Breviario del cretino ovvero: perché non ci si ribella?

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di Alceste

Stiamo diventando un popolo di cretini?
Ne ho il sospetto.
Solo una popolazione europea di cretini può accettare lo stato attuale delle cose senza provare la voglia di menar le mani.
E cosa è accaduto di così profondo tanto da rimbambirci in tal modo?
Una immane mutazione antropologica, una frattura continentale, uno iato spaventoso; si è insinuato nel sangue un virus zombificante, favorito dal parallelo e debordante progresso tecnologico. A forza d’incoraggiare l’elemento immaginifico dell’uomo, il suo lato emozionale, uterino, isterico, vegetativo, siamo giunti al punto di rottura epocale, alla devoluzione della ragione.
Punto di rottura. 100 gradi celsius. Un attimo primo c’è l’acqua, l’attimo dopo il vapore. È ancora acqua, ma solo chimicamente.
Ed esattamente cosa si è rotto?
Rispondo: il principio di non contraddizione.
Il principio dei principî. L’architrave dell’homo occidentalis: “Non può essere che una cosa sia e non sia una certa cosa allo stesso tempo e nel medesimo rispetto”.
Esempio: Io sono più alto di Mario, qui e ora. Non posso essere più alto e più basso, allo stesso tempo, ora, nei confronti di Mario.
O sono più alto o sono più basso.
Facile, no?
Da ciò deriva il principio di identità (Io = Io; Mario = Mario) nonché l’amabile principio del terzo escluso: ogni proposizione dotata di senso può essere o vera o falsa. Ch’io sia più alto di Mario può essere o vero o falso.
Se non è zuppa è pan bagnato, e viceversa. Non ci sono ulteriori alternative: tertium non datur.
Per il cretino no, non è così. Tremila anni di logica ‘au cabinet’, per dirla con Alceste.
Ma se crolla tale sommo architrave cosa accade?
L’apocalisse della razionalità.
La si può condensare nella formula dello pseudo Scoto: “Ex falso sequitur quodlibet”: tutto è permesso. Se è ammissibile la suprema contraddizione (che una cosa sia e non sia) allora tutto vale, ogni follia è permessa; siamo ai Saturnali della logica, al Carnevale della deduzione, al tana-libera-tutti della causalità.
Il supremo principio non viene più riconosciuto, né applicato.
Ecco la vera new age: lasciata alle spalle l’era dello stupido, entriamo trionfanti in quella del cretino. Il cretino risponde solo a stimoli bassamente emozionali, ad anacoluti logici, al volemose bene dell’inferenza. Per lui tutti i gatti sono grigi.

Esempio 1: Siamo un partito di lotta e di governo.
Esempio 2: Mi piace Céline, ma anche Fabio Volo.
Esempio 3: Mi ha messo le corna eppur mi ama ancora.
Esempio 4: La scoperta dell’alba è un grande romanzo.

E via così.
Ma esiste un cretino integrale, perfetto?
Certo, il cretino 2.0. Sta facendosi strada velocemente. Purtroppo residuano ancora delle sacche di razionalità e buon senso, specie nelle vecchie generazioni. Qualcuno ancora s’ostina, disperatamente, a tramandare ai discendenti basici elementi di logica; tuttavia il dado è tratto: ancora mezzo secolo di Occidente e i cretini 2.0 erediteranno la terra. Sì, mezzo secolo, di questo passo, è più che sufficiente, ve lo dice uno stupido.
Nel frattempo trastulliamoci delineando una (provvisoria) fenomenologia del cretino.

1. Ci sono due tipi di cretino: il cretino-cretino (old style) e il cretino 2.0 (coming soon).

2. Il nocciolo duro delle convinzioni del cretino-cretino sono i pregiudizî. Su quelli non transige. I pregiudizî del cretino: la tradizione familiare, l’imparaticcio scolastico, la chiacchiera, le gazzette.

3. Il cretino-cretino, infatti, ha un piccolo serbatoio di pensieri e frasi fatte a cui non applica il minimo ragionamento o critica. Quando tale angusto orticello è messo criticamente in pericolo, il cretino-cretino può arrivare al turpiloquio, al fanatismo, all’offesa più sanguinosa.

4. Al cretino-cretino puoi far credere tutto, basta lisciarlo nei pregiudizî.

5. I pregiudizî assicurano il cretino-cretino del possesso d’un pensiero.

6. Il fiume del cretino-cretino si perderà naturalmente nello sterminato oceano del cretino 2.0.

7. Il cretino 2.0 è il cretino integrale, il cretino del futuro.

8. Al cretino 2.0 va bene tutto. Per lui, in fondo, tutto è possibile. Per lui un evento può essere bianco o nero. Tertium datur. Ma anche quartum, quintum e sextum. Rosso, verde, a pois. Perché no?

9. Per il cretino ogni posizione, a ben guardare, è desiderabile. Come quelle di Desdemona nelle parole di Iago: “With her, on her, what you will”.

10. Il cretino 2.0 ha finalmente abolito il nesso di causalità. Se vede il fumo non inferisce il fuoco, a meno che glielo annunci il telegiornale o un conoscente cretin-autorevole. Per lui una colonna di fumo può arrivare a significare tutto tranne l’incendio. Di solito quando il cretino 2.0 si ritrova coi piedi bruciati, dà la colpa al destino cinico e baro.

11. Se il cretino 2.0 protesta contro una gabella gravosissima lo fa sotto gli stessi vessilli del politico che l’ha imposta. Se urlacchia contro gli immigrati lo fa al fianco di chi ha firmato il trattato di Schengen. Se sfila a favore della famiglia tradizionale lo fa mano nella mano con un divorziato. Se si batte per il libero amore divorzierà dalla moglie che l’ha reso cornuto. Si può andare avanti per giorni.

12. Il cretino 2.0 è un conformista di prim’ordine. Anche nell’anticonformismo.

13. La cretineria 2.0 è comune a ogni gradino sociale o gruppo o casta o consorteria o carboneria.

14. Il cretino 2.0 è un appassionato di meteorologia; egli compulsa avidamente i referti di tale scienza poiché desidera, sempre e comunque, il bel tempo da cartolina. Il cretino 2.0, infatti, è un congenito homo turisticus.

