Femminicidio e guerra di genere: tutta colpa dell’individualismo

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di Fabrizio Fratus

Alla fine è arrivata, da ora c’è anche la legge specifica sulla violenza alle donne, quelle sulla violenza agli esseri umani non bastavano. Si badi bene, non voglio assolutamente sostenere qualcosa contro le donne, anzi, al contrario, sono uno dei pochi che ancora oggi lotta contro la “guerra di genere”. Con specifiche azioni e campagne di comunicazione si è sviluppato un credo che i dati non confermano: gli uomini passerebbero le loro giornate a violare la libertà delle donne. Lo scorso mercoledì ho partecipato allo spettacolo dei volontari a Savona, invitato come testimonial dei “padri Separati”. Prima di me, sul palco, un nome decisamente conosciuto, Francesca Abruzzone, la criminologa spesso invitata a commentare i delitti italiani nel salotto di Bruno Vespa. Intervistata da una delle conduttrici della serata e ha subito messo in chiaro che il problema sono i maschi e che le donne subiscono tremendamente la violenza degli uomini. Banalità.

Studi di antropologia, letture come “Massa e potere” di Elias Canetti e tanti dati ufficiali, spiegano molto bene come la violenza non sia dell’uomo ma del genere umano in toto. Siamo imperfetti, spaventati e violenti… tutti noi. C’è chi riesce a soggiogare meglio i suoi istinti e a non riversarli sul prossimo mentre la maggior parte di noi, vigliaccamente, colpisce il più debole per scaricare le sue insoddisfazioni: questo concetto è ben descritto dal premio Nobel della Letteratura Canetti, che lo chiama “spina”.

Vi è un tentativo di contrapporre uomini e donne uno contro l’altra, in una guerra di genere senza senso e che allontana i due sessi mentre credo debbano essere complementari. La nostra società, estremamente individualista, si dirige in una direzione ben precisa che contrappone con forza l’uomo alla donna. Ho raccontato storie di tantissimi padri separati che da anni non possono vedere i propri figli… non è forse questo “maschicidio”? Molte donne ogni giorno delegittimano i propri uomini ricordando loro i fallimenti e le delusioni (su Facebook c’è un profilo in cui si raccontano le violenze subite dagli uomini: https://www.facebook.com/separazioni.maschicidio)… Ma la questione non è assolutamente se sia l’uomo o la donna a subire più violenza, il problema è la violenza in sè.

Uomini e donne devono riscoprire la complicità, i due sessi sono complementari ma in una società basata sul successo personale, sulla soggettivizzazione della realtà, sul dare le colpe agli altri per i nostri errori è sempre più difficile camminare insieme. A Savona, però, ho scoperto anche qualcosa di molto buono: l’associazione sulla violenza alle donne e quella dei padri separati non solo si parlano, ma insieme vogliono collaborare per trovare una soluzione alla violenza in famiglia. Bravi, questa è la strada corretta. Complimenti ai Presidenti di queste organizzazioni.

 

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Disintegrazione sociale tramite concorso

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Ieri, i media passavano in pompa magna la notizia del secolo: i Letta Boys trovano il rimedio ai mali della penisola, debellando tutto d’un fiato il precariato. Il tono roboante del premier in conferenza era accomagnato in sovraimpressione dalla scritta micoscoprica e ultrarapida che, in Nota Bene, inseriva ‘solo per la pubblica amministrazione, solo per qualche migliaio di fortunati, come non si sa… ma con metodi riservati’. In stile controindicazioni da prodotto farmaceutico, ma piuttosto che niente è meglio piuttosto… verrebbe da dire.

Questo bluff mediatico, se poteva con un po’ di sano ottimismo misto ad ingenuità esser salutato favorevolmente, aumenta invece lo sconforto se associato ad un’altra notizia, la quale invece è passata sotto traccia: la modifica della legge sull’accesso ai concorsi pubblici. Promossa dal ministro (!) Kyenge e in linea con la normativa europea (!!), prevede l’apertura dei posti di lavoro nella Pubblica Amministrazione anche a chi non ha cittadinanza italiana, ma semplice permesso temporaneo.

Così facendo, la Kyenge e i suoi burattinai azionano in un sol colpo due strumenti determinanti per il processo di disgregazione sociale che pare essere il fine ultimo. Fin troppo facile comprendere come – in un contesto di disoccupazione e concorsi pubblici praticamente bloccati – aumentare il numero di contendenti ad un numero sempre inferiore di posti, porti a complicare la ricerca di lavoro esasperando i conflitti sociali: inevitabile infatti che il cittadino a rischio estromissione per colpa dell’ingresso del non cittadino, vedrà in quest’ultimo una logica minaccia. Risultato non certo congeniale ai propositi di integrazione sposati dagli stessi proponenti, che in tal modo incentivano odio anzichè amore universale e volemose bene generalizzato.

A voler esser più sofisticati, poi, vi è uno svilimento del ruolo del lavoro nella pubblica amministrazione (già duramente colpito da anni di parassitismo assistenzialista soprattutto Made in Sud – ma non solo), che rispetto ad un impiego privato assume il carattere dell’esercizio per il bene della comunità. Dovendo essere la pubblica amministrazione il braccio operativo dello Stato, e lo Stato lo strumento organizzativo della comunità, è difficilmente concepibile che a gestirla sia chi non è cittadino e dunque non ha coltivato in sè la storia, la tradizione, la cultura e i valori che costituiscono il senso del dovere che dovrebbe contraddistinguere chi opera non per il solo profitto personale, ma per il buon funzionamento della comunità.

