La cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, spiegata.

Venerdì 20 aprile, dopo cinque giorni di camera di consiglio, i giudici del tribunale di Palermo hanno emesso la sentenza di primo grado per il processo sulla presunta cosiddetta “trattativa Stato-mafia”. La tesi dell’accusa, portata avanti soprattutto dal pubblico ministero Nino Di Matteo, è stata sostanzialmente accettata dalla giuria, in parte composta da giudici togati e in parte da giudici popolari: un politico, alti funzionari dello stato e boss mafiosi sono stati condannati. Secondo i giudici, tre importanti ufficiali dei carabinieri e Marcello Dell’Utri, per anni noto amico e collaboratore di Silvio Berlusconi, hanno “minacciato” gli organi dello Stato per conto della mafia, con l’obiettivo di costringere i governi ad adottare un atteggiamento più morbido nei confronti della criminalità organizzata siciliana.

La teoria – giudiziaria, giornalistica, politica – alla base della “trattativa Stato-mafia” è però molto più ampia del processo di primo grado che si è concluso venerdì. Riguarda non solo molti altri processi, che sono finiti con delle assoluzioni, ma costituisce un vero e proprio tentativo di ricostruzione storica degli ultimi 25 anni di storia del nostro paese. Tra i pochi che si sono approcciati al caso con una prospettiva “storica” e non soltanto giudiziaria ci sono il giurista Giovanni Fiandaca e lo storico Salvatore Lupo, che del caso hanno parlato nel libro La mafia non ha vinto.

Il processo

Visto che il processo di Palermo riguarda solo una parte dell’intera vicenda, per comprendere la “trattativa” è bene separare la storia dagli esiti processuali. Cominciamo da questi ultimi e in particolare da quello al termine del quale, venerdì scorso, sono state emesse numerose condanne. Le più interessanti sono quelle che hanno riguardato l’ex generale Mario Mori, l’ex generale Antonio Subranni e l’ex colonnello Giuseppe De Donno, tutti e tre appartenenti ai ROS, i carabinieri incaricati di indagini speciali come quelle per reati di mafia. Secondo i giudici, questi tre alti ufficiali avrebbero condotto la trattativa con la mafia in Sicilia, e, riportando le richieste dei boss mafiosi ai politici, avrebbero così commesso un reato.

Il problema è che non esiste il reato di “trattativa”: e fino a che non vengono commessi reati, le autorità hanno tutto il diritto di trattare anche con criminali incalliti. Si tratta con i criminali che hanno preso degli ostaggi, per esempio, allo scopo di salvarli, ma anche in casi molto più eclatanti: lo Stato italiano ha notoriamente trattato tra gli anni Sessanta e Settanta con i terroristi palestinesi, a cui veniva permesso il trasporto di armi e personale sul territorio italiano purché il nostro paese non fosse teatro di attacchi terroristici. Si trattò spesso e in molte occasioni anche con i terroristi italiani, tra cui persino il più pericoloso e organizzato tra tutti i gruppi, quello delle Brigate Rosse (nel caso del sequestro del giudice Mario Sossi furono proprio i magistrati a condurre la trattativa, e altri magistrati a bloccarla all’ultimo minuto). Durante il rapimento di Aldo Moro ci furono trattative tra il leader socialista Bettino Craxi e i brigatisti, e persino tra il Vaticano e alcuni supposti emissari delle Brigate Rosse.

Oggi è cambiata la sensibilità dell’opinione pubblica e anche quella di alcune parti della magistratura, e secondo l’accusa trattare con i criminali costituisce di per sé sempre un reato, poiché comporta che un organo pubblico subisca delle minacce (se la trattativa non va in porto, accadranno cose spiacevoli). Chi tratta, secondo questa lettura, commette il reato di “minaccia e violenza contro organi politici dello Stato”. In altre parole, secondo i giudici del processo terminato venerdì scorso, Mori, Subranni e De Donno avrebbero parlato con i boss della criminalità organizzata, ascoltato cosa chiedevano per far terminare la cosiddetta “stagione delle stragi” e quindi riferito alle autorità politiche i risultati dei colloqui. Così facendo avrebbero “minacciato” il governo, prospettando una continuazione delle stragi se non si fosse ammorbidita la lotta alla mafia.

I giudici non hanno considerato i tre ufficiali dei semplici “tramite”, che avrebbero svolto una trattativa con la criminalità su ordine delle autorità politiche, ma li hanno accusati di essere – sostanzialmente – complici della criminalità organizzata. In questo contesto, l’espressione “trattativa Stato-mafia” rischia di diventare fuorviante, poiché anche negli argomenti dell’accusa lo Stato risulta essere la parte lesa e minacciata. È stato condannato anche il boss mafioso Leoluca Bagarella, che avrebbe formulato almeno parte delle richieste della criminalità organizzata, così come Marcello Dell’Utri, che secondo l’accusa sarebbe stato ambasciatore di una seconda trattativa che si sarebbe svolta durante il primo governo Berlusconi. In questo scenario anche Berlusconi, in quanto capo del governo, è considerato dai giudici la vittima delle minacce agli organi dello Stato portate avanti da Dell’Utri: non suo complice, come ha correttamente notato il giornalista Luciano Capone. È stato invece assolto il ministro dell’Interno della “prima fase” della trattativa, Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza in un filone laterale di questa complicata vicenda.

