L’arma del silenzio mediatico


Si dice che il silenzio è d’oro. Lo è indubbiamente, ma non solo nel senso del proverbio. È prezioso soprattutto come strumento di manipolazione dell’opinione pubblica: se sui giornali, nei Tg e nei talk show non si parla di un atto di guerra, esso non esiste nella mente di chi è stato convinto che esista solo ciò di cui parlano i media. Ad esempio, quanti sanno che una settimana fa è stata bombardata la capitale del Sudan Khartum? L’attacco è stato effettuato da cacciabombardieri, che hanno colpito di notte una fabbrica di munizioni. Quella che, secondo Tel Aviv, rifornirebbe i palestinesi di Gaza. Solo Israele possiede nella regione aerei capaci di colpire a 1900 km di distanza, di sfuggire ai radar e provocare il blackout delle telecomunicazioni, capaci di lanciare missili e bombe a guida di precisione da decine di km dall’obiettivo. Foto satellitari mostrano, in un raggio di 700 metri dall’epicentro, sei enormi crateri aperti da potentissime testate esplosive, che hanno provocato morti e feriti. Il governo israeliano mantiene il silenzio ufficiale, limitandosi a ribadire che il Sudan è «un pericoloso stato terrorista, sostenuto dall’Iran». Parlano invece gli analisti di strategia, che danno per scontata la matrice dell’attacco, sottolineando che potrebbe essere una prova di quello agli impianti nucleari iraniani. La richiesta sudanese che l’Onu condanni l’attacco israeliano e la dichiarazione del Parlamento arabo, che accusa Israele di violazione della sovranità sudanese e del diritto internazionale, sono state ignorate dai grandi media. Il bombardamento israeliano di Khartum è così sparito sotto la cappa del silenzio mediatico. Come la strage di Bani Walid, la città libica attaccata dalle milizie «governative» di Misurata. Video e foto, diffusi via Internet, mostrano impressionanti immagini della strage di civili, bambini compresi. In una drammatica testimonianza video dall’ospedale di Bani Walid sotto assedio, il Dr. Meleshe Shandoly parla dei sintomi che presentano i feriti, tipici degli effetti del fosforo bianco e dei gas asfissianti. Subito dopo è giunta notizia che il medico è stato sgozzato. Vi sono però altre testimonianze, come quella dell’avvocato Afaf Yusef, che molti sono morti senza essere colpiti da proiettili o esplosioni. Corpi intatti, come mummificati, simili a quelli di Falluja, la città irachena attaccata nel 2004 dalle forze Usa con proiettili al fosforo bianco e nuove armi all’uranio. Altri testimoni riferiscono di una nave con armi e munizioni, giunta a Misurata poco prima dell’attacco a Bani Walid. Altri ancora parlano di bombardamenti aerei, di assassinii e stupri, di case demolite con i bulldozer. Ma anche le loro voci sono state soffocate sotto la cappa del silenzio mediatico. Così la notizia che gli Stati uniti, durante l’assedio a Bani Walid, hanno bloccato al Consiglio di sicurezza dell’Onu la proposta russa di risolvere il conflitto con mezzi pacifici. Notizie che non arrivano, e sempre meno arriveranno, nelle nostre case. La rete satellitare globale Intelsat, il cui quartier generale è a Washington, ha appena bloccato le trasmissioni iraniane in Europa, e lo stesso ha fatto la rete satellitare europea Eutelsat. Nell’epoca dell’«informazione globale», dobbiamo ascoltare solo la Voce del Padrone.

 

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Un po’ di storia americana

 

GLI INIZI COLONIALI.
A proposito della fondazione del loro Paese gli statunitensi
amano raccontare la storiella dei Pylgrims – Founding Fathers
(Padri Fondatori): 100 (o 101 o 102 a seconda delle fonti) poveri
emigranti inglesi di fede Separatista sbarcati dal veliero
Mayflower nell’attuale Massachusetts, dove nello stesso 1620
fondarono la città di Plymouth. Ci fu tale sbarco, ma non da
esso ebbe vita la colonia del Massachusetts e quindi degli Stati
Uniti. Si trattò di un episodio molto marginale, scelto dalla storiografia
ufficiale americana perché coreografico, adatto ad alimentare
la nota leggenda di un Paese nato da emigranti poveri
e pii, in cerca solo di sostentamento materiale e di libertà di religione.
In effetti i Pylgrims non furono neanche i primi inglesi
sbarcati su quelle coste: già nel 1607 altri inglesi, in analogo
numero (erano 107) avevano fondato più a sud la città di Jamestown,
attorno a cui nel 1619 sarebbe stata costituita ufficialmente
la prima colonia inglese in America, la Virginia. Qui nello
stesso 1619 giunsero i primi schiavi neri, portati da una nave
negriera olandese. Con un colono virginiano si sposò Pocahontas
(1595-1617), la figlia di un capo indiano che garantì così la
pace dopo iniziali dissapori. Poi nel tempo anche questi indiani
sarebbero stati sterminati, come gli altri.
Il carattere della colonizzazione inglese invece fu fissato dall’emigrazione
Puritana: dal 1630 al 1640 giunsero in Massachusetts
20.000 Puritani e furono loro ad organizzare l’omonima
colonia e quindi, tramite l’influenza esercitata su tutte le altre, a
stabilire il tono generale. La distinzione è importante perché i
Puritani erano portatori di una precisa mentalità. Erano l’ala destra
del Calvinismo europeo nato dalla Riforma Protestante ed
il Calvinismo – come tutte le religioni Protestanti ma lui in
modo particolare – prende in considerazione di fatto (anche se
certo non a parole: si definisce Cristiano) solo il Vecchio Testamento,
che in più interpreta alla lettera. Leggi il resto dell’articolo

