Mario Tchou e il sogno spezzato dell’informatica italiana

programma101

di Michele Franceschelli

Il 9 novembre 1961 moriva l’ingegnere italo-cinese Mario Tchou e con lui quel sogno d’avanguardia – osteggiato dagli Stati Uniti d’America – che fu anche di Adriano Olivetti, con conseguenze funeste per i destini della nostra nazione. Una storia da ricordare, per tornare a sognare.

“Mario Tchou era il capo del laboratorio di Pisa e della Divisione Elettronica dell’Olivetti dedita principalmente a quell’epoca al grande calcolatore Elea, era il padre dell’Elea se vogliamo, che fu il primo grande calcolatore al mondo, prima dell’IBM (…) Mario Tchou è morto in un incidente sulla Milano-Torino e in Olivetti c’era la convinzione che fosse stato ucciso da forze risalenti ai servizi americani”. Carlo De Benedetti, Presidente della Olivetti dal 1983 al 1996, in un’intervista concessa il 29 ottobre 2013 a Giovanni Minoli, su Mix 24. (1)
“Adriano Olivetti: quest’uomo rappresenta un problema per il nostro paese”. Le parole pronunciate dal capo dei servizi segreti statunitensi, la CIA, in una riunione di altissimo livello, nella scena inziale della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno”, andata in onda il 28 e il 29 ottobre 2013 su Rai Uno. (2)

Una lezione per il presente

Che le parole pronunciate da Carlo De Benedetti durante la popolare trasmissione di Giovanni Minoli in merito alla convinzione degli uomini dell’Olivetti sulle vere cause della morte di Mario Tchou, così come gli input sul complotto made in USA inseriti all’interno della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno” di Michele Soavi, siano forse riusciti a spingere gli italiani ad aprire gli occhi sul ruolo infido giocato dagli Stati Uniti d’America contro il nostro paese, in queste ed altre circostanze, smascherando la rappresentazione propagandistica che li dipinge come l’alleato benevolo della nostra nazione?

Non lo sappiamo, sono stati due squarci di luce – l’intervista di De Bendetti e la messa in onda della miniserie – temporalmente coincidenti e qualitativamente diversi, che sono stati presto sommersi dalla forza oscurante della propaganda statunitense interessata a non far vedere agli italiani le porcherie combinate dai nostri “alleati” d’oltreoceano in oltre 60 anni d’occupazione, il tutto a favore di una narrazione storica falsa e stereotipata stracolma di zone d’ombra fatte di stragi, di assassini, di “incidenti” dolosi sempre privi di colpevoli, di uomini scomparsi nel nulla. Dove però questi “lampi di luce” riescano ad affermarsi a livello mediatico e di cultura di massa acquisendo le forme di verità storiche, non rimane che l’opzione di presentarle come conoscenze dal puro valore documentario su periodi lontani e passati privi di connessione con il presente, verità magari spiacevoli ma comprensibili e giustificabili per il clima della “guerra fredda” ed altre circostanze eccezionali che li rendevano inevitabili, continuando quindi a cercare di velare, sviare e limitare la portata rivoluzionaria di quelle rivelazioni storiche. Così facendo quegli “squarci di luce” perdono forza splendente e illuminano meno – e male – solo una metà, il passato, creando un fossato con l’epoca attuale: le responsabilità, gli interessi, il modus operandi, le dinamiche e la mentalità degli attori storici che quelle verità rivelano non devono essere comprese appieno per non diventare materia da cui trarre lezioni per il presente; un presente dove quegli stessi attori e quelle stesse forze, riconducibili agli USA e ai suoi scagnozzi italiani, continuano ad essere i padroni della nostra nazione, giocandovi un ruolo perfido, continuando a liquidare qualsiasi uomo italiano – sia questo un nuovo “Mario Tchou”, un nuovo “Adriano Olivetti” o un nuovo “Enrico Mattei” – che possa rappresentare un “problema” per il loro predominio sull’Italia, pur in assenza di “guerra fredda”, di “pericolo comunista”, di “emergenze democratiche”.

Per questo crediamo sia utile ritornare a ricordare certe figure e certi passaggi storici, non per amore della storia fine a se stesso, ma per comprendere le ragioni profonde di certi avvenimenti che hanno segnato negativamente e traumaticamente la storia di questa nazione e dotarci così, nello stesso tempo, di un arsenale interpretativo capace di riconoscere nel presente le trame sovversive e gli atti ostili compiuti ancor oggi nei confronti dell’Italia da quelli che subdolamente si continuano a chiamare come “alleati”, ma che la conoscenza della nostra storia e l’intuizione delle dinamiche attuali ci deve indurre a qualificare senza indugio come “occupanti” e “nemici” (anche se per far questo basterebbe molto probabilmente sapere – o voler vedere – che ci sono circa 110 basi e installazioni militari statunitensi sul territorio italiano, da Nord a Sud, da Aviano a Sigonella passando per Camp Ederle, Camp Darby e Napoli, con circa 15.000 militari e 15.000 “civili”).

L’Italia dovrebbe comprendere – dato che l’Unione Europea non lo fa a livello europeo e men che meno lo fa l’odierna classe politica nazionale, anzi molto spesso è proprio il contrario – la necessità e il dovere di difendere, con le unghie e con i denti dagli attacchi esterni e di sostenere in tutti i modi quegli uomini speciali, le loro imprese d’alta tecnologia e avanguardistiche, per l’apporto fondamentale che danno alla crescita morale e materiale di tutta la comunità nazionale e che le permettono di innestarsi su dei binari di sviluppo economico profondo e duraturo, fatto di alta tecnologia, ricerca, sviluppo e innovazione, basi della libertà, della forza e della dignità di una nazione.

