La Shoah, il Sacro e l’Occidente

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di Sebastiano Caputo

Il 27 gennaio non è altro che un giorno religioso svuotato di religiosità, dunque, patetico.

Il termine “Shoah” (in ebraico significa “catastrofe”) nemmeno esisteva ai tempi del processo di Norimberga (1946). Venne introdotto successivamente nel linguaggio collettivo, quando da tragico evento storico, le deportazioni degli ebrei nei campi di concentramento, dovevano diventare un episodio memoriale, dunque, sacro. Sono le nuove generazioni, quelle nate dopo la seconda guerra mondiale (sic!), a subire la ritualizzazione martellante di questa nuova religione. Pellegrinaggi scolastici ad Auschwitz, gite nei musei della memoria, giornate di raccoglimento, minuti di silenzio, proiezioni pubbliche di film documentari, fanno di contorno ai suoi sacerdoti, ai suoi luoghi santi, ai suoi martiri, ai suoi miracoli, ai suoi miracolati, ai suoi missionari, alle sue reliquie, ai suoi dogmi, ai suoi demoni. Così la Shoah si è goffamente sacralizzata a tal punto che la “Legge Mancino” ha vietato ogni forma di “bestemmia storica” mentre l’accusa di “antisemitismo”, introdotta mediaticamente negli anni Settanta per mascherare le offensive militari israeliane nel Vicino Oriente, si è trasformata in un’arma per discreditare storici e giornalisti. Più si allontanano quegli anni di violenza, più il romanzo di quegli anni diventa grottesco, emotivo, illogico.

Il primo a denunciarlo fu lo stesso Norman Finkelstein, figlio di deportati, che nel suo saggio L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei scrisse: “l’attuale campagna dell’industria dell’Olocausto per estorcere denaro all’Europa in nome delle ‘vittime bisognose dell’Olocausto’ ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un casinò di Montecarlo”. Dall’elezione di Miss Olocausto ai falsi sopravvissuti passando per i master di primo livello in “Didattica e comunicazione della memoria della Shoah e della cultura della tolleranza”, le cerimonie commemorative hanno raggiunto un livello talmente ridicolo che si stanno rivelando contro-producenti agli occhi dell’opinione pubblica.

Nell’Occidente desacralizzato e dollarizzato non poteva essere altrimenti. Già il cristianesimo, prima ancora delle deportazioni degli ebrei da parte del governo nazional-socialista tedesco, aveva subito la stessa sorte. La passione di Cristo è diventata ormai da qualche anno oggetto di derisione pubblica. Gli artisti ci urinano sopra, le Femen si infilano i crocefissi tra le gambe, mentre la rivista satirica e blasfema Charlie Hebdo viene considerata dai benpensanti come l’emblema della libertà di espressione. L’Olocausto, desacralizzato ogni anno che passa dai suoi affabulatori, continua a conservare con la forza la sua dimensione sacra (chi bestemmia se la vede con la giustizia). Due pesi e due misure. Esistono religioni di prima categoria e religioni di seconda categoria. Esistono massacri di prima categoria e massacri di seconda categoria. Come del resto esistono ebrei di prima categoria ed ebrei di seconda categoria. Non crederete mica che Benjamin Netanyahu valga quanto Norman Finkelstein.

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La radicalisation des esprits

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di Sebastiano Caputo

La tragica vicenda dei redattori di Charlie Hebdo potrebbe rompere l’emergente alleanza anti-sistemica tra musulmani patrioti figli dell’immigrazione e francesi di “souches” tradizionalisti.