15. Il cretino 2.0 si stanca presto. Egli può sinceramente darti la mano e sancire: “Combatterò assieme a te, senza requie e tentennamenti, la politica nefasta delle Teste Tonde!”. Qualche ora dopo potrai trovarlo sulle barricate a urlare: “Abbasso le Teste Piatte, viva le Teste Tonde!”. Cambia idea col volgere del clima, come si cambia una casacca fuori stagione.

16. Al cretino 2.0 manca lo sguardo d’insieme, la visione generale, il panorama a volo d’aquila, il colpo d’occhio del genio. Lui si interessa alle minuzie, agli attimi. La sua vita, infatti, è frantumata in attimi e minuzie. È un uomo liquido: un cretino, appunto.

17. Il cretino 2.0 è facile agli entusiasmi. Ogni iniziativa lo esalta. Quasi sempre, però, abbandona il balocco dopo qualche giocata.

18. Il cretino 2.0 ama divertirsi: in fondo è un goliarda. Quando agli eventi appiccano il cartello ‘questo è davvero divertente!’, egli si diverte ancor di più. Il cretino 2.0 applaude tutto quello che si muove. Se le gazzette scrivono d’un film: ‘commovente’, il cretino 2.0, alla visione, si commuove: si sentirebbe altrimenti a disagio.

19. Il cretino 2.0 ambisce alle vacanze a Formentera, in Provenza, a Londra, al Cairo, in Nepal o nella Death Valley. Il Colosseo, Paestum e gli Uffizi, invece, lo annoiano sino allo sbuffo.

20. Al cretino 2.0 piacciono i calembour, i giochi di parole, le storpiature, i doppi sensi, le parodie, il plagio, la freddura, il centone, l’impressione, la fantasticheria, lo psicologismo; tutti debitamente privi d’arguzia. Tale bolsa e superficiale ginnastica mentale sostituisce presso di lui la lettura, lo studio assiduo, la tranquilla profondità, la solida saggezza.

21. Quando dieci cretini 2.0 s’intruppano insieme fondano una corrente politico-filosofico-letteraria o un think-tank. Il cretino 2.0 in solitaria tende, invece, all’estensione di romanzi o memorie o consimili aggrumati di fonemi.

22. Per il cretino 2.0 il passato non esiste, e neanche il futuro. Esiste il qui e ora, eternamente ripetuto e affermato. Il cretino 2.0 è senza storia. Come presentì Eraclito: “Per lo sciocco il sole è nuovo ogni giorno”.

23. Come tutti coloro che si occupano di minuzie, bagattelle e piccinerie, il cretino 2.0 possiede un’alta considerazione di sé stesso. Manca di ironia, di scetticismo, di tutte le qualità, insomma, che derivano dalla comprensione generale della vita e dei fenomeni umani. Egli degenera spesso in un burocrate oppressivo, e devoto ai cavilli di quella legge di cui ignora lo spirito.

24. Il campo d’azione del cretino 2.0 è il proprio pollaio.

25. Poiché manca d’una visione generale dei problemi, il cretino 2.0 cambia spesso idea o non ne ha alcuna; è un testardo che si impunta su delle sciocchezze o su interpretazioni sbagliate o fasulle. Non guarda il cielo, né la luna, ma neanche il dito; di solito si guarda il ciuffo.

26. Il cretino 2.0 non riconosce i propri predatori. Nonostante questo non si estinguerà: anche i predatori sono, infatti, cretini 2.0, ma con la villa al mare.

27. Il cretino 2.0 si propaga in ragione esponenziale.

28. Quando il cretino 2.0 dominerà la Terra, non avrà altri umanoidi a cui fare la morale. Allora, solo allora, si squarceranno le porte del cielo e Azathoth, il Dio cieco e idiota dello Sfacelo, fra l’infernale strepito di flauti e buccine interstellari, gorgoglierà sbavando il testamento dell’umanità.

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Il nuovo potere

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di Matteo Volpe

Siamo testimoni di una delle più grandi mutazioni globali. Per la prima volta nella storia, il potere si è separato dalla politica. Questo mutamento si è affermato in modo chiaro negli ultimi venti o trent’anni. Si è stati sempre abituati a considerare il potere come una diretta conseguenza della politica, o per lo meno, a pensare che qualsiasi potere, per essere tale, dovesse essere politico. Oggi, invece, non solo non ha alcun bisogno della politica, ma fa di tutto per sfuggirvi. Questo mutamento si accompagna ad un altro, ad esso collegato; la totale mancanza di consapevolezza degli individui di questo avvenimento, l’assoluta incomprensione di cosa sia il potere. La quasi totalità delle persone continua ad avere la stessa concezione del potere di cinquanta, cento, duecento o mille anni fa. Si continua, nonostante tutto, a considerare il potere come politico, addirittura in certi casi come sinonimo di politica. Ciò è completamente falso. Il potere, nelle attuali condizioni, funziona secondo meccanismi del tutto diversi. Non c’è coscienza del potere presso i contemporanei, neanche tra i più istruiti. Questa incoscienza è anch’essa un fenomeno inedito. In tutte le epoche le persone, dal notabile all’ultimo mendicante, hanno sempre saputo cosa fosse il potere. Il Re, il Papa, l’Imperatore, il Generale. Era anzi un requisito fondamentale del potere quello di essere riconosciuto chiaramente da tutti come tale, soprattutto dai suoi subalterni.

L’individuo contemporaneo non sa “chi comanda” ammesso che si possa dire ancora così, perché il potere, oggi, non funziona secondo la comunicazione prescrittiva: più che incutere timore, il potere oggi seduce, più che reprimere, eccita e stimola. Per la prima volta il potere è il deus absconditus della tradizione teologica. Non fa nulla per manifestarsi, anzi, si cela il più possibile e frappone tra sé e i dominati immagini, simulacri, idoli, che non dicono nulla della sua vera natura.

