L’arma del silenzio mediatico


Si dice che il silenzio è d’oro. Lo è indubbiamente, ma non solo nel senso del proverbio. È prezioso soprattutto come strumento di manipolazione dell’opinione pubblica: se sui giornali, nei Tg e nei talk show non si parla di un atto di guerra, esso non esiste nella mente di chi è stato convinto che esista solo ciò di cui parlano i media. Ad esempio, quanti sanno che una settimana fa è stata bombardata la capitale del Sudan Khartum? L’attacco è stato effettuato da cacciabombardieri, che hanno colpito di notte una fabbrica di munizioni. Quella che, secondo Tel Aviv, rifornirebbe i palestinesi di Gaza. Solo Israele possiede nella regione aerei capaci di colpire a 1900 km di distanza, di sfuggire ai radar e provocare il blackout delle telecomunicazioni, capaci di lanciare missili e bombe a guida di precisione da decine di km dall’obiettivo. Foto satellitari mostrano, in un raggio di 700 metri dall’epicentro, sei enormi crateri aperti da potentissime testate esplosive, che hanno provocato morti e feriti. Il governo israeliano mantiene il silenzio ufficiale, limitandosi a ribadire che il Sudan è «un pericoloso stato terrorista, sostenuto dall’Iran». Parlano invece gli analisti di strategia, che danno per scontata la matrice dell’attacco, sottolineando che potrebbe essere una prova di quello agli impianti nucleari iraniani. La richiesta sudanese che l’Onu condanni l’attacco israeliano e la dichiarazione del Parlamento arabo, che accusa Israele di violazione della sovranità sudanese e del diritto internazionale, sono state ignorate dai grandi media. Il bombardamento israeliano di Khartum è così sparito sotto la cappa del silenzio mediatico. Come la strage di Bani Walid, la città libica attaccata dalle milizie «governative» di Misurata. Video e foto, diffusi via Internet, mostrano impressionanti immagini della strage di civili, bambini compresi. In una drammatica testimonianza video dall’ospedale di Bani Walid sotto assedio, il Dr. Meleshe Shandoly parla dei sintomi che presentano i feriti, tipici degli effetti del fosforo bianco e dei gas asfissianti. Subito dopo è giunta notizia che il medico è stato sgozzato. Vi sono però altre testimonianze, come quella dell’avvocato Afaf Yusef, che molti sono morti senza essere colpiti da proiettili o esplosioni. Corpi intatti, come mummificati, simili a quelli di Falluja, la città irachena attaccata nel 2004 dalle forze Usa con proiettili al fosforo bianco e nuove armi all’uranio. Altri testimoni riferiscono di una nave con armi e munizioni, giunta a Misurata poco prima dell’attacco a Bani Walid. Altri ancora parlano di bombardamenti aerei, di assassinii e stupri, di case demolite con i bulldozer. Ma anche le loro voci sono state soffocate sotto la cappa del silenzio mediatico. Così la notizia che gli Stati uniti, durante l’assedio a Bani Walid, hanno bloccato al Consiglio di sicurezza dell’Onu la proposta russa di risolvere il conflitto con mezzi pacifici. Notizie che non arrivano, e sempre meno arriveranno, nelle nostre case. La rete satellitare globale Intelsat, il cui quartier generale è a Washington, ha appena bloccato le trasmissioni iraniane in Europa, e lo stesso ha fatto la rete satellitare europea Eutelsat. Nell’epoca dell’«informazione globale», dobbiamo ascoltare solo la Voce del Padrone.

 

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Un po’ di storia americana

 