Un ragionamento simile, d’altronde, porterebbe la Kyenge all’autoeliminazione, senza neppure bisogno del televoto.

 

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Imu: il gioco delle tre tasse

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di Valerio lo Monaco

Il Decreto sull’Imu varato ieri decreta una cosa sopra a ogni altra: il governo, e forse la politica tutta, pensano realmente che gli italiani nel loro complesso siano degli imbecilli incapaci di comprendere anche la più elementare e risibile illusione.

La notizia è ormai nota: la rata di giugno dell’Imu sulla prima casa, originariamente posticipata a settembre, è stata ora eliminata. Dunque non si pagherà. E anche per quella di dicembre, la seconda annuale prevista, il governo fa sapere che il 15 ottobre saranno rese note le coperture per eliminarla. Dunque niente Imu sulla prima casa per il 2013. Teoricamente una buona notizia.

In quanto alla tassa nel suo insieme poi, per il 2014, e qui entriamo nell’ambito degli annunci, si parla di una totale soppressione che diventerà, forse, legge. Anche in questo caso non è dato sapere le coperture economiche, elemento pur essenziale nella nostra situazione drammatica dal punto di vista del denaro pubblico.

Sopra ogni altra cosa, nello stesso momento in cui politici di varia natura si prodigano nel sostenere che questa misura non comporterà l’aumento delle tasse da altra parte, si parla ormai senza mezzi termini di quella che fino a settimane addietro era solo una ipotesi e che oggi, invece, è diventata praticamente una realtà comunicata senza infingimenti: la Service Tax. Che è una novità, ovviamente. E che scatterà dal 2014. Non è un lassativo ma poco di manca. Vediamo.

I dettagli non sono ancora noti. Ma andiamo per ordine. Dunque la rata di giugno (settembre) verrà soppressa per mezzo di una copertura trovata, secondo quanto dichiarato, da un extragettito Iva derivante da un anticipo di una nuova tranche da 10 miliardi di pagamenti arretrati della pubblica amministrazione. Cioè: lo Stato, moroso da anni con le imprese, decide di pagarle almeno in parte, e queste, una volta ricevuto il denaro, offriranno un gettito d’imposte relative necessario alla copertura. Almeno così in teoria, se tutto filerà liscio, e se le stesse imprese, attualmente gravate da contenziosi con Equitalia derivanti proprio dai ritardi nei pagamenti ricevuti, saranno sul serio in grado, una volta avuto parte di quanto gli spetta dallo Stato, di versare realmente questo extragettito previsto.

In secondo luogo, un altro pezzo di copertura arriverà dalla sistemazione di una sanatoria sul contenzioso contabile relativo alle nuove slot. Pratica aperta da tempo, tra processi, condanne, appelli: e la mega truffa realizzata a suo tempo proprio nell’ambito delle sale giochi sarà chiusa con una specie di sanatoria per fare cassa (da 2,5 miliardi di contenzioso se ne incasseranno 625 milioni). Amen.

Non manca, ovviamente, come annuncio, il fatto che altra parte della copertura arriverà poi da nuovi tagli alla spesa pubblica. Supposizione (nostra): si tornerà a parlare a brevissimo di quel rumor circolato nei giorni scorsi in cui anche in Italia si sarebbe pronti a tagliare molti posti pubblici? Circolavano voci in merito a 7000 unità. Vedremo, naturalmente. Quello che è certo è che le coperture annunciate non sono affatto esaurienti, né dal punto di vista numerico ed economico né, tanto meno, in merito alle voci di spesa vere e proprie. Un indotto del “po esse”, una apologia dello “stamoce a crede”. E perdonateci la romanità.

In quanto alla Service Tax, che sarà formalizzata nella prossima Legge di Stabilità (vedremo che finte battaglie…) si parla di unificare la Tares, cioè la tassa sui rifiuti. Attenzione, viene da più parti utilizzato proprio il termine “unificare” ma, come si vede, al momento non sono note le altre voci che verranno unificate. Parlando esclusivamente della tassa sui rifiuti così come si sta facendo in queste ore, infatti, manca del tutto l’altro elemento – ne serve almeno un altro – che dovrebbe essere unificato al primo. In altre parole: si unifica la tassa sui rifiuti a cosa?

Si parla genericamente dei servizi offerti ai cittadini dai Comuni, in modo particolare di quelli “indivisibili” pagati dagli occupanti degli immobili. Ancora una volta: nebbia alta in val padana.

Altra supposizione: non si paga l’Imu come proprietari ma si paga la Service Tax come “occupanti”, nel senso che si occupa, cioè si abita, la propria casa. Cambio di nome, cambio di norma, ma solita Italia, come si vede.

Altra congettura, sulle seconde case stavolta: poniamo il caso di un immobile posseduto come seconda casa e affittato: ebbene, lo Stato drenerà denaro dal proprietario, che pagherà l’Imu come seconda casa, e dall’affittuario che, se ha un contratto regolarmente registrato, pagherà la Service Tax come “occupante” dell’immobile.

I Comuni potranno dunque imporre questa – nuova, ribadiamolo – tassa, come unificazione tra la vecchia Tares (vecchia dopo solo un anno di attivazione…) e questi presunti, e per ora sconosciuti, servizi.

