Il mondo nuovo

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di Luca Gritti

Ciò che rende il Mondo Nuovo un libro profetico, più di ogni altro romanzo distopico, è l’aver colto esattamente l’ideologia fondante che oggi impera e vorrebbe colonizzare la mentalità di tutti.

 

Chi volesse vedere chiaro nelle storture del nostro tempo e negli orrori peggiori della nostra epoca dovrebbe leggere Il Mondo Nuovo di Huxley. Aldous Huxley non fu un grande scrittore, fu stroncato con parole inequivocabili da Hemingway e da Eliot, sfruttava la letteratura per diffondere la sua eccentrica filosofia, i suoi personaggi non sono vitali e i suoi dialoghi sovente sono troppo idealistici. Ma nonostante non fosse un grandissimo artista, fu però il vero grande profeta della nostra epoca, colui che vide con maggiore preveggenza dove andava il mondo e quale sarebbe stato il vero orizzonte distopico del futuro. In questo ebbe ragione quando scrisse, all’inizio della raccolta di saggi Ritorno al Mondo Nuovo – composti una quindicina d’anni dopo il libro –, che egli era stato un profeta migliore di George Orwell. In 1984 Orwell immaginò, infatti, un futuro distopico fondato sulla coercizione, sulla guerra perpetua e sulla mistificazione del passato; Huxley nel Mondo Nuovo ebbe maggior ragione a pronosticare una distopia basata sulla droga, sulla pace perpetua garantita da un mega-stato globale e sull’indifferenza rispetto alla storia grazie al culto dell’efficienza immediata e del piacere sessuale, istantaneo e sterilizzato.

I due minuti di odio o la strategia del dissenso controllato

Tutto questo non è casuale: lo zio di Huxley era stato uno dei più accesi sostenitori inglesi della dottrina darwinista, e suo fratello, Adrian, fu un biologo sostenitore dell’eugenetica che Aldous descrisse con tanta accuratezza nel suo romanzo, nonché direttore dell’Unesco, fervente animalista e socio di rilievo del Wwf. Huxley quando scrisse non immaginò un mondo distopico per scongiurarlo o denunciarlo, come fece invece Orwell con lo stalinismo; ma nel Ritorno al Mondo Nuovo scrisse a chiare lettere che tutte le innovazioni del suo romanzo – dal controllo demografico all’ipnopedia, dalla sessualità sterilizzata fino alla droga per controllare gli umori – non erano cose negative in sé, ma se fossero state gestite con assennatezza potevano essere auspicabili per il futuro, quando non proprio necessarie.

Nonostante queste ambiguità artistiche ed umane, il romanzo di Huxley resta un libro fondamentale proprio per il suo carattere profetico, che risalta soprattutto oggi che molta parte di quelle profezie stanno giungendo al loro inquietante compimento. Il Mondo Nuovo, a ben vedere, è il mondo che oggi viene spacciato come civile, il modello di convivenza e di società che è stato partorito nell’Inghilterra positivista, si è perfezionato in Scandinavia e oggi tenta, mediante i mezzi di comunicazione ed una propaganda sempre più sottile e pervasiva, ma anche grazie all’Onu e ad altre organizzazioni internazionali, di colonizzare culturalmente tutto il globo: dall’Europa mediterranea all’Asia, dalla Russia all’America latina. Leggi il resto dell’articolo

Tutto ciò che non va con la vostra stupida e ipocrita “immigrazione”, qualsiasi cosa intendiate con questo termine

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di Ian Ssali

La pseudo-questione “immigrazione” se così vogliamo chiamarla si muove su due spiegazioni del mondo di oggi: una limitata e un’altra ampia.

Oggi in Italia è diventato luogo comune pensare di essere invasi dagli “immigrati”. E cosa ci viene subito in mente? Africani, barcone e trentacinque euro. Ma ad alcuni verranno in mente risorse indispensabili, diritti dei braccianti, mediatori e corsi di lingua. Ma sempre gli africani. Sono sempre loro. Quello che sorprende è che vengono vestiti del manto della “stranieritudine”, gli stranieri per eccellenza, il corpo nero da integrare, però questi signori africani (e mi riferisco ora a quelli regolari sub-sahariani) sono coloro che rappresentano nel totale delle popolazioni straniere in Italia un’assoluta minoranza e una forza economica non molto rilevante. E potete tranquillamente andarvi a leggere il Dossier Immigrazione della Caritas e i dati ISTAT. Troverete tra le comunità africane più rappresentative quelle del Senegal, Ghana, Nigeria, Tunisia ed Egitto; ciò nonostante si continua a mantenere e propagandare una rappresentazione scorretta e direi assolutamente ingiusta e in malafede sugli “africani”, almeno la semplificazione giornalistica, sociale e politica.

Qualcuno mi può spiegare perché non mettiamo Cina, Filippine, Sri Lanka, Bangladesh, India sotto la grande categoria degli “asiatici”? Non lo facciamo, ed è giusto che sia così. Sono popolazioni diverse e ne riconosciamo la differenza, le peculiarità; invece gli africani (cioè i popoli del continente) li mettiamo tutti insieme, quasi avessero qualcosa in comune e non ne hanno a parte lo stare sullo stesso continente; ma è così rilevante? No. Il Ghana e l’Egitto non sono la stessa cosa. Senegal e Tunisi non sono la stessa cosa. E non sono questi paesi a rappresentare un immenso e vario continente di 54 stati. Semplicemente non c’è alcun paese africano che possa rappresentare l’originalità e l’intriseca unicità delle nazioni e delle popolazioni sul continente. Non c’è. Non esiste e non può esistere. Come nemmeno si può pensare che l’Italia e la Svezia siano uguali e che la Francia rappresenti tutta l’Europa. In Europa magari l’azzardo sarebbe appropriato visto la storia politica degli ultimi duemila anni ma i popoli d’Africa non hanno mai avuto nulla di simile: continente troppo grande. Nella storia politica umana non è mai esistita un’entità politica che copra un territorio così esteso. Concepire queste proporzioni è forse difficile ai più perché siamo abituati a pensare al continente africano come fosse una succursale dell’Europa (più il Nord Africa ovviamente ignorando tutto resto), anche nelle dimensioni, ma è tanto tanto più grande e questo ha delle implicazioni notevoli. Leggi il resto dell’articolo