La politica si regge su confini, limiti, frontiere, divieti. La giurisdizione della polis non si estendeva oltre il suo territorio. Lo Stato ha potere solo entro i propri confini, verso l’esterno può esercitare un’influenza indiretta nelle controversie internazionali. Se vuole imporsi su un altro stato deve annetterlo con la forza, cioè estendere i propri confini. Ma per quanto possa essere esteso, la sua giurisdizione si si fermerà sempre a una frontiera fisica, che ne segna la fine.

Il potere oggi si è depoliticizzato. Ha abbandonato lo Stato come propria sede e si è dislocato al di fuori dei suoi confini. Il potere non coincide più con un territorio specifico e non ha un centro amministrativo. Non muove guerra per estendere i propri limiti e per inglobare altri poteri, ma per abolire tutti i limiti. Di conseguenza aggredisce tutti gli strumenti di cui un tempo si è servito e che oggi sono inadeguati rispetto ai suoi meccanismi. Lo Stato non soltanto viene abbandonato, ma deve essere combattuto, perché circoscrive un territorio e vi prescrive una legge. In questa prassi di circoscrizione e prescrizione si realizza il potere classico che è del tutto incompatibile col nuovo potere che si slega, si smaterializza, si deterritorializza e scompare alla vista. Lo Stato può sopravvivere soltanto negando se stesso, cioè abolendo la propria legge e i propri confini. E ciò è una contraddizione in termini, perché nel momento in cui lo facesse smetterebbe di esistere. Ma nemmeno il nuovo potere può accettare la permanenza dello Stato, la spartizione del suolo, la prescrizione della legge, che ne contraddice la natura. Perciò un conflitto tra il nuovo potere, che si muove (non è più “fermo” in un luogo ma in continuo movimento) nel mercato e si propaga attraverso le reti di comunicazione, e il potere classico statuale, che si radica, si situa e situa tutto ciò che a esso è sottoposto in un territorio e che si impone attraverso il diritto, risulta inevitabile.

Quello che sta facendo il nuovo potere, e che gli intellettuali tardano a comprendere, è smantellare letteralmente lo Stato, smembrarlo, farlo collassare. Senza nessuna esplosione, nessun evento traumatico, che è la genesi del potere classico (la rivoluzione, la guerra civile). Il nuovo potere può anche momentaneamente servirsi di alcuni stati contro altri, perché viaggia attraverso le reti di comunicazione che sono ubique. Non è detto che lo Stato venga formalmente smantellato (anche se in Europa sembra stia accadendo proprio questo) ma certamente si “alleggerisce”, cede quelle che un tempo erano sue prerogative inalienabili. In questo caso il conflitto è latente, perché non c’è attrito.

Quando invece lo Stato resiste il conflitto si palesa. In effetti lo Stato può solo resistere, non può passare alla controffensiva, non essendoci alcuna città da espugnare. Un nemico che è ovunque e in nessun luogo non può essere aggredito. Le recenti vicende brasiliane sono molto significative per comprendere come si muove il nuovo potere. Un governo di uno Stato, legittimato secondo le procedure statuali classiche, viene attaccato dal nuovo potere, che non riconosce quella legittimazione. La magistratura ha formulato accuse contro i principali esponenti del governo e del partito di maggioranza. Queste accuse, però, non si possono comprendere all’interno di una logica puramente statuale, secondo le procedure giuridiche. Vanno invece lette come risultante di un attrito tra il nuovo potere e una resistenza statuale. Il lato interessante è che il nuovo potere usa quella che è una funzione propria dello Stato, la magistratura, rivolgendola contro lo Stato stesso.

Ciò che avviene oggi in Brasile non è del tutto inedito. Si è già visto per la prima volta in Italia. Nel ’92 un intero ceto politico fu azzerato, fatto salvo per quegli elementi “riciclabili”, che si allearono col nuovo potere. Incapaci di comprendere la portata di eventi epocali, molti osservatori videro in quegli accadimenti nient’altro che una normale prassi giudiziaria, eccezionale solo per via dell’oggetto delle sue indagini e delle dimensioni di queste ultime. Vi si è anche vista una sorta di “rivoluzione civile”, un tentativo da parte della società civile di rigenerare lo Stato in modo autonomo rispetto ai suoi apparati (nessuno si accorse di quanto ciò sia contraddittorio). L’inchiesta di Mani Pulite, invece, è stato il primo esempio di un’aggressione su larga scala del nuovo potere contro la statualità. Non bisogna pensare a una guerra di posizione tra due eserciti contrapposti, ciascuno dei quali presidia una porzione di territorio, e cerca di strapparne alla parte avversa. Il nuovo potere non presidia nessun luogo, non ha sentinelle, fortezze e fossati. Esso attraversa gli organi del nemico, li usa e poi li abbandona lasciandoli apparentemente intatti. Non li distrugge. Dal punto di vista meramente giuridico-statuale nel ’92 non accadde nulla di anomalo. I meccanismi formali della statualità furono rispettati. Restando all’interno della logica giuridico-statuale non ci è possibile comprendere la portata di quegli avvenimenti. La magistratura italiana del ’92, o, per meglio dire, quella porzione di magistratura che si occupava dell’inchiesta, operò all’interno delle regole dello Stato, ma contro lo Stato. Le leggi non bastavano a proteggere la Legge.

Un’altra ragione per cui il punto di vista interno, procedurale, non ci permette di comprendere gli eventi è che Mani Pulite non fu soltanto un’indagine giudiziaria. Fu un evento mediatico. La sua potenza non si deve semplicemente alla prassi giuridica, ma all’amplificazione e al riverbero delle reti di comunicazione. Queste ultime hanno proiettato la procedura giudiziaria al di fuori di se stessa; la statualità si è, per così dire, disciolta. È venuto meno il legame della Norma con lo Stato e la funzione si è separata dallo scopo. Non ci fu eversione, per lo meno non sul piano giuridico, la norma non venne infranta. Essa, piuttosto, venne attraversata dal nuovo potere.