Conosceremo probabilmente tra diverse settimane maggiori dettagli su quali sono le responsabilità dei vari protagonisti secondo i giudici, quando saranno pubblicate le motivazioni della sentenza. Sentenza che peraltro è stata molto criticata, per la fragilità degli elementi su cui si basa e per come ignora le sentenze di diversi precedenti processi: sono parecchi a ritenere che sarà rovesciata in appello.

La storia

Analizzare la vicenda prendendo in esame uno solo dei numerosi rami processuali di cui è composta rischia di produrre un racconto parziale. La teoria della “trattativa” è molto più complessa e sfaccettata ed è stata esaminata in numerosi processi, articoli e libri di inchiesta. Accanto al processo di Palermo esistono ricostruzioni più ampie, portate avanti da giornalisti, da politici e dagli stessi magistrati dell’accusa nei loro libri, nelle loro interviste e negli altri processi di cui si sono occupati. Di Matteo, il principale pm dell’accusa, è stato uno dei più importanti propugnatori della teoria più estesa e in questo è stato spesso appoggiato da giornali, come il Fatto Quotidiano, e da partiti politici, come il Movimento 5 Stelle, alle cui iniziative ha partecipato in più di un’occasione.

La “teoria della trattativa”, nel senso più ampio del termine, è più o meno quella che segue.

Di fronte ai successi nella lotta alla mafia della fine degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta – si pensi per esempio al “maxiprocesso” – l’ala più violenta di Cosa Nostra, guidata da Totò Riina, avrebbe deciso di intraprendere una strategia stragista per costringere lo Stato a trattare e moderare così il suo atteggiamento, tornando al precedente stato di “pacifica convivenza”. Le stragi portarono alla morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i giudici più attivi nella lotta alla mafia, ma anche ad attacchi contro obiettivi civili e monumenti a Milano, Firenze e Roma.

In questo periodo – sul momento esatto esistono versioni discordanti – alcuni funzionari dello Stato avrebbero iniziato ad avvicinarsi alla mafia siciliana per trattare, esattamente come aveva previsto Riina. Il principale protagonista di questa trattativa sarebbe stato il generale Mori, ma esistono ricostruzioni che attribuiscono importanti ruoli a personaggi misteriosi e probabilmente mai esistiti. Il più celebre è il misterioso “signor Franco”, un agente dei servizi segreti di cui ha parlato Massimo Ciancimino, figlio del sindaco di Palermo legato alla mafia Vito Ciancimino e diventato uno dei principali testimoni della “trattativa” (è stato però ampiamente squalificato, accusato di aver mentito, calunniato e falsificato documenti: e condannato per calunnia nello stesso processo di Palermo che, anche sulla base delle sue testimonianze, ha portato alle condanne per la presunta “trattativa”). Nessun altro, a parte Massimo Ciancimino, ha mai parlato del “signor Franco”, di cui non si conosce il nome né esiste alcuna traccia documentale.

I contatti tra Vito Ciancimino e i capi del ROS sono stati ammessi dallo stesso Mori e dai suoi colleghi, che però sostengono che non fu altro che un trucco investigativo, un modo per scoprire se fosse possibile agganciare qualche boss, spingerlo ad arrendersi, a collaborare oppure farlo cadere in trappola. Quali che fossero queste ragioni, secondo il figlio di Vito Ciancimino nel corso di queste trattative sarebbe emerso un vero e proprio elenco di richieste da parte della mafia siciliana, il famoso “papello”. Il “papello” sarebbe stato poi portato a non meglio precisate autorità governative che avrebbero dovuto scegliere tra l’accettarne le richieste oppure subire nuove stragi (e per questo, quindi, chi lo presentò divenne responsabile di “minaccia” nei confronti di organi dello Stato). Del “papello” non esistono tracce che non provengano dallo screditato Ciancimino o da ambienti mafiosi.

Nessuna delle richieste presenti nell’eventuale “papello” però venne accettata. La teoria della “trattativa” quindi individua tutta un’altra serie di azioni, diverse da quelle che la mafia avrebbe suggerito, che il governo avrebbe intrapreso per soddisfare i criminali. La principale sarebbe stata la decisione dell’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso di non rinnovare il regime di carcere duro 41bis a centinaia di condannati per mafia. A questo proposito, però, va sottolineato che Conso non era un politicante compromesso con ambienti oscuri, ma un giurista importante, ex presidente del CSM e della Corte Costituzionale, ministro tecnico nel governo di Carlo Azeglio Ciampi. L’attenuazione del 41bis – regime carcerario peraltro criticato come inumano, oggi come allora – fu concessa soltanto a mafiosi di secondo piano e, spiegò Conso, come atto umanitario di distensione del clima di quegli anni.  Fu inoltre un legittimo atto politico condiviso dai partiti dell’epoca, che può essere apprezzato o no ma che non costituisce un reato. Conso – che è stato indagato per false dichiarazioni ma di cui fu respinta persino la richiesta di rinvio a giudizio – ha rifiutato nettamente l’idea che quel gesto possa essergli stato suggerito dalla mafia o che gli sia stato prospettato come parte di uno “scambio” con la criminalità organizzata.

Bisogna aggiungere, appunto, che il 41bis non è una misura che ha sempre goduto di unanime approvazione. È una misura di carcere estremamente duro, criticata sulla base di considerazioni umanitarie anche da organizzazioni internazionali, e che altri paesi hanno equiparato alla tortura. Alcuni magistrati che hanno studiato questa misura, come Sebastiano Ardita, sostengono che il 41bis all’iniziò fu controproducente perché contribuì ad alimentare lo stragismo invece che fermarlo, poiché i mafiosi provarono «ad aprirsi con le bombe la strada che portava fuori dal 41bis».