La Teoria della Montagna di Merda

Alcune persone godono nel particolare hobby di fare “debunking“.

Il debunking e’ l’abitudine di dimostrare, punto per punto, che le teorie cospirazioniste (UFO, HAARP, rettiliani & co) siano false.

Non ho voglia di spiegare che la cosa piu’ difficile da dimostrare al mondo sono proprio le verita’ piu’ semplici, direi quasi gli assiomi, se non fosse che non si dimostrano affatto, ci si limita a constatare che siano assiomi e che siano necessari o presenti, per chi si occupa di matematica inversa.

Quanto piu’ vicini siamo alle evidenze ed agli assiomi, quanto piu’ complesso sara’ dimostrare qualcosa, nella media. I problemi sulle qualita’ di base dei numeri sono quelli che, come la congettura di Riemann, resistono di piu’ all’assalto intellettuale dei dimostratori.

Allo stesso modo, dimostrare che nessuna industria farmaceutica ci stia irrorando gratis di anticoncezionali perche’ agli azionisti piace venderli, e’ di una complessita immensa; entrerebbero in gioco Peano e Pareto, e come scrive qualcuno tutti mi darebbero immediatamente del fascista.

Il guaio e’ un altro: cento milioni di scimmie che battano tasti a casaccio su cento milioni di macchine da scrivere per cento milioni di anni probabilmente scriveranno l’opera magna della letteratura di ogni tempo e luogo.

Il problema e’ che produrranno anche una cataclismica, spaventosa, leviatanica, galattica Montagna di Merda.

La proporzione tra le due cose, catastroficamente a favore della merda, e’ tale che normalmente si danno le macchine da scrivere in mano a persone delle quali si presume che scriveranno qualcosa di buono.

Il motivo e’ molto semplice: se anche le nostre scimmie scrivessero l’opera magna di ogni tempo e di ogni luogo, il tempo necessario a scartare tutte le altre opere sarebbe infame.

Questo e’ alla base di quella che io chiamo “La teoria della montagna di merda“. Essa dice, in sostanza, che un idiota puo’ produrre piu’ merda di quanta tu non possa spalarne.

Prendiamo per esempio il famoso motore di Schietti

Si tratta di una bufala catastrofica; e’ vero che i palloncini saliranno in alto, ma per gonfiarli in fondo al cilindro abbiamo usato piu’ dell’energia che otterremo.

Questa cosa e’ stata fatta presente a chietti, dicendogli che un certo Boyle e un certo Mariotte hanno detto delle cose sensate qualche tempo fa.

Il risultato e’ stato che lo Schietti1 se n’e’ uscito con un ulteriore delirio “Schietti dimostra falsa la legge di Boyle-Mariotte“.

La cosiddetta dimostrazione consiste nell’introdurre ulteriore complessita’: una macchina fatta di due componenti e’ difficile da falsificare, una macchina composta da stantuffi, leve, ingranaggi, miliardi di circuiti logici, eccetera, e’ dialetticamente impossibile da debunkare completamente, perche’ mancano le competenze.

Prendiamo per esempio il processore del vostro PC: si potrebbe dire che possa parlare con l’aldila’. Se siamo ciarlatani, intendo. A quel punto arriverebbe un tizio che lavora in Verilog o in VHDL e ci spiegherebbe che niente in un processore parla con l’aldila’.

La risposta del cialtrone a quel punto sara’ qualcosa di relativo alla fisica del silicio. Il guaio e’ che a quel punto l’esperto di Verilog esaurisce la sua competenza, perche’ la parte al silicio gli e’ nota solo in parte (quel tanto che serve a scrivere codice eseguibile dall’hardware nei tempi previsti), ma se andiamo allo stato dell’arte ci saranno esperti di fisica della materia che passano la vita sul silicio, e chi ha visto la modellazione matematica di un singolo nucleo di idrogeno (un delirio di operatori hermitiani) sa bene che “l’atomo di Silicio” non e’ per nulla una cosa semplice.

In pratica, se facciamo affermazioni riferite allo stato dell’arte ci vorra’ un intero team di esperti per contraddirci, a patto di riferirci ad una complessita’ abbastanza grande di fenomeni fisici. Non esiste una sola persona in grado di discutere allo stato dell’arte di una CPU, ci vuole una squadra intera.

Il problema e’ che radunare la suddetta squadra ci costera’ uno sforzo immenso rispetto a quello che costa al cialtrone affermare di pingare la madonna in persona attraverso la sua VPN.

In pratica, economicamente parlando vinceranno sempre i cialtroni, perche’ la competenza costa piu’ dell’incompetenza.

Ma c’e’ un motivo di tipo umano che mi impedisce di darmi a quest’attivita’. Il fatto, cioe’, che queste persone siano arrabbiate.

Oh, non arrabbiate come mi arrabbio io con il cane se mi scava una pianta di susini per seppellirci il pane.

