Grazie a Renzi, anche l’Eni potrebbe lasciare l’Italia

Renzi

Quello di Monti era il governo della Goldman Sachs. Quello di Letta, il nipote, era il governo dell’Aspen Institute. Per dire che erano entrambi molto orientati a fare gli interessi della finanza anglo-americana. Non a caso il governo Monti realizzò lo scorporo della Snam, che gestisce la rete di distribuzione del gas in Italia, dalla holding Eni. Una richiesta che era venuta «non soltanto dagli esponenti della canaglia liberista in Italia (legati mani e piedi agli ambienti di Wall Street e della City) ma anche da azionisti dell’Eni come il fondo di investimento americano Knight Winke, che si era assunto il ruolo di assillare il governo con tale questione che poi Monti aveva finito per risolvere a suo modo all’inizio del 2012». Anche Matteo Renzi, che nel 2009 il settimanale americano “Time” aveva definito “l’Obama italiano”, si è mostrato fedele alla linea “atlantica” e ha avviato le grandi manovre per mettere in vendita quote azionarie di società sotto controllo pubblico come Eni, Enel, Poste, Finmeccanica e Fincantieri, ma anche Enav, Cdp Reti, Rai Way e Stm.

In particolare, scrive Giuliano Augusto su “Rinascita”, Renzi è intenzionato a vendere una quota del 5% di Eni ed Enel portando in tal modo la quota pubblica dal 30% al 25%. Attualmente l’Enel è controllato dal Tesoro con una quota del 31,244% mentre l’Eni è controllata al 26,369% dalla Cassa Depositi e Prestiti (il cui principale azionista è il Tesoro con l’80,1%) e dal Tesoro con il 3,94%. Collegata a queste operazioni c’è la questione dell’Opa obbligatoria che il Pd al governo vorrebbe fare scendere al 25% dall’attuale 30%, mentre il relatore del provvedimento alla Camera, Massimo Mucchetti, voleva portarla al 20%. Il che avrebbe obbligato il Tesoro e la Cassa Depositi e Prestiti a vendere la quota azionaria eccedente quella percentuale, sia che si tratti di quota diretta (Tesoro) che indiretta (Cdp). Obiettivo: tutelare «gli interessi esteri anglofoni». Renzi? «L’uomo giusto al posto giusto». Per la prima volta, nell’ente fondato da Enrico Mattei come leva strategica della rinascita italiana nel dopoguerra, i soci privati stranieri sono diventati maggioritari: potrebbero essere le premesse per trasferire l’Eni all’estero, «tanto per gettare le premesse di un futuro assorbimento da parte di un colosso concorrente come l’americana Exxon».

«La linea di Renzi – scrive Augusto – è in buona sostanza quella di trasformare Eni, Enel e le altre società a controllo statale in “pubblic company”», società ad azionariato diffuso «nelle quali non ci sia più un socio di riferimento ma dove i tanti soci privati eleggano di volta in volta gli amministratori». Così, addio Eni sullo scenario internazionale, con buona pace di «qualsiasi possibilità dell’Italia di avere una politica energetica autonoma in Europa e nel mondo». Questa sarebbe la risposta dell’“amerikano” Renzi alle critiche venute dagli europei “atlantici” e dagli stessi Stati Uniti per l’eccessiva “simpatia” italiana verso la Russia di Putin? Il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, ha stimato in appena 10 miliardi il ricavato delle privatizzazioni (svendite). Soldi che sarebbero usati per coprire una parte irrisoria dell’enorme debito pubblico italiano. Tra le cessioni, la vendita a gruppi cinesi del 49% di CdP-Reti, società che controlla appunto la Snam. «Tra americani e cinesi cambia poco. Continua la colonizzazione del nostro paese».

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Il mercato immigrazionista e la solita pappa del cuore

Lampedusa, sbarco immigrati clandestini dalla Tunisia.

di Alessio Mulas

È apparso di recente un documento del Migration Policy Centre dell’European University Institute, intitolato «Is what we hear about migration really true? Questioning eight stereotypes»[1], che esamina i presunti stereotipi che il solito popolino, cattivo e ignorante, ha sul tema dell’immigrazione. Lo studio, che ha avuto ampio seguito sui giornali dell’Europa intera, non porta niente di nuovo a un dibattito che sempre più si rivela sterile: snocciola qualche banale quanto necessaria confutazione dei luoghi comuni anti-immigrazionisti, servendo il piatto con la solita salsa buonista e un’apparente scientificità. Sebbene sembri riuscire nell’impresa, basta scorrere il documento curato dal MPC per accorgersi che i veri problemi riguardanti l’immigrazione sono tacitamente ignorati.

Da queste pagine siamo più volte tornati sull’argomento. In particolare, abbiamo proposto una interpretazione del fenomeno migratorio come spostamento di incertezza[2]. Questa costituisce, insieme al fattore tempo, la cornice dell’azione umana. Non avere certezza sul futuro, essere preda del dubbio riguardo all’esito delle proprie attività e subire l’inutilità della propria conoscenza a causa della mutevolezza del presente sono costanti della modernità. L’immagine della liquidità, proposta da Bauman, è calzante: tutto scivola, inafferrabile. A ciò si aggiunge l’inflazione di aspettative che la cittadinanza ha verso la politica, aspettative che solo un Pericle potrebbe conciliare e soddisfare.

Ma all’orizzonte non vediamo dei Pericle. L’immigrazione rappresenta uno spostamento di incertezza (prevalentemente economica) da Paesi sofferenti verso Paesi forti. Insieme all’incertezza economica, arrivano anche nuove ed eterogenee aspettative, le quali vanno ad aggiungersi al già difficilmente governabile “mercato delle aspettative e delle idee”. La stessa ethnoscape, caos informe di nativi, turisti, gruppi in passaggio, lavoratori e professionisti stranieri, immigrati e rifugiati, è il primo simbolo del crollo dell’identità culturale di una nazione o di una civiltà, perché — promuovendo un’economia globalizzata e una cultura globalizzante — mina all’omogeneità identitaria di un Popolo, creando nuova incertezza culturale. Si istituisce una classe di uomini senza identità, sempre più schiavizzata e facilmente governabile dal capitale.

Oltre all’aspetto economico e culturale del problema, c’è quello strategico e geopolitico. Nel primo dopoguerra, il teorico militare inglese Liddell Hart descrisse un approccio indiretto alla guerra (e ricordiamo che per guerra non si intende solo lo scontro effettivo, l’atto del combattere, ma anche quel «tratto di tempo in cui la volontà di combattersi è sufficientemente nota»[3]), che consiste nel colpire l’avversario senza affrontarlo direttamente, cioè colpendone le industrie, le attività economiche e le reti di comunicazione, il piegandone il morale[4].

