Prism?
17 giugno 2013 Lascia un commento
di Uriel Fanelli
- Switch di classe 1.
- Switch di classe 2.
- Switch di classe 3.
- Switch di classe 4.
- Switch di classe 5.
L'efficacia straordinaria del potere che contraddistingue l'epoca in cui viviamo consiste nell'attuare cambiamenti devastanti,acclamati proprio da chi ne subisce gli effetti.(FYM)
17 giugno 2013 Lascia un commento
di Uriel Fanelli
17 giugno 2013 Lascia un commento
Il Comitato Scientifico EQUIVITA, che da 30 anni segue la storia degli OGM e dei brevetti sul vivente in Europa, ritiene necessario prender le distanze dalla cronaca di oggi e fare una valutazione più approfondita della notizia uscita di recente: “La Monsanto rinuncia agli Ogm in Europa”
1) Tre sole sono attualmente le varietà di Ogm autorizzate alla coltivazione in Europa (assai poco diffuse: due varietà di mais per animali e una di tabacco), ma la Commissione europea, terminata pochi anni fa la lunga moratoria impostale dai cittadini europei, ha optato nuovamente per una politica di apertura agli Ogm, concedendo in cambio agli Stati membri la facoltà di opporvisi singolarmente…
2) Dopo un periodo travagliato durato fino ad oggi, in cui l’Italia (come vari altri Stati membri) aveva delegato la decisione sulle autorizzazioni alle singole regioni, l’Italia ha di recente stabilito (con mozione votata all’unanimità in Senato) per la richiesta della clausola di Salvaguardia, sancita dalla direttiva del 2001/18 (art.26 bis), che vieta la coltivazione di OGM su tutto il territorio nazionale, sulla base di rischi documentati per la salute e l’ambiente. Se l’Italia, che in tal modo si allinea con un numero importante di altri Stati membri, saprà portare a termine questo impegno, la nostra produzione alimentare, tanto apprezzata in ogni parte del mondo, sarà stata salvata e le colture transgeniche non vedranno la luce e avremo conservato la nostra sovranità alimentare.
3) L’attuale decisione della Monsanto, che dichiara di non voler “espandere” le sue colture geneticamente modificate in gran parte dell’Europa è dunque un semplice prendere atto di una situazione di fatto: i suoi progetti sono falliti, le colossali cifre investite non solo nei brevetti, ma anche nell’incessante lavoro di lobby svolto fino ad ora (di cui l’azienda stessa nel suo comunicato fornisce testimonianza) non sono state un investimento di successo.
4) La Monsanto tuttavia non fa cenno alle 65 varietà di OGM di cui è consentita in Europa l’importazione (di queste ben 30 resistenti al glufosinate, erbicida che la Commissione europea ha messo nella Lista rossa, tra i pesticidi più pericolosi e 23 resistenti al glifosate, erbicida che anch’esso è tossico per l’uomo, come ha dimostrato Seralini con i suoi studi sulle cellule umane). Questi prodotti creeranno sempre, pur se coltivati in altri continenti, gravi danni alla biodiversità, all’ambiente, alle economie locali, alla sovranità alimentare, e alla salute umana, soprattutto con la diffusione dell’inquinamento chimico (ricordiamo che le coltivazioni Ogm aumentano di 4 volte il consumo dei pesticidi, anche secondo lo studio IAASTD, commissionato dall’ONU a 400 scienziati indipendenti).
5) Ma la cosa più grave (e sempre taciuta) è quanto avviene oggi all’Ufficio Europeo dei Brevetti di Monaco di Baviera.
Se prima rifiutavamo di accettare i brevetti sugli OGM, in quanto, con il pretesto di una modifica genetica introdotta, privatizzano la materia vivente, oggi restiamo sbigottiti davanti ad un’azione di gran lunga più illegale.
Oggi i brevetti rilasciati dall’EPO alla Monsanto non sono più, in grande parte, su organismi geneticamente modificati (come previsto dalla direttiva 98/44), ma su piante o animali riprodotti con metodi convenzionali (senza modifica genetica). Oggi la sfida della Monsanto va ben oltre. Ne deduciamo che se essa ci assicura di voler rinunciare a qualche Ogm, vuol dire che entro poco sostituirà il mercato degli Ogm con quello dei prodotti convenzionali … coperti da nuovissimi brevetti.
Se noi non ci affrettiamo a fermarli con nuove e più assennate leggi, i nuovi “padroni del mondo” privatizzeranno e controlleranno ogni nostra fonte di vita.
EQUIVITA, Comitato Scientifico Antivivisezionista,
Via P.A. Micheli 62, 00197, Roma - equivita@equivita.it
11 giugno 2013 Lascia un commento
di Enrico Galoppini
“Boom di astensioni”, “affluenza in calo”, “vota la metà degli aventi diritto”.
Sono questi alcuni dei commenti che hanno accompagnato i titoli d’apertura dedicati alle recenti elezioni amministrative che hanno avuto luogo in alcune importanti città, tra cui Roma.
Eppure una domanda sorge spontanea: come fanno a presentare come “democratica” una votazione ignorata dalla metà degli elettori?
Non tanto agli occhi del sottoscritto, che ha chiaro che cos’è la “democrazia”, bensì a chi crede che “democrazia” faccia il pari con “partecipazione”, “pluralismo”, “consenso”.