Naturalmente per fare i conti dovremo aspettare tutti i dettagli. Per sapere quanto avranno risparmiato i possessori di prima casa sgravati dell’Imu oppure quanto ci avranno perso dopo che la Service Tax sarà andata a regime si dovrà conoscere l’importo di quest’ultima, sul quale al momento vige il più assoluto silenzio. Tutti gli altri invece avranno una maggiorazione secca.

Oltre all’ombra complessiva su tutta l’operazione, il dato che emerge conferma quanto si sa già da tempo: la nostra economia non permette alcun margine di manovra in alcun senso. Ciò che si taglia da una parte deve essere drenato da una altra parte. La “coperta” complessiva non cambia, è sempre troppo corta, e quella di avere meno freddo da una parte si rivela una illusione ben presto, quando si scopre una altra parte congelata.

Tassa vince tassa perde, da dove escono stavolta i soldi?

 

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Syrialeaks: come dare la colpa ad Assad

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di Pino Cabras

Un titolo netto sul Daily Mail, un quotidiano da due milioni di copie in edicola e da tre milioni di utenti online al giorno: «Piano sostenuto dagli USA per lanciare un attacco con armi chimiche contro la Siria e dare la colpa al regime di Assad».
Il titolo in questione risale al 29 gennaio 2013. L’edizione online del Daily Mail ha pubblicato un’interessante storia – a firma di Louise Boyle – in grado di gettare la giusta luce investigativa sui tragici attacchi col gas verificatisi in Siria sette mesi dopo, ad agosto 2013.
Ogni tanto, la grande stampa riporta qualche fatto importante che suona totalmente diverso dal racconto di fondo, ma quando questo avviene è un fuoco di paglia che viene subito estinto.
Naturalmente, pochi giorni dopo la pubblicazione, l’articolo era già sparito dagli archivi online del giornale, ma per fortuna non è così facile fare sparire l’informazione da internet una volta che vi abbia fatto capolino. Pertanto siamo in grado di riproporvi l’articolo ed esporre qui i tratti salienti.
Lo scrittore Roberto Quaglia parla di «Legge delle Prime Ventiquattrore. Nell’epoca dei mass media informazioni reali e significative vengono occasionalmente riferite al pubblico da giornalisti in buona fede durante le prime ore che seguono un evento. Poi una invisibile catena di comando evidentemente si attiva e le notizie vere, ma scomode, scompaiono in fretta e per sempre dal proscenio dei media. Solo le notizie comode – non importa se vere o se false – rimangono in circolazione. Per capire il mondo diventa quindi particolarmente interessante soffermarsi proprio sulle notizie soppresse.» Anche per il pezzo di Louise Boyle, è così. Fortuna che c’è Webarchive.
Il sottotitolo dell’articolo della Boyle recita così:
«E-mail trapelate da un fornitore della difesa trattano di armi chimiche dicendo che ‘l’idea è approvata da Washington’
Parte il racconto:
«Secondo Infowars.com, la e-mail del 25 dicembre è stata inviata dal direttore dell’area di sviluppo degli affari della Britam, David Goulding, al fondatore della società, Philip Doughty.
Vi si legge: “Phil … Abbiamo una nuova offerta. Si tratta di nuovo della Siria. I Qatarioti propongono un affare interessante e giuro che l’idea è approvata da Washington.
Dovremmo consegnare dell’armamento chimico (CW nell’originale, NdT) a Homs, una g-shell (bomba a gas, Ndt) di origine sovietica proveniente dalla Libia simile a quelle che Assad dovrebbe avere.
Vogliono farci dispiegare il nostro personale ucraino che dovrebbe parlare russo e realizzare una registrazione video.
Francamente, non credo che sia una buona idea, ma le somme proposte sono enormi. Qual è la tua opinione?
Cordiali saluti, David.”»
Come interpretare il messaggio? Nell’articolo si riassume così: «L’e-mail sarebbe stata inviata da un alto ufficiale a un appaltatore della Difesa britannica in merito a un attacco chimico “approvato da Washington” in Siria, da poter attribuire al regime di Assad.»
Insomma, il classico casus belli da scatenare con un atto spregevole “sotto falsa bandiera”, da attribuire al nemico. Una cosa impensabile per la stampa allineata, ma ben presente ai piani alti della pianificazione bellica. Abbiamo visto ad esempio con quanto candore uno dei frequentatori di questi piani alti, Patrick Lyell Clawson, dichiarava la necessità di un simile pretesto, in quel caso per attaccare l’Iran:
«Francamente, penso che sia molto difficile dare inizio ad una crisi. E faccio molta fatica a vedere come il presidente degli Stati Uniti possa davvero portarci in guerra contro l’Iran. Questo mi porta a concludere che se non si troverà un compromesso, il modo tradizionale con cui l’America entra in guerra sarebbe nel miglior interesse degli Stati Uniti.» Ossia con un casus belli generato da una provocazione. «Stiamo giocando una partita coperta con gli iraniani, e potremmo anche diventare più cattivi nel farlo», concludeva il falco di Washington.
Non sempre il potere si rivela in un modo così sfrontato ed esplicito. Nell’epoca di Wikileaks e di Edward Snowden le rivelazioni passano più spesso attraverso canali elettronici e contro il volere del governo. L’aricolo del Daily Mail precisava che «le e-mail sono state diffuse da un hacker malese che ha anche ottenuto i curricula degli alti dirigenti e le copie dei passaporti attraverso un server aziendale non protetto, secondo quanto riferito da Cyber War News.»
E per far capire quanto i ribelli siriani alleati degli USA e del Qatar potessero essere spregiudicati (oltre che ben addestrati) nell’uso di armi chimiche, l’articolo incorporava anche un video nel quale questi provavano gli effetti delle armi chimiche sui conigli. Il video mostra immagini particolarmente crude, attenzione:

