La Shoah, il Sacro e l’Occidente

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di Sebastiano Caputo

Il 27 gennaio non è altro che un giorno religioso svuotato di religiosità, dunque, patetico.

Il termine “Shoah” (in ebraico significa “catastrofe”) nemmeno esisteva ai tempi del processo di Norimberga (1946). Venne introdotto successivamente nel linguaggio collettivo, quando da tragico evento storico, le deportazioni degli ebrei nei campi di concentramento, dovevano diventare un episodio memoriale, dunque, sacro. Sono le nuove generazioni, quelle nate dopo la seconda guerra mondiale (sic!), a subire la ritualizzazione martellante di questa nuova religione. Pellegrinaggi scolastici ad Auschwitz, gite nei musei della memoria, giornate di raccoglimento, minuti di silenzio, proiezioni pubbliche di film documentari, fanno di contorno ai suoi sacerdoti, ai suoi luoghi santi, ai suoi martiri, ai suoi miracoli, ai suoi miracolati, ai suoi missionari, alle sue reliquie, ai suoi dogmi, ai suoi demoni. Così la Shoah si è goffamente sacralizzata a tal punto che la “Legge Mancino” ha vietato ogni forma di “bestemmia storica” mentre l’accusa di “antisemitismo”, introdotta mediaticamente negli anni Settanta per mascherare le offensive militari israeliane nel Vicino Oriente, si è trasformata in un’arma per discreditare storici e giornalisti. Più si allontanano quegli anni di violenza, più il romanzo di quegli anni diventa grottesco, emotivo, illogico.

Il primo a denunciarlo fu lo stesso Norman Finkelstein, figlio di deportati, che nel suo saggio L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei scrisse: “l’attuale campagna dell’industria dell’Olocausto per estorcere denaro all’Europa in nome delle ‘vittime bisognose dell’Olocausto’ ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un casinò di Montecarlo”. Dall’elezione di Miss Olocausto ai falsi sopravvissuti passando per i master di primo livello in “Didattica e comunicazione della memoria della Shoah e della cultura della tolleranza”, le cerimonie commemorative hanno raggiunto un livello talmente ridicolo che si stanno rivelando contro-producenti agli occhi dell’opinione pubblica.

Nell’Occidente desacralizzato e dollarizzato non poteva essere altrimenti. Già il cristianesimo, prima ancora delle deportazioni degli ebrei da parte del governo nazional-socialista tedesco, aveva subito la stessa sorte. La passione di Cristo è diventata ormai da qualche anno oggetto di derisione pubblica. Gli artisti ci urinano sopra, le Femen si infilano i crocefissi tra le gambe, mentre la rivista satirica e blasfema Charlie Hebdo viene considerata dai benpensanti come l’emblema della libertà di espressione. L’Olocausto, desacralizzato ogni anno che passa dai suoi affabulatori, continua a conservare con la forza la sua dimensione sacra (chi bestemmia se la vede con la giustizia). Due pesi e due misure. Esistono religioni di prima categoria e religioni di seconda categoria. Esistono massacri di prima categoria e massacri di seconda categoria. Come del resto esistono ebrei di prima categoria ed ebrei di seconda categoria. Non crederete mica che Benjamin Netanyahu valga quanto Norman Finkelstein.

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Mario Tchou e il sogno spezzato dell’informatica italiana

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di Michele Franceschelli

Il 9 novembre 1961 moriva l’ingegnere italo-cinese Mario Tchou e con lui quel sogno d’avanguardia – osteggiato dagli Stati Uniti d’America – che fu anche di Adriano Olivetti, con conseguenze funeste per i destini della nostra nazione. Una storia da ricordare, per tornare a sognare.