In questo modo la divisione delle cariche tipica della statualità moderna liberale è risultata adatta ai meccanismi del nuovo potere. La magistratura non deve obbedienza formale al governo. Anzi, sua prerogativa è proprio quella di essere autonoma rispetto al governo. In questo modo il nuovo potere può insinuarsi in comparti statuali che agiranno contro altri comparti statuali. Il nuovo potere costituisce delle alleanze labili con determinati attori, pronte a essere sciolte in qualsiasi momento. Così alcuni settori dello Stato possono trarre vantaggio dall’attraversamento del nuovo potere, mentre lo Stato viene indebolito. Il nuovo potere si propaga come un virus. Dalla società civile si è trasmesso alla magistratura, poi di nuovo alla società civile e da questa al governo. Non ci sono centri del nuovo potere. Chiunque, qualunque mezzo o istituto può essere attraversato dal potere. Ciò si deve all’istantaneità e all’ubiquità della comunicazione reticolare e del mercato.  Internet e i sistemi informatici hanno potenziato enormemente le reti di comunicazione e il mercato praticamente azzerando qualsiasi diacronia (intervallo nella ricezione del messaggio da un soggetto all’altro). Il riverbero e l’amplificazione assumono una potenza di fatto illimitata. Ogni agente inserito nella rete partecipa al flusso comunicativo come cassa di risonanza. Gli esiti per il movimento del nuovo potere e per lo sradicamento del vecchio possono quindi essere innumerevoli e imprevedibili.

 

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Di Family Day e distruzione della famiglia

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di Diego Fusaro

Ha fatto molto discutere, in questi giorni, il “Family Day” a Roma. Si è trattato, come è noto, di una manifestazione contro il ddl Cirinnà, che equipara il matrimonio costituzionale a quello tra persone dello stesso sesso. E tra hashtag pro e contro (#familygay, #chiconoscenonhapaura, ecc.) si è consumato l’ennesimo scontro in salsa italiana tra tifoserie contrapposte.

Non è mio interesse parteggiare per l’uno o per l’altro dei movimenti. Mi interessa, piuttosto, comprendere un ben più profondo fenomeno, che è oggi in atto, e che – ho cercato di argomentarlo nel mio studio Il futuro è nostro (2014) – coincide con la distruzione capitalistica della famiglia. Credo, infatti, che il modo migliore per impostare la questione, evitando accuratamente le “tifoserie”, consista nel comprendere, con Marx, il movimento della storia reale: e la storia reale ci insegna che la logica di sviluppo del capitale, negli ultimi cinquant’anni, è stata quella di un progressivo superamento di ogni limite reale e simbolico in grado di opporre resistenza all’estensione onnilaterale della forma merce a ogni ambito della realtà e del pensiero.

Tra gli ostacoli che il capitale mira ad abbattere vi è, anzitutto, la comunità degli individui solidali che si rapportano secondo criteri esterni al nesso mercantile del do ut des. Il capitale aspira, oggi più che mai, a neutralizzare ogni comunità ancora esistente, sostituendola con atomi isolati incapaci di parlare e di intendere altra lingua che non sia quella anglofona dell’economia di mercato.

La stessa distruzione della famiglia che si sta oggi verificando con intensità sempre crescente si inscrive in questo orizzonte. Se la famiglia comporta, per sua natura, la stabilità affettiva e sentimentale, biologica e lavorativa, la sua distruzione risulta pienamente coerente con il processo oggi in atto di precarizzazione delle esistenze.

Il fanatismo economico aspira a distruggere la famiglia, giacché essa – Aristotele docet, e con lui anche Hegel– costituisce la prima forma di comunità ed è la prova che suffraga l’essenza naturaliter comunitaria dell’uomo. Il capitale vuole vedere ovunque atomi di consumo, annientando ogni forma di comunità solidale estranea al nesso mercantile.

Ecco allora che l’odierna difesa delle coppie omosessuali da parte delle forze progressiste non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, di tutte le forme ancora incompatibili con l’allargamento illimitato della forma merce a ogni ambito dell’esistenza e del pensiero.

Il neoliberismo oggi dominante è un’aquila a doppia apertura alare: la “destra del denaro” detta le leggi strutturali, la “sinistra del costume” fornisce le sovrastrutture che le giustificano sul piano simbolico. Così, se la “destra del denaro” decide che la famiglia deve essere rimossa in nome della creazione dell’atomistica delle solitudini consumatrici, la “sinistra del costume” giustifica ciò tramite la delegittimazione della famiglia come forma borghese degna di essere abbandonata, silenziando come “omofobo” chiunque osi dissentire.

Chi, ad esempio, si ostini a pensare che vi siano naturalmente uomini e donne, che il genere umano esista nella sua unità tramite tale differenza e, ancora, che i figli abbiano secondo natura un padre e una madre è immediatamente ostracizzato con l’accusa di omofobia. La categoria di omofobia non fa valere soltanto una giusta presa di posizione contro l’intolleranza di chi non rispetta le differenze: diventa essa stessa una nuova categoria dell’intolleranza, con cui non si accetta l’esistenza di prospettive diverse. È, per dirla con Orwell, una categoria con cui si punisce lo “psicoreato” di chi osi violare l’ortodossia del politicamente corretto.

Alla luce di quanto detto, valgano, per quel che riguarda lo scontro tra difensori della famiglia e suoi detrattori, le parole del 1984 di Orwell: “Perfino quando in mezzo a loro serpeggiava il malcontento (il che, talvolta, pure accadeva), questo scontento non aveva sbocchi perché privi com’erano di una visione generale dei fatti, finivano per convogliarlo su rivendicazioni assolutamente secondarie. Non riuscivano mai ad avere consapevolezza dei problemi più grandi”.

