La storia è nelle mani dei “pazzoidi”

 

 

Da ieri anche Anders Breivik, il killer dell’isola norvegese, è entrato a far parte di quel ristretto gruppo di “pazzoidi” ritenuti responsabili, dalla storiografia ufficiale, di importanti crimini saliti alla ribalta delle cronache internazionali.

A uccidere John Kennedy, naturalmente, è stato Lee Harvey Oswald, un folle solitario talmente alienato e confuso da aver sparato all’unico presidente che avesse mai fatto una reale apertura politica verso il paese che lui amava e rispettava più di ogni altro, cioè l’Unione Sovietica. Solo per venir messo a tacere, due giorni dopo, da un mafioso che sarebbe stato colpito a sua volta da un cancro fulminante, una volta entrato in prigione.

Nel frattempo Cosa Nostra ha tirato un sospiro di sollievo, la CIA ha ripreso il potere che stava perdendo, il dollaro d’argento governativo è finito nel dimenticatoio, l’escalation militare in Vietnam ha potuto avere inizio, Hoover ha potuto restare all’FBI, Israele ha avuto il via libera per costruire la bomba atomica, Johnson ha scampato la galera, e Nixon ha potuto rientrare con discrezione sulla scena politica.

Guarda a volte i pazzi che regali ti fanno.

A uccidere Martin Luther King, naturalmente, è stato James Earl Ray, un folle solitario talmente alienato e confuso da aver immediatamente denunciato una sofisticata cospirazione politica, ai massimi livelli del potere, per uccidere il leader dei neri americani. Solo per venire colpito dall’epatite C, a causa di una “errata trasfusione di sangue” fattagli in prigione, e morire anni dopo nel silenzio della sua cella.

Nel frattempo il movimento per i diritti civili ha subito una violenta battuta d’arresto, …

… la sua leadership è stata frammentata, le “Black Panthers” sono state infiltrate e decimate, e Robert Kennedy ha perso la possibilità di portare con sè alla Casa Bianca un vicepresidente nero per la prima volta nella storia.

Guarda a volte i pazzi che regali ti fanno.

A uccidere Robert Kennedy, naturalmente, è stato Sirhan Sirhan, un giordano-palestinese talmente alienato e confuso da aver sparato ad un potenziale presidente che con ogni probabilità avrebbe cercato di mettere fine ai soprusi degli israeliani nella sua terra natale, ed avrebbe imposto ad Israele di rispettare la risoluzione dell’ONU che gli imponeva la restituzione dei territori conquistati l’anno prima – fra cui c’era anche la Cisgiordania. Solo per venire processato senza potersi difendere, e per vedersi rifiutare sistematicamente ogni futura richiesta di riapertura del processo, nonostante esistano quintali di prove che lo scagionano in modo irrefutabile. (L’ultima richiesta di riapertura del processo, da parte dei suoi avvocati, è proprio di ieri).

Nel frattempo Nixon ha vinto le elezioni, la guerra nel Vietnam è proseguita, il caso Kennedy non è mai stato riaperto, la destra ha ripreso il potere dappertutto, la polizia ha avuto carta bianca per reprimere i movimenti giovanili, il dollaro è stato svincolato dall’oro, la DEA ha scatenato la sua terrificante “guerra alla droga”, Salvador Allende è stato ucciso, Israele ha ottenuto dagli USA il veto permanente sull’implementazione delle risoluzioni ONU, e il mondo ha preso una direzione completamente opposta a quella in cui lo stava portando la storia.

Guarda a volte i pazzi che regali ti fanno.

A buttare giù le Torri Gemelle, naturalmente, è stato uno sceicco saudita talmente confuso e accecato dalla gelosia per il “benessere” dell’occidente da essersi addirittura dimenticato di rivendicare il più famoso attentato della storia. Solo per veder invadere e distruggere il paese che aveva contribuito a liberare, venendo condannato a nascondersi come un topo di fogna per il resto dei suoi giorni, con l’unica consolazione di un video-registratore che gli rimandava all’infinito le immagini della sua gloriosa operazione.

Nel frattempo le pipelines con l’oriente sono state realizzate, l’oppio è tornato a fiorire rigoglioso, l’Iraq è tornato nelle mani degli americani, l’Iran è stato accerchiato, i costruttori di armi hanno incassato miliardi di dollari, i petrolieri ne hanno incassato il doppio, e la Halliburton di Dick Cheney ha fatto man bassa di tutto quello che restava. Mentre noi dobbiamo toglierci le scarpe agli aeroporti, e il Patriot Act negli Stati Uniti viene ormai usato anche per spiare i bambini di 4 anni.

