La partita dell’energia tra Eni e shale gas

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di Francesco Carlesi

La fratturazione idraulica è una tecnica d’estrazione di gas che sta assumendo sempre più importanza e notorietà in questi ultimi anni. Per ogni pozzo, trenta o quaranta milioni di litri d’acqua, miscelata con sostanze chimiche (coperte da segreto industriale) vengono sparate con una pressione che frantuma la roccia, liberando il gas, che viene catturato e commercializzato. Tutto ciò sta diventando un’impressionante arma nelle mani degli Stati Uniti d’America, i maggiori produttori e consumatori a livello mondiale del cosiddetto shale gas, i cui prezzi rispetto alle risorse  energetiche tradizionali appaiono estremamente competitivi. Non a caso, sono proprio le lobby industriali americane ad opporsi alla vendita verso l’estero dello shale, per mantenere un vantaggio economico non indifferente rispetto ai concorrenti europei e asiatici. Difficile credere che sarà così per sempre.

La questione ucraina si inserisce appieno in questo contesto. Impossessarsi del paese – chiave attraverso il quale passa la maggior parte del gas russo per l’Europa (e quindi l’Italia) avrebbe un valore strategico fondamentale per gli Usa nella “lotta energetica” che anima le maggiori potenze mondiali. A quel punto, infatti, potrebbe essere facile per il paese a stelle e strisce entrare sul mercato con lo shale gas da dominatore incontrastato. I recenti incontri diplomatici di Obama e il tentativo di isolare la Russia nascondono anche questa valenza.

La nota vicenda del South Stream (che “bypassa” l’Ucraina) assume quindi una volta di più carattere vitale per l’Italia, in una partita in cui è l’indipendenza nazionale ad essere in gioco. Centrale per il nostro paese e il suo “braccio armato”, l’Eni di Scaroni, sarà anche la capacità di differenziare le fonti di approvvigionamento energetico. All’ordine del giorno vi è la questione della Tap (Trans Adriatic Pipeline), che  dovrebbe portare gas naturale dall’Azerbaijan all’Italia tramite Grecia e Albania. Questo progetto di Gasdotto Trans-Adriatico prevede la realizzazione di un nuovo metanodotto di importazione di gas naturale dalla regione del Mar Caspio all’Europa, lungo circa 870 km, con approdo sulla costa italiana,  nella provincia di Lecce. Sarà dura però superare le perplessità di ambientalisti e partiti politici (SEL in primis), che si oppongono strenuamente alla realizzazione in questione.

Importante è anche il gas proveniente dalla Libia, in cui ancora subiamo le conseguenze dell’intervento armato contro Gheddafi, grazie al quale Francia e Inghilterra si sono inserite nel paese mettendo in pericolo i nostri interessi. Tornare a essere “matteiani” e recuperare le posizioni in Africa, un continente nel quale oltre alla tradizionale presenza francese si stanno facendo prepotentemente strada attori quali Cina e Brasile, è una delle sfide più importanti che si pongono di fronte alla nostra nazione.

Anche perché, oltre agli Stati Uniti, anche Israele potrebbe diventare un futuro esportatore di gas, se riuscisse a sfruttare a pieno la recente scoperta del maxi-giacimento Leviathan nel Mar di Levante. Stiamo parlando di un paese che che sin dagli anni ’50 tentò di ostacolare le nostre politiche indipendentiste sul piano energetico e delle relazioni internazionali. Riguardo al Leviathan, già si è aperta una lotta, diplomatica e non, tra le potenze della zona come Cipro e Turchia (oltre ovviamente a Russia e Stati Uniti) per trarre massimo vantaggio da una situazione che potrebbe letteralmente rivoluzionare gli scenari.

Come si evince facilmente, le carte in tavola possono cambiare da un momento all’altro. Oltre alle pesanti incognite emerse recentemente riguardo allo shale gas, sia dal punto di vista delle reali potenzialità dei giacimenti che da quello del devastante impatto ambientale, i maggiori nodi da sciogliere per il nostro paese restano legati alla capacità strategica dell’Eni. A Scaroni, impegnato in diversi incontri importanti tra Africa e Washington in questi giorni, il compito di dare voce all’Italia nella complessa rete in cui da sempre si muove la nostra tormentata politica estera.

