La resa dei conti

La breccia di Piasapia a Milano è diventata una voragine che ha inghiottito i consensi di Letizia Moratti, martire del Partito delle Libertà. A Napoli Giggino o’ pazz ha sbancato il “casino partenopeo” e si innalzato al livello di San Gennaro. Di fatti, solo un matto senza contatto con la realtà o un santo con virtù miracolistiche può pensare di liberare i napoletani dal male della spazzatura ricorrendo alla differenziata. Forse la spazzatura non brucerà ma i suoi giuramenti da magistrato finiranno inceneriti. Mi sia dunque consentito di dubitare della bontà di questo duplice rovesciamento amministrativo che a sinistra definiscono una rinascita e a destra una piaga. Se prima le cose non andavano bene, ed è inutile negarlo, adesso potranno anche peggiorare perché chi ha vinto “vanta” un pessimo curriculum professionale e nessuna esperienza di gestione della cosa pubblica locale. In più alle spalle di questi rinnovatori fanno capolino i soliti centri di potere dalle mani lunghe e dall’appetito insaziabile. Qualcuno potrà dirmi che a Napoli la faccenda è un po’ diversa poiché De Magistris non è legato al precedente regime bassoliniano che ha messo in ginocchio il comune con i suoi interessi di bottega e di guapperia. Vero, ma ai poteri leciti ed illeciti non dispiacerà avere come Primo cittadino un pasticcione che si troverà presto nei guai. Il magistrato ha fatto troppe promesse in campagna elettorale impossibili da mantenere ed inoltre si è liberato in un solo colpo della rete sistemica sulla quale si è retto il governo della città senza avere un’alternativa pronta. Verrà a mancargli presto il polso della situazione se non media con tali gangli, per cui delle due l’una. O ritorna ai compromessi di un tempo con la coda tra le gambe oppure sarà risommerso dal pattume respinto in campagna elettorale. Di indubitabile al momento c’è soltanto l’indebolimento di B. il quale non è stato scacciato dal paradiso terrestre per i suoi peccati ma per sopraggiunti limiti di iniziativa e di credibilità politica. In sostanza, il Cavaliere si è fatto fuori da solo a causa dei suoi cambi repentini di traiettoria sui temi decisivi dell’agenda governativa quali la politica estera, la riforma della giustizia, quella fiscale e la ripresa industriale ed occupazionale. La corsa di B. verso Obama durante il G8 francese è il sintomo conclamato della sua disperazione. Le parole di B. al Presidente statunitense (che hanno fatto vergognare i soliti perbenisti di sinistra, tutta etichetta e poca intelligenza) devono essere interpretate nell’unica maniera possibile: trattasi di resa su tutti i fronti eccetto uno. Ovvero, traducendo dal guittesco all’italiano: mi tolgo di mezzo ma la giustizia deve lasciare in pace me, i miei discendenti e le aziende di famiglia. Poiché quando si cerca un compromesso o un salvacondotto non si parla con i subalterni o i distaccati, B. si è rivolto direttamente a colui che comanda nel mondo. I magistrati che hanno visto la scena, se non si sono del tutto istupiditi, hanno capito l’antifona e ora sanno che qualcuno potrebbe consigliargli di abbassare i toni e ridurre le persecuzioni. Non ci si accanisce sulla bottiglia se il “tappo” è saltato. Tuttavia, potrebbe anche verificarsi una escalation contro B. il quale se malauguratamente è andato a parlamentare con i suoi nemici a mani vuote riceverà non la grazia chiesta ma la giustizia temuta. Quando Cossiga, nel turbine degli avvenimenti dei primi anni ’90, fu sottoposto ad una dura campagna giornalistica tesa a farlo fuori, chiamò Washington e disse che se tutto quel fango su di lui non si fosse fermato avrebbe rivelato a reti unificate con quali mezzi gli USA avevano ottenuto la base di Comiso in Sicilia. Infatti, era stata la mafia a costringere i proprietari a lasciare i terreni sui quali i militari americani si sarebbero poi insediati. Ma Cossiga poté agire in questo modo perché aveva buoni rapporti con l’intelligence mentre B., che non ha mai controllato i servizi – tanto da essersi fatto incastrare da alcune sciacquette di borgata munite di registratore – può fare la fine del maiale sgozzato. Di lui si mangeranno tutto e finirà a testa in giù, non in una pubblica piazza ma nel mattatoio dei quartieri a luci rosse. Qui sta la differenza tra uno statista col vezzo delle amanti ed un satiro con l’hobby della politica.

Fonte : http://conflittiestrategie.splinder.com/post/24647320/la-resa-dei-conti-di-gp

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Cosa si nasconde dietro la Strategia Nazionale per l’Identità Sicura nel Cyber Spazio?

 

Un passaporto falso è qualcosa abbastanza difficile da ottenere con metodi “buoni”. Una volta che hai trovato chi lo faccia è molto sicuro che ti costi una buona quantità di denaro. E anche avendo pagato un bella somma, nessuno ti garantisce che il passaporto funzioni e si possano evitare tutti i controlli. Con l’anonimato in Internet succede esattamente la stessa cosa: l’anonimato su internet non esiste. Si possono nascondere i passi e cancellare le orme, ma sempre si corre qualche rischio. E mentre quel rischio esista, l’anonimato assoluto è completamente falso. Non esiste nessun sistema sicuro al 100%.