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Il moralismo neoliberale

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di Matteo Volpe

Esiste una certa lettura moralistica, molto lacunosa e non suffragata da dati empirici, che concepisce la crisi come prodotto della corruzione, degli sperperi della finanza pubblica e dei redditi del ceto politico. Attorno a quest’ultimo è sorta tutta una sottocultura che accusa la “casta” di essere un terribile flagello per le casse dello stato, ma soprattutto di ricevere rendite immorali e molto al di sopra di quella che sarebbe una giusta retribuzione. Questa subcultura che ha un notevole successo popolare, quanto una totale incapacità di inquadrare la questione entro un’ottica scientifica e razionale, limitandosi all’invettiva e allo sfogo verbale di un imprecisato malessere, è stata avallata e incoraggiata da numerosi intellettuali e giornalisti, molti dei quali fino a ieri sostenevano proprio quella “casta” considerata oggi come l’origine di tutti i mali.

In ogni caso l’attenzione finisce sempre per concentrarsi quasi esclusivamente sugli “sprechi” e la corruzione delle cariche pubbliche, dimenticando che questi fenomeni sono ben presenti anche in ambito privato, con conseguenze, purtroppo – e contrariamente a quanto dice la vulgata “anticasta” – ben peggiori per la collettività. Ciò deriva da un certo “analfabetismo civile” dovuto all’incapacità da parte degli individui (di tutte le classi e di qualsiasi livello di istruzione) di comprendere le ragioni profonde e le cause principali dello stato di cose attuale e del malessere sociale di fondo che non riescono a identificare.

La corruzione è un fenomeno indubbiamente esistente all’interno delle cariche pubbliche, ma non è che l’effetto di un determinato assetto sociale. Contrariamente a quanto sostiene la subcultura anticasta (che non di rado è autorazzista, xenofila e americanista) non è certo un problema limitato all’Italia o che vede nella Penisola la sua massima e più virulenta espressione. In tutti i paesi capitalistici esistono episodi di corruzione. Il più clamoroso, in Europa, è probabilmente quello della Siemens, che ha corrotto i sindacati tedeschi e il cui dirigente e principale responsabile, Peter Hartz, è stato fatto ministro del lavoro e ha ideato la riforma del welfare attualmente in vigore e alla quale Renzi dice di essersi ispirato (ma di cui anche molti grillini tessono le lodi). Eppure sembra meno importante, per il risalto mediato che ha avuto, rispetto alle mazzette date all’ultimo assessore di provincia, forse perché riguarda una multinazionale privata, o forse perché interessa la “virtuosa” e incorruttibile Germania.

Nella società capitalistica la corruzione è un fenomeno inestirpabile, soprattutto nell’epoca attuale, perché se il Capitale compra qualsiasi cosa – persino il sesso, la cultura e infine la dignità – non si comprende per quale motivo non dovrebbe comprare anche le cariche pubbliche, proprio quelle che le permettono di ottenere una legislazione favorevole. La corruzione non è la conseguenza di un non meglio identificato “malcostume” o di immoralità diffusa con cui un “idealismo di bassa lega” (per parafrasare Hegel) è solito risolvere la questione, né un fattore a-storico connaturato alla natura umana, come vorrebbero certi reazionari misantropi. La corruzione è soltanto l’effetto di un determinato assetto sociale. Volere il capitalismo senza la corruzione è come volere, citando Marx, “le condizioni di vita della società moderna senza le lotte e i pericoli che necessariamente ne derivano. […] la società attuale sottrazion fatta degli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono”. Ma contro i capitalisti corruttori (o corrotti) non si alza nessuna protesta indignata. Non risultano proteste significative, nel nostro paese, contro i finanziamenti che la FED e la BCE hanno elargito alle banche per garantir loro non solo la sopravvivenza, ma altissimi guadagni, mentre milioni di lavoratori e di disoccupati venivano lasciati sul lastrico. Sicuramente, nessuna protesta paragonabile al coro di biasimo nei confronti della “casta”, i cui stipendi sono nulla a confronto degli immensi profitti che certi fondi speculativi assicurano con un solo clic.

La corruzione, la diseguaglianza economica e di reddito, sono qualcosa di deprecabile, ma diventano un mero pretesto o una forma di auto-assoluzione quando si concentrano su un solo settore della società e per giunta nemmeno quello dove è al grado maggiore. C’è chi sostiene che le retribuzioni dei parlamentari siano un esborso insostenibile per le casse pubbliche. Evidentemente non ha la più pallida idea degli ordini di grandezza in gioco. La spesa pubblica italiana si aggira attorno agli 800 miliardi di euro l’anno. Anche ammettendo che lo stipendio mensile di un parlamentare si aggiri attorno ai 30 mila euro, su 945 membri delle due Camere, si tratta di appena lo 0,04% circa dell’intera spesa pubblica. Una cifra risibile. Ma risibile soprattutto se confrontata con i guadagni della finanza internazionale, quella a cui il nostro stato paga miliardi di euro di interessi. E cosa dire della corruzione con la quale le lobby si assicurano leggi e governi favorevoli ai loro interessi? Queste leggi non vengono scritte neanche più nei parlamenti nazionali (tanto meno nei consigli regionali o comunali) che si limitano a semplici ratifiche. L’80% circa delle leggi discusse in Italia sono applicazioni di direttive europee.

Ma la retorica anticasta si concentra morbosamente e ossessivamente sul ceto politico, quello più esposto mediaticamente, dimostrando di essere essa stessa nulla più che un fenomeno mediatico, sul cui fuoco molti sono ben lieti di soffiare. C’è un grande interesse da parte di certi settori economici nel rendere la politica il capro espiatorio (oltre che un potenziale nemico) da sacrificare sull’altare del libero profitto. Convincendo l’opinione pubblica che lo Stato è un apparato estremamente dispendioso, lento e inutile, sarà più facile persuaderla che è necessario per il suo bene privatizzare i beni pubblici, tagliare la spesa pubblica e trasferire la sovranità dai Parlamenti a organi autocratici sovranazionali.

