Dietro al premio Nobel Rita Levi Montalcini.

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Riconoscendo i dovuti meriti alla signora Montalcini,noi comunque non ci dobbiamo scordare dei “particolari” della sua carriera scientifica per niente secondari(per noi): innanzitutto il sostegno alla vivisezione,anche se in seguito la Rita Levi “nazionale” sull’argomento cambiò parere(opportunismo o sincera “conversione”?),sostegno non solo teorico ma anche materiale,avendo la stessa scienziata praticato per anni e anni questi “sacrifici rituali” per la “Dea Ragione”(che non aveva bisogno di queste atrocità e di sicuro ne sarà offesa,visto che il suo nome è stato usato da carrieristi senza scrupolo per crimini “legali”)ma più probabilmente,aggiungiamo noi per il Dio Denaro(unico Dio riconosciuto da questo capitalismo in fase avanzata).Ecco cosa disse, in una puntata di Report su Rai 3 dedicata all’argomento ,sulla pratica di tortura e genocidio preferita dalle grosse mafie farmaceutiche “Si, Oddio bisogna che sia controllata, purtroppo non possiamo farne a meno, però lo si deve fare con il massimo rispetto dell’animale stesso e senza farlo soffrire.”(http://dallaparteloro.blogspot.com/2008_01_15_archive.html)Massimo rispetto dell’animale? Senza farlo soffrire?

Vabbè,passiamo oltre:un altro elemento non chiaro della sua carriera è il conflitto d’interessi(visto che và tanto d’attualità al giorno d’oggi)con le case farmaceutiche:infatti “Nel 1995, il quotidiano russo Izvestia, gettò delle ombre sul premio per la Medicina a Rita Levi Montalcini sostenendo che Francesco Della Valle, direttore generale della Fidia avesse “sponsorizzato” l’assegnazione del Nobel alla Montalcini, perché ciò avrebbe comportato grossi profitti derivanti dalla vendita del Gronassial. Nell’affare avrebbe avuto un ruolo rilevante anche Duilio Poggiolini, all’epoca direttore generale del servizio farmaceutico nazionale e membro della Loggia P2.” (http://it.peacereporter.net/articolo/13323/Nubi+sul+Nobel).

Andiamo avanti:la Montalcini è anche sostenitrice senza se e senza ma dello Stato di Israele che da più di 60 anni pratica ,con la complicità del “libero e razionale” Occidente ,l’apartheid e il “terrorismo di Stato” contro il popolo palestinese,costringendo alla diaspora quasi 1 milione di gente del posto:e lei che ha subito e ha vissuto durante le atrocità naziste e fasciste dovrebbe essere solidale con il popolo palestinese che sta vivendo un dramma molto simile a quello subito dal “suo” popolo negli anni Trenta,dramma che tra l’altro veniva descritto quotidianamente da Vittorio Arrigoni,il pacifista ucciso il 15 aprile ufficialmente da una “cellula impazzita di fondamentalisti islamici salafiti”(ma probabilmente con responsabilità morali e non solo del “democratico” stato israeliano),lo stesso che con grande coraggio denunciò la partecipazione di Saviano alla manifestazione propagandistica “Per la verità,per Israele” ,al quale appello anche lei signora Montalcini ha dato appoggio (http://www.veritaperisraele.org/about.php).

Da Giorgio Tremante:

Proprio lei, cara Rita Levi Montalcini ha pronunciato queste parole? 
Allora perché, nel 1980, dopo avermi proposto, forse su sollecitazione dell’allora Presidente Sandro Pertini, di farmi conoscere i più grandi genetisti a livello mondiale per cercare di risolvere il caso dei miei gemelli Andrea e Alberto colpiti, si diceva allora, da una malattia MISTERIOSA. Come mai, quando io venni a Roma per incontrarla ed accogliere le sue proposte invece di ricevermi mi sbatté letteralmente la porta in faccia? E’ stato forse perché aveva appreso che già qualche giornale aveva scritto e ventilato che la malattia dei miei figli poteva essere attribuita a un DANNO VACCINALE? Era questo il comportamento e l’onestà morale oltre alla deontologia professionale che una scienziata del suo calibro doveva tenere verso un padre disperato che si rivolgeva a lei perché non capiva la causa della malattia dei suoi figli e della morte del primo? Già, ma forse la correlazione con la malattia dei miei figli col DANNO VACCINALE, era scomoda più che per lei per una certa casa farmaceutica, senza far nomi, la FIDIA alla quale lei era molto legata, per la grande spinta che le aveva dato perché le venisse attribuito il PREMIO NOBEL? E’ risaputo ormai tutto di questa squallida vicenda, che la collega all’appoggio che la sua immagine di grande scienziata, dette allora a questa casa farmaceutica supportandola nella commercializzazione di un certo prodotto dal nome CRONASSIAL! Ecco perché, a causa di questi eventi la sua immagine di grande scienziata, secondo me, si dovrebbe sciogliere come neve esposta al sole. Ma nonostante questi fatti e la sua veneranda età, lei è rimasta ancora impavida a combattente e a difendere certi interessi, probabilmente legati più al commercio di certi prodotti che ad un qualcosa di veramente “scientifico” e utile all’umanità.

(Ringrazio Katrine e Massimo per il contributo reso pubblico)

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Mario Monti, Weimar Reloaded

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di Maurizio Blondet

Lo scorso 14 dicembre il nostro ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, è volato a Washington ad incontrare il suo pari grado, Tim Geithner, e «investitori» finanziari non meglio identificati. Ad essi, secondo Il Corriere, Grilli ha spiegato il piano del governo Monti per ridurre un poco il debito pubblico, che Monti ha continuato a far salire rispetto al PIL, inarrestabile. Il calo del PIL (e non le tasse, secondo Grilli) ha fatto sì che esso si divaricasse dal debito: quello scende e, per forza, questo sale. La soluzione è aumentare il PIL «nominale», cioè quello reale più l’inflazione (che è al 2%, secondo loro), per far convergere le due entità. Come fare? Tranquilli, ha detto Grilli ai finanzieri esteri: «Il continuo aumento della disoccupazione spinge chi cerca un posto ad accettare compensi sempre minori pur di lavorare, ridando così un po di competitività di prezzo alle imprese»Le imprese italiane potranno dunque «ridurre i costi del lavoro» (Il Tesoro e la via anti-debito).

Ecco dunque il progetto di «rilancio» e «crescita» di Monti (e di Bersani poi, per cui Monti è «un punto di non ritorno»): nessuna liberazione delle imprese dallo strangolamento della burocrazia pletorica inadempiente, nessun taglio ai «costi della politica»; niente blocco degli statali e dei loro stipendi, già il 15% superiori a quelli privati; niente fiscalità che non sia persecutrice di chi produce, nessun taglio agli statali di lusso con stipendi miliardari. Quello che vuol ridurre, il governo, sono i salari privati, ossia di quelli che producono, non dei parassiti. Mettendo in competizione gli occupati con i disoccupati, costretti ad «accettare compensi sempre minori».

A parte l’odiosità morale, è il caso di avvertire che proprio questa «soluzione» fu quella che stroncò definitivamente l’economia della repubblica di Weimar (1919-1933), e fece sì che i tedeschi votassero il NSDAP e la facessero finita col liberismo. Non fu infatti l’iper-inflazione, come alcuni credono, a provocare il rigetto della democrazia; l’inflazione tedesca, benché atroce per la classe media, era già finita nel 1923, e l’istituzione pluralista durò ancora 10 anni. A provocare il tracollo fu invece la deflazione, unita alla recessione, provocata da programmi di «austerità» rigorosi secondo l’ortodossia liberista, e infine il taglio dei salari privati ordinato per decreto dal cancelliere Heinrich Bruening.  Leggi il resto dell’articolo

“L’ARTE DELLA GUERRA” Vedi Napoli e poi muori

DSC_0168Di Manlio Dinucci

Mentre a Napoli chiudono sempre più aziende, ce n’è una che va a gonfie vele tanto che ha aperto una nuova, lussuosa sede. È la Nato, il cui Comando interforze (Jfc Naples) si è trasferito il 13 dicembre da Bagnoli a Lago Patria. Il nuovo quartier generale ha una superficie coperta di 85mila metri quadri, circondata da un’area recintata ancora più vasta, già predisposta per future espansioni.