Il filo storico che lega le vicende di Mario Tchou, inseparabile da quelle di Adriano Olivetti (entrambi attivi nello strategico settore alto-tecnologico dell’elettronica-informatica), di Felice Ippolito (nel settore alto-tecnologico del nucleare), di Enrico Mattei (in quello strategico dell’energia), di Domenico Marotta (della chimica), di Sergio Stefanutti (dell’aeronautica), quel filo che arriva fino alla guerra imposta all’Italia contro il suo alleato Muammar Gheddafi nel 2011 e alle sanzioni economiche alla Russia, passando per la scomparsa di Federico Caffè (nel settore strategico della finanza), Tangentopoli, l’esilio di Bettino Craxi (nel campo strategico per eccellenza, quello politico) e la morte di Raul Gardini (ancora la chimica), è una trama storica che ci svela i segni e le tracce, di volta in volta più o meno occulte, di una “manina d’oltreoceano” sempre attiva e sempre pronta a liquidare con le buone o con le cattive – e sempre con la complicità di una lobby interna tutta italiana di passaporto ma nella sostanza anti-nazionale perché totalmente prona agli interessi dello straniero e dei propri meschini dividendi di “casta”– di liquidare quei compatrioti che ora per genio, ora per arditezza, per onestà e per vigore rappresentano una grande opportunità per la nazione, una risorsa e un valore per i destini della Patria ma che proprio per questo sono un “problema” grave per gli Stati Uniti d’America interessati a mantenere il proprio predominio. E per i loro vassalli interni, interessati a coltivare i propri meschini interessi di bottega e portatori fin dal primo dopoguerra di un machiavellismo ideologico deformato dal servilismo che ha condotto ben presto l’Italia sui binari morti di uno sviluppo capitalistico subordinato, maturo e poi marcio che ha inevitabilmente innescato una spirale deleteria fatta di giochi di borsa e finanziarizzazione, speculazioni sull’ambiente, sulla salute e suoi diritti dei lavoratori, mungitura delle risorse statali da parte d’imprese mature e decotte, abnorme pubblico impiego come cassa di compensazione per la disoccupazione, “bolle” di lauree e lavori socialmente inutili, deindustrializzazione e svendita allo straniero dei restanti comparti industriali, il tutto con l’ausilio di un ceto intellettuale a libro paga di volta in volta chiamato a fornire coperture ideologiche mistificatorie e giustificatorie – le ultime in ordine di tempo sono la “teoria” della “decrescita” e l’enfasi posta sul “turismo” come risorsa strategica nazionale – a questi sviluppi patologici. Un sistema che prima o poi si sarebbe rotto, comportando una dolorosa ristrutturazione per il popolo italiano, ma senza che fosse permesso che le vere cause del disastro venissero alla luce. Leggi il resto dell’articolo

Scansione Impronte: Eldorado per il Sistema e gli Hacker

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Gli ultimi modelli di smatphone includono nuove tecnologie che definire rischiose per gli utenti, è un eufemismo. Oltre agli ormai noti chip GPS per la geo-localizzazione – cui gli utenti sono indotti a concedere l’assenso per fruire di alcune funzioni – ed ai chip NFC – per mezzo dei quali sarà possibile usare il telefono come carta di credito, nuovo passo concreto verso l’abolizione del denaro contante (v. correlati) – ora contengono un sensore per la scansione delle impronte digitali, che secondo le case produttrici servirebbe a “fare acquisti in maniera più veloce, e a sbloccare il dispositivo.”
In altre parole, gli utilizzatori stanno rinunciando alla riservatezza delle proprie impronte digitali per lo sfizio di sfruttare in maniera diversa con i propri dispositivi due funzioni già espletate egregiamente da un decennio senza l’ausilio delle impronte digitali.
Si tratta di un vero e proprio Eldorado per il Grande Fratello, un tempo autorizzato alla raccolta delle impronte digitali solo durante le visite per il servizio militare ed a seguito dell’arresto dei cittadini. Dopo avere prestato il consenso a cuor leggero al trattamento dei propri dati in materia di abitudini di consumo, orientamento politico e religioso, interessi, navigazione web, spostamenti geografici, contatti e amicizie, ora milioni di utenti stanno deliberatamente auto-schedando i propri dati biometrici senza nemmeno l’ombra di una buona ragione a titolo di contropartita.
Naturalmente i produttori dei dispositivi assicurano che le scansioni delle impronte digitali saranno archiviate localmente solo sui dispositivi in possesso degli utenti, tuttavia alla luce delle rivelazioni di Edward Snowden sul famigerato programma Prism della NSA, non si può che dubitare fortemente di tali affermazioni.
Di solito gli utenti giustificano la scelta di rinunciare alla propria privacy con l’argomento del ‘non avere nulla da nascondere’.
La prima obiezione a tale ingenuo modo di pensare – di ordine etico e politico – è stata evidenziata in un articolo pubblicato tempo fa su questo blog:

“Se non ci da fastidio che qualcuno da qualche parte ci osservi a piacimento, ascoltando le nostre conversazioni e monitorando i nostri movimenti, stiamo ammettendo di essere degli schiavi ubbidienti. La sorveglianza invisibile è una forma assai insidiosa di controllo del pensiero, e quando utilizziamo la logica del ‘non ho nulla da nascondere quindi ben venga la sorveglianza’ stiamo implicitamente ammettendo la nostra sottomissione ad un padrone e la nostra rinuncia alla sovranità della nostra mente e del nostro corpo.”

La seconda obiezione – di ordine assai più concreto – scaturisce dai rischi oggettivi corsi da coloro che decidano di auto-schedare le proprie impronte. Infatti le case produttrici riconoscono che le impronte digitali potranno essere utilizzate per identificarsi prima di acquistare le app presso gli store online, in remoto, elemento che conferma che le impronte saranno catalogate al’interno di banche dati remote; altrimenti non sarebbe possibile effettuare il raffronto all’atto degli acquisti.
Il punto, da tenere in debita considerazione, è che tali banche dati potrebbero essere violate tramite hackeraggio, elemento che rappresenta un rischio per gli utilizzatori, dal momento che una volta in possesso delle impronte digitali di un ignaro utente, grazie alle tecnologie di stampa 3D non sarebbe complicato riprodurle in formato tridimensionale ed utilizzarle per disseminare falsi indizi all’interno di una qualsiasi ‘scena del crimine.’

