Pornografia bellica: il nuovo sesso sicuro

Appunti sulla conferenza tenutasi in Spagna, “Solidarietà Politica”, il 27 marzo 2012.

Pepe Escobar

Gli inizi del XXI secolo sono stati assoggettati alla pornografia bellica, il principale spettacolo sportivo consumato dalla poltrona globale con le patatine digitali. La pornografia bellica ha conquistato il centro dell’attenzione la sera dell’11 settembre 2001, quando il governo Bush lanciò la Guerra Globale contro il Terrore (GWTO, acronimo inglese) che fu interpretata da molti dei suoi praticanti come una sottile legittimazione del terrore statale degli USA, in particolare contro i musulmani.

Fu anche una guerra del Terrore, una manifestazione di terrore statale opponendo il potere urbano rappresentato dall’ alta tecnologia all’astuzia rurale a bassa tecnologia. Gli USA, certamente, non hanno esercitato il monopolio; Pechino lo praticò a Xinjiang, il suo Far West, e la Russia in Cecenia.

Come la pornografia convenzionale, quella bellica non può esistere se non grazie ad una bugia, una rappresentazione oscena. Ma a differenza della pornografia convenzionale, quella bellica è autentica; a differenza di osceni, spiccioli film snuff, la gente nella pornografia bellica, muore veramente, in massa. Leggi il resto dell’articolo

UN MONDO DI MARIONETTE

1. E’ il titolo di un film di Bergman, la cui trama per nulla assomiglia a quanto sta accadendo oggi in questo povero paese. Tuttavia, questo è il più gentile nome con cui appellare i finti tecnici che stanno ai vertici del nostro Stato, assieme a coloro che si credono classe dirigente (industrial-finanziaria) e ai giornalisti loro servi, salvo alcuni encomiabili casi rari quanto le mosche bianche. Degli intellettuali preferisco non parlare; avverto solo che non consento a nessuno di considerarmi appartenente ad un simile verminaio.

Dopo vent’anni di totale assenza della politica – in cui si è inventata la storiella del passaggio alla “seconda Repubblica” mentre si è solo entrati a tempo pieno in una palude maleodorante – i dementi del “popolo di sinistra” (il “ceto medio semicolto”, di cui gli insegnanti e dati settori di impiegati pubblici sono lo “zoccolo duro”) sono tutti felici perché si sono liberati di Berlusconi. Questo è ciò che raccontano loro personaggi innominabili che passano per abili dirigenti del Pd, del Sel, dell’Idv e altra genia varia. Non sono riusciti a servire adeguatamente i loro padroni d’oltreatlantico (malgrado le arie che si davano all’epoca in cui sbavavano dietro a Clinton durante l’aggressione alla Jugoslavia), hanno anzi fallito su tutta la linea, riuscendo solo a sussurrare “bye bye Condy” come (si dice) fece uno scioccone pieno di svenevolezze con la Rice.

Adesso, avendo preso una paura di quelle sode, il Cavaliere, dopo le assicurazioni del “non cadi o, se cadi, caschi in piedi”, ha tolto il disturbo in piena complicità con Napolitano, per quanto si sia mascherato dietro finti malumori, eseguendo invece i “consigli” (quelli che “non si possono rifiutare”) del suo assicuratore, il “bell’abbronzato”. Non se ne è potuto andare finché non si è risolto il nodo libico. Gheddafi non ha voluto sgombrare il campo (non aveva avuto la stessa garanzia di “cadere in piedi”), ed è stato quindi aggredito e assassinato; per quanto i sicari di “prima mano” siano stati Sarkozy e Cameron, era necessario che vi fosse anche il tradimento del Berlusca e la partecipazione dell’Italia alle operazioni Nato (“gli alleati che non si potevano non seguire” secondo l’ammonimento di Napolitano, accettato “a malincuore” dal grande ipocrita). Come rivelato del resto dalla nostra Aeronautica, il numero di missioni eseguite in Libia è secondo solo a quello del periodo 1940-43 (in tutto il teatro di guerra, ovviamente), superiore quindi a quello dei bombardamenti sulla Jugoslavia, per cui D’Alema ricevette l’aperto apprezzamento del Gen. Wesley Clark, il comandante di quella infame operazione.