Riyad finanzia le operazioni del Mossad per eliminare gli scienziati iraniani

 

 

Il giornalista investigativo americano Barry Lando ha rivelato che l’Arabia Saudita finanzia le operazioni del Mossad contro l’Iran, ed in particolare l’assassinio di scienziati nucleari iraniani, secondo quanto riportato sabato dalla radio israeliana e ripreso dal sito dell’emittente televisiva libanese “Al-Manar”.

Citando fonti vicine alle autorità del regime di occupazione israeliano, Lando ha affermato che “le autorità saudite ed il Mossad lavorano in stretta collaborazione sul dossier nucleare”, precisando che “Riyad ha sborsato un miliardo di dollari per finanziare gli attentati contro gli scienziati iraniani”.

Diversi scienziati iraniani sono stati assassinati negli ultimi anni attraverso attentati terroristici che Tehran attribuisce a Israele ed ai paesi occidentali, accusandoli di cercare di rallentare l’avanzata del programma nucleare iraniano.

Il 12 gennaio 2010, un fisico nucleare conosciuto a livello mondiale, Massoud Ali Mohammadi, professore presso l’università di Tehran, è stato ucciso nell’esplosione di una moto parcheggiata di fronte la sua abitazione, nella capitale iraniana. Un uomo accusato dell’attentato per conto di Israele è stato condannato a morte dalla giustizia iraniana nell’agosto 2011.

Il 29 novembre 2010, Majid Shahriari, fondatore della Società Nucleare dell’Iran e responsabile di uno dei grandi progetti dell’Organizzazione iraniana dell’energia atomica, viene ucciso a Tehran dall’esplosione di una bomba collocata nella sua vettura.

Lo stesso giorno un altro fisico nucleare, Fereydoun Abbassi Davani, è vittima di un attentato terroristico simile di fronte all’università Shahid Beheshti di Tehran, dove i due uomini insegnavano. Quest’ultimo, rimasto ferito, è diventato poi il capo del programma nucleare iraniano.

Il 23 luglio 2011 lo scienziato Darioush Rezainejad, che lavorava per dei progetti del Ministero della Difesa, viene ucciso da colpi esplosi da sconosciuti in motocicletta nella capitale iraniana.

Il 1 agosto 2011 una fonte dei servizi di spionaggio di Israele, citata nell’edizione online del settimanale tedesco “Spiegel”, indica l’omicidio come orchestrato da Israele.

L’11 gennaio 2012, lo scienziato Mostafa Ahmadi Roshan, che lavorava presso il sito nucleare di Natanz (vicino Esfahan), viene ucciso nell’esplosione di una bomba magnetica collocata sulla sua vettura, nei pressi dell’università Allameh Tabatabai, a Tehran.

 

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Politici ladri e incapaci ma questo governo è inadeguato

 

di Filippo Ghira

 

