Il nuovo potere

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di Matteo Volpe

Siamo testimoni di una delle più grandi mutazioni globali. Per la prima volta nella storia, il potere si è separato dalla politica. Questo mutamento si è affermato in modo chiaro negli ultimi venti o trent’anni. Si è stati sempre abituati a considerare il potere come una diretta conseguenza della politica, o per lo meno, a pensare che qualsiasi potere, per essere tale, dovesse essere politico. Oggi, invece, non solo non ha alcun bisogno della politica, ma fa di tutto per sfuggirvi. Questo mutamento si accompagna ad un altro, ad esso collegato; la totale mancanza di consapevolezza degli individui di questo avvenimento, l’assoluta incomprensione di cosa sia il potere. La quasi totalità delle persone continua ad avere la stessa concezione del potere di cinquanta, cento, duecento o mille anni fa. Si continua, nonostante tutto, a considerare il potere come politico, addirittura in certi casi come sinonimo di politica. Ciò è completamente falso. Il potere, nelle attuali condizioni, funziona secondo meccanismi del tutto diversi. Non c’è coscienza del potere presso i contemporanei, neanche tra i più istruiti. Questa incoscienza è anch’essa un fenomeno inedito. In tutte le epoche le persone, dal notabile all’ultimo mendicante, hanno sempre saputo cosa fosse il potere. Il Re, il Papa, l’Imperatore, il Generale. Era anzi un requisito fondamentale del potere quello di essere riconosciuto chiaramente da tutti come tale, soprattutto dai suoi subalterni.

L’individuo contemporaneo non sa “chi comanda” ammesso che si possa dire ancora così, perché il potere, oggi, non funziona secondo la comunicazione prescrittiva: più che incutere timore, il potere oggi seduce, più che reprimere, eccita e stimola. Per la prima volta il potere è il deus absconditus della tradizione teologica. Non fa nulla per manifestarsi, anzi, si cela il più possibile e frappone tra sé e i dominati immagini, simulacri, idoli, che non dicono nulla della sua vera natura.

La politica si regge su confini, limiti, frontiere, divieti. La giurisdizione della polis non si estendeva oltre il suo territorio. Lo Stato ha potere solo entro i propri confini, verso l’esterno può esercitare un’influenza indiretta nelle controversie internazionali. Se vuole imporsi su un altro stato deve annetterlo con la forza, cioè estendere i propri confini. Ma per quanto possa essere esteso, la sua giurisdizione si si fermerà sempre a una frontiera fisica, che ne segna la fine.

Il potere oggi si è depoliticizzato. Ha abbandonato lo Stato come propria sede e si è dislocato al di fuori dei suoi confini. Il potere non coincide più con un territorio specifico e non ha un centro amministrativo. Non muove guerra per estendere i propri limiti e per inglobare altri poteri, ma per abolire tutti i limiti. Di conseguenza aggredisce tutti gli strumenti di cui un tempo si è servito e che oggi sono inadeguati rispetto ai suoi meccanismi. Lo Stato non soltanto viene abbandonato, ma deve essere combattuto, perché circoscrive un territorio e vi prescrive una legge. In questa prassi di circoscrizione e prescrizione si realizza il potere classico che è del tutto incompatibile col nuovo potere che si slega, si smaterializza, si deterritorializza e scompare alla vista. Lo Stato può sopravvivere soltanto negando se stesso, cioè abolendo la propria legge e i propri confini. E ciò è una contraddizione in termini, perché nel momento in cui lo facesse smetterebbe di esistere. Ma nemmeno il nuovo potere può accettare la permanenza dello Stato, la spartizione del suolo, la prescrizione della legge, che ne contraddice la natura. Perciò un conflitto tra il nuovo potere, che si muove (non è più “fermo” in un luogo ma in continuo movimento) nel mercato e si propaga attraverso le reti di comunicazione, e il potere classico statuale, che si radica, si situa e situa tutto ciò che a esso è sottoposto in un territorio e che si impone attraverso il diritto, risulta inevitabile.

Quello che sta facendo il nuovo potere, e che gli intellettuali tardano a comprendere, è smantellare letteralmente lo Stato, smembrarlo, farlo collassare. Senza nessuna esplosione, nessun evento traumatico, che è la genesi del potere classico (la rivoluzione, la guerra civile). Il nuovo potere può anche momentaneamente servirsi di alcuni stati contro altri, perché viaggia attraverso le reti di comunicazione che sono ubique. Non è detto che lo Stato venga formalmente smantellato (anche se in Europa sembra stia accadendo proprio questo) ma certamente si “alleggerisce”, cede quelle che un tempo erano sue prerogative inalienabili. In questo caso il conflitto è latente, perché non c’è attrito.

Quando invece lo Stato resiste il conflitto si palesa. In effetti lo Stato può solo resistere, non può passare alla controffensiva, non essendoci alcuna città da espugnare. Un nemico che è ovunque e in nessun luogo non può essere aggredito. Le recenti vicende brasiliane sono molto significative per comprendere come si muove il nuovo potere. Un governo di uno Stato, legittimato secondo le procedure statuali classiche, viene attaccato dal nuovo potere, che non riconosce quella legittimazione. La magistratura ha formulato accuse contro i principali esponenti del governo e del partito di maggioranza. Queste accuse, però, non si possono comprendere all’interno di una logica puramente statuale, secondo le procedure giuridiche. Vanno invece lette come risultante di un attrito tra il nuovo potere e una resistenza statuale. Il lato interessante è che il nuovo potere usa quella che è una funzione propria dello Stato, la magistratura, rivolgendola contro lo Stato stesso.