Un discorso simile si potrebbe fare per altri dei presunti vantaggi ottenuti dalla mafia grazie alla presunta trattativa, come la chiusura delle “supercarceri” di Pianosa e l’Asinara. In realtà queste due strutture erano già state chiuse durante la stagione del terrorismo (e, curiosamente, nel caso dell’Asinara, in risposta alle richieste delle BR che avevano rapito un magistrato, Giovanni D’Urso). La chiusura delle carceri non aveva suscitato particolari polemiche perché l’Asinara, come Pianosa, era un carcere fatiscente dove i detenuti erano sottoposti a condizioni ritenute disumane da numerose organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali. L’Asinara e Pianosa furono riaperte dopo la strage di Capaci e vi furono trasferiti in massa i detenuti mafiosi, nel giro di una sola notte, come misura di immediata e brutale rappresaglia alla strage da parte dello Stato.

Le altre conseguenze della presunta trattativa vengono indicate di volta in volta nella cattura di Totò Riina, che sarebbe arrivata grazie a una soffiata dell’area “moderata” di Cosa Nostra, guidata da Bernardo Provenzano; nella mancata perquisizione del covo di Riina, che sarebbe stata ritardata per permettere all’area “moderata” di ripulirlo; e infine nella mancata cattura di Provenzano nel 1995, frutto dell’accordo segreto che il boss avrebbe raggiunto come parte della trattativa. Mori e altri carabinieri sono stati processati per questi due fatti e in entrambi i casi sono stati assolti.

Questo per quanta riguarda il troncone principale della trattativa. Accanto a questo esistono però numerosi altri filoni che, nelle loro versioni più estreme, ascrivono alla presunta trattativa praticamente tutto ciò che è accaduto nel nostro paese negli ultimi 25 anni. Tra le teorie che hanno trovato almeno una parte di conferma giudiziaria c’è per esempio quella secondo cui la “stagione della trattativa” sarebbe continuata anche durante il primo governo Berlusconi, che avrebbe ricevuto pressioni e minacce da parte di Marcello Dell’Utri (è per questa ragione che venerdì scorso Dell’Utri è stato condannato).

Secondo i magistrati che hanno portato avanti l’accusa – oltre a Di Matteo il più celebre è Antonio Ingroia, che partecipò alle indagini e alla prima fase del processo prima di candidarsi in politica e abbandonare la magistratura – Forza Italia sarebbe un “partito della mafia”, nato sotto le pressioni dell’ala “moderata” di Cosa Nostra, guidata da Provenzano, dopo che era stato abbandonato il progetto di fondare una “Lega del Sud” speculare a quella del Nord che proprio in quegli anni stava iniziando a raccogliere grossi successi elettorali. Questa parte della vicenda, però, è fatta in gran parte di testimonianze di seconda o terza mano rese da persone che raramente affermano di aver assistito in prima persona agli eventi che raccontano.

Questa parte della teoria della trattativa, che vede Forza Italia come “figlia” dell’accordo tra governo e mafia, rimane da confermare non solo dal punto di vista storico ma anche da quello giudiziario: e per stare in piedi ha bisogno di ascrivere alla criminalità organizzata un controllo capillare dei voti in Sicilia. Il principale problema di questa teoria è che sembra difficile dimostrare questo controllo. Nel 1987, quando si verificò la rottura dei rapporti tra i vertici di Cosa Nostra e la Democrazia Cristiana regionale, la mafia decise di spostare i “suoi” voti dalla DC ai socialisti e ai radicali. Era un modo per punire la DC per non aver protetto i boss dal maxi-processo, che si era svolto alla fine degli anni Ottanta ed era stato devastante per l’organizzazione criminale. Ma la rottura produsse scarsi risultati elettorali. Nel 1987 la DC prese gli stessi voti che aveva raccolto alle elezioni del 1983, mentre socialisti e radicali videro i loro consensi crescere di poche decina di migliaia di voti. Per tutto il resto del decennio e fino al suo scioglimento, la DC continuò a dominare la politica siciliana, raccogliendo persino più voti di quelli che otteneva all’inizio degli anni Ottanta.

Per quanto rimangano responsabilità da accertare in fase processuale, secondo storici come Salvatore Lupo è abbastanza chiaro qual è il problema della “teoria della trattativa” nella sua accezione più ampia: questa riscrittura finisce con l’ascrivere una pluralità di fenomeni complessi, di scelte politiche di portata storica e con conseguenze decennali, a un’unica causa: l’inconfessabile trattativa tra uno Stato impotente e una criminalità organizzata capace di ottenere qualsiasi risultato. Il limite della “teoria della trattativa”, nel senso più esteso, è – secondo i critici – cercare di semplificare qualcosa che è per sua natura molto complesso. Così come le teorie del complotto sugli “anni di piombo” cercano di spiegare quel convulso periodo della storia repubblicana con le macchinazioni della CIA o di un misterioso Grande Vecchio nascosto nella sua stanza dei bottoni, così la teoria della “trattativa” nella sua versione grandiosa pretende di spiegare l’intera storia del passaggio tra Prima e Seconda Repubblica con gli eventuali accordi segreti fatti da alcuni carabinieri con i boss della mafia siciliana.

