Il nuovo potere

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di Matteo Volpe

Siamo testimoni di una delle più grandi mutazioni globali. Per la prima volta nella storia, il potere si è separato dalla politica. Questo mutamento si è affermato in modo chiaro negli ultimi venti o trent’anni. Si è stati sempre abituati a considerare il potere come una diretta conseguenza della politica, o per lo meno, a pensare che qualsiasi potere, per essere tale, dovesse essere politico. Oggi, invece, non solo non ha alcun bisogno della politica, ma fa di tutto per sfuggirvi. Questo mutamento si accompagna ad un altro, ad esso collegato; la totale mancanza di consapevolezza degli individui di questo avvenimento, l’assoluta incomprensione di cosa sia il potere. La quasi totalità delle persone continua ad avere la stessa concezione del potere di cinquanta, cento, duecento o mille anni fa. Si continua, nonostante tutto, a considerare il potere come politico, addirittura in certi casi come sinonimo di politica. Ciò è completamente falso. Il potere, nelle attuali condizioni, funziona secondo meccanismi del tutto diversi. Non c’è coscienza del potere presso i contemporanei, neanche tra i più istruiti. Questa incoscienza è anch’essa un fenomeno inedito. In tutte le epoche le persone, dal notabile all’ultimo mendicante, hanno sempre saputo cosa fosse il potere. Il Re, il Papa, l’Imperatore, il Generale. Era anzi un requisito fondamentale del potere quello di essere riconosciuto chiaramente da tutti come tale, soprattutto dai suoi subalterni.

L’individuo contemporaneo non sa “chi comanda” ammesso che si possa dire ancora così, perché il potere, oggi, non funziona secondo la comunicazione prescrittiva: più che incutere timore, il potere oggi seduce, più che reprimere, eccita e stimola. Per la prima volta il potere è il deus absconditus della tradizione teologica. Non fa nulla per manifestarsi, anzi, si cela il più possibile e frappone tra sé e i dominati immagini, simulacri, idoli, che non dicono nulla della sua vera natura.

La politica si regge su confini, limiti, frontiere, divieti. La giurisdizione della polis non si estendeva oltre il suo territorio. Lo Stato ha potere solo entro i propri confini, verso l’esterno può esercitare un’influenza indiretta nelle controversie internazionali. Se vuole imporsi su un altro stato deve annetterlo con la forza, cioè estendere i propri confini. Ma per quanto possa essere esteso, la sua giurisdizione si si fermerà sempre a una frontiera fisica, che ne segna la fine.

Il potere oggi si è depoliticizzato. Ha abbandonato lo Stato come propria sede e si è dislocato al di fuori dei suoi confini. Il potere non coincide più con un territorio specifico e non ha un centro amministrativo. Non muove guerra per estendere i propri limiti e per inglobare altri poteri, ma per abolire tutti i limiti. Di conseguenza aggredisce tutti gli strumenti di cui un tempo si è servito e che oggi sono inadeguati rispetto ai suoi meccanismi. Lo Stato non soltanto viene abbandonato, ma deve essere combattuto, perché circoscrive un territorio e vi prescrive una legge. In questa prassi di circoscrizione e prescrizione si realizza il potere classico che è del tutto incompatibile col nuovo potere che si slega, si smaterializza, si deterritorializza e scompare alla vista. Lo Stato può sopravvivere soltanto negando se stesso, cioè abolendo la propria legge e i propri confini. E ciò è una contraddizione in termini, perché nel momento in cui lo facesse smetterebbe di esistere. Ma nemmeno il nuovo potere può accettare la permanenza dello Stato, la spartizione del suolo, la prescrizione della legge, che ne contraddice la natura. Perciò un conflitto tra il nuovo potere, che si muove (non è più “fermo” in un luogo ma in continuo movimento) nel mercato e si propaga attraverso le reti di comunicazione, e il potere classico statuale, che si radica, si situa e situa tutto ciò che a esso è sottoposto in un territorio e che si impone attraverso il diritto, risulta inevitabile.

Quello che sta facendo il nuovo potere, e che gli intellettuali tardano a comprendere, è smantellare letteralmente lo Stato, smembrarlo, farlo collassare. Senza nessuna esplosione, nessun evento traumatico, che è la genesi del potere classico (la rivoluzione, la guerra civile). Il nuovo potere può anche momentaneamente servirsi di alcuni stati contro altri, perché viaggia attraverso le reti di comunicazione che sono ubique. Non è detto che lo Stato venga formalmente smantellato (anche se in Europa sembra stia accadendo proprio questo) ma certamente si “alleggerisce”, cede quelle che un tempo erano sue prerogative inalienabili. In questo caso il conflitto è latente, perché non c’è attrito.

Quando invece lo Stato resiste il conflitto si palesa. In effetti lo Stato può solo resistere, non può passare alla controffensiva, non essendoci alcuna città da espugnare. Un nemico che è ovunque e in nessun luogo non può essere aggredito. Le recenti vicende brasiliane sono molto significative per comprendere come si muove il nuovo potere. Un governo di uno Stato, legittimato secondo le procedure statuali classiche, viene attaccato dal nuovo potere, che non riconosce quella legittimazione. La magistratura ha formulato accuse contro i principali esponenti del governo e del partito di maggioranza. Queste accuse, però, non si possono comprendere all’interno di una logica puramente statuale, secondo le procedure giuridiche. Vanno invece lette come risultante di un attrito tra il nuovo potere e una resistenza statuale. Il lato interessante è che il nuovo potere usa quella che è una funzione propria dello Stato, la magistratura, rivolgendola contro lo Stato stesso.