Vi lavorano 2100 militari e 350 civili che, con le famiglie, costituiscono una comunità di oltre 5mila persone. La costruzione è costata ufficialmente 165 milioni di euro, cui si aggiunge una cifra non quantificata per le dotazioni (600 km d cavi, 2mila computer, antenne satellitari) e le infrastrutture. L’Italia partecipa alla spesa complessiva, stimabile in circa 200 milioni di euro, sia con la quota parte del costo di costruzione, sia con il «fondo per le aree sottoutilizzate» e con uno erogato dalla Provincia, per un ammontare stimato in circa 25 milioni. Tutto denaro pubblico, che va ad aggiungersi al budget militare.

Speso però bene, secondo le autorità italiane. Nella cerimonia a Bagnoli, il presidente della regione Stefano Caldoro (Psi/Pdl) ha esaltato «l’importanza del Comando nel Mezzogiorno», la cui presenza è «al servizio della sicurezza e della pace nel mondo». Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris (Movimento arancione), dopo aver sottolineato «lo storico legame di Napoli con questa base», ha dichiarato: «Siamo orgogliosi di aver conosciuto tante forze armate diverse» che, trasferendosi nella nuova sede, resteranno a Napoli, una città con «una posizione strategica rilevante nei piani per il mantenimento della pace nel mondo», una città che «con gli occhi guarda verso Bruxelles (sede centrale della Nato), ma con il cuore guarda a Sud, al Medio Oriente dove stati autonomi e indipendenti ci si augura possano vivere in serenità». Parole altamente apprezzate dall’ammiraglio statunitense Bruce Clingan, comandante del Jfc Naples, che ha regalato a Caldoro la chiave simbolica della base e a De Magistris la bandiera del Jfc Naples.

Nessuno meglio di lui può apprezzare la posizione strategica di Napoli, esemplificata dal fatto che egli è, allo stesso tempo, comandante delle Forze navali Usa in Europa, comandante delle Forze navali Usa per l’Africa, comandante delle Forze congiunte alleate. I tre comandi di Napoli, sempre agli ordini di un ammiraglio statunitense scelto dal segretario alla difesa con l’autorizzazione del presidente, hanno un’«area di responsabilità» complessiva che abbraccia l’Europa, l’intera Russia e l’Africa.

La guerra alla Libia, l’anno scorso, fu diretta dal Pentagono prima attraverso l’Africa Command, quindi il Jfc Naples, appoggiati dalle forze navali Usa in Europa. Sempre da Napoli vengono condotte le attuali operazioni militari in Nordafrica e in altre parti del continente e quelle di accerchiamento e disgregazione della Siria.

Poiché le operazioni belliche si intenficano in base al «nuovo concetto strategico», spiega l’ammiraglio Clingan, occorreva una sede adeguata a «un quartier generale di combattimento della guerra», costantemente operativo. A Napoli, che – assicura De Magistris – ha «una posizione strategica rilevante nei piani per il mantenimento della pace nel mondo».

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Il 21 Dicembre e la fine di un mondo