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Il caso-Moro e la politica internazionale

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di Francesco Carlesi

E’ il 2009 quando un lettera anonima alla Stampa a proposito del caso – Moro si conclude con queste parole: «La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente…Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più». Partendo proprio da queste rivelazioni, l’esperto di antiterrorismo Enrico Rossi ha svolto una serie di indagini, sollevando recentemente il dubbio di un “intervento di copertura” dei servizi segreti in occasione della strage di Via Fani. L’ispettore Rossi, ora in pensione, riapre una delle ferite più gravi della storia repubblicana, i cui contorni appaiono ancor oggi tutt’altro che chiari.

Ma le sue parole possono stupire solamente gli sprovveduti o i disinformati. Sin dai giorni del sequestro, la seduta spiritica a cui partecipò Romano Prodi fece capire che qualcosa di torbido si celava dietro la vicenda. E il documentatissimo libro Doveva Morire del giudice Ferdinando Imposimato, che si occupò a lungo del caso, già aveva messo a nudo le barriere che magistrati e polizia avevano trovato nelle loro indagini. Muri eretti da personaggi i cui nomi e cognomi sono noti, come l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, che creò un apposito “comitato ombra” per perseguire i suoi scopi. Fini personali e “americani”.  Aiutato per l’occasione dall’immancabile CIA nella persona di Steve Pieczenik. E si capisce come non abbia senso qui tirare in ballo il ritornello dei “servizi deviati”, se è vero che la politica filoatlantica è stata uno dei capisaldi della classe dirigente italiana del dopoguerra, e di rimando di militari e forze dell’ordine. E proprio chi tentò di “deviare” da questa linea è stato inesorabilmente colpito, come Mattei e lo stesso Moro. Aprire al mondo arabo e cercare una via indipendente per l’Italia è stato il grande peccato mortale della politica italiana post – 1945, da allora inesorabilmente inquinata dalle manovre dei servizi americani, russi e israeliani (oltre che delle logge massoniche nazionali e internazionali quale la P2), in cerca dei loro interessi nel paese crocevia geopolitico del mediterraneo. Rilevare ciò è un mero dato di fatto che non ha nulla a che vedere con l’altro abusato ritornello del “complottismo”. «Non esistono complotti, solo strategie», e basta qui rifarsi al citato libro di Imposimato, o ad acute ricerche quale Dominio incontrollato di Filippo Ghira.

Se è vero quindi che molti giovani di diverse fazioni si organizzarono per “combattere il sistema” con mezzi spesso illegali, altrettanto pacifico sembra rilevare il ruolo che i servizi segreti giocarono negli anni della Guerra fredda. Servizi di tutto il mondo, e strutture internazionali come l’Hyperion di Corrado Simioni, che elaborarono raffinate strategie e fecero dell’infiltrazione uno dei capisaldi del loro modus operandi. Non a caso Bettino Craxi nel 1980 indicò proprio Simioni come il “grande vecchio” dietro le Br e diverse azioni terroristiche sul suolo italiano. Ma a suggerimenti di questo tipo troppo spesso la stampa e la politica non ha dato seguito con indagini e (auto)critiche serie. Vedremo se le parole di Rossi saranno un momento per riflettere e tentare di scoprire una delle tante verità celate dietro l’apparenza della democrazia, oppure solo l’ennesima occasione mancata.

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I veri costi che nessuno taglia sono quelli della sovranità ceduta