Ciò che avviene oggi in Brasile non è del tutto inedito. Si è già visto per la prima volta in Italia. Nel ’92 un intero ceto politico fu azzerato, fatto salvo per quegli elementi “riciclabili”, che si allearono col nuovo potere. Incapaci di comprendere la portata di eventi epocali, molti osservatori videro in quegli accadimenti nient’altro che una normale prassi giudiziaria, eccezionale solo per via dell’oggetto delle sue indagini e delle dimensioni di queste ultime. Vi si è anche vista una sorta di “rivoluzione civile”, un tentativo da parte della società civile di rigenerare lo Stato in modo autonomo rispetto ai suoi apparati (nessuno si accorse di quanto ciò sia contraddittorio). L’inchiesta di Mani Pulite, invece, è stato il primo esempio di un’aggressione su larga scala del nuovo potere contro la statualità. Non bisogna pensare a una guerra di posizione tra due eserciti contrapposti, ciascuno dei quali presidia una porzione di territorio, e cerca di strapparne alla parte avversa. Il nuovo potere non presidia nessun luogo, non ha sentinelle, fortezze e fossati. Esso attraversa gli organi del nemico, li usa e poi li abbandona lasciandoli apparentemente intatti. Non li distrugge. Dal punto di vista meramente giuridico-statuale nel ’92 non accadde nulla di anomalo. I meccanismi formali della statualità furono rispettati. Restando all’interno della logica giuridico-statuale non ci è possibile comprendere la portata di quegli avvenimenti. La magistratura italiana del ’92, o, per meglio dire, quella porzione di magistratura che si occupava dell’inchiesta, operò all’interno delle regole dello Stato, ma contro lo Stato. Le leggi non bastavano a proteggere la Legge.

Un’altra ragione per cui il punto di vista interno, procedurale, non ci permette di comprendere gli eventi è che Mani Pulite non fu soltanto un’indagine giudiziaria. Fu un evento mediatico. La sua potenza non si deve semplicemente alla prassi giuridica, ma all’amplificazione e al riverbero delle reti di comunicazione. Queste ultime hanno proiettato la procedura giudiziaria al di fuori di se stessa; la statualità si è, per così dire, disciolta. È venuto meno il legame della Norma con lo Stato e la funzione si è separata dallo scopo. Non ci fu eversione, per lo meno non sul piano giuridico, la norma non venne infranta. Essa, piuttosto, venne attraversata dal nuovo potere.

In questo modo la divisione delle cariche tipica della statualità moderna liberale è risultata adatta ai meccanismi del nuovo potere. La magistratura non deve obbedienza formale al governo. Anzi, sua prerogativa è proprio quella di essere autonoma rispetto al governo. In questo modo il nuovo potere può insinuarsi in comparti statuali che agiranno contro altri comparti statuali. Il nuovo potere costituisce delle alleanze labili con determinati attori, pronte a essere sciolte in qualsiasi momento. Così alcuni settori dello Stato possono trarre vantaggio dall’attraversamento del nuovo potere, mentre lo Stato viene indebolito. Il nuovo potere si propaga come un virus. Dalla società civile si è trasmesso alla magistratura, poi di nuovo alla società civile e da questa al governo. Non ci sono centri del nuovo potere. Chiunque, qualunque mezzo o istituto può essere attraversato dal potere. Ciò si deve all’istantaneità e all’ubiquità della comunicazione reticolare e del mercato.  Internet e i sistemi informatici hanno potenziato enormemente le reti di comunicazione e il mercato praticamente azzerando qualsiasi diacronia (intervallo nella ricezione del messaggio da un soggetto all’altro). Il riverbero e l’amplificazione assumono una potenza di fatto illimitata. Ogni agente inserito nella rete partecipa al flusso comunicativo come cassa di risonanza. Gli esiti per il movimento del nuovo potere e per lo sradicamento del vecchio possono quindi essere innumerevoli e imprevedibili.

 

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La Shoah, il Sacro e l’Occidente

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di Sebastiano Caputo

Il 27 gennaio non è altro che un giorno religioso svuotato di religiosità, dunque, patetico.

Il termine “Shoah” (in ebraico significa “catastrofe”) nemmeno esisteva ai tempi del processo di Norimberga (1946). Venne introdotto successivamente nel linguaggio collettivo, quando da tragico evento storico, le deportazioni degli ebrei nei campi di concentramento, dovevano diventare un episodio memoriale, dunque, sacro. Sono le nuove generazioni, quelle nate dopo la seconda guerra mondiale (sic!), a subire la ritualizzazione martellante di questa nuova religione. Pellegrinaggi scolastici ad Auschwitz, gite nei musei della memoria, giornate di raccoglimento, minuti di silenzio, proiezioni pubbliche di film documentari, fanno di contorno ai suoi sacerdoti, ai suoi luoghi santi, ai suoi martiri, ai suoi miracoli, ai suoi miracolati, ai suoi missionari, alle sue reliquie, ai suoi dogmi, ai suoi demoni. Così la Shoah si è goffamente sacralizzata a tal punto che la “Legge Mancino” ha vietato ogni forma di “bestemmia storica” mentre l’accusa di “antisemitismo”, introdotta mediaticamente negli anni Settanta per mascherare le offensive militari israeliane nel Vicino Oriente, si è trasformata in un’arma per discreditare storici e giornalisti. Più si allontanano quegli anni di violenza, più il romanzo di quegli anni diventa grottesco, emotivo, illogico.