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E’ ormai cosa nota, a tutti coloro che hanno approfondito un minimo la questione, che i Maya non predissero alcuna fine del mondo, per come comunemente viene intesa.
E, ad esclusione di alcuni irriducibili survivalisti che da anni accumulano provviste e conoscenze per affrontare la fine dei tempi, rimane ormai ben poca curiosità a proposito della fatidica data del 21 Dicembre del 2012.
L’argomento “fine del mondo” ha avuto il suo momento d’oro negli anni passati, ma l’entusiasmo è andato via via scemando man mano che la scadenza si faceva più vicina: in fin dei conti, vi sono questioni più importanti, e più concrete, di cui preoccuparsi, di questi tempi.
A questo si aggiunga che in una situazione simile si guadagna ben poco nell’atteggiarsi a veggenti: se nulla dovesse accadere, infatti, si rischia una pesante derisione, mentre se si dovesse, malauguratamente, avere ragione, allora non ci sarà più nessuno con cui vantarsi della propria lungimiranza.
E’ un gioco in cui si perde sempre.
Ed è per questo motivo che se proprio non si resiste alla tentazione di immedesimarsi in profeti di sventura, allora occorre sempre seguire la prima regola delle predizioni, ovvero individuare il momento della sventura in una data assai lontana nel tempo.
Nostradamus docet.

Così, a qualche giorno dall’una volta tanto atteso 21 Dicembre, sono rimasti davvero in pochi a riservare qualche aspettativa riguardo tale data, anche tra coloro che nei mesi passati si erano lasciati suggestionare dall’onda emotiva.
L’aspetto curioso dell’intera faccenda, casomai, sta nel modo in cui a livello collettivo, e periodicamente, le profezie riguardanti una prossima fine del mondo siano sempre in grado di generare un vivace interesse.
La fine del mondo fa infatti parte di quell’universo archetipale che ogni essere umano si ritrova nel proprio bagaglio interiore, e i profeti di sventura di ogni tempo, dai millenaristi medievali agli interpreti dei Maya attuali, passando per i contattisti e coloro che attendono la liberazione da parte di razze aliene, non fanno altro che agire su quel tasto, stimolando immagini e scenari già presenti nell’inconscio di ognuno di noi.
Tali profezie, inoltre, attecchiscono preferibilmente in alcuni determinati periodi storici, piuttosto che in altri.
Ed anche questo fatto riserva un certo interesse.

La verità è che il mondo non finirà, per ora, mentre finiscono “i mondi”, più e più volte, ed ogni volta che questo accade le collettività percepiscono i cambiamenti radicali intorno a loro e li traspongono, per immagini, in scenari di distruzione completa.
La storia umana infatti non procede seguendo una linea retta e regolare, ma passando per sbalzi, accelerazioni, rallentamenti, in un percorso a spirale fatto di cicli sempre simili a mai eguali a se stessi.
Ed ogni volta che un ciclo sta per giungere a termine, qualcosa a livello inconscio traspare, e diviene percepibile in maniera confusa.
In questo, il calendario Maya è da considerarsi alquanto preciso.
La loro concezione del tempo, infatti, era ciclica, così come quella di tutti i popoli dell’antichità, e il giorno che hanno segnato nel loro celebre calendario non fa altro che individuare una data in cui un grande ciclo avrà termine.
Questo non implica catastrofi, né distruzioni, e nemmeno presuppone segni celesti che scandiscano il passaggio in maniera eclatante: la fine di un era è un processo lungo, vago, e le date servono solo come simbolici spartiacque.
Perché un’era sta realmente finendo, e noi siamo testimoni viventi di uno dei periodi con più grandi cambiamenti sociali che l’umanità abbia sperimentato.
Stiamo vivendo la fine di un modello economico che ha caratterizzato l’occidente e il mondo intero negli ultimi secoli, stiamo assistendo all’emergere impetuoso di una nuova religione, con i suoi simboli, i suoi riti e i suoi sacerdoti, e per la prima volta nella storia abbiamo edificato una metafisica alternativa fatta di bit ed impulsi elettrici, abbiamo costruito un universo alternativo e virtuale e vi stiamo rapidamente trasferendo le nostre vite.
Mai come oggi i segnali di un repentino cambiamento di era sono stati più evidenti, e solo il tempo saprà dire il carattere dello spirito che attraverserà il nuovo ciclo in arrivo.

