Il nuovo potere

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di Matteo Volpe

Siamo testimoni di una delle più grandi mutazioni globali. Per la prima volta nella storia, il potere si è separato dalla politica. Questo mutamento si è affermato in modo chiaro negli ultimi venti o trent’anni. Si è stati sempre abituati a considerare il potere come una diretta conseguenza della politica, o per lo meno, a pensare che qualsiasi potere, per essere tale, dovesse essere politico. Oggi, invece, non solo non ha alcun bisogno della politica, ma fa di tutto per sfuggirvi. Questo mutamento si accompagna ad un altro, ad esso collegato; la totale mancanza di consapevolezza degli individui di questo avvenimento, l’assoluta incomprensione di cosa sia il potere. La quasi totalità delle persone continua ad avere la stessa concezione del potere di cinquanta, cento, duecento o mille anni fa. Si continua, nonostante tutto, a considerare il potere come politico, addirittura in certi casi come sinonimo di politica. Ciò è completamente falso. Il potere, nelle attuali condizioni, funziona secondo meccanismi del tutto diversi. Non c’è coscienza del potere presso i contemporanei, neanche tra i più istruiti. Questa incoscienza è anch’essa un fenomeno inedito. In tutte le epoche le persone, dal notabile all’ultimo mendicante, hanno sempre saputo cosa fosse il potere. Il Re, il Papa, l’Imperatore, il Generale. Era anzi un requisito fondamentale del potere quello di essere riconosciuto chiaramente da tutti come tale, soprattutto dai suoi subalterni.

L’individuo contemporaneo non sa “chi comanda” ammesso che si possa dire ancora così, perché il potere, oggi, non funziona secondo la comunicazione prescrittiva: più che incutere timore, il potere oggi seduce, più che reprimere, eccita e stimola. Per la prima volta il potere è il deus absconditus della tradizione teologica. Non fa nulla per manifestarsi, anzi, si cela il più possibile e frappone tra sé e i dominati immagini, simulacri, idoli, che non dicono nulla della sua vera natura.

La politica si regge su confini, limiti, frontiere, divieti. La giurisdizione della polis non si estendeva oltre il suo territorio. Lo Stato ha potere solo entro i propri confini, verso l’esterno può esercitare un’influenza indiretta nelle controversie internazionali. Se vuole imporsi su un altro stato deve annetterlo con la forza, cioè estendere i propri confini. Ma per quanto possa essere esteso, la sua giurisdizione si si fermerà sempre a una frontiera fisica, che ne segna la fine.

Il potere oggi si è depoliticizzato. Ha abbandonato lo Stato come propria sede e si è dislocato al di fuori dei suoi confini. Il potere non coincide più con un territorio specifico e non ha un centro amministrativo. Non muove guerra per estendere i propri limiti e per inglobare altri poteri, ma per abolire tutti i limiti. Di conseguenza aggredisce tutti gli strumenti di cui un tempo si è servito e che oggi sono inadeguati rispetto ai suoi meccanismi. Lo Stato non soltanto viene abbandonato, ma deve essere combattuto, perché circoscrive un territorio e vi prescrive una legge. In questa prassi di circoscrizione e prescrizione si realizza il potere classico che è del tutto incompatibile col nuovo potere che si slega, si smaterializza, si deterritorializza e scompare alla vista. Lo Stato può sopravvivere soltanto negando se stesso, cioè abolendo la propria legge e i propri confini. E ciò è una contraddizione in termini, perché nel momento in cui lo facesse smetterebbe di esistere. Ma nemmeno il nuovo potere può accettare la permanenza dello Stato, la spartizione del suolo, la prescrizione della legge, che ne contraddice la natura. Perciò un conflitto tra il nuovo potere, che si muove (non è più “fermo” in un luogo ma in continuo movimento) nel mercato e si propaga attraverso le reti di comunicazione, e il potere classico statuale, che si radica, si situa e situa tutto ciò che a esso è sottoposto in un territorio e che si impone attraverso il diritto, risulta inevitabile.

Quello che sta facendo il nuovo potere, e che gli intellettuali tardano a comprendere, è smantellare letteralmente lo Stato, smembrarlo, farlo collassare. Senza nessuna esplosione, nessun evento traumatico, che è la genesi del potere classico (la rivoluzione, la guerra civile). Il nuovo potere può anche momentaneamente servirsi di alcuni stati contro altri, perché viaggia attraverso le reti di comunicazione che sono ubique. Non è detto che lo Stato venga formalmente smantellato (anche se in Europa sembra stia accadendo proprio questo) ma certamente si “alleggerisce”, cede quelle che un tempo erano sue prerogative inalienabili. In questo caso il conflitto è latente, perché non c’è attrito.

Quando invece lo Stato resiste il conflitto si palesa. In effetti lo Stato può solo resistere, non può passare alla controffensiva, non essendoci alcuna città da espugnare. Un nemico che è ovunque e in nessun luogo non può essere aggredito. Le recenti vicende brasiliane sono molto significative per comprendere come si muove il nuovo potere. Un governo di uno Stato, legittimato secondo le procedure statuali classiche, viene attaccato dal nuovo potere, che non riconosce quella legittimazione. La magistratura ha formulato accuse contro i principali esponenti del governo e del partito di maggioranza. Queste accuse, però, non si possono comprendere all’interno di una logica puramente statuale, secondo le procedure giuridiche. Vanno invece lette come risultante di un attrito tra il nuovo potere e una resistenza statuale. Il lato interessante è che il nuovo potere usa quella che è una funzione propria dello Stato, la magistratura, rivolgendola contro lo Stato stesso.