Una volta risolta almeno la “prima tornata” delle “rivoluzioni arabe” (inneggiate dai coglioni o peggio dell’“antimperialismo”), per il cui perfezionamento è stato necessario eliminare Gheddafi, era bene mettere un punto fermo alla situazione italiana, non certo irrilevante per il più vasto ambito europeo. Ovviamente, questo comportamento statunitense dipende dall’ormai noto mutamento di strategia (non ancora portato a termine perché credo vi siano opposizioni interne, la cui rilevanza appureremo meglio dopo la rielezione di Obama) che, dalla centralità “asiatica” con ramificazioni in Medio Oriente e con l’attacco frontale all’islamismo (propagandato quale causa del mitico “terrorismo” di Al Qaeda), ha teso a spostarsi verso l’Europa e la Russia. Il Medio Oriente resta importante, ma s’insegue pure l’obiettivo di rinnovare (gattopardescamente) certi regimi arabi invisi a settori musulmani (per dividere i moderati dai radicali, diciamo così molto all’ingrosso), il che spiega l’accanimento contro Ben Alì, Mubarak e, in modo criminale, Gheddafi; e anche una sorda conflittualità con Israele, senza troppo esagerare per non indebolirlo. Una volta rieletto Putin, le ulteriori manovre contro la Siria, e la pressione da mantenere sull’Iran, hanno subito un rallentamento, ma non sono state affatto abbandonate. Leggi il resto dell’articolo

Massoneria: dall’edificare al dissolvere

Volendo trattare di Massoneria, vi sono due aspetti che possono essere investigati, entrambi degni della massima attenzione.
Vi è, innanzitutto, il carattere intrinseco di questo ordine iniziatico, la sua storia, le sue origini, la sua finalità.
E vi è, in secondo grado, la percezione che nel tempo il grande pubblico ha di questa organizzazione.
Nella nostra nazione, in particolare, l’idea che la massoneria generalmente trasmette è quella di un club elitario a cui si affiliano persone potenti con lo scopo di complottare alle spalle dei molti, nel peggiore dei casi, oppure in cerca del favore e dell’appoggio di personalità influenti, nel migliore.
Questa visione è in gran parte frutto delle note vicende che sul finire degli anni settanta coinvolsero gli appartenenti alla ormai famigerata Loggia P2. Leggi il resto dell’articolo

L’Italia è nel cesso…

Il merito Non esiste. La selezione del personale viene fatta all’ingresso, e segue criteri completamente ideologici, non certo “tecnici” o di “comprovata competenza”. Così funziona la stragrande maggioranza dei meccanismi della comunicazione e dell’informazione italiane. La stretta finale fu assestata nel 1992, all’indomani di Tangentopoli e del crollo dell’Unione Sovietica. L’unipolarismo e il dominio incontrastato degli Stati Uniti come super-potenza solitaria, avevano prodotto enormi trasformazioni politiche, a partire dagli scenari nazionali dei singoli Paesi maggiormente coinvolti nell’ambito del confronto bipolare dell’era precedente. In Italia, un Partito Comunista ormai completamente naufragato nei rivoli insignificanti e senza futuro dell’euro-comunismo, operava una serie di trasformazioni per riciclarsi come un moderno partito di sinistra, magicamente integrato nel sistema dell’Unione Europea e della Nato. Il PDS si reinventò come partito-guida di una coalizione di centro-sinistra che raccolse attorno a sé le clientele politiche degli anni precedenti, una decisiva fetta della finanza italiana e interi settori culturali di quel ceto medio pseudo-intellettuale che aveva recitato il ruolo della critica sociale negli anni Settanta e Ottanta. Neutralizzato Bettino Craxi, il nuovo mostro da sbattere in prima pagina stavolta era Berlusconi, per una nuova partita all’interno di un panorama politico desolante e di un Parlamento chiamato a gestire i residui di sovranità, rimasti indenni dalla stagione delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni del biennio 1992-1993. Leggi il resto dell’articolo

Dietro l’aumento del prezzo del petrolio: picco del petrolio o speculazione di Wall Street?

Mentre la caduta nella domanda di petrolio e l’aumento della produzione dovrebbero abbassare i prezzi, il carburante non è mai stato tanto costoso. Engdahl non ritiene soddisfacenti le spiegazioni che chiamano in causa il timore d’interventi militari e la teoria del picco del petrolio. Punta invece il dito contro la speculazione e la manipolazione delle banche di Wall Street, in collusione con l’Agenzia Governativa che dovrebbe regolare le loro attività, ma il cui presidente – un “ex” azionista della Goldman Sachs – dorme opportunamente sugli allori.

