Perché non c’è nulla di etico nella vita di un vegano

È il 2017. Secondo tutti i film prodotti quando l’umanità pensava di poter curare gli omosessuali con gli schiaffi viviamo in un futuro da fantascienza. Certo, non abbiamo macchine volanti, non viviamo in un’era post-razziale o nelle colonie su Marte, però abbiamo l’etica. E un compasso morale formato dalle gif di Beyoncé che ci spiegano come navigarla.

Etica, infatti, è la parola del futuro. E quindi del nostro presente. Il lavoro è etico. La musica è etica. Lo sono le tasse. Anche le banche, ormai, sono etiche.

“Etica” è diventata la parola con cui definire noi stessi e chi ci circonda. Dividiamo le persone in buone o cattive a seconda di quanto rispecchiano la nostra idea di “etica”. Ma cosa si intende esattamente con “etica”? Tutti i più grandi pensatori della storia hanno scritto e dibattuto sul suo significato. Da Aristotele a Socrate, fino a Confucio. Da Tommaso D’Aquino a Kant, fino a Giulia Innocenzi. Nessuno, prima di lei, aveva però mai trovato una definizione precisa e sintetica di “etica”.

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Etica, sostiene la collaboratrice di Santoro nel suo libro “Tritacarne”, significa non uccidere gli animali.

Sarebbe intellettualmente disonesto, però, attribuire quest’idea esclusivamente alla giornalista de Il Fatto Quotidiano; una riflessione così complessa richiede un’estensione computazionale non ascrivibile singolarmente a Giulia Innocenzi. Per arrivare a questa epifania intellettuale sono stati necessari milioni di vegani nel mondo.

I vegani sono infatti ossessionati dalla parola “etica”. È quella a cui ricorrono quando viene chiesto loro che cosa li abbia spinti a cambiare dieta. È come definiscono loro stessi. Persone con etica.

Hanno pure creato il “Parma Etica Festival”, una rassegna in cui si celebrano culture, tradizioni e usanze alimentari allogene con il nobile scopo d’aiutare le persone a dimenticare di vivere a Parma. Tre giorni di talk, workshop e seminari sull’etica vegan e vegetariana. E sulla “psicogenealogia transgenerazionale”, una branca della psicologia che unisce le esperienze traumatiche dei tuoi avi del Rinascimento con le difficoltà di ricezione di Lifegate.

Ospite speciale del festival? Giulia Innocenzi.

Altro esempio di questa ossessione si può trovare nel ricettario-bibbia della comunità vegana italiana dal titolo “La cucina etica”. Scopo dei suoi tre autori è quello di proporre ricette “etiche, salutiste, ecologiche, spirituali, legate allo sviluppo sostenibile”. Uno dei primi capitoli è dedicato alla quinoa.

La quinoa è considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed è utilizzata di frequente nelle diete vegane per l’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due Paesi più poveri del Sud America – Perù e Bolivia – e da quando è stata scoperta nelle “diete etiche” ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la tonnellata, ma alcune varietà più pregiate – rossa real e nera – possono superare i 4mila e gli 8mila euro. Leggi il resto dell’articolo

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Internet, sensi (pochi) e controsensi (tanti) della nostra epoca

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di Mario De Maglie

Trasformare le tragedie in farsa, perdere il confine tra il personale ed il collettivo, convincendosi che il personale sia collettivo e di interesse comune e il collettivo personale e di propria competenza, questa è (anche?, soprattutto?) la nostra epoca. Basta guardare un tg, sfogliare una rivista, girare in rete e abbondiamo di significati svuotati e vuoti riempiti di nullo significato. Che epoca bastarda quella in cui viviamo, si puó dire? Concedetemi l’espressione.

Se guardiamo al generale, molte notizie vengono ripetute all’infinito, rimbalzando a destra e sinistra sui social network e sulle varie testate online, poi, di punto in bianco, scompaiono e si è già presi da quella successiva, questo relativamente indipendentemente dalla notizia in sé. Ce ne sono alcune per cui sarebbe importante poter avere degli aggiornamenti, viene meno misteriosamente la frequenza di quando l’evento è esploso e aveva il vantaggio del nuovo e del manipolabile (in seguito “qualcuno che ha tempo da perdere” può avere il capriccio di approfondire e farsi una idea diversa da quanto riportato dai soliti media).

Fukushima, la Libia, la Siria, l’Ucraina, per citarne alcuni, chi ne parla più con la stessa intensità degli inizi? In alcuni casi chi ne parla più? Nei peggiori, chi se ne ricorda più? Gaza, sotto attacco israeliano, balza giustamente in primo piano, ma la vita dei palestinesi  anche in tempo di “pace”, è sempre da prima pagina per le condizioni indegne a cui è sottoposto un popolo nella sua quotidianità.

Eppure le vicende raccontate non si fermano, ma continuano. Storie di violenza, sopraffazione e incuranza della salute pubblica producono tutt’ora delle conseguenze, ma sembriamo non rendercene conto.

Si creano le opinioni e si addestra la gente a considerarle come dati di fatto, il soggettivo si mette in ghingheri e si vanta, da solo davanti allo specchio, di essere oggettivo fino a crederci, convincere se stessi è la chiave per convincere gli altri.

L’indignazione internettiana dura il tempo di una foglia che si stacca dall’albero e raggiunge terra, la pianta ne è ricca e in un autunno perpetuo, al comodo della nostra panchina, fatta di tablet, pc, telefonini intelligenti e qualche cartaceo che ancora resiste, aspettiamo la prossima cadere.