L’immigrazione (legale o meno) è così interpretabile come strategia indiretta volta a innestare in un Paese nuove aspettative, che vanno a modificare in una direzione le linee generali di politica estera, le attività culturali, l’apparato produttivo del Paese che ne riceve gli effetti. Chi trae beneficio dall’immigrazione è la classe politica inetta dei Paesi dai quali si emigra: la diminuzione della pressione demografica porta sollievo ai conti pubblici; l’abbassamento dell’incertezza garantisce i responsabili economici e politici del fallimento di un Paese dalla pericolosità delle masse. Se masse ad alto grado di incertezza si spostano, diminuisce il rischio di una reazione — poco importa se democratica e culturale o violenta e furiosa — contro gli inetti politici locali o le industrie straniere che sfruttano i territori. Ogni difesa del fenomeno migratorio affranca dalle inemendabili colpe i veri responsabili dei fattori (povertà, carestie, guerre) che hanno portato allo spostamento di uomini. Nessun sistema, sia esso socialista o liberale, è invulnerabile allo spostamento dell’«esercito industriale di riserva» (Marx) o impermeabile alla teoria politica.

E nella teoria politica non deve trovare spazio quella «pappa del cuore» (Hegel) propagandata in modo martellante, a suon di lacrime, dai mezzi di informazione italiani. Nella strategia indiretta immigrazionista è osservabile la nascita di un “mercato del migrante”, di un cartello politico dell’immigrazione, del tutto simile alle dinamiche del commercio di petrolio e materie prime. Tale politica, attraverso lo spostamento della riserva di manodopera, «costringe di fatto i Paesi riceventi a costi di produzione, dati i salari medi (dei migranti regolari o irregolari qui poco importa) a permanere in filiere produttive a bassa produttività, che verranno prossimamente attaccate o sostituite dai Paesi Terzi in fase di industrializzazione»[5]. Secondo il quarto rapporto «Gli immigrati nel mercato del lavoro in Italia»[6], promosso e curato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dalla Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione, gli stranieri occupati sono 2.355.923; «a fronte della diminuzione del numero di occupati italiani di 500 mila unità nell’arco di appena dodici mesi, aumenta il numero di occupati stranieri di entrambe le componenti UE ed Extra UE per complessivi +21.875 lavoratori». Andatelo a dire al signor Rossi: gli immigrati “non ti rubano il lavoro”, come affermerebbe con abietta convinzione il documento del Migration Policy Centre.

Nel frattempo, l’Operazione Mare Nostrum, ribattezzata Mare Mostrum, continua a donare l’illusione che l’Europa e l’Italia possano accogliere tutti coloro che hanno bisogno. Ieri, 20 persone sono morte durante un naufragio al largo di Al Khums, a 100 chilometri a est di Tripoli. Kassem Ayoub, portavoce della Marina libica, ha reso noto che 22 clandestini, aggrappati a ciò che restava della barca, sono stati messi in salvo.

Negli ultimi 25 anni sono 20mila le persone morte durante il viaggio clandestino verso l’Europa. La tragedia si può fermare solo con una visione chiara del fenomeno migratorio, acquistando consapevolezza che lo spostamento di incertezza e l’inflazione delle aspettative sono difficili da governare e vanno a danno di chi è già debole. Senza la perversa pappa del cuore.

 

[1] http://cadmus.eui.eu/bitstream/handle/1814/31731/MPC_2014_FARGUES.pdf?sequence=1
[2] http://www.lintellettualedissidente.it/perche-limmigrazione-e-coeva-al-capitale/
[3] T. Hobbes, Leviathan, XIII cap.
[4] B. Liddell Hart, Paride o il futuro della guerra, introduzione di Fabio Mini, Editrice Goriziana, Gorizia, 2007.
[5] M. Giaconi, Dall’influenza economica al rischio jihad. L’Immigrazione elemento di strategia indiretta, Gnosis 2/2009.
http://gnosis.aisi.gov.it/Gnosis/Rivista19.nsf/servnavig/19#(14) (30 giugno 2013)[6] http://www.integrazionemigranti.gov.it/Attualita/News/Documents/IV_RAPPORTO_MDL_ITA_ENG_ALTRELINGUE/IV_Rapporto_annuale_MdL_immigrati_2014.pdf

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Quando Bukowski invitava a “non parlare così forte e a leggere Cèline”

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di Francesca Varasano

Ho iniziato a leggere Bukowski in prima liceo, alla fine degli anni ’90 – lo scrittore era venuto a mancare pochi anni prima, nel 1994. Un qualche compagno di classe aveva sentito parlare di Post Officee l’aveva preso in prestito in biblioteca: la versione originale era del 1971 e quella che era arrivata a noi era una ristampa economica, che ci siamo passati di mano in mano, leggendola con avidità (va da sè che nel caso in cui la copia in questione non sia mai stata restituita, ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale).

Quando il programma di italiano prevedeva il Dolce Stil Novo, Petrarca e Poliziano, Bukowski era inaspettato, rivoluzionario. Ne parlavamo all’intervallo; quando la ricreazione era finita se ne discuteva nei gabinetti – perché i bagni dei licei italiani come è noto ne sono il salotto letterario e la tribuna politica. Bukowski raccontava addirittura Los Angeles quando non c’era nemmeno Ryan Air a portarci a Londra al prezzo di un paio di jeans nuovi; ne raccontava il degrado, la rabbia e lo faceva con disprezzo o ironia, e noi lo capivamo tutto o così ci sembrava: a sedici anni gli scrittori ci parlano in privato e i libri ci cambiano la vita. E poi: che grammatica, che stile, che punteggiatura! Niente rime, niente metafore, poche lettere maiuscole e molte imprecazioni: Post Office non fu per me che l’inizio di un amore duraturo per l’opera di un autore complesso e prolifico.

Bukowski ha condiviso con i lettori un’infanzia dolorosa (Panino al prosciutto) e una profonda vena poetica; l’alcolismo e la solitudine; il cinismo e la tragica inutilità di molti lavori dell’età contemporanea, la spaventosa chimera della possibilità di carriera. Ci ha messo in guardia contro il cosiddetto successo, ha espresso riserve sulle trappole del posto fisso e l’alienazione delle masse: è stato l’antitesi della gauche caviar e dei benpensanti. In povertà, combattendo per farsi pubblicare, scriveva in una Los Angeles agli antipodi dell’American dream con rabbia e disgusto per alcuni aspetti della civiltà contemporanea (prima di tutto il mercato del lavoro), sentimenti vivi più che mai nell’Occidente riemerso dalla crisi dei mutui subprime.