Per gli amanti della paranoia, del panoptico e del progresso verso il Grande Fratello, come non poteva essere diversamente, creano paure ad hoc per dopo nascondersi in essi e lanciare le proposte disciplinare e totalitarie con l’obiettivo di ottenere obiettivi più elevati. Un chiaro esempio lo abbiamo nella Strategia Nazionale per Identità Sicure nel Cyber Spazio, o NSTIC in inglese, che l’Amministrazione Obama sta sviluppando dall’estate scorsa.

La NSTIC, strategia con nome di serie TV o di gruppo musicale per adolescenti, cerca di identificare ad ogni utente su internet. Come lo leggete. Così come lo dicono i liberali spagnoli, sarebbe come se per uscire per strada dovessimo marcare cartellino sulla porta, attivando un sistema di registro di ogni nostro movimento che solo finirebbe una volta che ritorniamo a casa e marcassimo cartellino di nuovo.

Ma ritornando al mondo dei bits, la scusa geniale che dalla Casa Bianca danno è che la NSTIC ci libererà di uno dei maggiori mali della storia della rete: le password.

“ Una volta che l’Ecosistema d’Identità si sviluppi, un piccolo negozio ad esempio, potrebbe risparmiare i costi per sviluppare un sistema di identificazione (login) proprio, potendo portare il suo negozio su internet in modo molto più facile. I consumatori potranno connettersi al nuovo store attraverso una credenziale che già hanno, evitando così l’inconvenienza di creare un nuovo utente e password, mentre aumenta llivello della sicurezza”.

Lodato sia, quindi, l’Ecosistema d’Identità. Ma cos’è precisamente questo Ecosistema d’Identità? Secondo la nota stampa della Casa Bianca sarebbe un insieme di credenziali sicure e interoperabili affinchè tutti gli usuari che vogliano partecipare al sistema possano ottenerle attraverso una grande varietà di dispositivi, come ad esempio installando un software in uno smartphone, in una smart-card o in sistemi che creano password monouso. Lo scopo ultimo, come abbiamo già visto, è che gli utenti debbano usare soltanto uno di questi dispostivi per potersi identificare in qualsiasi posto della rete. Come l’Open-ID, ma in forma “animalesca”.

Come a gennaio diceva il Segretario Statunitense del Commercio, Gary Locke:

“Non stiamo parlando di un sistema controllato dal governo. Di quello che stiamo parlando è di migliorare la sicurezza e la privacy on-line, e ridurre ed incluso eliminare il bisogno di memorizzare decine di password, attraverso la creazione e l’uso di identità digitali di maggiore fiducia”.

Bisogna ricordare che in Spagna esiste la Carta d’Identità elettronica, uno dei maggiori fallimenti per quello che riguarda l’Identità Digitale. Sull’uso della Carta d’Identità elettronica come un sistema di auto identificazione, il responsabile di un’azienda commentava durante un’intervista che:

“Neanche un mese fa abbiamo dovuto mandare una persona a Madrid perché un ministero esigeva la sua firma manoscritta in un contratto”

O meglio ancora:

“Ho clienti che vogliono incorporare sistemi di emissione elettronica di documenti e non lo fanno perché dentro l’amministrazione c’ è qualcuno che dice: è necessario un timbro di caucciù per la validità del processo”.

E questi ci porta a chiederci perché, esistendo già varie cose che funzionano come Open-ID, organizzare un Ecosistema di Identità, se neanche le amministrazioni che dovrebbero promuoverlo lo usano….e se ci chiediamo questo, arriviamo ad un nuovo documento, pubblicato il 23 Marzo dal Dipartimento di Sicurezza intitolato “Facendo possibile la Sicurezza Distribuita nel Cyber Spazio-Costruendo un Cyber-Ecosistema Sano e Resiliente attraverso l’Azione Collettiva Automatizzata”.

Come si può vedere, da solo il titolo serve per farsi parecchi film su teorie della cospirazione. Ma una volta letto il documento, si mostra che di film non ce ne sono. Anche se il gergo militare è degno delle migliori produzioni, e le similitudini tra il funzionamento del sistema immune umano e il modello della sicurezza in rete, con riferimenti espliciti a documentazione e ricerca al riguardo fatte da Microsoft, ricorda molto a quel generale perturbato che non smette di parlare sui fluidi corporali in Dr Strangelove, tutto è reale.

Il direttore  e coordinatore del documento è Philip Reitnger, Sottodirettore della Segretaria per la Direzione della Protezione Nazione, che fu nominato da Janet Napolitano nel 2009. Anteriormente, Reitinger ha lavorato per Microsoft nel campo della sicurezza e la protezione delle infrastrutture.

