Prism?

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di Uriel Fanelli

La cosa divertente di tutte queste notizie che appaiono in questi giorni su Prism e sul fatto che gli USA intercettino le telefonate dei cittadini – e che leggano regolarmente i dati dentro i datacenter delle grandi aziende (1) , cosa per la quale ho ricevuto molte email per via del lavoro che faccio, e’ che questo fiorire di notizie fa sembrare quasi che Prism sia un’idea recente.

Forse dovreste farvi un’idea di come si siano evolute le reti telefoniche negli USA, allora. Dovreste sapere che gli USA , essendo un paese enorme ove la manutenzione delle reti telefoniche era difficoltosa, e peraltro un paese che doveva essere raggiunto dall’estero SENZA che apparissero differenze tra una zona americana e l’altra, svilupparono ne 1962 una organizzazione della rete telefonica, allora posseduta praticamente da At&T e pochi altri operatori.
La rete venne riorganizzata in un progetto finanziato anche dal governo, e venne ristrutturata su 5 livelli.
  • Switch di classe 1.
  • Switch di classe 2.
  • Switch di classe 3.
  • Switch di classe 4.
  • Switch di classe 5.
questa riorganizzazione era gerarchica, e oltre ad aggiungere tre livelli normalmente non usati (in altre nazioni fisicamente piu’ piccole) , aveva introdotto un concetto interessante, ovvero lo Switch di Classe 1, ovvero lo switch nazionale per le chiamate internazionali.
Se prima erano gli operatori ad avere cura di farsi le tratte internazionali, dal 1962 diventarono operativi dodici centri nei quali passavano TUTTE le telefonate per e dagli USA all’estero. Leggi il resto dell’articolo
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La Monsanto sconfitta?

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Il Comitato Scientifico EQUIVITA, che da 30 anni segue la storia degli OGM e dei brevetti sul vivente in Europa, ritiene necessario prender le distanze dalla cronaca di oggi e fare una valutazione più approfondita della notizia uscita di recente: “La Monsanto rinuncia agli Ogm in Europa”

1) Tre sole sono attualmente le varietà di Ogm autorizzate alla coltivazione in Europa (assai poco diffuse: due varietà di mais per animali e una di tabacco), ma la Commissione europea, terminata pochi anni fa la lunga moratoria impostale dai cittadini europei, ha optato nuovamente per una politica di apertura agli Ogm, concedendo in cambio agli Stati membri la facoltà di opporvisi singolarmente…

2) Dopo un periodo travagliato durato fino ad oggi, in cui l’Italia (come vari altri Stati membri) aveva delegato la decisione sulle autorizzazioni alle singole regioni, l’Italia ha di recente stabilito (con mozione votata all’unanimità in Senato) per la richiesta della clausola di Salvaguardia, sancita dalla direttiva del 2001/18 (art.26 bis), che vieta la coltivazione di OGM su tutto il territorio nazionale, sulla base di rischi documentati per la salute e l’ambiente. Se l’Italia, che in tal modo si allinea con un numero importante di altri Stati membri, saprà portare a termine questo impegno, la nostra produzione alimentare, tanto apprezzata in ogni parte del mondo, sarà stata salvata e le colture transgeniche non vedranno la luce e avremo conservato la nostra sovranità alimentare.

3) L’attuale decisione della Monsanto, che dichiara di non voler “espandere” le sue colture geneticamente modificate in gran parte dell’Europa è dunque un semplice prendere atto di una situazione di fatto: i suoi progetti sono falliti, le colossali cifre investite non solo nei brevetti, ma anche nell’incessante lavoro di lobby svolto fino ad ora (di cui l’azienda stessa nel suo comunicato fornisce testimonianza) non sono state un investimento di successo.

4) La Monsanto tuttavia non fa cenno alle 65 varietà di OGM di cui è consentita in Europa l’importazione (di queste ben 30 resistenti al glufosinate, erbicida che la Commissione europea ha messo nella Lista rossa, tra i pesticidi più pericolosi e 23 resistenti al glifosate, erbicida che anch’esso è tossico per l’uomo, come ha dimostrato Seralini con i suoi studi sulle cellule umane). Questi prodotti creeranno sempre, pur se coltivati in altri continenti, gravi danni alla biodiversità, all’ambiente, alle economie locali, alla sovranità alimentare, e alla salute umana, soprattutto con la diffusione dell’inquinamento chimico (ricordiamo che le coltivazioni Ogm aumentano di 4 volte il consumo dei pesticidi, anche secondo lo studio IAASTD, commissionato dall’ONU a 400 scienziati indipendenti).

5) Ma la cosa più grave (e sempre taciuta) è quanto avviene oggi all’Ufficio Europeo dei Brevetti di Monaco di Baviera.
Se prima rifiutavamo di accettare i brevetti sugli OGM, in quanto, con il pretesto di una modifica genetica introdotta, privatizzano la materia vivente, oggi restiamo sbigottiti davanti ad un’azione di gran lunga più illegale.
Oggi i brevetti rilasciati dall’EPO alla Monsanto non sono più, in grande parte, su organismi geneticamente modificati (come previsto dalla direttiva 98/44), ma su piante o animali riprodotti con metodi convenzionali (senza modifica genetica). Oggi la sfida della Monsanto va ben oltre. Ne deduciamo che se essa ci assicura di voler rinunciare a qualche Ogm, vuol dire che entro poco sostituirà il mercato degli Ogm con quello dei prodotti convenzionali … coperti da nuovissimi brevetti.