È quantomeno curioso, per non dire di peggio, che oggi la grande stampa non ritorni sulla notizia del quotidiano londinese per approfondirla. Invece succede che tutto venga stravolto dai tamburi della propaganda bellica.
Le pagine online del 28 e 29 agosto 2013 di tutti i principali quotidiani italiani, ad esempio, titolano che “la Siria minaccia di colpire l’Europa con le armi chimiche”, distorcendo in totale malafede una frase di un politico siriano che diceva tutt’altro. Il viceministro degli Esteri Faisal Maqdad criticava infatti i paesi che hanno aiutato «i terroristi» (ossia i ribelli jihadisti) ad usare le armi chimiche in Siria, ammonendo sul fatto che gli stessi gruppi nemici di Damasco «le useranno presto contro il popolo d’Europa». Tradotto: attenta Europa, ti stai allevando da sola le serpi in seno. La frase era correttamente riportata in mezzo all’articolo. Ma il lettore osservi qual è invece la cornice scelta da la Repubblica e da La Stampa (e tutti gli altri, compreso Il Fatto Quotidiano, fanno lo stesso):
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La Stampa attribuisce addirittura la frase ad Assad (giusto per fabbricare l’ennesimo Hitler da strapazzare). Proprio Assad, in un’intervista a un giornale russo ignorata dalle redazioni italiane, due giorni prima dichiarava: «A quei politici vorrei spiegare che il terrorismo non è una carta vincente che si possa estrarre e utilizzare in qualsiasi momento si voglia, per poi riporla in tasca come se niente fosse. Il terrorismo, come uno scorpione, può pungerti inaspettatamente in qualsiasi momento. Non si può essere per il terrorismo in Siria e contro di esso in Mali.»
Basta poco per capire che i giornali italiani danno una copertura della crisi siriana totalmente manipolata e inattendibile. In Italia è ormai impensabile che un giornalista mainstream possa produrre un’articolo controcorrente come quello del Daily Mail.
Ancora oggi, quel giornale britannico, pur in mezzo a omissioni e distorsioni, in uno dei suoi più recenti articoli manifesta comunque il sospetto fortissimo che l’attacco chimico non sia opera di chi vorrebbero farci credere i governi.
A Londra i giornali vogliono ancora vendere qualche copia fra chi non si accontenta della propaganda. Da noi i giornali non fanno nemmeno il minimo sindacale per essere comprati. E il lettore si trova in guerra senza nemmeno sapere perché.

La disgregazione familiare e il problema dei padri separati

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di Fabrizio Fratus

La contrapposizione tra uomo e donna è in continuo aumento e, se spesso troviamo articoli e considerazioni sul problema del femminicidio, nulla si trova sul dramma dei padri separati e sulla loro crisi esistenziale ed economica. «Mi hanno separato dal figlio. Mi hanno tolto la casa. Ogni mese tolgono soldi sempre e solo a me». Tutte le storie di violenza sugli uomini e sui padri sono praticamente uguali, la disperazione dei soggetti colpiti da separazione è drammatica e si riflette sulla società intera, la separazione e il divorzio sono solo un processo iniziato molto prima.

Il problema principale è la mancanza di comunicazione, con conseguente accumulo di piccoli rancori che poi saranno un grande macigno che si abbatterà sulla coppia. Studi sulla comunicazione pragmatica del professore Paul Watzlawick della scuola di Palo alto di Chicago, dimostrano facilmente come le coppie, ad un certo punto del loro rapporto, non si ascoltano più e soggettivizzano quanto accade nel microcosmo in cui vivono rapportando ogni affermazione del marito/moglie come una accusa. Un processo indiscutibilmente drammatico che porta a conseguenze drastiche e sostanzialmente deleterie per la coppia, la famiglia e la società. La prima a pagare le conseguenze di questo processo brevemente descritto è la coppia, la mancanza di comunicazione e la soggettivazione dei fatti porta ad un allontanamento e quindi ad una separazione. Avvenuto questo processo, si sprofonda in una logica di fallimento che produce rabbia e per molti uomini depressione.

Il secondo grande problema è la “distruzione” del tessuto sociale che è basato sulla famiglia: la continua disgregazione delle famiglie tradizionali e nucleari produce sconcerto, insicurezza, confusione e rabbia e conseguentemente l’aumento di famiglie mononucleari, creando situazioni di ulteriore individualismo e soggettivizzazione della realtà in cui si vive. Il terzo dramma è invece quello basato sulla società. La famiglia è l’istituzione fondamentale di ogni società e si basa sul matrimonio con i caratteri di esclusività, di stabilità e di responsabilità; tramite ciò la società si riproduce e perpetua in tutte le sue forme. È facilmente comprensibile come il mancare della base su cui si fonda un sistema sociale produca effetti deleteri e drammatici.

I tre problemi sopra esposti sono facilmente verificabili e dimostrabili; quanto invece è ancora lontano da capire è l’effetto che si sta producendo sui bambini che subiscono lo scontro tra genitori, non esistendo ancora molti studi specifici che identifichino le problematiche relative alla crescita dei bambini soggetti alle “guerre” familiari. Se già oggi viviamo in una società iper-individualista, è comprensibile supporre che il processo disgregativo in atto nelle famiglie occidentali contribuirà notevolmente ad un ulteriore aggravamento sui rapporti sociali e solidali tra i cittadini.