Se guardiamo al particolare, al noi composto dalla gente comune, l’ atteggiamento con il quale possiamo condividere le nostre notizie di vita, seppure esse abbiano ricadute, nella maggior parte dei casi, decisamente più blande e meno tragiche rispetto agli eventi mondani, prolifera di similitudini con quanto scritto in precedenza. Apprendiamo un ben definito modo di vivere o meglio di apparire. Quel che è importante ora non lo sarà più domani, quel che ho ora, non mi basterà più domani.

Online pubblico e privato giocano a scambiarsi continuamente i ruoli, proprio come due bambini i cui genitori si siano assentati, fidandosi troppo della loro capacità di autoregolarsi e autoregolamentarsi e al ritorno neanche loro saranno più in grado di distinguere la prole.

L’antropologo statunitense Edward Hall, con le sue ricerche sulla prossemica, ha delimitato le aree interpersonali (spazi fisici) in cui un individuo vive e interagisce. Egli individua quattro diverse distanze dall’altro a cui una persona risponde regolando la propria comunicazione: la distanza intima (0-45 cm), la distanza personale (45-120 cm) per l’interazione tra amici, la distanza sociale (1,2-3,5 metri) per la comunicazione tra conoscenti o il rapporto insegnante-allievo, la distanza pubblica (oltre i 3,5 metri) per le pubbliche relazioni.

L’area intima, ossia l’area nella quale l’individuo permette la vicinanza di un’altra persona o altrimenti si sente da essa invaso, è di soli 45 cm, ciò vuol dire meno di un braccio sollevato a mezz’aria. Chiunque valichi la soglia è nostro intimo o è ospite sgradito. Non ci sono definizioni per esprimere il concetto di intimità, essa è nel profondo di ognuno, se portata a galla con le parole può già divenire altro da noi. L’intimità non si (con)divide, si conquista e si difende.

Se fisicamente quindi abbiamo dei limiti a cui il nostro corpo risponde, la “mente-online” di ultima generazione (i telefonini saranno pure intelligenti, ma non necessariamente l’aggettivo va usato su chi li utilizza) si sta abituando pericolosamente a non averne, per cui intimo, personale, sociale e pubblico diventano un guazzabuglio, salvo poi retrocedere quando non ci si relaziona più virtualmente, ma dal vivo, allora vecchie difese e sano senso del pudore e del limite hanno la loro rivalsa, non c’è l’etere o un nickname a rappresentarci, ma “solamente” quel che siamo. Su internet leoni, dal vivo barboncini o poco meno.

Battaglia feroce quella tra i sensi ed i controsensi che ci legano al nostro vivere in un’epoca che ha stravolto i confini fino a pretenderne quasi la soppressione come logica conseguenza.

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Tecnologia Predittiva: la Sanità Diventa Orwelliana

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di N. West

Senza dare nell’occhio, la tecnologia predittiva sta prendendo piede. Le operazioni di elaborazione e schedatura dei dati personali effettuate dal governo, insieme alla nuova grande industria del brokeraggio dei dati, non solo minacciano le più basilari norme a tutela della privacy, ma stanno fornendo al potere alcuni strumenti di gestione della vita dei cittadini, un tempo inimmaginabili.

Fino ad oggi è stato un tema dai connotati molto tecnicistici e noiosi, tuttavia la notizia virale secondo cui Facebook starebbe usando alcuni algoritmi di proprietà per andare oltre la sorveglianza e manipolare le emozioni dei propri utenti in una sorta di grande esperimento psicologico, ha introdotto il tema nella cultura main-stream. Di certo un simile esperimento condotto senza il consenso dei soggetti coinvolti costituisce una enorme violazione della privacy e dell’etica. Tuttavia quando si tratta di ‘polizia’ e ‘sanità’ ogni diritto individuale passa in secondo piano, e il mondo odierno galoppa verso una società orwelliana in cui i ‘crimini’ saranno prevenibili attraverso la tecnologia predittiva.
L’instaurazione di un apparato di polizia e sanità predittiva è supportata da massicce campagne di marketing finalizzate a convincere l’opinione pubblica che simili strumenti contribuiranno a rendere la vita delle persone più sicura. La nozione di predizione del crimine in stile Minority Report sta diventando una realtà in Illinois e in California. Nel frattempo la sanità si prepara a gestire la diffusione sul mercato consumer di una serie di gadget indossabili dotati di milioni di sensori per il monitoraggio in tempo reale di ogni parametro biologico dell’utilizzatore (v. correlati). Attratta dalla promessa di una maggiore aspettativa di vita la gente sta abbracciando questa tecnologia con grande entusiasmo.
Tuttavia, se credete che il tutto si risolverà in una semplice raccolta di dati biometrici ad esclusivo uso e consumo dell’utente, siete fuori strada. Basta dare un’occhiata ad un articolo uscito su Bloomberg, dal titolo: Il Tuo Medico Sa Che Fai una Vita Insalubre: Lo Hanno Informato i Broker di Dati. Il pezzo spiega come siano sufficienti i dati sui vostri acquisti per tracciare un profilo dettagliato del grado di salubrità del vostro stile di vita.

“Presto potrebbe accadere che riceviate una chiamata dal vostro medico (o dal vostro assicuratore – n.d.t.) nel caso in cui smetteste di frequentare la palestra, o assumeste l’abitudine di comprare barrette di cioccolato al market o iniziaste a fare shopping nei negozi di alimenti specializzati in confezioni giganti. 