I giovani imprenditori di Confindustria, tanto per dimostrare di esistere, sono andati all’attacco della classe politica considerata ladra, ignorante ed incapace e del governo in carico accusato di avere trasformato la pressione fiscale in una confisca mentre i cittadini vengono trattati come cavie. Diceva Benedetto Croce, che il problema dei giovani è quello di diventare adulti.
Così, avendo imparato a gestire l’azienda di famiglia, i giovani virgulti di Viale dell’Astronomia vogliono ora  dimostrare di saper camminare da soli e di scrollarsi dalle spalle un sistema politico accusato di aver creato una burocrazia oppressivo capace soltanto di porre lacci e lacciuoli a chi voglia intraprendere una qualsiasi attività economica.
In ogni caso, attaccare l’attuale classe politica composta per lo più di cialtroni e di mezze calzette ignoranti, come ha fatto il presidente dei giovani imprenditori, Jacopo Morelli, è un po’ come sparare sulla Croce Rossa.
La necessità di un ricambio della classe politica richiesto dai giovani confindustriali, riuniti ovviamente a Capri, finirà inevitabilmente per cozzare con l’impossibilità di trovare personale adeguato. La campagna di Mani Pulite spazzò infatti via due partiti come DC e PSI che, nonostante le ruberie effettuate, avevano fornito ai governi della Prima Repubblica, un personale politico di prim’ordine e soprattutto in grado di guidare il nostro Paese nel mondo, curarne gli interessi e difenderne la sovranità nazionale. Finita quell’epoca sul palcoscenico della politica della cosiddetta Seconda Repubblica c’è stata l’irruzione delle terze linee, che al massimo avrebbero potuto fare i portaborse. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Una nuova classe politica che non soltanto pensa unicamente ad arricchirsi ma che non conosce e non vuole conoscere niente non solo del mondo ma della stessa Europa. Politici che provengono da nuovi partiti i cui dirigenti e militanti si sono convertiti al liberismo puro e duro e che più di fare generiche dichiarazioni a favore del cosiddetto Libero Mercato non sono in grado di fare. Politici ai quali pare più che normale che le grandi banche anglo-americane possano speculare contro i nostri titoli di Stato, senza minimamente pensare che dietro vi possa essere qualche strategia anti-italiana che punta a togliere allo Stato il controllo di imprese pubbliche come Eni, Enel e Finmeccanica.
Questa totale inadeguatezza della politica italiana si è accentuata nel ventennio berlusconiano con il centrodestra preoccupato più che altro di tutelare il proprio capo e il centrosinistra impegnato soprattutto a scalzarlo, cercando realizzare un gioco di sponda con le vicende giudiziarie del Cavaliere. Il risultato è stato un generale crollo del livello della classe politica italiota, sia come cultura che come preparazione. Il fatto che a sostituire Berlusconi sia stato imposto un uomo vicino agli ambienti dell’Alta Finanza anglo-americana come Mario Monti, la dice lungo su un Paese che ha smarrito da tempo il senso del suo ruolo nell’area mediterranea e come ponte verso i Paesi del Nord Africa e del Vicino Oriente.
In tale ambito, anche i giovani di Confindustria sembrano condizionati da questa mancanza di una idea su una strategia internazionale necessaria al nostro Paese per sopravvivere. Sembra infatti che la loro visione delle cose si fermi sull’uscio della loro impresa. E non sembrano in grado di andare oltre alla richiesta di una maggiore efficienza e snellezza della macchina amministrativa dello Stato e a quella di un ricambio della classe politica. Per i giovani confindustriali i politici devono dimostrare di essere più che altro dei buoni amministratori. Non conta insomma che abbiano una visione di cosa debba far l’Italia in Europa e nel mondo che non sia semplicemente quello di fare tutto quanto è richiesto dai tecnocrati della Commissione europea.
Morelli ha lamentato soprattutto la pressione fiscale che quest’anno toccherà il 45% del Pil e che grava sulle imprese per il 68% tanto che la base industriale si è ridotta del 20%. Si perdono duemila occupati al giorno. C’è poca crescita oggi e molto rigore. Soprattutto è grave che chiudano le imprese dei giovani perché in tal modo il Paese brucia il futuro, le speranze, il dinamismo. E’ necessario allora creare nuove occasioni di lavoro, dare ossigeno alle imprese. A coloro che si candidano a  governare l’Italia, Morelli ha chiesto cosa vogliono fare per i giovani che non hanno lavoro e non riescono a rendersi indipendenti. Lo stesso messaggio di saluto di Monti non è stato accolto molto bene proprio perché il governo è stato accusato di avere trasformato cittadini ed imprese in sudditi da torchiare.
L’Italia, ha accusato Morelli, non puntando sul cambiamento, sta bruciando il futuro, le speranze ed il dinamismo. A sua volta l’Europa è sotto pressione. Ma senza azioni su investimenti, produttività e competitività, la sola lotta al deficit porterà alla desertificazione industriale e alla fine dell’euro. Certo, ha aggiunto, il rigore è essenziale per il nostro credito internazionale, ma l’Italia ha già superato i controlli, aggiunge. Basta allora con il rigore perché non si possono chiedere altri sacrifici a chi ha stretto i denti oltre il limite. E sopratutto quando lo stesso non è stato fatto da chi vive di politica.

 

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Passare dalla porta stretta della disperazione per giungere alla pienezza della vita autentica

 

 

Grandezza di Kierkegaard.

Oggi la cultura dominante, edonista e relativista, ripete come un mantra che bisogna cercare la felicità e che la sofferenza, la solitudine, la disperazione, sono il Male Assoluto: delle forze bieche ed oscure, contro le quali è necessario, anzi doveroso, ingaggiare una vera e propria “battaglia per la civiltà” al fine di sradicarle, in quanto la loro esistenza è oltraggiosa  e incompatibile con una società moderna, fatta di uomini e donne che hanno DIRITTO alla felicità, così come al Progresso e alle meraviglie che da esso derivano, Scienza e Tecnica per prime.

Certo, è facile parlare così: ogni buon demagogo promette il Paradiso in terra a buon mercato, senza sforzo, senza sacrificio, senza lunghi tempi di attesa: il Paradiso qui e adesso, subito, immediatamente, appena dietro l’angolo; però, guarda caso, è da un pezzo che lo promettono e il Paradiso è sempre lì, proprio dietro l’angolo, oh, questione di metri, di centimetri forse, ancora un piccolo sforzo e sarà nostro, non c’è alcun dubbio, purché non si vanifichi quanto già fatto e non si modifichi la rotta sino a qui seguita dal nocchiero. Leggi il resto dell’articolo

Civiltà pubblicitaria

 

Qualche mese fa un giovane motociclista è disgraziatamente morto in unincidente stradale vicino a casa mia. Da quel giorno il tratto di strada in questione è addobbato con striscioni di parenti e amici del defunto che lo ricordano, che celebrano il suo compleanno o gli mandano altri messaggi.