“Mario Tchou era il capo del laboratorio di Pisa e della Divisione Elettronica dell’Olivetti dedita principalmente a quell’epoca al grande calcolatore Elea, era il padre dell’Elea se vogliamo, che fu il primo grande calcolatore al mondo, prima dell’IBM (…) Mario Tchou è morto in un incidente sulla Milano-Torino e in Olivetti c’era la convinzione che fosse stato ucciso da forze risalenti ai servizi americani”. Carlo De Benedetti, Presidente della Olivetti dal 1983 al 1996, in un’intervista concessa il 29 ottobre 2013 a Giovanni Minoli, su Mix 24. (1)
“Adriano Olivetti: quest’uomo rappresenta un problema per il nostro paese”. Le parole pronunciate dal capo dei servizi segreti statunitensi, la CIA, in una riunione di altissimo livello, nella scena inziale della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno”, andata in onda il 28 e il 29 ottobre 2013 su Rai Uno. (2)

Una lezione per il presente

Che le parole pronunciate da Carlo De Benedetti durante la popolare trasmissione di Giovanni Minoli in merito alla convinzione degli uomini dell’Olivetti sulle vere cause della morte di Mario Tchou, così come gli input sul complotto made in USA inseriti all’interno della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno” di Michele Soavi, siano forse riusciti a spingere gli italiani ad aprire gli occhi sul ruolo infido giocato dagli Stati Uniti d’America contro il nostro paese, in queste ed altre circostanze, smascherando la rappresentazione propagandistica che li dipinge come l’alleato benevolo della nostra nazione?

Non lo sappiamo, sono stati due squarci di luce – l’intervista di De Bendetti e la messa in onda della miniserie – temporalmente coincidenti e qualitativamente diversi, che sono stati presto sommersi dalla forza oscurante della propaganda statunitense interessata a non far vedere agli italiani le porcherie combinate dai nostri “alleati” d’oltreoceano in oltre 60 anni d’occupazione, il tutto a favore di una narrazione storica falsa e stereotipata stracolma di zone d’ombra fatte di stragi, di assassini, di “incidenti” dolosi sempre privi di colpevoli, di uomini scomparsi nel nulla. Dove però questi “lampi di luce” riescano ad affermarsi a livello mediatico e di cultura di massa acquisendo le forme di verità storiche, non rimane che l’opzione di presentarle come conoscenze dal puro valore documentario su periodi lontani e passati privi di connessione con il presente, verità magari spiacevoli ma comprensibili e giustificabili per il clima della “guerra fredda” ed altre circostanze eccezionali che li rendevano inevitabili, continuando quindi a cercare di velare, sviare e limitare la portata rivoluzionaria di quelle rivelazioni storiche. Così facendo quegli “squarci di luce” perdono forza splendente e illuminano meno – e male – solo una metà, il passato, creando un fossato con l’epoca attuale: le responsabilità, gli interessi, il modus operandi, le dinamiche e la mentalità degli attori storici che quelle verità rivelano non devono essere comprese appieno per non diventare materia da cui trarre lezioni per il presente; un presente dove quegli stessi attori e quelle stesse forze, riconducibili agli USA e ai suoi scagnozzi italiani, continuano ad essere i padroni della nostra nazione, giocandovi un ruolo perfido, continuando a liquidare qualsiasi uomo italiano – sia questo un nuovo “Mario Tchou”, un nuovo “Adriano Olivetti” o un nuovo “Enrico Mattei” – che possa rappresentare un “problema” per il loro predominio sull’Italia, pur in assenza di “guerra fredda”, di “pericolo comunista”, di “emergenze democratiche”.

Per questo crediamo sia utile ritornare a ricordare certe figure e certi passaggi storici, non per amore della storia fine a se stesso, ma per comprendere le ragioni profonde di certi avvenimenti che hanno segnato negativamente e traumaticamente la storia di questa nazione e dotarci così, nello stesso tempo, di un arsenale interpretativo capace di riconoscere nel presente le trame sovversive e gli atti ostili compiuti ancor oggi nei confronti dell’Italia da quelli che subdolamente si continuano a chiamare come “alleati”, ma che la conoscenza della nostra storia e l’intuizione delle dinamiche attuali ci deve indurre a qualificare senza indugio come “occupanti” e “nemici” (anche se per far questo basterebbe molto probabilmente sapere – o voler vedere – che ci sono circa 110 basi e installazioni militari statunitensi sul territorio italiano, da Nord a Sud, da Aviano a Sigonella passando per Camp Ederle, Camp Darby e Napoli, con circa 15.000 militari e 15.000 “civili”).

L’Italia dovrebbe comprendere – dato che l’Unione Europea non lo fa a livello europeo e men che meno lo fa l’odierna classe politica nazionale, anzi molto spesso è proprio il contrario – la necessità e il dovere di difendere, con le unghie e con i denti dagli attacchi esterni e di sostenere in tutti i modi quegli uomini speciali, le loro imprese d’alta tecnologia e avanguardistiche, per l’apporto fondamentale che danno alla crescita morale e materiale di tutta la comunità nazionale e che le permettono di innestarsi su dei binari di sviluppo economico profondo e duraturo, fatto di alta tecnologia, ricerca, sviluppo e innovazione, basi della libertà, della forza e della dignità di una nazione.