“Tutto ciò perché alcuni ospedali hanno iniziato a elaborare i dati dei consumatori per tracciare dettagliati profili sui pazienti già in cura e per identificare le persone con maggiori probabilità di ammalarsi in futuro, così che la struttura sia in grado di intervenire prima che ciò accada. Le informazioni raccolte dai broker sui registri pubblici e sulle transazioni elettroniche riveleranno quali negozi frequenti un soggetto, quali alimenti acquisti abitualmente, e se sia un fumatore. La più grande catena di ospedali della Carolina ha già elaborato i dati di 2 milioni di persone mediante alcuni algoritmi progettati per identificare soggetti a rischio, e in Pennsylvania sono usati i dati demografici.”

Ora provate a immaginare cosa accadrà quando avranno a disposizione i vostri dati biologici in tempo reale. Come illustrato da un articolo di Jon Rappoport, questo tipo di dati esercita una enorme attrattiva sulle forze corrotte che mirano al controllo totale. Nell’inquietante verbosità della legge Affordable Care Act (aka Obamacare) si cela la volontà di imporre istituzionalmente l’uso dei gadget indossabili. Rappoport cita due stralci di un articolo pubblicato su Managed Care, dal titolo Il Trattamento dei Dati nel Settore Sanitario Consentirà la Tracciatura di Modelli di Predizione Avanzata.

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Il mito dell’uomo perfetto sta spingendo la Scienza a ogni sorta di atrocità

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di Massimo Fini

Il Conformista di due settimane fa (6/12) era stato intitolato «Uomini ridotti a chip è questo il rischio della scienza estrema». Era un’ipotesi. Adesso è un fatto. O quasi. Domenica scorsa Rai2 ha mandato in onda un programma, ‘A come Avventura’, in cui si dava conto in termini entusiastici di studi, assai avanzati, degli scienziati del mitico MIT per inserire nel cervello un chip che ci permetterà di controllare le nostre emozioni, ira, gelosia, stress, ansia, e di ricondurle a livelli ‘accettabili’. E’ l’ossessione della Scienza di creare l’uomo perfetto, del Doctor Frankenstein. Un Superuomo che non soffra, nè fisicamente nè esistenzialmente. Solo che questo Superuomo si rivela, a conti fatti e del tutto contradditoriamente, un normotipo, omogeneo, omolagato: se tutti siamo perfetti non c’è più alcuna diversità fra di noi. Senza contare che di questi chip inseriti nei nostri cervelli potrebbe impadronirsi un Grande Fratello manovrandoci a suo piacimento.

Aldous Huxley ne ‘Il mondo nuovo’ aveva immaginato che il Potere, per acquietare gli individui e renderli disponibili e docili, gli avesse indotti a masticare quotidianamente il ‘soma’, una sorta di betel, una droga soft, cosi’ soft da non essere avvertita come tale. Ci aveva azzeccato in pieno: basta sostituire il termine ‘soma’ con ‘consumo’.

Comunque sia qui non siamo in un romanzo di fantascienza o nel laboratorio di uno ‘scienziato pazzo’ alla Frankenstein ma nel ‘sancta santorum’ della Scienza e della medicina tecnologica. Sono inoltre arrivati a conclusione altri studi per rimuovere dalla nostra memoria esperienze dolorose. E questo è anche più inquietante del Doctor Frankenstein. Perchè l’esperienza del dolore è formativa («Ogni malattia che non uccide il malato è feconda» scrive Nietzsche) ed è pedagogica e indispensabile per evitare guai peggiori. Se il bambino mettendo la mano sul fuoco non sentisse dolore se la brucerebbe.

A me sembra che questa scienza, autoreferenziale, innamorata di sè, stia diventando il nostro maggior pericolo. Perchè nella sua ansia di perfezione tende a togliere all’uomo tutto cio’ che ha di umano. L’uomo, ogni uomo, è un impasto di Bene e di Male, di salute e di malattia, di inquietudine e di serenità, di dolore e di felicità, di ansia e di quiete, e tutti questi elementi sono inscindibili, l’uno non esisterebbe senza l’altro («ognuno di questi opposti mutandosi è l’altro e a sua volta l’altro mutandosi è l’uno», Eraclito).

Poichè c’è nell’aria, anche senza il bisogno di ricorrere a chip ficcati nel cervello, questa tendenza all’omologazione universale, a fare di ogni uomo un normotipo, al ‘politically correct’ esistenziale spinto fino al ridicolo (adesso sono stati istituiti pure ‘corsi di addestramento per padroni di cani e gatti’), all’astrazione perfezionista di origine protestante e nordeuropea, insomma a cavarci il poco sangue che ci è ancora rimasto nelle vene, io provo un certo sollievo, lo confesso, quando sento di un delitto dovuto a qualche incomprimibile impulso. Vuol dire che, nonostante tutto, sotto questa gelida tecnorealtà, la vita, sia pur volta al negativo, scorre ancora.