“Sono sicuro che qualcuno in possesso di una buona copia di un’impronta digitale e una decente capacità di ingegneria dei materiali, o anche solo di una stampante di buon livello – sarebbe in grado di farlo. (…) Se il sistema è centralizzato, ci sarà un ampio database di informazioni biometriche che sarà vulnerabile alle violazioni da parte degli hacker.”

Non sarà forse il momento di fermarsi a riflettere su quanto potrebbero costarci i nostri nuovi, apparentemente innocui giocattoloni digitali?

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L’ unificazione del pensiero nella società

school

di Alessandro della Ventura

 

Il mondo che conosciamo oggi, checchè se ne dica, è un mondo molto meno libero di quello che pensiamo. Tutto ciò che riteniamo opportuno, nella norma, attuabile è filtrato da un subconscio collettivo che viene instillato in noi fin da quando muoviamo i primi passi nella società, momento che può essere rappresentato dall’incontro con la scuola. Quando entriamo nella scuola siamo dei bambini gioiosi, ansiosi di poter esprimere la nostra voglia di vivere e la nostra creatività al prossimo. Ma non appena ci imbattiamo in questa istituzione ci vengono tarpate le ali e la nostra unicità viene vista come un pericolo, come un fattore destabilizzante dell’ordine della società poichè potente oltre ogni misura e incontrollabile. Questo avviene in buona parte con l’inconsapevolezza degli insegnanti che si trovano ad agire per instradare questa moltitudine di ragazzini all’interno di una società che li vuole in un determinato modo: uniformati, senza spirito critico, controllabili e usufruibili per gli scopi del sistema. Gli insegnanti sono assolutamente necessari per la crescita dei bambini, in quanto supervisori e supporto delle famiglie per la formazione di una buona educazione dei futuri cittadini. Ma ‘formazione’ non va intesa nel senso di indottrinamento ma come reindirizzamento delle proprie pulsioni e di tutto quanto possa recare danno al prossimo verso una pacifica convivenza nella società, che può essere perseguibile lasciando libero sfogo alle tendenze personali e alle capacità del singolo e non invece sacrificandole.

Lo scenario che invece si configura è terribilmente rassomigliante a quello che ci facevano vedere i Pink Floyd nella loro celebre canzone “Another brick in the wall”. I ragazzi sono al pari di burattini che vengono del tutto espropriati della loro personalità, costretti a rispondere alle esigenze del sistema. Ridotti a semplici ingranaggi di un’enorme macchina il cui unico scopo è andare avanti nella produzione fregandosene dei dettagli, di tutto quello che c’è al di sotto e che realmente muove il mondo. Così afferma Martha Nussbaum, una tra le filosofe più influenti nell’etica e nella pedagogia contemporanea: “in un mondo che obbedisce alle leggi del mercato, anche la scuola si è dovuta ‘adattare’. L’importante, secondo la concezione della scuola di oggi, non è fornire agli studenti gli strumenti necessari per riflettere e per interrogarsi sul mondo, ma è far andare avanti un sistema a un ritmo sempre più sfrenato. Oggi il sistema scolastico è diventato una sorta di fabbrica che sforna giovani ingegneri, economisti, tecnici, pronti a inserirsi nell’ingranaggio infernale del sistema capitalistico odierno.”

Da tutte queste considerazioni si evince come il sistema scolastico sia il punto nodale attraverso cui è possibile avviare una definitiva inversione di tendenza e ricostruire un nuovo modo di concepire gli altri e il mondo che ci circonda.

Ma un altro errore che troppo spesso in questo periodo si compie è di concepire un modello giusto ed egualitario di società in quanto “omologazione” e abbattimento delle alternative possibili, in modo da appianare le differenze e dare l’impressione che sia tutto in ordine e equamente distribuito.

E’ esemplare quello che sta accadendo in campo politico-economico. Sta sempre più emergendo una tendenza globale, fondamentalmente di stampo capitalista neoliberale, che tende a soppiantare tutte le strade “non convenzionali” e a far apparire il modello di società odierno come l’unico possibile e in cui non può essere apportato alcun cambiamento, pur essendo evidente la sua imperfezione. Citando il professore di filosofia Diego Fusaro: “Il sistema oggi non dichiara la propria perfezione ma si fa vanto della propria imperfezione non pronunciandosi sulla possibilità di trasformazione” e ancora il primo comandamento del modello sociale appare come “Non avrai altra società all’infuori di me”.

Quella che potrebbe sembrare una visione universale, neutrale, aperta alla possibilità di scelta e autodeterminazione delle altre culture in realtà cela in sè una prospettiva discriminatoria e particolaristica di ciò che è la vita buona cosicchè le culture minoritarie od oppresse sono costrette ad assumere una forma estranea. Questo è stato individuato in modo lungimirante dal filosofo canadese Charles Taylor: “la presunta società equa e cieca alle differenze non solo è disumana (perchè sopprime le identità) ma è a sua volta, in modo sottile e inconscio, fortemente discriminatoria. […] l’idea stessa di un simile liberalismo potrebbe essere una sorta di contraddizione pragmatica, un particolarismo mascherato da universale.”

Un altro esempio di questa tendenza a soppiantare ogni via centrifuga dall’opinione unica e dominante è il continuo ridimensionamento del ruolo della filosofia e dell’arte nell’istruzione. Entrambe infatti aprono le menti alla creatività personale, permettono di esprimere pienamente la propria unicità e trascendono il concetto stesso di giusto e sbagliato, normale o meno secondo l’opinione comune.