 

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Benigni, buffoni di corte e autoerotismo costituzionale

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Ai tempi dell’ancien régime, vi era una figura molto in voga tra governanti: era il buffone di corte, un artista di medio livello culturale che campava prestando la propria arte alla corte di riferimento, cantando lodi al padrone in cambio di denari, favori o protezioni. Ai governanti faceva certo comodo, poichè li dilettava, ne alimentava l’autostima (fondamentale per ogni carattere egocentrico), nonchè favoriva la diffusione di storie e news opportunamente lucidate a favore del committente.

Finito l’ancien régime, sono rimasti però i governanti con i loro giullari. Come abbiamo potuto constatare dallo show consumatosi ieri, sulla Rai: Roberto Benigni (il giullare) ad interpretare la Costituzione su commissione dei governanti. Il risultato è stato un pietoso tentativo di forzare ogni articolo della Costituzione in chiave enfatica, mitologica, poetica… per cui i padri costituenti sono diventati non più dei politici in procinto di scrivere delle regole, ma degli eroi salvatori del mondo. Come ogni cosa che vien forzata (perchè non naturale), lo show di Benigni è scaduto spesso e volentieri nel kitsch, lasciandosi andare a mistificazioni, omissioni, leccate di culo e banalità stucchevoli persino agli occhi dell’ignorante.

L’errore di fondo nasce dal voler forzatamente considerare la Costituzione come un valore di per sè, e non come uno strumento da giudicare sulla base dei presupposti da cui parte e dei risultati che ottiene. Questo è un approccio che si tende ormai ad utilizzare dappertutto, proprio per compensare la carenza di un’identità naturale (a breve, c’è da scommetterci, anche l’Ipad diventerà un valore). Gli sforzi compiuti dal comico-showman per liberare gli “uaò!”, “che spettacolo!”, “quanto erano bravi!”, hanno fatto però si che lo stesso si dimenticasse di sottolineare come molti degli articoli elogiati fossero purtroppo completamente dimenticati o disattesi.

In pratica, per una serata che doveva essere culturale, non una parola sui contenuti: a parte le cavolate dette sul lavoro (tema sul quale torneremo con articolo specifico) e sulla bandiera (tema da noi già affrontato con il documento “Il tricolore – storia di una bandiera in crisi d’identità“), abbiamo sentito citare la tutela delle minoranze linguistiche solo per sfottere Di Pietro, ma non per parlare dell’importanza dei dialetti e delle numerose tradizioni locali che l’Italia contiene. Abbiamo sentito parlare di guerra per ascoltare la farsa sul sogno dell’Unione Europea, ma nulla sulla politica neocolonialista della stessa Europa che ogni anno ammazza e riduce alla fame migliaia di donne e bambini in giro per il mondo (Benigni pare rientrare tra gli stolti che premiano l’UE con il Nobel per la Pace). Nulla sulle politiche dei governanti che si dirigono verso lo smantellamento dei diritti tanto sbandierati dalla Costituzione (che fine hanno fatto i concetti – lì riportati – di giusto salario, utilità sociale, collaborazione alla gestione delle aziende?). E via dicendo, fino ad arrivare all’iniziale sproloquio di basso livello su Berlusconi – il cui ritorno ha come unico effetto positivo il fatto di ridare ai Benigni e alle Litizzetto di che mangiare.

Ma ciò che più di ogni altra cosa mette tristezza e toglie speranze, è il successo che Benigni ha riscosso tra il pubblico, ovvero la popolazione… e qui bisogna dare un merito al comico: perchè, ancora una volta, ha sottolineato come il vero problema dell’Italia sia l’ignoranza e l’incapacità di riflettere del suo popolo, a cui bastano due battute e qualche pop corn per venir totalmente anestetizzati… e scambiare per cultura ciò che è mera retorica su commissione. Non è un caso che gli italiani siano quelli che meno leggono e si informano in Europa… non è un caso che siano quelli del Francia o Spagna purchè si magna.