Ciò che avviene oggi in Brasile non è del tutto inedito. Si è già visto per la prima volta in Italia. Nel ’92 un intero ceto politico fu azzerato, fatto salvo per quegli elementi “riciclabili”, che si allearono col nuovo potere. Incapaci di comprendere la portata di eventi epocali, molti osservatori videro in quegli accadimenti nient’altro che una normale prassi giudiziaria, eccezionale solo per via dell’oggetto delle sue indagini e delle dimensioni di queste ultime. Vi si è anche vista una sorta di “rivoluzione civile”, un tentativo da parte della società civile di rigenerare lo Stato in modo autonomo rispetto ai suoi apparati (nessuno si accorse di quanto ciò sia contraddittorio). L’inchiesta di Mani Pulite, invece, è stato il primo esempio di un’aggressione su larga scala del nuovo potere contro la statualità. Non bisogna pensare a una guerra di posizione tra due eserciti contrapposti, ciascuno dei quali presidia una porzione di territorio, e cerca di strapparne alla parte avversa. Il nuovo potere non presidia nessun luogo, non ha sentinelle, fortezze e fossati. Esso attraversa gli organi del nemico, li usa e poi li abbandona lasciandoli apparentemente intatti. Non li distrugge. Dal punto di vista meramente giuridico-statuale nel ’92 non accadde nulla di anomalo. I meccanismi formali della statualità furono rispettati. Restando all’interno della logica giuridico-statuale non ci è possibile comprendere la portata di quegli avvenimenti. La magistratura italiana del ’92, o, per meglio dire, quella porzione di magistratura che si occupava dell’inchiesta, operò all’interno delle regole dello Stato, ma contro lo Stato. Le leggi non bastavano a proteggere la Legge.

Un’altra ragione per cui il punto di vista interno, procedurale, non ci permette di comprendere gli eventi è che Mani Pulite non fu soltanto un’indagine giudiziaria. Fu un evento mediatico. La sua potenza non si deve semplicemente alla prassi giuridica, ma all’amplificazione e al riverbero delle reti di comunicazione. Queste ultime hanno proiettato la procedura giudiziaria al di fuori di se stessa; la statualità si è, per così dire, disciolta. È venuto meno il legame della Norma con lo Stato e la funzione si è separata dallo scopo. Non ci fu eversione, per lo meno non sul piano giuridico, la norma non venne infranta. Essa, piuttosto, venne attraversata dal nuovo potere.

In questo modo la divisione delle cariche tipica della statualità moderna liberale è risultata adatta ai meccanismi del nuovo potere. La magistratura non deve obbedienza formale al governo. Anzi, sua prerogativa è proprio quella di essere autonoma rispetto al governo. In questo modo il nuovo potere può insinuarsi in comparti statuali che agiranno contro altri comparti statuali. Il nuovo potere costituisce delle alleanze labili con determinati attori, pronte a essere sciolte in qualsiasi momento. Così alcuni settori dello Stato possono trarre vantaggio dall’attraversamento del nuovo potere, mentre lo Stato viene indebolito. Il nuovo potere si propaga come un virus. Dalla società civile si è trasmesso alla magistratura, poi di nuovo alla società civile e da questa al governo. Non ci sono centri del nuovo potere. Chiunque, qualunque mezzo o istituto può essere attraversato dal potere. Ciò si deve all’istantaneità e all’ubiquità della comunicazione reticolare e del mercato.  Internet e i sistemi informatici hanno potenziato enormemente le reti di comunicazione e il mercato praticamente azzerando qualsiasi diacronia (intervallo nella ricezione del messaggio da un soggetto all’altro). Il riverbero e l’amplificazione assumono una potenza di fatto illimitata. Ogni agente inserito nella rete partecipa al flusso comunicativo come cassa di risonanza. Gli esiti per il movimento del nuovo potere e per lo sradicamento del vecchio possono quindi essere innumerevoli e imprevedibili.

 

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Mario Tchou e il sogno spezzato dell’informatica italiana

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di Michele Franceschelli

Il 9 novembre 1961 moriva l’ingegnere italo-cinese Mario Tchou e con lui quel sogno d’avanguardia – osteggiato dagli Stati Uniti d’America – che fu anche di Adriano Olivetti, con conseguenze funeste per i destini della nostra nazione. Una storia da ricordare, per tornare a sognare.