Se noi non ci affrettiamo a fermarli con nuove e più assennate leggi, i nuovi “padroni del mondo” privatizzeranno e controlleranno ogni nostra fonte di vita.

EQUIVITA, Comitato Scientifico Antivivisezionista, 
Via P.A. Micheli 62, 00197, Roma – equivita@equivita.it

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NSA-PRISM: UNO SCANDALO FALSE FLAG PER COPRIRE IL BUSINESS

k-bigpicIl modo in cui l’opinione pubblica europea viene “informata” dello scandalo che riguarda la più grande agenzia statunitense di “intelligence”, la National Security Agency, presenta i consueti risvolti ambiguamente celebrativi che caratterizzano qualsiasi notizia proveniente dagli USA. Questo scandalo pare infatti risolversi anch’esso nell’ennesimo “trionfo della democrazia americana”. I media ci dipingono un Obama sotto attacco da parte di un’opinione pubblica americana che si dimostra gelosa delle proprie libertà, mentre il dibattito si sposta sui massimi sistemi, sullo scontro di due diverse idealità: da una parte la tutela della sicurezza dei cittadini, dall’altra la garanzia della loro privacy.

La presa in giro si completa sugli organi di stampa della finta opposizione, come “Il Fatto Quotidiano”, dove vi sono anche commentatori che giungono ad affermare che in Italia la situazione della violazione della privacy sarebbe persino peggiore che negli USA; cioè il tutto viene risolto in un astratto confronto, basato sulla falsa premessa che si tratti di questioni interne ai vari Paesi; questo come se la NSA si limitasse a spiare il territorio statunitense e non tenesse sotto controllo anche noi.
Il problema è che le attuali tecnologie rendono la privacy un’illusione, e questo modo di dibattere sembra più che altro finalizzato all’idea di abituare l’opinione pubblica a rassegnarsi a vivere sotto controllo. Qualche commentatore meno allineato ha fatto notare che questo scandalo sollevato dal quotidiano britannico “The Guardian” costituisce una gigantesca scoperta dell’acqua calda, dato che da anni si sapeva praticamente tutto a riguardo. In effetti, già nel 2009 la NSA fu al centro di una polemica per casi di spionaggio ai danni di alcuni parlamentari statunitensi; pare ci fosse sotto osservazione un deputato del Congresso, non individuato con certezza dai media; e persino il senatore Jay Rockefeller avanzò il sospetto di essere spiato.
Va sottolineato che però in Europa di questo scandalo del 2009 non si seppe a suo tempo praticamente nulla. Meno di nulla i media europei ci hanno detto su una vicenda successiva ancora più clamorosa, che riguardò le rivelazioni di un “insider” della NSA, l’agente Thomas Drake, che subì anche una persecuzione giudiziaria per “tradimento” da parte dell’amministrazione Obama. Alla fine Drake riuscì in parte a scamparla ed a cavarsela con una condanna minore, perché il tribunale riconobbe che le sue informazioni non compromettevano la sicurezza nazionale, ma scoperchiavano il gigantesco giro d’affari, di corruzione e di frodi che avviene all’interno della NSA. A rendere ancora più strano il silenzio dei nostri media, c’è la circostanza che Drake fu intervistato nella più importante trasmissione televisiva di informazione degli USA, “Sessanta Minuti” della CBS.
Anche in altre interviste Drake portò a conoscenza dell’opinione pubblica dei fatti clamorosi. La sicurezza nazionale è diventata negli USA il settore in maggiore crescita, con un’enorme redistribuzione della ricchezza: il solito capitalismo sedicente privato ed imprenditoriale che invece parassita i soldi pubblici. Agli agenti della NSA è data la possibilità di diventare milionari procurando appalti alle ditte private. Drake dichiaravatestualmente: <>.
Da profondo conoscitore del sistema, Drake parlò anche delle tecniche di “false flag”, di depistaggio, usate dall’amministrazione Obama per affrontare il suo caso, cercando di farlo passare per qualcosa che attentava alla sicurezza nazionale. In realtà attentava soltanto ai business ed agli arricchimenti fraudolenti che avvengono sotto l’alibi della sicurezza nazionale. Anche l’attuale scandalo sul sistema di spionaggio informatico Prism sembra proprio inquadrarsi in questo tipo di operazioni di depistaggio e distrazione. Facciamoli pure discutere nei talk show di libertà, di privacy, di sicurezza; l’importante è non parlare di appalti e di corruzione. Tanto ci sarà sempre una parte dell’opinione pubblica disposta ad avallare qualsiasi liberticidio in nome dello stato di necessità, perciò il dibattito si sposterà invariabilmente sull’opinabile. Ci si potrà quindi domandare quale sia stato il ruolo di Apple, Google e Facebook nel sistema di spionaggio Prism, ma non a quale grado sia arrivata la commistione affaristica di queste multinazionali con la NSA.
Nei Paesi sudditi deve rimanere la convinzione che la corruzione e le tangenti siano roba da popoli inferiori, mentre negli USA ci si scontra sul modo più giusto di combattere il terrorismo. Alla beffa si aggiungono il danno e l’ulteriore beffa, poiché le aziende italiane sono diventate terreno di caccia per ex-agenti CIA ed FBI specializzati in presunti servizi anti-hackeraggio; dei “servizi” che in realtà appaiono come la riscossione di un “pizzo” per essere protetti dalle stesse minacce di spionaggio industriale di provenienza statunitense. Con l’immancabile ipocrita arroganza dei colonialisti, questi pseudo-detective informatici affermano anche di fornire alle aziende americane che vogliano fare affari in Italia, delle certificazioni anti-corruzione sugli eventuali partner commerciali italiani.
Il ministro della Difesa Mauro può oggi permettersi di dichiarare che il MUOS in costruzione a Sigonella sarebbe un impianto che serve alla pace ed alla sicurezza globale, e tutto il problema starebbe nello stabilire se sia inquinante o no (e non lo sarà, c’è da scommetterci). Quindi, se i nostri media ci informassero sulle vere funzioni della NSA e di tutto l’apparato della “sicurezza” USA, l’effetto non sarebbe soltanto quello di un banale e consolatorio “tutto il mondo è paese”, bensì lo smascheramento del carattere affaristico-criminale dell’imperialismo, per il quale inventarsi un nemico significa creare appalti e business. Un business, ovviamente, sempre e rigorosamente basato sul saccheggio della spesa pubblica.