Ciò che avviene oggi in Brasile non è del tutto inedito. Si è già visto per la prima volta in Italia. Nel ’92 un intero ceto politico fu azzerato, fatto salvo per quegli elementi “riciclabili”, che si allearono col nuovo potere. Incapaci di comprendere la portata di eventi epocali, molti osservatori videro in quegli accadimenti nient’altro che una normale prassi giudiziaria, eccezionale solo per via dell’oggetto delle sue indagini e delle dimensioni di queste ultime. Vi si è anche vista una sorta di “rivoluzione civile”, un tentativo da parte della società civile di rigenerare lo Stato in modo autonomo rispetto ai suoi apparati (nessuno si accorse di quanto ciò sia contraddittorio). L’inchiesta di Mani Pulite, invece, è stato il primo esempio di un’aggressione su larga scala del nuovo potere contro la statualità. Non bisogna pensare a una guerra di posizione tra due eserciti contrapposti, ciascuno dei quali presidia una porzione di territorio, e cerca di strapparne alla parte avversa. Il nuovo potere non presidia nessun luogo, non ha sentinelle, fortezze e fossati. Esso attraversa gli organi del nemico, li usa e poi li abbandona lasciandoli apparentemente intatti. Non li distrugge. Dal punto di vista meramente giuridico-statuale nel ’92 non accadde nulla di anomalo. I meccanismi formali della statualità furono rispettati. Restando all’interno della logica giuridico-statuale non ci è possibile comprendere la portata di quegli avvenimenti. La magistratura italiana del ’92, o, per meglio dire, quella porzione di magistratura che si occupava dell’inchiesta, operò all’interno delle regole dello Stato, ma contro lo Stato. Le leggi non bastavano a proteggere la Legge.

Un’altra ragione per cui il punto di vista interno, procedurale, non ci permette di comprendere gli eventi è che Mani Pulite non fu soltanto un’indagine giudiziaria. Fu un evento mediatico. La sua potenza non si deve semplicemente alla prassi giuridica, ma all’amplificazione e al riverbero delle reti di comunicazione. Queste ultime hanno proiettato la procedura giudiziaria al di fuori di se stessa; la statualità si è, per così dire, disciolta. È venuto meno il legame della Norma con lo Stato e la funzione si è separata dallo scopo. Non ci fu eversione, per lo meno non sul piano giuridico, la norma non venne infranta. Essa, piuttosto, venne attraversata dal nuovo potere.

In questo modo la divisione delle cariche tipica della statualità moderna liberale è risultata adatta ai meccanismi del nuovo potere. La magistratura non deve obbedienza formale al governo. Anzi, sua prerogativa è proprio quella di essere autonoma rispetto al governo. In questo modo il nuovo potere può insinuarsi in comparti statuali che agiranno contro altri comparti statuali. Il nuovo potere costituisce delle alleanze labili con determinati attori, pronte a essere sciolte in qualsiasi momento. Così alcuni settori dello Stato possono trarre vantaggio dall’attraversamento del nuovo potere, mentre lo Stato viene indebolito. Il nuovo potere si propaga come un virus. Dalla società civile si è trasmesso alla magistratura, poi di nuovo alla società civile e da questa al governo. Non ci sono centri del nuovo potere. Chiunque, qualunque mezzo o istituto può essere attraversato dal potere. Ciò si deve all’istantaneità e all’ubiquità della comunicazione reticolare e del mercato.  Internet e i sistemi informatici hanno potenziato enormemente le reti di comunicazione e il mercato praticamente azzerando qualsiasi diacronia (intervallo nella ricezione del messaggio da un soggetto all’altro). Il riverbero e l’amplificazione assumono una potenza di fatto illimitata. Ogni agente inserito nella rete partecipa al flusso comunicativo come cassa di risonanza. Gli esiti per il movimento del nuovo potere e per lo sradicamento del vecchio possono quindi essere innumerevoli e imprevedibili.

 

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La Shoah, il Sacro e l’Occidente

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di Sebastiano Caputo

Il 27 gennaio non è altro che un giorno religioso svuotato di religiosità, dunque, patetico.

