Denver, fatti e considerazioni al di là del pattume mainstream

 

Ormai l’élite sembra decisa ad usare sempre più “manchurian candidates” per l’attuazione dei propri intenti. Un’altra sparatoria apparentemente causata “dal pazzo di turno”, alla Breivik, uomo del Mossad. Per James Holmes, autore della strage al cinema Aurora in Colorado, si vuole inscenare lo stesso copione. Sempre grazie ai bloggers e qualche bravo giornalista, ovviamente non mainstream, emergono particolari e dettagli decisamente inquietanti che rivelano l’intenzionalità del massacro. Ora c’è da capire il movente ma subito Mr Wall Street Obama mi è venuto in “soccorso”, dichiarando che gli Ak47 dovrebbero essere solo nelle mani dei soldati e non dei criminali (già, è quello che sostiene anche Assad….scusate la disgressione) beh a quel punto è stato facile presumere che si volesse puntare alla cancellazione di un altro diritto del

cittadino americano, ossia il possesso delle armi. Mi chiedevo quanto tempo ci avrebbero messo ad avanzare tale “richiesta”. Gli americani anche in casa propria cominciano ad essere insofferenti nei confronti delle banche ed iniziano ad innervosirsi. Ai criminali al potere in Usa piace finanziare il caos e la guerra ovunque nel mondo non sia presente il loro potere e certo lo spettro di ritrovarsi in casa propria con una popolazione armata che potrebbe non gradire la linea di condotta  li spaventa un pò. Soprattutto alla luce della brutta aria economica che tira….Ma non è tutto qui..

Il killer di Aurora lavorò in un campo israeliano in California di Effedieffe su Stampa Libera
La strage di Denver e le stragi precedenti: cui prodest? su Scienza Marcia che conferma i miei dubbi su Michael Moore come gatekeeper (ed infatti, da bravo promoter dei democratici subito si getta contro il secondo emendamento che concede il diritto ai cittadini americani di possedere armi)

Aurora Batman. FBI aveva avvertito il 17 maggio di possibili attacchi cinema.
Documento dell’FBI

Questo documento “segreto”  è stato inviato al blogger Dutchsinse che ha creato questo video

su Tutto Uno

Massacro dell’Aurora: Come sfruttare una tragedia

A poche ore dal tragico massacro avvenuto al cinema Aurora, durante la premier del nuovo film “Batman: The Dark Knight Rises”, i soliti opportunisti politici hanno sfruttato l’incidente per spingere l’acceleratore riguardo il controllo delle armi. Il sindaco di New York Michael Bloomberg ha fatto richiesta sia a Mitt Romney che a Barack Obama “di informare i cittadini su cosa hanno intenzione di fare rispetto a queste stragi di massa”.

Esattamente come previsto nel nostro precedente articolo, la sinistra non ha perso tempo a sfruttare le azioni di un pazzo solitario per portare avanti l’agenda politica, con Bloomberg  che invita i due candidati presidenziali ad adottare misure restrittive riguardo i diritti sulle armi da fuoco.

Era prevedibile che un pupazzo come Bloomberg avrebbe sfruttato una tragedia del genere per colpire il diritto all’autodifesa.

Romney o Obama, piuttosto, dovrebbero avere il potere per invertire una cultura hollywoodiana basata sulla violenza, che viene costantemente assimilata dai giovani.

“Voglio dire… al giorno d’oggi ci sono un sacco di omicidi provocati da armi da fuoco”, afferma Bloomberg. “A ciò deve essere posto un limite. Invece, queste due persone, il Presidente [Barack] Obama e il governatore [Mitt] Romney parlano di imprese su larga scala, come rendere il mondo un posto migliore. OK. Diteci come. E questo è un problema. Non importa come la pensiate sul Secondo Emendamento, sulle armi da fuoco, abbiamo il diritto di sentire da entrambi, concretamente, non solo in termini generali, nel particolare,  quali provvedimenti prenderanno rispetto alle armi “Bloomberg   WOR News Talk Radio 710. Continua su Neovitruvian

ed ancora
La “sparatoria di Batman” – Un omicidio rituale portato a termine da una vittima del controllo mentale? sempre su Nevitruvian

Riguardo al controllo mentale consiglio la lettura di

MK-Ultra Project. I documenti declassificati su Tutto Uno

 

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La loro “Europa unita” è una colonia da sfruttare