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Astensione elettorale e lobbismo: verso la “vera democrazia”

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di Enrico Galoppini

“Boom di astensioni”, “affluenza in calo”, “vota la metà degli aventi diritto”.

Sono questi alcuni dei commenti che hanno accompagnato i titoli d’apertura dedicati alle recenti elezioni amministrative che hanno avuto luogo in alcune importanti città, tra cui Roma.

Eppure una domanda sorge spontanea: come fanno a presentare come “democratica” una votazione ignorata dalla metà degli elettori?

Non tanto agli occhi del sottoscritto, che ha chiaro che cos’è la “democrazia”, bensì a chi crede che “democrazia” faccia il pari con “partecipazione”, “pluralismo”, “consenso”.

La cosa che infastidisce di più, non è tanto il fatto che procedano imperterriti per la loro strada come nulla fosse, incuranti del malcontento e della disaffezione montanti (peraltro indotte e canalizzate), ma che se ne infischino smaccatamente della patente contraddizione tra le loro parole d’ordine, le loro dichiarazioni di principio e la prassi quale viene instaurata attraverso tutta una serie di artifici e stati d’animo diffusi: dalla “legge elettorale” (dai nomi sempre più ridicoli, come il “porcellum”) alle regole per la presentazione delle liste, passando per l’odio diffuso verso “la casta”, e finendo con l’oscuramento mediatico di alcuni candidati scomodi e quelle “norme” che vietano la proposizione, in campagna elettorale, di temi particolarmente sentiti dalla famosa “gente”, che poi è quella che rimpolpa i ranghi del cosiddetto “corpo elettorale”.

Ma di che cosa c’è da preoccuparsi se nel “faro della democrazia”, gli Stati Uniti d’America, a votare va sì e no (più no che sì) la metà della popolazione, col perenne ‘vincitore’ che è praticamente il “partito degli astenuti”?

Ciò non turba affatto i benpensanti, le vestali del sacro fuoco democratico e i loro lacchè messi a fabbricare “l’opinione pubblica”. Quella è la “vera democrazia”, quindi bisogna senz’altro adeguarsi, ci piaccia o no.

Eppure, se si guarda appena sotto la scorza dei lustrini, delle paillettes e dei palloncini colorati che addobbano i comizi, pardon le “convention” di questo o quel candidato a stelle e strisce, ci si accorge che nel paese che dà “lezioni di democrazia” a destra e a manca col mitra spianato non vi sono né “partecipazione” (se non quella di “comitati elettorali” messi su alla bisogna), né “pluralismo” (ci sono sempre i soliti due carrozzoni del “bipolarismo”), né “consenso”.

A questo punto uno potrebbe sorvolare sui primi due punti, considerando che ovunque ed in ogni epoca la massa s’è sempre mantenuta ai margini dell’organizzazione della vita politica (il che non è del tutto vero: si pensi ai cosiddetti “totalitarismi” e alla loro “mobilitazione” permanente), se non addirittura nel completo disinteresse (cosa, come abbiamo scritto più volte, più sana dell’illusione di “capire” di politica); e che in fondo tutti i “regimi” (uso il termine nella sua accezione tecnica) non hanno mai permesso che determinate posizioni potessero prendere la forma d’una opposizione troppo pericolosa per la loro stessa stabilità.