Sono arrabbiate come stile di vita, nel senso adleriano del termine. (1) La rabbia per loro e’ una condizione permanente, ontologica, e’ un metodo di ricerca: la tal cosa e’ vera nella misura in cui pensarla sostiene la mia rabbia.

Poiche’ molte delle verita’ che sono passate alla storia sono state inizialmente scomode (2), queste persone ritengono che ogni affermazione che suscita rabbia sia scomoda, ergo vera.

Il problema e’ che esse non suscitano una vera e propria rabbia, e non sono nella media nemmeno “scomode“: si tratta quasi esclusivamente di affermazioni fastidiose. Fastidiose perche’ il buon Schietti si ostina ad ammorbare i commenti dei blog di mezzo mondo con la sua parafilosofia.

La strategia di queste persone e’ di ammorbare la vita alla gente con la propaganda delle loro idiozie. Poiche’ ad un certo punto ricevono una reazione di fastidio, deducono che la loro “verita‘” sia “scomoda” anziche’ capire che il problema sta nella loro fastidiosa presenza, e non nella loro scomoda verita’.

Lo scopo e’ quello di arrivare ad uno scontro, appunto, rabbioso. E questo e’ dovuto molto semplicemente al fatto che, come ho gia’ scritto, la rabbia e’ la loro condizione esistenziale: rabbia perche’ si sentono impotenti di fronte a banche e multinazionali, rabbia perche’ non riescono a realizzarsi, rabbia perche’ si sentono maltrattati dalla societa’, eccetera.

La colpa di tutto questo, ovvero delle loro disgrazie ultime, sta proprio nelle leggende, nei mulini a vento che combattono; e verso i quali rivolgono la loro rabbia. Ma il fatto che la rabbia sia la loro condizione ontologica fa si che essa non sia l’effetto dei mulini a vento,ma la causa.

La loro condizione esistenziale e’ di essere arrabbiati, soprattutto, prima di ogni cosa ed a prescindere. Di fatto questi individui si sono aggirati per il mondo, digrignando bile e vomitando odio astioso, con una vocina dentro che chiedeva loro “perche’ tanto odio?

Perche’ tanta ingiustificata rabbia?

Improvvisamente arriva il ciarlatano e gli dice: ecco qui, puoi scegliere tra “sono arrabbiato perche’ mi nascondono la verita’ sull’ 11 settembre“, “sono arrabbiato perche’ ci stanno uccidendo con le scie chimiche“, “sono arrabbiato perche’ la free energy viene nascosta al mondo“, eccetera.

In altre parole, le teorie cospirazioniste sono solo un vestito, una copertura che serve a dare una motivazione apparente per una rabbia che altrimenti non si spiega; Blondet e’ arrabbiato perche’ come giornalista e’ una sega fritta, perche’ non ha credito in alcun ambiente giornalistico serio, denunciare il grande complotto degli ebrei gli serve perche’ dire “sono arrabbiato perche’ la mia carriera di giornalista e’ una montagna di letame” suona male, mentre “sono arrabbiato perche’ gli ebrei dominano il mondo e vogliono tagliare un pezzo di pisello a tutti” suona meglio: non contiene un’ammissione di implicito fallimento esistenziale.

Ora, qual’e’ la realizzazione massima della rabbia? Contrariamente a quanto si pensa, la massima realizzazione e’ la sua stessa diffusione; perche’ ogni volta che l’arrabbiato vede che qualcuno si arrabbia con lui trae conferma del fatto che fa bene ad arrabbiarsi, e quando qualcuno si arrabbia contro di lui, ha conferma del fatto che le sue teorie sono scomode (quando invece e’ la sua presenza ad essere fastidiosa).

Come scriveva Adler in Psicologia Individuale, “il nevrotico trovera’ nella propria nevrosi le energie per sostenere la nevrosi stessa, per quante ne siano necessarie“. (3)

O, tradotto in soldoni, essi produrranno sempre piu’ rabbia di quanta ne possiate sopportare; piu’ provocazioni di quanto possiate mantenere la calma, piu’ fastidio di quanto possiate tollerare: l’energia libidica a loro disposizione, la grandezza della forza che li spinge in questo processo ha la cardinalita’ del continuo.

C’e’ un solo modo di neutralizzare questa gente: stabilito che lo scopo principe di queste persone sia di perpetuare e di diffondere lo stato di rabbia “a priori” che produce il loro stato esistenziale, il solo modo di fermarli e’ di evitare i contatti con loro.

Essi sono profondamente malati, di una malattia invisibile che si chiama rabbia. Lo scopo ultimo di questa malattia e’ il contagio, e nient’altro che il contagio; non cambierebbe nulla nell’esistenza materiale di queste persone se si scoprisse che la CIA ha demolito le torri gemelle, ne’ se si scoprisse che gli USA vogliono sacrificare la quinta flotta alla guerra contro l’Iran come dice Blondet, in entrambi i casi la nostra italianissima esistenza ne sarebbe inficiata assai poco, ne sarebbero inficiati poco i nostri successi ed insuccessi personali, eccetera.

Lo scopo ultimo della rabbia e’ propagarsi.

E la sua sconfitta e’ il fatto che gli altri abbiano una vita serena, gioiosa, per nulla arrabbiata.

Quindi, caro Schietti1, ti dico una cosa: il tuo motore funziona alla perfezione, la free energy e’ alla portata di tutti, la pila di Zamboni potrebbe produrre energia gratis per tutti, (4) ma io sono felice cosi’.

E siccome sono felice, non voglio nulla di quanto dici.