 

 

Già dall’ottobre dello scorso anno, il prezzo del greggio sui mercati dei futures è esploso. Vengono fornite diverse spiegazioni. La più comune è che i mercati finanziari riterrebbero imminente una guerra tra Israele e Iran o USA e Iran, o USA e Israele contro l’Iran. Un’altra spiegazione vuole che il prezzo stia inevitabilmente salendo perché il mondo avrebbe superato il cosiddetto “Picco del Petrolio”- il punto sull’immaginaria Curva Gaussiana, in cui metà di tutte le riserve di petrolio conosciute sono state esaurite ed il petrolio rimanente andrà diminuendo ad un ritmo crescente, portando ad un conseguente aumento di prezzo.

Sia le spiegazioni legate al pericolo di una guerra sia quelle sul picco del petrolio sono sbagliate. Come nella corsa agli aumenti astronomici dell’estate del 2008, quando il petrolio nei mercati futures raggiunse in poco tempo i $147 a barile, il petrolio è oggi in aumento a causa della pressione speculativa sui futures degli hedge funds e delle maggiori banche come Citigroup, JP Morgan Chase e la più importante, Goldman Sachs, la banca onnipresente quando si tratta di guadagnare grandi somme con pochi sforzi, scommettendo su cavalli sicuri vincitori. Queste compagnie stanno ottenendo un generoso aiuto dall’agenzia governativa statunitense che si occupa di regolare i derivati finanziari, la Commodity Futures Trading Corporation (CFTC). Leggi il resto dell’articolo

Spiritualità e Conformismo

Vedo nell’essere umano una creatura “essenzialmente” spirituale.
Anche in una società materialista come questa. Dalla notte dei tempi l’uomo affida ad apposite “istituzioni”, l’esclusivo titolo di “intermediari” tra l’uomo e il sacro. Sarebbe interessante poter sapere com’è nata questa tradizione. Fatto sta che vari percorsi spirituali vengono preconfezionati e imposti ai fedeli delle varie religioni. Gli spiriti più inquieti e acuti, quando ne hanno le scatole piene di seguire prescrizioni e azioni rituali sempre identiche, contraddizioni e incoerenze, riescono ad affrancarsi dal giochino del “premio eterno” e cominciano un viaggio travagliato alla ricerca di un significato spirituale più umano e personale. Vagano spesso tra le zone d’ombra delle varie religioni, mossi da una sempre più precisa consapevolezza della propria natura spirituale. Le varie dottrine da principio incantano, certo, ma presto mostrano il rovescio dogmatico e spersonalizzante della medaglia; e per i ricercatori veri è tempo di rimettersi in viaggio. Una sorte completamente diversa viene abbracciata ogni giorno dal vasto pubblico. Per chi teme incertezze e precarietà basta non farsi troppe domande e seguire le prescrizioni degli esperti, sempre pronti a indottrinare su cosa sia spirituale e cosa no.  Un pubblico non meno vasto reagisce invece d’impeto, negando l’esistenza di Dio. Spesso gli atei sono persone molto intelligenti, che non hanno trovato uno spiraglio di verità nel soffocante clima religioso in cui erano immerse. Ma negare l’esistenza di un Dio tratteggiato in maniera grottesca, o rifiutarsi di obbedire a organizzazioni di “disperazione di massa”, non equivale per niente a negare ogni“spiritualità”. Purtroppo, abbiamo quotidianamente poco tempo per riflettere sul tema. Forse il trucco che da secoli, millenni, ci persuade a delegare un compito tanto importante, consiste proprio nel lasciarci poco tempo per  noi e per gli altri. Tutti gli altri. Chissà cosa accadrebbe se potessimo scambiarci opinioni e cercare assieme una verità, senza dover controllare l’ora. Devo ammettere che osservando le dispute tra i vari presunti “figli legittimi di Dio”, la mia convinzione sulla spiritualità dell’uomo spesso vacilla. Più che triste, la mia natura m’impone allora di accendermi di rabbia e indignazione. E’ incredibile! Per costoro affermare un unico Dio significa unicamente imporre la propria visione agli altri! E’ inevitabile; sono secoli che sgomitano, l’uno contro l’altro, in mezzo alle sabbie mobili. E non sono io il primo a dire che le religioni hanno sempre disseminato la terra di morti. E’ la storia che lo dice; anche quella contemporanea. Leggi il resto dell’articolo

LAVORARE NON CONVIENE PIÙ. PER MOLTI.

DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com

 

 

 

 

 

La domanda alla quale vogliamo tentare di rispondere in questa circostanza è la seguente: ha ancora senso lavorare? Ancora meglio: è ancora utile farlo? Beninteso, stiamo parlando, ovviamente, del lavoro salariato, e possiamo anche restringere ancora di più il quesito, cercando di trovare una linea di confine al di sotto della quale la risposta potrebbe non essere così scontata come invece a prima vista la maggioranza dell’opinione pubblica crede. In questo caso il punto diventa: quale è il limite al di sotto del quale lavorare non solo è avvilente, ma nei fatti diventa anche controproducente.

Il motivo di tale domanda è molto semplice: molti pensano che quando scriviamo di pensare realmente a cambiare il proprio modus vivendi, di spostarsi, cambiare attività e in senso generale cercare di crearsi un nuovo paradigma – anche pratico – per sopravvivere, parliamo di utopie che sono al di fuori della realtà. Come vedremo, in molti casi, è molto più al di fuori della realtà rimanere in alcune condizioni piuttosto che prendere seriamente in esame un cambiamento radicale di vita.  Leggi il resto dell’articolo

Riforma dell’articolo 18, tra falso modernismo e demagogia

 

La “riforma” dell’articolo 18, che si può tranquillamente interpretare come una sua “cancellazione”, s’inserisce all’interno d’un più vasto disegno di riforma e snaturamento dello Statuto dei Lavoratori, vale a dire la famosa legge 300 del 20 maggio 1970 , e di sempre più accentuata “liberalizzazione” del mercato del lavoro. Ormai da anni (proprio in questi giorni ricorre il decennale della morte di Marco Biagi, che alla lotta contro l’art. 18 aveva dedicato i suoi ultimi giorni) si parla della necessità di “flessibilizzare” ovvero “precarizzare” sempre più il mercato del lavoro allo scopo di rilanciare l’economia nazionale e di renderla così sempre più competitiva in particolare nei confronti di quelle dei paesi emergenti. Tale visione politica e “giuslaborista”, però, riflette il punto di vista dell’impresa (e, più precisamente, d’un certo modo di fare impresa) e non quello del lavoratore. Che si privilegi un approccio ultra e neoliberista anziché keynesiano al problema della riforma del lavoro è cosa di facile ed immediata comprensione: l’obiettivo non è quello d’elevare il livello di reddito e benessere dei lavoratori (e quindi la loro propensione e possibilità di spendere e conseguentemente alimentare il mercato interno, con tutte le positive ricadute che ciò andrebbe a determinare) ma di massimizzare a danno delle maestranze i profitti delle imprese, in maniera da incoraggiarle a restare sul nostro territorio. La concorrenza nei confronti delle economie emergenti, in sintesi, si riduce tutta a questo: dare alle imprese in Italia un potere discrezionale e negoziale nei confronti del dipendente se non paritetico quantomeno vicino a quello che potrebbe vantare in un paese in via di sviluppo. L’abolizione dell’art. 18 è ovviamente solo il primo passo di un percorso molto più lungo che s’intende compiere per arrivare ad un’Italia sempre più precaria ed aleatoria nel campo dei diritti nel mercato del lavoro.