Ma che dire al riguardo del “consenso”? La questione è piuttosto delicata perché rivelatrice della natura intrinsecamente elitaria, e perciò truffaldina (rispetto alle parole d’ordine), della “democrazia”. È risaputo infatti che i cosiddetti “regimi” (e qui uso il termine nella sua accezione negativa) hanno riscosso un consenso davvero di massa. E non solo perché veniva carpito con una propaganda capillare (alla quale quella delle “democrazie” non ha nulla da invidiare, essendo stata enormemente perfezionata), ma perché, in fin dei conti, il proverbiale “uomo della strada” vedeva realizzato e soddisfatto quello che per lui, attento più che altro alle esigenze e alle fatiche della vita quotidiana, era decisamente più importante rispetto alle fanfaronate sui “diritti” che mandano in visibilio i “democratici”.

La democrazia, dunque, se snobba la “partecipazione” ed il “pluralismo” inscenandone delle versioni per essa innocue, prescinde completamente dal “consenso” di massa. Da una parte, infatti, non può riscuoterlo, perché trattandosi del governo dei partiti per conto di potentati finanziari preoccupati di spillare il sangue dalle vene dei sudditi attraverso l’usura, il sistema che prende corpo con essa non suscita alcun entusiasmo. Entusiasmo che, anzi, viene visto con sospetto, come un atteggiamento da “esaltati”, la “democrazia” essendo in un certo senso il sistema in cui si trovano a loro agio i “moderati” (qui da intendersi non come l’opposto degli “estremisti”, ma quella gente scialba, sfuggente e senza personalità che pullula nelle “democrazie” e fa vanto della sua “mediocrità”, pretendendola da tutti quanti). Dall’altra parte, la stessa “democrazia” è però costretta a ricercare un certo consenso, ma lo fa tra quelle fasce della popolazione più abbienti, sistemate e comunque arrivate e soddisfatte dell’andazzo immorale, volgare e corrotto. Che sono le stesse che poi vanno a votare o “zuppa” o “pan bagnato”.

Tutti gli altri, tapini, non hanno più scelta, e dopo un po’ di messinscena arriva, tra una “riforma” e l’altra, il momento in cui di andare a votare non sentono affatto il bisogno, tanto viene percepito come inutile.

Col che si capisce anche perché quando la “democrazia” prende sempre più piede si arriva all’abolizione del “finanziamento pubblico dei partiti”. Prima si fa venire la bava alla bocca alla gente, facendogli credere che “è tutta colpa dei politici”. Invece, sembrerà strano a dirsi, se c’era un barlume di garanzia di veder rappresentato, pur all’interno della più generale truffa, anche qualche interesse non in perfetta sintonia con quelli dei suddetti potentati finanziari, ciò era proprio dato dall’esistenza del “finanziamento pubblico dei partiti”, che tra l’altro, facendo due rapidi conti, non grava chissà quale cifra sulle casse dello Stato.

Così, una volta sparita anche la possibilità per un piccolo movimento di poter condurre qualche utile battaglia politica, con la speranza di vederlo magari assurgere a posizioni di comando (più teorica che pratica in una nazione occupata da oltre cento basi ed installazioni militari straniere), resta solo la valanga di denari versati nella casse dei due carrozzoni-fotocopia da tutti quelli che hanno una qualche convenienza nel farsi elargire qualche “favore”.

Il “lobbismo”, dunque, da spregevole mercimonio nel quale i politici fanno gara nel vendersi al miglior offerente, diventa, per gli aedi del ‘verbo democratico’, una questione di “trasparenza” e di “modernità”, da esibire quale patente di compiuta e matura “democrazia”, come insegna la madrepatria ideale di tutti costoro, l’America.

Disaffezione per le elezioni e la politica in genere ed abolizione del contributo dello Stato per i partiti convergono alla fine verso un unico obiettivo, che è la realizzazione di una “vera democrazia”.

Peccato che essa non abbia molto a che vedere con quel che la gran parte della gente immagina al riguardo.