Questo primo intervento sulla questione dei padri separati e della distruzione della famiglia ha l’intenzione di introdurre il lettore in un percorso di analisi che svilupperemo in seguito. I padri separati stanno subendo una situazione non sostenibile sia in relazione a questioni economiche sia di tipo sociale e i bambini sono i soggetti che assolutamente vanno tutelati ma al contrario spesso sono usati come arma contro i padri.

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Femminicidio: la nuova legge approva alla Camera ma i delitti non sono in aumento e in Europa si uccide più che in Italia

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di Furio Stella

Il decreto legge sul femminicidio approda alla Camera per la sua approvazione. Sul tavolo,  il  pacchetto di nuove norme varate d’urgenza dal governo che prevedono pene più severe (arresti in flagranza, querela irrevocabile, aggravanti per coniuge e compagno anche non conviventi, etc.) per contrastare l’ondata di delitti, praticamente uno ogni tre giorni, che dall’inizio dell’anno hanno una donna come vittima.
Sul fenomeno – omicidi efferati, dunque particolarmente odiosi e inaccettabili in un contesto civile –  si sono mobilitati in tanti. Peccato che in tanta mobilitazione sia mancato l’elemento più importante sul piano dell’informazione, e cioè i dati.

Il ministero dell’Interno, che sarebbe il primo deputato a fornirne, non ne ha. Il chè è già un dato preoccupante. Quei pochi che ci sono provengono o da data-base giornalistici, o dall’Istat (ma sono fermi al 2009), o da qualche istituto di ricerca indipendente come l’Eures. Pochi ma buoni? Se sì, è sorprendente come i dati a disposizione dicano cose diverse da quella che è la percezione del fenomeno. Nel senso che, nonostante quello che possa far supporre l’amplificazione data dai media, non è assolutamente vero che il 2013 (81 le vittime dall’inizio dell’anno fino a oggi) sia una sorta di anno record per quanto riguarda i femminicidi.

Né che questi ultimi siano in qualche misura aumentati rispetto agli anni scorsi. Dai giornali, difatti, si apprende che nel 2012 le donne uccise in Italia (nel 75% dei casi dal partner o dall’ex partner, e al 63% fra le mura di casa) sono state 124, e 137 nel 2011. Secondo l’Istat, le cui statistiche coprono il periodo dal 1992 al 2009, i femminicidi sono passati da 186 (1992) a 131 (2009), il che farebbe pensare a un fenomeno addirittura in calo.

In realtà non è nemmeno così, perché nel periodo sono presenti oscillazioni che, secondo l’Eures, vanno da 98 (i minimi storici di delitti verificatisi nel 2005 e nel 2007) ai 199 del 2000, anno record in negativo dell’ultimo ventennio. Insomma, a spanne i dati indicano che si tratta di un fenomeno costante nel tempo, e con una media che si attesta più o meno sui 120 casi l’anno, dunque 10 al mese. Ossia circa dieci volte di meno delle donne suicide o dei morti sul lavoro, per arginare i quali non risultano provvedimenti legislativi in arrivo.

Detto della differenza fra i fatti e la loro percezione – fenomeno sociologicamente tutt’altro che nuovo quando si ha a che fare con il tam-tam di giornali e tv – dai dati reali arriva un’altra fragorosa smentita, e cioè l’analisi secondo cui alla base dell’ondata di femminicidi nel nostro paese ci sia il maschilismo degli italiani. Frutto, sempre secondo la vulgata, non solo di mamme iperprotettive o castranti, ma più in generale di una società maschilista (la pubblicità osèe, la donna oggetto, le discriminazioni sul lavoro) ancora imbevuta di quella non-cultura per la quale per esempio fino al 1981 era ancora valido nel nostro codice penale il delitto d’onore che di fatto “derubricava” l’uccisione del partner fedifrago con pene da 3 fino a un massimo di 7 anni (praticamente come dare fuoco a uno scooter…).

Oddio, il discorso in generale è vero, se è vero che sono un milione e mezzo le donne italiane che hanno denunciato violenze dei loro partner, e che secondo magistratura e forze dell’ordine rappresenterebbero solo la punta dell’iceberg (il 6-7%) delle violenze di genere. E’ anche vero però che se paragoniamo l’Italia con gli altri paesi europei, i dati dicono un’altra cosa. E cioè che si uccidono molte più donne in Francia, in Germania e anche nella Svezia culla dell’emancipazione femminile. Secondo l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, difatti in Germania negli anni Ottanta i femminicidi erano il doppio che in Italia.  Mentre il paese europeo dove si ammazzano più donne è di gran lunga sapete chi? La Finlandia, in media 4-5 volte più che da noi. E dove, sempre in proporzione al numero degli abitanti, vantano anche il poco esaltante record europeo degli omicidi maschili. Dal che si deduce: o il maschio italiano non è affatto maschilista. O, se lo è, lo è meno dei suoi colleghi europei

 

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Il Patto col Diavolo

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“Quando un uomo onesto si accorge di essere nel torto, egli o smette di sbagliare, o smette di essere onesto.”

Anonimo.

Siamo uomini, o caporali?
Totò.