Infatti di cosa s’occupa l’art. 18? Di licenziamento senza giusta causa. Tra questi potremmo, ad esempio, annoverare i tentativi della Fiat di licenziare e/o non riassumere quei lavoratori che militino in organizzazioni politiche e sindacali sgradite alla proprietà (nella fattispecie, la Fiom), giusto per ricordare alcuni degli episodi più recenti e conosciuti. I licenziamenti con giusta causa (o perchè dovuti ad oggettivi malcomportamenti del dipendente con tanto di risvolti in termini civili e penali, o perchè l’azienda deve ridimensionare il proprio personale a causa di problematiche d’ordine industriale o finanziario) non rientrano invece tra quelli contemplati dall’art. 18 e pertanto è demagogico e fuorviante l’atteggiamento di quanti, nel nome dell’efficientismo economico e produttivo del paese, ne invocano l’abrogazione. Nessun imprenditore che si trovi nella necessità di ridimensionare il proprio personale per problemi di stanca del mercato od altro è costretto a mantenere i propri dipendenti, contro la sua volontà e contro la salute dei suoi libri contabili, per colpa dell’art. 18. In tal caso, infatti, il licenziamento avviene per giusta causa e all’azienda resta solo l’obbligo di non riassumere altro personale per i sei mesi successivi, mentre il lavoratore licenziato ha diritto dapprima alla disoccupazione e quindi alla mobilità. E’ davvero sorprendente che alla televisione italiana, in prima serata, compaiano “opinionisti del nulla” (“politici”, “imprenditori”, “giornalisti”, e si badi che le virgolette non vengono poste a caso) ad affermare il contrario senza che nessuno li interrompa e li corregga, dimostrandone a seconda dei casi o la sprovvedutezza o la malafede.
Dunque eliminare l’art. 18 risponde ad un ben chiaro intento: quello di privare il lavoratore italiano dalla tutela contro il licenziamento senza giusta causa. Sia ben chiaro che nell’Italia degli oltre quaranta tipi di contratti “atipici” ciò avviene già nella maggior parte dei casi: possiamo tranquillamente affermare che un buon 70% dei dipendenti, nel nostro paese, per vedersi rinnovare il contratto a termine o per sperare d’essere nuovamente chiamato a lavorare (nel caso dei contratti a chiamata) debba accettare praticamente qualsiasi richiesta gli venga fatta, non importa quanto umiliante e sacrificante essa sia in termini umani ed economici. Ed infatti, tanto per fornire un’ulteriore smentita a quanti insistono sulla necessità d’abrogare l’art. 18 in quanto farebbe dell’Italia “uno dei paesi dove sia più difficile licenziare”, ecco capitare proprio a fagiolo una ricerca condotta dall’OCSE secondo la quale, tra i cinquanta paesi più sviluppati al mondo, l’Italia è tra i primi dieci per facilità di licenziamento. Eliminato l’art. 18, sostiene l’OCSE, l’Italia diventerebbe molto più simile ai paesi anglosassoni come gli USA o l’Inghilterra che a quelli dell’Europa continentale, dove il mercato del lavoro è basato su principi, per quanto molto diversi tra loro, di “flex security” (che da noi diventerebbero molto “flex” e per niente “security”). In parole povere, senza l’art. 18 verrebbero meno molte protezioni e tutele in ambito lavorativo, il che consentirebbe di comprimere, svuotare ed eliminare anche molte altre norme senza particolari resistenze da parte dei lavoratori e dei sindacati. Uno dei primi risultati, per esempio, sarebbe quello di ridurre i costi della manodopera abbassando gli stipendi o comunque costringendo i lavoratori ad accettarne di sempre più bassi, pena la perdita del lavoro. Indubbiamente un ottimo incentivo a mantenere in Italia non tutte ma almeno parte di quelle imprese che altrimenti delocalizzerebbero senza grandi remore (e che potrebbero farlo comunque, dopo aver strizzato come limoni i dipendenti italiani); ma anche un ottimo incentivo alla disoccupazione, alla precarizzazione e all’instabilità sociale tra le nuove generazioni, con tutto quel che ne può derivare.

 

Fonte

LACRIME E SANGUE

 