Il documento è destinato a spiegare come i dispositivi connessi ad una rete possono trasformarsi in difensori sia di loro stessi che della rete intera, basandosi su tre pilastri: Interoperabilità, Automatizzazione e Autoidentificazione.

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Alcune cose da sapere su Facebook

DI WILLIAM BOWLES
Strategic Culture

Facebook trasforma quello che sei, quello che ti piace, quello che non ti piace, il tuo credo e le tue fantasie, tutto questo in un bene economico che ha accesso a 600 milioni di profili personali di gente come me e te…

Molte lune fa, quando il Web era ancora in fasce, scrissi che il modo in cui la rete si stava evolvendo avrebbe necessariamente portato alla formazione di monopoli del contenuto o dell’accesso all’informazione. All’inizio c’erano i portali, il “posto” dove entravi nel Web, in Netscape, Microsoft, CNN o in qualsiasi altro sito, e il “valore” era dato dai comandi. Il successo, e di conseguenza il valore implicito, era misurato dagli “hits” o, per fare una parafrasi, dai proverbiali “boots on the page” (ndt: gioco di parole intraducibile, in parallelo ai “boots on the ground”, che indicano i militari in guerra). Si pensava che la pubblicità sarebbe stata la fonte delle entrate grazie agli utenti che cliccavano sui link, sperando in qualche acquisto.

Tornando agli anni ’90, gli editori tradizionali su carta (molti dei quali ancora non si erano accorti né di Quark Xpress oppure delle e-mail) si stavano scervellando per capire se la rete era amica o nemica? Ma già dall’inizio ha favorito i grandi editori, specialmente quelli dei contenuti multi-media. Non solo avevano i soldi per investire nello sviluppo di nuove applicazioni, ma già possedevano e già producevano il contenuto. Metterlo su una pagina Web era solo una questione di aggiornamento delle notizie, chiamata in modo fuorviante “convergenza”. In una frase, una licenza per stampare moneta se riesci a trovare il tuo mercato di nicchia (quella di Facebook sembra essere una nicchia da 600 milioni di dollari!)

Qui si parla di numeri e, per fare un esempio, le pubblicità mandate per mail dalla tua abitazione hanno circa il 2% (o anche meno) di coefficiente di successo. Ciò significa che devi spedire molte mail se vuoi fare dei soldi. Immagina cosa sarebbe possibile se tu potessi ottenere l’1% dei 600 milioni di utenti di Facebook per fargli cliccare su un “click/buy” o qualsiasi altra cosa mentre sono su Facebook?

Apparentemente, anche se io non sono uno di questi, ci sono persone che sono drogate da Facebook e passano una quantità smisurata di tempo a cincischiare, contribuendo alla creazione della “cultura” online di FB, che non proprio una “cultura” quanto un valore economico che, alla fine, non appartiene agli utenti ma agli azionisti di Facebook. Social media? Pensaci un po’. Io penso proprio di no.

Per fare un esempio, Facebook rende veramente difficile cancellare la mole di materiale che hai parcheggiato nei suoi server (mi ci è voluta più di mezza giornata per cercare di ripulire il mio account Facebook e non sono ancora sicuro di aver veramente rimosso tutto). Tim Berners-Lee, uno degli inventori di Internet e dei browser ha da dire questo su FB:

Berners-Lee ha analizzato Facebook, LinkedIn and Friendster, notando che questi siti sequestrano i dati. “Il vostro sito di social network diventa una piattaforma di riferimento, un silo chiuso ai contenuti esterni, e non ti dà il pieno controllo sulle informazioni che lo riguardano. Tim Berners-Lee warns of threats against web, PC Pro, 22 novembre 2010

Facebook non sta facendo niente di nuovo, lo sta solo facendo molto meglio delle (ormai) tradizionali imitazione delle notizie stampate sulle pagine e dei siti d’intrattenimento. È la natura dell’interazione, con il sito Web che fa da intermediario virtualmente trasparente tra le persone: questo è il segreto del successo di Facebook. E niente di tutto questo sarebbe possibile senza la banda larga, qualcosa che non esisteva nei primi giorni del Web, tranne che per i governi e le grosse aziende.

Ma dietro lo sviluppo della rete c’era la forza trainante del settore finanziario e di quello militare. E così all’improvviso, le banche e i servizi finanziari con le più grosse catene di media, ad esempio il Wall Street Journal, erano occupati nel costruire un’infrastruttura, che si espandeva in tutto il mondo, legata ai satelliti fin dagli anni ’70. Una volta che i problemi tecnici più grossi erano stati risolti, quest’allegra compagnia si era unita per la produzione e la distribuzione, per formare delle catene. Insieme con lo Stato e le forze armate, hanno formato la base di quello che chiamiamo Internet. È anche ciò che ha reso la versione capitalista della globalizzazione possibile.

È solo da poco tempo che la vendita al dettaglio ha assunto una grande importanza, aiutata dalla morte di High Street, da una massa critica di connessioni a banda larga e da metodi di pagamento più affidabili, il tutto per la gioia di fare soldi sul Web. Una volta che la tecnologia è stata sistemata, la grandi catene al dettaglio sono salite a bordo, semplicemente aggiornando il negozio fisico on line, appoggiandosi sull’infrastruttura e con le scorte di magazzino già presenti.