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La fine della sovranità

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di Alain de Benoist

La fine del mondo c’è stata, eccome! Non è avvenuta in un giorni preciso, ma si è spalmata su più decenni. Il mondo che è scomparso era un mondo in cui la maggior parte dei bambini sapevano leggere e scrivere. In cui si ammiravano gli eroi invece delle vittime. In cui gli apparati politici non si erano ancora trasformati in macchine per stritolare le anime. In cui si avevano a disposizione più modelli che diritti. Era un mondo nel quale si poteva capire che cosa intendeva dire Pascal quando sosteneva che il divertimento ci distrae dall’essere veramente uomini. Era un mondo nel quale le frontiere garantivano a coloro che vivevano al loro un interno un modo di essere e di vivere che era di loro specifica pertinenza. Era un mondo che aveva anche i suoi difetti e che talvolta è stato addirittura orribile, ma dove la vita quotidiana del maggior numero di persone era quantomeno garantita da dispositivi di senso capaci di dispensare punti di riferimento. Attraverso i ricordi, quel mondo rimane familiare a molti. Taluni lo rimpiangono. Ma non tornerà.
Il nuovo mondo è liquido. Al suo interno, lo spazio e il tempo sono aboliti. Liberata dalle sue tradizionali mediazioni, la società è diventata sempre più fluida e sempre più segmentata, il che ne facilita la mercantilizzazione. Vi si vive secondo il modo dello zapping. Con la scomparsa di fatto dei grandi progetti collettivi, in altre epoche portatori di visioni del mondo differenti, la religione dell’io — un io fondato sul desiderio narcisistico di libertà incondizionata, un io produttore di sé a partire dal niente — è sfociata in una “detradizionalizzazione” generalizzata, che va di pari passo con la liquidazione dei punti di riferimento e dei punti fissi, rendendo l’individuo più malleabile e più condizionabile, più precario e più nomade. Da un mezzo secolo, l’«osmosi finanziaria della destra finanziaria e della sinistra multiculturale», come ha scritto Mathieu Bock-Coté, si è sforzata, con il pretesto della “modernizzazione” emancipatrice, di far confluire liberalismo economico e liberalismo societario, sistema di mercato e cultura marginale, grazie soprattutto alla strumentalizzazione mercantile dell’ideologia del desiderio, capitalizzando così sulla decomposizione delle forme sociali tradizionali. L’obiettivo generale è eliminare le comunità di senso che non funzionano secondo la logica del mercato. Parallelamente, sono all’opera vere e proprie trasformazioni antropologiche. Toccano il rapporto con se stessi, il rapporto con l’altro, il rapporto con il corpo, il rapporto con la tecniche. E domani giungeranno sino alla fusione programmatica fra l’elettronico e il vivente. Quando il desiderio di profitto si impone
come unica motivazione a detrimento di tutte le altre, il suo effetto performativo è di generalizzare lo spirito mercantile, che decompone la popolazione in semplici clientele. In questo contesto, il “politicamente corretto” non è una semplice moda un po’ ridicola, ma un mezzo forte per trasformare il pensiero, per restringere ulteriormente uno spazio comune generatore di obbligazioni reciproche, per rendere impossibile la riabilitazione di un universo di senso oggi scomparso.
Stiamo infine assistendo all’istituirsi della governane, una sorta di cesarismo finanziario che consiste nel governare i popoli tenendoli in disparte. Lo Stato terapeutico e gestionale, dispensatore di ingegneria sociale e Grande Sorvegliante, si impegna, dal canto suo, a sopprimere la barriera esistente tra l’ordine e il caos. Esso basa il proprio potere sulla costituzione assolutamente volontaria di una situazione subcaotica, sullo sfondo di una fuga in avanti e di una illimitatezza generalizzate, creando in tal modo una situazione di guerra civile fredda. Lo stesso concetto di classe sociale viene congedato da una sociologia vittimistica che al suo posto colloca la denuncia dell'”esclusione” e la “lotta contro le discriminazioni”, e da una “scienza” economica che guarda al concetto di popolo come ad una categoria residuale, nel momento stesso in cui la lotta di classe è più che mai in auge.
Sotto l’effetto delle politiche di “austerità”, l’Europa sta scivolando nella recessione, quando non nella depressione. La disoccupazione di massa continua ad estendersi, lo smantellamento dei servizi pubblici comporta la riduzione dei beni sociali e il potere d’acquisto crolla. Un quarto della popolazione europea (120 milioni di persone) è sotto la minaccia della povertà. In passato, si sono fatte rivoluzioni per meno di questo. Oggi, non accade niente di simile. Delocalizzazioni, licenziamenti e piani sociali provocano, certo, proteste — ma non assistiamo a nessuno sciopero di solidarietà, e meno che mai a scioperi generali: la lotta per il mantenimento del posto di lavoro non ha prospettive al di là di se stessa. Perché la crisi viene subita così passivamente? Perché i popoli sono sfiniti, sbalorditi, sgomenti? Perché hanno interiorizzato l’idea che non esistano alternative? I popoli vivono sotto l’orizzonte della fatalità. Attendono che questo accada. Ma non accadrà, perché il capitalismo si scontra oggettivamente con limiti storici assoluti.
Viviamo una crisi di un’ampiezza assolutamente inedita, che tocca il sistema capitalista ad un livello di accumulazione e di produttività ancora mai raggiunto. Le crisi del XIX secolo avevano potuto essere superate perché la Forma-Capitale non si era ancora impadronita di tutta la riproduzione sociale. Quella del 1929 lo è stata grazie al fordismo, alla regolazione keynesiana e alla guerra. La crisi attuale, che interviene sullo sfondo della terza rivoluzione industriale, è una crisi strutturale, contrassegnata
dalla completa emancipazione della finanza di mercato rispetto all’economia reale e dall’indebitamento generalizzato. Uno dei suoi effetti diretti è consistito nell’affidare il potere politico ai rappresentanti di Goldman Sachs e di Lehman Brothers. Ma nessuno di loro risolverà il problema, perché non esiste un meccanismo che consenta di aver ragione della crisi. Le bolle finanziarie, il credito di Stato e la macchina che stampa banconote, vale a dire la creazione di capitale-denaro fittizio, non possono più risolvere il problema della desostanzializzazione generalizzata del Capitale. Sia che ci si diriga verso un’inflazione incontrollabile in assenza di qualsiasi reale valorizzazione — trattando l’attuale crisi di solvibilità come una crisi di liquidità — sia che si vada verso un generalizzato default nei pagamenti, tutto ciò non può che finire con un terremoto.
In un’epoca come la nostra, ci sono solo quattro tipi di uomini. Ci sono coloro che, del tutto consapevolmente, vogliono che ci si infili sempre più lontano nel caos e nella notte. Ci sono quelli che, volontariamente o no, sono sempre pronti a subire. Ci sono i diplodochi reazionari, che vivono la situazione attuale sul registro della deplorazione. Fra geremiadi e commemorazioni, credono di poter far tornare il vecchio ordine, ragion per cui non fanno altro che registrare sconfitte. Infine, ci sono coloro che vogliono un nuovo inizio. Quelli che vivono nella notte ma non sono della notte, poiché vogliono ritrovare la luce. Quelli che sanno che al di sopra del reale c’è il possibile. A loro piace citare George Orwell: «In un’epoca di universale disonestà, dire la verità è un atto rivoluzionario».