Il filo storico che lega le vicende di Mario Tchou, inseparabile da quelle di Adriano Olivetti (entrambi attivi nello strategico settore alto-tecnologico dell’elettronica-informatica), di Felice Ippolito (nel settore alto-tecnologico del nucleare), di Enrico Mattei (in quello strategico dell’energia), di Domenico Marotta (della chimica), di Sergio Stefanutti (dell’aeronautica), quel filo che arriva fino alla guerra imposta all’Italia contro il suo alleato Muammar Gheddafi nel 2011 e alle sanzioni economiche alla Russia, passando per la scomparsa di Federico Caffè (nel settore strategico della finanza), Tangentopoli, l’esilio di Bettino Craxi (nel campo strategico per eccellenza, quello politico) e la morte di Raul Gardini (ancora la chimica), è una trama storica che ci svela i segni e le tracce, di volta in volta più o meno occulte, di una “manina d’oltreoceano” sempre attiva e sempre pronta a liquidare con le buone o con le cattive – e sempre con la complicità di una lobby interna tutta italiana di passaporto ma nella sostanza anti-nazionale perché totalmente prona agli interessi dello straniero e dei propri meschini dividendi di “casta”– di liquidare quei compatrioti che ora per genio, ora per arditezza, per onestà e per vigore rappresentano una grande opportunità per la nazione, una risorsa e un valore per i destini della Patria ma che proprio per questo sono un “problema” grave per gli Stati Uniti d’America interessati a mantenere il proprio predominio. E per i loro vassalli interni, interessati a coltivare i propri meschini interessi di bottega e portatori fin dal primo dopoguerra di un machiavellismo ideologico deformato dal servilismo che ha condotto ben presto l’Italia sui binari morti di uno sviluppo capitalistico subordinato, maturo e poi marcio che ha inevitabilmente innescato una spirale deleteria fatta di giochi di borsa e finanziarizzazione, speculazioni sull’ambiente, sulla salute e suoi diritti dei lavoratori, mungitura delle risorse statali da parte d’imprese mature e decotte, abnorme pubblico impiego come cassa di compensazione per la disoccupazione, “bolle” di lauree e lavori socialmente inutili, deindustrializzazione e svendita allo straniero dei restanti comparti industriali, il tutto con l’ausilio di un ceto intellettuale a libro paga di volta in volta chiamato a fornire coperture ideologiche mistificatorie e giustificatorie – le ultime in ordine di tempo sono la “teoria” della “decrescita” e l’enfasi posta sul “turismo” come risorsa strategica nazionale – a questi sviluppi patologici. Un sistema che prima o poi si sarebbe rotto, comportando una dolorosa ristrutturazione per il popolo italiano, ma senza che fosse permesso che le vere cause del disastro venissero alla luce. Leggi il resto dell’articolo

Il caso-Moro e la politica internazionale

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di Francesco Carlesi

E’ il 2009 quando un lettera anonima alla Stampa a proposito del caso – Moro si conclude con queste parole: «La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente…Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più». Partendo proprio da queste rivelazioni, l’esperto di antiterrorismo Enrico Rossi ha svolto una serie di indagini, sollevando recentemente il dubbio di un “intervento di copertura” dei servizi segreti in occasione della strage di Via Fani. L’ispettore Rossi, ora in pensione, riapre una delle ferite più gravi della storia repubblicana, i cui contorni appaiono ancor oggi tutt’altro che chiari.