“Mario Tchou era il capo del laboratorio di Pisa e della Divisione Elettronica dell’Olivetti dedita principalmente a quell’epoca al grande calcolatore Elea, era il padre dell’Elea se vogliamo, che fu il primo grande calcolatore al mondo, prima dell’IBM (…) Mario Tchou è morto in un incidente sulla Milano-Torino e in Olivetti c’era la convinzione che fosse stato ucciso da forze risalenti ai servizi americani”. Carlo De Benedetti, Presidente della Olivetti dal 1983 al 1996, in un’intervista concessa il 29 ottobre 2013 a Giovanni Minoli, su Mix 24. (1)
“Adriano Olivetti: quest’uomo rappresenta un problema per il nostro paese”. Le parole pronunciate dal capo dei servizi segreti statunitensi, la CIA, in una riunione di altissimo livello, nella scena inziale della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno”, andata in onda il 28 e il 29 ottobre 2013 su Rai Uno. (2)

Una lezione per il presente

Che le parole pronunciate da Carlo De Benedetti durante la popolare trasmissione di Giovanni Minoli in merito alla convinzione degli uomini dell’Olivetti sulle vere cause della morte di Mario Tchou, così come gli input sul complotto made in USA inseriti all’interno della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno” di Michele Soavi, siano forse riusciti a spingere gli italiani ad aprire gli occhi sul ruolo infido giocato dagli Stati Uniti d’America contro il nostro paese, in queste ed altre circostanze, smascherando la rappresentazione propagandistica che li dipinge come l’alleato benevolo della nostra nazione?

Non lo sappiamo, sono stati due squarci di luce – l’intervista di De Bendetti e la messa in onda della miniserie – temporalmente coincidenti e qualitativamente diversi, che sono stati presto sommersi dalla forza oscurante della propaganda statunitense interessata a non far vedere agli italiani le porcherie combinate dai nostri “alleati” d’oltreoceano in oltre 60 anni d’occupazione, il tutto a favore di una narrazione storica falsa e stereotipata stracolma di zone d’ombra fatte di stragi, di assassini, di “incidenti” dolosi sempre privi di colpevoli, di uomini scomparsi nel nulla. Dove però questi “lampi di luce” riescano ad affermarsi a livello mediatico e di cultura di massa acquisendo le forme di verità storiche, non rimane che l’opzione di presentarle come conoscenze dal puro valore documentario su periodi lontani e passati privi di connessione con il presente, verità magari spiacevoli ma comprensibili e giustificabili per il clima della “guerra fredda” ed altre circostanze eccezionali che li rendevano inevitabili, continuando quindi a cercare di velare, sviare e limitare la portata rivoluzionaria di quelle rivelazioni storiche. Così facendo quegli “squarci di luce” perdono forza splendente e illuminano meno – e male – solo una metà, il passato, creando un fossato con l’epoca attuale: le responsabilità, gli interessi, il modus operandi, le dinamiche e la mentalità degli attori storici che quelle verità rivelano non devono essere comprese appieno per non diventare materia da cui trarre lezioni per il presente; un presente dove quegli stessi attori e quelle stesse forze, riconducibili agli USA e ai suoi scagnozzi italiani, continuano ad essere i padroni della nostra nazione, giocandovi un ruolo perfido, continuando a liquidare qualsiasi uomo italiano – sia questo un nuovo “Mario Tchou”, un nuovo “Adriano Olivetti” o un nuovo “Enrico Mattei” – che possa rappresentare un “problema” per il loro predominio sull’Italia, pur in assenza di “guerra fredda”, di “pericolo comunista”, di “emergenze democratiche”.

Per questo crediamo sia utile ritornare a ricordare certe figure e certi passaggi storici, non per amore della storia fine a se stesso, ma per comprendere le ragioni profonde di certi avvenimenti che hanno segnato negativamente e traumaticamente la storia di questa nazione e dotarci così, nello stesso tempo, di un arsenale interpretativo capace di riconoscere nel presente le trame sovversive e gli atti ostili compiuti ancor oggi nei confronti dell’Italia da quelli che subdolamente si continuano a chiamare come “alleati”, ma che la conoscenza della nostra storia e l’intuizione delle dinamiche attuali ci deve indurre a qualificare senza indugio come “occupanti” e “nemici” (anche se per far questo basterebbe molto probabilmente sapere – o voler vedere – che ci sono circa 110 basi e installazioni militari statunitensi sul territorio italiano, da Nord a Sud, da Aviano a Sigonella passando per Camp Ederle, Camp Darby e Napoli, con circa 15.000 militari e 15.000 “civili”).

L’Italia dovrebbe comprendere – dato che l’Unione Europea non lo fa a livello europeo e men che meno lo fa l’odierna classe politica nazionale, anzi molto spesso è proprio il contrario – la necessità e il dovere di difendere, con le unghie e con i denti dagli attacchi esterni e di sostenere in tutti i modi quegli uomini speciali, le loro imprese d’alta tecnologia e avanguardistiche, per l’apporto fondamentale che danno alla crescita morale e materiale di tutta la comunità nazionale e che le permettono di innestarsi su dei binari di sviluppo economico profondo e duraturo, fatto di alta tecnologia, ricerca, sviluppo e innovazione, basi della libertà, della forza e della dignità di una nazione.