Sempre più spesso si incontrano per le strade cartelli o lenzuoli che celebranoun matrimonio con frasi di auguri più o meno spiritose rivolte ai nubendi. Dopo lo scorso week è stata inflitta la gogna mediatica ai tifosi del Verona rei diaver intonato allo stadio cori di insulti nei confronti di un defunto calciatore del Livorno. Mi fermo qui, ma gli esempi potrebbero essere numerosissimi e tutti figli della stessa logica: lo slogan pubblicitario quale (unica) forma diespressione di sentimenti e comunicazioni che dovrebbero essere invece rivolti su un piano strettamente personale. L’uomo moderno, figlio della società del consumismo e appunto della pubblicità, dell’apparenza, dell’immagine, consacrati dalla televisione, non è quasi più in grado di scrivereuna lettera privata o comunicare con la persona che gli sta a fianco. O forse potrebbe anche farlo ma ritiene che il valore del proprio messaggio sia accresciuto e assuma valore solo nel momento in cui lo espone al pubblico, nella forma più vicina a quella indotta dal modello televisivo. Senza rendersi conto che in questo modo cambia radicalmente non solo la forma della comunicazione stessa ma anche il suo significato. Da un lato, infatti, si deve cercare di congeniare uno slogan che faccia presa sul passante distratto, sull’automobilista, su chi insomma incrocia per caso lo striscione o il cartello in questione. Troppe parole, troppi approfondimenti non sarebbero neppure presi in considerazione. Va da sé quindi che sentimenti che dovrebbero essere profondi e sui quali si potrebbero scrivere dei trattati o quantomeno delle lettere dense di significato diventano delle superficiali frasi ad effetto.Ma questo meccanismo mostra anche come sia la funzione della comunicazione ad essere modificata alla radice: nel momento in cui mi rivolgo ad una massa indistinta e non ad uno specifico soggetto quello che mi interessa non è la persona che riceve, ma l’appagamento del mio ego. Non ti trasmetto e condivido privatamente il dolore per la morte di tuo figlio o il matrimonio di tuo fratello, non sei tu la persona alla quale mi sto rivolgendo. Il messaggio diventa una sorta di esibizione pubblica del mio privato. Ecco allora che la sua funzione, al di là delle apparenze, è soltanto unesibizionismo ai limiti della pornografia. Forse così qualcuno si sente più buono, come coloro che lasciano fiori e bigliettini sul luogo di un delitto mediatizzato rivolto ad una vittima che hanno conosciuto solo grazie alla TV.

Non più vera comunicazione, ma soltanto l’ennesima forma masturbatoria dell’individuo, monade alienata ed isolata dai suoi simili, che questa società ha saputo creare. Il contraltare è rappresentato, come nell’esempio dei tifosi veronesi, dalla demonizzazione di chi usa lo stesso strumento “pubblicitario” per esprimere sentimenti di natura opposta come lo scherno, l’odio, ildisprezzo. I perbenisti da salotto televisivo, gli intellettuali del circo mediatico ma anche il lobotomizzato uomo comune crede di indignarsi per il contenuto del messaggio laddove invece non tollera semplicemente che esso sia reso pubblico. Se lo avesse sentito in una discussione al bar invece che attraverso il tubo catodico, non ci avrebbe fatto minimamente caso. Quello che avrebbe stigmatizzato come un commento da beceri imbecilli diventa un reato da punire con la massima severità, indignandosi per il quale torna ancora a sentirsi buono ed allineato alla massa. Non si rende conto che quei tifosi sono sì dei mostri, ma della sua stessa specie: uomini che stanno perdendo la loro anima, la capacità di scambiare sensazioni con i propri simili, di avere relazioni profonde con sé stessi e con gli altri. Mostri che hanno bisogno di apparire per sentirsi vivi.

 

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L’IPOTECA MILITARE SUL BILANCIO DELLO STATO ED IL PROTETTORATO DELLA NATO SULL’ITALIA

A dare retta ai telegiornali ed ai quotidiani, sembrerebbe che la gara fra Bersani e Renzi sia storicamente più decisiva dello scontro fra Cesare e Pompeo. Quanto poi una maggioranza parlamentare o l’altra siano in grado di cambiare realmente qualcosa, lo si è potuto accertare nei giorni scorsi, quando il generale De Bertolis ha tranquillamente ammesso di aver dato numeri falsi alla Camera a proposito del costo dei caccia F-35. Rispetto agli ottanta milioni di euro ad aereo che erano stati annunciati, già si prospetta un “ritocco” a centoventisette milioni cadauno, anche se il generale promette che dopo il cinquantacinquesimo esemplare i costi scenderanno a sessanta milioni. Un affare. [1]