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di Gianni Dessi

Poco tempo fa, ho scritto in una nota che il presunto (?) taglio delle commesse legate all’acquisto dei famigerati, e sonori bidoni, Jet “F35”, sarebbe certamente sacrosanto, ma anche decisamente tardivo e non risolutivo in nulla. Un ritardo che ha permesso di buttare più di 3 miliardi già investiti dagli stessi cialtroni che oggi (ad un solo anno di distanza) dicono essere superflui.
(leggi articolo correlato a fondo pagina)
Ho anche già palesato che Il programma “soldato futuro”, come altri programmi militari, e’ certamente rinviabile a fronte delle esigenze impellenti generate dalla crisi attuale.
Ciò che proprio non mi torna, è la volontà dichiarata dal governo: da un lato, di non sostituire con altro le mancate acquisizioni – queste necessarie a tenere in vita un dispositivo accettabile ed autonomo di difesa; dall’altro, di operare un generale piano di dismissione della logistica militare italiana, rinunciando de facto et sine die alla possibilità di avere una politica militare indipendente.
Non torna, perché si mette in discussione la sicurezza, ed esistenza stessa, di una nazione in quanto tale, salvo avere in mente (non essendo loro né pacifisti né ingenui), il definitivo appalto della difesa ad organismi sovranazionali (UE e NATO), slegandola da ogni possibile ultimo trait d’union con la nazione stessa. Parte del più generale piano di liquidazione della sovranità nazionale italiana residua e dismissione dei suoi beni strategici e produttivi.
Questi tagli – questi si, populisti nel peggior senso del termine ed in assenza di una definita diversa e nuova politica estera, oggi completamente assente – rischiano di essere solo un palliativo ancor più dannoso delle spese.
Infine, giova chiedersi :dove andranno a finire questi risparmi? Ai disoccupati, alle famiglie, ai lavoratori, alle PMI? Ovviamente no, anche li si taglia alla grande. La risposta e’ – dati i parametri e gli impegni vincolanti dei trattati europei – andranno a ripianare il debito truffa ed a finanziare progetti UE e USA.
Il gioco delle tre carte sarebbe completo. Il banco vince sempre e noi continuiamo ad agonizzare.
A ben guardare, basterebbe semplicemente riappropriarsi della propria politica estera e sovranità nazionale (su quella monetaria, leggi articolo correlato a fondo pagina), ma questo non è in discussione e guarda caso va nella stessa direzione di quanto sopra esposto
Vediamo nel dettaglio alcune voci.
Iniziamo con il Fiscal Compact, il quale dovrebbe “comportare, ogni anno, tagli alla spesa ed aumenti delle entrate per complessivi 50 miliardi di euro circa. Nel tentativo di ridurre lo stock di debito pubblico, si ridurrebbe ulteriormente il Pil aumentando quindi il rapporto tra stock e debito”.
Per il MES, l’Italia dovrà versare in scaglioni una percentuale del 17,9% del totale, cioè 125,3 miliardi di Euro, sul totale di 700 miliardi di Euro previsti.
Questo, non è messo minimamente in discussione.
Vogliamo parlare della nostra azione “poco diplomatica” in Ucraina e la volontà di aderire alle (auto)sanzioni europee alla Russia? Il nostro volume d’affari complessivo con la Russia si avvicina ai 28 miliardi di euro ( 10 export e 18,5 import), che verrebbero messi a rischio per assecondare i capricci Neo Atlantici di Mr. Obama e le voglie di mercati e materie prime della Cancelliera Merkel. Per non parlare dei danni alla nostra economia, non solo in materia energetica, che potrebbe causare un irrigidimento delle rispettive posizioni.
Insomma, dopo aver autoboicottato la nostra economia mediterranea e vicino orientale, contribuendo attivamente (e finanziariamente) ad attaccare i nostri migliori partner commerciali, facciamo sepuku anche con quello che rimane.
Giova ricordare i danni fatti con le cosidette “primavere arabe” che, per noi e per loro, si sono rivelati bui inverni. Il danno alla nostra economia è ammontato nel 2011 in un calo del 20% delle esportazioni complessive con il Nord Africa. La riduzione è in buona parte dovuta al crollo (-77%) delle esportazioni verso la Libia, a causa della guerra civile che ha interrotto per alcuni mesi il flusso di beni e servizi. Rilevante, ma certamente più contenuto, è il calo delle esportazioni verso l’Egitto (-12%) e la Tunisia (-11%).