“Serio non è chi non ride: come mostra Pierrot, si può essere tristi e pagliacci”. Dice bene questa volta Marcello Veneziani col quale siamo pienamente d’accordo. Dopo aver sentito le fregnacce del Ministro Fornero nell’intervista a Report di ieri sera, le parole del giornalista mio “conterroneo” mi sono rimbalzate nel cervello come un refrain. Un rap tecnico da rapina che sfonda i neuroni e le tasche degli italiani. Frigna la Frignero che non vuole finire al cimitero ma ci manda velocemente tutti gli altri.  Stia tranquilla che ad ogni modo la proverbialità del camposanto gioca a suo favore, poichè si sa che l’erba cattiva non muore mai e lei non è, nell’aspetto e nel carattere, propriamente un giglio. Il suo pianto aristocratico però non la sgraverà dai gravi torti commessi, la povera gente ha smesso da tempi letterari di credere ai lucciconi dei ricchi e dei potenti che si commuovono per alleggerire la propria coscienza mentre alleggeriscono il portafoglio del popolo. Strano comunque che le percosse le riceviamo noi mentre sia lei a versare gocce di afflizione. Loro le lacrime e noi il sangue. Dunque l’anomalia sta nel manico, come si suol dire, poiché la presunta e presuntuosa necessità che ha fatto della Fornero e dei suoi compagni di governo dei salvatori della patria è soltanto una menzogna che loro stessi, con l’aiuto di mercanti esteri armati di spread e di armi tossiche di borsa, hanno costruito per autolegittimarsi.  Il Ministro, senza verifiche e sprezzante del buon senso, giustifica così i suoi colpi ai salariati che sarebbero stati sferrati per evitare ferite più profonde. Dice che si rischiava, senza la sua “de-forma”, di non poter pagare le pensioni e persino gli stipendi agli statali. Non c’è la controprova e non ci sono le prove di tanto pericolo eppure hanno fatto diventare questo raggiro la corda che tiene insieme tutto e tutto stringe alla gola. Tuttavia, c’è da dubitare di quello che invece sembra un misero sotterfugio utile a capovolgere la realtà, a manipolarla secondo esigenze dei gruppi dominanti, ma non a renderla intelligibile, perché se Napolitano, comandante in Colle e Superpremier in pectore, non avesse dato il colpo di grazia al Cavaliere Scostumato, tutto questo non sarebbe accaduto e nemmeno si sarebbe giunti a questo punto. La signora afferma che lei e i suoi colleghi di esecutivo sono stati chiamati (da chi? Dai partiti esautorati? Dal parlamento svuotato di sovranità? Oppure da forze che non deve nominare ma alle quali deve rispondere?) a distribuire fiele e non miele e quello stanno facendo con senso del dovere ed irreprensibilità. E qui casca l’asino cattedratico! Anche sulla distribuzione del dolore che fa commuovere “la” Fornero (o preferisce “il” Fornero…come quello crematorio ) infatti ci sarebbe molto da obiettare. Ne parlavamo qualche giorno fa,  è sufficiente che la banca rovesci la panca che il governo più non campa.  E’ successo allorché l’Abi ha protestato contro il provvedimento che azzerava le commissioni sui prestiti. Il gabinetto dei banchieri sensibile alla contestazione ha subito fatto rientrare la norma, mentre continua a fregarsene ampiamente delle manifestazioni dei lavoratori e dei pensionati che stanno precipitando sotto la soglia di povertà. Fino a quando gli italiani accetteranno questa disparità di trattamento? Qui occorre davvero una catastrofe che azzeri la situazione, un cataclisma di proporzioni totali che faccia tabula rasa del verminaio istituzionale e politico, perché, nella Storia di uno Stato, arriva il momento che anche le rovine e le macerie sono meglio di una ridicola messinscena su un traballante palcoscenico di salvezza nazionale dove si esibiscono pagliacci piangenti e buffoni gaudenti alle nostre spalle. Meglio il diluvio universale di questa pioggia acida che ci sta corrodendo lentamente.

 

Fonte

 

Che cosa vuol dire essere sinceri?

 

 

 

 

 

 

 

Alla voce “sincero”, il vocabolario Zingarelli dà questa definizione: «Che nell’agire, nel parlare e simili, esprime con assoluta verità ciò che sente, ciò che pensa (dal latino: sincerum = schietto, puro)».

Sembrerebbe tutto chiaro; così come appare chiaro perché la sincerità sia sempre stata esaltata come una bella e necessaria qualità, mentre il suo contrario, cioè l’essere bugiardi, sia sempre stato condannato come un vizio brutto e dannoso.

Senonché, più ci si riflette e più la cosa appare assai meno limpida ed auto-evidente di quel che potrebbe sembrare di primo acchito. Se ciò che una persona sente e pensa non è sincero, ma ella crede che lo sia, allora ne consegue che quella persona è, a suo modo, perfettamente sincera; ma ciò non toglie che quel che pensa, sente e dice, non siano affatto la verità.

Dunque, incominciamo con il separare i due concetti, che a torto sembrano intercambiabili: una cosa è l’essere sinceri, un’altra e ben diversa è l’essere veridici. Per essere sinceri basta dire quel che si pensa e che si sente (il che non è poco, certo); ma, per essere veridici, è necessario molto di più: è necessario che il sentire e il pensare siano in accordo con la verità oggettiva Leggi il resto dell’articolo

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