Ma le sue parole possono stupire solamente gli sprovveduti o i disinformati. Sin dai giorni del sequestro, la seduta spiritica a cui partecipò Romano Prodi fece capire che qualcosa di torbido si celava dietro la vicenda. E il documentatissimo libro Doveva Morire del giudice Ferdinando Imposimato, che si occupò a lungo del caso, già aveva messo a nudo le barriere che magistrati e polizia avevano trovato nelle loro indagini. Muri eretti da personaggi i cui nomi e cognomi sono noti, come l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, che creò un apposito “comitato ombra” per perseguire i suoi scopi. Fini personali e “americani”.  Aiutato per l’occasione dall’immancabile CIA nella persona di Steve Pieczenik. E si capisce come non abbia senso qui tirare in ballo il ritornello dei “servizi deviati”, se è vero che la politica filoatlantica è stata uno dei capisaldi della classe dirigente italiana del dopoguerra, e di rimando di militari e forze dell’ordine. E proprio chi tentò di “deviare” da questa linea è stato inesorabilmente colpito, come Mattei e lo stesso Moro. Aprire al mondo arabo e cercare una via indipendente per l’Italia è stato il grande peccato mortale della politica italiana post – 1945, da allora inesorabilmente inquinata dalle manovre dei servizi americani, russi e israeliani (oltre che delle logge massoniche nazionali e internazionali quale la P2), in cerca dei loro interessi nel paese crocevia geopolitico del mediterraneo. Rilevare ciò è un mero dato di fatto che non ha nulla a che vedere con l’altro abusato ritornello del “complottismo”. «Non esistono complotti, solo strategie», e basta qui rifarsi al citato libro di Imposimato, o ad acute ricerche quale Dominio incontrollato di Filippo Ghira.

Se è vero quindi che molti giovani di diverse fazioni si organizzarono per “combattere il sistema” con mezzi spesso illegali, altrettanto pacifico sembra rilevare il ruolo che i servizi segreti giocarono negli anni della Guerra fredda. Servizi di tutto il mondo, e strutture internazionali come l’Hyperion di Corrado Simioni, che elaborarono raffinate strategie e fecero dell’infiltrazione uno dei capisaldi del loro modus operandi. Non a caso Bettino Craxi nel 1980 indicò proprio Simioni come il “grande vecchio” dietro le Br e diverse azioni terroristiche sul suolo italiano. Ma a suggerimenti di questo tipo troppo spesso la stampa e la politica non ha dato seguito con indagini e (auto)critiche serie. Vedremo se le parole di Rossi saranno un momento per riflettere e tentare di scoprire una delle tante verità celate dietro l’apparenza della democrazia, oppure solo l’ennesima occasione mancata.

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Hollywood ci manipola davvero il cervello?

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La domanda è retorica e la risposta ovviamente è: Si!

Ma spesso i metodi non risultano del tutto chiari, così come le modalità operative di questa manipolazione e la sua effettiva efficacia. Il massiccio livello di manipolazione che stiamo subendo oggi attraverso tutte le forme di comunicazione sociale in cui ci troviamo immersi; dal giornalismo alla TV, dalla comunicazione scientifica a quella medica a quella dedicata al mondo del lavoro o di ogni altra attività è merito sopratutto di un uomo: quell’ Edward Bernays che scrisse le prime regole dell’indottrinamento umano nei lontani anni venti 1 , dimostrando con azioni concrete ed eclatanti cosa era capace di fare e illustrando al mondo delle elite di potere (frequentava i salotti di Washington e tra le sue amicizie annoverava il presidente Wilson) che lo seguivano con avido interesse, come le sue idee potevano trovare una scientifica applicazione in quello che egli definiva: “Un necessario indottrinamento delle masse nei governi democratici”.

Oggi nella società c’è uno “Spin-Doctor” (Letteralmente: Dottore del raggiro Ndr) o esperto di PR (Public Relations) per ogni cosa 2.

Generalmente però, chi non approfondisce questo argomento complesso e vasto è sempre portato a pensare che la propaganda sia un qualcosa di evanescente che non lo riguarda direttamente e questa idea è ancora più radicata quando si parla di un prodotto da intrattenimento (cinema, videogiochi, etc.) c’è un errato pensiero comune che assegna a queste categorie lo status di innocuità. Un film in fondo, è sempre e soltanto un film (pensa l’uomo medio), un’opera di finzione. Ogni persona messa davanti a un film si sente abbastanza matura da ritenersi non influenzata in alcun modo, sempre padrona dei propri pensieri e delle proprie emozioni, e se c’è qualcuno che si fa influenzare da un film (vedi solo a titolo di esempio gli episodi di violenza ascritti a proiezioni di pellicole come Arancia Meccanica 3 o di intolleranza religiosa come ad esempio quelli scatenati dalla pellicola: L’ultima tentazione di Cristo 4) significa che ha una mente debole, è un fanatico, un estremista, oppure ha qualcosa che non va.