Il termine “Shoah” (in ebraico significa “catastrofe”) nemmeno esisteva ai tempi del processo di Norimberga (1946). Venne introdotto successivamente nel linguaggio collettivo, quando da tragico evento storico, le deportazioni degli ebrei nei campi di concentramento, dovevano diventare un episodio memoriale, dunque, sacro. Sono le nuove generazioni, quelle nate dopo la seconda guerra mondiale (sic!), a subire la ritualizzazione martellante di questa nuova religione. Pellegrinaggi scolastici ad Auschwitz, gite nei musei della memoria, giornate di raccoglimento, minuti di silenzio, proiezioni pubbliche di film documentari, fanno di contorno ai suoi sacerdoti, ai suoi luoghi santi, ai suoi martiri, ai suoi miracoli, ai suoi miracolati, ai suoi missionari, alle sue reliquie, ai suoi dogmi, ai suoi demoni. Così la Shoah si è goffamente sacralizzata a tal punto che la “Legge Mancino” ha vietato ogni forma di “bestemmia storica” mentre l’accusa di “antisemitismo”, introdotta mediaticamente negli anni Settanta per mascherare le offensive militari israeliane nel Vicino Oriente, si è trasformata in un’arma per discreditare storici e giornalisti. Più si allontanano quegli anni di violenza, più il romanzo di quegli anni diventa grottesco, emotivo, illogico.

Il primo a denunciarlo fu lo stesso Norman Finkelstein, figlio di deportati, che nel suo saggio L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei scrisse: “l’attuale campagna dell’industria dell’Olocausto per estorcere denaro all’Europa in nome delle ‘vittime bisognose dell’Olocausto’ ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un casinò di Montecarlo”. Dall’elezione di Miss Olocausto ai falsi sopravvissuti passando per i master di primo livello in “Didattica e comunicazione della memoria della Shoah e della cultura della tolleranza”, le cerimonie commemorative hanno raggiunto un livello talmente ridicolo che si stanno rivelando contro-producenti agli occhi dell’opinione pubblica.

Nell’Occidente desacralizzato e dollarizzato non poteva essere altrimenti. Già il cristianesimo, prima ancora delle deportazioni degli ebrei da parte del governo nazional-socialista tedesco, aveva subito la stessa sorte. La passione di Cristo è diventata ormai da qualche anno oggetto di derisione pubblica. Gli artisti ci urinano sopra, le Femen si infilano i crocefissi tra le gambe, mentre la rivista satirica e blasfema Charlie Hebdo viene considerata dai benpensanti come l’emblema della libertà di espressione. L’Olocausto, desacralizzato ogni anno che passa dai suoi affabulatori, continua a conservare con la forza la sua dimensione sacra (chi bestemmia se la vede con la giustizia). Due pesi e due misure. Esistono religioni di prima categoria e religioni di seconda categoria. Esistono massacri di prima categoria e massacri di seconda categoria. Come del resto esistono ebrei di prima categoria ed ebrei di seconda categoria. Non crederete mica che Benjamin Netanyahu valga quanto Norman Finkelstein.

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Mario Tchou e il sogno spezzato dell’informatica italiana

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di Michele Franceschelli

Il 9 novembre 1961 moriva l’ingegnere italo-cinese Mario Tchou e con lui quel sogno d’avanguardia – osteggiato dagli Stati Uniti d’America – che fu anche di Adriano Olivetti, con conseguenze funeste per i destini della nostra nazione. Una storia da ricordare, per tornare a sognare.

“Mario Tchou era il capo del laboratorio di Pisa e della Divisione Elettronica dell’Olivetti dedita principalmente a quell’epoca al grande calcolatore Elea, era il padre dell’Elea se vogliamo, che fu il primo grande calcolatore al mondo, prima dell’IBM (…) Mario Tchou è morto in un incidente sulla Milano-Torino e in Olivetti c’era la convinzione che fosse stato ucciso da forze risalenti ai servizi americani”. Carlo De Benedetti, Presidente della Olivetti dal 1983 al 1996, in un’intervista concessa il 29 ottobre 2013 a Giovanni Minoli, su Mix 24. (1)
“Adriano Olivetti: quest’uomo rappresenta un problema per il nostro paese”. Le parole pronunciate dal capo dei servizi segreti statunitensi, la CIA, in una riunione di altissimo livello, nella scena inziale della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno”, andata in onda il 28 e il 29 ottobre 2013 su Rai Uno. (2)

Una lezione per il presente

Che le parole pronunciate da Carlo De Benedetti durante la popolare trasmissione di Giovanni Minoli in merito alla convinzione degli uomini dell’Olivetti sulle vere cause della morte di Mario Tchou, così come gli input sul complotto made in USA inseriti all’interno della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno” di Michele Soavi, siano forse riusciti a spingere gli italiani ad aprire gli occhi sul ruolo infido giocato dagli Stati Uniti d’America contro il nostro paese, in queste ed altre circostanze, smascherando la rappresentazione propagandistica che li dipinge come l’alleato benevolo della nostra nazione?

