Mario Tchou e il sogno spezzato dell’informatica italiana

programma101

di Michele Franceschelli

Il 9 novembre 1961 moriva l’ingegnere italo-cinese Mario Tchou e con lui quel sogno d’avanguardia – osteggiato dagli Stati Uniti d’America – che fu anche di Adriano Olivetti, con conseguenze funeste per i destini della nostra nazione. Una storia da ricordare, per tornare a sognare.

“Mario Tchou era il capo del laboratorio di Pisa e della Divisione Elettronica dell’Olivetti dedita principalmente a quell’epoca al grande calcolatore Elea, era il padre dell’Elea se vogliamo, che fu il primo grande calcolatore al mondo, prima dell’IBM (…) Mario Tchou è morto in un incidente sulla Milano-Torino e in Olivetti c’era la convinzione che fosse stato ucciso da forze risalenti ai servizi americani”. Carlo De Benedetti, Presidente della Olivetti dal 1983 al 1996, in un’intervista concessa il 29 ottobre 2013 a Giovanni Minoli, su Mix 24. (1)
“Adriano Olivetti: quest’uomo rappresenta un problema per il nostro paese”. Le parole pronunciate dal capo dei servizi segreti statunitensi, la CIA, in una riunione di altissimo livello, nella scena inziale della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno”, andata in onda il 28 e il 29 ottobre 2013 su Rai Uno. (2)

Una lezione per il presente

Che le parole pronunciate da Carlo De Benedetti durante la popolare trasmissione di Giovanni Minoli in merito alla convinzione degli uomini dell’Olivetti sulle vere cause della morte di Mario Tchou, così come gli input sul complotto made in USA inseriti all’interno della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno” di Michele Soavi, siano forse riusciti a spingere gli italiani ad aprire gli occhi sul ruolo infido giocato dagli Stati Uniti d’America contro il nostro paese, in queste ed altre circostanze, smascherando la rappresentazione propagandistica che li dipinge come l’alleato benevolo della nostra nazione?

Non lo sappiamo, sono stati due squarci di luce – l’intervista di De Bendetti e la messa in onda della miniserie – temporalmente coincidenti e qualitativamente diversi, che sono stati presto sommersi dalla forza oscurante della propaganda statunitense interessata a non far vedere agli italiani le porcherie combinate dai nostri “alleati” d’oltreoceano in oltre 60 anni d’occupazione, il tutto a favore di una narrazione storica falsa e stereotipata stracolma di zone d’ombra fatte di stragi, di assassini, di “incidenti” dolosi sempre privi di colpevoli, di uomini scomparsi nel nulla. Dove però questi “lampi di luce” riescano ad affermarsi a livello mediatico e di cultura di massa acquisendo le forme di verità storiche, non rimane che l’opzione di presentarle come conoscenze dal puro valore documentario su periodi lontani e passati privi di connessione con il presente, verità magari spiacevoli ma comprensibili e giustificabili per il clima della “guerra fredda” ed altre circostanze eccezionali che li rendevano inevitabili, continuando quindi a cercare di velare, sviare e limitare la portata rivoluzionaria di quelle rivelazioni storiche. Così facendo quegli “squarci di luce” perdono forza splendente e illuminano meno – e male – solo una metà, il passato, creando un fossato con l’epoca attuale: le responsabilità, gli interessi, il modus operandi, le dinamiche e la mentalità degli attori storici che quelle verità rivelano non devono essere comprese appieno per non diventare materia da cui trarre lezioni per il presente; un presente dove quegli stessi attori e quelle stesse forze, riconducibili agli USA e ai suoi scagnozzi italiani, continuano ad essere i padroni della nostra nazione, giocandovi un ruolo perfido, continuando a liquidare qualsiasi uomo italiano – sia questo un nuovo “Mario Tchou”, un nuovo “Adriano Olivetti” o un nuovo “Enrico Mattei” – che possa rappresentare un “problema” per il loro predominio sull’Italia, pur in assenza di “guerra fredda”, di “pericolo comunista”, di “emergenze democratiche”.