Il primo a denunciarlo fu lo stesso Norman Finkelstein, figlio di deportati, che nel suo saggio L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei scrisse: “l’attuale campagna dell’industria dell’Olocausto per estorcere denaro all’Europa in nome delle ‘vittime bisognose dell’Olocausto’ ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un casinò di Montecarlo”. Dall’elezione di Miss Olocausto ai falsi sopravvissuti passando per i master di primo livello in “Didattica e comunicazione della memoria della Shoah e della cultura della tolleranza”, le cerimonie commemorative hanno raggiunto un livello talmente ridicolo che si stanno rivelando contro-producenti agli occhi dell’opinione pubblica.

Nell’Occidente desacralizzato e dollarizzato non poteva essere altrimenti. Già il cristianesimo, prima ancora delle deportazioni degli ebrei da parte del governo nazional-socialista tedesco, aveva subito la stessa sorte. La passione di Cristo è diventata ormai da qualche anno oggetto di derisione pubblica. Gli artisti ci urinano sopra, le Femen si infilano i crocefissi tra le gambe, mentre la rivista satirica e blasfema Charlie Hebdo viene considerata dai benpensanti come l’emblema della libertà di espressione. L’Olocausto, desacralizzato ogni anno che passa dai suoi affabulatori, continua a conservare con la forza la sua dimensione sacra (chi bestemmia se la vede con la giustizia). Due pesi e due misure. Esistono religioni di prima categoria e religioni di seconda categoria. Esistono massacri di prima categoria e massacri di seconda categoria. Come del resto esistono ebrei di prima categoria ed ebrei di seconda categoria. Non crederete mica che Benjamin Netanyahu valga quanto Norman Finkelstein.

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Mario Tchou e il sogno spezzato dell’informatica italiana

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di Michele Franceschelli

Il 9 novembre 1961 moriva l’ingegnere italo-cinese Mario Tchou e con lui quel sogno d’avanguardia – osteggiato dagli Stati Uniti d’America – che fu anche di Adriano Olivetti, con conseguenze funeste per i destini della nostra nazione. Una storia da ricordare, per tornare a sognare.

“Mario Tchou era il capo del laboratorio di Pisa e della Divisione Elettronica dell’Olivetti dedita principalmente a quell’epoca al grande calcolatore Elea, era il padre dell’Elea se vogliamo, che fu il primo grande calcolatore al mondo, prima dell’IBM (…) Mario Tchou è morto in un incidente sulla Milano-Torino e in Olivetti c’era la convinzione che fosse stato ucciso da forze risalenti ai servizi americani”. Carlo De Benedetti, Presidente della Olivetti dal 1983 al 1996, in un’intervista concessa il 29 ottobre 2013 a Giovanni Minoli, su Mix 24. (1)
“Adriano Olivetti: quest’uomo rappresenta un problema per il nostro paese”. Le parole pronunciate dal capo dei servizi segreti statunitensi, la CIA, in una riunione di altissimo livello, nella scena inziale della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno”, andata in onda il 28 e il 29 ottobre 2013 su Rai Uno. (2)

Una lezione per il presente

Che le parole pronunciate da Carlo De Benedetti durante la popolare trasmissione di Giovanni Minoli in merito alla convinzione degli uomini dell’Olivetti sulle vere cause della morte di Mario Tchou, così come gli input sul complotto made in USA inseriti all’interno della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno” di Michele Soavi, siano forse riusciti a spingere gli italiani ad aprire gli occhi sul ruolo infido giocato dagli Stati Uniti d’America contro il nostro paese, in queste ed altre circostanze, smascherando la rappresentazione propagandistica che li dipinge come l’alleato benevolo della nostra nazione?

Non lo sappiamo, sono stati due squarci di luce – l’intervista di De Bendetti e la messa in onda della miniserie – temporalmente coincidenti e qualitativamente diversi, che sono stati presto sommersi dalla forza oscurante della propaganda statunitense interessata a non far vedere agli italiani le porcherie combinate dai nostri “alleati” d’oltreoceano in oltre 60 anni d’occupazione, il tutto a favore di una narrazione storica falsa e stereotipata stracolma di zone d’ombra fatte di stragi, di assassini, di “incidenti” dolosi sempre privi di colpevoli, di uomini scomparsi nel nulla. Dove però questi “lampi di luce” riescano ad affermarsi a livello mediatico e di cultura di massa acquisendo le forme di verità storiche, non rimane che l’opzione di presentarle come conoscenze dal puro valore documentario su periodi lontani e passati privi di connessione con il presente, verità magari spiacevoli ma comprensibili e giustificabili per il clima della “guerra fredda” ed altre circostanze eccezionali che li rendevano inevitabili, continuando quindi a cercare di velare, sviare e limitare la portata rivoluzionaria di quelle rivelazioni storiche. Così facendo quegli “squarci di luce” perdono forza splendente e illuminano meno – e male – solo una metà, il passato, creando un fossato con l’epoca attuale: le responsabilità, gli interessi, il modus operandi, le dinamiche e la mentalità degli attori storici che quelle verità rivelano non devono essere comprese appieno per non diventare materia da cui trarre lezioni per il presente; un presente dove quegli stessi attori e quelle stesse forze, riconducibili agli USA e ai suoi scagnozzi italiani, continuano ad essere i padroni della nostra nazione, giocandovi un ruolo perfido, continuando a liquidare qualsiasi uomo italiano – sia questo un nuovo “Mario Tchou”, un nuovo “Adriano Olivetti” o un nuovo “Enrico Mattei” – che possa rappresentare un “problema” per il loro predominio sull’Italia, pur in assenza di “guerra fredda”, di “pericolo comunista”, di “emergenze democratiche”.