Anche se questo può essere vero per quelli che si piazzano fuori da un cinema a bruciare le pellicole minacciando di distruggere il cinematografo, ci si dimentica comunque di vedere il quadro generale ponendosi una semplice domanda: “Perchè una persona arriva a quel punto? Quanti e quali stimoli o sollecitazioni ha subito e accumulato per tutta la vita fino ad arrivare al momento in cui, preso da un’ideologia o da una serie di valori distorti, scatena i suoi comportamenti estremisti?”

Si fa fatica a comprendere inoltre che lo scopo della propaganda non è quello di creare folle impazzite o gente violenta, ma di far passare idee, costruire opinioni, disegnare valori morali, indottrinare le preferenze e i gusti del pubblico.

Il più grande successo di un’operazione propagandistica non è certo quello di creare un individuo che quando esce dalla sala dopo aver visto “Rambo” inizia a sparare con un M60 alla gente che trova per strada, ma lo è invece il riuscire a creare schiere di individui convinti che la propria opinione di esseri autonomi sia ad esempio quella di considerare “giusta” una guerra riuscendo perfino a considerarla una “Missione di pace”; cambiando quindi definizione senza che nel loro cervello arrivi alcun segnale contrastante.

Il cinema, grazie alla sua capacità di creare delle illusioni, è uno dei mezzi più potenti per veicolare i messaggi della propaganda e uno dei primi a comprenderne le potenzialità di indottrinamento delle masse, grazie agli studi di Bernays, fu proprio Adolf Hitler. Leggi il resto dell’articolo

Il mito di cartone del ’68

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Di Italo Romano

“Scopo della rivoluzione studentesca non è di trasformare la società, ma di rovesciarla“.
Daniel Cohn-Bendit

Cohn Bendit, scrittore e politico tedesco, leader del movimento studentesco francese che diede vita al famoso 68′, sionista, europeista e mondialista convinto.

Oggi è capogruppo dei Verdi al Parlamento Europeo, nonchè uno dei presidenti dello Spinelli Group, movimento politico europeo che riunisce una serie di personalità politiche ed intellettuali desiderose di impegnarsi per favorire il processo di integrazione europea.

E’ un uomo che ha messo in pratica il mantra ideologico del movimentismo degli anni ’60: sovvertire la classe dirigente per prenderne il posto, senza andare a smuovere le basi del sistema, anzi, rafforzandole con nuovi ideologismi alla moda.

 

Il ’68 fu una illusione ad hoc per masse distratte e desiderose di sogni, salvo poi ritrovarsi con un pugno di mosche e un sistema rafforzato ed ancora più opprimente. In quell’epoca nacquero il femminismo, il dirittoumanismo, i movimenti gay ed ambientalisti, tutti lautamente finanziati delle élite di potere, le stesse a cui ha fatto comodo per millenni castrare “l’altro”, anima e corpo, saccheggiare la natura e calpestare ogni diritto fondamentale ed inalienabile, salvo poi usarlo a conseguire i propri scopi e i soliti luridi affari.

Lo scopo è quello di inabissare la società, devastando le tradizioni, i valori e la differenze culturali ed antropologiche che fanno di ogni popolo, di ogni uomo, a prescindere da sesso, razza e religione, un meraviglia unica ed inimitabile. Ciò non significa che l’ordine preesistente fosse perfetto, innumerevoli erano e sono le sue distorsioni e contraddizioni, ma cambiare non significa sempre distruggere.

A quarant’anni di distanza è oramai palese ed oggettivo, ci vogliono tutti uguali, per poterci soggiogare al meglio. Una società di automi dediti al consumo e allo spettacolo dell’apparenza, all’immobilismo ed al lavoro schiavizzato a basso costo.

Per creare questo mondo distopico, il primo passo da realizzare è la distruzione dell’ordine sociale. L’obiettivo dichiarato è quello di fondare una società “nuova”, basata sull’ugualianza e sui diritti, in cui ogni differenza di storia, cultura, appartenenza geografica, identità sessuale di ogni singolo individuo verrà cancellata e/o usata per portare avanti il progetto elitario di dominio.

Ci stanno riuscendo. Il capitale è la loro arma di distruzione di massa. La paura e il dividi et impera i loro stemmi imprescindibili.