Lo scempio portato avanti in Libia è costato da solo circa 2 miliardi di euro in esportazioni (fonte Camera di Commercio Italo Libica) e circa 1 miliardo di spese militari di guerra.
Con l’Iran (- 20% di solo export nel 2012) l’interscambio (import/export) è diminuito – dal 2011 al 2012 – di 3,5 miliardi. Senza valutare le enormi perdite future in termini di “costo opportunità”. Parliamo infatti, di un mercato di 79 milioni di persone, di cui il 70% tra i 15 e i 64 anni di età, in continua evoluzione.
Con la Siria, si è fatto ben di peggio (- 1,16 miliardi di euro) con l’abdicazione al ruolo di principale partner economico europeo e di terzo partner mondiale (dopo Cina e Arabia Saudita) acquisito grazie agli accordi bilaterali siglati da Bashar Assad e Silvio Berlusconi nel vertice del 20 febbraio 2002. Grazie a quegli accordi l’Italia giocava un ruolo da protagonista nell’estrazione del petrolio e delle materie prime e garantiva alle proprie aziende ruoli di primo piano nella realizzazione di infrastrutture collegate.
Volutamente, e non certo per secondaria importanza, sto tralasciando l’aspetto geopolitico ed umanitario (nel vero senso della parola, non usraeliano del termine), che è ben stato affrontato in molte altre sedi. Gli scempi fatti, e ancora in corso, chiedono vendetta davanti a Dio e agli uomini, italiani e non.
A questo fosco quadro, si dovrebbero aggiungere i costi del mantenimento attivo di truppe, uomini e mezzi, in giro per il mondo a combattere guerre per procura.
Dal dopoguerra ad oggi,ma il 90% negli ultimi 30 anni, le nostre FFAA sono state impegnate in 132 missioni internazionali ( 38 ONU, 27 NATO, 23 UE, 43 altre), di cui ben il 40% di peace keeping ed il 17% di peace enforcement. Ossia, di guerra. Ancora oggi, ben 27 missioni sono in corso, al modico costo di 1,5 miliardi annui “in chiaro”(2013).
Non sappiamo, ma ammontano a centinaia di milioni, i costi occulti delle nostre sovvenzioni in termini di intelligence, armi, logistica e fondi per le operazioni di destabilizzazione per conto della NATO, come in Siria. Come è difficilmente calcolabile la “quota parte” italiana, uscita sempre dalle tasche dei contribuenti, che l’UE impiega per ripianare debiti e assistere stati, da portare nell’alveo della dittatura finanziaria europea e del suo mercato drogato. Gli 11 miliardi promessi alla golpista Ucraina sono ascrivibili a questi.
Last but not least, spendiamo ben 3,5 milioni di euro al mese per l’operazione Mare Nostrum, il cui nome nono poteva essere più ingannevole e inappropriato. Qui, per conto della globalizzazione e dei suoi interessi, ci facciamo carico del “prelievo e trasporto a domicilio” di masse di diseredati (vittime come noi, non certo colpevoli) utili al dumping sociale in patria, alle politiche di deportazione forzata per conto delle multinazionali ed ai criminali progetti delle èlite globali di distruzione delle identità e delle culture (di origine ed arrivo).
Si potrebbe anche andare avanti, ma credo che il quadro (equivalente a centinaia di miliardi di euro) possa bastare.
Appare chiaro che, nel nome dell’Europa e del suo prono servilismo agli USA/NATO, abbiamo distrutto una florida economia e decennali (alle volte, secoli) rapporti di parternariato commerciale.
Ora, ci continuano a chiedere dismissioni e privatizzazioni spacciandole come “necessarie”. Ci impongono rinunce salariali, tagli pensionistici e del personale, diritti del lavoro conquistati in secoli di dure lotte, pretendendo il plauso bovino delle masse anestetizzate da una politica assente e da media criminali e compiacenti. Ci vendono le continue cessioni di sovranità, più o meno mascherate, più o meno popolari, come i rimedi ai mali causati proprio dalla rinuncia al ruolo di Nazione e alla nostra esistenza come popolo, indipendente e sovrano.
Insomma, se proprio si vuole perire, almeno lo si faccia senza essere complici prudenti dell’assassino e con la dignità di una Nazione.