Per questo crediamo sia utile ritornare a ricordare certe figure e certi passaggi storici, non per amore della storia fine a se stesso, ma per comprendere le ragioni profonde di certi avvenimenti che hanno segnato negativamente e traumaticamente la storia di questa nazione e dotarci così, nello stesso tempo, di un arsenale interpretativo capace di riconoscere nel presente le trame sovversive e gli atti ostili compiuti ancor oggi nei confronti dell’Italia da quelli che subdolamente si continuano a chiamare come “alleati”, ma che la conoscenza della nostra storia e l’intuizione delle dinamiche attuali ci deve indurre a qualificare senza indugio come “occupanti” e “nemici” (anche se per far questo basterebbe molto probabilmente sapere – o voler vedere – che ci sono circa 110 basi e installazioni militari statunitensi sul territorio italiano, da Nord a Sud, da Aviano a Sigonella passando per Camp Ederle, Camp Darby e Napoli, con circa 15.000 militari e 15.000 “civili”).

L’Italia dovrebbe comprendere – dato che l’Unione Europea non lo fa a livello europeo e men che meno lo fa l’odierna classe politica nazionale, anzi molto spesso è proprio il contrario – la necessità e il dovere di difendere, con le unghie e con i denti dagli attacchi esterni e di sostenere in tutti i modi quegli uomini speciali, le loro imprese d’alta tecnologia e avanguardistiche, per l’apporto fondamentale che danno alla crescita morale e materiale di tutta la comunità nazionale e che le permettono di innestarsi su dei binari di sviluppo economico profondo e duraturo, fatto di alta tecnologia, ricerca, sviluppo e innovazione, basi della libertà, della forza e della dignità di una nazione.

Il filo storico che lega le vicende di Mario Tchou, inseparabile da quelle di Adriano Olivetti (entrambi attivi nello strategico settore alto-tecnologico dell’elettronica-informatica), di Felice Ippolito (nel settore alto-tecnologico del nucleare), di Enrico Mattei (in quello strategico dell’energia), di Domenico Marotta (della chimica), di Sergio Stefanutti (dell’aeronautica), quel filo che arriva fino alla guerra imposta all’Italia contro il suo alleato Muammar Gheddafi nel 2011 e alle sanzioni economiche alla Russia, passando per la scomparsa di Federico Caffè (nel settore strategico della finanza), Tangentopoli, l’esilio di Bettino Craxi (nel campo strategico per eccellenza, quello politico) e la morte di Raul Gardini (ancora la chimica), è una trama storica che ci svela i segni e le tracce, di volta in volta più o meno occulte, di una “manina d’oltreoceano” sempre attiva e sempre pronta a liquidare con le buone o con le cattive – e sempre con la complicità di una lobby interna tutta italiana di passaporto ma nella sostanza anti-nazionale perché totalmente prona agli interessi dello straniero e dei propri meschini dividendi di “casta”– di liquidare quei compatrioti che ora per genio, ora per arditezza, per onestà e per vigore rappresentano una grande opportunità per la nazione, una risorsa e un valore per i destini della Patria ma che proprio per questo sono un “problema” grave per gli Stati Uniti d’America interessati a mantenere il proprio predominio. E per i loro vassalli interni, interessati a coltivare i propri meschini interessi di bottega e portatori fin dal primo dopoguerra di un machiavellismo ideologico deformato dal servilismo che ha condotto ben presto l’Italia sui binari morti di uno sviluppo capitalistico subordinato, maturo e poi marcio che ha inevitabilmente innescato una spirale deleteria fatta di giochi di borsa e finanziarizzazione, speculazioni sull’ambiente, sulla salute e suoi diritti dei lavoratori, mungitura delle risorse statali da parte d’imprese mature e decotte, abnorme pubblico impiego come cassa di compensazione per la disoccupazione, “bolle” di lauree e lavori socialmente inutili, deindustrializzazione e svendita allo straniero dei restanti comparti industriali, il tutto con l’ausilio di un ceto intellettuale a libro paga di volta in volta chiamato a fornire coperture ideologiche mistificatorie e giustificatorie – le ultime in ordine di tempo sono la “teoria” della “decrescita” e l’enfasi posta sul “turismo” come risorsa strategica nazionale – a questi sviluppi patologici. Un sistema che prima o poi si sarebbe rotto, comportando una dolorosa ristrutturazione per il popolo italiano, ma senza che fosse permesso che le vere cause del disastro venissero alla luce. Leggi il resto dell’articolo

Gli olocausti non sono quel che pensate. Ma Prodi ci è andato vicino

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di Liliane Tami

Prima di iniziare tale discorso sul genocidio è bene fare una parentesi per spiegare le differenze semantiche che vi sono tra questo termine, oramai inflazionato, e la parola Olocausto. Queste due parole sono troppo spesso confuse, quando invece un’analisi corretta dei fatti richiede la più totale precisione nell’uso dei lemmi.