 

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ABBASSO BENIGNI E VIVA L’ITALIA

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di Gianni Petrosillo

Dolce Remi’, Roberto Benigni, nato appunto Roberto Remigio e pasciuto Benigni, il ragioniere che lesse Dante dopo Carmelo Bene. Da Bene a Benigni l’Italia crollò. Cosa avrebbe detto l’attore letterato salentino di noi e di lui? Che ce lo siamo meritato un cane così bavoso che ringhia come una pecora, perché siamo dannati ed applaudiamo all’ovvio, dopodiché il grande Carmelo ci avrebbe mandati tutti a farci un the, per non dir di peggio. Benigni il ruffiano non si inimicherebbe mai il vasto pubblico, non attaccherebbe mai a “sinistra e a manca”, non è una ripetizione è la realtà, poiché  gli serve il plauso del pubblico benpensante e poco pensante per darsi una ragione di vita. Per questo si prostituisce in prima serata con le sue lezioncine a modo, facendoci la morale del secolo scorso. Tanto odiò Berlusconi che lo imitò al contrario, quest’ultimo fissato per la sana e robusta costituzione e l’altro per la Costituzione spogliata di senso storico e di pudore. Si è quindi buttato sulla Costituzione, già ridotta a carne di porco, alla ricerca di facile consenso, dopo che Shel Shapiro l’ha musicata; cioè il secondo  l’ha cantata e il primo l’ha canzonata, con il medesimo risultato deprimente. Benigni si riassume in un solo gesto, è passato da prendere in braccio Berlinguer a prenderci per il culo tutti. Che la carta fondamentale abbia avuto un ruolo decisivo nella storia Repubblicana nessuno lo può contestare, com’è incontestabile il fatto che oggi non serva più a nulla, essendo stata tradita dagli stessi che l’hanno innalzata e ridotta a feticcio dei propri interessi di partito e di bottega, ormai distanti anni luce da quelli del popolo e della nazione. Anzi, come sempre avviene, chi sventola più in alto le bandiere lo fa per pulirsi il sedere. Tutto passa, dunque anche la Costituzione, diventata uno statuto libertino dei peggiori svenditori della patria, quel che non passa mai di moda sono invece i ciarlatani che suonano il motivetto istituzionale mentre lo Stato va a picco. Articolo 1 di questa miseria nazionale: L’Italia è una Repubblica fondata sui traditori osannati dai buffoni.Del resto, prendereste lezioni di storia o di diritto da uno che nel suo film capolavoro di revisionismo fa liberare Auschwitz dai carrarmati americani anziché da quelli sovietici, come in effetti è successo? Si meriterebbe un bel lancio di uova in faccia altro che ovazioni. Abbasso i miserabili e viva l’Italia.

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C’è una congiura internazionale contro l’Italia?

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di Francesco Lamendola

Il fatto che a sostenerlo sia Silvio Berlusconi, personaggio (a ragione) screditatissimo sia in patria che all’estero, può farla prendere per una delle tante buffonate cui ci ha abituati negli ultimi diciotto anni di vita politica: eppure ci sono forti probabilità che sia vero.

L’Italia è vittima di un complotto internazionale per tenerla in un perenne stato di minorità, per impedirle di aspirare a un ruolo più alto e più degno di lei sulla scena della politica mondiale. Così hanno deciso le grandi banche, le agenzie di rating e le maggiori potenze occidentali, prima di tutte quella che a torto viene sempre descritta come la nostra sorella latina: la Francia.

Ciò risale indietro nel tempo, almeno fin dal 1861, anno della nascita del Regno d’Italia come stato indipendente e  sovrano. La cosa non piacque ai nostri cugini d’Oltralpe, ma all’epoca avevano altre grane a cui pensare, la minaccia prussiana a sul Reno e, poi, la sconfitta di Sédan e la tragedia della Comune di Parigi. Ma ci misero poco a riprendersi e a fare di tutto per ostacolare il nuovo ruolo internazionale dell’Italia, fin dal colpo di mano su Tunisi, nel 1881, precedendo d’un soffio una analoga mossa italiana, tanto più fondata di quella francese, sia sul piano della necessità economica (in Tunisia era presente una grossa colonia d’immigrati italiani), sia su quello strategico (data l’estrema vicinanza di Tunisi alla Sicilia). Leggi il resto dell’articolo

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