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21/12/2013 Comunicato Stampa di Camillo Ricordi sul caso Stamina

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Ecco il comunicato stampa di Camillo Ricordi inviato ad Ansa, Agi e Adn Kronos. Vediamo chi tra questi giornalisti disinformati e faziosi avrà il coraggio di chiedere scusa.“21 Dicembre 2013
COMUNICAZIONEHo letto l’articolo dell’Espresso n: 51 a firma di Letizia Gabaglio dal titolo “ Tutti i retroscena del test a Miami.
Ho fatto avere all’Espresso e alla giornalista che mi ha intervistato la corrispondenza tra noi e Stamina, proprio per agire in piena trasparenza ed onestà, e perche’ non avevo tempo di scrivere informazioni dettagliate per cui avevo allegato lo scambio di e-mails con le proposte di test di caratterizzazione da effettuare a Miami.
Pensavo che questa corrispondenza fosse abbastanza chiara nei contenuti, ma ovviamente non lo era perche’ l’interpretazione emersa non corrisponde alla realta’ del significato scientifico, dei contenuti e del loro significato.
Sento pertanto il dovere, non solo morale, ma anche scientifico e professionale, di chiarire quei contenuti per evitare malintesi e interpretazioni errate:La frase di Stamina: “dobbiamo documentare l’assenza di batteri classici e di contaminazione da micoplasma” è stata interpretata come se queste analisi non fossero già in realtà svolte presso il laboratorio di controllo di qualità dell’Ospedale di Brescia su ogni singolo preparato cellulare. Allego alla presente esempio di certificato.
La frase “ va valutata la presenza di endotossine direttamente sulle cellule per l’infusione e non solo sui surnatanti “costituisce un approfondimento e perfezionamento di indagine, e rappresenta richiesta specifica del Comitato Scientifico.

L’affermazione di Stamina: “ non abbiamo mai valutato il profilo di espressione genica delle nostre cellule; non sappiamo se, a livello molecolare, esse esprimono marker critici, per esempio i marker ESC che sono fattori di trascrizione fondamentali caratteristici delle cellule pluripotenti per mantenere la loro staminalità” va interpretata nel seguente modo:

Le cellule Stamina sono già identificate con metodologia citofluorimetrica (attraverso markers chiamati CD, vedi certificato in allegato). Si dibatte oggi se le mesenchimali da adulti possano riuscire ad esprimere i markers ESC (Embrional Stem Cells) per valutare la loro maggiore o minore potenzialità . L’avere pertanto richiesto al nostro Gruppo di valutare anche questi markers, non significa certo che Stamina non conosca le sue cellule, significa invece che ci è stato richiesto un ulteriore approfondimento che oggi potrebbe essere di grande interesse per tutti coloro che lavorano sulle staminali.

In merito alla differenziazione in linea neurale, la richiesta di Stamina al nostro laboratorio è stata quella di verificarla per confermare il fenomeno.
Ho letto anche su certi quotidiani che il preparato Stamina potrebbe trasmettere malattie tipo l’HIV, la sifilide, l’epatite virale, la BSE (mucca pazza); non credo che questo sia corretto. Bisogna infatti considerare che l’Ospedale di Brescia effettua sui donatori tutte le analisi previste per la donazione degli organi proprio per evitare il rischi di trasmissione di malattie di questo tipo; quanto al siero fetale bovino che si utilizza nei terreni di coltura viene usato anche da altri gruppi a livello internazionale, a patto che provenga da fornitori che lo certificano “BSE Free”(per esempio dalla Nuova Zelanda). Si usa anche negli Stati Uniti.

Concludo affermando che i certificati di analisi, redatti dalla Dr.ssa Lanfranchi, direttrice del Laboratorio di Qualità dell’Ospedale di Brescia, già indicano i seguenti parametri :

Sterilità dei preparati.
Caratterizzazione delle cellule staminali contenute, ottenute attraverso il metodo citofluorimetrico
La mancanza di quantità significative di cellule non desiderate, quali macrofagi e cellule ematopoietiche, (mancanza dei loro markers) che potrebbero essere causa di rigetto
L’attività telomerasica, che permette di verificare che non si siano sviluppate, per qualche motivo imprevedibile, cellule tumorigene
Il numero di cellule presenti nel preparato e la loro vitalità

Il mio desiderio di contribuire con la verifica dal punto di vista della caratterizzazione era per aggiungere una valutazione indipendente di tali caratteristiche che sono alla base delle note discussioni. Ulteriore stimolo a questa indagine mi è pervenuto dal confronto di alcuni specialisti clinici , come il Prof Bach ed il Dott Villanova , che sono stati testimoni di importanti risultati clinici, che mi pare che in Italia siano stati completamente “dimenticati” da chi invece dovrebbe proprio partire dai risultati clinici per intraprendere ulteriori studi, sia per verificarne la validita’ e riproducibilita’ con metodo scientifico rigoroso ed eventualmente anche per determinare i meccanismi d’azione responsabili di tali effetti clinici.

Prof. Camillo Ricordi”

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Gli psichiatri americani hanno una pillola per ogni “tristezza”. Anche per i bambini

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di Rodolfo Casadei

Nel nuovo manuale dei professionisti aumentano le sindromi da curare con i farmaci, per la gioia delle case farmaceutiche. E la tendenza è già contagiosa fuori dagli Usa.