Ma, mentre il Web si stava evolvendo, molti hanno capito che il vero valore del Web era proprio negli utenti stessi, oppure nei dati degli utenti che potevano essere usati per il marketing oppure, ovviamente, per spiarli, attività in cui i social media sono perfetti, specialmente se quasi tutti sono sulla stessa piattaforma. Questo è il motivo per cui Facebook è così pericolosa a causa dei 600 milioni di utenti, una bella fetta della popolazione mondiale!

Ma hanno davvero bisogno degli utenti che spendono i soldi? Non direttamente, anche se tutte le entrate sono comunque benvenute perché, grazie alla “buona reputazione” di FB, sono poi riuscite a incassare somme per comprare vere aziende che producono beni utili per il Web e per i media digitali in generale! Dietro questa mossa perspicace c’era Goldman Sachs che ha investito un sacco di palanche in Facebook (1,5 miliardi di dollari): non perde tempo quando deve giocare con le tre carte.

Il perché Facebook ce l’abbia fatta mentre altri hanno fallito nel tentativo di comandare lo spazio Web in modo così pervasivo è dovuto alla legge della giungla capitalista.

Ma a chi interessa tutto questo? Il maggior competitore di Facebook, MySpace (posseduto dalla News Corp di Murdoch), era sgraziato al confronto e non così ‘user-friendly’ ma, quando poi è riuscita a farsi il lifting era ormai troppo tardi e Facebook aveva già raggiunto la “massa critica” di utenti. Così ora, quando entri nella rete e vuoi connetterti ai tuoi amici, dove vai se non in FB? Altri stanno ai margini come Linkedin ma è indirizzato soprattutto a utenti del mondo degli affari. Leggi il resto dell’articolo

Ricablare il cervello : la via verso l’uomo robot

Qui sotto trovate tradotto un articolo pubblicato su Wired Magazine, dal titolo Rewiring the Brain: Inside the New Science of Neuroengineering.
Questo articolo parla delle ultime frontiere della neuroingegneria e di come il cervello possa essere finemente controllato e ricablato. Queste sono le ultime scoperte di una serie di studi che ebbero inizio con gli esperimenti Mk Ultra di Delgado, i quali si proponevano di controllare fisicamente la nostra mente al fine di farci diventare tutti dei robot al servizio dei nostri governanti; robot che marciano appena viene premuto un pulsante, come il topolino nell’eloquente video che trovate sotto. Ricordiamo le ricerche di Delgado esposte In The Physical control of the mind (vedi immagine della copertina della traduzione in italiano) :

Il progetto fu realizzato nell’isola di Hall nelle Bermude e consisteva nello stimolare il cervello di molte scimmie selvatiche. Queste scimmie furono “controllate” in tutti i loro movimenti  e “teledirette” per mezzo di “impianti cerebrali”che registravano e spedivano a un computer  informazioni riguardanti il loro cervello. Scrisse altri libri, tutti riguardanti il cervello , in cui spiegava  in modo volutamente sommario i suoi nuovi progetti di ricerca sempre ammantati di un aspetto spirituale e abbelliti come fossero indirizzati alla “ricerca della felicità” – La felicidad, 1999

Ecco un brano tratto dal libro The Physical control of the mind, edito nel 1969:

“Ora si sta colmando la lacuna, è già possibile equipaggiare animali od esseri umani con dispositivi chiamati stimocevitori, programmati per la trasmissione e la ricezione di comunicazione elettriche da e per il cervello nei soggetti attivi. La micro miniaturizzazione di alcuni componenti elettronici, ci permetterà di costruire uno strumento più efficace nel controllo dei parametri eccitativi tramite un’accurata telemetria cerebrale, attuata con tre sensori installati in tre punti diversi del cervello, stimolando all’uopo precise aree, in seguito a determinati segnali elettrici di attività cerebrale. E’ ragionevole speculare che in un futuro ormai prossimo, gli stimoricevitori possano provvedere ad un controllo pressoché totale dell’individuo, interfacciando il proprio sistema neuro-fisiologico con un computer remoto, causando peraltro un’azione reazione tra neuroni e strumenti, la quale rappresenterebbe una nuova tendenza nel campo del controllo medico delle funzioni neuro-fisiologiche”

Nell’articolo sotto si ammette che gli psicofarmaci, che da decenni hanno ingrassato e tuttora ingrassano le case farmaceutiche, “sono strumenti incredibilmente rozzi”, solo però per persuaderci delle “meraviglie” dei nuovi strumenti neuroingegneristici. Questi strumenti, abbinati al controllo elettromagnetico della mente, forniscono ai potenti che ci governano delle potenzialità di dominio sulle facoltà cerebrali mai viste prima d’ora nella storia. Queste potenzialità sono molto pericolose per la libertà e l’essenza stessa dell’essere umano. Per questo devono essere esposte e portate alla coscienza del pubblico. Leggi il resto dell’articolo