Il processo di unificazione del pensiero irrompe con la globalizzazione che, dietro l’illusione di farci sentire più vicini al di là delle distanze geografiche, ci sta rendendo tutti uguali senza una cultura, valori, senza spirito critico. Invece di permetterci uno scambio proficuo di rapporti interculturali ci sta abbassando tutti sullo stesso piano, ossia spersonificati, costretti ad osservare il mondo che ci circonda attraverso una lente che ci viene imposta e costruita ad arte. Dobbiamo invece imparare a rivalutare il potere intrinseco dell’individuo in quanto persona unica e inimitabile, che è speciale proprio per la sua ‘diversità’ e per la sua capacità di manifestare la propria essenza in base alle sue aspirazioni.

Il mondo è bello proprio perchè è vario. Ricordiamolo sempre.

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Il mercato immigrazionista e la solita pappa del cuore

Lampedusa, sbarco immigrati clandestini dalla Tunisia.

di Alessio Mulas

È apparso di recente un documento del Migration Policy Centre dell’European University Institute, intitolato «Is what we hear about migration really true? Questioning eight stereotypes»[1], che esamina i presunti stereotipi che il solito popolino, cattivo e ignorante, ha sul tema dell’immigrazione. Lo studio, che ha avuto ampio seguito sui giornali dell’Europa intera, non porta niente di nuovo a un dibattito che sempre più si rivela sterile: snocciola qualche banale quanto necessaria confutazione dei luoghi comuni anti-immigrazionisti, servendo il piatto con la solita salsa buonista e un’apparente scientificità. Sebbene sembri riuscire nell’impresa, basta scorrere il documento curato dal MPC per accorgersi che i veri problemi riguardanti l’immigrazione sono tacitamente ignorati.

Da queste pagine siamo più volte tornati sull’argomento. In particolare, abbiamo proposto una interpretazione del fenomeno migratorio come spostamento di incertezza[2]. Questa costituisce, insieme al fattore tempo, la cornice dell’azione umana. Non avere certezza sul futuro, essere preda del dubbio riguardo all’esito delle proprie attività e subire l’inutilità della propria conoscenza a causa della mutevolezza del presente sono costanti della modernità. L’immagine della liquidità, proposta da Bauman, è calzante: tutto scivola, inafferrabile. A ciò si aggiunge l’inflazione di aspettative che la cittadinanza ha verso la politica, aspettative che solo un Pericle potrebbe conciliare e soddisfare.

Ma all’orizzonte non vediamo dei Pericle. L’immigrazione rappresenta uno spostamento di incertezza (prevalentemente economica) da Paesi sofferenti verso Paesi forti. Insieme all’incertezza economica, arrivano anche nuove ed eterogenee aspettative, le quali vanno ad aggiungersi al già difficilmente governabile “mercato delle aspettative e delle idee”. La stessa ethnoscape, caos informe di nativi, turisti, gruppi in passaggio, lavoratori e professionisti stranieri, immigrati e rifugiati, è il primo simbolo del crollo dell’identità culturale di una nazione o di una civiltà, perché — promuovendo un’economia globalizzata e una cultura globalizzante — mina all’omogeneità identitaria di un Popolo, creando nuova incertezza culturale. Si istituisce una classe di uomini senza identità, sempre più schiavizzata e facilmente governabile dal capitale.

Oltre all’aspetto economico e culturale del problema, c’è quello strategico e geopolitico. Nel primo dopoguerra, il teorico militare inglese Liddell Hart descrisse un approccio indiretto alla guerra (e ricordiamo che per guerra non si intende solo lo scontro effettivo, l’atto del combattere, ma anche quel «tratto di tempo in cui la volontà di combattersi è sufficientemente nota»[3]), che consiste nel colpire l’avversario senza affrontarlo direttamente, cioè colpendone le industrie, le attività economiche e le reti di comunicazione, il piegandone il morale[4].

L’immigrazione (legale o meno) è così interpretabile come strategia indiretta volta a innestare in un Paese nuove aspettative, che vanno a modificare in una direzione le linee generali di politica estera, le attività culturali, l’apparato produttivo del Paese che ne riceve gli effetti. Chi trae beneficio dall’immigrazione è la classe politica inetta dei Paesi dai quali si emigra: la diminuzione della pressione demografica porta sollievo ai conti pubblici; l’abbassamento dell’incertezza garantisce i responsabili economici e politici del fallimento di un Paese dalla pericolosità delle masse. Se masse ad alto grado di incertezza si spostano, diminuisce il rischio di una reazione — poco importa se democratica e culturale o violenta e furiosa — contro gli inetti politici locali o le industrie straniere che sfruttano i territori. Ogni difesa del fenomeno migratorio affranca dalle inemendabili colpe i veri responsabili dei fattori (povertà, carestie, guerre) che hanno portato allo spostamento di uomini. Nessun sistema, sia esso socialista o liberale, è invulnerabile allo spostamento dell’«esercito industriale di riserva» (Marx) o impermeabile alla teoria politica.

E nella teoria politica non deve trovare spazio quella «pappa del cuore» (Hegel) propagandata in modo martellante, a suon di lacrime, dai mezzi di informazione italiani. Nella strategia indiretta immigrazionista è osservabile la nascita di un “mercato del migrante”, di un cartello politico dell’immigrazione, del tutto simile alle dinamiche del commercio di petrolio e materie prime. Tale politica, attraverso lo spostamento della riserva di manodopera, «costringe di fatto i Paesi riceventi a costi di produzione, dati i salari medi (dei migranti regolari o irregolari qui poco importa) a permanere in filiere produttive a bassa produttività, che verranno prossimamente attaccate o sostituite dai Paesi Terzi in fase di industrializzazione»[5]. Secondo il quarto rapporto «Gli immigrati nel mercato del lavoro in Italia»[6], promosso e curato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dalla Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione, gli stranieri occupati sono 2.355.923; «a fronte della diminuzione del numero di occupati italiani di 500 mila unità nell’arco di appena dodici mesi, aumenta il numero di occupati stranieri di entrambe le componenti UE ed Extra UE per complessivi +21.875 lavoratori». Andatelo a dire al signor Rossi: gli immigrati “non ti rubano il lavoro”, come affermerebbe con abietta convinzione il documento del Migration Policy Centre.