È morta vostra madre oppure l’amata vi ha lasciato e voi per quindici giorni avete fatto fatica a prendere sonno, vi si leggeva una profonda tristezza sul volto e siete dimagriti causa inappetenza? Sicuramente siete afflitti da una malattia mentale, una forma di depressione severa. Il vostro bambino di sette anni ha preso troppo dalla mamma, cioè è un iracondo insopportabile, che almeno tre volte alla settimana esagera coi capricci? Lo affligge certamente una patologia psichica: disturbo dirompente con disregolazione dell’umore; e se la definizione vi sembra troppo ampollosa, dite pure “collera estrema dell’infanzia”. Il nonno continua a fare casino con la posologia dei quattro medicinali che deve quotidianamente assumere, non riesce a stare più dietro a tutti gli adempimenti amministrativi e fiscali, bollette di gas, acqua, luce, Tarsu, Imu ecc.? Non è che si sta rincoglionendo con l’età: trattasi di disturbo neurocognitivo lieve. Vostra sorella è malata di cancro da parecchio tempo, chiama continuamente al capezzale quelli che stanno in casa con lei, si inventa a ogni momento sintomi nuovi di altre malattie oltre a quella che ha già? La diagnosi è pronta: disordine sintomo-somatico. Vostra moglie continua ad accumulare cianfrusaglie, la camera da letto sembra un mercatino dell’usato, ma lei non si sogna lontanamente di fare ordine? Non è che ce l’ha con voi, bensì è affetta da sillogomania. Non è una perversione sessuale, è la patologia mentale di chi ammassa cose vecchie e inutili di cui poi non riesce a liberarsi.TUTTI MALATI MENTALI? Gratta gratta, siamo tutti malati mentali. È la conclusione implacabile che si trae dalla lettura (una penitenza per peccatori incalliti: sono quasi mille pagine scritte in inglese) del Dsm 5, la quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, redatto da 160 esperti messi insieme dall’Apa, l’Associazione psichiatrica americana. Quando uscì la prima edizione, nel 1952, le psicopatologie censite erano un centinaio. Nel 1968 erano salite a 182; nel 2000 avevano toccato quota 370. Per la quinta edizione, presentata a San Francisco nel maggio scorso, si temeva il peggio. In realtà la cifra assoluta quasi non è cambiata, ma solo perché alcune vecchie voci sono state accorpate. Per esempio la sindrome di Asperger è stata spostata sotto la più ampia e già esistente dizione di “disturbi dello spettro autistico”. Ma 15 nuove voci sono state inserite, fra esse le simpatiche diagnosi che abbiamo evocato in apertura. Il risultato, secondo lo psichiatra e psicanalista francese Patrick Landman promotore in Europa del comitato Stop Dsm 5, è che «se applicassi i criteri del Dsm 5, dovrei dire che il cento per cento dei miei pazienti sono malati mentali. In realtà, solo il 10 per cento di chi viene nel mio studio soffre di un disagio certo e accertabile. Col Dsm 5, non si può più essere normalmente tristi o angosciati, senza cadere nelle reti della psichiatria. La medicina tradizionale scopre le malattie, il Dsm le inventa».

Non è stato più gentile Allen Frances, lo psichiatra americano che aveva presieduto alla revisione del Dsm nel 2000. Nel suo libro Saving Normal, pubblicato come contributo al fuoco di sbarramento contro la stesura in corso del Dsm 5, l’autorevole clinico scrive che il nuovo manuale «etichetterà in modo erroneo persone che sono normali, promuoverà l’inflazione diagnostica e incoraggerà un uso inappropriato dei farmaci. Esso farà sì che milioni e milioni di persone attualmente considerate normali, siano diagnosticate con un disturbo mentale, e ricevano un trattamento e una stigmatizzazione di cui non hanno alcun bisogno». E soprattutto confermerà e conforterà la tendenza già dominante ad affrontare ogni disagio della persona con pillole e farmaci vari.

dsm_manualeUN DISTURBO PER CIASCUNO. Il futuro di un mondo dominato dal Dsm 5 per Frances è un incubo dove ogni occasione e situazione prevede una pillola psicotropa, dove a ogni umano sentimento penoso corrisponde una diagnosi psichiatrica: il disturbo dirompente con disregolazione dell’umore trasformerà gli sbalzi umorali in una malattia mentale e incoraggerà un uso allargato di farmaci antipsicotici; il disturbo da deficit di attenzione e iperattività vedrà allargare la sua diagnosi dai bambini agli adulti e condurrà a un drammatico aumento di prescrizioni di stimolanti come l’Adderall e il Ritalin; l’inserimento delle reazioni psicologiche conseguenti alla perdita di una persona cara (morte o fine di un amore) nella diagnosi del disturbo di depressione severa porterà al rifiuto a tutti i livelli del lutto e dell’umana esperienza dell’afflizione. «L’industria farmaceutica», scrive Frances, «è dedita all’omologazione di ogni diversità psicologica, il cui esito sarà la creazione di una monocoltura umana». Parole poco diverse usa, di qua dall’Atlantico, Patrick Landman: «Non si può lasciare che il patologico invada tutta la sfera nel nostro vivere, ogni giorno. Il Dsm lo fa. Siamo al trionfo del sintomo e alla morte del soggetto con la sua storia personale e singolare. E siamo, di conseguenza, alla sovraprescrizione di farmaci. E quindi alla psichiatrizzazione rampante della società».

LE PRESCRIZIONI DI RITALIN. Cosa questo già significhi lo si capisce al volo quando si confrontano i dati sulle prescrizioni di Ritalin in ambito di psichiatria infantile in paesi dove il Dsm è un riferimento obbligato e in paesi dove non lo è, e quando si butta l’occhio ai bilanci dell’industria farmaceutica, capitolo sostanze psicotrope. La denuncia si può leggere nell’appello “Per farla finita con la dittatura del Dsm”, iniziativa nata in Francia due anni fa e da qualche tempo approdata in Italia: «(…) in Francia, quasi 20 mila bambini prendono il Ritalin, siamo ancora ben lontani dai 55 mila bambini inglesi e soprattutto dai 3 milioni di canadesi e dai 7 milioni interessati negli Usa. (…) Le medicine psicotrope rappresentano un mercato estremamente vantaggioso: negli Usa, nel 2004, gli antidepressivi hanno generato 20,3 miliardi di dollari di profitto, gli anti-allucinatori 14,4 miliardi». Il manifesto anti-Dsm sembra confondere i ricavi coi profitti e altre fonti indicano valori un po’ più bassi, ma il legame fra i contenuti del Dsm e il boom farmacologico è difficile da smentire: è, effettivamente, la conseguenza della sua impostazione. Vediamo perché.