L’Europa si riarma per blindare il copyright

Sarkozy convoca un summit di imprenditori per discutere “le regole” contro la pirateria. Bruxelles propone la collaborazione tra aziende provider e società di gestione dei diritti. In gioco ci sono due libertà. L’espressione culturale e l’acceso all’informazione. Il campo di battaglia è la rete, trasformata in ossigeno per entrambe. Questo è, a grandi linee, il bollettino di guerra che ieri i due centri del potere globale, il G-8 e la Commissione Europea, hanno reso pubblico.
Daniel Basteiro
Público.esPer Nicolas Sarkozy, presidente di turno del primo forum, e Micheal Barnier, commissario europeo per il Mercato Interno, l’unico modo per raggiungere una tregua per la sopravvivenza di entrambe è quello di imporre una stretta sorveglianza su Internet. L’obiettivo? Individuare e punire qualunque violazione delle leggi di proprietà intellettuale.

Sarkozy ieri ha inaugurato un forum di imprenditori ed esperti di internet e dal quale spera di raccogliere le idee per dibattere nel G-8, che riunisce 8 grandi economie nella città di Deauville. “Bisogna comprendere che c’è un insieme minimo di regole, di valori da rispettare per continuare ad evolversi”, ha assicurato il presidente.
Il presidente francese chiede una rete “civilizzata” e con “valori”.
Sarkozy ha chiesto ai governi, “unici rappresentanti legittimi della volontà generale”, che devono trasportare quei valori su internet fino a renderla “civilizzata” e “responsabile”.

Il suo Governo ha approvato la così detta “legge dei tre avvisi” o legge Hadopi, secondo la quale un’azienda che offre connessione ad internet può, dopo tre avvertimenti, disconnettere un utente, se viola le regole di proprietà intellettuale. “Più che dare ai creatori i diritti di proprietà delle loro opere, ha garantito la loro indipendenza, ha dato loro la libertà”” ha assicurato Sarkozy.
Ma, come più tardi riconosceranno i rappresentanti delle grandi multinazionali culturali, la moralizzazione d’internet non è gratuita. Trova la sua strada da parte delle istituzioni a causa di mancate entrate dal tradizionale modello di business. DaBruxelles, il suo ex ministro e ora commissario per il Mercato Interno, ha pubblicato un documento anticipando parte delle misure che la Commissione Europea metterà sul tavolo nei prossimi mesi. I piani di Barnier si basano su due assi. Il primo passa per favorire la cooperazione tra le aziende provider e le società di gestione dei diritti d’autore come la SIAE in modo che captino le violazioni del copyright attraverso lo scambio di archivi e la visione online di film o telefilm.
Secondo Bruxelles, nessuno meglio delle compagnie provider è in grado d’indagare sulle attività degli utenti. Secondo il Commissario, questa collaborazione, messa in atto in Olanda, costituisce un “buon modello”. L’idea si nutre dell’accordo contro la pirateria internazionale ACTA, in attesa di firma. Il patto, negoziato in gran segreto, fu contestato dal settore delle telecomunicazioni, che ha interpretato il suo ruolo che potrebbe passare dal fornire infrastruttura a fiscalizzare il suo uso.
La Commissione studierà anche l’armonizzazione del canone digitale.
Contro The Pirate Bay
L’altro asse della proposta di Barnier include anche i teleoperatori, ma invece di dirigersi all’utente pretende “Chiudere” i web che “facilitano la pirateria”. La proposta ancora non ha preso forma, ma ricorda la nota Legge Sinde, che permette di iniziare un processo amministrativo contro un sito web partendo da una denuncia di violazione del copyright. Fonti della squadra del Commissario hanno assicurato che lo scopo è di lottare contro “siti web come Pirate Bay”, che forniscono la moltitudine di link verso opere protette”.
La Commissione ha anche annunciato ieri che studierà l’armonizzazione del canone digitale che si applica in modo disuguale in molti paesi dell’UE. Per ultimo, Bruxellesmira a fornire all’Osservatore europeo sulla Falsificazione e la Pirateria per portare avanti “campagne di sensibilizzazione, educazione per le autorità che applicano la legge, ricerca per innovare l’applicazione della legge” e cooperazione tra i paesi.
“Non siamo ladri” ha detto ieri l’associazione La Quadrature du Net.
La scommessa di Bruxelles inizierà a materializzarsi a cavallo dell’estate e sarà oggetto di discussione tra gli stati membri dell’UE e il Parlamento Europeo, che nel passato si è dimostrato molto critico con le intenzioni dell’industria. L’Eurocamera ha ricordato in varie occasioni che tutto intervento su internet non può violare i diritti fondamentali della legislazione europea.
“Nessuno può controllare o limitare internet” ha assicurato ieri Sarkozy, difendendosi dalla critiche. Per Barnier “l’intenzione non è criminalizzare nessuno”. Non la vedono così le associazioni di internauti che considerano summit come quello del G-8 una “cortina di fumo”, un “pretesto” per “controllare ancor di più internet”, secondo Jeremie Zimmermann, portavoce dell’associazione La Quadrature du Net. “Non siamo ladri”, ha avvertito durante una delle esposizioni, in riferimento a quelli che usano servizi di scambi di file.
“Rompere internet”
Secondo l’industria, la pirateria ècostata al settore europeo per quanto riguarda la musica, cinema e TV, 10.000 milioni di euro e più di 185.000 posti di lavoro solo nel 2008. In contrapposizione, le associazioni di utenti ricordano che il modello affaristico si  è evoluto e che gli artisti adesso guadagnano grandi somme grazie a concerti o attraverso i siti che facilitano files di video di qualità a prezzi accessibili.
Per John Perry Barlow, si parla di “un negozio che viene da un’altra epoca”.
Per lui, il fondatore dell’Electronic Frontier Foundation, il dibattito si concentra sull’ “imporre le pratiche degli affari che arrivano da un’altra epoca”. Secondo lui, le misure sono “draconiane” e cercano di salvare un affare che ha perso motivo di esistere. Ed è necessario “impegnarsi con l’utenza” per cercare soluzioni che si possano tradurre in profitto invece di “rompere internet” violando la privacy e la libertà d’espressione degli utenti.
Con la legislazione prossimamente in vigore in Spagna, le società sui diritti d’autore fanno i loro piani. La coalizione dei Creatori e Industrie dei Contenuti lavora già ad un“pacchetto” di denunce “contundenti”, secondo Andres Dionis, direttore dell’organizzazione. La Coalizione aspetterà che la Legge Sinde sia completamente sviluppata per presentare un dossier dove saranno identificati i siti web che, secondo lui, minacciano sia i loro affari che il destino della creazione stessa.