Il filo storico che lega le vicende di Mario Tchou, inseparabile da quelle di Adriano Olivetti (entrambi attivi nello strategico settore alto-tecnologico dell’elettronica-informatica), di Felice Ippolito (nel settore alto-tecnologico del nucleare), di Enrico Mattei (in quello strategico dell’energia), di Domenico Marotta (della chimica), di Sergio Stefanutti (dell’aeronautica), quel filo che arriva fino alla guerra imposta all’Italia contro il suo alleato Muammar Gheddafi nel 2011 e alle sanzioni economiche alla Russia, passando per la scomparsa di Federico Caffè (nel settore strategico della finanza), Tangentopoli, l’esilio di Bettino Craxi (nel campo strategico per eccellenza, quello politico) e la morte di Raul Gardini (ancora la chimica), è una trama storica che ci svela i segni e le tracce, di volta in volta più o meno occulte, di una “manina d’oltreoceano” sempre attiva e sempre pronta a liquidare con le buone o con le cattive – e sempre con la complicità di una lobby interna tutta italiana di passaporto ma nella sostanza anti-nazionale perché totalmente prona agli interessi dello straniero e dei propri meschini dividendi di “casta”– di liquidare quei compatrioti che ora per genio, ora per arditezza, per onestà e per vigore rappresentano una grande opportunità per la nazione, una risorsa e un valore per i destini della Patria ma che proprio per questo sono un “problema” grave per gli Stati Uniti d’America interessati a mantenere il proprio predominio. E per i loro vassalli interni, interessati a coltivare i propri meschini interessi di bottega e portatori fin dal primo dopoguerra di un machiavellismo ideologico deformato dal servilismo che ha condotto ben presto l’Italia sui binari morti di uno sviluppo capitalistico subordinato, maturo e poi marcio che ha inevitabilmente innescato una spirale deleteria fatta di giochi di borsa e finanziarizzazione, speculazioni sull’ambiente, sulla salute e suoi diritti dei lavoratori, mungitura delle risorse statali da parte d’imprese mature e decotte, abnorme pubblico impiego come cassa di compensazione per la disoccupazione, “bolle” di lauree e lavori socialmente inutili, deindustrializzazione e svendita allo straniero dei restanti comparti industriali, il tutto con l’ausilio di un ceto intellettuale a libro paga di volta in volta chiamato a fornire coperture ideologiche mistificatorie e giustificatorie – le ultime in ordine di tempo sono la “teoria” della “decrescita” e l’enfasi posta sul “turismo” come risorsa strategica nazionale – a questi sviluppi patologici. Un sistema che prima o poi si sarebbe rotto, comportando una dolorosa ristrutturazione per il popolo italiano, ma senza che fosse permesso che le vere cause del disastro venissero alla luce. Leggi il resto dell’articolo

La lista completa dei massoni d’Italia, nome per nome, dal Trentino alla Sicilia

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di Edoardo Bettella

26.410. È il numero dei massoni in Italia. Popoff ha deciso di pubblicarne la lista, loggia per loggia, regione per regione. Abbiamo calcolato le maggiori concentrazioni geografiche in Italia (Firenze e la Toscana) e le professioni che contano più iscritti (medici e avvocati).

Ventiseimila nomi. Sono gli affiliati italiani alle logge massoniche nazionali, perfettamente riconosciute e legittimate dalla legge italiana. A due settimane dall’editoriale di Ferruccio De Bortoli su “Il corriere della sera”, in cui al patto Renzi-Berlusconi viene associato un «odore stantio di massoneria», Popoff pubblica le liste degli iscritti. Seppur divulgate originariamente da “La voce delle voci” cinque anni fa, hanno ancora molte cose interessanti da raccontare. Vediamo quali.

Sarà un caso, forse, ma la regione italiana che conta più iscritti è la Toscana. E tra tutte le città d’Italia, quella tra in cui vi risiedono più massoni è Firenze. Stiamo parlando di più di duemila liberi muratori nella sola città bagnata dall’Arno. Quasi il dieci per cento del totale dell’Italia intera.

Se, a Firenze, si aggiungono Arezzo, Grosseto, Livorno, Lucca, Massa Carrara, Pisa, Pistoia, Prato e Siena, arriviamo a un totale di più di quattromilacinquecento. La città che, dopo Firenze, conta il maggior numero di liberi muratori è Torino, con quasi duemila affiliati. Al terzo posto troviamo Roma, con milleseicentotrenta. Seguono, in ordine decrescente, Milano (milleduecentosettanta), Palermo (milleduecentosessanta), Perugia (ottocentottantotto) e Genova (ottocentotrenta).

Una menzione particolare merita Perugia. Il capoluogo umbro, infatti, conta poco più di centosessantamila abitanti. Questo significa che c’è un massone ogni, circa, centottantasei abitanti. Il numero è poco distante da quello di Firenze, dove ne troviamo uno ogni centottantatrè. La differenza sostanziale sta nel fatto che, però, Firenze ha più del doppio degli abitanti di Perugia, che diventa, quindi, una delle città con la maggiore concentrazione di affiliati a logge massoniche per numero di abitanti.

Tra le professioni, troviamo più di duemila medici, oltre mille avvocati e dirigenti, novecento imprenditori, quasi seicento dipendenti ministeriali, trecentoventi ragionieri, duecentocinquanta assicuratori, duecentoventi industriali. Sono solo numeri, professioni, aree geografiche. Ma sarà un caso che il Corriere parli di «odore stantio di massoneria» riferendosi proprio a un patto che ha, come punti di contatto in parlamento, due toscani doc come Denis Verdini e Maria Elena Boschi?

“Il Corriere della sera” parla di «odore stantio di massoneria» riferendosi al patto tra Renzi e Berlusconi, che trova i due punti di contatto in Denis Verdini per Forza Italia e Maria Elena Boschi per il Partito democratico. Ma c’è qualche legame tra questa affermazione e le radicate origini toscane dei due?