GLI INIZI COLONIALI.
A proposito della fondazione del loro Paese gli statunitensi
amano raccontare la storiella dei Pylgrims – Founding Fathers
(Padri Fondatori): 100 (o 101 o 102 a seconda delle fonti) poveri
emigranti inglesi di fede Separatista sbarcati dal veliero
Mayflower nell’attuale Massachusetts, dove nello stesso 1620
fondarono la città di Plymouth. Ci fu tale sbarco, ma non da
esso ebbe vita la colonia del Massachusetts e quindi degli Stati
Uniti. Si trattò di un episodio molto marginale, scelto dalla storiografia
ufficiale americana perché coreografico, adatto ad alimentare
la nota leggenda di un Paese nato da emigranti poveri
e pii, in cerca solo di sostentamento materiale e di libertà di religione.
In effetti i Pylgrims non furono neanche i primi inglesi
sbarcati su quelle coste: già nel 1607 altri inglesi, in analogo
numero (erano 107) avevano fondato più a sud la città di Jamestown,
attorno a cui nel 1619 sarebbe stata costituita ufficialmente
la prima colonia inglese in America, la Virginia. Qui nello
stesso 1619 giunsero i primi schiavi neri, portati da una nave
negriera olandese. Con un colono virginiano si sposò Pocahontas
(1595-1617), la figlia di un capo indiano che garantì così la
pace dopo iniziali dissapori. Poi nel tempo anche questi indiani
sarebbero stati sterminati, come gli altri.
Il carattere della colonizzazione inglese invece fu fissato dall’emigrazione
Puritana: dal 1630 al 1640 giunsero in Massachusetts
20.000 Puritani e furono loro ad organizzare l’omonima
colonia e quindi, tramite l’influenza esercitata su tutte le altre, a
stabilire il tono generale. La distinzione è importante perché i
Puritani erano portatori di una precisa mentalità. Erano l’ala destra
del Calvinismo europeo nato dalla Riforma Protestante ed
il Calvinismo – come tutte le religioni Protestanti ma lui in
modo particolare – prende in considerazione di fatto (anche se
certo non a parole: si definisce Cristiano) solo il Vecchio Testamento,
che in più interpreta alla lettera. Leggi il resto dell’articolo

Riyad finanzia le operazioni del Mossad per eliminare gli scienziati iraniani

 

 

Il giornalista investigativo americano Barry Lando ha rivelato che l’Arabia Saudita finanzia le operazioni del Mossad contro l’Iran, ed in particolare l’assassinio di scienziati nucleari iraniani, secondo quanto riportato sabato dalla radio israeliana e ripreso dal sito dell’emittente televisiva libanese “Al-Manar”.

Citando fonti vicine alle autorità del regime di occupazione israeliano, Lando ha affermato che “le autorità saudite ed il Mossad lavorano in stretta collaborazione sul dossier nucleare”, precisando che “Riyad ha sborsato un miliardo di dollari per finanziare gli attentati contro gli scienziati iraniani”.

Diversi scienziati iraniani sono stati assassinati negli ultimi anni attraverso attentati terroristici che Tehran attribuisce a Israele ed ai paesi occidentali, accusandoli di cercare di rallentare l’avanzata del programma nucleare iraniano.

Il 12 gennaio 2010, un fisico nucleare conosciuto a livello mondiale, Massoud Ali Mohammadi, professore presso l’università di Tehran, è stato ucciso nell’esplosione di una moto parcheggiata di fronte la sua abitazione, nella capitale iraniana. Un uomo accusato dell’attentato per conto di Israele è stato condannato a morte dalla giustizia iraniana nell’agosto 2011.

Il 29 novembre 2010, Majid Shahriari, fondatore della Società Nucleare dell’Iran e responsabile di uno dei grandi progetti dell’Organizzazione iraniana dell’energia atomica, viene ucciso a Tehran dall’esplosione di una bomba collocata nella sua vettura.

Lo stesso giorno un altro fisico nucleare, Fereydoun Abbassi Davani, è vittima di un attentato terroristico simile di fronte all’università Shahid Beheshti di Tehran, dove i due uomini insegnavano. Quest’ultimo, rimasto ferito, è diventato poi il capo del programma nucleare iraniano.

Il 23 luglio 2011 lo scienziato Darioush Rezainejad, che lavorava per dei progetti del Ministero della Difesa, viene ucciso da colpi esplosi da sconosciuti in motocicletta nella capitale iraniana.

Il 1 agosto 2011 una fonte dei servizi di spionaggio di Israele, citata nell’edizione online del settimanale tedesco “Spiegel”, indica l’omicidio come orchestrato da Israele.

L’11 gennaio 2012, lo scienziato Mostafa Ahmadi Roshan, che lavorava presso il sito nucleare di Natanz (vicino Esfahan), viene ucciso nell’esplosione di una bomba magnetica collocata sulla sua vettura, nei pressi dell’università Allameh Tabatabai, a Tehran.