Davide Maria De Luca per Il Post

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Noi omosessuali contro l’utero in affitto

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Mentre la Boldrini ne chiede la regolamentazione, c’è anche chi – con argomentazioni razionali e non di fede – si oppone. Un articolo da leggere

Vi sono alcuni argomenti completamente ignorati in questa campagna elettorale. Uno di questi è, certamente, l’utero in affitto. Al centro del dibattito nella passata legislatura quando si dibatté di unioni civili, è oggi ritenuto non significativo. Eppure è un argomento importante perché altamente rivelatore della concezione antropologica che sottende l’operato di chi si candida a governare il paese.
Recentemente, l’unica ad averne parlato esplicitamente (e a sproposito) è stata Laura Boldrini. Rispondendo a una domanda in un’intervista, la terza carica dello Stato ha detto che, a suo parere, la maternità surrogata andrebbe regolamentata. Come ha correttamente fatto notare il portavoce del Family Day, Massimo Gandolfini, il presidente della Camera e leader di Leu ha mostrato una grave ignoranza in materia: l’utero in affitto in Italia è “già” regolamentato, nel senso che la legge 40 lo vieta espressamente.

Boldrini, come altri, continua nella sua campagna a favore dell’odiosa pratica, spalleggiata da una certa parte della galassia lgtb. Eppure esistono voci importanti, all’interno di quello stesso mondo, fortemente contrarie o critiche nei confronti della Gpa (gestazione per altri). Spesso vi abbiamo segnalato le posizioni di Se non ora quando, di Arcilesbica e della filosofa Sylviane Agacinski; qui di seguito vi riportiamo un articolo apparso su Il Figaro, e tradotto in italiano dal sito breviarium, firmato da tre omosessuali. Il contributo, per chiarezza e ragionevolezza, è di notevole interesse perché tocca molti dei temi al centro del dibattito pubblico e perché redatto da tre persone che non possono essere tacciate della solita e logora accusa di omofobia. Leggi il resto dell’articolo

ECCO COME L’ASSURDO RIESCE A DIVENTARE NORMALE

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di Enrica Perucchietti

Sempre più spesso i media non mancano di offrirci notizie in apparenza stravaganti che stanno gradualmente, secondo il principio della Rana bollita di Noam Chomsky, abituando l’opinione pubblica ad accettare come “normali” costumi culturali e antropologici “nuovi”. Non ci si deve più stupire se tre uomini si sposano o se una donna convola a nozze con sé stessa. Dietro i nuovi costumi, ci viene detto, si può osservare il faro dell’evoluzione e del progresso: l’emancipazione dell’uomo che sceglie chi essere (a partire dalla propria identità sessuale) e come vivere (poliamore, poligenitorialità, ecc.).

Il tema della trasgressione, della licenziosità e dell’obbligo a godere di piacere illimitato a cui siamo ormai sottoposti quotidianamente, è uno dei nuclei centrali della manipolazione “dolce” come perfettamente spiegato da Aldous Huxley in Il mondo nuovo.

Oggi dobbiamo convenire sul fatto che si sta attuando quanto immaginato nel 1932 dal saggista e romanziere inglese: il potere incentiva il sesso libero e promiscuo disgiunto dal matrimonio e con esso il superamento della famiglia tradizionale. Ma non solo, perché l’orizzonte futuro ci prospetta anche nuovi rapporti sentimentali quali il poliamore ma soprattutto la procreazione disgiunta dall’atto sessuale: su questo Huxley è stato incredibilmente profetico arrivando a immaginare la nascita delle future generazioni in uteri artificiali (per approfondimenti rimando ai nostri precedenti saggi Utero in affitto e ne Il mito dell’immortalità).

A differenza che in 1984 di Orwell, il governo globale in Huxley non ha più bisogno della coercizione fisica per imporre il suo potere ai cittadini: tutta la vita, infatti, è ormai programmata scientificamente fin da prima della nascita, essendo la riproduzione disgiunta dall’atto sessuale ed effettuata, come diremmo oggi, in vitro, permettendo l’esistenza solo a individui sani i quali, sono stati “forgiati” in embrione per far parte di differenti “caste” e condizionati fin dalla più tenera età attraverso sofisticate tecniche di autentico lavaggio del cervello.

Gli abitanti del Mondo nuovo sono svuotati dal desiderio di ribellione in quanto prigionieri di una gabbia dorata le cui sbarre sono fatte proprio di piacere! Nel Mondo nuovo, infatti, le attività dilettevoli più elementari sono incessanti e la promiscuità sessuale è vista quasi come un dovere sociale a tutte le età: dai “giochi sessuali” dei preadolescenti al continuo scambio di partner fra adulti. Un rapporto affettivo stabile, infatti, dopo l’abolizione della famiglia – sul modello “comunitario” della Repubblica di Platone sarebbe visto addirittura come un elemento socialmente pericoloso per il sistema.

Nel suo Ritorno al mondo nuovo, scritto nel 1958, Huxley ritornerà su questo aspetto precisando: «Primo scopo dei governanti è impedire ad ogni costo che i soggetti diano fastidio. Per far questo essi, fra le altre cose, legalizzano una certa misura di libertà sessuale (possibile dopo l’abolizione della famiglia) che in pratica salvaguardi tutti i cittadini del mondo nuovo da ogni forma di tensione emotiva (o creativa)».