Uozz amerigan, auanagana…AIM SORRI FOR BERLUSCONI, HIS MORTACC’…

Alcuni degli uonnabì-ammerigani

La bacheca facebook di Barack Obama (una pagina ovviamente del tutto ignorata dal personaggio cui è dedicata la pagina, come spesso accade nel caso di volti pubblici) è stata riempita di messaggi da parte di utenti italiani, che hanno così voluto scusarsi per le frasi pronunciate all’ultimo G8 da Berlusconi, il quale ha sostanzialmente denunciato al suo omologo americano la situazione di supposta degenerazione di una larga parte della magistratura italiana. “Sorry Mr Obama”, detto dagli italiani, suona un po’ a metà strada tra la compiacenza dell’ammeregano Nando Moriconi, interpretato dal grande Alberto Sordi, e una frase dei figli della cameriera dopo che questa ha fatto cadere i cucchiaini da tè dal vassoio della colazioneLeggi il resto dell’articolo

Dalla Libia con Amore ( e Furore )

( Dal Blog di Fulvio Grimaldi )

“… Torno da Tripoli, dopo aver visitato alcune delle 70mila famiglie fuggite ai mercenari Nato e ora sistemate alla meglio nelle case degli operai stranieri fuggiti dopo la chiusura delle loro imprese. Ne hoincontrato uno, Nasser Ali Sajer Attagag, 29 anni, da Misurata, catturato il 18 marzo della forze lealiste del “Popolo in armi”. Dead man walking, è un morto che cammina, ce l’ho ancora in pancia con la sua faccia spenta e i suoi racconti dell’orrore, dei soldati libici sgozzati, tagliati a fette, appesi davanti al palazzo di giustizia, chiusi nel congelatore di una macelleria, delle famiglie pro-Gheddafi pestate a morte, delle loro figlie sequestrate, consegnate ai “giovani rivoluzionari”, violentate, i seni tagliati, morte dissanguate nel corso della “festa della rivoluzione. Ascolterete tutto, vedrete i documenti, nel prossimo documentario “Maledetta primavera – rivoluzioni, controrivoluzioni e guerre Nato nel mondo arabo …”

Torno da Tripoli, Libia, con nelle orecchie ancora lo schianto delle bombe che hanno incenerito, secondo la Nato, “otto navi da guerra di Gheddafi che sparavano sui civili di Misurata” che poi, quanto a quelle che ho visto esplodere e incenerirsi nel porto commerciale di Tripoli, erano due motoscafi della Guardia Costiera, fermi lì causa blocco navale Nato fin da quando li vedevo dal vicino albergo a metà aprile, e un cargo da trasporto pieno di rifornimenti per un popolo che si vuole gaza-izzare. Basta vedere le file chilometriche delle auto ai distributori di benzina, nel paese più ricco di petrolio di tutta l’Africa, per capire che paralisi e agonia tipo Gaza o Iraq è nei piani di chi dall’ONU era stato autorizzato soltanto a inibire voli e uccisione di civili. Le raffinerie erano già poche e ora sono in massima parte sotto controllo dei mercenari Nato di Bengasi.

Si incomincia a non riuscire più a raggiungere la scuola, l’ospedale, il mercato, gli uffici, i parenti, il lavoro. E da fuori la grande armata Nato, che fa affogare i migranti in fuga dalla Libia perché l’aggressione gli ha fatto perdere lavoro, casa, scuola, sanità, dignità, blocca perfino la benzina per i trasporti privati (i mezzi armati corrono su nafta), come anche farmaci e soccorsi di ogni genere. Hanno imparato dall’assedio di Gerusalemme. Poi Goffredo da Buglione è entrato e ha ammazzato i morti di fame e di sete. Tutti.