Alcuni chiarimenti: queste liste fanno riferimento alle logge nazionali, non a quelle estere o sovra-nazionali, anche dette Ur-Lodges, intorno alle quali spesso aleggia un velo di mistero e segretezza. In Italia, in seguito allo scoppio dello scandalo della P2, la legge Spadolini-Anselmi ha vietato l’esistenza di associazioni segrete (come già previsto dall’articolo 18 della Costituzione) obbligando anche la non segretezza riguardo agli iscritti.

La più grande loggia massonica italiana è il Grande oriente d’Italia (Goi), con sede a Roma e con più di ventimila affiliati. Ne esistono molte altre, più piccole e con meno affiliati, come, ad esempio, la Gran loggia d’Italia degli Alam o la Gran loggia regolare d’Italia. Dal Goi si è dissociato, nel 2010, Gioele Magaldi, fondatore del Grande oriente d’Italia democratico (God), movimento massonico di opinione nato all’interno del Grande oriente d’Italia, ma con lo scopo di riformarne la struttura interna all’insegna della trasparenza. È, di fatto, una forza di opposizione interna al regime «dispotico» del Goi. La scissione nacque in seguito alla presa di coscienza, da parte di Magaldi, delle attitudini dell’ex Gran maestro del Goi Gustavo Raffi, orientate esclusivamente alla preservazione del potere fine a se stesso e all’arricchimento personale, principi totalmente opposti a quelli della tradizionale massoneria.

Pubblichiamo, di seguito, la lista di ventiseimila nomi, frutto dello strabiliante lavoro di Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola, de “La voce delle voci”, che, nel 2009, l’hanno divulgata.

ECCO LA LISTA

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Democrazia totalitaria

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di Tommaso Segantini

Quando si parla di totalitarismo o di regimi totalitari, oggi, si fageneralmente riferimento al fascismo, al nazismo o al comunismo sovietico del Novecento. Sono stati scritti infiniti libri sulle caratteristiche di queste societa’ etichettate, giustamente, totalitarie. Alcune di queste caratteristiche sono per esempio la repressione dei dissidenti (basti pensare ai gulag sovietici), l’uso della violenza per creare terrore, o l’uso massiccio della propaganda, in grado di controllare il pensiero e quindi le vite degli individui.

Lo scopo di questo articolo e’ di mostrare che alcune caratteristiche tipiche dei regimi totalitari appena citati, che ci appaiono lontani, appartenenti ormai solo alla storia passata, sono tuttora presenti nelle nostre societa’ occidentali. E’ importante sottolineare che le forme di controllo delle elite sulla popolazione sono cambiate, sono diventate quasi invisibili, impercettibili, ma piu’ efficaci che mai. Efficaci a tal punto che le masse hanno interiorizzato, e ritengono naturali, giuste e razionali le leggi del capitalismo assoluto di oggi. Assoluto perche’ non c’e’ piu, oramai, alcuna opposizione ideologica ad esso. L’ideologia dominante neoliberista legittima il mondo di oggi insieme a tutte le sue contraddizioni e, punto cruciale, lo eternizza, impedendo a priori anche solo l’ideazione di un tipo di societa’ alternativa a quella odierna. La propaganda del Novecento oggi e’ sostituita da una spaventosa omologazione mediatica. I mass media sono largamente influenzati da poteri economici e finanziari, e la contrapposizione ideologica tra le diverse testate e’ minima o nulla. Come puo’ questa omologazione dei media portare alla formazione di un pensiero critico tra i membri della societa’, che e’ probabilmente l’elemento piu’ importante per il buon funzionamento di un sistema democratico?

Interessante e’ anche l’aspetto della violenza. Almeno quella,  infatti, sembra essere assente dalle nostre societa’ occidentali. E’ comune l’affermazione che l’Unione Europea ha garantito un periodo di pace in Europa senza precedenti nella storia. Questo e’ vero, se si identifica la violenza col carro armato e con l’invasione militare. Diego Fusaro afferma pero’ che “il nuovo Hitler non si presenta con la svastica e il braccio teso: parla un inglese fluente, si appella alle sacre leggi della finanza e alla volontà del mercato, identifica la libertà con la liberalizzazione integrale”.  Sempre citando Fusaro, ” lo spread ha preso il posto dei carri armati”. La violenza non e’ piu quindi solo militare ma di tipo economico. Un esempio concreto e attuale di questo nuovo tipo di violenza e’ la Grecia, messa in ginocchio dall’Euro e dalle misure di austerita’ europee.

Infine, il nostro sistema economico e’ dominato da multinazionali, descritte da Chomsky come “le istituzioni umane piu’ vicine al totalitarismo”. Esse sono entita’ sovranazionali, non vincolate a nessun territorio, e capaci di influenzare se non interamente dettare le agende dei governi. Per fortuna i regimi totalitari del Novecento sono passati, ma occorre rendersi conto che il desiderio delle elites di controllare le nostre vite, di manipolarci, di renderci schiavi, e’ sempre vivo; e’ dovere di noi cittadini unirci e combattere contro questo nuovo tipo di dittatura economico-finanziaria.