Lo scontro mondiale tra sistemi e culture diversi sotto i colpi della globalizzazione (delle merci e delle menti) avviene principalmente su un piano simbolico in quanto si tratta, secondo il filosofo francese Jean Baudrillard in L’agonia del potere, di «un annichilimento fisico e mentale, una carnevalizzazione universale che l’Occidente impone […] a tutte le singolarità che gli resistono».

La modernità ha assunto il carattere anche goliardico delle feste carnevalesche, in cui il riso, i giochi e la sovversione dei ruoli prevalgono per alcune ore o giorni come una “sospensione” delle regole tradizionali: domina l’elemento parodistico e addirittura sacrilego, il carattere licenzioso e il tema della sovversione temporanea, come ampiamente spiegato dall’esoterista francese René Guénon e prima ancora dall’antropologo James Frazer nel suo Il ramo d’oro. La materializzazione o l’uscita alla luce del sole delle “maschere”, rappresenta per Guénon «una parodia del “rovesciamento” che […] si produce a un certo grado dello sviluppo iniziatico: parodia, diciamo, e contraffazione veramente “satanica”, perché qui il “rovesciamento” è un’esteriorizzazione, non più della spiritualità, ma, all’opposto, delle possibilità inferiori dell’essere».

La postmodernità è andata oltre assorbendo gli antichi culti e rendendoli di fatto “quotidiani”. Questo genere di ribaltamento, o meglio di “annullamento della distanza” di cui parlava già Baudrillard, servirebbe quindi per canalizzare le pulsioni più basse del volgo ed evitare che esse esplodano in una qualche forma di disordine generalizzato. Se una volta queste pulsioni erano relegate a feste cicliche dai connotati carnevaleschi, oggi stanno progressivamente dando vita a una forma di “carnevale perpetuo” in cui diventa lecito tutto ciò che è licenzioso e dai connotati grotteschi e parossistici.

La modernità è diventata la parodia di tutto ciò che era “tradizione” con una sovversione dei ruoli che si sono imposti alla società come forma apparente e illusoria di libertà ed emancipazione.

Fonte

Perché non c’è nulla di etico nella vita di un vegano

È il 2017. Secondo tutti i film prodotti quando l’umanità pensava di poter curare gli omosessuali con gli schiaffi viviamo in un futuro da fantascienza. Certo, non abbiamo macchine volanti, non viviamo in un’era post-razziale o nelle colonie su Marte, però abbiamo l’etica. E un compasso morale formato dalle gif di Beyoncé che ci spiegano come navigarla.

Etica, infatti, è la parola del futuro. E quindi del nostro presente. Il lavoro è etico. La musica è etica. Lo sono le tasse. Anche le banche, ormai, sono etiche.

“Etica” è diventata la parola con cui definire noi stessi e chi ci circonda. Dividiamo le persone in buone o cattive a seconda di quanto rispecchiano la nostra idea di “etica”. Ma cosa si intende esattamente con “etica”? Tutti i più grandi pensatori della storia hanno scritto e dibattuto sul suo significato. Da Aristotele a Socrate, fino a Confucio. Da Tommaso D’Aquino a Kant, fino a Giulia Innocenzi. Nessuno, prima di lei, aveva però mai trovato una definizione precisa e sintetica di “etica”.

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Etica, sostiene la collaboratrice di Santoro nel suo libro “Tritacarne”, significa non uccidere gli animali.

Sarebbe intellettualmente disonesto, però, attribuire quest’idea esclusivamente alla giornalista de Il Fatto Quotidiano; una riflessione così complessa richiede un’estensione computazionale non ascrivibile singolarmente a Giulia Innocenzi. Per arrivare a questa epifania intellettuale sono stati necessari milioni di vegani nel mondo.

I vegani sono infatti ossessionati dalla parola “etica”. È quella a cui ricorrono quando viene chiesto loro che cosa li abbia spinti a cambiare dieta. È come definiscono loro stessi. Persone con etica.

Hanno pure creato il “Parma Etica Festival”, una rassegna in cui si celebrano culture, tradizioni e usanze alimentari allogene con il nobile scopo d’aiutare le persone a dimenticare di vivere a Parma. Tre giorni di talk, workshop e seminari sull’etica vegan e vegetariana. E sulla “psicogenealogia transgenerazionale”, una branca della psicologia che unisce le esperienze traumatiche dei tuoi avi del Rinascimento con le difficoltà di ricezione di Lifegate.

Ospite speciale del festival? Giulia Innocenzi.

Altro esempio di questa ossessione si può trovare nel ricettario-bibbia della comunità vegana italiana dal titolo “La cucina etica”. Scopo dei suoi tre autori è quello di proporre ricette “etiche, salutiste, ecologiche, spirituali, legate allo sviluppo sostenibile”. Uno dei primi capitoli è dedicato alla quinoa.