IL METODO DEL DSM. Il Dsm dichiara che il suo metodo per l’identificazione delle malattie mentali è “sindromico” e “ateoretico”. Paroloni che significano semplicemente che il manuale descrive insiemi di sintomi senza identificare le cause, e non dice nulla sulle cause perché su di esse non c’è unanimità nel mondo scientifico, bensì diverse teorie e approcci si contendono la spiegazione del disturbo. Quando noi ci troviamo di fronte a una malattia organica, per esempio una polmonite, siamo in grado di dire che essa è il risultato di una infezione prodotta da un virus o da batteri. Ma quando ci troviamo davanti a una malattia mentale, cioè a un disturbo del comportamento umano, vari tentativi di spiegazione appaiono in concorrenza fra di loro: alcuni tentano una spiegazione biologica nel campo delle neuroscienze, altri privilegiano la pista genetica, altri ancora cercano la causa psichica vera e propria. Il Dsm si dichiara al di sopra delle parti e si limita a descrivere i sintomi e a presentarli come sindromi: mentre una malattia è un insieme di sintomi che fanno capo a una causa definita, una sindrome è un insieme di sintomi che possono essere dovuti a cause diverse. Una sindrome, però, non si può curare come tale: se io non riesco più a respirare, un medico rileverà prima di tutto che sono affetto da una sindrome da insufficienza respiratoria, ma poi dovrà cercare di capire se si tratta di una polmonite, di una perforazione dei polmoni, di un problema cardiaco o di un avvelenamento, ecc.: ne va dell’appropriatezza della terapia che userà per guarirmi. Il paradosso delle malattie mentali così come sono presentate nel Dsm è il seguente: si pretende di curare delle sindromi, cioè si interviene sui sintomi a prescindere dalle cause. E come si fa a modificare dei sintomi di cui non si conosce la causa? A botte di psicofarmaci, ovviamente. Così siamo entrati in quella che Landman definisce l’«era della psichiatria clinica farmaco-indotta», nella quale «nuovi farmaci portano alla creazione di nuove diagnosi o alla modificazione di quelle esistenti». 

medicinaepersona-jpeg-crop_displayA SUON DI FARMACI. La neutralità teoretica del Dsm va a farsi benedire: le malattie mentali sono trattate a suon di farmaci, come si fa con le malattie organiche, quelle legate ai fattori biologici. La specificità psichica non è riconosciuta. La natura soggettiva e relazionale dei disturbi psichici, che la psicanalisi sin dalle sue origini ha affermato, non conta nulla quando si passa ai tentativi terapeutici. Come afferma Landman, «il pensiero unidirezionale del Dsm ha condotto a una crescente perdita di interesse verso il contesto sociale e psicologico della malattia mentale a favore dei suoi aspetti biologici e comportamentali. Ciò ha pure contribuito al fatto che le nuove generazioni di psichiatri e di psicologi sono state formate nel discredito nei confronti delle pratiche psicoterapeutiche e di reintegrazione sociale, che sono tuttavia una parte assolutamente essenziale della pratica psichiatrica quotidiana».

Tutto ciò risponde ovviamente agli interessi economico-finanziari della grande industria farmaceutica e di tutti coloro che da essi sono beneficiati. Ma non è questo, secondo alcuni, l’unico interesse costituito che sta dietro l’egemonia del paradigma medico-biologico che pervade, senza essere apertamente dichiarato, il Dsm.

CONCEZIONE POLITICA DELLA MALATTIA. «Con questo manuale ci ritroviamo in un contesto di concezione politica della malattia», afferma Mario Binasco, psicanalista di scuola lacaniana, docente presso l’Università Lateranense e firmatario di un appello contro il Dsm 5. «Se alle malattie mentali si riconoscesse il loro statuto propriamente psichico, soggettivo e relazionale, verrebbe meno quella maneggiabilità sociale della malattia che si è affermata dalla Rivoluzione francese in avanti. Le categorie del Dsm sottintendono una concezione gestionale, manageriale della società. Ci si prende cura della società, ma secondo il discorso della scienza e della tecnologia, che è un discorso di gestione globale della società che prescinde dalla soggettività degli esseri umani. È la tecnoscienza che sostituisce la soggettività. Ecco perché i farmaci capaci di incidere sui comportamenti diventano la cosa più importante: c’è un interesse politico al controllo farmaceutico dei comportamenti della società».

L’INFLUENZA NEL RESTO DEL MONDO. La situazione è grave a causa del fatto che il Dsm non è una faccenda prettamente americana, ma rappresenta di fatto il canovaccio del capitolo sulle malattie mentali dell’Icd (International Classification of Diseases), il manuale ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) in materia di malattie, giunto alla decima revisione. D’altra parte è evidente che nel mondo globalizzato la potenza politica, economica, militare e scientifica degli Stati Uniti fa sì che ciò che si decide lì finisca poi per prendere piede almeno nelle parti del mondo più culturalmente affini, ovvero in Occidente.