(1) Ok, ok. Ho conosciuto psicologi adleriani capaci di mettere a posto, in pochi mesi, anni di disastri di apprendisti stregoni. Siccome sono un tecnico, la prima cosa che ho fatto e’ stata di ficcare le mani nella scatola, e ho letto un sacco di cose di Adler.

(2) Nella maggior parte dei casi la verita’ e’ comodissima. Sono salito sulla metro stamattina pensando che mi avrebbe portato qui. Era vero. Sarebbe stato peggio se fosse stato falso, e io sbagliando il senso di marcia mi fossi trovato a Cascina Gobba. In questo caso, la verita’ sarebbe comoda mentre la falsita’ sarebbe un rompimento di coglioni.

(3) Adler contestava l’affermazione freudiana secondo la quale la rappresentazione della nevrosi di fronte all’analista fosse uno sfogo energetico, un calo libidico sufficiente a fermarla.

(4) Non lo penso davvero, ma si tratta di un’affermazione che Schietti non puo’ contestare, visto che gli da’ ragione. La sua rabbia non avra’ quindi espressione, e il meccanismo di tossicita’ della rabbia sara’ fermato.

di Uriel Fanelli

La cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, spiegata.

Venerdì 20 aprile, dopo cinque giorni di camera di consiglio, i giudici del tribunale di Palermo hanno emesso la sentenza di primo grado per il processo sulla presunta cosiddetta “trattativa Stato-mafia”. La tesi dell’accusa, portata avanti soprattutto dal pubblico ministero Nino Di Matteo, è stata sostanzialmente accettata dalla giuria, in parte composta da giudici togati e in parte da giudici popolari: un politico, alti funzionari dello stato e boss mafiosi sono stati condannati. Secondo i giudici, tre importanti ufficiali dei carabinieri e Marcello Dell’Utri, per anni noto amico e collaboratore di Silvio Berlusconi, hanno “minacciato” gli organi dello Stato per conto della mafia, con l’obiettivo di costringere i governi ad adottare un atteggiamento più morbido nei confronti della criminalità organizzata siciliana.

La teoria – giudiziaria, giornalistica, politica – alla base della “trattativa Stato-mafia” è però molto più ampia del processo di primo grado che si è concluso venerdì. Riguarda non solo molti altri processi, che sono finiti con delle assoluzioni, ma costituisce un vero e proprio tentativo di ricostruzione storica degli ultimi 25 anni di storia del nostro paese. Tra i pochi che si sono approcciati al caso con una prospettiva “storica” e non soltanto giudiziaria ci sono il giurista Giovanni Fiandaca e lo storico Salvatore Lupo, che del caso hanno parlato nel libro La mafia non ha vinto.

Il processo

Visto che il processo di Palermo riguarda solo una parte dell’intera vicenda, per comprendere la “trattativa” è bene separare la storia dagli esiti processuali. Cominciamo da questi ultimi e in particolare da quello al termine del quale, venerdì scorso, sono state emesse numerose condanne. Le più interessanti sono quelle che hanno riguardato l’ex generale Mario Mori, l’ex generale Antonio Subranni e l’ex colonnello Giuseppe De Donno, tutti e tre appartenenti ai ROS, i carabinieri incaricati di indagini speciali come quelle per reati di mafia. Secondo i giudici, questi tre alti ufficiali avrebbero condotto la trattativa con la mafia in Sicilia, e, riportando le richieste dei boss mafiosi ai politici, avrebbero così commesso un reato.

Il problema è che non esiste il reato di “trattativa”: e fino a che non vengono commessi reati, le autorità hanno tutto il diritto di trattare anche con criminali incalliti. Si tratta con i criminali che hanno preso degli ostaggi, per esempio, allo scopo di salvarli, ma anche in casi molto più eclatanti: lo Stato italiano ha notoriamente trattato tra gli anni Sessanta e Settanta con i terroristi palestinesi, a cui veniva permesso il trasporto di armi e personale sul territorio italiano purché il nostro paese non fosse teatro di attacchi terroristici. Si trattò spesso e in molte occasioni anche con i terroristi italiani, tra cui persino il più pericoloso e organizzato tra tutti i gruppi, quello delle Brigate Rosse (nel caso del sequestro del giudice Mario Sossi furono proprio i magistrati a condurre la trattativa, e altri magistrati a bloccarla all’ultimo minuto). Durante il rapimento di Aldo Moro ci furono trattative tra il leader socialista Bettino Craxi e i brigatisti, e persino tra il Vaticano e alcuni supposti emissari delle Brigate Rosse.

Oggi è cambiata la sensibilità dell’opinione pubblica e anche quella di alcune parti della magistratura, e secondo l’accusa trattare con i criminali costituisce di per sé sempre un reato, poiché comporta che un organo pubblico subisca delle minacce (se la trattativa non va in porto, accadranno cose spiacevoli). Chi tratta, secondo questa lettura, commette il reato di “minaccia e violenza contro organi politici dello Stato”. In altre parole, secondo i giudici del processo terminato venerdì scorso, Mori, Subranni e De Donno avrebbero parlato con i boss della criminalità organizzata, ascoltato cosa chiedevano per far terminare la cosiddetta “stagione delle stragi” e quindi riferito alle autorità politiche i risultati dei colloqui. Così facendo avrebbero “minacciato” il governo, prospettando una continuazione delle stragi se non si fosse ammorbidita la lotta alla mafia.