[Diorama letterario, n 314, primavera 2013]

 

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ANCHE ERDOGAN NEL MIRINO DI SOROS?

soros10Meno di due settimane fa il Primo Ministro turco Erdogan dichiarava di prevedere una rapida caduta del regime di Assad in Siria, ad opera dei “ribelli”. La dichiarazione era in linea con l’atteggiamento ostile verso Assad tenuto dal governo turco in tutta la crisi siriana; ma lanciarsi in auspici così plateali rappresentava sicuramente una chiusura a qualsiasi possibilità di interlocuzione con un avversario presentato come politicamente già morto.
Il fatto che in questi giorni sia invece proprio Erdogan a veder messa in questione la propria legittimità politica dalle manifestazioni di piazza, rappresenta qualcosa di più di un’ironia del destino, ma potrebbe configurarsi come una logica conseguenza della politica anti-Assad. Ogni teatro di guerra tende ad esportare la propria instabilità ai Paesi vicini, e ciò non avviene per un semplice “contagio”, ma per il fatto che spesso la posizione di “alleato” si dimostra più insidiosa di quella di nemico.
Riguardo alle motivazioni delle manifestazioni, appare strano questo concentrarsi della rivolta contro la presunta svolta “autoritaria, integralista e populista” di Erdogan, mentre soltanto da parte di gruppi dell’estrema sinistra si accenna al fatto più macroscopico che la Turchia stia partecipando all’aggressione contro un Paese vicino e tradizionalmente amico. Mancano inoltre i riferimenti a tutti i pericoli che comporta l’interventismo in Siria. Togliere il divieto del velo islamico è certamente meno allarmante del fatto che Erdogan abbia deciso di asservire il proprio territorio alle esigenze dell’aggressione della NATO contro la Siria, lasciandolo trasformare in una base per le milizie mercenarie del Qatar e dell’Arabia Saudita, ed esponendolo così a tutte le possibili fregature connesse alla posizione di alleato troppo servile e servizievole.
Infatti una delle conseguenze più gravi della posizione di alleato subordinato riguarda la perdita del controllo del proprio territorio a causa della crescente invadenza dei cosiddetti “alleati”. Sarà una banalità ricordarlo, ma mettersi in posizione supina è sempre un invito all’aggressione. Il colonialismo è sempre più schematico che strategico, e spesso l’alleato può costituire una preda molto più facile e disponibile del nemico. Non è un caso che la cosiddetta guerra in Afghanistan sia diventata (sempre che non lo fosse sin dall’inizio) soprattutto una guerra degli USA contro un loro “alleato” tradizionale come il Pakistan. Erdogan dovrebbe perciò cominciare a preoccuparsi del fatto che i media occidentali denotino un atteggiamento sin troppo “comprensivo” nei confronti dei tafferugli in Turchia, e si tratta degli stessi media che in Italia considerano il sampietrino di un manifestante come un caso di para-terrorismo. Altri commentatori ufficiali intanto già descrivono Erdogan come se fosse un Fratello Musulmano, mentre i rapporti di Amnesty International sono presi per oro colato, esattamente come per la Siria. Analogamente, i capi di governo occidentali, a cominciare da Angela Merkel, hanno espresso posizioni “equidistantiste” che rappresentano una mortificazione diplomatica per un alleato fedelissimo come il regime turco. Insomma, sembra mancare poco che persino ad Erdogan venga affibbiato quell’epiteto di “dittatore” che implica la morte civile a livello diplomatico.
L’occupazione del territorio turco inoltre non ha riguardato soltanto la presenza di basi di truppe mercenarie straniere, ma anche di servizi segreti, e persino di quelle nuove agenzie della provocazione e dei colpi di Stato che sono le Organizzazioni Non Governative. La Open Society Foundations del finanziere “filantropo” George Soros – che si dimostrò decisiva nella destabilizzazione di tutta l’Europa dell’Est e dell’Asia ex sovietica -, risulta ora presente in modo massiccio anche in Turchia.
A scorrere i programmi ed i progetti della fondazione di Soros per la Turchia, impressiona il loro tono educazionistico e civilizzatore, come se la Turchia stessa andasse rapidamente convertita al vangelo occidentalista. Particolarmente pretestuosa appare la questione dell’estensione dei diritti della donna in un Paese che è stato tra i primi a riconoscere loro il diritto di voto; addirittura dal 1923. Il governo Erdogan inoltre non ha mai messo in questione i diritti acquisiti dalle donne nel periodo dei governi laici, né vi è traccia di islamizzazioni forzate; persino le norme che limitano la vendita degli alcolici sono più miti di quelle dei Paesi scandinavi. Non si capisce allora perché Soros non vada a salvare la Svizzera, che ha concesso il voto alle donne soltanto nel 1971, o la Svezia, che raziona gli alcolici.