Non lo sappiamo, sono stati due squarci di luce – l’intervista di De Bendetti e la messa in onda della miniserie – temporalmente coincidenti e qualitativamente diversi, che sono stati presto sommersi dalla forza oscurante della propaganda statunitense interessata a non far vedere agli italiani le porcherie combinate dai nostri “alleati” d’oltreoceano in oltre 60 anni d’occupazione, il tutto a favore di una narrazione storica falsa e stereotipata stracolma di zone d’ombra fatte di stragi, di assassini, di “incidenti” dolosi sempre privi di colpevoli, di uomini scomparsi nel nulla. Dove però questi “lampi di luce” riescano ad affermarsi a livello mediatico e di cultura di massa acquisendo le forme di verità storiche, non rimane che l’opzione di presentarle come conoscenze dal puro valore documentario su periodi lontani e passati privi di connessione con il presente, verità magari spiacevoli ma comprensibili e giustificabili per il clima della “guerra fredda” ed altre circostanze eccezionali che li rendevano inevitabili, continuando quindi a cercare di velare, sviare e limitare la portata rivoluzionaria di quelle rivelazioni storiche. Così facendo quegli “squarci di luce” perdono forza splendente e illuminano meno – e male – solo una metà, il passato, creando un fossato con l’epoca attuale: le responsabilità, gli interessi, il modus operandi, le dinamiche e la mentalità degli attori storici che quelle verità rivelano non devono essere comprese appieno per non diventare materia da cui trarre lezioni per il presente; un presente dove quegli stessi attori e quelle stesse forze, riconducibili agli USA e ai suoi scagnozzi italiani, continuano ad essere i padroni della nostra nazione, giocandovi un ruolo perfido, continuando a liquidare qualsiasi uomo italiano – sia questo un nuovo “Mario Tchou”, un nuovo “Adriano Olivetti” o un nuovo “Enrico Mattei” – che possa rappresentare un “problema” per il loro predominio sull’Italia, pur in assenza di “guerra fredda”, di “pericolo comunista”, di “emergenze democratiche”.

Per questo crediamo sia utile ritornare a ricordare certe figure e certi passaggi storici, non per amore della storia fine a se stesso, ma per comprendere le ragioni profonde di certi avvenimenti che hanno segnato negativamente e traumaticamente la storia di questa nazione e dotarci così, nello stesso tempo, di un arsenale interpretativo capace di riconoscere nel presente le trame sovversive e gli atti ostili compiuti ancor oggi nei confronti dell’Italia da quelli che subdolamente si continuano a chiamare come “alleati”, ma che la conoscenza della nostra storia e l’intuizione delle dinamiche attuali ci deve indurre a qualificare senza indugio come “occupanti” e “nemici” (anche se per far questo basterebbe molto probabilmente sapere – o voler vedere – che ci sono circa 110 basi e installazioni militari statunitensi sul territorio italiano, da Nord a Sud, da Aviano a Sigonella passando per Camp Ederle, Camp Darby e Napoli, con circa 15.000 militari e 15.000 “civili”).

L’Italia dovrebbe comprendere – dato che l’Unione Europea non lo fa a livello europeo e men che meno lo fa l’odierna classe politica nazionale, anzi molto spesso è proprio il contrario – la necessità e il dovere di difendere, con le unghie e con i denti dagli attacchi esterni e di sostenere in tutti i modi quegli uomini speciali, le loro imprese d’alta tecnologia e avanguardistiche, per l’apporto fondamentale che danno alla crescita morale e materiale di tutta la comunità nazionale e che le permettono di innestarsi su dei binari di sviluppo economico profondo e duraturo, fatto di alta tecnologia, ricerca, sviluppo e innovazione, basi della libertà, della forza e della dignità di una nazione.

Il filo storico che lega le vicende di Mario Tchou, inseparabile da quelle di Adriano Olivetti (entrambi attivi nello strategico settore alto-tecnologico dell’elettronica-informatica), di Felice Ippolito (nel settore alto-tecnologico del nucleare), di Enrico Mattei (in quello strategico dell’energia), di Domenico Marotta (della chimica), di Sergio Stefanutti (dell’aeronautica), quel filo che arriva fino alla guerra imposta all’Italia contro il suo alleato Muammar Gheddafi nel 2011 e alle sanzioni economiche alla Russia, passando per la scomparsa di Federico Caffè (nel settore strategico della finanza), Tangentopoli, l’esilio di Bettino Craxi (nel campo strategico per eccellenza, quello politico) e la morte di Raul Gardini (ancora la chimica), è una trama storica che ci svela i segni e le tracce, di volta in volta più o meno occulte, di una “manina d’oltreoceano” sempre attiva e sempre pronta a liquidare con le buone o con le cattive – e sempre con la complicità di una lobby interna tutta italiana di passaporto ma nella sostanza anti-nazionale perché totalmente prona agli interessi dello straniero e dei propri meschini dividendi di “casta”– di liquidare quei compatrioti che ora per genio, ora per arditezza, per onestà e per vigore rappresentano una grande opportunità per la nazione, una risorsa e un valore per i destini della Patria ma che proprio per questo sono un “problema” grave per gli Stati Uniti d’America interessati a mantenere il proprio predominio. E per i loro vassalli interni, interessati a coltivare i propri meschini interessi di bottega e portatori fin dal primo dopoguerra di un machiavellismo ideologico deformato dal servilismo che ha condotto ben presto l’Italia sui binari morti di uno sviluppo capitalistico subordinato, maturo e poi marcio che ha inevitabilmente innescato una spirale deleteria fatta di giochi di borsa e finanziarizzazione, speculazioni sull’ambiente, sulla salute e suoi diritti dei lavoratori, mungitura delle risorse statali da parte d’imprese mature e decotte, abnorme pubblico impiego come cassa di compensazione per la disoccupazione, “bolle” di lauree e lavori socialmente inutili, deindustrializzazione e svendita allo straniero dei restanti comparti industriali, il tutto con l’ausilio di un ceto intellettuale a libro paga di volta in volta chiamato a fornire coperture ideologiche mistificatorie e giustificatorie – le ultime in ordine di tempo sono la “teoria” della “decrescita” e l’enfasi posta sul “turismo” come risorsa strategica nazionale – a questi sviluppi patologici. Un sistema che prima o poi si sarebbe rotto, comportando una dolorosa ristrutturazione per il popolo italiano, ma senza che fosse permesso che le vere cause del disastro venissero alla luce. Leggi il resto dell’articolo