Per questo crediamo sia utile ritornare a ricordare certe figure e certi passaggi storici, non per amore della storia fine a se stesso, ma per comprendere le ragioni profonde di certi avvenimenti che hanno segnato negativamente e traumaticamente la storia di questa nazione e dotarci così, nello stesso tempo, di un arsenale interpretativo capace di riconoscere nel presente le trame sovversive e gli atti ostili compiuti ancor oggi nei confronti dell’Italia da quelli che subdolamente si continuano a chiamare come “alleati”, ma che la conoscenza della nostra storia e l’intuizione delle dinamiche attuali ci deve indurre a qualificare senza indugio come “occupanti” e “nemici” (anche se per far questo basterebbe molto probabilmente sapere – o voler vedere – che ci sono circa 110 basi e installazioni militari statunitensi sul territorio italiano, da Nord a Sud, da Aviano a Sigonella passando per Camp Ederle, Camp Darby e Napoli, con circa 15.000 militari e 15.000 “civili”).

L’Italia dovrebbe comprendere – dato che l’Unione Europea non lo fa a livello europeo e men che meno lo fa l’odierna classe politica nazionale, anzi molto spesso è proprio il contrario – la necessità e il dovere di difendere, con le unghie e con i denti dagli attacchi esterni e di sostenere in tutti i modi quegli uomini speciali, le loro imprese d’alta tecnologia e avanguardistiche, per l’apporto fondamentale che danno alla crescita morale e materiale di tutta la comunità nazionale e che le permettono di innestarsi su dei binari di sviluppo economico profondo e duraturo, fatto di alta tecnologia, ricerca, sviluppo e innovazione, basi della libertà, della forza e della dignità di una nazione.

Il filo storico che lega le vicende di Mario Tchou, inseparabile da quelle di Adriano Olivetti (entrambi attivi nello strategico settore alto-tecnologico dell’elettronica-informatica), di Felice Ippolito (nel settore alto-tecnologico del nucleare), di Enrico Mattei (in quello strategico dell’energia), di Domenico Marotta (della chimica), di Sergio Stefanutti (dell’aeronautica), quel filo che arriva fino alla guerra imposta all’Italia contro il suo alleato Muammar Gheddafi nel 2011 e alle sanzioni economiche alla Russia, passando per la scomparsa di Federico Caffè (nel settore strategico della finanza), Tangentopoli, l’esilio di Bettino Craxi (nel campo strategico per eccellenza, quello politico) e la morte di Raul Gardini (ancora la chimica), è una trama storica che ci svela i segni e le tracce, di volta in volta più o meno occulte, di una “manina d’oltreoceano” sempre attiva e sempre pronta a liquidare con le buone o con le cattive – e sempre con la complicità di una lobby interna tutta italiana di passaporto ma nella sostanza anti-nazionale perché totalmente prona agli interessi dello straniero e dei propri meschini dividendi di “casta”– di liquidare quei compatrioti che ora per genio, ora per arditezza, per onestà e per vigore rappresentano una grande opportunità per la nazione, una risorsa e un valore per i destini della Patria ma che proprio per questo sono un “problema” grave per gli Stati Uniti d’America interessati a mantenere il proprio predominio. E per i loro vassalli interni, interessati a coltivare i propri meschini interessi di bottega e portatori fin dal primo dopoguerra di un machiavellismo ideologico deformato dal servilismo che ha condotto ben presto l’Italia sui binari morti di uno sviluppo capitalistico subordinato, maturo e poi marcio che ha inevitabilmente innescato una spirale deleteria fatta di giochi di borsa e finanziarizzazione, speculazioni sull’ambiente, sulla salute e suoi diritti dei lavoratori, mungitura delle risorse statali da parte d’imprese mature e decotte, abnorme pubblico impiego come cassa di compensazione per la disoccupazione, “bolle” di lauree e lavori socialmente inutili, deindustrializzazione e svendita allo straniero dei restanti comparti industriali, il tutto con l’ausilio di un ceto intellettuale a libro paga di volta in volta chiamato a fornire coperture ideologiche mistificatorie e giustificatorie – le ultime in ordine di tempo sono la “teoria” della “decrescita” e l’enfasi posta sul “turismo” come risorsa strategica nazionale – a questi sviluppi patologici. Un sistema che prima o poi si sarebbe rotto, comportando una dolorosa ristrutturazione per il popolo italiano, ma senza che fosse permesso che le vere cause del disastro venissero alla luce. Leggi il resto dell’articolo