Il parlamento ha finto ancora una volta di crederci. Si potrebbe giustamente osservare che in materia di spese militari il parlamento si è sempre lasciato prendere in giro senza protestare, e che basi militari USA e NATO sono sorte senza neppure avvertire lo stesso parlamento. Tutto vero, ma ciò non toglie che la vicenda degli F-35 rappresenti quello che negli anni ’70, con reminiscenze hegeliane, si soleva chiamare un “salto di qualità”.
Negli stessi giorni in cui Bersani va predicando che bisogna far tutto rispettando i famosi “saldi”, fa comunque un po’ di impressione sapere che il bilancio dello Stato ha al suo interno una sorta di buco nero istituzionalizzato, vincolato a sua volta a quel feticcio indiscutibile costituito dagli “obblighi NATO”. Nessuno è oggi in grado di dire quanto costeranno effettivamente gli F-35 e ciò, di conseguenza, rende ogni Legge di Stabilità finanziaria una mera finzione. Finché il pareggio di bilancio non era stato recepito come principio costituzionale, il lievitare incontrollabile delle spese militari poteva essere inquadrato nell’andazzo generale, ma adesso assume il tono di un macabro sberleffo.
Ma, a quanto pare, di sberleffi ce ne sono anche per ciò che riguarda l’aspetto industriale della faccenda. Al progetto FACO per l’assemblaggio degli F-35, con stabilimento a Cameri in provincia di Novara, partecipano aziende di vari Paesi “alleati” degli USA, tra cui anche Finmeccanica, il cui titolo azionario nei mesi scorsi era lievitato in vista di questa orgia di appalti. Nel novembre del 2010 il sottosegretario alla Difesa, Crosetto, era andato negli USA a fare il duro nel negoziato per la distribuzione degli appalti, peraltro senza ricevere risposte né dal sottosegretario americano alla Difesa, Carter, né dai funzionari della multinazionale Lockheed Martin, che è la vera proprietaria del progetto per gli F-35. Proprio pochi mesi fa, Carter ha fatto sapere che per la distribuzione degli appalti se la vedrà direttamente la dirigenza Lockheed Martin, quindi per gli altri rimarrebbero solo le briciole. [2]
Finmeccanica inoltre è appena finita sotto inchiesta giudiziaria per corruzione internazionale, perciò i suoi margini di manovra nel negoziato con Lockheed Martin si sono ridotti a meno di zero. La tempestività di queste inchieste giudiziarie, sempre funzionali ad interessi di marca USA, potrebbe lasciare perplesso anche chi non dubita affatto che, quanto a delinquenza, i dirigenti di Finmeccanica non abbiano nulla da invidiare neppure a Sallusti. Nessun magistrato è in grado di farsi da sé le indagini, perciò in definitiva egli dipende da ciò che gli viene fatto arrivare sul tavolo; e questa realtà, da sola, senza neppure il bisogno di ulteriori sospetti, dovrebbe essere sufficiente a smontare del tutto il mito della magistratura.
L’ipoteca militare sul bilancio dello Stato è diventata una tutela militare sullo Stato. E in Italia dire “militare”, è come dire NATO. Che l’Italia sia ormai un protettorato della NATO viene solennemente annunciato persino dal sito dell’Esercito. Una notizia del 20 ottobre scorso, rilanciata dalla ADN-Kronos, ci mette a conoscenza della conclusione di un’esercitazione effettuata in Sicilia:
“Presso la base addestrativa di Piazza Armerina (Enna), si è conclusa l’esercitazione ”Eagle’s Beak 2012” che ha visto impegnati il Comando della Brigata meccanizzata ”Aosta” e i reparti dipendenti. Scopo dell’esercitazione, spiega l’Esercito sul suo sito, è stato quello di ”addestrare all’applicazione delle procedure Nato e nazionali lo Stato Maggiore e i quadri delle unità, sia dipendenti sia in concorso, che costituiranno il ”capability basket” della Jrrf, Joint Rapid Response Force della Nato nel primo semestre 2013”. Il pacchetto di capacità Jrrf è costituito da ”un bacino di unità interforze ad alta e altissima prontezza operativa, posto alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa, da cui attingere per garantire una risposta rapida alle esigenze di sicurezza nazionale e internazionale, il cui addestramento è incentrato sulla capacità di operare in ambiente interforze (‘joint’) caratterizzato da possibili episodi di combattimento ad alta intensità”. [3]
A parte la solita spacconeria del gergo militare, risulta chiaro che questo Jrrf rappresenta un “pacchetto” di forze militari straniere che potrebbero intervenire in Italia in qualsiasi momento e con qualsiasi pretesto; per di più alle dipendenze dirette dello Stato Maggiore. Intanto la Sicilia è diventata a tutti gli effetti un poligono militare, e ciò spiega come mai l’aeroporto civile di Fontanarossa venga continuamente chiuso con i più vari pretesti, ed anche perché l’aeroporto civile costruito nella ex (ex?) base NATO di Comiso non riesca ancora a partire. [4]
Stando così le cose, cambiare il Presidente del Consiglio non servirà a molto.*

[1] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-10-15/costeranno-previsto-milioni-dollari-175638.shtml?uuid=AbhTBPtG&fromSearch
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/16/supercaccia-parlamento-ingannato-vero-di-paola-si-dimette-falso/383702/
[2] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.defensenews.com/article/20100201/DEFFEAT04/2010331/Italy-Threatens-Halt-JSF-Plant-Work&prev=/search%3Fq%3Dlockheed%2Bfaco%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=1cWHUO7HI83ItAbcpoCYCg&ved=0CDEQ7gEwAQ
http://translate.googleusercontent.com/translate_c?depth=1&hl=it&prev=/search%3Fq%3Dlockheed%2Bfaco%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&rurl=translate.google.it&sl=en&u=http://blogs.ottawacitizen.com/2012/07/23/lockheed-martin-not-u-s-will-decide-which-country-does-what-on-f-35/&usg=ALkJrhjh8z2gkTm_UcSS6z6B0AoXCfE3nA
[3] http://palermo.repubblica.it/dettaglio-news/08:08/4243193
[4] http://www.corrierediragusa.it/articoli/economia/catania/19232-chiude-fontanarossa-ipotesi-sigonella-riggio-a-comiso-non-si-vola-politici-tutti-a-casa.htm

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La magistratura all’attacco dell’industria nazionale?