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Maschio selvatico

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di Costanza Miriano

Posso orgogliosamente affermare di avere fatto inorridire moltissime mamme sulla spiaggia, al parco, in piscina, perché i miei figli hanno girato sempre armati, almeno da quando sono stati in grado di tenere in mano oggetti. “Il sonaglietto tienitelo tu, dammi la spada” deve essere stata una delle prime frasi di senso compiuto che hanno pronunciato. E siccome i poliziotti americani sono dotati di moltissime qualità ma di pochissimo senso dell’umorismo, Bernardo quando aveva tre anni a New York fu bloccato e perquisito a causa della spada di plastica che teneva perennemente infilata nei suoi calzoncini a quadretti, con la punta che lambiva le scarpe tonde da gnomo. Schiere di mamme, poi, hanno malvolentieri permesso ai loro figli di giocare a soldatini con i miei, sempre specificando che quella era comunque una missione di pace, come si affrettavano a chiedermi. No, no, giocano alla guerra, rispondevo con una certa con soddisfazione.

E sì, hanno avuto anche i videogiochi violenti, centellinati non perché fossero violenti ma perché videogiochi, e dopo il limite orario suggerivo sempre una bella giocata alla lotta tra fratelli, perché i maschi lo devono fare, e la mamma deve avere il coraggio di starsene da parte, finché i lacerocontusi sono consenzienti. Quando uno ha avuto un momento di crescita un po’ destabilizzante un amico lo ha portato a sparare, un altro a spaccare la legna in campagna, e a rimettere in sesto una vecchia moto tutta arrugginita. L’effetto terapeutico è stato rapido ed evidente.

Anche l’abbonamento allo stadio acquistato con i soldi risparmiati dal primogenito è stato salutato con noncurante allegria, qui a casa, e le ore trascorse all’aperto, sotto l’acqua e il vento, a mugugnare mozziconi di frasi con coetanei e a imparare cori non esattamente composti da Shakespeare, non destano preoccupazioni educative da queste parti. E neanche la frequentazione del ring del pugilato, con relativi nasi ammaccati, ci preoccupa come genitori, mentre pare che a quasi tutti gli altri adulti a cui riferiamo di questa passione di nostro figlio la nobile arte del pugilato non paia tanto nobile, ma solo pericolosa per il piccolino (che è alto per ora uno e ottanta).

È per questo che sto leggendo con enorme soddisfazione Il maschio selvatico 2, di Claudio Risé, la nuova edizione molto molto aggiornata e approfondita di un saggio uscito negli anni ’90, quando ancora sembrava di essere in un clima di lotta fra i sessi. Oggi la lotta è ormai andata, non c’è neanche più, perché ci vogliono far credere che non ci siano più neanche i sessi, e comunque ormai il messaggio che pare avere vinto è che tutto ciò che è istinto maschile, rudezza, autorevolezza, tutto ciò che è selvatico, forte, potente, va rifiutato, controllato, gestito, contenuto. Una vera character assassination del genere maschile. Il libro quindi oggi è più utile di prima. Oggi ai maschi che stanno crescendo, che stanno diventando grandi, arriva praticamente da ogni parte una sorta di incoraggiamento a scusarsi per essere come sono. Claudio Risé fa una fenomenale fotografia del fenomeno, e un’analisi del suo sviluppo e delle conseguenze, e reclama l’urgenza di ridare centralità alla dimensione selvatica del maschio, perché come diceva Leonardo da Vinci, “selvadego è colui che si salva”, fisicamente e spiritualmente, proprio grazie al contatto con la natura profonda. Il selvatico è colui che, senza chiedere aiuto a Stati, burocrazie, enti che pretendono di salvare le persone anche invadendo la loro vita familiare, sessuale, religiosa, cerca di salvarsi da solo e, assumendosene la responsabilità, diventa capace di rifiutare la mercificazione dei rapporti e la cultura dello scarto, imparando il dono di sé e il servizio all’altro.

Come ho detto, lo sto leggendo, e devo ancora arrivare alla fine, ma la chiave di lettura della nostra cultura mi sembra interessantissima, e davvero centrale a capire le radici della nostra crisi culturale: madri onnipresenti, dominanti, non arginate da figure maschili forti, figli iperprotetti (pensate con quale ansia oggi una mamma, e mi ci metto anche io, manderebbe il figlio a fare il militare) e soggetti a un eterno maternage, padri assenti. Anche il padre padrone violento è espressione di una cultura in cui il maschile non è adeguatamente separato dal femminile, dice Risé – e la trovo una riflessione interessante da fare anche in merito alla violenza maschile – terrorizzato dalla prospettiva che la vita possa sfuggire al suo controllo, “un tipo di padre sempre più diffuso oggi, anche per l’attuale confusione tra i due generi e la pulsione orale a divorare e incorporare gli oggetti d’amore proposti dalla società industriale e del consumo”. Molto originali poi gli spunti per una lettura economica del fenomeno, del fatto cioè che un uomo non selvatico, addomesticato e non autonomo sia un perfetto consumatore da intrattenere con ogni sorta di svago e distrazione.

Non vedo l’ora di andare avanti col libro, anche perché sbirciando (non ho il lato oscuro di Harry, che quando comprava un libro andava a vedere le ultime pagine così in caso di morte sapeva già come finisse, ma vorrei divorarlo e ho poco tempo) ho visto qual è il modello di vera virilità proposto, ed è un modello che anche a me piace molto. Vi rovino la sorpresa se dico che è Gesù?

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La radicalisation des esprits

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di Sebastiano Caputo

La tragica vicenda dei redattori di Charlie Hebdo potrebbe rompere l’emergente alleanza anti-sistemica tra musulmani patrioti figli dell’immigrazione e francesi di “souches” tradizionalisti.

La verità è che da qualche anno si discute sottovoce di un’altra Francia. Ridotto a “laboratorio di sperimentazione etnico-sociale in tensione permanente”, il Paese potrebbe liberarsi gradualmente dalle catene dell’Etat profond (lo Stato profondo). Fuori dagli schemi della cultura ufficiale, una nuova classe intellettuale, sta costruendo l’alleanza “impossibile” e anti-sistemica tra classe media e ceto produttivo, tra neo-marxisti e nazionalisti, tra musulmani patrioti figli dell’immigrazione e francesi di “souches” tradizionalisti. I teorici di questa école de pensée che ha conquistato centinaia di migliaia di francesi e sedotto i vertici del Front National di Marine Le Pen? Il sociologo Alain Soral e l’umorista Dieudonné M’Bala M’Bala, i quali recentemente, hanno persino fondato il partito politico Réconciliation Nationale (Riconciliazione Nazionale) scandito dallo slogan: “non cadiamo nella trappola mortale dello scontro di civiltà”.