A vent’anni dalla morte, una biografia celebra la vita e l’opera di Bukowski: Tutti dicono che sono un bastardo (edizioni Bietti), di Roberto Alfatti Appetiti.

Il libro prende in considerazione molti aspetti della vita dello scrittore: dalla travagliata storia familiare al lavoro da postino alle prime pubblicazioni, dal (difficile) rapporto con le donne e il femminismo a quello con la corrente letteraria beat (altrettanto difficile). Ne emerge un ritratto molto umano, lontano dai clichés e non privo di contraddizioni: nel mondo dell’editoria, Bukowski sembra incapace di mantenere rapporti amichevoli anche con quei pochi che lo appoggiano quando non apertamente ingrato e sfacciato, in linea con il titolo del libro. Anche se le donne vanno e vengono (ma per di più vanno), un amore immenso ha caratterizzato la vita di Bukowski – l’amore per la letteratura: profondo e totalizzante, pare essere un sentimento ideale che ammette pochissimi eletti e non risparmia mostri sacri (sì a Dostojevskij, no a Gogol’; sì a Fante, no a Shakespeare).

La visione politica di Bukowski è controversa e radicale, un riflesso della vita e del carattere dello scrittore: Alfatti Appetiti ne fa un resoconto dettagliato, dedicandogli un capitolo apposito.

Essere di origine tedesca nell’America del dopoguerra non era stato facile, nè lo era stato sopravvivere ad un padre dispotico e violento e ad una forte forma di acne giovanile: l’adolescenza di Bukowski pone le premesse per un’esistenza ai margini, da outsider. In questo contesto, una volta all’università, si avvicinerà a gruppi filo nazisti, naturalmente più a suo agio fra i reietti che fra i vincenti. Non legge il Mein Kampf nè si cura di Hitler ma ammira gli eroi di guerra tedeschi e, soprattutto, vuole provocare. Anche più avanti, presto stanco del fanatismo dei nazisti e lasciata l’università, ci tiene a mantenere la fama guadagnata: «una sera venne uno studente a casa mia e dopo alcune birre mi disse: “il mio prof dice che sei un nazista e che venderesti tua madre per cinque centesimi”. “Non è vero, mia madre è morta”». Di certo detesta quanto percepisce come ipocrisia di sinistra e non ha simpatie per il comunismo, ma il credo politico ed umano di Bukowski non è semplicemente un’ideologia: è il disgusto profondo per il politicamente corretto, è l’opposizione alla dittatura del pensiero prevalente, ad ogni costo. Meglio ancora se si può essere additato come nazista, beffandosi dei benpensanti.

Lontanissimo da queste provocazioni, oggi Bukowski è per di più un nome a piè pagina per giustificare aforismi di dubbia provenienza da condividere su Facebook. Una ricerca su Google per citazioni di e su Bukowski dà circa 165,000 risultati – davvero mainstream per un autore che si era trovato a suo agio soltanto con gli emarginati: una biografia sincera e senza reticenze, che raccontasse un Bukowski appassionato, difficile, a volte anche bastardo era necessaria.

Irriverente, irrispettoso, disincantato e ironico, non risparmiava le opinioni – alla fine degli anni ’80, intervistato da una giornalista italiana che gli chiede ovviamente «che cosa vorrebbe dire al pubblico italiano?», risponde: «di non parlare così forte e di leggere Cèline». (da Rivista politica)

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“Per l’Italia si avvicina la fine”, e Rcs silura De Bortoli

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Qualcosa di esplosivo sta accadendo nei piani alti del mainstream italiano: a rompere il tabù, prospettando l’arrivo della famigerata Troika, il triumvirato tecnocratico composto da Commissione Ue, Bce e Fmi, è stato il direttore del “Corriere della Sera” Ferruccio De Bortoli. «Il direttore del “Corriere” ci descrive lo scenario che ci aspetta il prossimo autunno», avverte Cesare Sacchetti, «quando vedremo realizzarsi le peggiori nemesi nella manovra economica, che prevederà un probabile prelievo forzoso sui conti correnti». Sarebbe la riedizione del 1992, quando l’allora primo ministro Giuliano Amato «decise di approvare questo furto a danno del risparmio dei cittadini italiani». Solo allora «verrà dichiarata la resa ai tecnocrati». E sarà «messo in un angolo» il governo presieduto da Matteo Renzi, «che non ha vinto nessuna elezione democratica ma è stato nominato dal Capo dello Stato». Tutto questo, mentre i signori della Troika faranno all’Italia quello che fecero nel 2011 alla Grecia, che in cambio dei 50 miliardi ricevuti sta privatizzando tutto: sono all’asta «porti, aeroporti, isole e acquedotti».

È questa, scrive Sacchetti su “L’Antidiplomatico”, «la forma più subdola e criminale con la quale il colonialismo finanziario distrugge e depreda gli Stati sovrani, ostaggi di un debito sovrano denominato in una valuta straniera che non possono stampare». Parole profetiche:  «Datemi il controllo della moneta di una nazione e non mi importa di chi farà le sue leggi», disse un certo Mayer Amschel Rothschild. Auspicio «portato a compimento nella moderna Eurozona», dal momento che «gli Stati ex-sovrani sono messi nelle condizioni di una colonia: per poter finanziare la propria spesa devono bussare alle porte dei colonizzatori, che vorranno in cambio la linfa economica degli Stati e prenderanno il possesso monopolistico di tutti i settori strategici di quel paese». L’Italia è già da tempo in vendita, e gli investitori stranieri stanno facendo man bassa dei suoi gioielli, «gentilmente offerti dal governo Renzi», come la Cassa Depositi e Prestiti, Poste Italiane (che dismetterà il 40% della partecipazione pubblica), nonché Eni e Enel, «che potrebbero cedere il 5% delle azioni, come annunciato recentemente dal sottosegretario all’economia, Giovanni Legnini».

Mentre gli italiani provano a godersi quei pochi spicchi di sole di quest’estate anomala, scrive Sacchetti, l’ipotesi che la Troika venga qui nel Belpaese non è più remota. «Il giorno dopo che De Bortoli ha annunciato questo scenario, Rcs fa sapere che non si avvarrà più della collaborazione del direttore. È stato infranto un vincolo di riservatezza, qualcosa che doveva essere taciuto è stato rivelato». Forse il direttore «ha pagato questa delazione», anche se «l’impressione è quella di un Ponzio Pilato che vuole lavarsi le mani del sangue degli italiani e non intende accollarsi la responsabilità morale di un disastro sociale ed economico senza precedenti». Non passano che pochi giorni dalle scioccanti dichiarazioni di De Bortoli che «il Barbapapà del giornalismo italiano, Eugenio Scalfari», fondatore di “Repubblica”, «ci fa dono di una delle sue memorabili articolesse domenicali, dove si augura una venuta della Troika che “deve combattere la deflazione che ci minaccia”».

