soci privati stranieri sono diventati maggioritari: potrebbero essere le premesse per trasferire l’Eni all’estero, «tanto per gettare le premesse di un futuro assorbimento da parte di un colosso concorrente come l’americana Exxon».

«La linea di Renzi – scrive Augusto – è in buona sostanza quella di trasformare Eni, Enel e le altre società a controllo statale in “pubblic company”», società ad azionariato diffuso «nelle quali non ci sia più un socio di riferimento ma dove i tanti soci privati eleggano di volta in volta gli amministratori». Così, addio Eni sullo scenario internazionale, con buona pace di «qualsiasi possibilità dell’Italia di avere una politica energetica autonoma in Europa e nel mondo». Questa sarebbe la risposta dell’“amerikano” Renzi alle critiche venute dagli europei “atlantici” e dagli stessi Stati Uniti per l’eccessiva “simpatia” italiana verso la Russia di Putin? Il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, ha stimato in appena 10 miliardi il ricavato delle privatizzazioni (svendite). Soldi che sarebbero usati per coprire una parte irrisoria dell’enorme debito pubblico italiano. Tra le cessioni, la vendita a gruppi cinesi del 49% di CdP-Reti, società che controlla appunto la Snam. «Tra americani e cinesi cambia poco. Continua la colonizzazione del nostro paese».

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Il mercato immigrazionista e la solita pappa del cuore

Lampedusa, sbarco immigrati clandestini dalla Tunisia.

di Alessio Mulas

È apparso di recente un documento del Migration Policy Centre dell’European University Institute, intitolato «Is what we hear about migration really true? Questioning eight stereotypes»[1], che esamina i presunti stereotipi che il solito popolino, cattivo e ignorante, ha sul tema dell’immigrazione. Lo studio, che ha avuto ampio seguito sui giornali dell’Europa intera, non porta niente di nuovo a un dibattito che sempre più si rivela sterile: snocciola qualche banale quanto necessaria confutazione dei luoghi comuni anti-immigrazionisti, servendo il piatto con la solita salsa buonista e un’apparente scientificità. Sebbene sembri riuscire nell’impresa, basta scorrere il documento curato dal MPC per accorgersi che i veri problemi riguardanti l’immigrazione sono tacitamente ignorati.

Da queste pagine siamo più volte tornati sull’argomento. In particolare, abbiamo proposto una interpretazione del fenomeno migratorio come spostamento di incertezza[2]. Questa costituisce, insieme al fattore tempo, la cornice dell’azione umana. Non avere certezza sul futuro, essere preda del dubbio riguardo all’esito delle proprie attività e subire l’inutilità della propria conoscenza a causa della mutevolezza del presente sono costanti della modernità. L’immagine della liquidità, proposta da Bauman, è calzante: tutto scivola, inafferrabile. A ciò si aggiunge l’inflazione di aspettative che la cittadinanza ha verso la politica, aspettative che solo un Pericle potrebbe conciliare e soddisfare.

Ma all’orizzonte non vediamo dei Pericle. L’immigrazione rappresenta uno spostamento di incertezza (prevalentemente economica) da Paesi sofferenti verso Paesi forti. Insieme all’incertezza economica, arrivano anche nuove ed eterogenee aspettative, le quali vanno ad aggiungersi al già difficilmente governabile “mercato delle aspettative e delle idee”. La stessa ethnoscape, caos informe di nativi, turisti, gruppi in passaggio, lavoratori e professionisti stranieri, immigrati e rifugiati, è il primo simbolo del crollo dell’identità culturale di una nazione o di una civiltà, perché — promuovendo un’economia globalizzata e una cultura globalizzante — mina all’omogeneità identitaria di un Popolo, creando nuova incertezza culturale. Si istituisce una classe di uomini senza identità, sempre più schiavizzata e facilmente governabile dal capitale.

Oltre all’aspetto economico e culturale del problema, c’è quello strategico e geopolitico. Nel primo dopoguerra, il teorico militare inglese Liddell Hart descrisse un approccio indiretto alla guerra (e ricordiamo che per guerra non si intende solo lo scontro effettivo, l’atto del combattere, ma anche quel «tratto di tempo in cui la volontà di combattersi è sufficientemente nota»[3]), che consiste nel colpire l’avversario senza affrontarlo direttamente, cioè colpendone le industrie, le attività economiche e le reti di comunicazione, il piegandone il morale[4].