Ma la Francia assomiglia sempre più al sogno dei neoconservatori americani “coi musulmani cattivi a recitare il ruolo che già fu dei pellerossa, degli stessi “italiani gangster” o dei musi gialli, maschere di volta in volta evocate dalla propaganda esagitante del far west globale” (Pietrangelo Buttafuoco). Prima l’Affaire Merah ora quella tragica della rivista Charlie Hebdo, colpita nel cuore della sua redazione. Il settimanale satirico francese ha una storia contorta. Nato negli Settanta vicino alla gauche (in occasione della morte di Charles De Gaulle, l’Hebdo scandalizzò la Francia con una copertina dal titolo “Bal tragique a Colombey, un mort”, ballo tragico a Colombey – la residenza del Generale-, un morto), si è progressivamente spostato a destra, fino a sposare negli ultimi decenni la causa neocon statunitense. Nel 1992, con la pubblicazione di una tribuna dibattito intitolata “Coraggio intellettuale” e dedicata all’opera di Oriana Fallaci La rabbia e l’orgoglio, in cui si parlava di una “crociata” dell’Islam verso l’Occidente, Charlie Hebdo apriva la strada all’anti-islamismo, che sarebbe diventato il suo cavallo di battaglia insieme alla Cristianofobia. In quella redazione nell’11ème arrondissement di Parigi, dove è avvenuto l’assalto e che ormai lavorava poco visti i numeri disastrosi del suo bilancio, non si credeva poi così tanto alla libertà di espressione. Quando il Consiglio di Stato (il più importante organo giudiziario) fu convocato dal ministro Manuel Valls per bloccare lo spettacolo di Dieudonné previsto il giorno stesso a Nantes perché “antisemita”, la rivista non spese nemmeno una parola di solidarietà nei suoi confronti.

Lo stato emozionale e confusionale dell’Occidente non aiuta a comprendere le dinamiche. Alla riconciliazione nazionale auspicata dal duo Dieudo-Soral prevale purtroppo la radicalizzazione delle coscienze e l’isterismo di massa. Tutto viene messo sullo stesso piano: islam, terrorismo, integrazione, multiculturalismo, immigrazione. C’è chi raccoglie voti, chi proclama la guerra santa, chi invece parla ancora di un’identità da proteggere. Eppure pochi ricordano che i due terroristi identificati la sera stessa dalle autorità francesi risultano essere due franco-algerini rientrati dalla Siria la scorsa estate dopo una serie di combattimenti contro l’esercito regolare di Bashar al Assad. Una parabola tutta occidentale quella che vede dei “combattenti per la libertà” diventare improvvisamente dei “terroristi islamici”. Ma esulteranno senza vergogna i seminatori di odio di destra e di sinistra. Gli stessi che per decenni hanno legittimato l’immigrazione di massa, approvato le “guerre umanitarie” nel Vicino e Medio Oriente, “sionizzato” la politica estera della Francia, impedito l’integrazione delle nuove popolazioni, fabbricato un clima di islamofobia senza precedenti. I Bernard Henri Levy, i Michel Houllebecq, gli Alain Finkelkraut, i Michel Onfray, le Elisabeth Levy. E con loro tutti i cartomanti della guerra civile. Lunga vita ad Alain Soral e Dieudonné M’Bala M’Bala. Vive la Réconciliation Nationale.

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Mario Tchou e il sogno spezzato dell’informatica italiana

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di Michele Franceschelli

Il 9 novembre 1961 moriva l’ingegnere italo-cinese Mario Tchou e con lui quel sogno d’avanguardia – osteggiato dagli Stati Uniti d’America – che fu anche di Adriano Olivetti, con conseguenze funeste per i destini della nostra nazione. Una storia da ricordare, per tornare a sognare.

“Mario Tchou era il capo del laboratorio di Pisa e della Divisione Elettronica dell’Olivetti dedita principalmente a quell’epoca al grande calcolatore Elea, era il padre dell’Elea se vogliamo, che fu il primo grande calcolatore al mondo, prima dell’IBM (…) Mario Tchou è morto in un incidente sulla Milano-Torino e in Olivetti c’era la convinzione che fosse stato ucciso da forze risalenti ai servizi americani”. Carlo De Benedetti, Presidente della Olivetti dal 1983 al 1996, in un’intervista concessa il 29 ottobre 2013 a Giovanni Minoli, su Mix 24. (1)
“Adriano Olivetti: quest’uomo rappresenta un problema per il nostro paese”. Le parole pronunciate dal capo dei servizi segreti statunitensi, la CIA, in una riunione di altissimo livello, nella scena inziale della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno”, andata in onda il 28 e il 29 ottobre 2013 su Rai Uno. (2)

Una lezione per il presente

Che le parole pronunciate da Carlo De Benedetti durante la popolare trasmissione di Giovanni Minoli in merito alla convinzione degli uomini dell’Olivetti sulle vere cause della morte di Mario Tchou, così come gli input sul complotto made in USA inseriti all’interno della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno” di Michele Soavi, siano forse riusciti a spingere gli italiani ad aprire gli occhi sul ruolo infido giocato dagli Stati Uniti d’America contro il nostro paese, in queste ed altre circostanze, smascherando la rappresentazione propagandistica che li dipinge come l’alleato benevolo della nostra nazione?