Lo ha scritto, su “The Independent”, Otmar Issing che non è un commentatore qualunque ma un ex membro dell’esecutivo Bce: è fallace, e fa anche ridere, l’idea che si possa reggere un sistema fondato sull’economia e la moneta ma privo di unità politica. Lo diceva nel 1991 anche Helmut Kohl, il cancelliere rifondatore dell’unità tedesca. E esiste anche una ulteriore “conditio sine qua non”: per creare un’effettiva unità – nel nostro caso “europea” – occorre la scomparsa degli Stati nazionali.
Ed è questa la volontà nascosta, di chi attualmente manovra Bruxelles: estirpare gli Stati nazionali distruggendo ciò che è invece la forza storica della nostra cultura comune, appunto le identità nazionali. Cancellato questo humus – e i banksters e i tecnocrati e i professori lo stanno facendo alacremente – però, non si “costruisce” un bel nulla. L’idea di far nascere dalla “moneta unica” dal “fisco unico”, dalle “banche uniche” un’entità forte è semplicemente folle, irrealizzabile. La devastazione delle sue radici renderà, al contrario, al massimo, il nostro continente una grande area di libro scambio, di libera speculazione per la grande finanza e le multinazionali apolidi. Altro che “unità politica”. Quella si fa soltanto con un atto di forza politico, appunto. Aggregando l’Europa delle patrie in un unico Stato nazionale europeo.
Ma non è questo che vogliono, i Lor signori. Non vogliono un’Europa unita e forte, ma debole e da colonizzare.

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Conseguenze per la Cina delle sanzioni USA all’Iran

tradotto da Francesco D’Eugenio: The Implications for China of U.S. Sanctions on Iran | Stratfor

Sommario

 Gli Stati Uniti hanno esentato fino al 28 giugno le banche straniere che fanno affari in Iran dalle sanzioni che le escluderebbero dai mercati americani. Per ora, le banche della maggior parte dei principali acquirenti di petrolio iraniano, come Giappone, Corea del Sud, Taiwan, India e alcuni paesi europei, hanno ottenuto delle esenzioni. Ma la Cina, destinataria di più di un quinto delle esportazioni di greggio iraniane nella seconda metà del 2011, è significativamente fuori dalla lista degli esenti. Sebbene essa non abbia avuto un’esenzione ufficiale, Pechino e Washington sono interessate a risolvere qualunque problema possa minacciare di alterare significativamente i legami bilaterali tra i due paesi.

Analisi

Sebbene la Cina, come il Giappone e la Corea del Sud, abbia tagliato notevolmente le importazioni di greggio iraniano nei primi mesi del 2012, non sarà esente da sanzioni, per la natura di questi tagli. Mentre sembra che le compagnie energetiche degli altri paesi abbiano tagliato le importazioni di greggio iraniano in risposta alle sanzioni USA e UE, con Seul che ha promesso di cessarle completamente all’entrata in vigore delle sanzioni UE il 1 luglio, il calo delle importazioni della Cina è dovuto a una controversia sul prezzo tra Unipec – braccio per il commercio internazionale della compagnia petrolifera statale cinese, (Sinopec) – e Tehran. Quando il contenzioso sarà risolto, le importazioni ritorneranno presumibilmente a livelli normali, come suggerisce un recente rimbalzo nelle importazioni di greggio. Durante la seconda metà del 2011, le importazioni cinesi erano maggiori del normale, mentre la Cina si preparava per la campagna di sanzioni.

Al momento le società responsabili della maggior parte delle importazioni cinesi di greggio iraniano sono due: Zhuhai Zhenrong e Unipec, con Sinopec che controlla quasi tutte le attività di raffinazione. Dati gli interessi e gli investimenti crescenti di questa società nello sviluppo delle risorse energetiche USA (in particolare progetti di gas naturale non convenzionale), e stante la sua portata internazionale in qualità di una delle tre maggiori compagnie energetiche cinesi, essa è un bersaglio molto più verosimile e potenzialmente efficace per le sanzioni americane. Se queste sanzioni funzionassero perfettamente, le banche cinesi che finanziano Unipec non potrebbero più fare affari negli Stati Uniti o all’estero con compagnie statunitensi. Ciò potrebbe arrecare gravi danni a una vasta gamma di operazioni finanziare ed energetiche cinesi negli Stati Uniti, perché sarebbero escluse dall’accesso ai mercati finanziari USA. Ma la riuscita delle sanzioni americane presume una serie di fattori. Primo, che Pechino non dirotti i finanziamenti di Unipec fuori dalle quattro maggiori banche, tre delle quali sono responsabili della stragrande maggioranza delle operazioni finanziare negli Stati Uniti, o che crei addirittura una banca specializzata per condurre affari con l’Iran. Questa soluzione sarebbe complicata, invece, se le sanzioni USA venissero applicate a Sinopec, perché sarebbe molto più difficile, per le principali banche statali, abbandonarla. Ma anche in tal caso, Pechino potrebbe ricorrere a un’altra soluzione – per molti versi persino più semplice – per aggirare le sanzioni: condurre la compravendita di greggio attraverso una complessa successione di società di comodo.