Per Scalfari, la Troika – proprio lei, la massima responsabile dell’euro-disastro – deve «puntare su una politica al tempo stesso di aumento del Pil, di riforme sulla produttività e la competitività, di sostegno della liquidità e del credito delle banche alle imprese». Scalfari, che non ha ancora digerito la detronizzazione del suo beniamino Letta (con quale cenava, addirittura insieme a Draghi e Napolitano) non manca di inviare un messaggio a Renzi: «Capisco che dal punto di vista del prestigio politico sottoporsi al controllo diretto della Troika sarebbe uno scacco di rilevanti proporzioni, ma a volte la necessità impone di trascurare la vanagloria e questo è per l’appunto uno di quei casi». Parole chiare: caro Renzi, ti è stato affidato un compito ben preciso e non lo stai portando a termine come previsto.

«Questo – scrive Sacchetti – il contenuto del messaggio che Scalfari manda al premier, al quale potrebbe essere dato il ben servito molto presto se non esegue pedissequamente le istruzioni che gli sono state date». E la fine che lo attende, se non “obbedisce”, «è quella dei suoi predecessori Monti e Letta, i quali sono stati gettati via come due scarpe vecchie appena diventati inutili». Nessuna sorpresa: «E’ il meccanismo infernale che ha progettato l’élite transnazionale che detesta gli Stati e i popoli che li abitano, considerati alla stregua di una plebe ignorante priva di diritti», conclude Sacchetti. «De Bortoli e Scalfari sanno molto bene quale sarà il trattamento che attende l’Italia e ne stanno discutendo nei primi giorni di agosto, mese ideale per sferrare l’ennesimo calcio nelle gengive agli italiani, distratti dalle vacanze». Al loro ritorno, «potrebbero trovare ciò che è stato conquistato ieri dai loro padri completamente distrutto nel giro di pochi mesi oggi».

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Salva un inuit: spara a un ambientalista

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di Luca Carbone

Che la caccia sia sbagliata in ogni sua forma hanno cercato di insegnarmelo Studio Aperto, Barbara D’Urso e il resto della truppa di tritacervello che ho incontrato durante la mia infanzia, eppure non sono mai riusciti a convincermi. Mi portavano argomenti validissimi per diventare un animalista all’acqua e sapone, come gli occhi dolci di qualche cerbiatto accompagnato da un violino strappalacrime, eppure io non riuscivo a vederci più che un animale. Da rispettare, ovviamente, ma pur sempre un animale. Tuttavia, l’idea di cacciare e uccidere specie a rischio, magari minacciate anche dal cambiamento climatico che è tuttora in atto impressionava, in parte, anche un sadico come me. Perciò, quando ho letto sul TIME di giugno che la caccia all’orso polare sembra sbagliata sono stato attirato dal verbo utilizzato, “sembrare”, riconoscendo all’interno del suo significato il mio pensiero ancora “in parte” spietato.

Ed Ou è un fotografo canadese che ha documentato per il mensile statunitense il suo viaggio nella regione inuit del proprio Paese. Qui il governo sottrae i figli a tale minoranza etnica per mandarli in scuole nelle quali viene proibito l’utilizzo della loro lingua o qualsivoglia espressione della loro cultura millenaria che annovera, tra le altre tradizioni, la caccia all’orso polare, “la loro ultima risorsa di sostentamento”. Per migliaia di anni, infatti, gli Inuit hanno cacciato razionalmente questi mammiferi da cui ricavavano pelli, cibo e combustibili senza minacciare l’esistenza della specie in alcun modo. La caccia all’orso è stata poi criminalizzata in ogni sua forma dal mondo occidentale, unico responsabile del surriscaldamento globale (che è una stronzata, NdR) e, quindi, della lenta estinzione degli orsi (che, invece, si estinguono perchè il loro cibo glielo ciuliamo noi, mica perchè vanno alla deriva sugli iceberg, NdR) . È bastato inventare la favola di centinaia di fantomatici bracconieri per non far ricadere la colpa sul resto del mondo. Distrutto il commercio degli Inuit, questo popolo si trova attualmente in uno stato di povertà assoluta, in cui il consumo di droga, l’alcolismo e i tassi di suicidio hanno valori
incredibilmente alti. Gli Inuit non possiedono occhi abbastanza dolci per poter essere aiutati a non estinguersi.

Qualcuno che non fosse uno sregolato del Talebano era finalmente d’accordo con me: il TIME, tra l’altro. Tutto ciò era stupefacente, ma lo era ancora di più il fatto che non fossimo solo Ed e io contro il resto del mondo. Tutto ciò aveva dell’incredibile.

Pierfrancesco Diliberto, in “arte” Pif, è il reporter del programma di Mtv Il Testimone nel quale documenta i propri viaggi in giro per il mondo alla scoperta di altre culture, tra cui anche quella groenlandese. Ad accompagnarlo per una parte del suo soggiorno c’è Robert Peroni, un sudtirolese trasferitosi in Groenlandia che afferma: “Io sono contro la caccia, ma non qui. Loro vanno a caccia per vivere, altrimenti morirebbero”. Pare infatti che da quelle parti la foca sia quasi come il maiale da noi: grassa, grossa, utilizzata al 100% e assolutamente non in via d’estinzione, poiché l’attività venatoria verso questo mammifero è sottoposta a regole ferree che tutti rispettano (infatti non conviene a nessun groenlandese distruggere il perno della propria economia). A tracciare l’unica differenza che sussiste tra foca e maiale ci pensa un groenlandese intervistato “la prima è libera” dice, “mentre quello che mangiate voi passa una vita in prigione. Dovrei essere io a dire che tutto ciò è orribile”. Eppure, dopo venticinque anni di martellamento da parte di Greenpeace “sono tutti contro la caccia alla foca, simbolo della libertà” continua Robert, “È scientificamente provato che anche il pesce soffre, ma nessuno dice niente perché tutti mangiano salmoni e trote, in più il pesce puzza e non fa gli occhi dolci”. Anche in Groenlandia l’economia è stata distrutta, l’Occidente ha deciso per tutti cosa fosse sbagliato e cosa corretto e una cultura di quattromila anni è stata quasi spazzata via. Attualmente tra i Groenlandesi la disoccupazione ha raggiunto percentuali altissime e l’alcolismo è un problema sociale molto preoccupante.