Secondo la Bibbia l’olocausto è un sacrificio che avviene tramite combustione di un corpo da immolare a Dio. Gli olocausti presenti nella Torà avvengono solo ed eslusivamente attraverso il rogo di piante ed animali, in quanto Dio sembra apprezzarnel’odore. Inoltre, il termine Olocausto deriva dal greco “ Olos ( tutto) e “kaustos”, che appunto significa “bruciato”. Nell’attuale tradizione cristiana cattolica, gli olocausti vengono frequentemente perpetuati tramite l’accensione di aromi, spezie ed incensi. Nell’ultimo secolo, soggiogato al post-moderno, la questione linguistica ha iniziato ad attenersi sempre meno alla vera valenza semantica dei termini per riscoprirne un uso più estetico.

Proprio attorno a quest’impossibilità di tradurre esattamente un termine-segno con un preciso concetto ha a lungo dibattuto Quine, il filosofo del linguaggio per eccellenza, nei suoi studi presenti nel testo “ Parola ed oggetto” ha fatto venir meno il rapporto di differenziazione che vi era tra metafora e significato reale. Così, da questa rivoluzione estetica del linguaggio, liberato da un rapporto biunivoco ed imprescindibile con la realtà, si è iniziato ad usare il termine olocausto anche per designare, in modo scorretto, esplosioni, incendi, roghi e quant’altro avesse a che fare col fumo e col fuoco. È per questo che, attualmente, i ragazzi dei licei devono patire la beffa di leggere nei loro libri titoli come “L’olocausto di Nagasaki” o l’”Olocausto degli Armeni ” o “Olocausto degli Ebrei e dei testimoni di Geova” senza che venga loro spiegato chiaramente che si tratta di metafore.

Sì, questi eventi hanno portato certamente dei dolori, delle macerie e dei roghi di carne, ma una sana pignoleria mi costringe a ribattere dicendo che no, il significato esatto del termine olocausto implica la totale e completa carbonizzazione della vittima da immolare. Il ridurre un singolo cadavere ai suoi elementi di base, ossia gas e frammenti ossei, è un usanza atavica che si ritrova da millenni in Asia e che di recente è stato importato nel mondo cristiano cattolica. Durante la seconda guerra mondiale molte spoglie umane, sia di tedeschi che di altre popolazioni, per una questione numerica ed igienica sono state sottoposte a cremazione anzichè ad inumazione. Ciò ha recato particolare scandalo solo presso i popoli giudaici e i testimoni di Geova, perchè la loro tradizione afferma che i corpi debbano essere inumati integri, al fine di poter risorgere dopo l’Apocalisse. Per loro l’offesa morale di non esser seppelliti è immensa, ed è per questo che sono gli unici a lamentarsi così tanto d’aver subito un olocausto.

L’uso del termine olocausto in ambito bellico è quindi utilizzabile solo a patto di sottolinearne la valenza estetica e metaforica . A causa dello scorretto uso tale parola ha perso la sua valenza sacra ed è diventato sinonimo di “eliminazione” e “ genocidio”. Un genocidio è invece la totale e completa estirpazione di un ceppo genetico, etnico e culturale da una data regione. È per questo che , attualmente, è possibile parlare di un tentativo da parte della Commissione Europea di perpetuare un genocidio.

Massimo teorico dell’annientamento genetico delle popolazioni europee è Romano Prodi, che in un ciclo di conferenze intitolato “Disuguaglianze. Perchè?” tenutosi presso l’università di Pavia e alla Bocconi nel mese di settembre 2014 ha ribatito queste sue idee totalitarie. Nonostante il perbenismo imponga di non parlare di pulizie etniche Prodi ha enfatizzato l’importanza di annientare tutte le differenze culturali ed antropologiche che vi sono tra le diverse nazioni europee. Esponendo la sua teoria di annientamento identitario, a partire da un processo di centralizzazione bancaria e politica, perpetuato dalla Commissione Europea e dalla banca Centrale,con la conseguente cancellazione dei confini, l’eliminazione delle tradizioni e la più totale fusione tra le diverse culture, ha esposto il suo progetto di unificazione di tutto il mondo. Il suo programma di pulizia etnica prevede innanzitutto l’estirpazione radicale dei popoli che, avvalendosi del diritto di autodeterminazione voglio lottare in favore di una secessione, come i Catalani, i Bretoni, i Padani e gli Scozzesi. Per perpetuare questo mostruoso crimine contro l’autodeterminazione dei popoli, l’ex presidente della Commissione Europea ha detto che è disposto ad usare ogni mezzo, sia esso burocratico, economico o politico.