Nel frattempo, l’Operazione Mare Nostrum, ribattezzata Mare Mostrum, continua a donare l’illusione che l’Europa e l’Italia possano accogliere tutti coloro che hanno bisogno. Ieri, 20 persone sono morte durante un naufragio al largo di Al Khums, a 100 chilometri a est di Tripoli. Kassem Ayoub, portavoce della Marina libica, ha reso noto che 22 clandestini, aggrappati a ciò che restava della barca, sono stati messi in salvo.

Negli ultimi 25 anni sono 20mila le persone morte durante il viaggio clandestino verso l’Europa. La tragedia si può fermare solo con una visione chiara del fenomeno migratorio, acquistando consapevolezza che lo spostamento di incertezza e l’inflazione delle aspettative sono difficili da governare e vanno a danno di chi è già debole. Senza la perversa pappa del cuore.

 

[1] http://cadmus.eui.eu/bitstream/handle/1814/31731/MPC_2014_FARGUES.pdf?sequence=1
[2] http://www.lintellettualedissidente.it/perche-limmigrazione-e-coeva-al-capitale/
[3] T. Hobbes, Leviathan, XIII cap.
[4] B. Liddell Hart, Paride o il futuro della guerra, introduzione di Fabio Mini, Editrice Goriziana, Gorizia, 2007.
[5] M. Giaconi, Dall’influenza economica al rischio jihad. L’Immigrazione elemento di strategia indiretta, Gnosis 2/2009.
http://gnosis.aisi.gov.it/Gnosis/Rivista19.nsf/servnavig/19#(14) (30 giugno 2013)[6] http://www.integrazionemigranti.gov.it/Attualita/News/Documents/IV_RAPPORTO_MDL_ITA_ENG_ALTRELINGUE/IV_Rapporto_annuale_MdL_immigrati_2014.pdf

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Tecnologia Predittiva: la Sanità Diventa Orwelliana

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di N. West

Senza dare nell’occhio, la tecnologia predittiva sta prendendo piede. Le operazioni di elaborazione e schedatura dei dati personali effettuate dal governo, insieme alla nuova grande industria del brokeraggio dei dati, non solo minacciano le più basilari norme a tutela della privacy, ma stanno fornendo al potere alcuni strumenti di gestione della vita dei cittadini, un tempo inimmaginabili.

Fino ad oggi è stato un tema dai connotati molto tecnicistici e noiosi, tuttavia la notizia virale secondo cui Facebook starebbe usando alcuni algoritmi di proprietà per andare oltre la sorveglianza e manipolare le emozioni dei propri utenti in una sorta di grande esperimento psicologico, ha introdotto il tema nella cultura main-stream. Di certo un simile esperimento condotto senza il consenso dei soggetti coinvolti costituisce una enorme violazione della privacy e dell’etica. Tuttavia quando si tratta di ‘polizia’ e ‘sanità’ ogni diritto individuale passa in secondo piano, e il mondo odierno galoppa verso una società orwelliana in cui i ‘crimini’ saranno prevenibili attraverso la tecnologia predittiva.
L’instaurazione di un apparato di polizia e sanità predittiva è supportata da massicce campagne di marketing finalizzate a convincere l’opinione pubblica che simili strumenti contribuiranno a rendere la vita delle persone più sicura. La nozione di predizione del crimine in stile Minority Report sta diventando una realtà in Illinois e in California. Nel frattempo la sanità si prepara a gestire la diffusione sul mercato consumer di una serie di gadget indossabili dotati di milioni di sensori per il monitoraggio in tempo reale di ogni parametro biologico dell’utilizzatore (v. correlati). Attratta dalla promessa di una maggiore aspettativa di vita la gente sta abbracciando questa tecnologia con grande entusiasmo.
Tuttavia, se credete che il tutto si risolverà in una semplice raccolta di dati biometrici ad esclusivo uso e consumo dell’utente, siete fuori strada. Basta dare un’occhiata ad un articolo uscito su Bloomberg, dal titolo: Il Tuo Medico Sa Che Fai una Vita Insalubre: Lo Hanno Informato i Broker di Dati. Il pezzo spiega come siano sufficienti i dati sui vostri acquisti per tracciare un profilo dettagliato del grado di salubrità del vostro stile di vita.

“Presto potrebbe accadere che riceviate una chiamata dal vostro medico (o dal vostro assicuratore – n.d.t.) nel caso in cui smetteste di frequentare la palestra, o assumeste l’abitudine di comprare barrette di cioccolato al market o iniziaste a fare shopping nei negozi di alimenti specializzati in confezioni giganti. 

“Tutto ciò perché alcuni ospedali hanno iniziato a elaborare i dati dei consumatori per tracciare dettagliati profili sui pazienti già in cura e per identificare le persone con maggiori probabilità di ammalarsi in futuro, così che la struttura sia in grado di intervenire prima che ciò accada. Le informazioni raccolte dai broker sui registri pubblici e sulle transazioni elettroniche riveleranno quali negozi frequenti un soggetto, quali alimenti acquisti abitualmente, e se sia un fumatore. La più grande catena di ospedali della Carolina ha già elaborato i dati di 2 milioni di persone mediante alcuni algoritmi progettati per identificare soggetti a rischio, e in Pennsylvania sono usati i dati demografici.”