La verità è che da qualche anno si discute sottovoce di un’altra Francia. Ridotto a “laboratorio di sperimentazione etnico-sociale in tensione permanente”, il Paese potrebbe liberarsi gradualmente dalle catene dell’Etat profond (lo Stato profondo). Fuori dagli schemi della cultura ufficiale, una nuova classe intellettuale, sta costruendo l’alleanza “impossibile” e anti-sistemica tra classe media e ceto produttivo, tra neo-marxisti e nazionalisti, tra musulmani patrioti figli dell’immigrazione e francesi di “souches” tradizionalisti. I teorici di questa école de pensée che ha conquistato centinaia di migliaia di francesi e sedotto i vertici del Front National di Marine Le Pen? Il sociologo Alain Soral e l’umorista Dieudonné M’Bala M’Bala, i quali recentemente, hanno persino fondato il partito politico Réconciliation Nationale (Riconciliazione Nazionale) scandito dallo slogan: “non cadiamo nella trappola mortale dello scontro di civiltà”.

Ma la Francia assomiglia sempre più al sogno dei neoconservatori americani “coi musulmani cattivi a recitare il ruolo che già fu dei pellerossa, degli stessi “italiani gangster” o dei musi gialli, maschere di volta in volta evocate dalla propaganda esagitante del far west globale” (Pietrangelo Buttafuoco). Prima l’Affaire Merah ora quella tragica della rivista Charlie Hebdo, colpita nel cuore della sua redazione. Il settimanale satirico francese ha una storia contorta. Nato negli Settanta vicino alla gauche (in occasione della morte di Charles De Gaulle, l’Hebdo scandalizzò la Francia con una copertina dal titolo “Bal tragique a Colombey, un mort”, ballo tragico a Colombey – la residenza del Generale-, un morto), si è progressivamente spostato a destra, fino a sposare negli ultimi decenni la causa neocon statunitense. Nel 1992, con la pubblicazione di una tribuna dibattito intitolata “Coraggio intellettuale” e dedicata all’opera di Oriana Fallaci La rabbia e l’orgoglio, in cui si parlava di una “crociata” dell’Islam verso l’Occidente, Charlie Hebdo apriva la strada all’anti-islamismo, che sarebbe diventato il suo cavallo di battaglia insieme alla Cristianofobia. In quella redazione nell’11ème arrondissement di Parigi, dove è avvenuto l’assalto e che ormai lavorava poco visti i numeri disastrosi del suo bilancio, non si credeva poi così tanto alla libertà di espressione. Quando il Consiglio di Stato (il più importante organo giudiziario) fu convocato dal ministro Manuel Valls per bloccare lo spettacolo di Dieudonné previsto il giorno stesso a Nantes perché “antisemita”, la rivista non spese nemmeno una parola di solidarietà nei suoi confronti.

Lo stato emozionale e confusionale dell’Occidente non aiuta a comprendere le dinamiche. Alla riconciliazione nazionale auspicata dal duo Dieudo-Soral prevale purtroppo la radicalizzazione delle coscienze e l’isterismo di massa. Tutto viene messo sullo stesso piano: islam, terrorismo, integrazione, multiculturalismo, immigrazione. C’è chi raccoglie voti, chi proclama la guerra santa, chi invece parla ancora di un’identità da proteggere. Eppure pochi ricordano che i due terroristi identificati la sera stessa dalle autorità francesi risultano essere due franco-algerini rientrati dalla Siria la scorsa estate dopo una serie di combattimenti contro l’esercito regolare di Bashar al Assad. Una parabola tutta occidentale quella che vede dei “combattenti per la libertà” diventare improvvisamente dei “terroristi islamici”. Ma esulteranno senza vergogna i seminatori di odio di destra e di sinistra. Gli stessi che per decenni hanno legittimato l’immigrazione di massa, approvato le “guerre umanitarie” nel Vicino e Medio Oriente, “sionizzato” la politica estera della Francia, impedito l’integrazione delle nuove popolazioni, fabbricato un clima di islamofobia senza precedenti. I Bernard Henri Levy, i Michel Houllebecq, gli Alain Finkelkraut, i Michel Onfray, le Elisabeth Levy. E con loro tutti i cartomanti della guerra civile. Lunga vita ad Alain Soral e Dieudonné M’Bala M’Bala. Vive la Réconciliation Nationale.

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