Hitler, i califfi e Pol Pot hanno usato il sangue per eliminare le etnie di loro sgradimento. Romano Prodi, con la scusa dell’”Uguaglianza sociale e dell’unificazione”, le elimina mediante il lavoro in ufficio e la propaganda. Dotato di una capacità oratoria degna di Goebbels, Prodi insinua nei suoi ascoltatori il pericolosissimo tarlo del volere annientare le identità etnicamente e culturalmente differenti. Il suo obbiettivo è quello di mischiare tutte le popolazione del mondo, al fine di creare una nuova umanità tutta uguale, priva di identità etniche, orfana di valori e soprattutto priva del proprio patrimonio genetico, culturale edantropologico.

La strategia della Commissione Europea di perpetuare un lento genocidio consiste nell’ibridare le singole identità nazionali le une con le altre tramite l’abolizione dei confini e con la più totale fusione con le altre civiltà, come quella Americana ed Africana. Romano Prodi ha esplicitamente detto che in futuro non dovrà più esserci alcuna forma di disuguaglianza, esattamente come diceva Hitler quando con gioia contemplava le sue conquiste. Anzichè avvalersi del ferro e del fuoco per perpetuare questi crimine contro l’umanità, a scapito delle minoranze di cultura diverse, i partiti europeisti si avvalgono del becero populismo e della promessa di felicità trovabile solamente in un mondo di cittadini tutti iper-tassati, soggiogati all’organo non democratico della Banca Centrale e, soprattutto, tutti identici l’uno all’altro. Per eliminare un popolo, come quello dei Scoti , dei Galli Bretoni e dei Longobardi della Lombardia, bisogna innanzitutto fingere che essi non esistano. In seguito, anzichè far la fatica di metterli nei forni crematori, basta fare un rogo dei loro diritti e delle loro libertà.

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Un Su-25 ucraino a stretto contatto con l’aereo malese poco prima dello schianto

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L’esercito russo ha rilevato un jet da combattimento SU-25 ucraino guadagnar quota (tipica manovra d’attacco, N.d.t.) nei confronti del Boeing (malese, N.d.t.) MH17 il giorno della catastrofe. Kiev deve spiegare perché il jet militare stava seguendo l’aereo passeggeri, ha detto il Ministero della Difesa russo.

“Un jet militare dell’aviazione ucraina è stato rilevato guadagnar quota, a una distanza dall’aereo malese tra i 3 e i 5 chilometri”, ha detto il capo della Direzione Operazioni Principali del quartier generale delle forze militari russe, il tenente generale Andrey Kartopolov, durante una conferenza stampa a Mosca.

“A [Noi] piacerebbe ottenere una spiegazione del perché il jet militare stava volando lungo un corridoio dell’aviazione civile, quasi allo stesso tempo e allo stesso livello di un aereo passeggeri”, ha dichiarato.

“Il jet da combattimento SU-25 può acquisire una quota di 10 km” ha aggiunto. “E ‘dotato di missili aria-aria R-60, in grado di colpire un bersaglio a una distanza fino a 12 km, e la gittata di sicurezza arriva a 5 km.”

La presenza del jet militare ucraino può essere confermata da riprese video effettuate dal centro di controllo di Rostov, dichiarato Kartopolov.

Al momento dello schianto dell’MH17 un satellite americano stava volando sopra l’Ucraina orientale, secondo il Ministero della Difesa russo. Ha esortato gli Stati Uniti a pubblicare le foto satellitari ed i dati acquisiti.

Inoltre, l’MH17 si è schiantato nella zona coperta dai sistemi Buk dell’esercito ucraino, missili semoventi terra-aria a medio raggio, ha detto il generale russo.

“Abbiamo immagini spaziali di certi luoghi, in cui è stata dislocata la difesa aerea dell’Ucraina, nel sud-est del Paese”, ha osservato Kartapolov. Le prime tre immagini che sono stati mostrate dal generale, sono datate 14 luglio. Le immagini mostrano sistemi di lancio di missili Buk a circa 8 km a nord-ovest della città di Lugansk – un veicolo semovente e due lanciatori, secondo l’alto ufficiale. Un’altra immagine mostra una stazione radar vicino a Donetsk.

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Mentre la terza immagine mostra la posizione dei sistemi di difesa aerea vicino a Donetsk, ha spiegato. In particolare, si può vedere chiaramente il sistema semovente, circa 60 unità di attrezzature militari e speciali, ha spiegato.

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“Le immagini di questa zona sono state anch’esse effettuate il 17 luglio. Bisogna notare che il lanciamissili è assente [dalla scena]. Il numero cinque nell’immagine mostra il sistema missilistico Buk la mattina dello stesso giorno nella zona di Zaroschinskoe – 50 km a sud di Donetsk, e 8 km a sud di Shakhtyorsk “, ha detto il Kartapolov

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Traduzione di Massimiliano Greco per Stato e Potenza