Dal ’68 a seguire migliaia di persone sono state usate per cementare le fondamenta essenziali per l’istaurazione del Nuovo Ordine Mondiale.

Ingannati dai miti preconfezionati che il potere camuffava sotto mentite spoglie rivoluzionarie, un esercito di persone (in buona fede per carità) ha imbracciato l’armi, marciando al ritmo scandito dal nemico in capo al corteo, contribuendo all’autodistruzione sociale e alla creazione di quell’ipnosi di massa e neuroschiavismo da cui non ci siamo ancora destati.

“Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad usum delphini, e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa”.

Honoré de Balzac – Le illusioni perdute

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L’INDUSTRIA DELLA MENZOGNA QUALE PARTE INTEGRANTE DELLA MACCHINA DI GUERRA DELL’IMPERIALSMO

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di Domenico Losurdo

Nella storia dell’industria della menzogna quale parte integrante dell’apparato industriale-militare dell’imperialismo il 1989 è un anno di svolta. Nicolae Ceausescu è ancora al potere in Romania. Come rovesciarlo? I mass media occidentali diffondono in modo massiccio tra la popolazione romena le informazioni e le immagini del «genocidio» consumato a Timisoara dalla polizia per l’appunto di Ceausescu.

1. I cadaveri mutilati

Cos’era avvenuto in realtà? Avvalendosi dell’analisi di Debord relativa alla «società dello spettacolo», un illustre filosofo italiano (Giorgio Agamben) ha sintetizzato in modo magistrale la vicenda di cui qui si tratta:
«Per la prima volta nella storia dell’umanità, dei cadaveri appena sepolti o allineati sui tavoli delle morgues [degli obitori] sono stati dissepolti in fretta e torturati per simulare davanti alle telecamere il genocidio che doveva legittimare il nuovo regime. Ciò che tutto il mondo vedeva in diretta come la verità vera sugli schermi televisivi, era l’assoluta non-verità; e, benché la falsificazione fosse a tratti evidente, essa era tuttavia autentificata come vera dal sistema mondiale dei media, perché fosse chiaro che il vero non era ormai che un momento del movimento necessario del falso. Così verità e falsità diventavano indiscernibili e lo spettacolo si legittimava unicamente mediante lo spettacolo.
Timisoara è, in questo senso, l’Auschwitz della società dello spettacolo: e come è stato detto che, dopo Auschwitz, è impossibile scrivere e pensare come prima, così, dopo Timisoara, non sarà più possibile guardare uno schermo televisivo nello stesso modo» (Agamben 1996, p. 67).
Il 1989 è l’anno in cui il passaggio dalla società dello spettacolo allo spettacolo come tecnica di guerra si manifestava su scala planetaria. Alcune settimane prima del colpo di Stato ovvero della «rivoluzione da Cinecittà» in Romania (Fejtö 1994, p. 263), il 17 novembre 1989 la «rivoluzione di velluto» trionfava a Praga agitando una parola d’ordine gandhiana: «Amore e Verità». In realtà, un ruolo decisivo svolgeva la diffusione della notizia falsa secondo cui uno studente era stato «brutalmente ucciso» dalla polizia. A vent’anni di distanza lo rivela, compiaciuto, «un giornalista e leader della dissidenza, Jan Urban», protagonista della manipolazione: la sua «menzogna» aveva avuto il merito di suscitare l’indignazione di massa e il crollo di un regime già pericolante (Bilefsky 2009). Qualcosa di simile avviene in Cina: l’8 aprile 1989 Hu Yaobang, segretario del PCC sino al gennaio di due anni prima, viene colto da infarto nel corso di una riunione dell’Ufficio Politico e muore una settimana dopo. Dalla folla di piazza Tienanmen il suo decesso viene collegato al duro conflitto politico emerso anche nel corso di quella riunione (Domenach, Richer 1995, p. 550); in qualche modo egli diviene la vittima del sistema che si tratta di rovesciare. In tutti e tre i casi, l’invenzione e la denuncia di un crimine sono chiamate a suscitare l’ondata di indignazione di cui il movimento di rivolta ha bisogno. Se consegue il pieno successo in Cecoslovacchia e Romania (dove il regime socialista aveva fatto seguito all’avanzata dell’Armata Rossa), questa strategia fallisce nella Repubblica popolare cinese scaturita da una grande rivoluzione nazionale e sociale. Ed ecco che tale fallimento diviene il punto di partenza di una nuova e più massiccia guerra mediatica, che è scatenata da una superpotenza la quale non tollera rivali o potenziali rivali e che è tuttora in pieno svolgimento. Resta fermo che a definire la svolta storica è in primo luogo Timisoara, «l’Auschwitz della società dello spettacolo». Leggi il resto dell’articolo