Padroni d’Italia: neocon e trotzkisti

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di Sebastiano Caputo

La difesa della nazione per gli uni, il conseguimento della rivoluzione per gli altri. L’esistenza di una destra e di una sinistra aveva ancora senso qualche decennio fa. A prescindere dalla guerra fredda, quello che separava (e allo stesso tempo univa) i due schieramenti, era un profondo spirito di appartenenza ideale e una forte identità culturale. Eppure entrambi, come le subculture degli anni Sessanta e Settanta, sono stati inglobati dal sistema dominante per diventare progressivamente forze antinazionali e conservatrici. Il tradimento della sinistra è tuttavia anteriore a quello della destra e affonda le sue radici nell’eccentrica parabola dei trotzkisti italiani. Riuniti sotto diverse sigle (Gruppo Comunista Rivoluzionario, Servire il Popolo, Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Potere Operaio) ed eredi del pensiero di Lev Trockij (internazionalismo e anti-sovietismo) questi utilizzarono in particolare dopo le contestazioni del 1968, una strategia definita entrismo sui generis che prevedeva l’infiltrazione nei sindacati, nel Partito Comunista Italiano e nei giornali di area. Probabilmente con il sostegno economico dei servizi statunitensi i quali finanziavano tutte le forze anti-sovietiche e di destabilizzazione dell’epoca, indipendentemente dal colore politico, come del resto si è potuto verificare nei decenni successivi. Non è un caso che quegli stessi trotzkisti che militavano nelle organizzazioni extra-parlamentari si sono successivamente ritrovati ad occupare delle posizioni di potere in ambienti che spaziano da quello accademico a quello mediatico-giornalistico passando per quello politico.

I traditori dei principi della sinistra hanno tutti un nome (questi sono i più importanti): Renato Mannheimer (da Servire il Popolo a sondaggista del Corriere della Sera e  docente dell’Università Bicocca di Milano), Antonio Polito (da Servire il Popolo ad membro del gruppo Aspen ed editorialista del Corriere della Sera), Barbara Pollastrini (da dirigente milanese di Servire il Popolo a ministro delle Pari opportunità del governo Prodi e attualmente deputata del PD), Linda Lanzillotta (da Servire il Popolo a senatrice di Scelta Civica di Mario Monti), Michele Santoro (da Servire il Popolo a personaggio mediatico di fama nazionale), Adriano Sofri (da Lotta Continua, al carcere per una condanna quale mandante dell’omicidio di Calabresi, e attualmente editorialista de La Repubblica), Paolo Liguori (da Lotta Continua a conduttore televisivo), Luigi Manconi (da Lotta Continua a docente universitario fino a diventare senatore PD), Gad Lerner (da Lotta Continua a personaggio mediatico di fama nazionale),  Francesco Pardi detto Pancho (da Potere Operaio a senatore PD e principale promotore del “No Cav Day”), Ritanna Armeni (da Potere Operaio a ex conduttrice televisiva con Giuliano Ferrara di Otto e Mezzo) e Paolo Mieli (da Potere Operaio a ex direttore del Corriere della Sera), Toni Negri (da Potere Operaio a sostenitore dell’internazionalismo ai tempi della globalizzazione finanziaria), Paolo Flores D’Arcais (dal Gruppo Comunista Rivoluzionario a direttore della rivista del Gruppo L’Espresso Micromega),  Fausto Bertinotti (dall’extra-parlamentarismo, a Rifondazione Comunista fino alle recenti dichiarazioni: “abbiamo sbagliato tutto, sono anche un liberale”). Una sfilata di nomi che potrebbe concludersi con quello di Ezio Mauro, attuale direttore di Repubblica, estraneo all’extra-parlamentarismo ma erede di quella sinistra perfettamente organica al sistema dominante, il quale ha recentemente pubblicato un editoriale intitolato “L’Occidente da difendere” in cui identifica il nemico russo e quello islamico legittimando di conseguenza l’Occidente capitalista, pseudo-democratico, imperialista e a trazione statunitense.

Le dinamiche che hanno portato allo snaturamento della sinistra e dei suoi principi non sono poi così diverse da quelle che in seguito hanno disintegrato la destra. Accecati da un anti-comunismo in assenza di comunismo, furono Gianfranco Fini e i suoi seguaci a sposare definitivamente il liberismo economico di Silvio Berlusconi, come furono i suoi intellettuali a consegnare le chiavi della biblioteca a neocon e teocon (Oriana Fallaci, Giuliano Ferrara, Alessandro Sallusti&soci). Ecco perché i trotzkisti stanno alla sinistra come neocon e teocon) stanno alla destra: stessi finanziatori, stessi interessi, stessi nemici.