Fonti:
ISN
Newsmercati
Camera Italolibica
CCII
ilsole24ore
Difesa

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Riflessioni sulla democrazia

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Quando l’accesso a qualsiasi funzione non è più controllato da alcuna regola legittima, il risultato inevitabile è che ognuno sarà portato a fare qualunque cosa e spesso ciò per cui egli è meno dotato. [..] L’ultimo a intervenire, sarà proprio il solo fattore che do-vrebbe contare in un simile caso, cioè la differenza di natura esistente fra gli uomini. La causa di siffatto disordine è la denegazione di una tale differenza.. perché si è disconosciuta la natura dei singoli prima di finire col non tener alcun conto di essa – una tale negazione, diciamo, è stata costituita dai moderni in uno pseudo-principio sotto il nome di «eguaglianza».
Ora, sarebbe troppo facile mostrare che l’eguaglianza non può esistere in nessun caso, per la semplice ragione che è impossibile che due esseri siano realmente distinti eppure simili sotto ogni riguardo. Non meno facile sarebbe mettere in rilievo tutte le conseguenze assurde che derivano da questa idea chimerica, in nome della quale si è preteso di im-porre dappertutto un completo uniformismo, ad esempio impartendo a tutti un identico insegnamento, come se tutti fossero egualmente capaci di capire le stesse cose e come se, per farle comprendere, gli stessi metodi fossero adatti per tutti indistintamente. D’altronde, ci si può chiedere se non si tratti più di «apprendere» che non di veramente «comprendere», cioè se non si sia sostituita la memoria all’intelligenza nella concezione affatto verbale e «libresca» del moderno insegnamento, il quale mira solo ad accumulare nozioni elementari e eteroclite e nel quale la qualità resta interamente sacrificata alla quantità, come accade dappertutto nel mondo moderno per ragioni che chiariremo in seguito: si tratta sempre di una dispersione nel molteplice.

Nel riguardo, vi sarebbe molto da dire sui misfatti demo-cratici dell’«istruzione obbligatoria»: ma non è questo il luogo di insistervi e, per non uscire dallo schema che ci siamo proposto, dobbiamo limitarci a segnalare di passata questa conseguenza speciale delle teorie «egualitarie» come uno di quegli elementi di disordine, che son divenuti troppo numerosi per poterli enumerare tutti senza omissioni.
Naturalmente, quando noi ci troviamo di fronte ad una idea, come quella dell’«eguaglianza», o del «progresso», o di fronte agli altri «dogmi laici» che quasi tutti i nostri contemporanei hanno accettato ciecamente e la maggior parte dei quali han cominciato già a formularsi nettamente durante il XVIII secolo, non ci è possibile ammettere che tali idee siano nate spontaneamente. Si tratta, in fondo, di autentiche «suggestioni», nel senso più stretto della parola, che peraltro poterono produrre un effetto solo in un ambiente già preparato a riceverle.
Se dunque esse non hanno creato lo stato d’animo complessivo che caratterizza l’epoca moderna, hanno tuttavia contribuito ad alimentarlo e a svilupparlo fino ad un punto, che altrimenti non sarebbe stato di certo raggiunto.
Se queste suggestioni venissero meno, la mentalità generale sarebbe assai vicina a cambiar d’orientamento: per questo esse vengono così accuratamente favorite da tutti coloro che hanno un qualche interesse a protrarre il disordine, se non pure ad aggravarlo – e tale è anche la ragione per cui in tempi, nei quali si pretende di tutto sottoporre alla discussione, queste suggestioni sono le sole cose che non si debbono mai discutere.

Del resto è difficile determinare esattamente il grado di sincerità di coloro che si fanno i propagandisti di simili idee, e sapere in che misura certe persone finiscono con l’essere prese dalle loro stesse menzogne e col suggestionarsi all’atto di voler suggestionare gli altri.
Spesso in una propaganda del genere gli ingenui sono anzi gli strumenti migliori, perché vi portano una convinzione che agli altri sarebbe alquanto difficile fingere, e che è facilmente contagiosa.

Ma dietro a tutto questo, almeno inizialmente, occorre che vi sia stata una azione assai più cosciente, una direzione che può venir soltanto da uomini sapienti perfettamente il fatto loro in ordine alle idee fatte circolare in tal guisa.
Noi abbiamo parlato di «idee», ma una tale parola qui calza assai poco, essendo evidente che nella fattispecie non si tratta per nulla di idee pure e nemmeno di alcunché che appartenga come che sia all’origine intellettuale. Leggi il resto dell’articolo

Gli americani dietro il Golpe in Ucraina

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di Gianni Petrosillo

Le ingerenze esterne nella sedizione di Maidan vengono a galla con particolari choccanti (non tanto per noi). Dopo la telefonata intercettata dai servizi segreti russi, qui , tra Victoria Nuland, diplomatica americana che ricopre la carica di Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs per il Dipartimento di Stato USA e l’ambasciatore statunitense a Kiev, Geoffrey Pyatt, nella quale i due decidevano, mandando a quel Paese l’Europa, chi tra le forze golpiste ucraine avrebbe dovuto gestire la transizione, viene rivelata (sempre dall’Intelligence del Cremlino) un’altra comunicazione,  qui , tra la baronessa Catherine Ashton, Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione europea e il ministro degli Esteri estone Urmas Paet.