Ora provate a immaginare cosa accadrà quando avranno a disposizione i vostri dati biologici in tempo reale. Come illustrato da un articolo di Jon Rappoport, questo tipo di dati esercita una enorme attrattiva sulle forze corrotte che mirano al controllo totale. Nell’inquietante verbosità della legge Affordable Care Act (aka Obamacare) si cela la volontà di imporre istituzionalmente l’uso dei gadget indossabili. Rappoport cita due stralci di un articolo pubblicato su Managed Care, dal titolo Il Trattamento dei Dati nel Settore Sanitario Consentirà la Tracciatura di Modelli di Predizione Avanzata.

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Il mito dell’uomo perfetto sta spingendo la Scienza a ogni sorta di atrocità

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di Massimo Fini

Il Conformista di due settimane fa (6/12) era stato intitolato «Uomini ridotti a chip è questo il rischio della scienza estrema». Era un’ipotesi. Adesso è un fatto. O quasi. Domenica scorsa Rai2 ha mandato in onda un programma, ‘A come Avventura’, in cui si dava conto in termini entusiastici di studi, assai avanzati, degli scienziati del mitico MIT per inserire nel cervello un chip che ci permetterà di controllare le nostre emozioni, ira, gelosia, stress, ansia, e di ricondurle a livelli ‘accettabili’. E’ l’ossessione della Scienza di creare l’uomo perfetto, del Doctor Frankenstein. Un Superuomo che non soffra, nè fisicamente nè esistenzialmente. Solo che questo Superuomo si rivela, a conti fatti e del tutto contradditoriamente, un normotipo, omogeneo, omolagato: se tutti siamo perfetti non c’è più alcuna diversità fra di noi. Senza contare che di questi chip inseriti nei nostri cervelli potrebbe impadronirsi un Grande Fratello manovrandoci a suo piacimento.

Aldous Huxley ne ‘Il mondo nuovo’ aveva immaginato che il Potere, per acquietare gli individui e renderli disponibili e docili, gli avesse indotti a masticare quotidianamente il ‘soma’, una sorta di betel, una droga soft, cosi’ soft da non essere avvertita come tale. Ci aveva azzeccato in pieno: basta sostituire il termine ‘soma’ con ‘consumo’.

Comunque sia qui non siamo in un romanzo di fantascienza o nel laboratorio di uno ‘scienziato pazzo’ alla Frankenstein ma nel ‘sancta santorum’ della Scienza e della medicina tecnologica. Sono inoltre arrivati a conclusione altri studi per rimuovere dalla nostra memoria esperienze dolorose. E questo è anche più inquietante del Doctor Frankenstein. Perchè l’esperienza del dolore è formativa («Ogni malattia che non uccide il malato è feconda» scrive Nietzsche) ed è pedagogica e indispensabile per evitare guai peggiori. Se il bambino mettendo la mano sul fuoco non sentisse dolore se la brucerebbe.

A me sembra che questa scienza, autoreferenziale, innamorata di sè, stia diventando il nostro maggior pericolo. Perchè nella sua ansia di perfezione tende a togliere all’uomo tutto cio’ che ha di umano. L’uomo, ogni uomo, è un impasto di Bene e di Male, di salute e di malattia, di inquietudine e di serenità, di dolore e di felicità, di ansia e di quiete, e tutti questi elementi sono inscindibili, l’uno non esisterebbe senza l’altro («ognuno di questi opposti mutandosi è l’altro e a sua volta l’altro mutandosi è l’uno», Eraclito).

Poichè c’è nell’aria, anche senza il bisogno di ricorrere a chip ficcati nel cervello, questa tendenza all’omologazione universale, a fare di ogni uomo un normotipo, al ‘politically correct’ esistenziale spinto fino al ridicolo (adesso sono stati istituiti pure ‘corsi di addestramento per padroni di cani e gatti’), all’astrazione perfezionista di origine protestante e nordeuropea, insomma a cavarci il poco sangue che ci è ancora rimasto nelle vene, io provo un certo sollievo, lo confesso, quando sento di un delitto dovuto a qualche incomprimibile impulso. Vuol dire che, nonostante tutto, sotto questa gelida tecnorealtà, la vita, sia pur volta al negativo, scorre ancora.

Fonte

Gli psichiatri americani hanno una pillola per ogni “tristezza”. Anche per i bambini

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di Rodolfo Casadei

Nel nuovo manuale dei professionisti aumentano le sindromi da curare con i farmaci, per la gioia delle case farmaceutiche. E la tendenza è già contagiosa fuori dagli Usa.