Come è già avvenuto in Tunisia ed in Egitto, ed all’inizio anche in Siria, non c’è dubbio che la rivolta in Turchia convogli, o fagociti, anche istanze e rivendicazioni autentiche di un Paese che ha attraversato una notevole fase di sviluppo economico a costi sociali durissimi. Ma occorre tener presente che la tecnica della “rivoluzione colorata” elaborata dal team di Soros, non implica solo aspetti di mistificazione, ma anche di manipolazione. Anche l’adesione alla rivolta turca di un grande scrittore come Orhan Pamuk è sicuramente sincera; ma lo stesso Pamuk, sempre lucidissimo nello smascherare le magagne interne alla Turchia, si dimostra troppo spessosupinamente credulone nei confronti dei miti del Sacro Occidente.
La fondazione di Soros afferma anche di adoperarsi per l’entrata della Turchia nell’Unione Europea, cosa che sino a qualche anno fa avrebbe potuto costituire l’ammissione ad un club di eletti, mentre oggi suona come una minaccia di ingresso in un campo di concentramento. La “deriva autoritaria” di Erdogan fa tenerezza se confrontata con l’attuale situazione europea, nella quale un organismo come il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), vanta uno statuto che – agli articoli 32, 33, 34, 35 e 36 – conferisce ad una ristretta oligarchia finanziaria dei privilegi inauditi ed un’assoluta immunità giudiziaria. Il tutto avviene nella completa disinformazione di una pubblica opinione convinta invece di sapere tutto grazie ai finti eroi del giornalismo d’assalto come i Santoro, le Gabanelli ed i Saviano. Tra l’altro il MES, mentre si arroga poteri assoluti sulle finanze e sui parlamenti dei Paesi europei, confessa nel suo stesso statuto – al punto 8 del preambolo – la propria totale dipendenza da un’istituzione come il Fondo Monetario Internazionale, controllata dagli USA che ne costituiscono il socio di maggioranza.
Intanto, un’altra di quelle ONG no profit specializzate nella destabilizzazione internazionale, la Bertelsmann Foundation, comincia a discutere di obiettivi molto più ambiziosi, cioè l’inserimento della Turchia nel nuovo “ordine” transatlantico del commercio e della finanza, una forca caudina imposta dagli USA e contrassegnata dall’acronimo TTIP, che dovrebbe andare in vigore dal 2015, ma di cui l’opinione pubblica del libero Occidente non è stata ancora informata.
L’integrazione nell’ordine transnazionale – cioè il dominio incontrastato delle multinazionali – prevede l’eliminazione di quei meccanismi di mediazione sociale che sono tipici dello Stato nazionale; e si tratta di innocue politiche di garantismo sociale, che però le organizzazioni transnazionali etichettano come “populismo”. Tutto ciò che possa minimamente ostacolare lo strapotere delle multinazionali viene perciò catalogato come minaccia autoritaria e degenerazione morale. Il fatto di essere “alleati” non salva nessuno da questa sorte, anzi, espone ancora di più all’aggressione coloniale. Se ne stanno accorgendo ora i Paesi del Sud Europa, ed anche la Turchia potrebbe rendersene conto di qui a poco.

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LA SOBRIETA’ E’ L’ULTIMO RIFUGIO DELLE CANAGLIE

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di Gianni Petrosillo

La sobrietà è la recita dello sperpero di fronte alla miseria. Nascondersi dietro alla morigeratezza è il gioco prediletto dei parassiti che si fingono contriti per paura di vedersi ridurre la rendita.

Negli anni ’70 il mantra era l’austerità di cui si appropriarono i comunisti di Berlinguer, coloro che attuarono una svolta geopolitica di campo senza procedere ad alcuna seria autocritica e si schierarono sotto l’ombrello della Nato, pur continuando a professare un’ideologia di tipo socialistico per meglio camuffarsi tra le “masse oppresse”. Fu in quel periodo che la politica cedette il passo al moralismo per riempire il vuoto di un fallimento storico e di una impressionante incapacità di rinnovarsi senza vendersi, cosicché il rigore e la severità di chi aveva la villa in Sardegna doveva diventare la prerogativa di uno Stato destinato a rivestirsi di stracci in cambio di protezione atlantica, preannunciando ben più gravi cedimenti di sovranità.