I giudici non hanno considerato i tre ufficiali dei semplici “tramite”, che avrebbero svolto una trattativa con la criminalità su ordine delle autorità politiche, ma li hanno accusati di essere – sostanzialmente – complici della criminalità organizzata. In questo contesto, l’espressione “trattativa Stato-mafia” rischia di diventare fuorviante, poiché anche negli argomenti dell’accusa lo Stato risulta essere la parte lesa e minacciata. È stato condannato anche il boss mafioso Leoluca Bagarella, che avrebbe formulato almeno parte delle richieste della criminalità organizzata, così come Marcello Dell’Utri, che secondo l’accusa sarebbe stato ambasciatore di una seconda trattativa che si sarebbe svolta durante il primo governo Berlusconi. In questo scenario anche Berlusconi, in quanto capo del governo, è considerato dai giudici la vittima delle minacce agli organi dello Stato portate avanti da Dell’Utri: non suo complice, come ha correttamente notato il giornalista Luciano Capone. È stato invece assolto il ministro dell’Interno della “prima fase” della trattativa, Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza in un filone laterale di questa complicata vicenda.

Conosceremo probabilmente tra diverse settimane maggiori dettagli su quali sono le responsabilità dei vari protagonisti secondo i giudici, quando saranno pubblicate le motivazioni della sentenza. Sentenza che peraltro è stata molto criticata, per la fragilità degli elementi su cui si basa e per come ignora le sentenze di diversi precedenti processi: sono parecchi a ritenere che sarà rovesciata in appello.

La storia

Analizzare la vicenda prendendo in esame uno solo dei numerosi rami processuali di cui è composta rischia di produrre un racconto parziale. La teoria della “trattativa” è molto più complessa e sfaccettata ed è stata esaminata in numerosi processi, articoli e libri di inchiesta. Accanto al processo di Palermo esistono ricostruzioni più ampie, portate avanti da giornalisti, da politici e dagli stessi magistrati dell’accusa nei loro libri, nelle loro interviste e negli altri processi di cui si sono occupati. Di Matteo, il principale pm dell’accusa, è stato uno dei più importanti propugnatori della teoria più estesa e in questo è stato spesso appoggiato da giornali, come il Fatto Quotidiano, e da partiti politici, come il Movimento 5 Stelle, alle cui iniziative ha partecipato in più di un’occasione.

La “teoria della trattativa”, nel senso più ampio del termine, è più o meno quella che segue.

Di fronte ai successi nella lotta alla mafia della fine degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta – si pensi per esempio al “maxiprocesso” – l’ala più violenta di Cosa Nostra, guidata da Totò Riina, avrebbe deciso di intraprendere una strategia stragista per costringere lo Stato a trattare e moderare così il suo atteggiamento, tornando al precedente stato di “pacifica convivenza”. Le stragi portarono alla morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i giudici più attivi nella lotta alla mafia, ma anche ad attacchi contro obiettivi civili e monumenti a Milano, Firenze e Roma.

In questo periodo – sul momento esatto esistono versioni discordanti – alcuni funzionari dello Stato avrebbero iniziato ad avvicinarsi alla mafia siciliana per trattare, esattamente come aveva previsto Riina. Il principale protagonista di questa trattativa sarebbe stato il generale Mori, ma esistono ricostruzioni che attribuiscono importanti ruoli a personaggi misteriosi e probabilmente mai esistiti. Il più celebre è il misterioso “signor Franco”, un agente dei servizi segreti di cui ha parlato Massimo Ciancimino, figlio del sindaco di Palermo legato alla mafia Vito Ciancimino e diventato uno dei principali testimoni della “trattativa” (è stato però ampiamente squalificato, accusato di aver mentito, calunniato e falsificato documenti: e condannato per calunnia nello stesso processo di Palermo che, anche sulla base delle sue testimonianze, ha portato alle condanne per la presunta “trattativa”). Nessun altro, a parte Massimo Ciancimino, ha mai parlato del “signor Franco”, di cui non si conosce il nome né esiste alcuna traccia documentale.

I contatti tra Vito Ciancimino e i capi del ROS sono stati ammessi dallo stesso Mori e dai suoi colleghi, che però sostengono che non fu altro che un trucco investigativo, un modo per scoprire se fosse possibile agganciare qualche boss, spingerlo ad arrendersi, a collaborare oppure farlo cadere in trappola. Quali che fossero queste ragioni, secondo il figlio di Vito Ciancimino nel corso di queste trattative sarebbe emerso un vero e proprio elenco di richieste da parte della mafia siciliana, il famoso “papello”. Il “papello” sarebbe stato poi portato a non meglio precisate autorità governative che avrebbero dovuto scegliere tra l’accettarne le richieste oppure subire nuove stragi (e per questo, quindi, chi lo presentò divenne responsabile di “minaccia” nei confronti di organi dello Stato). Del “papello” non esistono tracce che non provengano dallo screditato Ciancimino o da ambienti mafiosi.

Nessuna delle richieste presenti nell’eventuale “papello” però venne accettata. La teoria della “trattativa” quindi individua tutta un’altra serie di azioni, diverse da quelle che la mafia avrebbe suggerito, che il governo avrebbe intrapreso per soddisfare i criminali. La principale sarebbe stata la decisione dell’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso di non rinnovare il regime di carcere duro 41bis a centinaia di condannati per mafia. A questo proposito, però, va sottolineato che Conso non era un politicante compromesso con ambienti oscuri, ma un giurista importante, ex presidente del CSM e della Corte Costituzionale, ministro tecnico nel governo di Carlo Azeglio Ciampi. L’attenuazione del 41bis – regime carcerario peraltro criticato come inumano, oggi come allora – fu concessa soltanto a mafiosi di secondo piano e, spiegò Conso, come atto umanitario di distensione del clima di quegli anni.  Fu inoltre un legittimo atto politico condiviso dai partiti dell’epoca, che può essere apprezzato o no ma che non costituisce un reato. Conso – che è stato indagato per false dichiarazioni ma di cui fu respinta persino la richiesta di rinvio a giudizio – ha rifiutato nettamente l’idea che quel gesto possa essergli stato suggerito dalla mafia o che gli sia stato prospettato come parte di uno “scambio” con la criminalità organizzata.