La cosa che infastidisce di più, non è tanto il fatto che procedano imperterriti per la loro strada come nulla fosse, incuranti del malcontento e della disaffezione montanti (peraltro indotte e canalizzate), ma che se ne infischino smaccatamente della patente contraddizione tra le loro parole d’ordine, le loro dichiarazioni di principio e la prassi quale viene instaurata attraverso tutta una serie di artifici e stati d’animo diffusi: dalla “legge elettorale” (dai nomi sempre più ridicoli, come il “porcellum”) alle regole per la presentazione delle liste, passando per l’odio diffuso verso “la casta”, e finendo con l’oscuramento mediatico di alcuni candidati scomodi e quelle “norme” che vietano la proposizione, in campagna elettorale, di temi particolarmente sentiti dalla famosa “gente”, che poi è quella che rimpolpa i ranghi del cosiddetto “corpo elettorale”.
Ma di che cosa c’è da preoccuparsi se nel “faro della democrazia”, gli Stati Uniti d’America, a votare va sì e no (più no che sì) la metà della popolazione, col perenne ‘vincitore’ che è praticamente il “partito degli astenuti”?
Ciò non turba affatto i benpensanti, le vestali del sacro fuoco democratico e i loro lacchè messi a fabbricare “l’opinione pubblica”. Quella è la “vera democrazia”, quindi bisogna senz’altro adeguarsi, ci piaccia o no.
Eppure, se si guarda appena sotto la scorza dei lustrini, delle paillettes e dei palloncini colorati che addobbano i comizi, pardon le “convention” di questo o quel candidato a stelle e strisce, ci si accorge che nel paese che dà “lezioni di democrazia” a destra e a manca col mitra spianato non vi sono né “partecipazione” (se non quella di “comitati elettorali” messi su alla bisogna), né “pluralismo” (ci sono sempre i soliti due carrozzoni del “bipolarismo”), né “consenso”.
A questo punto uno potrebbe sorvolare sui primi due punti, considerando che ovunque ed in ogni epoca la massa s’è sempre mantenuta ai margini dell’organizzazione della vita politica (il che non è del tutto vero: si pensi ai cosiddetti “totalitarismi” e alla loro “mobilitazione” permanente), se non addirittura nel completo disinteresse (cosa, come abbiamo scritto più volte, più sana dell’illusione di “capire” di politica); e che in fondo tutti i “regimi” (uso il termine nella sua accezione tecnica) non hanno mai permesso che determinate posizioni potessero prendere la forma d’una opposizione troppo pericolosa per la loro stessa stabilità.
Ma che dire al riguardo del “consenso”? La questione è piuttosto delicata perché rivelatrice della natura intrinsecamente elitaria, e perciò truffaldina (rispetto alle parole d’ordine), della “democrazia”. È risaputo infatti che i cosiddetti “regimi” (e qui uso il termine nella sua accezione negativa) hanno riscosso un consenso davvero di massa. E non solo perché veniva carpito con una propaganda capillare (alla quale quella delle “democrazie” non ha nulla da invidiare, essendo stata enormemente perfezionata), ma perché, in fin dei conti, il proverbiale “uomo della strada” vedeva realizzato e soddisfatto quello che per lui, attento più che altro alle esigenze e alle fatiche della vita quotidiana, era decisamente più importante rispetto alle fanfaronate sui “diritti” che mandano in visibilio i “democratici”.
La democrazia, dunque, se snobba la “partecipazione” ed il “pluralismo” inscenandone delle versioni per essa innocue, prescinde completamente dal “consenso” di massa. Da una parte, infatti, non può riscuoterlo, perché trattandosi del governo dei partiti per conto di potentati finanziari preoccupati di spillare il sangue dalle vene dei sudditi attraverso l’usura, il sistema che prende corpo con essa non suscita alcun entusiasmo. Entusiasmo che, anzi, viene visto con sospetto, come un atteggiamento da “esaltati”, la “democrazia” essendo in un certo senso il sistema in cui si trovano a loro agio i “moderati” (qui da intendersi non come l’opposto degli “estremisti”, ma quella gente scialba, sfuggente e senza personalità che pullula nelle “democrazie” e fa vanto della sua “mediocrità”, pretendendola da tutti quanti). Dall’altra parte, la stessa “democrazia” è però costretta a ricercare un certo consenso, ma lo fa tra quelle fasce della popolazione più abbienti, sistemate e comunque arrivate e soddisfatte dell’andazzo immorale, volgare e corrotto. Che sono le stesse che poi vanno a votare o “zuppa” o “pan bagnato”.
Tutti gli altri, tapini, non hanno più scelta, e dopo un po’ di messinscena arriva, tra una “riforma” e l’altra, il momento in cui di andare a votare non sentono affatto il bisogno, tanto viene percepito come inutile.
Col che si capisce anche perché quando la “democrazia” prende sempre più piede si arriva all’abolizione del “finanziamento pubblico dei partiti”. Prima si fa venire la bava alla bocca alla gente, facendogli credere che “è tutta colpa dei politici”. Invece, sembrerà strano a dirsi, se c’era un barlume di garanzia di veder rappresentato, pur all’interno della più generale truffa, anche qualche interesse non in perfetta sintonia con quelli dei suddetti potentati finanziari, ciò era proprio dato dall’esistenza del “finanziamento pubblico dei partiti”, che tra l’altro, facendo due rapidi conti, non grava chissà quale cifra sulle casse dello Stato.
Così, una volta sparita anche la possibilità per un piccolo movimento di poter condurre qualche utile battaglia politica, con la speranza di vederlo magari assurgere a posizioni di comando (più teorica che pratica in una nazione occupata da oltre cento basi ed installazioni militari straniere), resta solo la valanga di denari versati nella casse dei due carrozzoni-fotocopia da tutti quelli che hanno una qualche convenienza nel farsi elargire qualche “favore”.
Il “lobbismo”, dunque, da spregevole mercimonio nel quale i politici fanno gara nel vendersi al miglior offerente, diventa, per gli aedi del ‘verbo democratico’, una questione di “trasparenza” e di “modernità”, da esibire quale patente di compiuta e matura “democrazia”, come insegna la madrepatria ideale di tutti costoro, l’America.