Il mito del ‘patto con il diavolo’ popola l’immaginario collettivo dal giorno in cui le religioni monoteistiche si affermarono nell’ambito di alcune culture umane, e si fonda sulla convinzione che il disegno divino sia ostacolato da una entità infida, malvagia e votata alla corruzione del genere umano. 
In rete si trovano numerosi ottimi articoli circa la figura del diavolo e il suo significato archetipico nell’ambito delle culture in cui fu codificata (v. correlati). Si tratta di un tema così complesso da non potersi esaurire nello spazio di poche righe introduttive. In questo caso ci basta notare che il nome ‘diavolo’ – di derivazione ellenica – significhi letteralmente: colui che divide, mentre il suo equivalente nella cultura ebraica ‘satana’ si traduce come colui che si oppone. Abbiamo quindi a che fare con qualcuno (o qualcosa) il cui unico scopo dovrebbe essere quello di ‘dividere’ ed ‘opporsi.’ Già, ma dividere che cosa, precisamente? Ed opporsi a cosa, in particolare? E poi si tratta di un qualcuno o di un qualcosa?Una possibile risposta a tali interrogativi potrebbe celarsi nella trama di un secolare e affascinante meme culturale, il quale narra di un accordo stipulabile con il diavolo in persona, allo scopo di soddisfare una o più aspirazioni così urgenti e irraggiungibili da indurre il contraente a barattare la propria anima in cambio del loro coronamento.

Il Patto in Letteratura.
La prima rappresentazione letteraria del patto col diavolo sembrerebbe risalire all’XI Secolo, in particolare all’opera Le Miracle de Théophile, dramma liturgico cattolico composto dal poeta francese Rutebeuf. In esso è narrata la storia di San Teofilo di Adana, siniscalco caduto in disgrazia che decide di vendere l’anima al diavolo pur di riottenere fama e ricchezza perdute, per poi, pentitosi, essere salvato dalla Madonna.La storia che più di ogni altra in letteratura è riuscita ad imprimere nello immaginario collettivo il concetto di ‘patto col diavolo’ è però quella che vede protagonista un certo dottor Faustus. Nel 1587 in Germania comparve dal nulla un romanzo scritto da un autore anonimo. L’opera – intitolata Historia Von D. Iohan Fausten – fu poi tradotta in lingua inglese da P. F. Gentleman nel 1592 con il titolo di La storia della Vita Dannata e della Meritata Morte del Dottor Iohn Faustus.

Fu proprio tale traduzione ad ispirare il drammaturgo inglese Christopher Marlowe, che alla fine del XIV Secolo scrisse The Tragical History of Doctor Faustus, dramma teatrale si dice improntato sulla figura dell’alchimista inglese John Dee (v. correlati). L’opera ebbe il merito di essere apprezzata dal grande pensatore e drammaturgo tedesco Johann Wolfgang von Goethe, che a cavallo tra il XVIII ed il XIX secolo ne trasse spunto per realizzare il proprio capolavoro, il poema Faust, composto lungo l’arco di quasi 60 anni, che lo consacrò come uno dei maggiori autori letterari di tutti i tempi.

Ancora oggi il poema di Goethe è fonte di ispirazione per l’arte e la letteratura, ma soprattutto influenza la ritualistica e la cultura di magia nera e satanismo.

Il racconto narra di un dotto uomo di nome Faust che – incapace di placare la propria sete di sapere – invoca il diavolo (che si mostra sotto forma di Mefistofele), e stipula con esso un patto, vendendogli l’anima in cambio della conoscenza proibita. Per 24 anni Faust potrà chiedere al diavolo la risposta ad ogni domanda che sia in grado di formulare. Nel corso degli anni a seguire, nell’intimo di Faust infuria uno scontro tra due angeli che rappresentano i due lati della natura umana, il Terreno e lo Spirituale. L’angelo dello spirito riesce in taluni casi ad insinuare nel protagonista il dubbio di stare percorrendo la strada sbagliata, ma ogni volta l’intervento dell’angelo ‘inferiore’ e le minacce di Mefistofele allontanano Faust dalla scelta di rinnegare il patto e salvarsi l’anima. Infine, il termine ultimo scade, e il dottor Faust non può che rassegnarsi ad una eternità di dannazione.

Il radicale dogmatismo espresso dalla morale di questa storia è evidentemente specchio del periodo storico e delle aree geopolitiche in cui fu prodotta. In essa emerge una ferma condanna della ricerca della conoscenza, marchiata come veicolo di peccato e dannazione. Su questo argomento ci sarebbe davvero molto da dire, non necessariamente in chiave anti-dogmatica, ma andremmo per le lunghe e fuori tema, per cui se ne riparlerà nei prossimi post.

Il Patto con il Cosmo.

Come si diceva, negli ambienti del satanismo e della magia nera vi è la convinzione che il patto col diavolo oltre che un mito religioso ed un soggetto letterario sia una pratica reale, funzionante e molto più antica delle opere che per prime la descrissero. Da parte mia dubito che praticando un certo tipo di rituale si possa effettivamente evocare una entità demoniaca disposta ad elargire favori in cambio di anime.Credo però nella esistenza di un altro genere di patto, un patto che il più delle volte non è suggellato da rituali o cerimoniali solenni, e che scaturisce quasi naturalmente da presupposti diametralmente opposti rispetto a quelli appena descritti, cioè dalla convinzione che in realtà non esista alcuna anima da barattare, alcun aldilà, alcuna coscienza. Siamo aggregati di atomi e discendiamo dai pesci e dai lemuri. La legge morale è una invenzione umana; una sovrastruttura culturale impositiva e costrittiva; di conseguenza posso fare il cazzo che mi pare, fisco permettendo.