Guarda a volte i pazzi che regali ti fanno.

E adesso abbiamo pure il vichingo Breivnik, che è stato definito ieri un “paranoide schizofrenico” dagli psichiatri norvegesi, i quali hanno concluso che durante il massacro sull’isola di Utoya abbia agito “in stato di psicosi”. Breivik infatti era talmente alienato e confuso da aver pianificato il massacro con diversi mesi di anticipo, motivando le proprie azioni con un “manifesto” nazi-cristiano di 200 pagine, mentre riportava nel suo diario ogni minimo dettaglio della preparazione con lucidità impressionante.

Nel frattempo l’odio contro i musulmani è stato comunque riaffermato, l’unico governo occidentale che aveva provato a sostenere la causa dei palestinesi è stato colpito al cuore, e tutti gli altri governi del mondo che avessero una mezza intenzione di fare la stessa cosa sono stati avvisati.

Guarda a volte i pazzi che regali ti fanno.

Massimo Mazzucco

Preparare la scacchiera allo “scontro di civiltà”: dividere, conquistare e dominare il “Nuovo Medio Oriente”

Il nome di “primavera araba” è uno slogan inventato in uffici lontani, a Washington, Londra, Parigi e Bruxelles, da individui e gruppi che, oltre ad avere qualche conoscenza superficiale della regione, sanno molto poco degli arabi. Cosa sta accadendo tra i popoli arabi è naturalmente un fatto pacchetto misto. L’insurrezione fa parte di questo pacchetto quale opportunismo. Dove c’è la rivoluzione, c’è sempre la contro-rivoluzione.
Gli sconvolgimenti nel mondo arabo non sono un “risveglio” arabo, una tale termine implica che gli arabi abbiano sempre dormito mentre la dittatura e l’ingiustizia li circondavano. In realtà, il mondo arabo, che fa parte del più ampio mondo turco-arabo-iranico, è stato attraversato da frequenti rivolte che hanno abbattuto dittatori arabi, in coordinamento con paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. E’ stata l’interferenza di queste potenze, che ha sempre agito come contro-bilanciamento alla democrazia e continueranno a farlo.

Divide et impera: come la prima “Primavera araba” è stata manipolata
I piani per la riconfigurazione del Medio Oriente, iniziarono diversi anni prima della Prima Guerra Mondiale. E’ stato durante la prima guerra mondiale, tuttavia, che la manifestazione di questi disegni coloniali poterono rendersi visibili con la “Grande Rivolta Araba” contro l’Impero Ottomano.
Nonostante il fatto che  italiani, inglesi e francesi fossero le potenze coloniali che avevano impedito agli arabi di godere di una qualsiasi libertà in paesi come Algeria, Libia, Egitto e Sudan, queste potenze coloniali riuscirono a ritrarre se stesse come amiche e alleate della liberazione araba.
Durante la “Grande Rivolta Araba“, gli inglesi e i francesi effettivamente utilizzarono gli arabi come soldati di fanteria contro gli ottomani per promuovere i propri schemi geo-politici. L’accordo segreto Sykes-Picot tra Londra e Parigi ne è un esempio calzante. Francia e Gran Bretagna riuscirono solo ad utilizzare e manipolare gli arabi vendendogli l’idea della liberazione araba dalla cosiddetta “repressione” degli ottomani.
In realtà, l’Impero Ottomano era un impero multietnico. Ha dato l’autonomia locale e culturale a tutti i suoi popoli, ma fu manipolata per divenire una entità turca. Anche il genocidio armeno che ne deriverò nell’Anatolia ottomana, deve essere analizzato nel contesto stesso della contemporanea aggressione ai cristiani in Iraq, come parte di una esplosione settaria scatenata da attori esterni per dividere l’impero Ottomano, l’Anatolia e i cittadini dell’Impero Ottomano.
Dopo il crollo dell’Impero Ottomano, Londra e Parigi, mentre negarono la libertà agli arabi, sparsero i semi della discordia tra i popoli arabi. I corrotti leader locali arabi furono anche i partner del piano e molti di loro erano assai felici di diventare clienti di Gran Bretagna e Francia. Nello stesso senso, la “primavera araba” viene oggi manipolata. Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e altri lavorano con l’aiuto dei leader e personaggi arabi corrotti a ristrutturare il mondo arabo e l’Africa. Leggi il resto dell’articolo

La guerra umanitaria della NED e la FIDH in Siria.