La quinoa è considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed è utilizzata di frequente nelle diete vegane per l’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due Paesi più poveri del Sud America – Perù e Bolivia – e da quando è stata scoperta nelle “diete etiche” ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la tonnellata, ma alcune varietà più pregiate – rossa real e nera – possono superare i 4mila e gli 8mila euro. Leggi il resto dell’articolo

L’italiano nuovo: ignorante, solo, inerme

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di Alceste

Roma, 9 agosto 2017

Non è mai stata una questione di soldi.
Siamo stati poveri, pezzenti e luridi, ma siamo rimasti noi stessi.
I soldi non sono il problema, l’economia non è il problema. È l’acculturazione coatta il problema, l’indottrinamento. I soldi neanche esistono; se esistono, son solo il mezzo per distorcere l’umanità, sradicarla da ciò che è sempre stata e volgerla in barzelletta.
L’usura è usata per ridurre il vecchio ordine a un balocco in disuso, altro che ricchezza.
Dominare culturalmente reca il vero potere, e il potere, eventualmente, i soldi, la parte più evidente e meno importante tanto che i veri potenti i soldi manco se li portano appresso.
Gianni Agnelli girava (giustamente) senza portafoglio.
L’economia è il sicario della nuova etica al contrario.
Non è questione di bene o di male, bensì di sopravvivenza. La morale e l’etica nacquero per conservare, non per giudicare. Essere razzisti, avere costumi razzisti, misogini, antisemiti, omofobi significa essere sopravvissuti come italiani ai millenni. Solo un imbecille può credere che i comportamenti di un popolo obbediscano a moti reazionari o progressisti. Un popolo non è mai crudele invano, o spietato o dolce o babbeo perché, come credono su commissione i Saviano, i Mentana, i Lerner, le Gruber, vi è una sorgente favolosa di retrogradi e sciovinisti in grado di far sgorgare italiani retrogradi e sciovinisti.
Un italiano odiava certi individui o etnie o comportamenti per istinto; e quell’istinto era istinto di sopravvivenza, consolidato nel tempo.
Se obbediamo alla nostra natura conserviamo noi stessi; se la rinneghiamo in nome di una nuova etica imposta con l’inganno saremo perduti.
Questo sradicamento è voluto? Sì.

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Perucchietti: “Nel silenzio si va verso mondo nuovo di Huxley: non esisterà più famiglia e saremo tutti precari”

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di Lucia Bigozzi

“C’è un piano di scardinamento della nostra società e nessuno se ne sta accorgendo. E se tu lo denunci, passi come un complottista, mentre loro continuano ad andare avanti”. Scenario inquietante che Enrica Perucchietti, scrittrice, tratteggia nell’intervista a Intelligonews ragionando tra la visione tedesca dei migranti rispetto al calo demografico, la società nuova evocata dal ministro Giannini, dentro la quale la famiglia non sarà più la stessa.

Controlli negli hotspot di Italia e Grecia a caccia di terroristi infiltrati tra i migranti. Ma non dicevano che era tutto sotto controllo?
Abbiamo già visto cosa è successo a Parigi e Bruxelles. E’ evidente che quando c’è un attentato ci sono delle falle ma bisogna capire perché e a chi fa comodo che si permetta questo tipo di episodi. Mi sembra anche che ci sia una forma di strumentalizzazione per creare questa forma di terrorismo psicologico-mediatico perchè poi alla fine si sta spingendo per avere un ministro unico dell’Interno europeo, la Polizia unica europea – ne ha parlato Eugenio Scalfari, ne ha parlato addirittura Renzi -, è evidente che si sta spingendo molto per adottare un certo tipo di misure di limitazione della privacy e per aumentare a livello centrale e sovranazionale il controllo della Polizia, quando però – paradossalmente – è proprio lì che ci sono delle falle, perchè quando gli attentati avvengono negli aeroporti allora c’è qualcosa che non funziona”.

Quindi secondo lei questi controlli potrebbero andare nella direzione di un disegno sovranazionale, un nuovo organigramma unico europeo?

“Secondo me sì perché non si sta migliorando la qualità dei controlli ma li stanno semplicemente aumentando”.
 
Con la politica renziana del va tutto bene, non si corre il rischio che alla fine il populismo sembri essere l’unica soluzione a tutti i mali? 
C’è uno scollamento tra la politica renziana, il populismo e la realtà. Ed è uno scollamento ormai così evidente che anche la gente sembra totalmente indifferente o passiva ai “mantra” che vengono recitati; ed è anche per questo che, secondo me, l’elettorato è diviso tra grillini e renziani; ovvero tra un’opposizione sempre più netta e il governo. Tutta la carriera di Renzi lo dimostra; non è con lo ‘stai sereno’ o lo ‘stai sereno Italia’ che si migliorano le cose. Anzi, quando Renzi dice ‘state tranquilli e sereni’, allora lì c’è proprio da preoccuparsi”. 
Il calo demografico si fronteggia con i migranti dice la ministra tedesca Wanka nel faccia a faccia col ministro Giannini che evoca una società e una famiglia che cambieranno. Siamo sicuri che sia la scelta giusta?
No quelle dichiarazioni sono allarmanti. Il fatto che si dica che si deve andare verso un modello, secondo me distopico, molto simile al mondo nuovo di Huxley in cui non esiste più la famiglia, in cui tra l’altro saremo tutti più precari perché bisognerà abituarsi a non essere stanziali, a essere nomadi e quindi a spostarsi per lavoro. Le dichiarazioni sull’immigrazione sono proprio la dimostrazione che tutto quello che si diceva da anni era assolutamente giusto; che in qualche modo c’è anche un piano per finanziare queste ondate massicce di migrazione finalizzato a generare caos e per abbattere anche i salari. E non è un caso che quando si è riunita a Roma la Trilaterale, il responsabile della questione migranti all’interno di questo organismo sia un lobbista. Ci sono dati che ne parlano: questi flussi migratori sono finanziati ad hoc da grandi gruppi perché c’è l’intenzione di creare il caos e in qualche modo, di riscrivere tutta la nostra società. Le dichiarazioni della Giannini sono gravissime e sono rimaste inascoltate perché tranne Intelligonews e pochi altri media, nessuno le ha ribattute. In certa misura, sembra voler smantellare lo stato civile per volerne ricostruire un altro in cui l’uomo sarà flessibile? No, sarà un precario a vita, non ci sarà più la famiglia; gli uomini si dovranno spostare per il lavoro e tutte le logiche non solo del lavoro ma anche del vivere civile, le logiche antropologiche vengono a mutare.  C’è insomma un piano di scardinamento della nostra società e nessuno se ne sta accorgendo. E se tu lo denunci, passi come un complottista, mentre loro continuano ad andare avanti. Ma perché? Perché la logica del populismo, del va tutto bene, dello state sereni, sembra servire per sedare un’opinione pubblica prostrata e senza più la forza di reagire”.