La settimana s’è aperta con la condanna a sei anni per gli esponenti della Commissione Grandi Rischi e della Protezione Civile, giudicati colpevoli di non aver “alleartato” e peggio ancora d’aver “minimizzato” sui rischi d’un terremoto a L’Aquila. Si sono così dimessi il fisico Luciano Maiani, il presidente emerito Giuseppe Zamberletti ed il vicepresidente Mauro Rosi. Maiani, riporta l’Ansa, ha deciso di dimettersi per “l’impossibilità di lavorare serenamente e offrire pareri di alta consulenza scientifica allo Stato in condizioni così complesse”. Hanno lasciato anche altri membri della Grandi Rischi come come Roberto Vinci del CNR ed il direttore dell’ufficio rischio sismico della Protezione Civile Mauro Dolce. L’appello ci sarà tra un anno, e nel frattempo la Protezione Civile paventa il rischio che la sentenza paralizzi l’attività della pubblica amministrazione. Essa è interpretata come un’intimidazione agli uomini di scienza da parte di tutto il mondo scientifico internazionale.
Secondo il ricercatore Michael Halpern, della ONG americana Union of Concerned Scientists, la sentenza “è avvenuta nel paese natale di Galileo. Certe cose non cambiano mai”, ed aggiunge: “il presidente Napolitano dovrebbe intervenire”. Per Shinichi Sakai, professore associato dell’Earthquake Research Institute di Tokyo, “Se fossi stato io lì avrei detto le stesse cose perché non è possibile stabilire quando può verificarsi una forte scossa sismica”. Secondo Koshun Yamaoka, ordinario di sismologia all’Università di Nagoya, la sentenza sarebbe addirittura “rigida, da choc” e se fosse applicata in Giappone impedirebbe di “accettare qualsiasi incarico in commissioni di esperti vista la possibilità di condanna”. Anche la Fondazione Eucentre, specializzata nella ricerca sui terremoti, ha lasciato in bianco il suo sito internet in segno di solidarietà col suo presidente, Gian Michele Calvi, tra i membri della Grandi Rischi condannati.
Una seconda indagine riguarda direttamente Finmeccanica, per le forniture militari a Panama e Brasile. Stavolta l’inchiesta parte dalla procura di Napoli e coinvolge, oltre all’ex ministro Claudio Scajola, gli imprenditori Graziano e Nicolucci ed il dirigente di Finmeccanica Paolo Pozzessere, attualmente senior advisor della società per i rapporti con la Russia. Che ci sia del malaffare in Finmeccanica (e non solo) non sarebbe certamente una novità, ed è un bene che i dirigenti ed i politici disonesti siano fermati e sostituiti da altri onesti. Ma sorprende che, come al solito, a venire colpiti e messi sotto la lente d’ingrandimento siano proprio i rapporti coi Paesi emergenti, in primo luogo Brasile e Russia, che a livello internazionale hanno anche la colpa di sottrarsi alle logiche imperialistiche atlantiche.
Non è certo una novità che i rapporti con questi paesi, intrattenuti in primo luogo proprio attraverso collaborazioni e forniture in materia energetica, tecnologica e militare, stessero lentamente sottraendo l’Italia dal suo tradizionale allineamento “senza se e senza ma” all’alleato-padrone d’oltre Oceano. Si pensi per esempio al ruolo dell’ENI nei confronti di Libia, Russia e Kazakistan. Guardacaso anche l’ENI, mesi fa, è stata colpita da un’inchiesta sulla corruzione con relativo corollario d’avvisi di garanzia. Guardacaso proprio mentre si cominciava a parlare d’una privatizzazione di questi enti da parte del governo Monti che poi, rendendosi conto della loro strategicità ed indispensabilità per il paese, ha preferito prendere tempo e rimandare. Ed ecco arrivare allora anche la pallottola al dirigente d’Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi, di cui già ci siamo occupati nel maggio scorso.
Ci sono veramente troppe strane coincidenze in questa vicenda che un giorno ci piacerebbe vedere chiarite. Si spera solo che quel giorno giunga presto.

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La vittima assoluta

Musulmano, homo sacer, zoe, la catena di sinonimi ci conduce a quell’immagine che secondo Primo Levi ha raffigurato in sè tutto il male del secolo. E che, per Agamben, è la cifra di una vita che, per via dello stato d’eccezione, “è “abbandonata” a se stessa, esclusa dalla protezione della legge, ma allo stesso tempo inclusa nell’ambito della sua pertinenza. Il campo di sterminio è infatti la figura emblematica che rende visibile questo paradosso del legame tra vita e potere, tramite la legge. Esso denoterebbe una zona di regole, discipline e punizioni da riservare a coloro che sono”fuori legge”. Scopo delle pratiche di questo luogo è la produzione dell’homo sacer, di quella vita che può essere annientata senza commettere nè omicidio nè sacrificio. E sulla quale può scaricarsi illimitatamente la violenza che finirà per ridurla, come dice Foucault, a cosa. In altri termini, il campo di sterminio assurge a spazio esemplare di produzione di quello che ho chiamato la “vittima assoluta”.