Da qui il discreto fuoco di sbarramento che ha accompagnato la sua pubblicazione. Negli Usa la Società Americana di Psicologia ha raccolto 12 mila firme di suoi affiliati in calce a una lettera aperta che chiede di modificare l’impostazione del manuale. Nelle Americhe e in Europa sono sorti comitati e iniziative di protesta: Stop Dsm 5, Committee to Boycott the Dsm 5, The International Dsm 5 Response Committee e altri ancora. In Italia l’adesione alla campagna anti-Dsm è stata promossa quasi due anni fa da cinque psicanalisti: Mario Binasco, Mariela Castrillejo, Alessandra Guerra, Massimo Recalcati e Sarantis Thanopulos. «Nella sua introduzione il Dsm vuole essere ideologicamente ateoretico nella descrizione dei “disordini mentali” e per questo motivo ha eliminato qualsiasi riferimento alla psicanalisi e alla causalità psichica», hanno scritto in una lettera aperta. «Cosa comporta l’eliminazione di una qualsiasi causalità psichica? Eliminando la causalità psichica, il Dsm impone di riflesso la causalità organica. La causalità organica impone come terapia l’utilizzo massiccio e indiscriminato di psicofarmaci da parte degli “operatori”. La superficialità e la pretesa ateoretica di questo manuale, il predominio della “pseudoscientifica” causalità organica e psicofarmacologico, la medicalizzazione della sofferenza psichica, l’eliminazione programmatica della parola e della psicanalisi, sono solo alcuni elementi che rendono particolarmente pericoloso il Dsm per milioni di esseri umani».

HPV: vergognoso marketing delle vaccinazioni pediatriche

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La banca dati del VAERS [Vaccine Adverse Events Reporting System degli Stati Uniti] mostra chiaramente che i vaccini con gli effetti avversi più segnalati sono Gardasil e Cervarix, i vaccini contro il papilloma virus [HPV]. Sarebbe ovviamente una follia abbassare l’età in cui sono consigliati, ma sembra corrispondere a ciò che sta per essere pianificato.

Questi vaccini non hanno affatto dimostrato di essere efficaci nella prevenzione del tumore al collo dell’utero e possono causare grave malattia. In realtà, il documento rilasciato dalla FDA per giustificare la promozione del Gardasil dichiara [tabella 17 pagina 13] che le donne con infezione da HPV al momento della vaccinazione hanno il 44,6% in più di probabilità di sviluppare displasie cervicali [formazione di cellule anomale, in questo caso sulla cervice, causata dal virus HPV]. Questo non è un problema minore, ma nella fretta di vaccinare è abitualmente ignorato che lo stesso documento certifica l’efficacia del vaccino a una media del 20,5%.
Pertanto non siamo sorpresi di scoprire che è in piena attuazione la ricerca di puerili scuse per abbassare l’età della vaccinazione.

Uno di questi lavori puerili, tra l’altro sempre promosso dalla GAVI Alliance di Bill Gates, trattasi di una revisione pubblicata sulla rivista Vaccine e prodotta ad hoc per giustificare e spingere intensamente la vaccinazione anti HPV in bambini molto piccoli.

Gli autori scrivono:
Su scala globale, la vaccinazione dei neonati e dei bambini è ben consolidata e ha sviluppato una infrastruttura di lavoro di successo. I programmi di vaccinazione contro l’epatite B [HBV] offrono un modello strutturale per l’introduzione del vaccino anti HPV in cui l’immunizzazione del neonato e del bambino evidenzia una rapida riduzione della prevalenza dei vettori HBV in coorti di bambini immunizzati, e di cirrosi epatica e cancro al fegato nelle decadi successive.

In sostanza, il vaccino contro l’epatite B somministrato lo stesso giorno della nascita è un modello per ridurre l’età della vaccinazione anti HPV, e anziché vaccinare le ragazze poco prima della pubertà, stanno suggerendo di vaccinare da subito i neonati.
In nessuna parte del documento è fatta considerazione ai potenziali effetti avversi!

Gardasil è stato recentemente associato alla sclerosi laterale amiotrofica [SLA]. Il Ministero della Salute giapponese ha ritirato la sua raccomandazione per i vaccini anti HPV a causa di gravi effetti avversi.
Il numero di effetti avversi causati dal Cervarix e riportati nel Regno Unito sono mostrati in questo grafico da uno studio pubblicato in Current Pharmaceutical Design. In Italia invece si preferisce il gossip.

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Didascalia immagine: Tasso di reazioni avverse [ADR] da Cervarix paragonato a quello di altri vaccini nel programma di immunizzazione del Regno Unito. I dati provengono dalla relazione prevista dalla UK Medicines and Healthcare products Regulatory Agency [MHRA] per il Joint Committee on Vaccination and Immunisation di giugno 2010

La logica alla base dell’attuale programma di vaccinazione anti HPV parte da due premesse di base:

1. i vaccini anti HPV prevengono i tumori del collo dell’utero e salvano vite umane,

2. i vaccini anti HPV non hanno alcun rischio di gravi effetti collaterali.

Pertanto, gli sforzi effettuati sono fatti per ottenere il maggior numero di ragazze vaccinate in età pre-adolescenziale, al fine di ridurre l’incidenza dei tumori del collo dell’utero. MA un’attenta analisi del vaccino anti HPV pre- e post- dati di rilascio delle autorizzazioni dimostra che entrambe le premesse sono in contrasto con gli elementi di fatto e sono in gran parte derivati da una significativa errata interpretazione dei dati disponibili.

Eppure, gli autori dello studio vogliono spingere l’età per la somministrazione del vaccino anti HPV dai bambini verso il basso fino all’infanzia. Tra l’altro, pensano anche che non ci sarebbe nessun problema nel somministrare dosi di richiamo alle ragazze che sono ormai completamente vaccinate, come se il vaccino non producesse nulla di male!