La NED (National Endowment for Democracy) è un’organizzazione che si presenta come un’ONG ufficialmente dedicata alla “crescita e il rafforzamento delle istituzioni democratiche in tutto il mondo”. Ma in realtà riceve il 95% dei fondi dal Congresso degli Stati Uniti. Creata dall’amministrazione Reagan nel 1982.
La natura della NED ha portato molti intellettuali contemporanei e ricercatori a descriverla come un organismo che permette ai servizi segreti degli USA abbattere i regimi che non piacciono al Dipartimento di Stato.
Questa descrizione fu sostenuta dalla testimonianza di Oliviet Guilmain, ricercatore del CECE (Cento per lo studio comparativo delle elezioni) durante una sessione informativa nel Senato francese sui finanziamenti del processo elettorale. Si sa che la NED appoggia finanziariamente i partiti dell’opposizione in numerosi paesi e offre aiuto speciale a esiliati e oppositori dei regimi segnalati dal Dipartimento di Stato USA.
In Siria, la principale organizzazione della NED è il Centro degli Studi dei Diritti Umani di Damasco.

E’ anche socia della Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH), che ha ricevuto 140.000 dollari dopo la riunione a dicembre del 2009 tra Carl Gershman e organizzazioni francesi per i diritti umani. Il contatto francese della NED  è stato Francois Zimeray, ambasciatore per i Diritti Umani dell’ex primo ministro degli Esteri Bernard Kouchner. In tale riunione erano presenti: il Comitato Cattolico contro la Fame e per lo Sviluppo (CCFD), la sezione africana dell’AEDH (insieme ai Diritti Umani), Reporter senza Frontiere, SOS Razzismo e la FIDH.

La FIDH è quindi un socio ufficiale della NED, come si dimostra anche per il suo appoggio ai discorsi formulati dall’ex segretario generale della Lega Araba per i Diritti Umani– legata a sua volta alla FIDH- contro il governo di Muammar Gheddafi. Queste dichiarazioni, appoggiate anche dall’ONG “Un Watch”, furono il detonante dei procedimenti diplomatici contro la Jamahiriya Arabe Libica.

 

 

In Siria, il Dr Radwan Ziadeh è il direttore del Centro degli Studi dei Diritti Umani di Damasco. La sua imponente biografia lascia ben chiaro il suo compromesso a favore della politica estera degli USA in Medio Oriente. E’, quindi, un membro dell’Associazione degli Studi sul Medio Oriente (MESA) e direttore del Centro Siriano degli Studi Politici e Strategici a Washington. Fu presente insieme a Aly Abuzakuuk- uno dei rappresentanti della NED in Libia- nella Tavola Rotonda dei Premi alla Democrazia, dati dalla NED a “attivisti per i diritti umani”.

D’altra parte c’è una grande similitudine tra il processo della guerra umanitaria in Libia e quello che si sta preparando in Siria. Ad esempio, “Un Watch”, organizzazione che coordina le operazioni della NED e della FIDH a Ginevra, ha già lanciato varie petizioni contro il regime di Bachar Al-Assad. Queste petizioni contro la Siria si basano sulle stesse accuse di massacro come quelle presentate dall’ex segretario della Lega Dei Diritti Umani della Libia, Sliman Bouchuiguir, nel Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU contro la Libia.

Per questo è urgente denunciare questi procedimenti, tanto quanto più la recente storia ci mostra queste accuse non si sono verificate nel caso della Libia perché non fondate su prove solide, contrariamente alle affermazioni della Corte Penale Internazionale.

 

Fonte: dmodusoperandi

Traduzione: FreeYourMind!

 

Menzogne e Verità sulla Siria

Formatosi a Parigi sotto l’egida della Francia, il Consiglio nazionale siriano intende rovesciare il regime del presidente Bashar al-Assad. E’ presieduto da Burhan Ghalioun, professore di sociologia presso l’Università della Sorbona (qui con Alain Juppé, 23 novembre 2011).