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Grazie a Renzi, anche l’Eni potrebbe lasciare l’Italia

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Quello di Monti era il governo della Goldman Sachs. Quello di Letta, il nipote, era il governo dell’Aspen Institute. Per dire che erano entrambi molto orientati a fare gli interessi della finanza anglo-americana. Non a caso il governo Monti realizzò lo scorporo della Snam, che gestisce la rete di distribuzione del gas in Italia, dalla holding Eni. Una richiesta che era venuta «non soltanto dagli esponenti della canaglia liberista in Italia (legati mani e piedi agli ambienti di Wall Street e della City) ma anche da azionisti dell’Eni come il fondo di investimento americano Knight Winke, che si era assunto il ruolo di assillare il governo con tale questione che poi Monti aveva finito per risolvere a suo modo all’inizio del 2012». Anche Matteo Renzi, che nel 2009 il settimanale americano “Time” aveva definito “l’Obama italiano”, si è mostrato fedele alla linea “atlantica” e ha avviato le grandi manovre per mettere in vendita quote azionarie di società sotto controllo pubblico come Eni, Enel, Poste, Finmeccanica e Fincantieri, ma anche Enav, Cdp Reti, Rai Way e Stm.

In particolare, scrive Giuliano Augusto su “Rinascita”, Renzi è intenzionato a vendere una quota del 5% di Eni ed Enel portando in tal modo la quota pubblica dal 30% al 25%. Attualmente l’Enel è controllato dal Tesoro con una quota del 31,244% mentre l’Eni è controllata al 26,369% dalla Cassa Depositi e Prestiti (il cui principale azionista è il Tesoro con l’80,1%) e dal Tesoro con il 3,94%. Collegata a queste operazioni c’è la questione dell’Opa obbligatoria che il Pd al governo vorrebbe fare scendere al 25% dall’attuale 30%, mentre il relatore del provvedimento alla Camera, Massimo Mucchetti, voleva portarla al 20%. Il che avrebbe obbligato il Tesoro e la Cassa Depositi e Prestiti a vendere la quota azionaria eccedente quella percentuale, sia che si tratti di quota diretta (Tesoro) che indiretta (Cdp). Obiettivo: tutelare «gli interessi esteri anglofoni». Renzi? «L’uomo giusto al posto giusto». Per la prima volta, nell’ente fondato da Enrico Mattei come leva strategica della rinascita italiana nel dopoguerra, i soci privati stranieri sono diventati maggioritari: potrebbero essere le premesse per trasferire l’Eni all’estero, «tanto per gettare le premesse di un futuro assorbimento da parte di un colosso concorrente come l’americana Exxon».

«La linea di Renzi – scrive Augusto – è in buona sostanza quella di trasformare Eni, Enel e le altre società a controllo statale in “pubblic company”», società ad azionariato diffuso «nelle quali non ci sia più un socio di riferimento ma dove i tanti soci privati eleggano di volta in volta gli amministratori». Così, addio Eni sullo scenario internazionale, con buona pace di «qualsiasi possibilità dell’Italia di avere una politica energetica autonoma in Europa e nel mondo». Questa sarebbe la risposta dell’“amerikano” Renzi alle critiche venute dagli europei “atlantici” e dagli stessi Stati Uniti per l’eccessiva “simpatia” italiana verso la Russia di Putin? Il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, ha stimato in appena 10 miliardi il ricavato delle privatizzazioni (svendite). Soldi che sarebbero usati per coprire una parte irrisoria dell’enorme debito pubblico italiano. Tra le cessioni, la vendita a gruppi cinesi del 49% di CdP-Reti, società che controlla appunto la Snam. «Tra americani e cinesi cambia poco. Continua la colonizzazione del nostro paese».

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Il mercato immigrazionista e la solita pappa del cuore

Lampedusa, sbarco immigrati clandestini dalla Tunisia.

di Alessio Mulas

È apparso di recente un documento del Migration Policy Centre dell’European University Institute, intitolato «Is what we hear about migration really true? Questioning eight stereotypes»[1], che esamina i presunti stereotipi che il solito popolino, cattivo e ignorante, ha sul tema dell’immigrazione. Lo studio, che ha avuto ampio seguito sui giornali dell’Europa intera, non porta niente di nuovo a un dibattito che sempre più si rivela sterile: snocciola qualche banale quanto necessaria confutazione dei luoghi comuni anti-immigrazionisti, servendo il piatto con la solita salsa buonista e un’apparente scientificità. Sebbene sembri riuscire nell’impresa, basta scorrere il documento curato dal MPC per accorgersi che i veri problemi riguardanti l’immigrazione sono tacitamente ignorati.

Da queste pagine siamo più volte tornati sull’argomento. In particolare, abbiamo proposto una interpretazione del fenomeno migratorio come spostamento di incertezza[2]. Questa costituisce, insieme al fattore tempo, la cornice dell’azione umana. Non avere certezza sul futuro, essere preda del dubbio riguardo all’esito delle proprie attività e subire l’inutilità della propria conoscenza a causa della mutevolezza del presente sono costanti della modernità. L’immagine della liquidità, proposta da Bauman, è calzante: tutto scivola, inafferrabile. A ciò si aggiunge l’inflazione di aspettative che la cittadinanza ha verso la politica, aspettative che solo un Pericle potrebbe conciliare e soddisfare.