Per Pechino, una fonte stabile di approvvigionamento di greggio è essenziale per sostenere la crescita economica. Da quando è diventata un importatore netto di petrolio nel 1998, la sua domanda è cresciuta esponenzialmente. A partire dal 2009, le compagnie energetiche cinesi hanno importato più di metà del fabbisogno totale del paese. L’Iran, con le sue enormi riserve di greggio di qualità relativamente alta, è un’ottima fornitore; negli ultimi anni, tra il 10 e il 13 per cento delle importazioni Cinesi veniva dall’Iran. Sebbene il contenzioso sul prezzo con Unipec abbia abbassato le importazioni cinesi dall’Iran del 31 per cento nel primo trimestre del 2012, e nonostante Pechino abbia espresso chiaramente la sua intenzione di diversificare gradualmente i fornitori, l’Iran continuerà ad essere un importante fornitore nel futuro immediato.

Né Washington né Pechino recederanno dalle proprie posizioni riguardo le sanzioni all’Iran. Per gli Stati Uniti, le sanzioni economiche rispondono a svariati bisogni, tra cui quelli di politica interna durante la stagione elettorale e quelli relativi ai problemi militari e diplomatici ancora irrisolti in Medio Oriente. Pechino è irremovibile – come sempre – nel condannare ogni imposizione unilaterale di sanzioni. Ma sotto la superficie di tensione tra Cina e Stati Uniti sul problema iraniano, c’è una certa sinergia.

 Pechino non può permettersi di tagliare drasticamente, o addirittura completamente, le importazioni dall’Iran, sia per ragioni economiche (fabbisogno energetico in continua ascesa) sia per ragioni politiche (interesse consolidato a mantenere una partnership con l’Iran). Inoltre, non ci sono state mosse significative da parte di alcun altro produttore per incrementare permanentemente la produzione, non abbastanza da compensare una porzione rilevante delle importazioni cinesi di greggio iraniano. Non c’è ancora un sostituto affidabile a lungo termine. Allo stesso modo, gli Stati Uniti non possono permettersi di escludere le principali istituzioni finanziarie cinesi dagli investimenti in compagnie e progetti americani. Qualunque cosa prevedano le sanzioni, gli USA e la Cina continueranno a lavorare per evitare che esse complichino i rapporti bilaterali.

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Biopotere e diritto di uccidere.