 

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Politici ladri e incapaci ma questo governo è inadeguato

 

di Filippo Ghira

 

I giovani imprenditori di Confindustria, tanto per dimostrare di esistere, sono andati all’attacco della classe politica considerata ladra, ignorante ed incapace e del governo in carico accusato di avere trasformato la pressione fiscale in una confisca mentre i cittadini vengono trattati come cavie. Diceva Benedetto Croce, che il problema dei giovani è quello di diventare adulti.
Così, avendo imparato a gestire l’azienda di famiglia, i giovani virgulti di Viale dell’Astronomia vogliono ora  dimostrare di saper camminare da soli e di scrollarsi dalle spalle un sistema politico accusato di aver creato una burocrazia oppressivo capace soltanto di porre lacci e lacciuoli a chi voglia intraprendere una qualsiasi attività economica.
In ogni caso, attaccare l’attuale classe politica composta per lo più di cialtroni e di mezze calzette ignoranti, come ha fatto il presidente dei giovani imprenditori, Jacopo Morelli, è un po’ come sparare sulla Croce Rossa.
La necessità di un ricambio della classe politica richiesto dai giovani confindustriali, riuniti ovviamente a Capri, finirà inevitabilmente per cozzare con l’impossibilità di trovare personale adeguato. La campagna di Mani Pulite spazzò infatti via due partiti come DC e PSI che, nonostante le ruberie effettuate, avevano fornito ai governi della Prima Repubblica, un personale politico di prim’ordine e soprattutto in grado di guidare il nostro Paese nel mondo, curarne gli interessi e difenderne la sovranità nazionale. Finita quell’epoca sul palcoscenico della politica della cosiddetta Seconda Repubblica c’è stata l’irruzione delle terze linee, che al massimo avrebbero potuto fare i portaborse. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Una nuova classe politica che non soltanto pensa unicamente ad arricchirsi ma che non conosce e non vuole conoscere niente non solo del mondo ma della stessa Europa. Politici che provengono da nuovi partiti i cui dirigenti e militanti si sono convertiti al liberismo puro e duro e che più di fare generiche dichiarazioni a favore del cosiddetto Libero Mercato non sono in grado di fare. Politici ai quali pare più che normale che le grandi banche anglo-americane possano speculare contro i nostri titoli di Stato, senza minimamente pensare che dietro vi possa essere qualche strategia anti-italiana che punta a togliere allo Stato il controllo di imprese pubbliche come Eni, Enel e Finmeccanica.
Questa totale inadeguatezza della politica italiana si è accentuata nel ventennio berlusconiano con il centrodestra preoccupato più che altro di tutelare il proprio capo e il centrosinistra impegnato soprattutto a scalzarlo, cercando realizzare un gioco di sponda con le vicende giudiziarie del Cavaliere. Il risultato è stato un generale crollo del livello della classe politica italiota, sia come cultura che come preparazione. Il fatto che a sostituire Berlusconi sia stato imposto un uomo vicino agli ambienti dell’Alta Finanza anglo-americana come Mario Monti, la dice lungo su un Paese che ha smarrito da tempo il senso del suo ruolo nell’area mediterranea e come ponte verso i Paesi del Nord Africa e del Vicino Oriente.
In tale ambito, anche i giovani di Confindustria sembrano condizionati da questa mancanza di una idea su una strategia internazionale necessaria al nostro Paese per sopravvivere. Sembra infatti che la loro visione delle cose si fermi sull’uscio della loro impresa. E non sembrano in grado di andare oltre alla richiesta di una maggiore efficienza e snellezza della macchina amministrativa dello Stato e a quella di un ricambio della classe politica. Per i giovani confindustriali i politici devono dimostrare di essere più che altro dei buoni amministratori. Non conta insomma che abbiano una visione di cosa debba far l’Italia in Europa e nel mondo che non sia semplicemente quello di fare tutto quanto è richiesto dai tecnocrati della Commissione europea.
Morelli ha lamentato soprattutto la pressione fiscale che quest’anno toccherà il 45% del Pil e che grava sulle imprese per il 68% tanto che la base industriale si è ridotta del 20%. Si perdono duemila occupati al giorno. C’è poca crescita oggi e molto rigore. Soprattutto è grave che chiudano le imprese dei giovani perché in tal modo il Paese brucia il futuro, le speranze, il dinamismo. E’ necessario allora creare nuove occasioni di lavoro, dare ossigeno alle imprese. A coloro che si candidano a  governare l’Italia, Morelli ha chiesto cosa vogliono fare per i giovani che non hanno lavoro e non riescono a rendersi indipendenti. Lo stesso messaggio di saluto di Monti non è stato accolto molto bene proprio perché il governo è stato accusato di avere trasformato cittadini ed imprese in sudditi da torchiare.
L’Italia, ha accusato Morelli, non puntando sul cambiamento, sta bruciando il futuro, le speranze ed il dinamismo. A sua volta l’Europa è sotto pressione. Ma senza azioni su investimenti, produttività e competitività, la sola lotta al deficit porterà alla desertificazione industriale e alla fine dell’euro. Certo, ha aggiunto, il rigore è essenziale per il nostro credito internazionale, ma l’Italia ha già superato i controlli, aggiunge. Basta allora con il rigore perché non si possono chiedere altri sacrifici a chi ha stretto i denti oltre il limite. E sopratutto quando lo stesso non è stato fatto da chi vive di politica.