Nel 1999, durante la guerra del Kosovo, il Réseau Voltaire s’indignò per il fatto che la Francia potesse entrare in guerra a fianco della NATO, senza un voto dell’Assemblea Nazionale, con la complicità passiva dei presidenti dei gruppi parlamentari. Abbiamo considerato che il rifiuto del Presidente e del Primo Ministro di tenere una discussione vera, auspicasse l’opacità con cui questa guerra sarebbe stata condotta. Così abbiamo preso l’iniziativa di pubblicare un bollettino quotidiano sul conflitto. Essendo i siti web del governo serbo distrutti immediatamente dall’Alleanza Atlantica, non potemmo avere accesso alla versione serba di eventi. Altrimenti, ci abbonammo alle agenzie di stampa della regione (croata, bosniaca, greca, cipriota, turca, ungherese, ecc.). Durante il conflitto, abbiamo presentato quotidianamente una sintesi della conferenza stampa della NATO a Bruxelles, e una sintesi delle testimonianze di giornalisti dei paesi rivieraschi, paesi a volte con pesanti conflitti con la Serbia, ma i cui governi condividevano loro la stessa narrazione degli eventi. A mano a mano che il tempo passava, la versione della NATO e quella dei giornalisti locali si allontanavano, fino a non avere nulla in comune. Alla fine, si avevano due storie radicalmente differenti. Non abbiamo avuto modo di sapere chi stesse mentendo e se una delle due fonti avesse ragione. I nostri ebbero l’impressione di diventare schizofrenici, soprattutto perché i media riferivano solo la versione occidentale della NATO e, quindi, i nostri lettori non poterono confrontare le due versioni parallele che leggevamo. Abbiamo continuato questo esercizio di stile nel corso dei tre mesi di combattimenti. Quando le armi tacquero e colleghi e amici furono in grado di andare lì, videro con stupore che non c’era “propaganda da entrambi i lati.” No, la versione della NATO era completamente falsa, mentre i giornalisti locali avevano del tutto ragione. Nei mesi che seguirono, le relazioni parlamentari in diversi Stati membri dell’Alleanza stabilirono i fatti. Molti libri apparvero sul metodo sviluppato dal consulente per i media di Tony Blair, che ha permesso alla NATO di manipolare tutta la stampa occidentale: lo “story telling“. E’ possibile avvelenare tutti giornalisti occidentali e nascondergli i fatti, se a loro si racconta una storia per bambini, a condizione che non interrompano la narrazione, di caricarle di riferimento che risveglino emozioni distanti e di mantenerne la coerenza. Leggi il resto dell’articolo

FUORI DAI DENTI!

1. Riporto subito il link di un articolo di Festa, buono ma non esaltante; serve solo come innesco ad un discorso di scarsa diplomazia.

http://www.ilgiornale.it/interni/quella_trappola_svendere_finmeccanica/finmeccanica/22-11-2011/articolo-id=558225-page=0-comments=1

Tutti coloro che manifestano contrarietà rispetto all’attacco che sta subendo l’Italia tendono a “scartare di lato”. O mettono al centro del discorso l’islamismo che sta espandendosi (certamente allora affiora anche qualche critica ad Obama, ma senza andare a fondo del problema) o si scatenano oggi contro la Germania, o puntano l’obiettivo contro quelli che vogliono impadronirsi, per puri motivi economici (purezza economica solo presunta), dei bocconi prelibati italiani: com’è la Finmeccanica e, appunto, l’Eni. Nessuno affronta il centro della questione: il tentativo di ristrutturazione dei rapporti internazionali, in cui l’offensiva spetta da sempre – dal crollo del sedicente socialismo e dell’Urss – agli Usa. In un primo tempo, essendo però convinti di essere ormai entrati in un lungo periodo monocentrico, oggi accettando che siamo in una situazione di tendenziale multipolarismo, senza dubbio assai imperfetto data l’ancora netta superiorità (e non solo militare, ci si convinca di questo) degli Stati Uniti. Leggi il resto dell’articolo

Chi manda ko le nostre banche

Andrea Enria – presidente EBA(European Banking Authority)

L’Europa ha imposto una nuova regola che penalizza l’acquisto dei Btp. Ma ora rischiano anche Francia e Germania.