Stazione finale dell’assenza di libertà e di movimento, punto d’arrivo della de-soggettivazione, questa condizione è stata resa in maniera inimitabile dalla scrittura di George Orwell. In quest’atmosfera onirica e cupa che 1984 riesce a farci toccare, il processo di destituzione della vita di Winston Smith ci restituisce il tragitto esemplare di un “chi” che viene ridotto a “cosa”. Se all’inizio della “terapia”, nell’universo chiuso del “Ministero dell’Amore”, in cui domina una ragione totalmente disincarnata e dove sembra non esistere più alcun luogo sottratto all’ordine simbolico di Oceania, Winston riesce in una strenua e residuale difesa del senso di sé, è perchè egli ancora in qualche modo si aggrappa a una esigua certezza: la certezza del proprio corpo, del fatto che questo ha inscritto se stesso nel passato, venendo al mondo e producendo avvenimenti, garantiti dalla memoria e testimoniati da documenti tangibili.E’ la certezza della nascita e della morte, legate, nella loro irriducibile differenza , alla condizione umana così come Winston l’ha conosciuta fino a quel momento.

Gli uomini come Winston rappresentano un problema particolare per il regime. Tuttavia non un problema irrisolvibile. Per far sì che anche Winston Smith venga riassorbito pienamente nel dominio di Oceania, bisogna, allora, che il suo corpo- metominia, come si è detto di una realtà che resiste alla volontà di onnipotenza del Partito- venga fatto a pezzi, smontato, svuotato, disarticolato. Bisogna sopratutto che quella differenza tra vita e morte- legata alla fiducia di sentirsi “davvero vivente- smetta di giungergli. Quando infatti O’Brien lo obbliga a specchiarsi- in una sorta di scena lacaniana invertita- la certezza di sé inizia a vacillare. Siamo di fronte a un letterale processo di de-soggettivazione. Davanti al suo corpo irriconoscibile, ormai così esausto da esser diventato quasi immune al dolore fisico, la sua resistenza inizia a sfaldarsi. La sua esistenza è ormai minacciata internamente dallo sgretolarsi della fede nell’indistruttibilità della sua stessa realtà. Winston non capisce più se è vivo o se è morto. Come O’Brien gli aveva anticipato: “ Tu non sarai mai più capace di sentimenti umani [….] di sentire amore, amicizia, gioia di vivere, di ridere, di sentire curiosità, di onestà. Sarai vuoto. Ti spremeremo fino a che tu non sia completamente svuotato e quindi ti riempiremo di noi stessi”.

La pratica della stanza 101, l’estrema violenza, in quanto competentemente studiata e approfondita solo per lui, farà compiere a Winston l’ultimo e irrimediabile passo. Quando la sua testa sarà rinchiusa dentro la gabbia dei topi, sacrificherà il suo amore per Giulia pur di non subire quella morte, la cosa per lui davvero insopportabile. Quando cioè Winston scioglierà anche l’ultimo vincolo che lo tiene legato al mondo diventerà finalmente quell’essere che semplicemente sopravvive quale il potere ha sin dall’inizio deciso che diventasse. Amerà il Grande Fratello e non avrà altri pensieri  all’infuori di quelli del Partito, anche perchè non avrà più nessuna passione in grado di trascendere la semplice pulsione inerziale di continuare a vivere. Così, scegliendo la vita a fronte dell’insopportabile, Winston è diventato letteralmente l’ultimo uomo, non nel senso dell’ultimo individui, ma di cò che resta dell’uomo quando non è più in grado di simbolizzazione alcuna.

….La violenza è il fenomeno che soggioga in maniera totale: ferisce e mutila non solo il corpo, ma l’intero stare al mondo dell’uomo. E’ lo strumento più efficace di dominio, perchè la vittima non può sottrarsi al dolore. La violenza innesca reazione che dall’interno travolgono coloro che ne sono colpiti. “Non si capisce nulla della violenza se la si considera soltanto come un processo fisico esteriore”. La violenza appare allora come l’evidenza più efficace per decostruire la validità del dualismo tra anima e corpo. Quella violenza che infligge all’uomo la distruzione, la ferita e la deformazione è, agli occhi di Sofsky, lo strumento più potente per fare a pezzi l’identità umana, il mezzo in grado, come nessun’altro, di ridurre la complicata trama di relazioni di una biografia a quella materialità oggettivata che caratterizza la vittima inerme.

E’ il polo passivo della relazione di potere a richiamare su di sé l’attenzione. Da Lavinas a Sofsky sempre più esplicitamente il campo d’indagine si sposta dal “piacere di crudeltà” verso il dolore della vittima ridotta a passività totale. Anzi, per meglio dire, verso l’esito finale di quell’atto di violenza, che non può essere considerato più come una relazione di potere, appunto per via dell’estinguersi di uno dei soggetti come soggetto.