Ma all’orizzonte non vediamo dei Pericle. L’immigrazione rappresenta uno spostamento di incertezza (prevalentemente economica) da Paesi sofferenti verso Paesi forti. Insieme all’incertezza economica, arrivano anche nuove ed eterogenee aspettative, le quali vanno ad aggiungersi al già difficilmente governabile “mercato delle aspettative e delle idee”. La stessa ethnoscape, caos informe di nativi, turisti, gruppi in passaggio, lavoratori e professionisti stranieri, immigrati e rifugiati, è il primo simbolo del crollo dell’identità culturale di una nazione o di una civiltà, perché — promuovendo un’economia globalizzata e una cultura globalizzante — mina all’omogeneità identitaria di un Popolo, creando nuova incertezza culturale. Si istituisce una classe di uomini senza identità, sempre più schiavizzata e facilmente governabile dal capitale.

Oltre all’aspetto economico e culturale del problema, c’è quello strategico e geopolitico. Nel primo dopoguerra, il teorico militare inglese Liddell Hart descrisse un approccio indiretto alla guerra (e ricordiamo che per guerra non si intende solo lo scontro effettivo, l’atto del combattere, ma anche quel «tratto di tempo in cui la volontà di combattersi è sufficientemente nota»[3]), che consiste nel colpire l’avversario senza affrontarlo direttamente, cioè colpendone le industrie, le attività economiche e le reti di comunicazione, il piegandone il morale[4].

L’immigrazione (legale o meno) è così interpretabile come strategia indiretta volta a innestare in un Paese nuove aspettative, che vanno a modificare in una direzione le linee generali di politica estera, le attività culturali, l’apparato produttivo del Paese che ne riceve gli effetti. Chi trae beneficio dall’immigrazione è la classe politica inetta dei Paesi dai quali si emigra: la diminuzione della pressione demografica porta sollievo ai conti pubblici; l’abbassamento dell’incertezza garantisce i responsabili economici e politici del fallimento di un Paese dalla pericolosità delle masse. Se masse ad alto grado di incertezza si spostano, diminuisce il rischio di una reazione — poco importa se democratica e culturale o violenta e furiosa — contro gli inetti politici locali o le industrie straniere che sfruttano i territori. Ogni difesa del fenomeno migratorio affranca dalle inemendabili colpe i veri responsabili dei fattori (povertà, carestie, guerre) che hanno portato allo spostamento di uomini. Nessun sistema, sia esso socialista o liberale, è invulnerabile allo spostamento dell’«esercito industriale di riserva» (Marx) o impermeabile alla teoria politica.

E nella teoria politica non deve trovare spazio quella «pappa del cuore» (Hegel) propagandata in modo martellante, a suon di lacrime, dai mezzi di informazione italiani. Nella strategia indiretta immigrazionista è osservabile la nascita di un “mercato del migrante”, di un cartello politico dell’immigrazione, del tutto simile alle dinamiche del commercio di petrolio e materie prime. Tale politica, attraverso lo spostamento della riserva di manodopera, «costringe di fatto i Paesi riceventi a costi di produzione, dati i salari medi (dei migranti regolari o irregolari qui poco importa) a permanere in filiere produttive a bassa produttività, che verranno prossimamente attaccate o sostituite dai Paesi Terzi in fase di industrializzazione»[5]. Secondo il quarto rapporto «Gli immigrati nel mercato del lavoro in Italia»[6], promosso e curato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dalla Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione, gli stranieri occupati sono 2.355.923; «a fronte della diminuzione del numero di occupati italiani di 500 mila unità nell’arco di appena dodici mesi, aumenta il numero di occupati stranieri di entrambe le componenti UE ed Extra UE per complessivi +21.875 lavoratori». Andatelo a dire al signor Rossi: gli immigrati “non ti rubano il lavoro”, come affermerebbe con abietta convinzione il documento del Migration Policy Centre.

Nel frattempo, l’Operazione Mare Nostrum, ribattezzata Mare Mostrum, continua a donare l’illusione che l’Europa e l’Italia possano accogliere tutti coloro che hanno bisogno. Ieri, 20 persone sono morte durante un naufragio al largo di Al Khums, a 100 chilometri a est di Tripoli. Kassem Ayoub, portavoce della Marina libica, ha reso noto che 22 clandestini, aggrappati a ciò che restava della barca, sono stati messi in salvo.

Negli ultimi 25 anni sono 20mila le persone morte durante il viaggio clandestino verso l’Europa. La tragedia si può fermare solo con una visione chiara del fenomeno migratorio, acquistando consapevolezza che lo spostamento di incertezza e l’inflazione delle aspettative sono difficili da governare e vanno a danno di chi è già debole. Senza la perversa pappa del cuore.

 

[1] http://cadmus.eui.eu/bitstream/handle/1814/31731/MPC_2014_FARGUES.pdf?sequence=1
[2] http://www.lintellettualedissidente.it/perche-limmigrazione-e-coeva-al-capitale/
[3] T. Hobbes, Leviathan, XIII cap.
[4] B. Liddell Hart, Paride o il futuro della guerra, introduzione di Fabio Mini, Editrice Goriziana, Gorizia, 2007.
[5] M. Giaconi, Dall’influenza economica al rischio jihad. L’Immigrazione elemento di strategia indiretta, Gnosis 2/2009.
http://gnosis.aisi.gov.it/Gnosis/Rivista19.nsf/servnavig/19#(14) (30 giugno 2013)[6] http://www.integrazionemigranti.gov.it/Attualita/News/Documents/IV_RAPPORTO_MDL_ITA_ENG_ALTRELINGUE/IV_Rapporto_annuale_MdL_immigrati_2014.pdf

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“Per l’Italia si avvicina la fine”, e Rcs silura De Bortoli