“Anche per  Foucault l’obiettivo fondamentale dei regimi totalitari è la volontà di manipolazione infinita dell’umano. Attraverso la micidiale combinazione di biopotere, potere pastorale e potere sovrano, messa in atto dal “razzismo di Stato” si può instaurare una gestione totale della vita della popolazione. Il totalitarismo- il nazismo in primo luogo- ha infatti mostrato fino al parossismo, l’intreccio tra il diritto sovrano di uccidere e i meccanismi del biopotere: un gioco che in realtà, per Foucault, è iscritto nel funzionamento di tutti gli Stati moderni, rispetto al quale i regimi totalitari hanno avuto la funzione di allertare la nostra attenzione. La tarda modernità ha infatti dato luogo a una riconfigurazione particolare dei rapporti di potere. Ha visto nascere la cosidetta biopolitica. Il biopotere si distingue dalla sovranità “statale classica per la sua attenzione alla “produttività” della vita, che spinge ai margini la preoccupazione per la morte. La svolta decisiva si consuma in Foucault allorchè il biopotere iscrive il razzismo nei meccanismi dello Stato. Perchè esso rappresenta sopratutto il modo attraverso cui, nell’ambito di quel potere che preso in gestione la vita, diventa possibile separare ciò che deve vivere e ciò che deve morire. Attraverso il razzismo, infatti, il potere può trattare una popolazione come una mescolanza di razze, può suddividere la specie in sottogruppi. Può, insomma, frammentare, gerarchizzare, istituire delle censure all’interno di quel continuum biologico che è diventato il suo nuovo oggetto di manipolazione. Può inoltre mettere all’opera, in modo completamente nuovo e “biologico”, la relazione guerresca: “se vuoi vivere occorre che l’altro muoia”. In altri termini la morte, o meglio, la messa a morte, è ammissibile all’interno della biopolitica non se tende alla vittoria sugli avversari, ma se ha in vista l’eliminazione del pericolo biologico, se dunque ha di mira il rafforzamento della popolazione, della specie o della razza. Lungi dall’essere espressione di un semplice odio reciproco tra le razze, ma anche irriducibile a un’operazione politica che vorrebbe incanalare in un mitico avversario le ostilità che percorrono il corpo sociale, la specificità del razzismo moderno è legata a una tecnica di potere, non tanto a un contenuto ideologico. Foucault radicalizza l’interscambiabilità dei contenuti ideologici, per porre l’accento sugli elementi strategici degli effetti di verità dell’operazione ideologica. L’originalità del nazismo sta nell’aver reso assolutamente coesistenti i due poteri, mai prima di quel momento così completamente sovrapposti: il biopotere che coltiva, protegge e organizza la vita e il potere sovrano di morte. Il razzismo totalitario è dunque ciò che permette l’accensione di un dispositivo di forze che deve produrre funzionalità identitaria ed eliminare gli ostacoli, veri o presunti, di un’alterità, di una minaccia, spesso costruita ad hoc. Leggi il resto dell’articolo

Libia: l’intervento ‘umanitario’ ha causato una catastrofe umanitaria

Derek Ford – Traduzione di Europeanphoenix

 

 

Nove mesi dopo il rovesciamento, da parte della NATO e degli Stati Uniti, di Muammar Gheddafi in Libia, il paese è ancora in preda alla violenza e al disordine, e le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno.

In realtà, secondo Nasser al-Hawary, dell’Osservatorio Libico dei Diritti Umani: “La situazione dei diritti umani è molto peggio oggi che sotto il colonnello Gheddafi.” (Inter Press Service, 14 luglio). Questa affermazione è particolarmente significativa perché proviene da un oppositore politico del precedente governo.

Il Consiglio di Transizione Nazionale, l’organo pro-imperialista che governa la Libia, si è dimostrato incapace di far valere la sua autorità nel paese. Milizie armate precedentemente utilizzate dal CNT per combattere i sostenitori di Gheddafi, continuano a scorazzare nel paese, saccheggiare villaggi, sequestrando, torturando e uccidendo le persone lungo il loro percorso.

Libici con la pelle nera e gli immigrati africani sono le prime vittime del terrore diffuso dalle milizie. La violenza razzista è stato un elemento centrale della “rivoluzione” libica iniziata il 17 febbraio 2011.

Prima della rivolta, la Libia ospitava circa un milione di lavoratori migranti. La propaganda diffusa dai ribelli con un particolare talento, ha presentato diabolicamente gli immigrati neri come “mercenari” del governo di Gheddafi, in modo che i neri africani sono stati linciati, torturati e imprigionati perché erano neri. Questo razzismo è ancora in corso. Nel marzo scorso abbiamo pubblicato un video che mostrava i neri africani tenuti dai ribelli in uno zoo di Bengasi, torturati e costretti a mangiare la bandiere del vecchio regime.

Il CNT mantiene ancora in carcere più di 6.000 persone nel paese. Nel deserto attorno a Sabha, a sud-ovest della Libia, più di 1.300 immigrati, la maggior parte dell’Africa sub-sahariana, sono tenuti in prigioni a cielo aperto. I detenuti dormono per terra privi di riparo e biancheria da letto, con poca acqua e cibo.

La situazione dei diritti umani in Libia oggi non è solamente peggio che sotto Gheddafi, come dice al-Hawary; è come il giorno e la notte.