La spettacolarizzazione del male

++ Donna uccisa Udine: fermato ha confessato ++

di Massimo Buttarini

L’interesse morboso rispetto alla figura dell’omicida seriale e dei suoi crimini da parte dei mass media

Nel mio libro “ I Serial Killer: un approccio psicologico giuridico” ho parlato dell’interesse morboso rispetto alla figura dell’omicida seriale e dei suoi crimini da parte dei mass media e dell’opinione pubblica. (Buttarini, 2007)

La stessa morbosità è riscontrabile, a mio parere, per la cronaca nera in generale. C’è chi parla, come Enrico Gregori, di esorcismo. Il cronista, autore di un noir dal titolo “Un tè prima di morire” frutto della sua esperienza di cronista di nera, in un intervista pubblicata su fragmenta.blogosfere da Fausta Maria Rigo, afferma che << […] Vedere, scandagliare, capire la morte altrui è una specie di barriera che tiene la morte lontana da noi. […]>>[Fausta Maria Rigo in http://fragmenta.blogosfere.it/2008/03/rock-and-noir.html]

Personalmente, come psicologo, condivido certamente questo punto di vista ma non credo che sia sufficiente per spiegare le punte di morbosità che ha raggiunto l’interesse per la cronaca nera. Credo ci sia dell’altro dietro la spettacolarizzazione del male che su questa morbosità vive e si alimenta: nel lato più oscuro della psiche umana non alberga soltanto la paura della morte che attraverso i fatti di cronaca nera verrebbe così esorcizzata ma anche desideri necrofilici inconfessabili e istinti di morte che attraverso la cronaca nera vengono vissuti. Voglio dire che non tutti si identificano con le vittime ma una parte del pubblico di spettatori si identifica con il male che gli autori dei crimini incarnano.

Soprattutto in fasce di età particolarmente a rischio, come quella adolescenziale, il rischio di identificarsi con modelli negativi sui quali proiettare la propria rabbia e la propria smania di ribellione è molto alto a maggior ragione quando ad usufruire di certi contenuti mass mediatici sono ragazzi dalla personalità già di per sé problematica.

Faccio riferimento qui alla rischiosa possibilità dell’innescarsi di meccanismi di imitazione e di emulazione che abbiamo già visto scatenarsi nel passato, uno per tutti l’esempio del lancio dei sassi dal cavalcavia ma anche in tempi più recenti l’omicidio commesso da una ragazza in Francia che disse di essersi ispirata all’omicidio di Meredith commesso a Perugia.

E’ anche per questo motivo, ma non solo, che i giornalisti, i cronisti e i mass media nel loro complesso hanno una grande responsabilità e il mondo dell’informazione deve essere consapevole del potere che detiene e quanto questo potere può influenzare le menti delle fascie di popolazione più deboli: mi sto riferendo ai minori, certamente, ma anche a personalità disturbate che di fronte a una certa spettacolarizzazione, sottoposta al cosiddetto bombardamento massmediatico potrebbe venire influenzata negativamente tanto da poter essere irretita è addirittura istigata.

Infatti la nostra civiltà è caratterizzata da un desiderio e da un bisogno di protagonismo mai visto prima e questo è particolarmente evidente tra i giovani: essere protagonisti significa essere visti apparire sotto la luce dei riflettori, arrivare al successo, essere riconosciuti, esistere finalmente dopo un’esistenza caratterizzata dal vuoto esistenziale, dalla noia, dal niente. Perché se non vai in televisione allora non sei nessuno. I modelli di riferimento di molti teen ager della civiltà odierna infatti sono personaggi non persone, personaggi che esistono solo attraverso la spettacolarizzazione e la mitizzazione di un modello di vita che non è più sorretto dal concetto del sacrificio, del desiderio ma al contrario del tutto e subito. Certe trasmissioni televisive è questo il messaggio che lanciano: la facilità del diventare famosi. Se riesci a entrare in quel circo delle meraviglie allora da nessuno riuscirai ad essere qualcuno, tutti ti riconosceranno e acquisterai lo status simbol del successo. Qualcuno purtroppo farebbe di tutto per arrivarci anche a costo di gesti estremi perché l’incertezza e la vacuità di identità fragili e inconsistenti può portare ad una distorsione della realtà tale da portare alla perdita di un equilibrato esame di realtà come espressione di un disagio profondo a cui chi aveva il dovere di dare delle risposte ha fallito nel suo compito lasciano molto spesso i giovani in balia delle loro pulsioni e della loro solitudine di fronte ad uno schermo vuoto che sembra poter dare tutte le risposte.