Disaffezione per le elezioni e la politica in genere ed abolizione del contributo dello Stato per i partiti convergono alla fine verso un unico obiettivo, che è la realizzazione di una “vera democrazia”.
Peccato che essa non abbia molto a che vedere con quel che la gran parte della gente immagina al riguardo.
11 giugno 2013 Lascia un commento
di Alain de Benoist
La fine del mondo c’è stata, eccome! Non è avvenuta in un giorni preciso, ma si è spalmata su più decenni. Il mondo che è scomparso era un mondo in cui la maggior parte dei bambini sapevano leggere e scrivere. In cui si ammiravano gli eroi invece delle vittime. In cui gli apparati politici non si erano ancora trasformati in macchine per stritolare le anime. In cui si avevano a disposizione più modelli che diritti. Era un mondo nel quale si poteva capire che cosa intendeva dire Pascal quando sosteneva che il divertimento ci distrae dall’essere veramente uomini. Era un mondo nel quale le frontiere garantivano a coloro che vivevano al loro un interno un modo di essere e di vivere che era di loro specifica pertinenza. Era un mondo che aveva anche i suoi difetti e che talvolta è stato addirittura orribile, ma dove la vita quotidiana del maggior numero di persone era quantomeno garantita da dispositivi di senso capaci di dispensare punti di riferimento. Attraverso i ricordi, quel mondo rimane familiare a molti. Taluni lo rimpiangono. Ma non tornerà.
Il nuovo mondo è liquido. Al suo interno, lo spazio e il tempo sono aboliti. Liberata dalle sue tradizionali mediazioni, la società è diventata sempre più fluida e sempre più segmentata, il che ne facilita la mercantilizzazione. Vi si vive secondo il modo dello zapping. Con la scomparsa di fatto dei grandi progetti collettivi, in altre epoche portatori di visioni del mondo differenti, la religione dell’io — un io fondato sul desiderio narcisistico di libertà incondizionata, un io produttore di sé a partire dal niente — è sfociata in una “detradizionalizzazione” generalizzata, che va di pari passo con la liquidazione dei punti di riferimento e dei punti fissi, rendendo l’individuo più malleabile e più condizionabile, più precario e più nomade. Da un mezzo secolo, l’«osmosi finanziaria della destra finanziaria e della sinistra multiculturale», come ha scritto Mathieu Bock-Coté, si è sforzata, con il pretesto della “modernizzazione” emancipatrice, di far confluire liberalismo economico e liberalismo societario, sistema di mercato e cultura marginale, grazie soprattutto alla strumentalizzazione mercantile dell’ideologia del desiderio, capitalizzando così sulla decomposizione delle forme sociali tradizionali. L’obiettivo generale è eliminare le comunità di senso che non funzionano secondo la logica del mercato. Parallelamente, sono all’opera vere e proprie trasformazioni antropologiche. Toccano il rapporto con se stessi, il rapporto con l’altro, il rapporto con il corpo, il rapporto con la tecniche. E domani giungeranno sino alla fusione programmatica fra l’elettronico e il vivente. Quando il desiderio di profitto si impone
come unica motivazione a detrimento di tutte le altre, il suo effetto performativo è di generalizzare lo spirito mercantile, che decompone la popolazione in semplici clientele. In questo contesto, il “politicamente corretto” non è una semplice moda un po’ ridicola, ma un mezzo forte per trasformare il pensiero, per restringere ulteriormente uno spazio comune generatore di obbligazioni reciproche, per rendere impossibile la riabilitazione di un universo di senso oggi scomparso.
Stiamo infine assistendo all’istituirsi della governane, una sorta di cesarismo finanziario che consiste nel governare i popoli tenendoli in disparte. Lo Stato terapeutico e gestionale, dispensatore di ingegneria sociale e Grande Sorvegliante, si impegna, dal canto suo, a sopprimere la barriera esistente tra l’ordine e il caos. Esso basa il proprio potere sulla costituzione assolutamente volontaria di una situazione subcaotica, sullo sfondo di una fuga in avanti e di una illimitatezza generalizzate, creando in tal modo una situazione di guerra civile fredda. Lo stesso concetto di classe sociale viene congedato da una sociologia vittimistica che al suo posto colloca la denuncia dell’”esclusione” e la “lotta contro le discriminazioni”, e da una “scienza” economica che guarda al concetto di popolo come ad una categoria residuale, nel momento stesso in cui la lotta di classe è più che mai in auge.
Sotto l’effetto delle politiche di “austerità”, l’Europa sta scivolando nella recessione, quando non nella depressione. La disoccupazione di massa continua ad estendersi, lo smantellamento dei servizi pubblici comporta la riduzione dei beni sociali e il potere d’acquisto crolla. Un quarto della popolazione europea (120 milioni di persone) è sotto la minaccia della povertà. In passato, si sono fatte rivoluzioni per meno di questo. Oggi, non accade niente di simile. Delocalizzazioni, licenziamenti e piani sociali provocano, certo, proteste — ma non assistiamo a nessuno sciopero di solidarietà, e meno che mai a scioperi generali: la lotta per il mantenimento del posto di lavoro non ha prospettive al di là di se stessa. Perché la crisi viene subita così passivamente? Perché i popoli sono sfiniti, sbalorditi, sgomenti? Perché hanno interiorizzato l’idea che non esistano alternative? I popoli vivono sotto l’orizzonte della fatalità. Attendono che questo accada. Ma non accadrà, perché il capitalismo si scontra oggettivamente con limiti storici assoluti.