Tratto da “I nuovi demoni”- Ripensare oggi male e potere” di Simona Forti

I soldi del Qatar


 

C’è un solo modo per un piccolo Stato, con alle spalle una storia priva di blasone e dotato di un modesto esercito, di ritagliarsi uno spazio di protagonismo nel complesso scacchiere geopolitico. Ovvero, investire denaro a fiumi. Per farlo, ovviamente, c’è bisogno di una disponibilità economica gigantesca, di dimensioni inversamente proporzionali ai pochi chilometri dei propri confini. Confini, tuttavia, entro i quali, nel caso del Qatar, si nascondono sotto terra quei giacimenti di gas e petrolio che costituiscono l’origine di tanta ricchezza da investire all’estero. Sono i cosiddetti petrodollari, infatti, che l’emiro di questo Paese del Golfo persico sta brandendo come un’arma per conquistarsi quella fama internazionale finora soltanto invidiata agli altri.

Non è più ormai un mistero che ingenti quantità di denaro provenienti dal Qatar stiano rappresentando un considerevole sostegno finanziario per le economie indebolite dalla recessione. I petroldollari qatarioti, originariamente destinati soltanto verso Paesi islamici, hanno iniziato a confluire anche nella direzione del Vecchio Continente. È notizia non più recente il robusto investimento che l’emiro del Qatar ha deciso di effettuare in Francia. Dapprima furono il calcio (Paris-Saint-Germain), gruppi strategici, emittenti tv e alberghi di lusso gli oggetti dello shopping francese di Hamad ben Khalifa Al-Thani. Negli ultimi tempi, il suo impegno finanziario ha subìto una svolta, sostituendosi perfino al Governo nel risanamento delle degradate periferie delle metropoli di Parigi, Marsiglia, Lione. L’emiro del minuscolo Stato qatariota finanzierà un piano di 100 miliardi di euro destinati alle banlieues. La scelta del governo Hollande è stata però accompagnata da roventi polemiche; in molti hanno accusato l’Eliseo di “svendere” parte dei propri centri urbani a un Paese straniero, appaltandogli il piano di risanamento, quello che andrebbe considerato non un prodotto da mettere sul mercato ma un “obbligo governativo”.

Le polemiche sono poi divampate la settimana scorsa, quando l’ex capo della DST (Direzione della sorveglianza del territorio) francese, Yves Bonnet, ha chiamato in causa proprio il Qatar quale finanziatore di gruppi radicali islamici che stanno proliferando nel Paese. Bonnet ha pronunciato parole inequivocabili a margine di una retata avvenuta nei confronti di alcuni membri di questi gruppi. Egli ha dichiarato che tali ambienti “pongono il problema del traffico di droga”, ma anche che “esiste una questione relativa ai soldi versati verso di loro da Paesi salafiti”. Sollecitato dall’intervistatore, Bonnet è stato ancora più chiaro: “Non c’è il coraggio di parlare dell’Arabia Saudita o del Qatar, ma forse queste brave persone dovrebbero smettere di alimentare con i loro fondi un numero di azioni preoccupanti. Sarebbe bene aprire un dossier sul Qatar, perché là c’è un vero problema. E non mi interessano i risultati del Paris-Saint-Germain”.

L’inusuale beneficienza qatariota svela dunque il suo vero obiettivo, che non è certo umanitario, che nemmeno si limita alla propensione affaristica o alla volontà di accreditarsi il consenso – altrimenti irrealizzabile, data la natura non propriamente democratica dell’Emirato del Qatar – da parte degli europei. L’obiettivo di Doha è quello di dare una svolta alla sua storia; sfruttando le proprie risorse e le opportunità fornite dal turbo-capitalismo vuole trasformarsi in protagonista della scena internazionale. Protagonismo che passa attraverso la destabilizzazione di potenze più grandi, più prestigiose e anche, inevitabilmente, più articolate del minuscolo Qatar. Così si spiegano i finanziamenti elargiti ai gruppi salafiti che sono in azione in Siria contro l’esercito regolare.

Il monito di Bonnet testimonia che questa riprovevole prassi qatariota di finanziare gruppi che professano e, allorquando possono, attuano azioni terroristiche ha valicato i confini del Medio Oriente. Dalle cronache economiche degli ultimi giorni apprendiamo che non solo la Francia deve preoccuparsi di questa intrusione da parte dei qatarioti. Risulta, infatti, che lo scorso 10 ottobre cinque dirigenti del fondo sovrano del Paese del Golfo persico – il Qatar Investiment Authority (Qia) – abbiano avuto una serie di incontri con il gothadella finanza italiana e con esponenti del Governo Monti. Gli incontri sarebbero avvenuti in una sala riservata del Grand Excelsior Hotel, situato nell’elegante via Veneto, a Roma. Fin troppo chiaro che gli argomenti trattati siano stati gli investimenti che il fondo ha intenzione di condurre in Italia. Quote di Versace, Snam, Milan, Eni ed Enel sarebbero nel mirino di Hamad ben Khalifa Al-Thani. Anche in Francia, del resto, questo ambiguo emiro aveva iniziato a tessere la sua tela intorno alle grandi industrie.

 

Fonte

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