Dice l’utente §MORDRED§ del forum Antro della Magia.
“Quella del Patto Diabolico è una mistificazione di ciò che avviene all’Anima in continua mutazione. A forza di operare con date Forze divieni simile a loro, e in taluni casi vieni assimilato e successivamente inglobato da tali Forze, se non sviluppi una coscienza dell’aldilà che ti permetta di godere di una certa indipendenza.”

Trovo condivisibile l’intuizione di Mordred. Il vero patto col ‘diavolo’, quello riscontrabile oggettivamente nella realtà quotidiana, e del cui tanfo da qualche tempo l’aria è ormai satura, credo sia quello che conduce all’azzeramento del rapporto con la coscienza. Quello in ossequio al quale un uomo assume la deliberata decisione di perseguire un tornaconto materialistico mediante il solo modus operandi che garantisca risultati apprezzabili, cioè in comunione con le leggi della Materia e le logiche della Giungla, ed in opposizione alla propria ed altrui componente spirituale (e non solo).

Tanto più le azioni di una persona sono finalizzate al soddisfacimento di aspirazioni materialistiche, tanto più sono governate da istinti disposti a ignorare ogni impulso interiore e abbassarsi ad ogni compromesso pur di raggiungere lo scopo perseguito, tanto meno la voce della coscienza le risulta udibile e comprensibile.Si tratta di un circolo vizioso, una spirale discendente capace di condurre all’azzeramento del rapporto tra un uomo e la propria coscienza. Una scissione, per l’appunto, causata dalla incompatibilità tra la legge morale e numerose attività umane finalizzate al materialismo. Ovunque vi sia vera spiritualità il materialismo latita, e viceversa. Non esiste persona in cui spiritualità e materialismo coesistano in egual misura. Ognuno di noi è espressione individuale ed unica di questo squilibrio. Ogni forma radicale di ripudio della vita esteriore e delle attività carnali, dall’ascetismo di matrice buddhista e induista alle pratiche cristiane e mussulmane quali la castità, la rinuncia agli averi materiali e il digiuno, è ispirata da un principio che accomuna la maggioranza delle religioni e filosofie spiritualistiche: laddove il materialismo non sia coltivato germoglia lo spirito; laddove lo spirito non sia coltivato germoglia il materialismo. Ecco un ottimo spunto da cui partire se si intende indagare sul perché la spiritualità sia boicottata da tutti i mass media.

Il Patto nella Realtà.
L’esercizio di molti mestieri allocati nell’apparato sistemico implica azioni contrarie ai dettami della coscienza. Anche qui vige un principio di massima riscontrabile nella realtà quotidiana: Tanto più un mestiere induca al consapevole soffocamento della propria coscienza (divisione) e contribuisca all’orditura con cui l’apparato cosmico si adopera per fuorviare il percorso esistenziale degli individui (opposizione), tanto più esso sarà gratificato in termini di denaro, successo, fama e beni materiali. 

Credo sia questo l’autentico patto ‘diabolico’ che fin dalla notte dei tempi si consuma sotto gli occhi di coloro che auspicano risvegli globali e salti quantici collettivi. E’ qualcosa di assai meno misterioso e leggendario della sua controparte letteraria. Un patto che chiunque ambisca a prosperare nella palude sistemica è tenuto a stipulare non col diavolo in persona, ma con l’elemento divisivo ed oppositivo di cui il diavolo è emblema: la materia; il cosmo, questo immenso palcoscenico su cui da sempre si replica la stessa rappresentazione a duplice chiave di lettura: materialistica per molti, spiritualistica per pochi.

Chiunque presti il proprio consapevole contributo alle infinite operazioni con cui il sistema froda ed offende la dignità umana, sa bene di avere stipulato un patto con le forze che agiscono per ostacolare il cammino degli individui, separandoli dalla loro componente spirituale. Chiunque sia gratificato dalla fama e la ricchezza dispensate settariamente dalla cultura dominante, prima o poi è sfiorato dal dubbio che tali privilegi non gli sarebbero stati accordati se le sue azioni non si fossero intonate alla Grande Menzogna Sinfonica, sia pure in forma indiretta. Che in una società diversa, in una cultura più sana, i suoi meriti non sarebbero stati giudicati in modo altrettanto lusinghiero. “Dietro ogni grande fortuna si annida un crimine”, asseriva a ragion veduta Honoré de Balzac. E parafrasando Erich Fromm: chi meglio riesce ad operare in una società oggettivamente malata, può essere ritenuto sano?

Arriva il giorno, nella vita di alcuni inconsapevoli caporali sistemici, in cui la verità si prospetta di fronte ai loro occhi, grazie a un lampo di lucidità ed onestà intellettuale. Tutte le volte che qualcuno in precedenza abbia provato ad ammonirli in merito alla reale funzione che assolvono nell’apparato, essi lo hanno accusato di paranoia e di calunnia. Ciò perché in realtà nessun input esterno è in grado di perforare il bias che fortifica le nostre certezze di comodo; alcune cognizioni non sono tramandabili: possono solo maturare interiormente. E a volte, nella vita di alcuni caporali sistemici, tale evento si compie. Quel giorno sono chiamati a prendere una decisione: forse la più significativa della loro esistenza: proseguire con cognizione di causa la carriera caporalesca, conservando i privilegi acquisiti così da vivere una vita da sogno in comunione con le forze al potere, le stesse che fanno polpette dei deboli, dei puri e dei dormienti, oppure uscire dal giro e perdere tutto … talvolta in tutti i sensi.