Viviamo una crisi di un’ampiezza assolutamente inedita, che tocca il sistema capitalista ad un livello di accumulazione e di produttività ancora mai raggiunto. Le crisi del XIX secolo avevano potuto essere superate perché la Forma-Capitale non si era ancora impadronita di tutta la riproduzione sociale. Quella del 1929 lo è stata grazie al fordismo, alla regolazione keynesiana e alla guerra. La crisi attuale, che interviene sullo sfondo della terza rivoluzione industriale, è una crisi strutturale, contrassegnata
dalla completa emancipazione della finanza di mercato rispetto all’economia reale e dall’indebitamento generalizzato. Uno dei suoi effetti diretti è consistito nell’affidare il potere politico ai rappresentanti di Goldman Sachs e di Lehman Brothers. Ma nessuno di loro risolverà il problema, perché non esiste un meccanismo che consenta di aver ragione della crisi. Le bolle finanziarie, il credito di Stato e la macchina che stampa banconote, vale a dire la creazione di capitale-denaro fittizio, non possono più risolvere il problema della desostanzializzazione generalizzata del Capitale. Sia che ci si diriga verso un’inflazione incontrollabile in assenza di qualsiasi reale valorizzazione — trattando l’attuale crisi di solvibilità come una crisi di liquidità — sia che si vada verso un generalizzato default nei pagamenti, tutto ciò non può che finire con un terremoto.
In un’epoca come la nostra, ci sono solo quattro tipi di uomini. Ci sono coloro che, del tutto consapevolmente, vogliono che ci si infili sempre più lontano nel caos e nella notte. Ci sono quelli che, volontariamente o no, sono sempre pronti a subire. Ci sono i diplodochi reazionari, che vivono la situazione attuale sul registro della deplorazione. Fra geremiadi e commemorazioni, credono di poter far tornare il vecchio ordine, ragion per cui non fanno altro che registrare sconfitte. Infine, ci sono coloro che vogliono un nuovo inizio. Quelli che vivono nella notte ma non sono della notte, poiché vogliono ritrovare la luce. Quelli che sanno che al di sopra del reale c’è il possibile. A loro piace citare George Orwell: «In un’epoca di universale disonestà, dire la verità è un atto rivoluzionario».
[Diorama letterario, n 314, primavera 2013]
4 giugno 2013 Lascia un commento
di Gianni Petrosillo
La sobrietà è la recita dello sperpero di fronte alla miseria. Nascondersi dietro alla morigeratezza è il gioco prediletto dei parassiti che si fingono contriti per paura di vedersi ridurre la rendita.
Negli anni ’70 il mantra era l’austerità di cui si appropriarono i comunisti di Berlinguer, coloro che attuarono una svolta geopolitica di campo senza procedere ad alcuna seria autocritica e si schierarono sotto l’ombrello della Nato, pur continuando a professare un’ideologia di tipo socialistico per meglio camuffarsi tra le “masse oppresse”. Fu in quel periodo che la politica cedette il passo al moralismo per riempire il vuoto di un fallimento storico e di una impressionante incapacità di rinnovarsi senza vendersi, cosicché il rigore e la severità di chi aveva la villa in Sardegna doveva diventare la prerogativa di uno Stato destinato a rivestirsi di stracci in cambio di protezione atlantica, preannunciando ben più gravi cedimenti di sovranità.
Nacque in questo contesto la famigerata superiorità morale dei comunisti la quale era in verità un’infame abdicazione ideale ed una rinuncia irriflessiva ai fattori costituenti, e teorici e pragmatici, della loro tradizione più alta. Finché il mondo restò diviso in blocchi contrapposti il tradimento fu strisciante e pencolante per evitare lo sconvolgimento identitario di milioni di militanti. Quando anche l’ultimo muro divisorio venne preso a picconate, gli spiriti beceri del voltafaccia poterono finalmente librarsi nell’aria abbandonando i grigi corpi burocratici e le rosse insegne del glorioso passato per inchinarsi al nuovo corso trionfante. Sembravano madonne immacolate appena venute al mondo che mai avevano frequentato le botteghe oscure e i vicoli ciechi del materialismo dialettico (nemmeno mai capito).
E’ proprio del 1978 il viaggio washingtoniano del nostro annunciatore di sobrie parate del 2 giugno. Quella visita fece infuriare buona parte dei democristiani che temevano il peggio poiché in quell’accreditamento prematuro, mascherato da gita di piacere presso il Dipartimento di Stato americano, ci videro il segno di sotterfugi che presto avrebbero destabilizzato il Paese e le sue istituzioni. I balenotteri non potevano ancora immaginare quel che doveva succedere un decennio dopo, quando i moralizzatori mutati in necrofagi di quello che erano stati e in coprofagi di quello che sarebbe venuto, organizzati in gioiosa macchina da guerra, con la collaborazione di una magistratura improvvisamente divenuta coraggiosa e irreprensibile, avrebbero dato lo scacco al regime ed ai suoi fautori.
Quel che accadde in seguito è nel nostro presente come storiaccia. Una nazione ridotta alla sobrietà dalla incapacità pantagruelica dei gruppi di potere “digerenti” la dignità pubblica e privata, dalle corporazioni sempre più solide e chiuse sui loro privilegi, dai club esclusivi battezzati all’estero che si nutrono dello Stato fino alle ossa. La casta non è casta per niente eppure non è a causa delle spese pazze di partito, degli stipendi elevati ed immeritati del parlamento centrale e dei parlamentini regionali, delle auto blu e dei rimborsi sparsi, nonché delle altre furbizie da rubagalline che la nazione è andata in fallimento.