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Il nuovo ordine dell’Europa: distruggere ogni differenza

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di ida Magli

All’inizio degli anni Novanta le scienze umane sono state fatte sparire dall’orizzonte dell’informazione di massa, semplicemente con il silenzio, non parlandone più \. Dato l’enorme entusiasmo che avevano suscitato nel periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni Novanta, il fatto che nessuno abbia fatto rilevare questa sparizione sarebbe «strano» se non rappresentasse la conferma che la sparizione è stata voluta.

 Le cattedre ovviamente sussistono, ma le loro scienze non fanno più notizia \. Contemporaneamente sono state eliminate dalle scuole, per ordine dell’Ue, antiche, nobilissime e essenziali discipline come la geografia, la letteratura latina e greca con le lingue corrispondenti, riducendole tutte a fantasmi, innocui brandelli di un sapere inesistente. Perfino la storia, privata di tutti i contributi metodologici di cui l’epoca moderna l’aveva arricchita, sembra diventata un residuo d’altri tempi, impotente a dare agli uomini quella consapevolezza di se stessi che ne è il frutto principale, conquista fondamentale della civiltà europea. Anche questo è stato deciso e messo in atto nel più completo silenzio.

Sembra di vivere in una società di analfabeti, dove nessuno è in grado di valutare e di esprimere un giudizio su simili provvedimenti. Eppure anche soltanto il corpo insegnanti italiano (ma il decreto riguarda tutte le scuole dell’Ue) è costituito da circa un milione di persone. Come mai non hanno protestato, non hanno espresso il loro parere su una decisione così grave? Di fatto i governanti, provvedendo a educare tutti con le scuole di Stato, hanno dettato anche il tipo di insegnamento cui i sudditi debbono essere sottoposti, tipo d’insegnamento che possiamo riassumere nel dato che segue: gli studenti debbono studiare in modo da non imparare nulla, o quasi. Per prima cosa non debbono imparare a «pensare», a che cosa serva «pensare», a che cosa serva «conoscere»; di conseguenza, debbono imparare tutto senza imparare nulla su di sé, sulla propria vita, sul proprio ambiente, sul proprio gruppo, sulla propria storia, sulle istituzioni e sul potere che le regge. Sembra evidente che tutto questo sia stato programmato in vista dell’ideologia di chi comanda in Europa, o almeno di quello che si suppone sia questa ideologia: l’omogeneizzazione mondiale, la formazione di persone tutte uguali: i «cittadini del mondo».
È obbligatorio, pertanto, insegnare ai ragazzi quale sia la verità sul sesso stabilita dal Potere. Non quella che il bambino vede, sente, tocca su di sé da quando è nato, quella della natura che ha fornito il pene e l’utero per la prosecuzione della specie, Dna diversi fra maschi e femmine, così come ha fornito gli occhi per vedere, i polmoni per respirare, ma quella del gender (termine che non viene mai tradotto vista la sua ambiguità). Che poi è ovviamente quella imposta dagli omosessuali «maschi» e che l’Italia ha approvato: si è maschi o femmine, o anche trans, se l’individuo crede o pensa o desidera, o «sente» di esserlo. Il Consiglio d’Europa ha fornito la traccia obbligatoria per tutti. Al Policlinico di Bari si effettuano cambiamenti di sesso con 170mila euro a intervento forniti dalla Regione Puglia, stanziamento che naturalmente serve a incrementarli. Perché si vogliono rendere più frequenti e «normalizzare» i cambiamenti di sesso caricandone la spesa sulle spalle della società? La spiegazione va cercata nel loro desiderio di integrazione. Le tecniche chirurgiche odierne facilitano questo scopo, anche se si tratta di operazioni di per sé molto complesse, e che lasciano sempre, o quasi sempre, conseguenze negative fisiche e psicologiche.
Una cosa, però, la si può dedurre con sicurezza da questi comportamenti: nella direzione di senso impressa all’Europa dal Laboratorio per la Distruzione l’uguaglianza finale non sarà soltanto quella delle idee, della lingua, della religione, della Patria, ma anche fisica. L’uguaglianza che si persegue, però, è il più possibile «indistinta», di cui il modello è il «trans» \. Quello che abbiamo davanti oggi, dunque, in Occidente, è il mondo della non-forma che pretende di diventare modello prevalente sulla forma. È ciò cui tende il Laboratorio per la Distruzione: nulla è più debole della non-forma. Come è ovvio, sul grigio cui si sta riducendo l’Europa, debolissimo di per sé, vincerà il «nero».
Si tratta, dunque, di preparare i giovani a non appartenere a nulla, a non identificarsi in nulla, a non sapere orientarsi sessualmente ma anche geograficamente, come è stato affermato con semplicità eliminando la geografia dagli insegnamenti scolastici: a che servirebbe visto che il pianeta appartiene a tutti? Perfino della psichiatria e del problema dei malati di mente, di cui si era discusso in Italia con grande passione dal ’68 in poi a causa delle teorie di Franco Basaglia sulla necessità di chiudere i manicomi e di liberare i pazienti da una vita presso a poco carceraria, adesso non si sente più parlare. Non esistono più malati di mente? Come si curano? Come se la cavano i parenti nell’assisterli? Non lo sappiamo. È evidente che l’informazione in proposito è stata messa a tacere.