Bisogna aggiungere, appunto, che il 41bis non è una misura che ha sempre goduto di unanime approvazione. È una misura di carcere estremamente duro, criticata sulla base di considerazioni umanitarie anche da organizzazioni internazionali, e che altri paesi hanno equiparato alla tortura. Alcuni magistrati che hanno studiato questa misura, come Sebastiano Ardita, sostengono che il 41bis all’iniziò fu controproducente perché contribuì ad alimentare lo stragismo invece che fermarlo, poiché i mafiosi provarono «ad aprirsi con le bombe la strada che portava fuori dal 41bis».

Un discorso simile si potrebbe fare per altri dei presunti vantaggi ottenuti dalla mafia grazie alla presunta trattativa, come la chiusura delle “supercarceri” di Pianosa e l’Asinara. In realtà queste due strutture erano già state chiuse durante la stagione del terrorismo (e, curiosamente, nel caso dell’Asinara, in risposta alle richieste delle BR che avevano rapito un magistrato, Giovanni D’Urso). La chiusura delle carceri non aveva suscitato particolari polemiche perché l’Asinara, come Pianosa, era un carcere fatiscente dove i detenuti erano sottoposti a condizioni ritenute disumane da numerose organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali. L’Asinara e Pianosa furono riaperte dopo la strage di Capaci e vi furono trasferiti in massa i detenuti mafiosi, nel giro di una sola notte, come misura di immediata e brutale rappresaglia alla strage da parte dello Stato.

Le altre conseguenze della presunta trattativa vengono indicate di volta in volta nella cattura di Totò Riina, che sarebbe arrivata grazie a una soffiata dell’area “moderata” di Cosa Nostra, guidata da Bernardo Provenzano; nella mancata perquisizione del covo di Riina, che sarebbe stata ritardata per permettere all’area “moderata” di ripulirlo; e infine nella mancata cattura di Provenzano nel 1995, frutto dell’accordo segreto che il boss avrebbe raggiunto come parte della trattativa. Mori e altri carabinieri sono stati processati per questi due fatti e in entrambi i casi sono stati assolti.

Questo per quanta riguarda il troncone principale della trattativa. Accanto a questo esistono però numerosi altri filoni che, nelle loro versioni più estreme, ascrivono alla presunta trattativa praticamente tutto ciò che è accaduto nel nostro paese negli ultimi 25 anni. Tra le teorie che hanno trovato almeno una parte di conferma giudiziaria c’è per esempio quella secondo cui la “stagione della trattativa” sarebbe continuata anche durante il primo governo Berlusconi, che avrebbe ricevuto pressioni e minacce da parte di Marcello Dell’Utri (è per questa ragione che venerdì scorso Dell’Utri è stato condannato).

Secondo i magistrati che hanno portato avanti l’accusa – oltre a Di Matteo il più celebre è Antonio Ingroia, che partecipò alle indagini e alla prima fase del processo prima di candidarsi in politica e abbandonare la magistratura – Forza Italia sarebbe un “partito della mafia”, nato sotto le pressioni dell’ala “moderata” di Cosa Nostra, guidata da Provenzano, dopo che era stato abbandonato il progetto di fondare una “Lega del Sud” speculare a quella del Nord che proprio in quegli anni stava iniziando a raccogliere grossi successi elettorali. Questa parte della vicenda, però, è fatta in gran parte di testimonianze di seconda o terza mano rese da persone che raramente affermano di aver assistito in prima persona agli eventi che raccontano.

Questa parte della teoria della trattativa, che vede Forza Italia come “figlia” dell’accordo tra governo e mafia, rimane da confermare non solo dal punto di vista storico ma anche da quello giudiziario: e per stare in piedi ha bisogno di ascrivere alla criminalità organizzata un controllo capillare dei voti in Sicilia. Il principale problema di questa teoria è che sembra difficile dimostrare questo controllo. Nel 1987, quando si verificò la rottura dei rapporti tra i vertici di Cosa Nostra e la Democrazia Cristiana regionale, la mafia decise di spostare i “suoi” voti dalla DC ai socialisti e ai radicali. Era un modo per punire la DC per non aver protetto i boss dal maxi-processo, che si era svolto alla fine degli anni Ottanta ed era stato devastante per l’organizzazione criminale. Ma la rottura produsse scarsi risultati elettorali. Nel 1987 la DC prese gli stessi voti che aveva raccolto alle elezioni del 1983, mentre socialisti e radicali videro i loro consensi crescere di poche decina di migliaia di voti. Per tutto il resto del decennio e fino al suo scioglimento, la DC continuò a dominare la politica siciliana, raccogliendo persino più voti di quelli che otteneva all’inizio degli anni Ottanta.