Fonte: RT

Istituzioni e media dalla parte del Sionismo

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di Alessio Pizzichini

False-flag o no, l’uccisione dei tre ragazzi israeliani ha dato il pretesto alla forze armate sioniste di bombardare quel poco che è rimasto della Palestina. Sono più di 80 i Palestinesi uccisi e centinaia i feriti, secondo la Rete Italiana SIM (International Solidarity  Movement), in questi tre giorni (numeri in continua crescita). A questi vanno aggiunti gli innumerevoli imprigionati senza prove e le decine di persone picchiate perché non ebree, tra cui bambini e ragazzi, senza dimenticare Mohamed Hussein Abu Khdeir, il diciassettenne rapito, picchiato e bruciato vivo. L’Unione Europea, premio nobel per la pace 2012, ha prorogato fino a giugno 2015 la missione EUPOL COPPS, consistente nel finanziamento di circa 9,8 milioni di euro per supportare la costruzione dello Stato Palestinese nell’ottica di un lavoro comune per la risoluzione del conflitto Israelo-Palestinese. D’altro canto finanza anche la ricerca bellica di Israele attraverso la IAI (Israel Aerospace Industrie) con 53 miliardi di euro, e ha finanziato Afcon, il costruttore di rivelatore di metalli per i check-point militari in territori occupati palestinesi. (Ciò dichiarato dalla stessa Commissione europea, che confermò che l’ IAI era una dei 34 soci israeliani impegnati nei 26 progetti finanziati dall’UE per la tecnologia dell’informazione.) Contraddizione che rivela ancor più marcatamente quanto l’Unione Europea sia subordinata allo stato di Israele, economicamente e militarmente il più potente al mondo.

A capo di ogni organizzazione e istituzione siede un sostenitore del Sionismo, appoggiato dai media di regime, anch’essi inchinati a denaro e successo promessi in cambio di una propaganda spudoratamente schierata. Si guardi Matteo Renzi, la cui vittoria alle recenti europee è stata guidata da tutti i media, che mai così palesemente hanno sostenuto un politico. Da media sia di destra sia di sinistra, a rimarcare quanto inattuale sia oggi questa dicotomia. A invitare a votare Renzi fu anche la comunità ebraica di Roma: “Fatelo per Israele, votate Renzi”. L’ultimo socialdemocratico a capo del PD Bersani, per quanto sia criticabile, considerava le posizioni di Renzi su Israele inaccettabili: “Su Israele e Palestina Renzi dice cose che neanche tutte le destre messe insieme…”. E i media Italiani svolgono il loro ruolo di offrire un’informazione di parte e schierata. Ma schierata dalla parte di chi? A destra o a sinistra? Schierata con lo stato di Israele, con le sue politiche imperialiste fiancheggiate da quelle occidentali. Supportano il burattino di turno che prende la strada più breve e spianata per il successo: quella della difesa del Sionismo e dell’imperialismo dell’Alleanza Atlantica, ormai considerabile nostrano.

Fanno passare gli occupati per i terroristi, le azioni dei Sionisti come azioni di legittima difesa; neanche una parola sulle aggressioni delle squadracce ebree a Roma a coloro che si recavano a manifestazioni e presidi di solidarietà per il popolo Palestinese; servizi sulla rabbia e la voglia di vendetta ai funerali di Mohamed Hussein Abu Khdeir, il diciassettenne Palestinese bruciato vivo, e neanche uno sguardo alle manifestazioni degli ebrei che inneggiano allo sterminio degli arabi; lunghi servizi sui tre Israeliani uccisi e il numero dei morti Palestinesi detto a mezza bocca durante il servizio sui razzi lanciati verso i territori Israeliani, come se Hamas disponesse veramente di armi del genere.

Un’informazione vomitevole, di parte, schierata, che legittima l’unico terrorismo nel conflitto Israelo-Palestinese: quello Sionista. Un’informazione che funge da braccio destro per le esportazioni di democrazia, dipingendo come mostri i presidenti che non volevano e non vogliono allinearsi alla politica statunitense e non vogliono trasformare l’economia del proprio Paese in un disastroso neoliberismo basato sulle teorie della Scuola di Chicago. Un’informazione che presenta come sacro e inviolabile il pensiero unico dominante di turno: quello della legittimità di Israele ad esistere. E se sei fuori dal coro sei bollato come anti-semita. Dal dopoguerra ad oggi i partiti politici sono stati indirizzati verso questa via, quella della difesa e del sostegno al Sionismo. Le uniche voci fuori dal coro provenirono da sinistra, sia dal PCI che dal PSI. Dal primo fino alla svolta socialdemocratica ed europeista, dal secondo fino alla sua degenerazione con lo spianamento della strada per il successo di Berlusconi.

Prima il PSI svolgeva quel ruolo di Partito Socialista che difendeva la sovranità e l’identità nazionale, e l’unico, dopo la svolta del PCI, a remare controcorrente in politica estera. Bettino Craxi, nel discorso alla Camera dei Deputati del 6 Novembre 1985, definiva legittima la lotta armata dei Palestinesi contro gli occupanti Israeliani, e sarebbe stato anti-storico non considerarla tale, poiché anche lo stesso Mazzini programmava assassini politici per realizzare l’unità. Dichiarazioni che provocarono reazioni sconcertanti tra le file della DC e dell’MSI, partiti che sempre hanno appoggiato Israele. Il primo il partito filo-americano per eccellenza (eccetto qualche sussulto di libertà), il secondo quel partito che del fascismo ha raccolto la parte borghese e conservatrice tralasciando del tutto quella socialista e rivoluzionaria. Craxi, con tutte le critiche che gli si possono avanzare, fu l’ultimo politico a difendere l’indipendenza nazionale in politica estera e a combattere la sua subordinazione a quella americana. Oggi in Parlamento soltanto il Movimento 5 Stelle parla di sovranità e di autonomia in politica estera. Ma i suoi limiti sono troppi, su tutti quello di non prendere una posizione ferrea definitiva da portare avanti con determinazione.