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Gli olocausti non sono quel che pensate. Ma Prodi ci è andato vicino

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di Liliane Tami

Prima di iniziare tale discorso sul genocidio è bene fare una parentesi per spiegare le differenze semantiche che vi sono tra questo termine, oramai inflazionato, e la parola Olocausto. Queste due parole sono troppo spesso confuse, quando invece un’analisi corretta dei fatti richiede la più totale precisione nell’uso dei lemmi.

Secondo la Bibbia l’olocausto è un sacrificio che avviene tramite combustione di un corpo da immolare a Dio. Gli olocausti presenti nella Torà avvengono solo ed eslusivamente attraverso il rogo di piante ed animali, in quanto Dio sembra apprezzarnel’odore. Inoltre, il termine Olocausto deriva dal greco “ Olos ( tutto) e “kaustos”, che appunto significa “bruciato”. Nell’attuale tradizione cristiana cattolica, gli olocausti vengono frequentemente perpetuati tramite l’accensione di aromi, spezie ed incensi. Nell’ultimo secolo, soggiogato al post-moderno, la questione linguistica ha iniziato ad attenersi sempre meno alla vera valenza semantica dei termini per riscoprirne un uso più estetico.

Proprio attorno a quest’impossibilità di tradurre esattamente un termine-segno con un preciso concetto ha a lungo dibattuto Quine, il filosofo del linguaggio per eccellenza, nei suoi studi presenti nel testo “ Parola ed oggetto” ha fatto venir meno il rapporto di differenziazione che vi era tra metafora e significato reale. Così, da questa rivoluzione estetica del linguaggio, liberato da un rapporto biunivoco ed imprescindibile con la realtà, si è iniziato ad usare il termine olocausto anche per designare, in modo scorretto, esplosioni, incendi, roghi e quant’altro avesse a che fare col fumo e col fuoco. È per questo che, attualmente, i ragazzi dei licei devono patire la beffa di leggere nei loro libri titoli come “L’olocausto di Nagasaki” o l’”Olocausto degli Armeni ” o “Olocausto degli Ebrei e dei testimoni di Geova” senza che venga loro spiegato chiaramente che si tratta di metafore.

Sì, questi eventi hanno portato certamente dei dolori, delle macerie e dei roghi di carne, ma una sana pignoleria mi costringe a ribattere dicendo che no, il significato esatto del termine olocausto implica la totale e completa carbonizzazione della vittima da immolare. Il ridurre un singolo cadavere ai suoi elementi di base, ossia gas e frammenti ossei, è un usanza atavica che si ritrova da millenni in Asia e che di recente è stato importato nel mondo cristiano cattolica. Durante la seconda guerra mondiale molte spoglie umane, sia di tedeschi che di altre popolazioni, per una questione numerica ed igienica sono state sottoposte a cremazione anzichè ad inumazione. Ciò ha recato particolare scandalo solo presso i popoli giudaici e i testimoni di Geova, perchè la loro tradizione afferma che i corpi debbano essere inumati integri, al fine di poter risorgere dopo l’Apocalisse. Per loro l’offesa morale di non esser seppelliti è immensa, ed è per questo che sono gli unici a lamentarsi così tanto d’aver subito un olocausto.

L’uso del termine olocausto in ambito bellico è quindi utilizzabile solo a patto di sottolinearne la valenza estetica e metaforica . A causa dello scorretto uso tale parola ha perso la sua valenza sacra ed è diventato sinonimo di “eliminazione” e “ genocidio”. Un genocidio è invece la totale e completa estirpazione di un ceppo genetico, etnico e culturale da una data regione. È per questo che , attualmente, è possibile parlare di un tentativo da parte della Commissione Europea di perpetuare un genocidio.

Massimo teorico dell’annientamento genetico delle popolazioni europee è Romano Prodi, che in un ciclo di conferenze intitolato “Disuguaglianze. Perchè?” tenutosi presso l’università di Pavia e alla Bocconi nel mese di settembre 2014 ha ribatito queste sue idee totalitarie. Nonostante il perbenismo imponga di non parlare di pulizie etniche Prodi ha enfatizzato l’importanza di annientare tutte le differenze culturali ed antropologiche che vi sono tra le diverse nazioni europee. Esponendo la sua teoria di annientamento identitario, a partire da un processo di centralizzazione bancaria e politica, perpetuato dalla Commissione Europea e dalla banca Centrale,con la conseguente cancellazione dei confini, l’eliminazione delle tradizioni e la più totale fusione tra le diverse culture, ha esposto il suo progetto di unificazione di tutto il mondo. Il suo programma di pulizia etnica prevede innanzitutto l’estirpazione radicale dei popoli che, avvalendosi del diritto di autodeterminazione voglio lottare in favore di una secessione, come i Catalani, i Bretoni, i Padani e gli Scozzesi. Per perpetuare questo mostruoso crimine contro l’autodeterminazione dei popoli, l’ex presidente della Commissione Europea ha detto che è disposto ad usare ogni mezzo, sia esso burocratico, economico o politico.