 

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Passare dalla porta stretta della disperazione per giungere alla pienezza della vita autentica

 

 

Grandezza di Kierkegaard.

Oggi la cultura dominante, edonista e relativista, ripete come un mantra che bisogna cercare la felicità e che la sofferenza, la solitudine, la disperazione, sono il Male Assoluto: delle forze bieche ed oscure, contro le quali è necessario, anzi doveroso, ingaggiare una vera e propria “battaglia per la civiltà” al fine di sradicarle, in quanto la loro esistenza è oltraggiosa  e incompatibile con una società moderna, fatta di uomini e donne che hanno DIRITTO alla felicità, così come al Progresso e alle meraviglie che da esso derivano, Scienza e Tecnica per prime.

Certo, è facile parlare così: ogni buon demagogo promette il Paradiso in terra a buon mercato, senza sforzo, senza sacrificio, senza lunghi tempi di attesa: il Paradiso qui e adesso, subito, immediatamente, appena dietro l’angolo; però, guarda caso, è da un pezzo che lo promettono e il Paradiso è sempre lì, proprio dietro l’angolo, oh, questione di metri, di centimetri forse, ancora un piccolo sforzo e sarà nostro, non c’è alcun dubbio, purché non si vanifichi quanto già fatto e non si modifichi la rotta sino a qui seguita dal nocchiero. Leggi il resto dell’articolo

Civiltà pubblicitaria

 

Qualche mese fa un giovane motociclista è disgraziatamente morto in unincidente stradale vicino a casa mia. Da quel giorno il tratto di strada in questione è addobbato con striscioni di parenti e amici del defunto che lo ricordano, che celebrano il suo compleanno o gli mandano altri messaggi.

Sempre più spesso si incontrano per le strade cartelli o lenzuoli che celebranoun matrimonio con frasi di auguri più o meno spiritose rivolte ai nubendi. Dopo lo scorso week è stata inflitta la gogna mediatica ai tifosi del Verona rei diaver intonato allo stadio cori di insulti nei confronti di un defunto calciatore del Livorno. Mi fermo qui, ma gli esempi potrebbero essere numerosissimi e tutti figli della stessa logica: lo slogan pubblicitario quale (unica) forma diespressione di sentimenti e comunicazioni che dovrebbero essere invece rivolti su un piano strettamente personale. L’uomo moderno, figlio della società del consumismo e appunto della pubblicità, dell’apparenza, dell’immagine, consacrati dalla televisione, non è quasi più in grado di scrivereuna lettera privata o comunicare con la persona che gli sta a fianco. O forse potrebbe anche farlo ma ritiene che il valore del proprio messaggio sia accresciuto e assuma valore solo nel momento in cui lo espone al pubblico, nella forma più vicina a quella indotta dal modello televisivo. Senza rendersi conto che in questo modo cambia radicalmente non solo la forma della comunicazione stessa ma anche il suo significato. Da un lato, infatti, si deve cercare di congeniare uno slogan che faccia presa sul passante distratto, sull’automobilista, su chi insomma incrocia per caso lo striscione o il cartello in questione. Troppe parole, troppi approfondimenti non sarebbero neppure presi in considerazione. Va da sé quindi che sentimenti che dovrebbero essere profondi e sui quali si potrebbero scrivere dei trattati o quantomeno delle lettere dense di significato diventano delle superficiali frasi ad effetto.Ma questo meccanismo mostra anche come sia la funzione della comunicazione ad essere modificata alla radice: nel momento in cui mi rivolgo ad una massa indistinta e non ad uno specifico soggetto quello che mi interessa non è la persona che riceve, ma l’appagamento del mio ego. Non ti trasmetto e condivido privatamente il dolore per la morte di tuo figlio o il matrimonio di tuo fratello, non sei tu la persona alla quale mi sto rivolgendo. Il messaggio diventa una sorta di esibizione pubblica del mio privato. Ecco allora che la sua funzione, al di là delle apparenze, è soltanto unesibizionismo ai limiti della pornografia. Forse così qualcuno si sente più buono, come coloro che lasciano fiori e bigliettini sul luogo di un delitto mediatizzato rivolto ad una vittima che hanno conosciuto solo grazie alla TV.