L’Italia galleggia grazie ai nostri nonni evasori

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Che l’Italia sia in crisi nera, ce lo ripetono come un mantra ormai da qualche anno. Ogni giorno siamo sull’orlo del baratro. Ogni giorno riceviamo l’estrema unzione. Ogni sera andiamo a letto salutando i nostri cari come se non ci fosse un domani. Eppure, ogni giorno dopo, ci alziamo e ce la caviamo. In realtà, anche piuttosto bene. A sentire i dati estesi all’Europa, l’Italia è nei guai più o meno quanto Grecia, Spagna e compagnia. Ma se Irlanda e Portogallo boccheggiano, se la Grecia è ridotta letteralmente alla fame, se la Spagna ha già vissuto di recente rivolte di piazza… in Italia l’aria da cataclisma imminente non si percepisce affatto.

Si dice che i detti popolari e le massime della nonna contengano sempre saggezza. In mesi, anni di analisi impegnate sulla crisi economica nostrana, la riflessione più puntuale esce proprio dalla bocca del popolano qualunque. Le rivolte brasiliane, spagnole, greche, qui non le vedremo di sicuro. Nonostante la nostra situazione non si allontani di molto, non è questa generazione che darà il via alle sommosse. Ci toccherà galleggiare ancora un paio di decadi e poi potremo iniziare a sperare nel precipitare degli eventi.

L’Italia è, lo sappiamo tutti, un paese di risparmiatori. La fortuna del Bel paese è stata la cocciutaggine bigotta tradizionalista dei nostri nonni, che per anni hanno infilato soldi sotto il cuscino nell’ottica del risparmio non a proprio uso e consumo, ma da tramandare a figli e nipoti. Al sud, paradosso, nonostante la disoccupazione e l’economia tutta siano messe peggio, l’aria è più serena. Nonostante ci sia meno lavoro, si vive quasi meglio. La persona che, con 400 euro al mese, mangia, esce e dorme al caldo non è un essere mitologico ma la quotidianità. Questo grazie al nonno che in passato aveva il vizio di investire i risparmi di una vita per costruire case di quattro piani dove potessero vivere in futuro i figli, e i figli dei figli, e i figli dei figli dei figli. Così, il disoccupato meridionale, seppur in difetto di denaro più difficilmente si trova in difetto di mattone, e – con una famiglia vicina in grado di sfamarlo – può godere dei 400 euro puliti puliti per sigarette, aperitivi e hogan.

L’Italia è il paese delle case di proprietà se non addirittura delle seconde case. Quelle che il governo ora colpisce con Imu, Service Tax, proposte Kyenge (quella sulle seconde case) e diavolerie varie. Per allinearci agli standard europei, ci dicono. Ma se la situazione non è ancora precipitata, da noi, è perchè male che vada abbiamo una seconda casa in cui rifugiarci o – sempre male che vada – un’appartamento in eredità i nostri genitori riescono a passarcelo. Grazie anche alla nobile pratica dell’evasione, per cui i nostri saggi nonni truffatori hanno ritenuto più efficace infilare i sopra citati denari sotto il cuscino piuttosto che affidarli allo Stato malfattore. E con l’evasione, ci hanno costruito/comprato case. Quelle che ora ci mantengono a galla.

La vera domanda è: che cosa sarà in grado, la generazione di oggi, di lasciare alla generazione successiva? Nulla. L’affitto non si tramanda, il contratto a tempo determinato neppure. Tutt’al più, con un po’ di magheggi, qualche debito. Non evadere per affidare i risparmi allo Stato, che li consegna al Fondo Salva Stati, che li regala alle Banche, che li usano per lucrare sul prestito che ti concedono perchè hai bisogno di soldi e non hai risparmi.

Ancora un paio di decadi di pazienza. E poi la nuova generazione, forse, avrà la fortuna di esser libera di dar via alla rivolta.

Fonte

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