Queste odiose prebende incidono incidentalmente sui bilanci nazionali. Ciò che pesa come un macigno è la mancanza di visione delle élite dominanti che per sopravvivere alla buriana si sbarazzano dell’Italia, togliendola da sotto i piedi ai connazionali. Lo scrive anche Piero Ostellino sul Corriere: “La Casta è, così, la più grande mistificazione che si potesse inventare per distogliere il cittadino dai problemi del Paese e dai suoi stessi interessi reali e mantenere immutato un sistema del quale troppi, compresi certi potentati privati collusi con lo Stato, godono perché possa essere facilmente riformato. La Casta è il falso obiettivo di una guerra che andrebbe combattuta contro altre cause della nostra endemica crisi”.
Ed è proprio di questo che si tratta. In nome dell’apertura al mercato globalizzato sono stati smantellati interi settori industriali all’avanguardia (dalla chimica alla elettronica), offerti in saldo a capitani di ventura senza denari che si sono riempiti le tasche restituendo ai contribuenti le carcasse dei loro miserabili saccheggi. Qualsiasi controriforma degli assetti costituzionali è servita a deprimere l’autonomia della nazione in maniera da escluderci dal consesso dei membri influenti dell’arena mondiale. Sono proliferate consorterie politiche e tecnocrazie economiche la cui sudditanza ai circoli stranieri è stato il motivo principale della nostra irrimediabile crisi.
In Italia non si decide più niente perché ci impongono tutto l’Ue e la Nato. Non attuiamo politiche espansive della domanda, non gestiamo la moneta, non possiamo affacciarci commercialmente laddove ci sono gli affari migliori e se ci proviamo subiamo interferenze scorrette e pressioni ricattatorie da parte di presunti alleati e partner, non riusciamo a salvaguardare le nostre imprese strategiche dalle manovre subdole dei concorrenti e degli altri apparati dello stato in combutta coi primi, non siamo liberi di stringere relazioni diplomatiche vantaggiose. Tale immobilismo sta logorando la nazione e sta affossando la sua prosperità. Tutto ciò ci impedisce di crescere e di avanzare verso un destino meno angusto di quello attuale. Ecco perché sprofondiamo di giorno in giorno.
Alla casta va imputato il prezzo di questo immenso sfacelo e non il conto sovrabbondante del ristorante. Gli italiani non vogliono mance e “resti in vita spicciola” perchè sanno che la sobrietà è l’ultimo rifugio delle canaglie.
4 giugno 2013 1 commento
di Renato Maffei
Nella teologia di qualsiasi tradizione compiuta, – ma soprattutto in quella delle due religioni abramitiche non esclusiviste, ovvero cristianesimo ed Islam caratterizzate dal fatto che è permesso, concesso, a qualsiasi persona di accedere ad se, entrare in esse attraverso la conversione – la speculazione attorno al concetto di satanismo, di cosa sia l’Avversario occupa un posto preponderante. Sebbene l’Avversario, Satana, l’impostore per eccellenza venga delineato con sfumature diverse da queste due grandi tradizioni, possiamo comunque affermare che esso viene forse figurato meglio se lo intendiamo quale scimmia di Dio, quale entità che cerca di parodiare, di imitare, in modo burlesco, ma al tempo stesso tragico l’opera di Dio e gli enti, gli accidenti propri di quest’ultimo. Ulteriore caratteristica di Satana risulta che egli non può creare assolutamente, altrimenti cadremmo in una sorta di teologia dualista, ovvero che attribuisce l’esistenza, il creato a due principi, uno positivo ed uno negativo i quali concorrono anche scontrandosi, combattendosi alla creazione del mondo. In questo caso naturalmente Satana sarebbe il creatore di tutte le negatività proprie di questo mondo, che vi sono in esso, mentre Dio l’Altissimo sarebbe Colui il quale compie, crea, solamente il “buono”, le cose positive che appartengono al nostro mondo, al nostro livello di esistenza.
Ipotesi improbabile quella della spiegazione dualistica del male in quanto non possono esistere e dunque coesistere due principi in quanto tautologiacamente il principio principia e non è principiato. Come è possibile dunque concepire l’esistenza di più principi creatori? Se il principio nella sua essenza è libertà assoluta come possono esistere e coesistere due libertà assolute, l’una dunque che andrebbe a limitare l’altra? Non possono appunto esistere e coesistere due libertà assolute. Inoltre il Principio, il Creatore, è infinito, non può essere delimitato e limitato, e l’esistenza di più infiniti è una contraddizione in termini. Se il principio creatore fosse finito ciò vorrebbe dire che vi è qualcosa, superiore o meno a esso che lo limita. Come è possibile concepire un essere infinito, assoluto, creatore che venga limitato?
Avendo appurato che Satana non può dunque creare nulla essendo solamente uno il Principio creatore che noi comunemente chiamiamo Dio, dobbiamo cercare di capire in che modo l’Avversario, Satana può agire in questo mondo…
Secondo la teologia cristiana Satana è un angelo decaduto, il quale fondamentalmente avrebbe una sorta di, chiamiamola libertà d’azione in questo mondo: questa libertà, non essendo assoluta, non potendo egli creare, è utilizzata onde distruggere, parodiare, “sporcare” il creato e le opere di Dio, del Principio creatore. Lo stesso modus operandi vi è anche nella concezione islamica dell’Avversario: egli, però in questo caso non è un angelo ribelle , decaduto ma un jinn, ovverosia un essere appartenente al modo intermedio, al mondo psischico; risulta essere dunque una sorta di corrente psichica, la quale non potendo agire a livello spirituale, agisce solamente a questo livello d’esistenza parodiando ciò che è proprio del Creatore. Leggi il resto dell’articolo
3 giugno 2013 Lascia un commento
di Davide Greco
Mentre il dibattito sulle unioni civili omosessuali sbarca di peso anche in Italia, si apre un nuovo fronte dai contorni sfumati. Si chiama “poliamore” ed è completamente opposto al rapporto monogamico: è la pratica di intrattenere più relazioni intime contemporaneamente.