Non più vera comunicazione, ma soltanto l’ennesima forma masturbatoria dell’individuo, monade alienata ed isolata dai suoi simili, che questa società ha saputo creare. Il contraltare è rappresentato, come nell’esempio dei tifosi veronesi, dalla demonizzazione di chi usa lo stesso strumento “pubblicitario” per esprimere sentimenti di natura opposta come lo scherno, l’odio, ildisprezzo. I perbenisti da salotto televisivo, gli intellettuali del circo mediatico ma anche il lobotomizzato uomo comune crede di indignarsi per il contenuto del messaggio laddove invece non tollera semplicemente che esso sia reso pubblico. Se lo avesse sentito in una discussione al bar invece che attraverso il tubo catodico, non ci avrebbe fatto minimamente caso. Quello che avrebbe stigmatizzato come un commento da beceri imbecilli diventa un reato da punire con la massima severità, indignandosi per il quale torna ancora a sentirsi buono ed allineato alla massa. Non si rende conto che quei tifosi sono sì dei mostri, ma della sua stessa specie: uomini che stanno perdendo la loro anima, la capacità di scambiare sensazioni con i propri simili, di avere relazioni profonde con sé stessi e con gli altri. Mostri che hanno bisogno di apparire per sentirsi vivi.

 

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L’IPOTECA MILITARE SUL BILANCIO DELLO STATO ED IL PROTETTORATO DELLA NATO SULL’ITALIA

A dare retta ai telegiornali ed ai quotidiani, sembrerebbe che la gara fra Bersani e Renzi sia storicamente più decisiva dello scontro fra Cesare e Pompeo. Quanto poi una maggioranza parlamentare o l’altra siano in grado di cambiare realmente qualcosa, lo si è potuto accertare nei giorni scorsi, quando il generale De Bertolis ha tranquillamente ammesso di aver dato numeri falsi alla Camera a proposito del costo dei caccia F-35. Rispetto agli ottanta milioni di euro ad aereo che erano stati annunciati, già si prospetta un “ritocco” a centoventisette milioni cadauno, anche se il generale promette che dopo il cinquantacinquesimo esemplare i costi scenderanno a sessanta milioni. Un affare. [1]