Oggi saranno messi all’asta 8 miliardi di Bot: titoli a sei mesi. E ve lo diciamo subito, se le banche italiane non avessero responsabilmente deciso di fare sistema, l’asta sarebbe andata più o meno a vuoto. All’ultima asta solo grazie a un pugno di istituti domestici e a tassi da capogiro (per il Tesoro) si è riusciti a portare a casa il risultato. Ma cosa sta succedendo davvero? Fino a pochi giorni fa si poteva raccontare la barzelletta per la quale tutte le colpe erano da addebitarsi alla credibilità di Berlusconi. Ma ora che Monti flirta con Merkel e Sarkozy, perché le cose continuano ad andare per il verso sbagliato? Ci troviamo nella paradossale condizione di avere una curva dei tassi invertita (come dicono gli esperti). Per farla semplice, un Bot a sei mesi rende più di un titolo a dieci anni: si tratta di un paradosso. Chi si tiene in portafoglio un titolo il cui rimborso è previsto tra dieci anni, comprensibilmente dovrebbe attendersi un rendimento superiore a chi ha nel medesimo portafoglio un titolo che scade dopo pochi mesi. Ma ciò oggi non avviene.

Tutto cambia grazie a un italiano, Andrea Enria, presidente dell’European Banking Authority, che circa un mese fa ha introdotto una regoletta che sta mandando in frantumi l’Italia. La cosa è molto semplice e sulla carta razionale. Le banche che hanno in pancia titoli di Stato italiani (spagnoli e portoghesi) devono applicare a questo loro investimento un criterio di valorizzazione puntuale e di mercato (mark to market). Ci spieghiamo ovviamente meglio: le banche che andavano a comprarsi in asta i Bot, oggi sono costrette a spendere un mucchio di quattrini e poi a svalutare (visto la volatilità dei mercati) pressoché immediatamente il loro investimento. Ciò che in passato non avveniva. Il paradosso è dunque che banche come quelle francesi, tedesche e inglesi zeppe di titoli tossici (vi ricordate i vecchi subprime) se li tengono al costo nei loro portafogli o, peggio, occultano quegli investimenti in poste di bilancio poco trasparenti, mentre chi compra Bot deve svalutarli per il potenziale rischio di default dell’Italia.

È evidente che l’effetto immediato è stato quello di allontanare le banche dalle aste dei titoli italiani: scappano tutti alla larga per un motivo puramente contabile. Anzi, alcune banche, evidentemente indovine nei confronti della decisione dell’Eba, hanno venduto i Bot (sell off) qualche giorno prima della decisione ufficiale. Tutti vendono, i prezzi crollano e lo Stato italiano, per vendere la merce sul mercato, è costretto a garantire interessi sempre maggiori. È il disastro di oggi.

Il motivo per il quale queste svendite avvengono sulla parte breve della curva (cioè sui titoli a breve scadenza) è altrettanto razionale. Le banche partecipavano alle aste dei Bot per esigenze di Tesoreria. Il titolo a breve termine è il migliore per pareggiare passività di pari durata. Non compro un titolo a dieci anni se ho depositi che possono essere richiamati anche a vista. Ecco perché le regole europee hanno distrutto i titoli di Stato, e in particolare quelli del più importante emittente del mondo: l’Italia.

Goldman Sachs (do you know?) ha scritto che questa decisione «ha messo in moto una catena di eventi perversi; le banche hanno venduto titoli del debito pubblico e hanno preferito parcheggiare denaro alla Bce», il cui rendimento è di poco superiore all’1 per cento. Ovviamente l’universo dei banchieri italiani, da Bazoli a Saviotti, ha bollato questa decisione come assurda. E il presidente dell’Abi Mussari ha fatto altrettanto: anche se sembrava più impegnato a criticare la politica economica del governo che le scelte mortali che si stavano costruendo in Europa. È troppo pensare ad un complotto contro l’Italia, per di più perpetrato da un italiano. Anche se i nostri grand commis quando arrivano in Europa sembrano degli apolidi più che degli italiani. Ma quel che è certo è che le regole dell’Eba hanno distrutto le nostre aste dei titoli pubblici e nessuno se ne è lamentato sino a ieri. Le banche tedesche hanno infatti iniziato a chiedere un rinvio delle nuove norme. E il motivo è molto semplice. La Francia rischia di perdere il suo ottimo voto in pagella (la tripla A) da parte delle agenzie di rating. A quel punto anche le banche francesi si troverebbero nella nostra condizione, e quelle tedesche ne subirebbero pesanti contagi. Insomma, ora che l’attacco all’euro coinvolge anche altri Paesi europei si è finalmente scoperto che la regoletta dell’Eba è demenziale.