Secondo un articolo del Newsweek Magazine Online del luglio 2009, le relazioni di questo tipo sarebbero 500mila negli Stati Uniti.
Il sito italiano, invece, è stato inaugurato il 18 aprile 2012.
Per il “Dazed Digital” è un qualcosa nell’aria. Non è ancora diffusa, ma si diffonderà nel giro di cinque anni, mentre le persone “mentalmente aperte” la accetteranno nell’arco di dieci.
Il poliamore (polyamory) si propone come la nuova allargata monogamia, nella quale si possono amare più persone alla volta. Tutte consenzienti, felici e (ovvio) mentalmente aperte.
Quei poveracci che continueranno a credere che il rapporto di coppia sia da intendersi solo fra due persone, meglio se sposate, e solo fra maschio e femmina saranno destinati a fare pessime figure in tutti i contesti pubblici.
Secondo un canovaccio già sperimentato e molto molto funzionante, verranno definite mentalmente chiuse, razziste, anti-democratiche, ignoranti e contro la libertà. Appena proveranno a dire qualcosa su questo tipo di relazioni, subito verranno dipinti come mostri: “Perché vuoi impedire alle persone di amarsi?”. E parlare di questo sarà ancora più difficile. Leggi il resto dell’articolo
28 maggio 2013 Lascia un commento
Minimalista, depressa, costantemente sull’orlo del baratro. E’ questa l’Italia che vuole l’Europa? O è la conseguenza di errori politici? Ne discutiamo con Ida Magli, antropologa e saggista italiana. Nel suo lavoro ha applicato il metodo antropologico alla cultura occidentale, pubblicando i risultati delle ricerche in numerosi saggi dedicati al cristianesimo, alla condizione delle donne, agli strumenti della comunicazione di massa. Ida Magli, nel 1997, con il suo saggio “Contro l’Europa”, ha previsto ciò che oggi sta accadendo in Europa, in Italia.
Dal 1997 lei afferma che l’Europa, questa Europa, è dannosa per l’Italia. Come spiega l’europeismo italiano a tutti i costi?
“Sono i governanti, i politici, i sindacalisti, più qualcuno dei grandi industriali per ovvi motivi di allargamento del mercato, ad aver imposto l’europeismo italiano a tutti i costi. Lei fa bene a sottolineare che è ‘italiano’: in tutti gli altri paesi, sebbene i governanti spingano verso l’unificazione europea, non c’è l’assolutezza che c’è in Italia, naturalmente anche a causa dell’obbedienza dei mezzi d’informazione nel tenere il più possibile all’oscuro i cittadini sugli scopi dell’Europa e sui suoi aspetti negativi, un’obbedienza quasi incredibile. Faccio un solo esempio:tanto Mario Monti quanto Emma Bonino sono stati compartecipi del più grosso scandalo avvenuto in seno al governo europeo (La Commissione Santer: Commissione Europea in carica dal 1995 al 1999, quando è stata costretta alle dimissioni perché travolta da uno scandalo di corruzione – ndr) e costretti alle dimissioni con due anni di anticipo dalla scadenza del mandato per motivazioni ignobili quali nepotismo, contratti illeciti, enorme buco di bilancio, come recitala Gazzettaufficiale dell’UE. Ma nessun giornalista lo dice mai e nessuno l’ha mai sottolineato, neanche quando Mario Monti è stato capo del governo e oggi in cui Emma Bonino è ministro degli esteri nel governo Letta.”
Quali sono gli interessi in gioco?
“I motivi di esclusivo interesse per i governanti sono molti, ma mi fermo a illustrarne soltanto due. Il primo è di carattere politico: distruggere gli Stati nazionali e per mezzo dell’unificazione europea, distruggere i popoli d’Europa, ossia i ‘bianchi’, facilitando l’invasione degli africani e dei musulmani per giungere a un governo ‘americano mondiale’. Naturalmente per la grande maggioranza degli italiani, quella comunista, l’universalizzazione era già presente negli ideali marxisti ed è persistita, malgrado le traversie della storia, fino ad oggi in cui vede finalmente realizzati i propri scopi nel governo Letta. Si spiega soltanto così la lentezza e la tortuosità che sono state necessarie per giungere al governo Letta: era indispensabile creare le condizioni che giustificassero il vero governo ‘europeo’, abilitato a distruggere l’Italia consegnandola all’Europa. Il secondo motivo è esclusivamente d’interesse personale: si sono costruiti, spremendo e schiacciando il corpo dei sudditi, un grande ‘Impero’ finto, di carta, che non conta nulla e non deve contare nulla in base ai motivi che ho già esposto, ma che per i politici dei singoli Stati è ricchissimo. Ricchissimo di onori, di benemerenze, di poltrone, di soldi. Governare oltre cinquecento milioni di persone, con tanto di ambasciate aperte in tutte le parti del mondo, fa perdere la testa a questi politici che vengono dal nulla e che non sono nulla e che, quando manca una poltrona in patria, la trovano in Europa per se stessi, parenti, amici, amanti, con un giro immenso di possibilità e libero da ogni controllo. Non c’è praticamente nessuno dei politici oggi sulla scena che non sia stato parlamentare europeo: Napolitano, Bonino, Monti, Prodi, Letta, Rodotà, Bersani, Cofferati e tanti altri ancora, con un ricchissimo stipendio e benefici neppure immaginabili per i comuni lavoratori. Essere parlamentare europeo significa anche impiegare il poco tempo passato a Bruxelles a tessere i legami e scambiare i favori utili per la futura carriera in patria, godendo anche alla fine di questi ben cinque anni di dura fatica, di una cosa strabiliante: la pensione per tutta la vita.”
In un suo recente intervento ha affermato che non c’è nessuna luce al termine del tunnel della crisi. Il tunnel è dunque la realtà alla quale dobbiamo abituarci?