Fonte

Breviario del cretino ovvero: perché non ci si ribella?

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di Alceste

Stiamo diventando un popolo di cretini?
Ne ho il sospetto.
Solo una popolazione europea di cretini può accettare lo stato attuale delle cose senza provare la voglia di menar le mani.
E cosa è accaduto di così profondo tanto da rimbambirci in tal modo?
Una immane mutazione antropologica, una frattura continentale, uno iato spaventoso; si è insinuato nel sangue un virus zombificante, favorito dal parallelo e debordante progresso tecnologico. A forza d’incoraggiare l’elemento immaginifico dell’uomo, il suo lato emozionale, uterino, isterico, vegetativo, siamo giunti al punto di rottura epocale, alla devoluzione della ragione.
Punto di rottura. 100 gradi celsius. Un attimo primo c’è l’acqua, l’attimo dopo il vapore. È ancora acqua, ma solo chimicamente.
Ed esattamente cosa si è rotto?
Rispondo: il principio di non contraddizione.
Il principio dei principî. L’architrave dell’homo occidentalis: “Non può essere che una cosa sia e non sia una certa cosa allo stesso tempo e nel medesimo rispetto”.
Esempio: Io sono più alto di Mario, qui e ora. Non posso essere più alto e più basso, allo stesso tempo, ora, nei confronti di Mario.
O sono più alto o sono più basso.
Facile, no?
Da ciò deriva il principio di identità (Io = Io; Mario = Mario) nonché l’amabile principio del terzo escluso: ogni proposizione dotata di senso può essere o vera o falsa. Ch’io sia più alto di Mario può essere o vero o falso.
Se non è zuppa è pan bagnato, e viceversa. Non ci sono ulteriori alternative: tertium non datur.
Per il cretino no, non è così. Tremila anni di logica ‘au cabinet’, per dirla con Alceste.
Ma se crolla tale sommo architrave cosa accade?
L’apocalisse della razionalità.
La si può condensare nella formula dello pseudo Scoto: “Ex falso sequitur quodlibet”: tutto è permesso. Se è ammissibile la suprema contraddizione (che una cosa sia e non sia) allora tutto vale, ogni follia è permessa; siamo ai Saturnali della logica, al Carnevale della deduzione, al tana-libera-tutti della causalità.
Il supremo principio non viene più riconosciuto, né applicato.
Ecco la vera new age: lasciata alle spalle l’era dello stupido, entriamo trionfanti in quella del cretino. Il cretino risponde solo a stimoli bassamente emozionali, ad anacoluti logici, al volemose bene dell’inferenza. Per lui tutti i gatti sono grigi.

Esempio 1: Siamo un partito di lotta e di governo.
Esempio 2: Mi piace Céline, ma anche Fabio Volo.
Esempio 3: Mi ha messo le corna eppur mi ama ancora.
Esempio 4: La scoperta dell’alba è un grande romanzo.

E via così.
Ma esiste un cretino integrale, perfetto?
Certo, il cretino 2.0. Sta facendosi strada velocemente. Purtroppo residuano ancora delle sacche di razionalità e buon senso, specie nelle vecchie generazioni. Qualcuno ancora s’ostina, disperatamente, a tramandare ai discendenti basici elementi di logica; tuttavia il dado è tratto: ancora mezzo secolo di Occidente e i cretini 2.0 erediteranno la terra. Sì, mezzo secolo, di questo passo, è più che sufficiente, ve lo dice uno stupido.
Nel frattempo trastulliamoci delineando una (provvisoria) fenomenologia del cretino.

1. Ci sono due tipi di cretino: il cretino-cretino (old style) e il cretino 2.0 (coming soon).

2. Il nocciolo duro delle convinzioni del cretino-cretino sono i pregiudizî. Su quelli non transige. I pregiudizî del cretino: la tradizione familiare, l’imparaticcio scolastico, la chiacchiera, le gazzette.

3. Il cretino-cretino, infatti, ha un piccolo serbatoio di pensieri e frasi fatte a cui non applica il minimo ragionamento o critica. Quando tale angusto orticello è messo criticamente in pericolo, il cretino-cretino può arrivare al turpiloquio, al fanatismo, all’offesa più sanguinosa.

4. Al cretino-cretino puoi far credere tutto, basta lisciarlo nei pregiudizî.

5. I pregiudizî assicurano il cretino-cretino del possesso d’un pensiero.

6. Il fiume del cretino-cretino si perderà naturalmente nello sterminato oceano del cretino 2.0.

7. Il cretino 2.0 è il cretino integrale, il cretino del futuro.

8. Al cretino 2.0 va bene tutto. Per lui, in fondo, tutto è possibile. Per lui un evento può essere bianco o nero. Tertium datur. Ma anche quartum, quintum e sextum. Rosso, verde, a pois. Perché no?