L’immigrazione (legale o meno) è così interpretabile come strategia indiretta volta a innestare in un Paese nuove aspettative, che vanno a modificare in una direzione le linee generali di politica estera, le attività culturali, l’apparato produttivo del Paese che ne riceve gli effetti. Chi trae beneficio dall’immigrazione è la classe politica inetta dei Paesi dai quali si emigra: la diminuzione della pressione demografica porta sollievo ai conti pubblici; l’abbassamento dell’incertezza garantisce i responsabili economici e politici del fallimento di un Paese dalla pericolosità delle masse. Se masse ad alto grado di incertezza si spostano, diminuisce il rischio di una reazione — poco importa se democratica e culturale o violenta e furiosa — contro gli inetti politici locali o le industrie straniere che sfruttano i territori. Ogni difesa del fenomeno migratorio affranca dalle inemendabili colpe i veri responsabili dei fattori (povertà, carestie, guerre) che hanno portato allo spostamento di uomini. Nessun sistema, sia esso socialista o liberale, è invulnerabile allo spostamento dell’«esercito industriale di riserva» (Marx) o impermeabile alla teoria politica.

E nella teoria politica non deve trovare spazio quella «pappa del cuore» (Hegel) propagandata in modo martellante, a suon di lacrime, dai mezzi di informazione italiani. Nella strategia indiretta immigrazionista è osservabile la nascita di un “mercato del migrante”, di un cartello politico dell’immigrazione, del tutto simile alle dinamiche del commercio di petrolio e materie prime. Tale politica, attraverso lo spostamento della riserva di manodopera, «costringe di fatto i Paesi riceventi a costi di produzione, dati i salari medi (dei migranti regolari o irregolari qui poco importa) a permanere in filiere produttive a bassa produttività, che verranno prossimamente attaccate o sostituite dai Paesi Terzi in fase di industrializzazione»[5]. Secondo il quarto rapporto «Gli immigrati nel mercato del lavoro in Italia»[6], promosso e curato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dalla Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione, gli stranieri occupati sono 2.355.923; «a fronte della diminuzione del numero di occupati italiani di 500 mila unità nell’arco di appena dodici mesi, aumenta il numero di occupati stranieri di entrambe le componenti UE ed Extra UE per complessivi +21.875 lavoratori». Andatelo a dire al signor Rossi: gli immigrati “non ti rubano il lavoro”, come affermerebbe con abietta convinzione il documento del Migration Policy Centre.

Nel frattempo, l’Operazione Mare Nostrum, ribattezzata Mare Mostrum, continua a donare l’illusione che l’Europa e l’Italia possano accogliere tutti coloro che hanno bisogno. Ieri, 20 persone sono morte durante un naufragio al largo di Al Khums, a 100 chilometri a est di Tripoli. Kassem Ayoub, portavoce della Marina libica, ha reso noto che 22 clandestini, aggrappati a ciò che restava della barca, sono stati messi in salvo.

Negli ultimi 25 anni sono 20mila le persone morte durante il viaggio clandestino verso l’Europa. La tragedia si può fermare solo con una visione chiara del fenomeno migratorio, acquistando consapevolezza che lo spostamento di incertezza e l’inflazione delle aspettative sono difficili da governare e vanno a danno di chi è già debole. Senza la perversa pappa del cuore.

 

[1] http://cadmus.eui.eu/bitstream/handle/1814/31731/MPC_2014_FARGUES.pdf?sequence=1
[2] http://www.lintellettualedissidente.it/perche-limmigrazione-e-coeva-al-capitale/
[3] T. Hobbes, Leviathan, XIII cap.
[4] B. Liddell Hart, Paride o il futuro della guerra, introduzione di Fabio Mini, Editrice Goriziana, Gorizia, 2007.
[5] M. Giaconi, Dall’influenza economica al rischio jihad. L’Immigrazione elemento di strategia indiretta, Gnosis 2/2009.
http://gnosis.aisi.gov.it/Gnosis/Rivista19.nsf/servnavig/19#(14) (30 giugno 2013)[6] http://www.integrazionemigranti.gov.it/Attualita/News/Documents/IV_RAPPORTO_MDL_ITA_ENG_ALTRELINGUE/IV_Rapporto_annuale_MdL_immigrati_2014.pdf

Fonte

Quando Bukowski invitava a “non parlare così forte e a leggere Cèline”

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di Francesca Varasano

Ho iniziato a leggere Bukowski in prima liceo, alla fine degli anni ’90 – lo scrittore era venuto a mancare pochi anni prima, nel 1994. Un qualche compagno di classe aveva sentito parlare di Post Officee l’aveva preso in prestito in biblioteca: la versione originale era del 1971 e quella che era arrivata a noi era una ristampa economica, che ci siamo passati di mano in mano, leggendola con avidità (va da sè che nel caso in cui la copia in questione non sia mai stata restituita, ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale).