Per quanto rimangano responsabilità da accertare in fase processuale, secondo storici come Salvatore Lupo è abbastanza chiaro qual è il problema della “teoria della trattativa” nella sua accezione più ampia: questa riscrittura finisce con l’ascrivere una pluralità di fenomeni complessi, di scelte politiche di portata storica e con conseguenze decennali, a un’unica causa: l’inconfessabile trattativa tra uno Stato impotente e una criminalità organizzata capace di ottenere qualsiasi risultato. Il limite della “teoria della trattativa”, nel senso più esteso, è – secondo i critici – cercare di semplificare qualcosa che è per sua natura molto complesso. Così come le teorie del complotto sugli “anni di piombo” cercano di spiegare quel convulso periodo della storia repubblicana con le macchinazioni della CIA o di un misterioso Grande Vecchio nascosto nella sua stanza dei bottoni, così la teoria della “trattativa” nella sua versione grandiosa pretende di spiegare l’intera storia del passaggio tra Prima e Seconda Repubblica con gli eventuali accordi segreti fatti da alcuni carabinieri con i boss della mafia siciliana.

Davide Maria De Luca per Il Post

Noi omosessuali contro l’utero in affitto

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Mentre la Boldrini ne chiede la regolamentazione, c’è anche chi – con argomentazioni razionali e non di fede – si oppone. Un articolo da leggere

Vi sono alcuni argomenti completamente ignorati in questa campagna elettorale. Uno di questi è, certamente, l’utero in affitto. Al centro del dibattito nella passata legislatura quando si dibatté di unioni civili, è oggi ritenuto non significativo. Eppure è un argomento importante perché altamente rivelatore della concezione antropologica che sottende l’operato di chi si candida a governare il paese.
Recentemente, l’unica ad averne parlato esplicitamente (e a sproposito) è stata Laura Boldrini. Rispondendo a una domanda in un’intervista, la terza carica dello Stato ha detto che, a suo parere, la maternità surrogata andrebbe regolamentata. Come ha correttamente fatto notare il portavoce del Family Day, Massimo Gandolfini, il presidente della Camera e leader di Leu ha mostrato una grave ignoranza in materia: l’utero in affitto in Italia è “già” regolamentato, nel senso che la legge 40 lo vieta espressamente.

Boldrini, come altri, continua nella sua campagna a favore dell’odiosa pratica, spalleggiata da una certa parte della galassia lgtb. Eppure esistono voci importanti, all’interno di quello stesso mondo, fortemente contrarie o critiche nei confronti della Gpa (gestazione per altri). Spesso vi abbiamo segnalato le posizioni di Se non ora quando, di Arcilesbica e della filosofa Sylviane Agacinski; qui di seguito vi riportiamo un articolo apparso su Il Figaro, e tradotto in italiano dal sito breviarium, firmato da tre omosessuali. Il contributo, per chiarezza e ragionevolezza, è di notevole interesse perché tocca molti dei temi al centro del dibattito pubblico e perché redatto da tre persone che non possono essere tacciate della solita e logora accusa di omofobia. Leggi il resto dell’articolo

ECCO COME L’ASSURDO RIESCE A DIVENTARE NORMALE

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di Enrica Perucchietti

Sempre più spesso i media non mancano di offrirci notizie in apparenza stravaganti che stanno gradualmente, secondo il principio della Rana bollita di Noam Chomsky, abituando l’opinione pubblica ad accettare come “normali” costumi culturali e antropologici “nuovi”. Non ci si deve più stupire se tre uomini si sposano o se una donna convola a nozze con sé stessa. Dietro i nuovi costumi, ci viene detto, si può osservare il faro dell’evoluzione e del progresso: l’emancipazione dell’uomo che sceglie chi essere (a partire dalla propria identità sessuale) e come vivere (poliamore, poligenitorialità, ecc.).

Il tema della trasgressione, della licenziosità e dell’obbligo a godere di piacere illimitato a cui siamo ormai sottoposti quotidianamente, è uno dei nuclei centrali della manipolazione “dolce” come perfettamente spiegato da Aldous Huxley in Il mondo nuovo.

Oggi dobbiamo convenire sul fatto che si sta attuando quanto immaginato nel 1932 dal saggista e romanziere inglese: il potere incentiva il sesso libero e promiscuo disgiunto dal matrimonio e con esso il superamento della famiglia tradizionale. Ma non solo, perché l’orizzonte futuro ci prospetta anche nuovi rapporti sentimentali quali il poliamore ma soprattutto la procreazione disgiunta dall’atto sessuale: su questo Huxley è stato incredibilmente profetico arrivando a immaginare la nascita delle future generazioni in uteri artificiali (per approfondimenti rimando ai nostri precedenti saggi Utero in affitto e ne Il mito dell’immortalità).

A differenza che in 1984 di Orwell, il governo globale in Huxley non ha più bisogno della coercizione fisica per imporre il suo potere ai cittadini: tutta la vita, infatti, è ormai programmata scientificamente fin da prima della nascita, essendo la riproduzione disgiunta dall’atto sessuale ed effettuata, come diremmo oggi, in vitro, permettendo l’esistenza solo a individui sani i quali, sono stati “forgiati” in embrione per far parte di differenti “caste” e condizionati fin dalla più tenera età attraverso sofisticate tecniche di autentico lavaggio del cervello.

Gli abitanti del Mondo nuovo sono svuotati dal desiderio di ribellione in quanto prigionieri di una gabbia dorata le cui sbarre sono fatte proprio di piacere! Nel Mondo nuovo, infatti, le attività dilettevoli più elementari sono incessanti e la promiscuità sessuale è vista quasi come un dovere sociale a tutte le età: dai “giochi sessuali” dei preadolescenti al continuo scambio di partner fra adulti. Un rapporto affettivo stabile, infatti, dopo l’abolizione della famiglia – sul modello “comunitario” della Repubblica di Platone sarebbe visto addirittura come un elemento socialmente pericoloso per il sistema.