Non lo sappiamo, sono stati due squarci di luce – l’intervista di De Bendetti e la messa in onda della miniserie – temporalmente coincidenti e qualitativamente diversi, che sono stati presto sommersi dalla forza oscurante della propaganda statunitense interessata a non far vedere agli italiani le porcherie combinate dai nostri “alleati” d’oltreoceano in oltre 60 anni d’occupazione, il tutto a favore di una narrazione storica falsa e stereotipata stracolma di zone d’ombra fatte di stragi, di assassini, di “incidenti” dolosi sempre privi di colpevoli, di uomini scomparsi nel nulla. Dove però questi “lampi di luce” riescano ad affermarsi a livello mediatico e di cultura di massa acquisendo le forme di verità storiche, non rimane che l’opzione di presentarle come conoscenze dal puro valore documentario su periodi lontani e passati privi di connessione con il presente, verità magari spiacevoli ma comprensibili e giustificabili per il clima della “guerra fredda” ed altre circostanze eccezionali che li rendevano inevitabili, continuando quindi a cercare di velare, sviare e limitare la portata rivoluzionaria di quelle rivelazioni storiche. Così facendo quegli “squarci di luce” perdono forza splendente e illuminano meno – e male – solo una metà, il passato, creando un fossato con l’epoca attuale: le responsabilità, gli interessi, il modus operandi, le dinamiche e la mentalità degli attori storici che quelle verità rivelano non devono essere comprese appieno per non diventare materia da cui trarre lezioni per il presente; un presente dove quegli stessi attori e quelle stesse forze, riconducibili agli USA e ai suoi scagnozzi italiani, continuano ad essere i padroni della nostra nazione, giocandovi un ruolo perfido, continuando a liquidare qualsiasi uomo italiano – sia questo un nuovo “Mario Tchou”, un nuovo “Adriano Olivetti” o un nuovo “Enrico Mattei” – che possa rappresentare un “problema” per il loro predominio sull’Italia, pur in assenza di “guerra fredda”, di “pericolo comunista”, di “emergenze democratiche”.

Per questo crediamo sia utile ritornare a ricordare certe figure e certi passaggi storici, non per amore della storia fine a se stesso, ma per comprendere le ragioni profonde di certi avvenimenti che hanno segnato negativamente e traumaticamente la storia di questa nazione e dotarci così, nello stesso tempo, di un arsenale interpretativo capace di riconoscere nel presente le trame sovversive e gli atti ostili compiuti ancor oggi nei confronti dell’Italia da quelli che subdolamente si continuano a chiamare come “alleati”, ma che la conoscenza della nostra storia e l’intuizione delle dinamiche attuali ci deve indurre a qualificare senza indugio come “occupanti” e “nemici” (anche se per far questo basterebbe molto probabilmente sapere – o voler vedere – che ci sono circa 110 basi e installazioni militari statunitensi sul territorio italiano, da Nord a Sud, da Aviano a Sigonella passando per Camp Ederle, Camp Darby e Napoli, con circa 15.000 militari e 15.000 “civili”).

L’Italia dovrebbe comprendere – dato che l’Unione Europea non lo fa a livello europeo e men che meno lo fa l’odierna classe politica nazionale, anzi molto spesso è proprio il contrario – la necessità e il dovere di difendere, con le unghie e con i denti dagli attacchi esterni e di sostenere in tutti i modi quegli uomini speciali, le loro imprese d’alta tecnologia e avanguardistiche, per l’apporto fondamentale che danno alla crescita morale e materiale di tutta la comunità nazionale e che le permettono di innestarsi su dei binari di sviluppo economico profondo e duraturo, fatto di alta tecnologia, ricerca, sviluppo e innovazione, basi della libertà, della forza e della dignità di una nazione.

Il filo storico che lega le vicende di Mario Tchou, inseparabile da quelle di Adriano Olivetti (entrambi attivi nello strategico settore alto-tecnologico dell’elettronica-informatica), di Felice Ippolito (nel settore alto-tecnologico del nucleare), di Enrico Mattei (in quello strategico dell’energia), di Domenico Marotta (della chimica), di Sergio Stefanutti (dell’aeronautica), quel filo che arriva fino alla guerra imposta all’Italia contro il suo alleato Muammar Gheddafi nel 2011 e alle sanzioni economiche alla Russia, passando per la scomparsa di Federico Caffè (nel settore strategico della finanza), Tangentopoli, l’esilio di Bettino Craxi (nel campo strategico per eccellenza, quello politico) e la morte di Raul Gardini (ancora la chimica), è una trama storica che ci svela i segni e le tracce, di volta in volta più o meno occulte, di una “manina d’oltreoceano” sempre attiva e sempre pronta a liquidare con le buone o con le cattive – e sempre con la complicità di una lobby interna tutta italiana di passaporto ma nella sostanza anti-nazionale perché totalmente prona agli interessi dello straniero e dei propri meschini dividendi di “casta”– di liquidare quei compatrioti che ora per genio, ora per arditezza, per onestà e per vigore rappresentano una grande opportunità per la nazione, una risorsa e un valore per i destini della Patria ma che proprio per questo sono un “problema” grave per gli Stati Uniti d’America interessati a mantenere il proprio predominio. E per i loro vassalli interni, interessati a coltivare i propri meschini interessi di bottega e portatori fin dal primo dopoguerra di un machiavellismo ideologico deformato dal servilismo che ha condotto ben presto l’Italia sui binari morti di uno sviluppo capitalistico subordinato, maturo e poi marcio che ha inevitabilmente innescato una spirale deleteria fatta di giochi di borsa e finanziarizzazione, speculazioni sull’ambiente, sulla salute e suoi diritti dei lavoratori, mungitura delle risorse statali da parte d’imprese mature e decotte, abnorme pubblico impiego come cassa di compensazione per la disoccupazione, “bolle” di lauree e lavori socialmente inutili, deindustrializzazione e svendita allo straniero dei restanti comparti industriali, il tutto con l’ausilio di un ceto intellettuale a libro paga di volta in volta chiamato a fornire coperture ideologiche mistificatorie e giustificatorie – le ultime in ordine di tempo sono la “teoria” della “decrescita” e l’enfasi posta sul “turismo” come risorsa strategica nazionale – a questi sviluppi patologici. Un sistema che prima o poi si sarebbe rotto, comportando una dolorosa ristrutturazione per il popolo italiano, ma senza che fosse permesso che le vere cause del disastro venissero alla luce. Leggi il resto dell’articolo

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