Il parlamento ha finto ancora una volta di crederci. Si potrebbe giustamente osservare che in materia di spese militari il parlamento si è sempre lasciato prendere in giro senza protestare, e che basi militari USA e NATO sono sorte senza neppure avvertire lo stesso parlamento. Tutto vero, ma ciò non toglie che la vicenda degli F-35 rappresenti quello che negli anni ’70, con reminiscenze hegeliane, si soleva chiamare un “salto di qualità”.
Negli stessi giorni in cui Bersani va predicando che bisogna far tutto rispettando i famosi “saldi”, fa comunque un po’ di impressione sapere che il bilancio dello Stato ha al suo interno una sorta di buco nero istituzionalizzato, vincolato a sua volta a quel feticcio indiscutibile costituito dagli “obblighi NATO”. Nessuno è oggi in grado di dire quanto costeranno effettivamente gli F-35 e ciò, di conseguenza, rende ogni Legge di Stabilità finanziaria una mera finzione. Finché il pareggio di bilancio non era stato recepito come principio costituzionale, il lievitare incontrollabile delle spese militari poteva essere inquadrato nell’andazzo generale, ma adesso assume il tono di un macabro sberleffo.
Ma, a quanto pare, di sberleffi ce ne sono anche per ciò che riguarda l’aspetto industriale della faccenda. Al progetto FACO per l’assemblaggio degli F-35, con stabilimento a Cameri in provincia di Novara, partecipano aziende di vari Paesi “alleati” degli USA, tra cui anche Finmeccanica, il cui titolo azionario nei mesi scorsi era lievitato in vista di questa orgia di appalti. Nel novembre del 2010 il sottosegretario alla Difesa, Crosetto, era andato negli USA a fare il duro nel negoziato per la distribuzione degli appalti, peraltro senza ricevere risposte né dal sottosegretario americano alla Difesa, Carter, né dai funzionari della multinazionale Lockheed Martin, che è la vera proprietaria del progetto per gli F-35. Proprio pochi mesi fa, Carter ha fatto sapere che per la distribuzione degli appalti se la vedrà direttamente la dirigenza Lockheed Martin, quindi per gli altri rimarrebbero solo le briciole. [2]
Finmeccanica inoltre è appena finita sotto inchiesta giudiziaria per corruzione internazionale, perciò i suoi margini di manovra nel negoziato con Lockheed Martin si sono ridotti a meno di zero. La tempestività di queste inchieste giudiziarie, sempre funzionali ad interessi di marca USA, potrebbe lasciare perplesso anche chi non dubita affatto che, quanto a delinquenza, i dirigenti di Finmeccanica non abbiano nulla da invidiare neppure a Sallusti. Nessun magistrato è in grado di farsi da sé le indagini, perciò in definitiva egli dipende da ciò che gli viene fatto arrivare sul tavolo; e questa realtà, da sola, senza neppure il bisogno di ulteriori sospetti, dovrebbe essere sufficiente a smontare del tutto il mito della magistratura.
L’ipoteca militare sul bilancio dello Stato è diventata una tutela militare sullo Stato. E in Italia dire “militare”, è come dire NATO. Che l’Italia sia ormai un protettorato della NATO viene solennemente annunciato persino dal sito dell’Esercito. Una notizia del 20 ottobre scorso, rilanciata dalla ADN-Kronos, ci mette a conoscenza della conclusione di un’esercitazione effettuata in Sicilia:
“Presso la base addestrativa di Piazza Armerina (Enna), si è conclusa l’esercitazione ”Eagle’s Beak 2012” che ha visto impegnati il Comando della Brigata meccanizzata ”Aosta” e i reparti dipendenti. Scopo dell’esercitazione, spiega l’Esercito sul suo sito, è stato quello di ”addestrare all’applicazione delle procedure Nato e nazionali lo Stato Maggiore e i quadri delle unità, sia dipendenti sia in concorso, che costituiranno il ”capability basket” della Jrrf, Joint Rapid Response Force della Nato nel primo semestre 2013”. Il pacchetto di capacità Jrrf è costituito da ”un bacino di unità interforze ad alta e altissima prontezza operativa, posto alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa, da cui attingere per garantire una risposta rapida alle esigenze di sicurezza nazionale e internazionale, il cui addestramento è incentrato sulla capacità di operare in ambiente interforze (‘joint’) caratterizzato da possibili episodi di combattimento ad alta intensità”. [3]
A parte la solita spacconeria del gergo militare, risulta chiaro che questo Jrrf rappresenta un “pacchetto” di forze militari straniere che potrebbero intervenire in Italia in qualsiasi momento e con qualsiasi pretesto; per di più alle dipendenze dirette dello Stato Maggiore. Intanto la Sicilia è diventata a tutti gli effetti un poligono militare, e ciò spiega come mai l’aeroporto civile di Fontanarossa venga continuamente chiuso con i più vari pretesti, ed anche perché l’aeroporto civile costruito nella ex (ex?) base NATO di Comiso non riesca ancora a partire. [4]
Stando così le cose, cambiare il Presidente del Consiglio non servirà a molto.*

[1] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-10-15/costeranno-previsto-milioni-dollari-175638.shtml?uuid=AbhTBPtG&fromSearch
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/16/supercaccia-parlamento-ingannato-vero-di-paola-si-dimette-falso/383702/
[2] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.defensenews.com/article/20100201/DEFFEAT04/2010331/Italy-Threatens-Halt-JSF-Plant-Work&prev=/search%3Fq%3Dlockheed%2Bfaco%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=1cWHUO7HI83ItAbcpoCYCg&ved=0CDEQ7gEwAQ
http://translate.googleusercontent.com/translate_c?depth=1&hl=it&prev=/search%3Fq%3Dlockheed%2Bfaco%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&rurl=translate.google.it&sl=en&u=http://blogs.ottawacitizen.com/2012/07/23/lockheed-martin-not-u-s-will-decide-which-country-does-what-on-f-35/&usg=ALkJrhjh8z2gkTm_UcSS6z6B0AoXCfE3nA
[3] http://palermo.repubblica.it/dettaglio-news/08:08/4243193
[4] http://www.corrierediragusa.it/articoli/economia/catania/19232-chiude-fontanarossa-ipotesi-sigonella-riggio-a-comiso-non-si-vola-politici-tutti-a-casa.htm

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