Non mi interessa attribuire connotati assolutamente positivi o negativi al tipo di scelta compiuta dai singoli individui. Continuo a pensare che tutto quaggiù abbia un senso ed un fine essenzialmente utile al disegno del Creatore, comprese le persone che scelgono di privilegiare il materialismo e l’egoismo rispetto allo spirito e alla empatia. Piuttosto tirerei in ballo qualcosa che ha a che fare con l’essere o meno protagonisti. A naso mi sembra che intraprendere la strada del nichilismo materialistico implichi una spersonalizzazione. Come se si cessasse di essere giocatori per confluire in questa enorme egregora che gestisce il banco.

Non molti caporali dispongono di sufficiente forza interiore per intraprendere la strada inconciliabile coi gradi che gli sono stati cuciti addosso. L’influsso saturniano è potente, e la prospettiva della rinuncia ai privilegi accumulati non di rado prevale sul rimorso. E’ umano, specie in un’epoca guasta come quella attuale. Una volta assunta consapevolmente la decisione di proseguire a servire il vecchio padrone, il patto è suggellato. Mi piace pensare che fosse proprio questo il genere di perseveranza che Sant’Agostino definiva – non a caso – diabolica, nel suo motto: Errare humanum est, perseverare autem diabolicum. 
Da quel giorno infatti l’individuo cessa di essere una pedina innocente ed inizia la propria carriera di persona consapevolmente unita in matrimonio con le Forze della Separazione.

In Conclusione.
C’è chi è perfettamente consapevole di cosa stia facendo; di che genere di leve stia muovendo e a che scopo. Numerosi politici, intellettuali, scrittori, imprenditori, artisti affamati di successo e potere hanno fiutato i vantaggi accessibili a chiunque abbini al proprio talento una disposizione particolarmente ‘benevola’ verso i ‘valori’, la cultura e i simboli appartenenti alle forze che governano il cosmo. Così come hanno compreso che ad uscire dal ‘seminato’ della cultura dominante ci sia molto da perdere e poco da guadagnare. Costoro hanno fatto una scelta molto lucida ed oculata, perlomeno a loro modo di vedere.

E poi c’è chi non ha idea di cosa stia facendo, perché per tutta la vita è stato irretito dalle balle della cultura dominante e quindi non è in grado di valutare criticamente la società a cui appartiene, nè di figurarsi una alternativa. Chi si è lasciato convincere che adeguarsi a un diffuso malcostume equivalga a ‘sapere vivere’, ad essere degli ‘uomini di mondo.’ Di mondo, per l’appunto. Di solito non mi piace generalizzare, ma oggi farò volentieri una eccezione: politici, banchieri, scrittori, giornalisti, scienziati, magistrati, avvocati, poliziotti, militari, docenti, ma anche attori, calciatori, e chi più ne ha più ne metta. Sono tutti pedine inconsapevoli mosse dalle forze che si adoperano per ostacolare il percorso dei singoli individui verso la libertà. E tali restano, ma solo fino al giorno in cui il famoso lampo di lucidità non li ponga di fronte alla famosa scelta.

Il giorno in cui il politico realizzi di essere un burattino in mano ad un potere che opera al solo scopo di rendere travagliata l’esistenza della gente; in cui il banchiere realizzi di causare con i suoi giochini finanziari la gratuita disperazione di centinaia di milioni di esseri umani; in cui lo scrittore realizzi di avere venduto milioni di copie solo perché il suo romanzo o il suo saggio funge da cassa di risonanza per inculcare nei lettori una idea della realtà fuorviante, allo scopo di occultare le vere ragioni dei mali del mondo; in cui il giornalista realizzi di essere uno strumento usato per deprimere, distrarre e disinformare; in cui lo scienziato realizzi che in un mondo governato dalla materia la scienza non potrà mai servire gli interessi della collettività; in cui il magistrato o l’avvocato realizzi che ciò che per esigenze di PNL i burattinai chiamano ‘giustizia’ in realtà è qualcosa di intrinsecamente ingiusto, in quanto mercantile, strumentale, forte coi deboli e debole coi forti; in cui il poliziotto o il militare realizzi di essere il braccio armato di poteri che hanno a cuore molte cose, ma non il bene della collettività; in cui il docente realizzi che la cosiddetta ‘istruzione’ è una gabbia per la mente e lo spirito; in cui l’attore realizzi che l’industria a cui si onora di appartenere vive da sempre al servizio di prosaiche campagne di ingegneria sociale; in cui il calciatore realizzi di essere usato come strumento di distrazione e drenaggio energetico delle masse, così che il vampiro possa dormire sonni tranquilli….

… quel giorno – piaccia o meno – ognuno di costoro si ritrova di fronte ad un bivio. Da una parte la scelta di smettere di nuocere alla altrui e propria coscienza, con tutte le spiacevoli ripercussioni di ordine materiale che – può scommetterci – funesterebbero i suoi giorni a venire. Dall’altra quella di badare al proprio tornaconto, raccontandosi qualche fragile frottola sul restare in sella per opporsi al sistema dal di dentro, ma in sostanza confermando la propria appartenenza all’apparato allestito dalle forze che operano per mantenere gli individui in uno stato di torpore, precarietà ed immaturità esistenziale.

Credo sia questa la fattispecie che più fedelmente rispecchia nella realtà il concetto di ‘patto con il diavolo’ di faustiana memoria.

Viator

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