Quest’ultimo di ritorno da Kiev rivela al politico inglese che “Tanto tra le persone quanto tra i manifestanti ci sono stati morti uccisi dai cecchini. Gli stessi cecchini uccidevano persone su entrambi i fronti. C’è l’impressione sempre più forte che dietro i cecchini non ci sia Yanukovych ma qualcuno della nuova coalizione.” Avete sentito bene. Con tanto di prove fotografiche e dichiarazioni di medici vicini ai manifestanti che hanno soccorso i feriti, Paet mette in guardia i vertici europei su Maidan, che non è quello che si crede, per quanto esista indubbiamente un malcontento popolare verso una classe dirigente corrotta ed incapace di risvegliare l’economia della nazione.

A questo punto non è difficile intuire chi c’è dietro il putsch di Kiev che Bruxelles, nonostante le informazioni in suo possesso, avvalora con aiuto finanziario e sostegno economico. Chi è dunque dalla parte sbagliata della storia, Putin come afferma l’incauto Obama o lo stesso presidente americano? Noi abbiamo segnalato per tempo tutte le “incongruenze” tra la versione dei fatti comunemente accettata dalla famigerata Comunità internazionale e la direzione reale degli avvenimenti in varie occasioni (qui ,  qui qui, qui ). Purtroppo, la nostra voce che sale da un piccolo blog relegato nei meandri della rete viene ricevuta da pochi (ma speriamo buoni).

Tuttavia, non crediate che quanto venuto a galla in questi giorni sia sufficiente a far cambiare opinione ai nostri governanti europei i quali di mestiere fanno i servi della Nato e per hobby i mistificatori dell’evidenza storica. Quindi non aspettiamoci nulla dall’Europa unita, mentre auspichiamo lo scollamento del fronte comunitario a causa dell’emergenza di interessi particolari di qualche membro, come la Germania, che difatti sta timidamente rompendo le righe. Adesso i crucchi temono che l’ “operazione”, alla quale essi hanno partecipato con subdole istigazioni,  finisca con l’avvantaggiare soltanto il partner d’oltreoceano. Inoltre, referenti istituzionali tedeschi come l’ex premier Schröder e l’attuale ministro degli esteri Steinmeier coltivano buoni rapporti con Mosca. Proprio questi legami sono stati stigmatizzati dalla stampa statunitense e dai caporioni di Washington che si sono affidati alla Merkel, il loro “uomo” a Berlino, per limitare l’azione dei suddetti politici troppo vicini a Putin.

E’ ormai innegabile il dato che i destini dell’umanità siano in mano a pessimi elementi, avventurieri del caos e della destabilizzazione globale, come Barack Obama, detentori di Nobel alle intenzioni smentite dai successivi accadimenti. Il Capo della Casa Bianca è l’unico fuori dalla realtà, essendo il capostipite di una cricca predominante che non vuole accettare la trasformazione degli equilibri planetari e l’evoluzione geopolitica della scacchiera mondiale in senso multipolare. Per preservare questo strapotere, fuori da ogni logica evenemenziale, sta trascinando stati e popoli nel disordine e nella guerra. L’Europa che non vuole sganciarsi da questi poteri internazionali, dai quali si fa dettare l’agenda politica e finanziaria, rischia di trasformarsi in un avamposto della crisi sistemica globale dove tutte le tensioni generali verranno a scaricarsi con grave nocumento per i suoi cittadini.

Nel frattempo, dopo quanto appreso, si dovrebbe immediatamente rimuove lady Ashton dalla funzione che svolge. Tale bar(b)oncina incapace che non aveva nessuna esperienza internazionale alle spalle prima di assurgere a capo della diplomazia europea è l’emblema di questa UE senza coraggio e senza spina dorsale. Un vero delitto verso i popoli europei in un’epoca che si annuncia densa di sconvolgimenti.

 

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