È morta vostra madre oppure l’amata vi ha lasciato e voi per quindici giorni avete fatto fatica a prendere sonno, vi si leggeva una profonda tristezza sul volto e siete dimagriti causa inappetenza? Sicuramente siete afflitti da una malattia mentale, una forma di depressione severa. Il vostro bambino di sette anni ha preso troppo dalla mamma, cioè è un iracondo insopportabile, che almeno tre volte alla settimana esagera coi capricci? Lo affligge certamente una patologia psichica: disturbo dirompente con disregolazione dell’umore; e se la definizione vi sembra troppo ampollosa, dite pure “collera estrema dell’infanzia”. Il nonno continua a fare casino con la posologia dei quattro medicinali che deve quotidianamente assumere, non riesce a stare più dietro a tutti gli adempimenti amministrativi e fiscali, bollette di gas, acqua, luce, Tarsu, Imu ecc.? Non è che si sta rincoglionendo con l’età: trattasi di disturbo neurocognitivo lieve. Vostra sorella è malata di cancro da parecchio tempo, chiama continuamente al capezzale quelli che stanno in casa con lei, si inventa a ogni momento sintomi nuovi di altre malattie oltre a quella che ha già? La diagnosi è pronta: disordine sintomo-somatico. Vostra moglie continua ad accumulare cianfrusaglie, la camera da letto sembra un mercatino dell’usato, ma lei non si sogna lontanamente di fare ordine? Non è che ce l’ha con voi, bensì è affetta da sillogomania. Non è una perversione sessuale, è la patologia mentale di chi ammassa cose vecchie e inutili di cui poi non riesce a liberarsi.TUTTI MALATI MENTALI? Gratta gratta, siamo tutti malati mentali. È la conclusione implacabile che si trae dalla lettura (una penitenza per peccatori incalliti: sono quasi mille pagine scritte in inglese) del Dsm 5, la quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, redatto da 160 esperti messi insieme dall’Apa, l’Associazione psichiatrica americana. Quando uscì la prima edizione, nel 1952, le psicopatologie censite erano un centinaio. Nel 1968 erano salite a 182; nel 2000 avevano toccato quota 370. Per la quinta edizione, presentata a San Francisco nel maggio scorso, si temeva il peggio. In realtà la cifra assoluta quasi non è cambiata, ma solo perché alcune vecchie voci sono state accorpate. Per esempio la sindrome di Asperger è stata spostata sotto la più ampia e già esistente dizione di “disturbi dello spettro autistico”. Ma 15 nuove voci sono state inserite, fra esse le simpatiche diagnosi che abbiamo evocato in apertura. Il risultato, secondo lo psichiatra e psicanalista francese Patrick Landman promotore in Europa del comitato Stop Dsm 5, è che «se applicassi i criteri del Dsm 5, dovrei dire che il cento per cento dei miei pazienti sono malati mentali. In realtà, solo il 10 per cento di chi viene nel mio studio soffre di un disagio certo e accertabile. Col Dsm 5, non si può più essere normalmente tristi o angosciati, senza cadere nelle reti della psichiatria. La medicina tradizionale scopre le malattie, il Dsm le inventa».

Non è stato più gentile Allen Frances, lo psichiatra americano che aveva presieduto alla revisione del Dsm nel 2000. Nel suo libro Saving Normal, pubblicato come contributo al fuoco di sbarramento contro la stesura in corso del Dsm 5, l’autorevole clinico scrive che il nuovo manuale «etichetterà in modo erroneo persone che sono normali, promuoverà l’inflazione diagnostica e incoraggerà un uso inappropriato dei farmaci. Esso farà sì che milioni e milioni di persone attualmente considerate normali, siano diagnosticate con un disturbo mentale, e ricevano un trattamento e una stigmatizzazione di cui non hanno alcun bisogno». E soprattutto confermerà e conforterà la tendenza già dominante ad affrontare ogni disagio della persona con pillole e farmaci vari.

dsm_manualeUN DISTURBO PER CIASCUNO. Il futuro di un mondo dominato dal Dsm 5 per Frances è un incubo dove ogni occasione e situazione prevede una pillola psicotropa, dove a ogni umano sentimento penoso corrisponde una diagnosi psichiatrica: il disturbo dirompente con disregolazione dell’umore trasformerà gli sbalzi umorali in una malattia mentale e incoraggerà un uso allargato di farmaci antipsicotici; il disturbo da deficit di attenzione e iperattività vedrà allargare la sua diagnosi dai bambini agli adulti e condurrà a un drammatico aumento di prescrizioni di stimolanti come l’Adderall e il Ritalin; l’inserimento delle reazioni psicologiche conseguenti alla perdita di una persona cara (morte o fine di un amore) nella diagnosi del disturbo di depressione severa porterà al rifiuto a tutti i livelli del lutto e dell’umana esperienza dell’afflizione. «L’industria farmaceutica», scrive Frances, «è dedita all’omologazione di ogni diversità psicologica, il cui esito sarà la creazione di una monocoltura umana». Parole poco diverse usa, di qua dall’Atlantico, Patrick Landman: «Non si può lasciare che il patologico invada tutta la sfera nel nostro vivere, ogni giorno. Il Dsm lo fa. Siamo al trionfo del sintomo e alla morte del soggetto con la sua storia personale e singolare. E siamo, di conseguenza, alla sovraprescrizione di farmaci. E quindi alla psichiatrizzazione rampante della società».

LE PRESCRIZIONI DI RITALIN. Cosa questo già significhi lo si capisce al volo quando si confrontano i dati sulle prescrizioni di Ritalin in ambito di psichiatria infantile in paesi dove il Dsm è un riferimento obbligato e in paesi dove non lo è, e quando si butta l’occhio ai bilanci dell’industria farmaceutica, capitolo sostanze psicotrope. La denuncia si può leggere nell’appello “Per farla finita con la dittatura del Dsm”, iniziativa nata in Francia due anni fa e da qualche tempo approdata in Italia: «(…) in Francia, quasi 20 mila bambini prendono il Ritalin, siamo ancora ben lontani dai 55 mila bambini inglesi e soprattutto dai 3 milioni di canadesi e dai 7 milioni interessati negli Usa. (…) Le medicine psicotrope rappresentano un mercato estremamente vantaggioso: negli Usa, nel 2004, gli antidepressivi hanno generato 20,3 miliardi di dollari di profitto, gli anti-allucinatori 14,4 miliardi». Il manifesto anti-Dsm sembra confondere i ricavi coi profitti e altre fonti indicano valori un po’ più bassi, ma il legame fra i contenuti del Dsm e il boom farmacologico è difficile da smentire: è, effettivamente, la conseguenza della sua impostazione. Vediamo perché.