Ma come?! Possibile che un’associazione nobile come Greenpeace sia responsabile di tali danni? Beh, effettivamente pare che di nobile la suddetta associazione abbia ben poco e che sia piuttosto una multinazionale in cerca di potere e denaro. La gestione dei fondi dell’organizzazione non è mai stata trasparente ed è amministrata da più di 40 uffici in cui a decidere sono i maggiori donatori. Nel 1991, Der Spiegel scoprì che in Germania erano presenti numerose società controllate dall’associazione, in modo da pemetterle di mantenere lo status di organizzazione senza scopo di lucro e accedere alle esenzioni fiscali. Nel 1993, usciva un documentario scandalo in cui si sosteneva l’esistenza di conti correnti in cui venivano versati i soldi delle donazioni (300 milioni all’anno circa) accessibili soltanto ai maggiori esponenti di Greenpeace per poi essere utilizzati in operazioni finanziarie non chiare (poco tempo fa sono stati bruciati 3,8 milioni) o, addirittura, per pagare gruppi di eco-terroristi.

Se il pensiero comune antepone orsi e foche agli esseri umani, io li annovero tra le specie cacciabili
e ci aggiungo Greenpeace.

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Un Su-25 ucraino a stretto contatto con l’aereo malese poco prima dello schianto

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L’esercito russo ha rilevato un jet da combattimento SU-25 ucraino guadagnar quota (tipica manovra d’attacco, N.d.t.) nei confronti del Boeing (malese, N.d.t.) MH17 il giorno della catastrofe. Kiev deve spiegare perché il jet militare stava seguendo l’aereo passeggeri, ha detto il Ministero della Difesa russo.

“Un jet militare dell’aviazione ucraina è stato rilevato guadagnar quota, a una distanza dall’aereo malese tra i 3 e i 5 chilometri”, ha detto il capo della Direzione Operazioni Principali del quartier generale delle forze militari russe, il tenente generale Andrey Kartopolov, durante una conferenza stampa a Mosca.

“A [Noi] piacerebbe ottenere una spiegazione del perché il jet militare stava volando lungo un corridoio dell’aviazione civile, quasi allo stesso tempo e allo stesso livello di un aereo passeggeri”, ha dichiarato.

“Il jet da combattimento SU-25 può acquisire una quota di 10 km” ha aggiunto. “E ‘dotato di missili aria-aria R-60, in grado di colpire un bersaglio a una distanza fino a 12 km, e la gittata di sicurezza arriva a 5 km.”

La presenza del jet militare ucraino può essere confermata da riprese video effettuate dal centro di controllo di Rostov, dichiarato Kartopolov.

Al momento dello schianto dell’MH17 un satellite americano stava volando sopra l’Ucraina orientale, secondo il Ministero della Difesa russo. Ha esortato gli Stati Uniti a pubblicare le foto satellitari ed i dati acquisiti.

Inoltre, l’MH17 si è schiantato nella zona coperta dai sistemi Buk dell’esercito ucraino, missili semoventi terra-aria a medio raggio, ha detto il generale russo.

“Abbiamo immagini spaziali di certi luoghi, in cui è stata dislocata la difesa aerea dell’Ucraina, nel sud-est del Paese”, ha osservato Kartapolov. Le prime tre immagini che sono stati mostrate dal generale, sono datate 14 luglio. Le immagini mostrano sistemi di lancio di missili Buk a circa 8 km a nord-ovest della città di Lugansk – un veicolo semovente e due lanciatori, secondo l’alto ufficiale. Un’altra immagine mostra una stazione radar vicino a Donetsk.

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Mentre la terza immagine mostra la posizione dei sistemi di difesa aerea vicino a Donetsk, ha spiegato. In particolare, si può vedere chiaramente il sistema semovente, circa 60 unità di attrezzature militari e speciali, ha spiegato.

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“Le immagini di questa zona sono state anch’esse effettuate il 17 luglio. Bisogna notare che il lanciamissili è assente [dalla scena]. Il numero cinque nell’immagine mostra il sistema missilistico Buk la mattina dello stesso giorno nella zona di Zaroschinskoe – 50 km a sud di Donetsk, e 8 km a sud di Shakhtyorsk “, ha detto il Kartapolov

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Traduzione di Massimiliano Greco per Stato e Potenza

Fonte: RT

Istituzioni e media dalla parte del Sionismo

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di Alessio Pizzichini

False-flag o no, l’uccisione dei tre ragazzi israeliani ha dato il pretesto alla forze armate sioniste di bombardare quel poco che è rimasto della Palestina. Sono più di 80 i Palestinesi uccisi e centinaia i feriti, secondo la Rete Italiana SIM (International Solidarity  Movement), in questi tre giorni (numeri in continua crescita). A questi vanno aggiunti gli innumerevoli imprigionati senza prove e le decine di persone picchiate perché non ebree, tra cui bambini e ragazzi, senza dimenticare Mohamed Hussein Abu Khdeir, il diciassettenne rapito, picchiato e bruciato vivo. L’Unione Europea, premio nobel per la pace 2012, ha prorogato fino a giugno 2015 la missione EUPOL COPPS, consistente nel finanziamento di circa 9,8 milioni di euro per supportare la costruzione dello Stato Palestinese nell’ottica di un lavoro comune per la risoluzione del conflitto Israelo-Palestinese. D’altro canto finanza anche la ricerca bellica di Israele attraverso la IAI (Israel Aerospace Industrie) con 53 miliardi di euro, e ha finanziato Afcon, il costruttore di rivelatore di metalli per i check-point militari in territori occupati palestinesi. (Ciò dichiarato dalla stessa Commissione europea, che confermò che l’ IAI era una dei 34 soci israeliani impegnati nei 26 progetti finanziati dall’UE per la tecnologia dell’informazione.) Contraddizione che rivela ancor più marcatamente quanto l’Unione Europea sia subordinata allo stato di Israele, economicamente e militarmente il più potente al mondo.

A capo di ogni organizzazione e istituzione siede un sostenitore del Sionismo, appoggiato dai media di regime, anch’essi inchinati a denaro e successo promessi in cambio di una propaganda spudoratamente schierata. Si guardi Matteo Renzi, la cui vittoria alle recenti europee è stata guidata da tutti i media, che mai così palesemente hanno sostenuto un politico. Da media sia di destra sia di sinistra, a rimarcare quanto inattuale sia oggi questa dicotomia. A invitare a votare Renzi fu anche la comunità ebraica di Roma: “Fatelo per Israele, votate Renzi”. L’ultimo socialdemocratico a capo del PD Bersani, per quanto sia criticabile, considerava le posizioni di Renzi su Israele inaccettabili: “Su Israele e Palestina Renzi dice cose che neanche tutte le destre messe insieme…”. E i media Italiani svolgono il loro ruolo di offrire un’informazione di parte e schierata. Ma schierata dalla parte di chi? A destra o a sinistra? Schierata con lo stato di Israele, con le sue politiche imperialiste fiancheggiate da quelle occidentali. Supportano il burattino di turno che prende la strada più breve e spianata per il successo: quella della difesa del Sionismo e dell’imperialismo dell’Alleanza Atlantica, ormai considerabile nostrano.