In realtà, in un rapporto del 4 gennaio 2011, il Consiglio dei Diritti Umani dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dato una valutazione complessivamente positiva della situazione dei diritti umani sotto il governo della Jamahiriya e di Gheddafi. Si legge nella conclusione della relazione: “Varie delegazioni hanno inoltre preso atto con piacere della determinazione del paese a sostenere il settore dei diritti umani”. La stragrande maggioranza delle 46 delegazioni che hanno partecipato allo studio ha elogiato il governo libico per il suo impegno a rispettare i diritti umani e il progresso in questo settore.
Repressione politica nella Libia “libera”

I media imperialisti hanno applaudito alle elezioni del 7 luglio come il segno della nascita di un nuovo stato democratico. Nessuno ha però segnalato che, come riconosciuto dallo stesso CNT, quasi il 40% degli elettori ha boicottato le elezioni. Inoltre, ai membri del precedente governo che non avevano aderito al campo imperialista, non è stato permesso di candidarsi alle elezioni. E decine di libici sono stati esclusi dalle liste elettorali a causa del loro sostegno al governo libico.

Non sorprende che sia stato proclamato vincitore Mahmoud Elwarfally Jibril, ex primo ministro del CNT.

All’inizio di quest’anno, il Consiglio Nazionale di Transizione aveva introdotto una legge chiamata “glorificazione del diritto” che ha permesso di imprigionare persone che parlavano in termini positivi di Gheddafi o criticavano la rivolta contro di lui. Anche se la legge è stata abrogata nel mese di giugno, continua ad avere effetto. Gli insegnanti in Libia sono restii a parlare della storia dei 42 anni del loro paese per paura di rappresaglie e sembra che i libri di storia siano stati censurati ai sensi della presente legge.

Quello che sta accadendo ora in Libia è un altro esempio di “libertà” e “democrazia” fornito dalle bombe della NATO e degli Stati Uniti.

 

Fonte: LiberationNews.org

“Il migliore amico”? La CIA considera Israele una delle principali minacce nel campo dello spionaggio

 

Mentre i politici americani vantano forti legami con Israele, funzionari della CIA avvertono che Israele è una delle più grandi minacce per gli Stati Uniti nel campo dello spionaggio. Con sistemi “spyware” che rivaleggiano con quelli degli Stati Uniti, è difficile scoprire l’estensione di quest’attività spionistica a dir poco sconcertante.

Basti pensare che una classifica della CIA relativa alle agenzie di intelligence del mondo e alla loro volontà di aiutare gli Stati Uniti nel combattere la cosiddetta “guerra al terrorismo”, Israele viene addirittura dietro… la Libia.

Parlando alla Associated Press a condizione di mantenere l’anonimato, funzionari dell’intelligence USA, sia in servizio che fuori, incolpano Israele di alcuni fatti che evidenziano tentativi di acquisire dagli statunitensi informazioni segrete.

Un capo stazione CIA in Israele ha notato che l’apparecchiatura per le comunicazioni che utilizzava per contattare il suo quartier generale era stato manomesso, anche se si trovava in una scatola chiusa. E un altro ufficiale della CIA in Israele ha trovato la sua residenza violata.

Oltre alle intrusioni nelle case e alle manomissioni delle apparecchiature, i funzionari della CIA nutrono anche il sospetto che una fuga di notizie operata da Israele abbia portato alla cattura e alla presumibile uccisione di un importante agente degli Stati Uniti infiltrato all’interno del “programma siriano per la produzione di armi chimiche”. Leggi il resto dell’articolo

Grande finanza e collaborazionismo europeo

 