E pensare che Gheddafi stava realizzando l’Ottava Meraviglia del Mondo, come la chiamavano i tecnici, pescando dal mare fossile sotterraneo di acqua dolce, con seimila chilometri di acquedotti a ragnatela su tutto il territorio, acqua d’irrigazione e potabile per sei milioni di libici e per mille anni. Già, sei milioni da decimare alla maniera di Graziani che, a forza di veleni nelle acque e iprite in testa, fece fuori un terzo della popolazione libica. Da decimare oggi quasi tutti, giacchè cinque milioni insistono a riconoscersi nel governo sovrano della Jamahiriya, repubblica popolare socialista delle masse, mentre solo un milione è sotto dominio dei tagliagole monarco-integralisti bengasiani che ogni due per tre, non avanzando di un metro causa deficienza di consenso popolare, invocano più bombe Nato sul proprio popolo. E di questo milione vai a sapere quanti di cuore e cervello e non per terrore da pogrom sostengono i vendipatria assoldati dai predatori planetari. Se è vero, come nessun organo d’informazione si è peritato di riportare, ma come abbiamo visto alla tv libica (voce da sopprimere), che a Bengasi è in corso una rivolta contro i “giovani rivoluzionari” del “manifesto” e che in tanti quartieri risventolano le bandiere verdi della libertà. Non è bastato, agli sgherri di Sarkozy e ai fantocci di Obama far fuggire 70mila persone dalla città, eliminare centinaia di famiglie che non condividevano una “rivoluzione” nel nome della Sharìa e di Bill Gates e sgozzare tutti i lavoratori neri incontrati per strada.

Viaggio verso casa e mi circondano gli spettri dei 19 morti ammazzati nel sonno la sera dopo il glorioso assalto alle barchette. “Colpito il compound di Gheddafi” con 15 incursioni in mezz’ora. Sarà. In quel caso hanno massacrato qualcuno delle migliaia di ragazzi, donne, patrioti, che ogni notte stanno lì a cantare e a sfidare nei luoghi-simbolo del loro leader, dove ovviamente non c’è più alcun bunker (quelli stanno tutti a Washington) e che è già stato sbriciolato ripetutamente, alla faccia di quegli impertinenti scudi umani. Ma, visto che il famoso compound, già bombardato dal pirata Reagan nel 1986, sta in mezzo alla città, magari hanno mirato proprio all’attraente agglomerato di case e di vite civili che lo circondano. Me lo fa immaginare, e nemmeno tanto a pene di segugio, quel palazzo polverizzato tra le cui macerie e disegni di bambini per terra e sugli alberi, tra le ultime mura sbrecciate ancora perpendicolari, avevo incontrato i resistenti Ali Mohamed Mansur, Nuri Ben Otman e Leila Salah Ashur. Il primo presidente del’Associazione di Amicizia Libia-Palestina, il secondo segretario dell’Associazione di Amicizia Italia-Libia (!), la terza presidente dell’Associazione delle Donne Libiche (“Con Gheddafi le donne di Libia sono diventate donne vere, da fantasmi che erano, sono diventate la componente di maggior peso della società”).

Già, quell’edificio, a due passi dal mio albergo, sulla passeggiata del lungoporto e in pieno nuovo quartiere residenziale, scaturito dal piano “650mila nuove case popolari” del governo Gheddafi, ora interrotto dalla missione umanitaria “protezione dei civili”, era frequentato da gente così. Era il palazzo che ospitava alcune delle organizzazioni che da noi si chiamano della “società civile”. Ovvio obiettivo per chi punta a “strutture militari e governative”. Bersaglio da privilegiare per quel gaglioffo britannico, comandante in capo, che annuncia “e ora diamoci dentro contro le infrastrutture di Gheddafi”. Quali infrastrutture più strategiche che dei bambini, magari orfani, magari down, magari disabili? C’erano quelli della Palestina (e si capisce l’accanimento della Nato, braccio armato anche di Sion), quelli delle amicizie con altri paesi (compresi i paesi che gli stanno infilando pugnalate nella schiena a protezione degli amici in zona che tagliano gole), quelle delle donne, quelli degli orfani, disabili e down da assistere e istruire. Ho una ripresa che fa la panoramica dall’insegna “Istituto per l’avanzamento dei bambini con sindrome down” al fondo del corridoio nel quale si rovesciano le macerie dei tetti sfondati e dal quale si intravvede il giardino dei giochi, ora frequentato da palme spezzate e ferraglia contorta. Civili da salvare. Sento dire: “I nostri bambini non sono più qui, si sono dispersi, chissà come faranno ora. Ma noi restiamo qui, tra mobili sfasciati e mura pericolanti, nelle polvere delle macerie. Siamo legati a questo posto, non diamo a nessuno la soddisfazione di lasciarlo, anche se ci scagliano altre bombe in testa. I bambini presto o tardi torneranno”. Così si parla dalla parte di Gheddafi.