Fanno passare gli occupati per i terroristi, le azioni dei Sionisti come azioni di legittima difesa; neanche una parola sulle aggressioni delle squadracce ebree a Roma a coloro che si recavano a manifestazioni e presidi di solidarietà per il popolo Palestinese; servizi sulla rabbia e la voglia di vendetta ai funerali di Mohamed Hussein Abu Khdeir, il diciassettenne Palestinese bruciato vivo, e neanche uno sguardo alle manifestazioni degli ebrei che inneggiano allo sterminio degli arabi; lunghi servizi sui tre Israeliani uccisi e il numero dei morti Palestinesi detto a mezza bocca durante il servizio sui razzi lanciati verso i territori Israeliani, come se Hamas disponesse veramente di armi del genere.

Un’informazione vomitevole, di parte, schierata, che legittima l’unico terrorismo nel conflitto Israelo-Palestinese: quello Sionista. Un’informazione che funge da braccio destro per le esportazioni di democrazia, dipingendo come mostri i presidenti che non volevano e non vogliono allinearsi alla politica statunitense e non vogliono trasformare l’economia del proprio Paese in un disastroso neoliberismo basato sulle teorie della Scuola di Chicago. Un’informazione che presenta come sacro e inviolabile il pensiero unico dominante di turno: quello della legittimità di Israele ad esistere. E se sei fuori dal coro sei bollato come anti-semita. Dal dopoguerra ad oggi i partiti politici sono stati indirizzati verso questa via, quella della difesa e del sostegno al Sionismo. Le uniche voci fuori dal coro provenirono da sinistra, sia dal PCI che dal PSI. Dal primo fino alla svolta socialdemocratica ed europeista, dal secondo fino alla sua degenerazione con lo spianamento della strada per il successo di Berlusconi.

Prima il PSI svolgeva quel ruolo di Partito Socialista che difendeva la sovranità e l’identità nazionale, e l’unico, dopo la svolta del PCI, a remare controcorrente in politica estera. Bettino Craxi, nel discorso alla Camera dei Deputati del 6 Novembre 1985, definiva legittima la lotta armata dei Palestinesi contro gli occupanti Israeliani, e sarebbe stato anti-storico non considerarla tale, poiché anche lo stesso Mazzini programmava assassini politici per realizzare l’unità. Dichiarazioni che provocarono reazioni sconcertanti tra le file della DC e dell’MSI, partiti che sempre hanno appoggiato Israele. Il primo il partito filo-americano per eccellenza (eccetto qualche sussulto di libertà), il secondo quel partito che del fascismo ha raccolto la parte borghese e conservatrice tralasciando del tutto quella socialista e rivoluzionaria. Craxi, con tutte le critiche che gli si possono avanzare, fu l’ultimo politico a difendere l’indipendenza nazionale in politica estera e a combattere la sua subordinazione a quella americana. Oggi in Parlamento soltanto il Movimento 5 Stelle parla di sovranità e di autonomia in politica estera. Ma i suoi limiti sono troppi, su tutti quello di non prendere una posizione ferrea definitiva da portare avanti con determinazione.

Fuori dal Parlamento sono tante le organizzazioni e le associazioni di difesa di diritti schierate con la Palestina. Sono altrettanti i partiti e i movimenti politici: dai vari comunisti ai movimenti per la sovranità, e parte delle destre socialiste e conservatrici. Questa divisione è ciò che non permette di creare una forte resistenza multipolare dal basso alla politica estera dell’attuale governo. Mostra cioè l’incapacità di relazionarsi con il presente, i retaggi degli anni passati che non si riescono a superare neanche momentaneamente quando si tratta di opporsi all’imperialismo Sionista e Atlantico e di difendere vite umane innocenti come quelle Palestinesi.

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Così siamo diventati dei neo-primitivi

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di Guido Vitiello

In un punto imprecisato all’inizio del nuovo millennio, nelle strade delle grandi città apparvero i segni di una mutazione antropologica. Nulla a che fare con Pasolini e con il suo lamento sulla fine del mondo contadino. La scomparsa delle lucciole era ormai alle spalle; cominciava la comparsa delle mutande. Erano state fino a pochi anni prima l’ultima bandiera dell’intimità, a cui era concesso di sventolare solo dal pennone di uno stendipanni o nella burrasca di un incontro amoroso. Poi un bel giorno ci guardammo intorno ed era tutto un fiorire di mutande sgargianti, variamente firmate e decorate, che sporgevano dal bordo dei pantaloni a vita bassa.

I sismografi più sensibili del costume intuirono subito che per decifrare quel segno non bastava intendersi di moda o di sartoria. Fu un arbitro di eleganze come Alberto Arbasino il primo a capire che occorreva richiamare in servizio gli antropologi: «E se “la vita bassa”, per i prossimi Lévi-Strauss, diventasse un Segno antropologico tribale ed elettorale non solo giovanile, in un Musée de l’Homme con foto di addomi e posteriori aborigeni di fronte e profilo?». Era il 2008, e il pamphlet si chiamava appunto La vita bassa (pubblicato da Adelphi). Sei anni più tardi un antropologo ha finalmente risposto alla cartolina-precetto. Duccio Canestrini ha scritto infatti Antropop (Bollati Boringhieri), manifesto di un’antropologia che aspira a essere «pop» tanto nello stile, spigliato e divulgativo, quanto negli oggetti di studio: fumetti, serie tv, star musicali, gadget tecnologici, mode vestiarie.

A dire il vero, la sua expertise sull’epocale comparsa delle mutande non è delle più rassicuranti. In quel calar di braghe l’antropologo invita a leggere la ricerca deliberata di un impaccio, di un motivo di goffaggine, perché «come i tubini e le gonne strette, il cavallo basso non consente di allungare il passo», e in questo «ricorda un po’ l’handicap ricercato dalle donne giapponesi che camminano fasciate nei kimono sui geta, zoccoletti di legno alti come sgabellini». La faccenda si fa più grave quando dall’etnologia recediamo nell’etologia, «perché braghe giù significa scoprire il deretano, il che, tra noi scimmie antropomorfe, è un segno di sottomissione». E a quale scimmione si piegherebbero, gli ostensori di biancheria? Forse al Grosso Animale sociale di cui parlava Simone Weil? Canestrini non ha la risposta, ma forse non è la cosa che più gli preme, qui: la sua principale preoccupazione è far fuochi d’artificio teorici, seminando congetture e accostamenti insoliti, rigirando continuamente in padella quel «frittatone planetario» che è il nostro mondo, in cui «un senegalese che vive a Firenze vende un souvenir “etrusco” fatto in Cina a una turista americana».