Continuiamo a credere che lo zampino degli interessi stranieri in questa vicenda ci sia stato. E che il prezzo pagato dall’Italia sia troppo alto. A differenza delle nostre finanze pubbliche, i conti delle banche commerciali italiane sono in ordine. Eppure l’Authority europea pretende dai nostri istituti di credito iniezioni di capitale mostruose (per mantenere la propria solvibilità) rispetto a quelle tedesche e francesi. È un grande scandalo e questa volta Monti e Berlusconi c’entrano nulla. E a proposito di scandali, questi fenomenali burocrati europei dove erano a giugno (non dieci anni fa) quando promuovevano con i cosiddetti stress test la grande la banca franco-belga Dexia, oggi rumorosamente fallita?

Il Giornale

La Svizzera testimonia che si possono moderare le grandi banche

 

 

La Banca Centrale Svizzera ha imposto a UBS e Credit Suisse (i suoi colossi troppo grandi per fallire) una severa cura dimagrante, obbligandoli a liberarsi di attività ad alto rischio e a restringersi, concentrandosi sulla normale attività di credito commerciale e gestione del risparmio.

L’occasione dell’intervento è stato il salvataggio della UBS, che nel 2008 ha ricevuto 6 miliardi di franchi svizzeri (5,2 miliardi di dollari) dallo Stato, e ha messo 60 miliardi di dollari di attivi a rischio presso un fondo garantito dalla Banca Centrale (il Credit Suisse aveva rifiutato l’aiuto pubblico, ed è stata obbligata a cercare capitale fresco, essenzialmente fornito dal fondo sovrano del Qatar).

Al contrario delle altre Banche Centrali (vedi Federal Reserve e BCE) che hanno finanziato a pié di lista le perdite incorse dalle loro banche in speculazioni azzardate senza porre condizioni, la Swiss National Bank ha obbligato UBS e Crédit Suisse a rivolgersi a revisori dei conti indipendenti, che hanno intervistato il personale per capire in che pasticci si erano cacciati per perseguire i loro bonus miliardari. S’è visto che la UBS s’era buttata a corpo morto nei derivati, non solo mantenendo i suoi CDO (Collateralized Debt Obligations, insomma tranches di mutui sub-prime cartolarizzati) con il rating AAA, ma comprandone da altre banche, per poi coprirli con Credit Default Swap.

I revisori indipendenti (che però le banche sotto esame hanno dovuto compensare a loro spese) hanno stilato un rapporto rivelando i dettagli più sanguinosi della speculazione. Questa informazione è stata resa pubblica.

Dopo ciò, la Banca Centrale svizzera ha dato la prima bastonata: forzando le due banche ad alzare la riserva obbligatoria (il cuscinetto di capitale proprio) al 19%, misura senza precedenti che da sola costa alle due banche un 18 miliardi di dollari ciascuna.

Seconda botta: ha obbligato UBS a delineare il proprio business per un ritorno al normale, tagliando a sangue le proprie attività come banca d’investimento: rinunciando alla metà dei suoi 300 miliardi di attività derivate, e ad uscire da industrie come la cartolarizzazione di cosiddetti attivi (securitization, ossia lo spaccio a terzi di debiti che qualcun altro sta pagando) e prodotti finanziari strutturati complessi. Come si legge in un comunicato della stessa UBS, «la banca dinvestimento sarà meno complessa, tratterà meno Risk Weighted Assets, e richiederà sostanzialmente meno capitale per produrre profitti sostenibili agli azionisti». Il Credit Suisse ha promesso di fare lo stesso entro il 2014.

Ciò dimostra quanto vuota sia la minaccia dei bankster internazionali che, di fronte alle più timide proposte di regolamentazione, rispondono che si stabiliranno all’estero, nei Paesi dove la regolamentazione non c’è. Risulta che la UBS ha anche provato a spezzare la sua sezione d’investimento a rilocarla altrove, onde sfuggire all’occhio della Swiss National Bank: ma s’è accorta che la fuga era impraticabile. Per certe operazioni c’è bisogno di avere alle spalle una Banca Centrale credibile, e Giappone e Cina non amano nuovi  arrivi stranieri; hanno scoperto che la nuova entità non riusciva a finanziarsi a tassi competitivi; e che occorre restare vicino ai clienti, e i trader devono restare fisicamente vicini ai venditori.

Insomma, la globalizzazione è una tigre di carta di fronte ad una  risoluta volontà politica. Il regolatore elvetico ha spiegato che, dato che le due banche che si sono comportate irresponsabilmente avevano accumulato attivi pari al quintuplo  (500%) del PIL svizzero, la messa sotto tutela era una priorità nazionale.

(Swiss Central Bank Forces MegaBanks UBS and Credit Suisse to Shrink and De-Risk)

Maurizio Blondet 

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