Nacque in questo contesto la famigerata superiorità morale dei comunisti la quale era in verità un’infame abdicazione ideale ed una rinuncia irriflessiva ai fattori costituenti, e teorici e pragmatici, della loro tradizione più alta. Finché il mondo restò diviso in blocchi contrapposti il tradimento fu strisciante e pencolante per evitare lo sconvolgimento identitario di milioni di militanti. Quando anche l’ultimo muro divisorio venne preso a picconate, gli spiriti beceri del voltafaccia poterono finalmente librarsi nell’aria abbandonando i grigi corpi burocratici e le rosse insegne del glorioso passato per inchinarsi al nuovo corso trionfante. Sembravano madonne immacolate appena venute al mondo che mai avevano frequentato le botteghe oscure e i vicoli ciechi del materialismo dialettico (nemmeno mai capito).

E’ proprio del 1978 il viaggio washingtoniano del nostro annunciatore di sobrie parate del 2 giugno. Quella visita fece infuriare buona parte dei democristiani che temevano il peggio poiché in quell’accreditamento prematuro, mascherato da gita di piacere presso il Dipartimento di Stato americano, ci videro il segno di sotterfugi che presto avrebbero destabilizzato il Paese e le sue istituzioni. I balenotteri non potevano ancora immaginare quel che doveva succedere un decennio dopo, quando i moralizzatori mutati in necrofagi di quello che erano stati e in coprofagi di quello che sarebbe venuto, organizzati in gioiosa macchina da guerra, con la collaborazione di una magistratura improvvisamente divenuta coraggiosa e irreprensibile, avrebbero dato lo scacco al regime ed ai suoi fautori.

Quel che accadde in seguito è nel nostro presente come storiaccia. Una nazione ridotta alla sobrietà dalla incapacità pantagruelica dei gruppi di potere “digerenti” la dignità pubblica e privata, dalle corporazioni sempre più solide e chiuse sui loro privilegi, dai club esclusivi battezzati all’estero che si nutrono dello Stato fino alle ossa. La casta non è casta per niente eppure non è a causa delle spese pazze di partito, degli stipendi elevati ed immeritati del parlamento centrale e dei parlamentini regionali, delle auto blu e dei rimborsi sparsi, nonché delle altre furbizie da rubagalline che la nazione è andata in fallimento.

Queste odiose prebende incidono incidentalmente sui bilanci nazionali. Ciò che pesa come un macigno è la mancanza di visione delle élite dominanti che per sopravvivere alla buriana si sbarazzano dell’Italia, togliendola da sotto i piedi ai connazionali. Lo scrive anche Piero Ostellino sul Corriere: “La Casta è, così, la più grande mistificazione che si potesse inventare per distogliere il cittadino dai problemi del Paese e dai suoi stessi interessi reali e mantenere immutato un sistema del quale troppi, compresi certi potentati privati collusi con lo Stato, godono perché possa essere facilmente riformato. La Casta è il falso obiettivo di una guerra che andrebbe combattuta contro altre cause della nostra endemica crisi”.

Ed è proprio di questo che si tratta. In nome dell’apertura al mercato globalizzato sono stati smantellati interi settori industriali all’avanguardia (dalla chimica alla elettronica), offerti in saldo a capitani di ventura senza denari che si sono riempiti le tasche restituendo ai contribuenti le carcasse dei loro miserabili saccheggi. Qualsiasi controriforma degli assetti costituzionali è servita a deprimere l’autonomia della nazione in maniera da escluderci dal consesso dei membri influenti dell’arena mondiale. Sono proliferate consorterie politiche e tecnocrazie economiche la cui sudditanza ai circoli stranieri è stato il motivo principale della nostra irrimediabile crisi.

In Italia non si decide più niente perché ci impongono tutto l’Ue e la Nato. Non attuiamo politiche espansive della domanda, non gestiamo la moneta, non possiamo affacciarci commercialmente laddove ci sono gli affari migliori e se ci proviamo subiamo interferenze scorrette e pressioni ricattatorie da parte di presunti alleati e partner, non riusciamo a salvaguardare le nostre imprese strategiche dalle manovre subdole dei concorrenti e degli altri apparati dello stato in combutta coi primi, non siamo liberi di stringere relazioni diplomatiche vantaggiose. Tale immobilismo sta logorando la nazione e sta affossando la sua prosperità. Tutto ciò ci impedisce di crescere e di avanzare verso un destino meno angusto di quello attuale. Ecco perché sprofondiamo di giorno in giorno.

Alla casta va imputato il prezzo di questo immenso sfacelo e non il conto sovrabbondante del ristorante. Gli italiani non vogliono mance e “resti in vita spicciola” perchè sanno che la sobrietà è l’ultimo rifugio delle canaglie.

 

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