Il gioco è serio e salutare, ma più che a un saggio fa pensare a un lungo numero di stand-up comedy antropologica (Canestrini è anche animatore di conferenze- spettacolo), dove nel giro di un paragrafo si passa da Cesare Lombroso a Django di Quentin Tarantino, dai talismani magici agli alberi deodoranti nell’abitacolo delle automobili, dalla «Venere ottentotta» — la schiava portata a esibire il voluminoso posteriore come attrazione da fiera nell’Europa del primo Ottocento — al booty shake di Rihanna che si dimena sul palco; dal dischetto applicato dietro al labbro inferiore da certi popoli in Africa e in Brasile al moderno piercing (ma «neppure i punk nostrani — per quanto sulla buona via — osano girare con il piattello labiale. Anche perché mangiare un panino col disco diventa un po’ complicato»).

È simpatico Canestrini, forse perfino troppo simpatico, tanto che rischia di risvegliare nell’inconscio del lettore un babau atavico a cui gli antropologi «pop» dovranno prima o poi dedicarsi: la funesta figura dell’animatore di feste per bambini, che nello sforzo di strappare risate lasciava, al suo passaggio, una scia di piccoli traumatizzati. Ma lui preferisce riconoscersi in un altro modello: Hoshi Sato, la linguista che parlava correntemente quaranta lingue e che a bordo dell’Enterprise era addetta al traduttore universale automatico, correggendo gli eventuali errori del macchinario nel decifrare i dialetti delle civiltà aliene. Stiamo parlando ovviamente di Star Trek.

La traduzione ha infatti i suoi inconvenienti. Se il canguro si chiama canguro, ricorda Canestrini, è perché all’inglese che lo interrogò sul buffo animale saltellante l’aborigeno rispose «kangarù», che vuol dire «non capisco». E un altro aneddoto in odore di leggenda vuole che lo Yucatán si chiami così perché agli spagnoli che volevano conoscere il nome del luogo gli abitanti della penisola risposero «tectetán», di nuovo «non capisco », o forse «uyután»: «Ma questo tizio come parla?».

Anche uno stesso gesto, una stessa usanza, può voler dire cose diverse sotto diversi cieli. Prendiamo il caso degli ombelichi esibiti e ingioiellati, che spesso si abbinano alla vita bassa e che possono generare equivoci antropologici: «Un conto, infatti, è il brillante incastonato nell’ombelico della ragazza indiana, piccola promessa sposa, che indossa la gonna tradizionale lunga fino alle caviglie. Altro è la gemma ombelicale portata con la minigonna. L’interpretazione che ne darebbe uno studioso di riti di fertilità è che la pancia scoperta delle ragazze comunica il loro status: la esibisce chi non ha mai avuto figli e che si segnala, più o meno consapevolmente, come disponibile a mettere su famiglia. A sdoganare l’ombelico a vista nel mondo dello spettacolo è stata la material girl Madonna, nei suoi tour degli anni Ottanta ».

Di qui la girandola «antropop» riprende a vorticare per pagine e pagine, tra gli antichi adamiti, gli streaker (quelli che sfrecciano nudi negli stadi) e le Femen. Alla fine il lettore è ubriaco. Ma se un antropologo marziano atterrasse un sabato pomeriggio nel corso affollato di una grande città e chiedesse a uno dei nostri anziani aborigeni perché mai i giovani del clan ci tengono tanto a esibire i mutandoni, che cosa si sentirebbe rispondere? Quasi sicuramente «non capisco ». Diventeremmo la tribù dei «noncapisco», e tutto sommato ci starebbe bene.

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Tecnologia Predittiva: la Sanità Diventa Orwelliana

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di N. West

Senza dare nell’occhio, la tecnologia predittiva sta prendendo piede. Le operazioni di elaborazione e schedatura dei dati personali effettuate dal governo, insieme alla nuova grande industria del brokeraggio dei dati, non solo minacciano le più basilari norme a tutela della privacy, ma stanno fornendo al potere alcuni strumenti di gestione della vita dei cittadini, un tempo inimmaginabili.

Fino ad oggi è stato un tema dai connotati molto tecnicistici e noiosi, tuttavia la notizia virale secondo cui Facebook starebbe usando alcuni algoritmi di proprietà per andare oltre la sorveglianza e manipolare le emozioni dei propri utenti in una sorta di grande esperimento psicologico, ha introdotto il tema nella cultura main-stream. Di certo un simile esperimento condotto senza il consenso dei soggetti coinvolti costituisce una enorme violazione della privacy e dell’etica. Tuttavia quando si tratta di ‘polizia’ e ‘sanità’ ogni diritto individuale passa in secondo piano, e il mondo odierno galoppa verso una società orwelliana in cui i ‘crimini’ saranno prevenibili attraverso la tecnologia predittiva.
L’instaurazione di un apparato di polizia e sanità predittiva è supportata da massicce campagne di marketing finalizzate a convincere l’opinione pubblica che simili strumenti contribuiranno a rendere la vita delle persone più sicura. La nozione di predizione del crimine in stile Minority Report sta diventando una realtà in Illinois e in California. Nel frattempo la sanità si prepara a gestire la diffusione sul mercato consumer di una serie di gadget indossabili dotati di milioni di sensori per il monitoraggio in tempo reale di ogni parametro biologico dell’utilizzatore (v. correlati). Attratta dalla promessa di una maggiore aspettativa di vita la gente sta abbracciando questa tecnologia con grande entusiasmo.
Tuttavia, se credete che il tutto si risolverà in una semplice raccolta di dati biometrici ad esclusivo uso e consumo dell’utente, siete fuori strada. Basta dare un’occhiata ad un articolo uscito su Bloomberg, dal titolo: Il Tuo Medico Sa Che Fai una Vita Insalubre: Lo Hanno Informato i Broker di Dati. Il pezzo spiega come siano sufficienti i dati sui vostri acquisti per tracciare un profilo dettagliato del grado di salubrità del vostro stile di vita.

“Presto potrebbe accadere che riceviate una chiamata dal vostro medico (o dal vostro assicuratore – n.d.t.) nel caso in cui smetteste di frequentare la palestra, o assumeste l’abitudine di comprare barrette di cioccolato al market o iniziaste a fare shopping nei negozi di alimenti specializzati in confezioni giganti. 