Nel suo Ritorno al mondo nuovo, scritto nel 1958, Huxley ritornerà su questo aspetto precisando: «Primo scopo dei governanti è impedire ad ogni costo che i soggetti diano fastidio. Per far questo essi, fra le altre cose, legalizzano una certa misura di libertà sessuale (possibile dopo l’abolizione della famiglia) che in pratica salvaguardi tutti i cittadini del mondo nuovo da ogni forma di tensione emotiva (o creativa)».

Lo scontro mondiale tra sistemi e culture diversi sotto i colpi della globalizzazione (delle merci e delle menti) avviene principalmente su un piano simbolico in quanto si tratta, secondo il filosofo francese Jean Baudrillard in L’agonia del potere, di «un annichilimento fisico e mentale, una carnevalizzazione universale che l’Occidente impone […] a tutte le singolarità che gli resistono».

La modernità ha assunto il carattere anche goliardico delle feste carnevalesche, in cui il riso, i giochi e la sovversione dei ruoli prevalgono per alcune ore o giorni come una “sospensione” delle regole tradizionali: domina l’elemento parodistico e addirittura sacrilego, il carattere licenzioso e il tema della sovversione temporanea, come ampiamente spiegato dall’esoterista francese René Guénon e prima ancora dall’antropologo James Frazer nel suo Il ramo d’oro. La materializzazione o l’uscita alla luce del sole delle “maschere”, rappresenta per Guénon «una parodia del “rovesciamento” che […] si produce a un certo grado dello sviluppo iniziatico: parodia, diciamo, e contraffazione veramente “satanica”, perché qui il “rovesciamento” è un’esteriorizzazione, non più della spiritualità, ma, all’opposto, delle possibilità inferiori dell’essere».

La postmodernità è andata oltre assorbendo gli antichi culti e rendendoli di fatto “quotidiani”. Questo genere di ribaltamento, o meglio di “annullamento della distanza” di cui parlava già Baudrillard, servirebbe quindi per canalizzare le pulsioni più basse del volgo ed evitare che esse esplodano in una qualche forma di disordine generalizzato. Se una volta queste pulsioni erano relegate a feste cicliche dai connotati carnevaleschi, oggi stanno progressivamente dando vita a una forma di “carnevale perpetuo” in cui diventa lecito tutto ciò che è licenzioso e dai connotati grotteschi e parossistici.

La modernità è diventata la parodia di tutto ciò che era “tradizione” con una sovversione dei ruoli che si sono imposti alla società come forma apparente e illusoria di libertà ed emancipazione.

Fonte

Perché non c’è nulla di etico nella vita di un vegano

È il 2017. Secondo tutti i film prodotti quando l’umanità pensava di poter curare gli omosessuali con gli schiaffi viviamo in un futuro da fantascienza. Certo, non abbiamo macchine volanti, non viviamo in un’era post-razziale o nelle colonie su Marte, però abbiamo l’etica. E un compasso morale formato dalle gif di Beyoncé che ci spiegano come navigarla.

Etica, infatti, è la parola del futuro. E quindi del nostro presente. Il lavoro è etico. La musica è etica. Lo sono le tasse. Anche le banche, ormai, sono etiche.

“Etica” è diventata la parola con cui definire noi stessi e chi ci circonda. Dividiamo le persone in buone o cattive a seconda di quanto rispecchiano la nostra idea di “etica”. Ma cosa si intende esattamente con “etica”? Tutti i più grandi pensatori della storia hanno scritto e dibattuto sul suo significato. Da Aristotele a Socrate, fino a Confucio. Da Tommaso D’Aquino a Kant, fino a Giulia Innocenzi. Nessuno, prima di lei, aveva però mai trovato una definizione precisa e sintetica di “etica”.

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Etica, sostiene la collaboratrice di Santoro nel suo libro “Tritacarne”, significa non uccidere gli animali.

Sarebbe intellettualmente disonesto, però, attribuire quest’idea esclusivamente alla giornalista de Il Fatto Quotidiano; una riflessione così complessa richiede un’estensione computazionale non ascrivibile singolarmente a Giulia Innocenzi. Per arrivare a questa epifania intellettuale sono stati necessari milioni di vegani nel mondo.

I vegani sono infatti ossessionati dalla parola “etica”. È quella a cui ricorrono quando viene chiesto loro che cosa li abbia spinti a cambiare dieta. È come definiscono loro stessi. Persone con etica.

Hanno pure creato il “Parma Etica Festival”, una rassegna in cui si celebrano culture, tradizioni e usanze alimentari allogene con il nobile scopo d’aiutare le persone a dimenticare di vivere a Parma. Tre giorni di talk, workshop e seminari sull’etica vegan e vegetariana. E sulla “psicogenealogia transgenerazionale”, una branca della psicologia che unisce le esperienze traumatiche dei tuoi avi del Rinascimento con le difficoltà di ricezione di Lifegate.

Ospite speciale del festival? Giulia Innocenzi.

Altro esempio di questa ossessione si può trovare nel ricettario-bibbia della comunità vegana italiana dal titolo “La cucina etica”. Scopo dei suoi tre autori è quello di proporre ricette “etiche, salutiste, ecologiche, spirituali, legate allo sviluppo sostenibile”. Uno dei primi capitoli è dedicato alla quinoa.

La quinoa è considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed è utilizzata di frequente nelle diete vegane per l’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due Paesi più poveri del Sud America – Perù e Bolivia – e da quando è stata scoperta nelle “diete etiche” ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la tonnellata, ma alcune varietà più pregiate – rossa real e nera – possono superare i 4mila e gli 8mila euro. Leggi il resto dell’articolo

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