Hitler, i califfi e Pol Pot hanno usato il sangue per eliminare le etnie di loro sgradimento. Romano Prodi, con la scusa dell’”Uguaglianza sociale e dell’unificazione”, le elimina mediante il lavoro in ufficio e la propaganda. Dotato di una capacità oratoria degna di Goebbels, Prodi insinua nei suoi ascoltatori il pericolosissimo tarlo del volere annientare le identità etnicamente e culturalmente differenti. Il suo obbiettivo è quello di mischiare tutte le popolazione del mondo, al fine di creare una nuova umanità tutta uguale, priva di identità etniche, orfana di valori e soprattutto priva del proprio patrimonio genetico, culturale edantropologico.

La strategia della Commissione Europea di perpetuare un lento genocidio consiste nell’ibridare le singole identità nazionali le une con le altre tramite l’abolizione dei confini e con la più totale fusione con le altre civiltà, come quella Americana ed Africana. Romano Prodi ha esplicitamente detto che in futuro non dovrà più esserci alcuna forma di disuguaglianza, esattamente come diceva Hitler quando con gioia contemplava le sue conquiste. Anzichè avvalersi del ferro e del fuoco per perpetuare questi crimine contro l’umanità, a scapito delle minoranze di cultura diverse, i partiti europeisti si avvalgono del becero populismo e della promessa di felicità trovabile solamente in un mondo di cittadini tutti iper-tassati, soggiogati all’organo non democratico della Banca Centrale e, soprattutto, tutti identici l’uno all’altro. Per eliminare un popolo, come quello dei Scoti , dei Galli Bretoni e dei Longobardi della Lombardia, bisogna innanzitutto fingere che essi non esistano. In seguito, anzichè far la fatica di metterli nei forni crematori, basta fare un rogo dei loro diritti e delle loro libertà.

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Democrazia totalitaria

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di Tommaso Segantini

Quando si parla di totalitarismo o di regimi totalitari, oggi, si fageneralmente riferimento al fascismo, al nazismo o al comunismo sovietico del Novecento. Sono stati scritti infiniti libri sulle caratteristiche di queste societa’ etichettate, giustamente, totalitarie. Alcune di queste caratteristiche sono per esempio la repressione dei dissidenti (basti pensare ai gulag sovietici), l’uso della violenza per creare terrore, o l’uso massiccio della propaganda, in grado di controllare il pensiero e quindi le vite degli individui.

Lo scopo di questo articolo e’ di mostrare che alcune caratteristiche tipiche dei regimi totalitari appena citati, che ci appaiono lontani, appartenenti ormai solo alla storia passata, sono tuttora presenti nelle nostre societa’ occidentali. E’ importante sottolineare che le forme di controllo delle elite sulla popolazione sono cambiate, sono diventate quasi invisibili, impercettibili, ma piu’ efficaci che mai. Efficaci a tal punto che le masse hanno interiorizzato, e ritengono naturali, giuste e razionali le leggi del capitalismo assoluto di oggi. Assoluto perche’ non c’e’ piu, oramai, alcuna opposizione ideologica ad esso. L’ideologia dominante neoliberista legittima il mondo di oggi insieme a tutte le sue contraddizioni e, punto cruciale, lo eternizza, impedendo a priori anche solo l’ideazione di un tipo di societa’ alternativa a quella odierna. La propaganda del Novecento oggi e’ sostituita da una spaventosa omologazione mediatica. I mass media sono largamente influenzati da poteri economici e finanziari, e la contrapposizione ideologica tra le diverse testate e’ minima o nulla. Come puo’ questa omologazione dei media portare alla formazione di un pensiero critico tra i membri della societa’, che e’ probabilmente l’elemento piu’ importante per il buon funzionamento di un sistema democratico?

Interessante e’ anche l’aspetto della violenza. Almeno quella,  infatti, sembra essere assente dalle nostre societa’ occidentali. E’ comune l’affermazione che l’Unione Europea ha garantito un periodo di pace in Europa senza precedenti nella storia. Questo e’ vero, se si identifica la violenza col carro armato e con l’invasione militare. Diego Fusaro afferma pero’ che “il nuovo Hitler non si presenta con la svastica e il braccio teso: parla un inglese fluente, si appella alle sacre leggi della finanza e alla volontà del mercato, identifica la libertà con la liberalizzazione integrale”.  Sempre citando Fusaro, ” lo spread ha preso il posto dei carri armati”. La violenza non e’ piu quindi solo militare ma di tipo economico. Un esempio concreto e attuale di questo nuovo tipo di violenza e’ la Grecia, messa in ginocchio dall’Euro e dalle misure di austerita’ europee.

Infine, il nostro sistema economico e’ dominato da multinazionali, descritte da Chomsky come “le istituzioni umane piu’ vicine al totalitarismo”. Esse sono entita’ sovranazionali, non vincolate a nessun territorio, e capaci di influenzare se non interamente dettare le agende dei governi. Per fortuna i regimi totalitari del Novecento sono passati, ma occorre rendersi conto che il desiderio delle elites di controllare le nostre vite, di manipolarci, di renderci schiavi, e’ sempre vivo; e’ dovere di noi cittadini unirci e combattere contro questo nuovo tipo di dittatura economico-finanziaria.

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