“Sì, il tunnel è la realtà. Non dobbiamo abituarci, però, anzi: dobbiamo guardarla in faccia come realtà. Niente di ciò che dicono i politici prospettando un futuro miglioramento nel campo economico è vero e realizzabile, perché non possiamo fabbricare la moneta, come fa ogni Stato sovrano (Come fanno in questi giorni il Giappone e l’America per esempio – ndr). Una moneta uguale fra paesi diversi è una tale aberrazione che non è possibile credere a un errore compiuto dai tanti esperti banchieri ed economisti che l’hanno creato, fra i nostri Ciampi e Prodi. E’ stato fatto volutamente per giungere a una distruzione.”
Per distruggere cosa?
“L’introduzione dell’euro ha sferrato il colpo di grazia all’economia degli Stati. Se viceversa si fosse trattato davvero di un errore, allora perché, invece di metterli alla gogna, continuiamo a farci governare da quegli stessi banchieri ed economisti che non sopportano la minima critica all’euro? Dunque la situazione economica continuerà ad essere gravissima e il solerte Distruttore si prepara a consegnarci all’Europa sostenendo che mai e poi mai potremo mancare agli impegni presi e che per far funzionare l’euro bisogna unificarsi sempre di più. Questa è la meta cui si vuole giungere. Visto che la moneta unica non funziona, perché sono diverse le produzioni dei singoli Stati, cambieranno forse queste produzioni unificando le banche e le strutture economiche? Bisogna farsi prendere per imbecilli non reagendo a simili affermazioni. L’unica possibilità che abbiamo per salvarci è che sorga qualcuno in grado di organizzare una forza contraria. Io non lo vedo, ma lo spero. Lo spero perché l’importante è aver capito, sapere quale sia la verità, guardare in faccia il nostro nemico sapendo che è ‘il nemico’.”
In Italia, come in altri paesi colpiti da questo nuovo assetto di mercato che tanti chiamano crisi economica, spesso il suicidio è visto come una soluzione. Come si spiega antropologicamente che è meglio morire invece di ribellarsi?
“La spiegazione si trova in quello che ho detto: i governanti ci vogliono uccidere, lavorano esclusivamente a questo scopo, obbligandoci a fornire loro le armi per eliminarci il più in fretta possibile. Questo è il ‘modello culturale’ in cui viviamo. In base alla corrispondenza e l’interazione fra modello culturale e personalità individuale, chi più chi meno, tutti gli italiani percepiscono il messaggio di condanna a morte che i governanti hanno stabilito per noi in ogni decisione che prendono, in ogni discorso che fanno, in ogni persona che scelgono, in ognuno dei decreti, delle leggi che emanano e delle tasse che impongono. E tuttavia non se ne può parlare: la condanna a morte è chiara ma implicita, sottintesa, segreta, nascosta perché ovviamente l’assassinio individuale così come il genocidio di un popolo, è un delitto e non si può accusarne il governo, il parlamento, i partiti: nessuno. E’ questo il motivo per il quale ci si uccide: l’impossibilità a parlarne, a dirlo chiaramente perfino a se stessi, a fare qualsiasi cosa per evitarlo e ad accusare il proprio ‘padre’. Neanche Shakespeare sarebbe stato in grado di descrivere la tragedia che stiamo vivendo, per la quale stiamo morendo. Qualcuno riesce forse a rendersi conto di che cosa significhi eliminare volontariamente i ‘bianchi’, la civiltà europea, invece che tentare di allontanare il più possibile questa fine, di imprimere nella storia lo sforzo per la salvezza? Qualcuno riesce a concepire un delitto più nefando di questo: che si siano assunti il compito di agevolare questa morte soprattutto gli italiani, i governanti italiani, quando viceversa avrebbero dovuto essere loro a impedirlo, a voler conservare il più possibile l’immensa Bellezza che gli italiani hanno donato al mondo?”
24 maggio 2013 Lascia un commento
Chi di questi tempi si limita a constatare da una posizione in apparenza ‘sicura’ la disperazione del proprio prossimo, convinto che l’agenda globalista proseguirà a mietere vittime solo tra le categorie meno funzionali al potere, ho idea che presto dovrà ricredersi. La tecnologia infatti si accinge a ridimensionare vasti settori della economia e della società che fino a ieri apparivano intoccabili.
L’evoluzione tecnologica, in abbinamento allo stato di narcosi chimico-mediatica che ottunde ampie fasce di popolazione, va sollevando il potere dalla necessità politica di ricorrere a figure professionali intermedie che fungano da esecutori e tutori dello status quo. Nell’ottica strozzinesca e accentratrice dei burattinai il discorso non fa una grinza: perché foraggiare ancora una classe media caporalesca, inquinante e obsoleta, quando la tecnologia è ormai in grado di fungere da canale di controllo e comunicazione immediato tra il vertice e la base della piramide?
24 maggio 2013 Lascia un commento
A che serve la crisi europea? Una risposta è che rende inevitabile la privatizzazione delle attività pubbliche, con grandi profitti per i privati. Come mostrano i casi di Spagna, Grecia e Portogallo
L’Europa è avvolta in una spirale senza uscita fatta di ricette controproducenti, mentre la crisi fa il suo lento, inesorabile lavoro. Le famiglie, se possono, risparmiano e contraggono i consumi. Le imprese non investono. Le banche cercano di limitare i danni e riducono il credito. Una crisi di debito estero (prevalentemente privato) è stata spacciata per una crisi di debito pubblico. La spesa pubblica viene bloccata con perfetto tempismo da un trattato internazionale che impone un rozzo vincolo di pareggio di bilancio, senza troppo distinguere se si tratti di spesa per investimenti o di spesa corrente.