Appunto, c’è società civile e società civile. Quella nostrana è melma collaborazionista, quella loro sono 2000 capitribù, in rappresentanza di tutte le tribù libiche, che a Tripoli hanno confermato la loro fedeltà al governo legittimo, smascherato l’ipocrisia dei salvatori di civili, denunciato gli ascari del nuovo colonialismo. Quella loro sono le migliaia di donne riunite in assemblea per respingere ricatti e divisioni, resistere in difesa del loro paese e delle conquiste realizzate, e che poi sono marciate sul fortino della sparuta stampa internazionale presente (stanno tutti a Bengasi), l’Hotel Rixos, per esigere che la si smetta con le menzogne, le falsità, gli occultamenti. Rintanati tra i cristalli e gli stucchi del loro dorato e ben protetto rifugio, i peripatetici dell’informazione a la carte colonialista, non hanno scritto un rigo o emesso un fiato. In testa alla marcia delle donne libiche un’intemerata italiana, Tiziana Gamannossi, unica imprenditrice che non si è fatta coniglio, o traffichina vorace alle porte di Bengasi. Uno straccetto di bandiera italiana da non sfregiare.

Qualcuno è sfuggito all’operazione “Civili da salvare” lanciata dalla risoluzione ONU 1973. Li incontro nel modernissimo ospedale “Al Khadra”, anch’esso in pieno centro: c’è un giovane con le gambe tagliate al ginocchio, la foto di Gheddafi sopra il letto e le dita degli arti residui levati a V; una bambina, Leila, di due anni, intubata e rotta dallo stomaco alla gola, un ragazzo in coma, più bende che pelle, attaccato a una macchina che fa bip-bip lentamente. E proprio allora un altro schianto, vicino, un altro ancora, corriamo sul balcone, filmo a mezzo chilometro, tra case e alberi una gigantesca nuvola di fumo nero. Altri missili a difesa dei civili. Accanto a me infermiere e pazienti, come sempre, inesorabilmente, sparano al cielo il grido della Libia: “Allah, Muammar, Libya u bas”. Dio, Muammar, Libia e nient’altro. Così è. Così sarà, che al “manifesto” dei “giovani rivoluzionari di Bengasi” piaccia o no.

Torno da Tripoli, dopo aver visitato alcune delle 70mila famiglie fuggite ai mercenari Nato e ora sistemate alla meglio nelle case degli operai stranieri fuggiti dopo la chiusura delle loro imprese. Ne hoincontrato uno, Nasser Ali Sajer Attagag, 29 anni, da Misurata, catturato il 18 marzo della forze lealiste del “Popolo in armi”. Dead man walking, è un morto che cammina, ce l’ho ancora in pancia con la sua faccia spenta e i suoi racconti dell’orrore, dei soldati libici sgozzati, tagliati a fette, appesi davanti al palazzo di giustizia, chiusi nel congelatore di una macelleria, delle famiglie pro-Gheddafi pestate a morte, delle loro figlie sequestrate, consegnate ai “giovani rivoluzionari”, violentate, i seni tagliati, morte dissanguate nel corso della “festa della rivoluzione. Ascolterete tutto, vedrete i documenti, nel prossimo documentario “Maledetta primavera – rivoluzioni, controrivoluzioni e guerre Nato nel mondo arabo”. Un omaggio particolare a Rossana Rossanda e affini.

Torno da Tripoli e, non potendo fare a meno di leggere di Fincantieri e oscenità berlusconiane, scivolo sulla pagina-vomito del “manifesto”, redatta tutta da Tommaso de Francesco, a celebrazione della cattura di Radko Mladic, con tanto di box dedicato all’escort di Clinton e parca manidiforbice di Milosevic e della Serbia, Carla del Ponte, magistrato integerrimo del Tribunale Nato dell’Aja. Mladic e ancora l’infame balla di Sebrenica, a dispetto di tutte le prove che la smentiscono, a dispetto delle migliaia di ricomparsi dei presunti 8mila trucidati. Un soffietto di questo presunto difensore della Serbia a coloro che l’hanno sbranata, un gradino della scala al patibolo (lo faranno morire in carcere come Milosevic, incapaci di provare alcunché) per colui che, a differenza dei fascisti croati e bosniaci, cari alla marmaglia democratica sinistra-destra occidentale, non sterminava per accaparrarsi terre e beni altrui, ma difendeva l’unica vera autodeterminazione dei popoli di tutta la vicenda jugoslava. Mancano la parole. Se non per dire che tout se tien, le brigate internazionali invocate da Rossanda a sostegno degli sgherri Nato bengasiani, gli orgasmi sulla vendetta colonialista contro i patrioti della Jugoslavia socialista e sovrana, Vendola, il Forum Palestina, l’intera cloaca finto-pacifista e finto-dirittoumanista e le grasse risate della cupola necrocrata sul capolavoro finale del nostro taffazzismo.


Fulvio Grimaldi

Fonte: Mondart
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