IL METODO DEL DSM. Il Dsm dichiara che il suo metodo per l’identificazione delle malattie mentali è “sindromico” e “ateoretico”. Paroloni che significano semplicemente che il manuale descrive insiemi di sintomi senza identificare le cause, e non dice nulla sulle cause perché su di esse non c’è unanimità nel mondo scientifico, bensì diverse teorie e approcci si contendono la spiegazione del disturbo. Quando noi ci troviamo di fronte a una malattia organica, per esempio una polmonite, siamo in grado di dire che essa è il risultato di una infezione prodotta da un virus o da batteri. Ma quando ci troviamo davanti a una malattia mentale, cioè a un disturbo del comportamento umano, vari tentativi di spiegazione appaiono in concorrenza fra di loro: alcuni tentano una spiegazione biologica nel campo delle neuroscienze, altri privilegiano la pista genetica, altri ancora cercano la causa psichica vera e propria. Il Dsm si dichiara al di sopra delle parti e si limita a descrivere i sintomi e a presentarli come sindromi: mentre una malattia è un insieme di sintomi che fanno capo a una causa definita, una sindrome è un insieme di sintomi che possono essere dovuti a cause diverse. Una sindrome, però, non si può curare come tale: se io non riesco più a respirare, un medico rileverà prima di tutto che sono affetto da una sindrome da insufficienza respiratoria, ma poi dovrà cercare di capire se si tratta di una polmonite, di una perforazione dei polmoni, di un problema cardiaco o di un avvelenamento, ecc.: ne va dell’appropriatezza della terapia che userà per guarirmi. Il paradosso delle malattie mentali così come sono presentate nel Dsm è il seguente: si pretende di curare delle sindromi, cioè si interviene sui sintomi a prescindere dalle cause. E come si fa a modificare dei sintomi di cui non si conosce la causa? A botte di psicofarmaci, ovviamente. Così siamo entrati in quella che Landman definisce l’«era della psichiatria clinica farmaco-indotta», nella quale «nuovi farmaci portano alla creazione di nuove diagnosi o alla modificazione di quelle esistenti». 

medicinaepersona-jpeg-crop_displayA SUON DI FARMACI. La neutralità teoretica del Dsm va a farsi benedire: le malattie mentali sono trattate a suon di farmaci, come si fa con le malattie organiche, quelle legate ai fattori biologici. La specificità psichica non è riconosciuta. La natura soggettiva e relazionale dei disturbi psichici, che la psicanalisi sin dalle sue origini ha affermato, non conta nulla quando si passa ai tentativi terapeutici. Come afferma Landman, «il pensiero unidirezionale del Dsm ha condotto a una crescente perdita di interesse verso il contesto sociale e psicologico della malattia mentale a favore dei suoi aspetti biologici e comportamentali. Ciò ha pure contribuito al fatto che le nuove generazioni di psichiatri e di psicologi sono state formate nel discredito nei confronti delle pratiche psicoterapeutiche e di reintegrazione sociale, che sono tuttavia una parte assolutamente essenziale della pratica psichiatrica quotidiana».

Tutto ciò risponde ovviamente agli interessi economico-finanziari della grande industria farmaceutica e di tutti coloro che da essi sono beneficiati. Ma non è questo, secondo alcuni, l’unico interesse costituito che sta dietro l’egemonia del paradigma medico-biologico che pervade, senza essere apertamente dichiarato, il Dsm.

CONCEZIONE POLITICA DELLA MALATTIA. «Con questo manuale ci ritroviamo in un contesto di concezione politica della malattia», afferma Mario Binasco, psicanalista di scuola lacaniana, docente presso l’Università Lateranense e firmatario di un appello contro il Dsm 5. «Se alle malattie mentali si riconoscesse il loro statuto propriamente psichico, soggettivo e relazionale, verrebbe meno quella maneggiabilità sociale della malattia che si è affermata dalla Rivoluzione francese in avanti. Le categorie del Dsm sottintendono una concezione gestionale, manageriale della società. Ci si prende cura della società, ma secondo il discorso della scienza e della tecnologia, che è un discorso di gestione globale della società che prescinde dalla soggettività degli esseri umani. È la tecnoscienza che sostituisce la soggettività. Ecco perché i farmaci capaci di incidere sui comportamenti diventano la cosa più importante: c’è un interesse politico al controllo farmaceutico dei comportamenti della società».

L’INFLUENZA NEL RESTO DEL MONDO. La situazione è grave a causa del fatto che il Dsm non è una faccenda prettamente americana, ma rappresenta di fatto il canovaccio del capitolo sulle malattie mentali dell’Icd (International Classification of Diseases), il manuale ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) in materia di malattie, giunto alla decima revisione. D’altra parte è evidente che nel mondo globalizzato la potenza politica, economica, militare e scientifica degli Stati Uniti fa sì che ciò che si decide lì finisca poi per prendere piede almeno nelle parti del mondo più culturalmente affini, ovvero in Occidente.

Da qui il discreto fuoco di sbarramento che ha accompagnato la sua pubblicazione. Negli Usa la Società Americana di Psicologia ha raccolto 12 mila firme di suoi affiliati in calce a una lettera aperta che chiede di modificare l’impostazione del manuale. Nelle Americhe e in Europa sono sorti comitati e iniziative di protesta: Stop Dsm 5, Committee to Boycott the Dsm 5, The International Dsm 5 Response Committee e altri ancora. In Italia l’adesione alla campagna anti-Dsm è stata promossa quasi due anni fa da cinque psicanalisti: Mario Binasco, Mariela Castrillejo, Alessandra Guerra, Massimo Recalcati e Sarantis Thanopulos. «Nella sua introduzione il Dsm vuole essere ideologicamente ateoretico nella descrizione dei “disordini mentali” e per questo motivo ha eliminato qualsiasi riferimento alla psicanalisi e alla causalità psichica», hanno scritto in una lettera aperta. «Cosa comporta l’eliminazione di una qualsiasi causalità psichica? Eliminando la causalità psichica, il Dsm impone di riflesso la causalità organica. La causalità organica impone come terapia l’utilizzo massiccio e indiscriminato di psicofarmaci da parte degli “operatori”. La superficialità e la pretesa ateoretica di questo manuale, il predominio della “pseudoscientifica” causalità organica e psicofarmacologico, la medicalizzazione della sofferenza psichica, l’eliminazione programmatica della parola e della psicanalisi, sono solo alcuni elementi che rendono particolarmente pericoloso il Dsm per milioni di esseri umani».

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