Era ben noto che una politica di repressione della spesa pubblica, in presenza di un eccesso d’indebitamento del settore privato e di tassi di interesse già bassi e ai minimi storici, non poteva che avere effetti deleteri. Il crollo della domanda interna ha raggiunto le economie più solide della zona euro, che si avvicinano anch’esse a scenari recessivi. Assumendo l’impossibilità di una follia collettiva di tutte le classi dirigenti europee, resta da chiedersi cui prodest? A chi giova tutto questo?
Non è un caso che le ricette per uscire dalla crisi più in voga si concentrino su un punto: la dismissione del patrimonio pubblico per ridurre il debito. Ovviamente, la sensazione di trovarsi in un vicolo cieco per le finanze pubbliche, con la scelta obbligata di privatizzare enti, beni e servizi pubblici, è la scena classica di un film già visto in tante parti del mondo.
Non ci si arriva per caso, anzi, spesso è uno degli obiettivi neanche troppo nascosti della lunga strategia di logoramento del settore pubblico, la cosiddetta “starve the beast”. La bestia è lo stato, nemico ideologico da affamare, sottraendo continuamente risorse necessarie al suo funzionamento. La qualità dei servizi che esso eroga al cittadino diminuisce. Il cittadino lo nota e incomincia a chiedersi se davvero valga la pena mantenere in piedi con le proprie imposte un servizio pubblico sempre più scadente.
Poi arrivano i salvatori della patria, che comprano l’azienda o servizio pubblico a un prezzo conveniente e ne estraggono profitti. Quando va bene, il nuovo proprietario del servizio ex-pubblico lo eroga in modo più selettivo e a costi maggiori per il cittadino. Quando va male, scorpora la parte migliore da quella cattiva, scarica i costi sulla collettività (bad companies), sfrutta gli attivi ancora validi, e poi scappa.
La privatizzazione della sanità negli Stati Uniti ha raddoppiato i costi per i cittadini, escludendo un’enorme fetta della popolazione da ogni copertura sanitaria. Una volta capito l’errore commesso e verificati i costi economici e sociali di tale processo, l’inversione di questa tendenza nefasta è l’atto che Obama considera come il più importante del suo primo mandato presidenziale.
L’esperienza delle “riforme” nell’Europa centrale ed orientale subito dopo la caduta del comunismo ci insegna che le privatizzazioni realizzate per necessità di far cassa si traducono in svendite di beni comuni a vantaggio di pochi privati, che i primi servizi a essere privatizzati sono quelli che funzionano meglio, i gioielli di famiglia, e che questo contribuisce a un notevole aumento delle disuguaglianze.
Altre parti del mondo, come l’America Latina, hanno vissuto esperienze simili, in cui beni e servizi pubblici sono stati ceduti a condizioni vantaggiose solo per l’acquirente. Non è un caso che Carlos Slim, l’uomo più ricco del mondo secondo Forbes, debba la sua fortuna alle privatizzazioni selvagge degli anni ’80-‘90 in Messico, dalle miniere alle telecomunicazioni.
Adesso è il turno della vecchia Europa. Il Portogallo ha chiuso il 2012 privatizzando gli aeroporti, la compagnia aerea nazionale, la televisione (ex) pubblica, le lotterie dello stato e i cantieri navali. In Spagna le privatizzazioni “express” riguardano i porti, gli aeroporti, la rete di treni ad alta velocità, probabilmente la migliore e più moderna d’Europa, la sanità, la gestione delle risorse idriche, le lotterie dello stato e alcuni centri d’interesse turistico. La Grecia è stata recentemente esortata ad accelerare il processo di privatizzazione dei beni e servizi erogati finora dallo stato, come condizione per continuare a ricevere gli aiuti europei.
In Italia Mario Monti, poco prima di dimettersi da Presidente del Consiglio, decretava l’insostenibilità finanziaria del sistema sanitario nazionale, spiegando la necessità di “nuovi modelli di finanziamento integrativo”. L’agenda Monti oggi ci ricorda che “la crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane” e quindi invita a “proseguire le operazioni di valorizzazione/dismissione del patrimonio pubblico”. E sulle prime pagine di alcuni giornali c’è anche chi vede ancora “troppo stato in quell’agenda”.
La teoria economica e l’esperienza del passato ci insegnano che la privatizzazione di aziende pubbliche se da un lato riduce il deficit di un dato anno, dall’altro ha un notevole rischio di aumentare il deficit di lungo periodo, nel caso in cui l’azienda dismessa sia produttiva. Inoltre non basta che la gestione privata sia più efficiente di quella pubblica; il guadagno di efficienza deve anche assorbire il profitto che il privato necessariamente persegue.
Se chi vende (lo stato) ha urgenza e pressioni per farlo, chi acquista (privati) ha un chiaro vantaggio negoziale, che gli permette di ottenere condizioni più convenienti. E se le condizioni della privatizzazione sono più convenienti per il privato, esse saranno simmetricamente più sconvenienti per il pubblico, cioè i cittadini.
Studi recenti dimostrano come i cittadini dei paesi che hanno subito privatizzazioni rapide e massicce negli anni ’90 siano profondamente scontenti degli esiti. I giudizi ex-post sono tanto più critici quanto più rapide erano state le privatizzazioni, maggiore la proporzione di servizi pubblici svenduti (acqua ed elettricità in particolare), e più alto il livello di disuguaglianza creatosi nel paese.
La questione delle privatizzazioni è il punto d’arrivo del processo che l’Europa e l’Italia stanno vivendo. Discuterne più apertamente è fondamentale, se si ha a cuore il bene comune. Le decisioni che si prenderanno in proposito definiranno la rotta che l’Italia sceglierà di seguire nel dopo-elezioni.