Fuori dal Parlamento sono tante le organizzazioni e le associazioni di difesa di diritti schierate con la Palestina. Sono altrettanti i partiti e i movimenti politici: dai vari comunisti ai movimenti per la sovranità, e parte delle destre socialiste e conservatrici. Questa divisione è ciò che non permette di creare una forte resistenza multipolare dal basso alla politica estera dell’attuale governo. Mostra cioè l’incapacità di relazionarsi con il presente, i retaggi degli anni passati che non si riescono a superare neanche momentaneamente quando si tratta di opporsi all’imperialismo Sionista e Atlantico e di difendere vite umane innocenti come quelle Palestinesi.

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La partita dell’energia tra Eni e shale gas

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di Francesco Carlesi

La fratturazione idraulica è una tecnica d’estrazione di gas che sta assumendo sempre più importanza e notorietà in questi ultimi anni. Per ogni pozzo, trenta o quaranta milioni di litri d’acqua, miscelata con sostanze chimiche (coperte da segreto industriale) vengono sparate con una pressione che frantuma la roccia, liberando il gas, che viene catturato e commercializzato. Tutto ciò sta diventando un’impressionante arma nelle mani degli Stati Uniti d’America, i maggiori produttori e consumatori a livello mondiale del cosiddetto shale gas, i cui prezzi rispetto alle risorse  energetiche tradizionali appaiono estremamente competitivi. Non a caso, sono proprio le lobby industriali americane ad opporsi alla vendita verso l’estero dello shale, per mantenere un vantaggio economico non indifferente rispetto ai concorrenti europei e asiatici. Difficile credere che sarà così per sempre.

La questione ucraina si inserisce appieno in questo contesto. Impossessarsi del paese – chiave attraverso il quale passa la maggior parte del gas russo per l’Europa (e quindi l’Italia) avrebbe un valore strategico fondamentale per gli Usa nella “lotta energetica” che anima le maggiori potenze mondiali. A quel punto, infatti, potrebbe essere facile per il paese a stelle e strisce entrare sul mercato con lo shale gas da dominatore incontrastato. I recenti incontri diplomatici di Obama e il tentativo di isolare la Russia nascondono anche questa valenza.

La nota vicenda del South Stream (che “bypassa” l’Ucraina) assume quindi una volta di più carattere vitale per l’Italia, in una partita in cui è l’indipendenza nazionale ad essere in gioco. Centrale per il nostro paese e il suo “braccio armato”, l’Eni di Scaroni, sarà anche la capacità di differenziare le fonti di approvvigionamento energetico. All’ordine del giorno vi è la questione della Tap (Trans Adriatic Pipeline), che  dovrebbe portare gas naturale dall’Azerbaijan all’Italia tramite Grecia e Albania. Questo progetto di Gasdotto Trans-Adriatico prevede la realizzazione di un nuovo metanodotto di importazione di gas naturale dalla regione del Mar Caspio all’Europa, lungo circa 870 km, con approdo sulla costa italiana,  nella provincia di Lecce. Sarà dura però superare le perplessità di ambientalisti e partiti politici (SEL in primis), che si oppongono strenuamente alla realizzazione in questione.

Importante è anche il gas proveniente dalla Libia, in cui ancora subiamo le conseguenze dell’intervento armato contro Gheddafi, grazie al quale Francia e Inghilterra si sono inserite nel paese mettendo in pericolo i nostri interessi. Tornare a essere “matteiani” e recuperare le posizioni in Africa, un continente nel quale oltre alla tradizionale presenza francese si stanno facendo prepotentemente strada attori quali Cina e Brasile, è una delle sfide più importanti che si pongono di fronte alla nostra nazione.

Anche perché, oltre agli Stati Uniti, anche Israele potrebbe diventare un futuro esportatore di gas, se riuscisse a sfruttare a pieno la recente scoperta del maxi-giacimento Leviathan nel Mar di Levante. Stiamo parlando di un paese che che sin dagli anni ’50 tentò di ostacolare le nostre politiche indipendentiste sul piano energetico e delle relazioni internazionali. Riguardo al Leviathan, già si è aperta una lotta, diplomatica e non, tra le potenze della zona come Cipro e Turchia (oltre ovviamente a Russia e Stati Uniti) per trarre massimo vantaggio da una situazione che potrebbe letteralmente rivoluzionare gli scenari.

Come si evince facilmente, le carte in tavola possono cambiare da un momento all’altro. Oltre alle pesanti incognite emerse recentemente riguardo allo shale gas, sia dal punto di vista delle reali potenzialità dei giacimenti che da quello del devastante impatto ambientale, i maggiori nodi da sciogliere per il nostro paese restano legati alla capacità strategica dell’Eni. A Scaroni, impegnato in diversi incontri importanti tra Africa e Washington in questi giorni, il compito di dare voce all’Italia nella complessa rete in cui da sempre si muove la nostra tormentata politica estera.

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