“Tutto ciò perché alcuni ospedali hanno iniziato a elaborare i dati dei consumatori per tracciare dettagliati profili sui pazienti già in cura e per identificare le persone con maggiori probabilità di ammalarsi in futuro, così che la struttura sia in grado di intervenire prima che ciò accada. Le informazioni raccolte dai broker sui registri pubblici e sulle transazioni elettroniche riveleranno quali negozi frequenti un soggetto, quali alimenti acquisti abitualmente, e se sia un fumatore. La più grande catena di ospedali della Carolina ha già elaborato i dati di 2 milioni di persone mediante alcuni algoritmi progettati per identificare soggetti a rischio, e in Pennsylvania sono usati i dati demografici.”

Ora provate a immaginare cosa accadrà quando avranno a disposizione i vostri dati biologici in tempo reale. Come illustrato da un articolo di Jon Rappoport, questo tipo di dati esercita una enorme attrattiva sulle forze corrotte che mirano al controllo totale. Nell’inquietante verbosità della legge Affordable Care Act (aka Obamacare) si cela la volontà di imporre istituzionalmente l’uso dei gadget indossabili. Rappoport cita due stralci di un articolo pubblicato su Managed Care, dal titolo Il Trattamento dei Dati nel Settore Sanitario Consentirà la Tracciatura di Modelli di Predizione Avanzata.

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Si scrive Renzi, ma si legge Blair (cioè Jp Morgan)

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Una cena per decidere, una per confermare le decisioni. Primo giugno 2012, primo aprile 2014. Due protagonisti sempre presenti: il presidente del consiglio Matteo Renzi e l’ex premier britannico Tony Blair. Un terzo (presente con suoi rappresentanti) è l’organizzatore, il vero beneficiario dei frutti degli incontri: la banca d’affari Jp Morgan. «Renzi – scrive il quotidiano britannico “Daily Mirror” – è il Blair italiano non solo nelle intenzioni politiche, ma anche nelle alleanze economiche. Un esempio? La Jp Morgan». Riforma delle Province, del Senato, del lavoro, della pubblica amministrazione, della giustizia, del Consiglio dei ministri, riforma elettorale. Protesta Franco Fracassi: «Sta per essere stravolta la Costituzione italiana, quella votata dopo la vittoria sul fascismo e la fine della seconda guerra mondiale, quella pensata per impedire una futura svolta autoritaria nel paese. Così ha deciso il presidente del consiglio Matteo Renzi. Così ha suggerito la Jp Morgan», che ha arruolato proprio Blair tra i suoi consiglieri strategici.

La prima cena, a Palazzo Corsini a Firenze, la banca d’affari statunitense l’ha organizzata il 1° giugno 2012, ricorda Fracassi su “Popoff”: Renzi allora era solo sindaco, ma Jamie Dimon – il patron della Jp Morgan – aveva intuito che sarebbe presto arrivato a Palazzo Chigi. Secondo appuntamento, sempre con Blair, il 1° aprile 2014 a Londra. L’indomani, in un’intervista a “Repubblica”, Tony Blair ufficializza il suo endorsement per il neo-premier: «I momenti di grande crisi sono anche momenti di grande opportunità», ovvero perfetti per «realizzare un programma ambizioso come quello delineato dal nuovo premier italiano». L’amico Matteo? «Comprende perfettamente la sfida che ha di fronte: se facesse solo dei piccoli passi rischierebbe di perdere la spinta positiva con cui è partito». Per questo, «c’è una coerenza tra il suo programma di riforme costituzionali e le riforme strutturali per rilanciare l’economia». La crisi? «Può dargli l’opportunità per compiere quei cambiamenti che sono necessari al paese, ma che finora non sono mai stati fatti per le resistenze di lobby e interessi speciali».

Secondo Blair, Renzi deve ridurre il deficit, fare «le riforme necessarie per cambiare politica economica» e rilanciare la crescita, «non solo per generare occupazione ma anche per portare più denaro nelle finanze pubbliche». Per fare tutto questo, dice Blair, non serve la contrapposizione destra-sinistra, «bensì quella tra giusto e sbagliato, fra ciò che funziona e ciò che non funziona». E avverte: «Se la riduzione del deficit è troppo veloce, la crescita non riparte. Ma se non si fanno le necessarie riforme, il deficit non si riduce. E mi sembra che questo Renzi lo abbia capito benissimo». In un’altra intervista, rilasciata al “Times”, sempre Blair, annuncia: «Il mutamento cruciale, delle istituzioni politiche, neanche è cominciato. Il test chiave sarà l’Italia: il governo ha l’opportunità concreta di iniziare riforme significative». Parola di Tony Blair, pagato milioni di dollari l’anno per fare da consulente a una delle più importanti banche d’affari del mondo, seconda solo alla Goldman Sachs.

Proprio la Jp Morgan, continua Fracassi, è stata formalmente denunciata dalla Casa Bianca come «responsabile della crisi dei subprime» che ha poi scatenato la crisi economica mondiale. «Le banche d’affari – chiarisce l’economista statunitense Joseph Stiglitz – si servono di consulenti come la massoneria si serve dei propri membri». Funziona così: «I consulenti oliano gli ingranaggi della politica, avvicinano i politici che contano alle banche giuste e promuovono presso di loro politiche compiacenti a quelle indicate dalle banche». Sono loro, le super-banche, a dettare la linea ai politici “compiacenti”. E la linea della Jp Morgan, datata 28 maggio 2013, è tristemente nota: nel documento di sedici pagine dal titolo “Aggiustamenti nell’area euro”, la superpotenza finanziaria di Dimon sostiene che dietro la crisi europea ci sono «limiti di natura politica», perché «i sistemi politici dei paesi del Sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea».

Per la Jp Morgan, il problema – in Italia – è rappresentato dalla Costituzione antifascista, che mostra «una forte influenza delle idee socialiste», riflettendo «la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo». Il governo è «debole» nei confronti del Parlamento e delle Regioni, e sconta come un handicap le «tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori». L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro? Questo non piace, alla Jp Morgan, che denuncia come un problema anche «il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi». Il gioco è chiaro: la nostra Costituzione, spiega un economista come Emiliano Brancaccio, è temuta dal grande capitale, perché contiene «norme che vincolano la tutela della proprietà privata, che può essere espropriata per fini di pubblica utilità». Con una Costituzione come la nostra, dunque, «il soggetto straniero che viene ad acquisire capitale nazionale spesso a prezzi stracciati non è totalmente tutelato perché potrebbe essere espropriato». Sicché, «dietro la parolina magica “modernizzazione”, spesso pronunciata da Jp Morgan, c’è dunque la tutela degli interessi di chi vuole venire a fare shopping a buon mercato in Italia e in altri paesi periferici dell’Unione Europea». Niente paura: ora se ne occuperà Renzi, l’amico di Tony Blair, cavallo di Troia della Jp Morgan.

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