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Qualcosa di esplosivo sta accadendo nei piani alti del mainstream italiano: a rompere il tabù, prospettando l’arrivo della famigerata Troika, il triumvirato tecnocratico composto da Commissione Ue, Bce e Fmi, è stato il direttore del “Corriere della Sera” Ferruccio De Bortoli. «Il direttore del “Corriere” ci descrive lo scenario che ci aspetta il prossimo autunno», avverte Cesare Sacchetti, «quando vedremo realizzarsi le peggiori nemesi nella manovra economica, che prevederà un probabile prelievo forzoso sui conti correnti». Sarebbe la riedizione del 1992, quando l’allora primo ministro Giuliano Amato «decise di approvare questo furto a danno del risparmio dei cittadini italiani». Solo allora «verrà dichiarata la resa ai tecnocrati». E sarà «messo in un angolo» il governo presieduto da Matteo Renzi, «che non ha vinto nessuna elezione democratica ma è stato nominato dal Capo dello Stato». Tutto questo, mentre i signori della Troika faranno all’Italia quello che fecero nel 2011 alla Grecia, che in cambio dei 50 miliardi ricevuti sta privatizzando tutto: sono all’asta «porti, aeroporti, isole e acquedotti».

È questa, scrive Sacchetti su “L’Antidiplomatico”, «la forma più subdola e criminale con la quale il colonialismo finanziario distrugge e depreda gli Stati sovrani, ostaggi di un debito sovrano denominato in una valuta straniera che non possono stampare». Parole profetiche:  «Datemi il controllo della moneta di una nazione e non mi importa di chi farà le sue leggi», disse un certo Mayer Amschel Rothschild. Auspicio «portato a compimento nella moderna Eurozona», dal momento che «gli Stati ex-sovrani sono messi nelle condizioni di una colonia: per poter finanziare la propria spesa devono bussare alle porte dei colonizzatori, che vorranno in cambio la linfa economica degli Stati e prenderanno il possesso monopolistico di tutti i settori strategici di quel paese». L’Italia è già da tempo in vendita, e gli investitori stranieri stanno facendo man bassa dei suoi gioielli, «gentilmente offerti dal governo Renzi», come la Cassa Depositi e Prestiti, Poste Italiane (che dismetterà il 40% della partecipazione pubblica), nonché Eni e Enel, «che potrebbero cedere il 5% delle azioni, come annunciato recentemente dal sottosegretario all’economia, Giovanni Legnini».

Mentre gli italiani provano a godersi quei pochi spicchi di sole di quest’estate anomala, scrive Sacchetti, l’ipotesi che la Troika venga qui nel Belpaese non è più remota. «Il giorno dopo che De Bortoli ha annunciato questo scenario, Rcs fa sapere che non si avvarrà più della collaborazione del direttore. È stato infranto un vincolo di riservatezza, qualcosa che doveva essere taciuto è stato rivelato». Forse il direttore «ha pagato questa delazione», anche se «l’impressione è quella di un Ponzio Pilato che vuole lavarsi le mani del sangue degli italiani e non intende accollarsi la responsabilità morale di un disastro sociale ed economico senza precedenti». Non passano che pochi giorni dalle scioccanti dichiarazioni di De Bortoli che «il Barbapapà del giornalismo italiano, Eugenio Scalfari», fondatore di “Repubblica”, «ci fa dono di una delle sue memorabili articolesse domenicali, dove si augura una venuta della Troika che “deve combattere la deflazione che ci minaccia”».

Per Scalfari, la Troika – proprio lei, la massima responsabile dell’euro-disastro – deve «puntare su una politica al tempo stesso di aumento del Pil, di riforme sulla produttività e la competitività, di sostegno della liquidità e del credito delle banche alle imprese». Scalfari, che non ha ancora digerito la detronizzazione del suo beniamino Letta (con quale cenava, addirittura insieme a Draghi e Napolitano) non manca di inviare un messaggio a Renzi: «Capisco che dal punto di vista del prestigio politico sottoporsi al controllo diretto della Troika sarebbe uno scacco di rilevanti proporzioni, ma a volte la necessità impone di trascurare la vanagloria e questo è per l’appunto uno di quei casi». Parole chiare: caro Renzi, ti è stato affidato un compito ben preciso e non lo stai portando a termine come previsto.

«Questo – scrive Sacchetti – il contenuto del messaggio che Scalfari manda al premier, al quale potrebbe essere dato il ben servito molto presto se non esegue pedissequamente le istruzioni che gli sono state date». E la fine che lo attende, se non “obbedisce”, «è quella dei suoi predecessori Monti e Letta, i quali sono stati gettati via come due scarpe vecchie appena diventati inutili». Nessuna sorpresa: «E’ il meccanismo infernale che ha progettato l’élite transnazionale che detesta gli Stati e i popoli che li abitano, considerati alla stregua di una plebe ignorante priva di diritti», conclude Sacchetti. «De Bortoli e Scalfari sanno molto bene quale sarà il trattamento che attende l’Italia e ne stanno discutendo nei primi giorni di agosto, mese ideale per sferrare l’ennesimo calcio nelle gengive agli italiani, distratti dalle vacanze». Al loro ritorno, «potrebbero trovare ciò che è stato conquistato ieri dai loro padri completamente distrutto nel giro di pochi mesi oggi».

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