Quando il programma di italiano prevedeva il Dolce Stil Novo, Petrarca e Poliziano, Bukowski era inaspettato, rivoluzionario. Ne parlavamo all’intervallo; quando la ricreazione era finita se ne discuteva nei gabinetti – perché i bagni dei licei italiani come è noto ne sono il salotto letterario e la tribuna politica. Bukowski raccontava addirittura Los Angeles quando non c’era nemmeno Ryan Air a portarci a Londra al prezzo di un paio di jeans nuovi; ne raccontava il degrado, la rabbia e lo faceva con disprezzo o ironia, e noi lo capivamo tutto o così ci sembrava: a sedici anni gli scrittori ci parlano in privato e i libri ci cambiano la vita. E poi: che grammatica, che stile, che punteggiatura! Niente rime, niente metafore, poche lettere maiuscole e molte imprecazioni: Post Office non fu per me che l’inizio di un amore duraturo per l’opera di un autore complesso e prolifico.

Bukowski ha condiviso con i lettori un’infanzia dolorosa (Panino al prosciutto) e una profonda vena poetica; l’alcolismo e la solitudine; il cinismo e la tragica inutilità di molti lavori dell’età contemporanea, la spaventosa chimera della possibilità di carriera. Ci ha messo in guardia contro il cosiddetto successo, ha espresso riserve sulle trappole del posto fisso e l’alienazione delle masse: è stato l’antitesi della gauche caviar e dei benpensanti. In povertà, combattendo per farsi pubblicare, scriveva in una Los Angeles agli antipodi dell’American dream con rabbia e disgusto per alcuni aspetti della civiltà contemporanea (prima di tutto il mercato del lavoro), sentimenti vivi più che mai nell’Occidente riemerso dalla crisi dei mutui subprime.

A vent’anni dalla morte, una biografia celebra la vita e l’opera di Bukowski: Tutti dicono che sono un bastardo (edizioni Bietti), di Roberto Alfatti Appetiti.

Il libro prende in considerazione molti aspetti della vita dello scrittore: dalla travagliata storia familiare al lavoro da postino alle prime pubblicazioni, dal (difficile) rapporto con le donne e il femminismo a quello con la corrente letteraria beat (altrettanto difficile). Ne emerge un ritratto molto umano, lontano dai clichés e non privo di contraddizioni: nel mondo dell’editoria, Bukowski sembra incapace di mantenere rapporti amichevoli anche con quei pochi che lo appoggiano quando non apertamente ingrato e sfacciato, in linea con il titolo del libro. Anche se le donne vanno e vengono (ma per di più vanno), un amore immenso ha caratterizzato la vita di Bukowski – l’amore per la letteratura: profondo e totalizzante, pare essere un sentimento ideale che ammette pochissimi eletti e non risparmia mostri sacri (sì a Dostojevskij, no a Gogol’; sì a Fante, no a Shakespeare).

La visione politica di Bukowski è controversa e radicale, un riflesso della vita e del carattere dello scrittore: Alfatti Appetiti ne fa un resoconto dettagliato, dedicandogli un capitolo apposito.

Essere di origine tedesca nell’America del dopoguerra non era stato facile, nè lo era stato sopravvivere ad un padre dispotico e violento e ad una forte forma di acne giovanile: l’adolescenza di Bukowski pone le premesse per un’esistenza ai margini, da outsider. In questo contesto, una volta all’università, si avvicinerà a gruppi filo nazisti, naturalmente più a suo agio fra i reietti che fra i vincenti. Non legge il Mein Kampf nè si cura di Hitler ma ammira gli eroi di guerra tedeschi e, soprattutto, vuole provocare. Anche più avanti, presto stanco del fanatismo dei nazisti e lasciata l’università, ci tiene a mantenere la fama guadagnata: «una sera venne uno studente a casa mia e dopo alcune birre mi disse: “il mio prof dice che sei un nazista e che venderesti tua madre per cinque centesimi”. “Non è vero, mia madre è morta”». Di certo detesta quanto percepisce come ipocrisia di sinistra e non ha simpatie per il comunismo, ma il credo politico ed umano di Bukowski non è semplicemente un’ideologia: è il disgusto profondo per il politicamente corretto, è l’opposizione alla dittatura del pensiero prevalente, ad ogni costo. Meglio ancora se si può essere additato come nazista, beffandosi dei benpensanti.

Lontanissimo da queste provocazioni, oggi Bukowski è per di più un nome a piè pagina per giustificare aforismi di dubbia provenienza da condividere su Facebook. Una ricerca su Google per citazioni di e su Bukowski dà circa 165,000 risultati – davvero mainstream per un autore che si era trovato a suo agio soltanto con gli emarginati: una biografia sincera e senza reticenze, che raccontasse un Bukowski appassionato, difficile, a volte anche bastardo era necessaria.

Irriverente, irrispettoso, disincantato e ironico, non risparmiava le opinioni – alla fine degli anni ’80, intervistato da una giornalista italiana che gli chiede ovviamente «che cosa vorrebbe dire al pubblico italiano?», risponde: «di non parlare così forte e di leggere Cèline». (da Rivista politica)

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