9. Per il cretino ogni posizione, a ben guardare, è desiderabile. Come quelle di Desdemona nelle parole di Iago: “With her, on her, what you will”.

10. Il cretino 2.0 ha finalmente abolito il nesso di causalità. Se vede il fumo non inferisce il fuoco, a meno che glielo annunci il telegiornale o un conoscente cretin-autorevole. Per lui una colonna di fumo può arrivare a significare tutto tranne l’incendio. Di solito quando il cretino 2.0 si ritrova coi piedi bruciati, dà la colpa al destino cinico e baro.

11. Se il cretino 2.0 protesta contro una gabella gravosissima lo fa sotto gli stessi vessilli del politico che l’ha imposta. Se urlacchia contro gli immigrati lo fa al fianco di chi ha firmato il trattato di Schengen. Se sfila a favore della famiglia tradizionale lo fa mano nella mano con un divorziato. Se si batte per il libero amore divorzierà dalla moglie che l’ha reso cornuto. Si può andare avanti per giorni.

12. Il cretino 2.0 è un conformista di prim’ordine. Anche nell’anticonformismo.

13. La cretineria 2.0 è comune a ogni gradino sociale o gruppo o casta o consorteria o carboneria.

14. Il cretino 2.0 è un appassionato di meteorologia; egli compulsa avidamente i referti di tale scienza poiché desidera, sempre e comunque, il bel tempo da cartolina. Il cretino 2.0, infatti, è un congenito homo turisticus.

15. Il cretino 2.0 si stanca presto. Egli può sinceramente darti la mano e sancire: “Combatterò assieme a te, senza requie e tentennamenti, la politica nefasta delle Teste Tonde!”. Qualche ora dopo potrai trovarlo sulle barricate a urlare: “Abbasso le Teste Piatte, viva le Teste Tonde!”. Cambia idea col volgere del clima, come si cambia una casacca fuori stagione.

16. Al cretino 2.0 manca lo sguardo d’insieme, la visione generale, il panorama a volo d’aquila, il colpo d’occhio del genio. Lui si interessa alle minuzie, agli attimi. La sua vita, infatti, è frantumata in attimi e minuzie. È un uomo liquido: un cretino, appunto.

17. Il cretino 2.0 è facile agli entusiasmi. Ogni iniziativa lo esalta. Quasi sempre, però, abbandona il balocco dopo qualche giocata.

18. Il cretino 2.0 ama divertirsi: in fondo è un goliarda. Quando agli eventi appiccano il cartello ‘questo è davvero divertente!’, egli si diverte ancor di più. Il cretino 2.0 applaude tutto quello che si muove. Se le gazzette scrivono d’un film: ‘commovente’, il cretino 2.0, alla visione, si commuove: si sentirebbe altrimenti a disagio.

19. Il cretino 2.0 ambisce alle vacanze a Formentera, in Provenza, a Londra, al Cairo, in Nepal o nella Death Valley. Il Colosseo, Paestum e gli Uffizi, invece, lo annoiano sino allo sbuffo.

20. Al cretino 2.0 piacciono i calembour, i giochi di parole, le storpiature, i doppi sensi, le parodie, il plagio, la freddura, il centone, l’impressione, la fantasticheria, lo psicologismo; tutti debitamente privi d’arguzia. Tale bolsa e superficiale ginnastica mentale sostituisce presso di lui la lettura, lo studio assiduo, la tranquilla profondità, la solida saggezza.

21. Quando dieci cretini 2.0 s’intruppano insieme fondano una corrente politico-filosofico-letteraria o un think-tank. Il cretino 2.0 in solitaria tende, invece, all’estensione di romanzi o memorie o consimili aggrumati di fonemi.

22. Per il cretino 2.0 il passato non esiste, e neanche il futuro. Esiste il qui e ora, eternamente ripetuto e affermato. Il cretino 2.0 è senza storia. Come presentì Eraclito: “Per lo sciocco il sole è nuovo ogni giorno”.

23. Come tutti coloro che si occupano di minuzie, bagattelle e piccinerie, il cretino 2.0 possiede un’alta considerazione di sé stesso. Manca di ironia, di scetticismo, di tutte le qualità, insomma, che derivano dalla comprensione generale della vita e dei fenomeni umani. Egli degenera spesso in un burocrate oppressivo, e devoto ai cavilli di quella legge di cui ignora lo spirito.

24. Il campo d’azione del cretino 2.0 è il proprio pollaio.

25. Poiché manca d’una visione generale dei problemi, il cretino 2.0 cambia spesso idea o non ne ha alcuna; è un testardo che si impunta su delle sciocchezze o su interpretazioni sbagliate o fasulle. Non guarda il cielo, né la luna, ma neanche il dito; di solito si guarda il ciuffo.

26. Il cretino 2.0 non riconosce i propri predatori. Nonostante questo non si estinguerà: anche i predatori sono, infatti, cretini 2.0, ma con la villa al mare.

27. Il cretino 2.0 si propaga in ragione esponenziale.

28. Quando il cretino 2.0 dominerà la Terra, non avrà altri umanoidi a cui fare la morale. Allora, solo allora, si squarceranno le porte del cielo e Azathoth, il Dio cieco e idiota dello Sfacelo, fra l’infernale strepito di flauti e buccine interstellari, gorgoglierà sbavando il testamento dell’umanità.

Fonte

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