Dal novembre 2012 entreranno in vigore le norme stabilite dal Regolamento Europeo 232. Sul versante economico, la misura più importante riguarda l’imposizione del divieto di compravendita dei derivati finanziari denominati Credit Default Swaps (CDS) ai non detentori di titoli di Stato. I CDS vengono accesi per fungere da polizze assicurative, attivando un meccanismo che prevede il risarcimento delle perdite di titoli azionari in caso di fallimento dei loro erogatori. Nel caso specifico, i CDS vengono utilizzati per assicurare i titoli di Stato dal rischio di fallimento delle nazioni che li emettono. Adottando il pacchetto di norme, l’Unione Europea mira a sbarrare una delle vie maestre maggiormente battute dalla speculazione, poiché la deregolamentazione totale dei mercati finanziari attuata in ottemperanza del mantra ultra-liberista ha permesso anche a investitori che non detengono alcun titolo di Stato nel proprio portafogli di accendere queste polizze assicurative, alimentando un circolo vizioso in cui coloro che acquistano i CDS hanno tutto l’interesse affinché si verifichi l’evento negativo (Credit Event) contro cui si sono assicurati. Il meccanismo perverso che è alla base dei CDS è assolutamente proibito al di fuori dell’ambito finanziario, perché consentirebbe a qualsiasi teppista o vandalo di incassare il risarcimento, garantito dall’assicurazione, derivante dalla distruzione o dal danneggiamento di un bene detenuto da altri.
In campo finanziario, tuttavia, non valgono i regolamenti tesi a disciplinare la libertà individuale che vigono a livello sociale, dal momento che fino a novembre rimarrà ampiamente garantita la possibilità di vendere allo scoperto (cioè senza detenerne la proprietà) i titoli di Stato sui quali sono stati preliminarmente attivati i Credit Default Swaps. Negli scorsi mesi, i venditori allo scoperto hanno degradato il corso azionario dei titoli di debito emessi dai vari Stati, provocando la crescita dei tassi d’interesse – con il parallelo aumento dei differenziali (spreads) – e dissestando le finanze nazionali, sospingendo i vari Paesi verso la bancarotta, cioè l’ambito Credit Event che sbloccherebbe il pagamento dei CDS a massimo coronamento delle più selvagge manovre speculative.
La scure di Standard & Poor’s e Moody’s, ripetutamente abbattutasi su tutti i Paesi che compongono l’Eurozona, ha portato ulteriore acqua alla speculazione e delineato le sagome dei veri committenti dei corsari del rating, che – nonostante le farneticazioni pronunciate “trasversalmente” a questo riguardo – manovrano da Washington e non da Berlino.
I mesi che separano fine luglio/inizio agosto da novembre sono probabilmente troppi e il clamoroso anacronismo dell’Unione Europea potrebbe trasformare il Regolamento Europeo in una cura inutile, perché somministrata ad un corpo già cadavere. Nel corso degli ultimi anni il fenomeno ha assunto dimensioni tali da instillare il sospetto che non di inadeguatezza e incapacità istituzionale (Monti, Draghi, Rehn, Van Rompuy, Barroso, ecc. Tutti frequentatori assidui dei vertici del Bilderberg Club e della Commissione Trilaterale) si tratti, ma di ossequiosa e tacita connivenza con i “poteri forti” internazionali collegati al centro geopolitico dominante. Questi «Attori paradigmatici reali – scrive Aleksandr Dugin – che predeterminano le fondamentali tendenze dei mercati finanziari (esteriormente rappresentati come indipendenti dai fattori non di mercato, staccati dai fondamentali del calcolo economico) sono proprio la geopolitica e l’univoco dominio degli Stati Uniti. Il carattere ludico di queste tendenze è il mito per i “proletari della Borsa Valori”, semplici brokers che non vengono ammessi al di là delle quinte della finanza, dove siedono non soltanto speculatori di successo, ma esperti del Council on Foreign Relations, del Bilderberg Club e della Commissione Trilaterale – come George Soros. E’ qui che vengono stabilite le regole del gioco. Il collasso delle Borse o delle valute nazionali non è una questione di brillanti operazioni, ma di piani dettagliatamente elaborati e preparati».
George Soros è uno specialista a questo riguardo. Nel 1992 vendette allo scoperto oltre 10 miliardi di dollari in sterline britanniche – ricavando circa 1 miliardo di dollari – per poi sferrare un pesantissimo attacco speculativo teso a schiantare la lira, che si svalutò del 30% costringendo il governo italiano a decretare la momentanea uscita dal Sistema Monetario Europeo (SME). Per questa ragione i continui moniti riguardanti l’euro e le reiterate critiche rivolte nei confronti della Germania – pilastro fondamentale dell’Europa – pronunciati dal famoso magnate tendono ad assumere le fattezze di vere e proprie minacce, in particolar modo alla luce del fatto che nell’inverno del 2010 alcuni potenti potentissimi fondi speculativi (hedge funds) – Greenlight, Goldman Sachs e quelli che fanno riferimento a George Soros e ad Henry Paulson – impostarono un attacco sincronico all’euro a una manciata di giorni dall’intervento cinese a sostegno della moneta europea. «La Storia – sosteneva Karl Marx – si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa». Se ne traggano le debite conclusioni.

 

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