Non vi è alcuna considerazione degli effetti avversi. Non vi è alcuna considerazione generata dal maggiore onere per il sistema immunitario dei bambini, come se la batteria di vaccini che inoculano attualmente non è già sufficiente a creare danni.

Conflitti d’Interesse
Questo folle studio è stato finanziato da importanti enti governativi, tra cui la Commissione Europea, l’Instituto de Salud Carlos III del governo spagnolo, e la Agencia de Gestió d’Ajuts Universitaris i de Recerca-Generalitat de Catalunya del governo catalano. Gli autori sono:

– F. Xavier Bosch: Cancer Epidemiology Research Program [CERP], Institut Català d’Oncologia, L’Hospitalet de Llobregat [Barcelona], Spagna

– Vivien Tsu: Direttore del Progetto PATH, Seattle, partner della Fondazione Bill & Melinda Gates

– Alex Vorsters and Pierre Van Damme: Centre fo the Evaluation of Vaccination, Vaccine & Infectious Disease Institute, Università di Anversa, Belgio

– Mark A. Kane: Consultant on Immunization Policy, Mercer Island, USA

I datori di lavoro degli autori sono, guarda caso, profondamente legati alla produzione di vaccini. Tuttavia, i loro legami personali con il complesso vaccino-industriale è davvero stupefacente:

– F. Xavier Bosch: ha condotto sperimentazioni del vaccino anti HPV e studi epidemiologici per GlaxoSmithKline, Merck e Sanofi Pasteur MSD. Egli esegue screening e test HPV promossi da Qiagen, e incassa le sovvenzioni di viaggio e onorari per conto di GlaxoSmithKline, Merck, Sanofi Pasteur MSD, Roche e Qiagen.

– Vivien Tsu: non ha dichiarato alcun conflitto di interessi. Tuttavia, è stata responsabile di una sperimentazione del vaccino anti HPV finanziato dalla Gates Foundation in India ed è stata fortemente criticata dal Governo Indiano per violazioni etiche. I soggetti sono stati selezionati da popolazioni tribali ignoranti e vulnerabili, il consenso è stato ottenuto con l’inganno, e gli eventi avversi non sono stati registrati correttamente.

– Alex Vorsters: ricercatore principale per la sperimentazione di vaccini dell’Università di Anversa, e riceve sovvenzioni da produttori di vaccini. Prende anche sovvenzioni per i relatori dei convegni di presentazione dei vaccini ed è segretario del Viral Hepatitis Prevention Board.

– Pierre Van Damme: membro della segreteria esecutiva del Viral Hepatitis Prevention Board, che è sostenuto dai finanziamenti di GlaxoSmithKline Biologicals, Sanofi Pasteur MSD, e Merck.

– Mark A. Kane: è membro dell’Advisory Board di Merck per il vaccino anti HPV e riceve rimborsi spese di consulenze, onorari, e viaggi di sostegno da Merck.

Non è per nulla conveniente fidarsi di uno studio sovvenzionato totalmente dalle Big Pharma che possono trarre beneficio spostando l’età per la vaccinazione anti HPV all’infanzia. La totale mancanza di considerazione per il danno prodotto dai vaccini anti HPV è scioccante, anche in un gruppo profondamente affascinato e sponsorizzato dalle multinazionali. Avrebbero potuto almeno inscenare un teatrino della preoccupazione, ma non vi è alcun accenno ad essa.

Il marketing delle vaccinazioni pediatriche
Lo studio rivela candidamente che il vaccino anti HPV non era originariamente destinato ad essere utilizzato esclusivamente per il cancro cervicale nelle donne, ma è stato sempre destinato ad una varietà di tumori. Pertanto, a quanto pare, le ragazze venivano usate come cavie, tanto per comprendere meglio come piazzare il vaccino sul mercato e valutare gli effetti negativi o, più probabilmente, come questa recensione sembra implicare, per vedere fino a che punto potevano spingere un vaccino con effetti negativi così orribili.

Certo, tutte le ragazze che hanno ricevuto i vaccini anti HPV sono state trattate in modo più che disinvolto, poiché Gardasil e Cervarix sono stati testati sui testicoli del ratto, non sulle ovaie! Ed ora che è ovvio che il vaccino contro l’HPV è estremamente pericoloso, si eleva lo sforzo per nascondere i rischi.

La preoccupazione degli autori, anziché concentrarsi sugli orribili effetti avversi, non ha nulla a che fare con le vite perdute e devastate. La loro unica preoccupazione è per il lavoro di marketing effettuato con i vaccini anti HPV. Pensano che il processo di promozione alle persone potrebbe aumentare molto più agevolmente se, invece di riferirsi a loro come “cancro prevenzione”, i vaccini prevengono “malattie HPV correlate”.

Pertanto, gentili lettori, aspettatevi di vedere un sottile cambiamento nel modo in cui i funzionari della salute e i loro galoppini mediatici riferiranno in merito ai vaccini anti HPV. Invece di leggere e ascoltare del cancro, in particolare del cancro del collo dell’utero, è probabile che inizierete a leggere e ascoltare riferimenti alle “malattie HPV correlate”: fate particolare attenzione al plurale!

Il progetto è quello di vendere la vaccinazione ai neonati come preventivo multi-cancro. I genitori che si rifiuteranno di somministrare il vaccino anti HPV, per le ragazze o ragazzi, saranno accusati di condannare i loro figli a una vasta gamma di tumori.

Questa è un’altra esecrabile tecnica di marketing!

Fonte

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