Ecco che cosa scrive Maurizio Parodi rispetto al tema dei minori e televisione:

<< A proposito di “ordinarie follie”: è, per noi, del tutto normale che i bambini vedano gli stessi programmi seguiti dai genitori: il telegiornale, per esempio, che si è trasformato in un bollettino di guerre, cui fanno da irrinunciabile corollario le notizie di cronaca nera, le uniche (si direbbe) ad avere rilevanza mediatica; tanto più sconcertanti giacchè si indulge, con accanimento morboso, voyeuristico, alla spettacolarizzazione degli eventi più efferati e macabri. Nulla a che vedere con l’indignazione civile: i crimini di mafia, le morti sul lavoro non “eccitano” quanto una (in)sana strage familiare – giusto per ribadire quanto siano primitive le nostre pulsioni sociali: siamo interessati soprattutto alla messa in scena degli orrori privati, quelli a noi più prossimi (in tutti i sensi). E i bambini stanno a guardare…

Ma lo stesso vale per taluni programmi cosiddetti di servizio e molti altri di intrattenimento (medesimo scopo, però più onestamente dichiarato), nei quali si inscenano farse e tragedie domestiche, drammi, relazioni, spesso fasulli, inventati e recitati – il contrabbando dei sentimenti finti – che, comunque, strumentalizzano le persone senza remore e decenza, istigando gli ospiti e il pubblico a dare il peggio di sé; dove si espongono lubricamente frustrazioni e turbamenti, con l’irruzione del privato, dei fatti personali (vostri, perciò nostri, dunque di tutti) dell’intimo (inteso non solo come indumento) sul palco mediatico, istillando una visione condominiale del mondo. E i bambini…

Siamo riusciti ad inventare la cosiddetta TV del dolore, dal cui gorgo sono proliferate le ignobili e compiaciute brutture delle trasmissioni verità, spesso reality show sotto mentite spoglie giornalistiche, deontologicamente giustificate per il loro carattere, appunto, di servizio. Forse a molti è sfuggito l’impegno delle trasmissioni dedicate alla strage di New York (l’11 settembre 2001) che hanno aggiunto orrore all’orrore, riproponendo all’infinito le immagini della carneficina: i grattacieli in fiamme, l’aereo che esplode nell’impatto con l’edificio, le persone che precipitano, il fumo e le fiamme, indugiando con macabro compiacimento, sui dettagli, dilatando i tempi della tragedia con il ricorso al ralenti, come accade nei peggiori film hollywoodiani. Non solo, alcuni canali hanno mostrato in parallelo scene di film catastrofici per enfatizzare la spettacolarizzazione dell’evento. E i bambini…

Molto spesso a sdoganare l’orrore sono proprio i giornalisti (televisivi), che si potrebbero ingenuamente ritenere più accorti, sensibili, colti e corretti dei colleghi intrattenitori, dai quali sono, invece, indistinguibili. Sono loro i padroni del reality show che costa poco e fa molta audience. Una strategia sottile e non priva di conseguenze, soprattutto per gli spettatori meno avveduti, dunque, in primo luogo bambine/i: si utilizzano i giornalisti come garanti della bufala, per accreditarla. Ma non meno inquietanti appaiono i tratti “telegnomici” (da Grande fratello) della TV totale, quella che esibisce materiale corporeo, osservato dal “buco della serratura” catodica, e modelli esistenziali “inconsistenti”, divinizzati dall’apparizione sullo schermo. E i bambini… Leggi il resto dell’articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: