“Greenpeace” va in guerra

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Quasi la metà della trentina di attivisti di Greenpeace arrestati dalla Russia è accusata di pirateria. Su scala più ampia, l’attacco alla piattaforma petrolifera “Prirazlomnaja” dovrebbe essere visto in prospettiva storica. Ora l’incidente ha lasciato il campo delle relazioni pubbliche e sarà trattato dal sistema giudiziario russo come reato. La Corte di Murmansk dovrà scoprire chi tra l’equipaggio dell’Arctic Sunrise sia responsabile e debba meritare una condanna.

La triste tradizione di Greenpeace di mettere in pericolo i complessi impianti energetici è entrata in conflitto con la crescente presenza russa nella regione. Pochi giorni prima dell’incidente sulla piattaforma “Prirazlomnaja“, la Russia aveva annunciato i piani per proteggere i giacimenti offshore, e per ricostruire una base militare nelle isole della Nuova Siberia. Le azioni pericolose di hippy ben preparati, presso la vitale infrastruttura energia di Mosca, non riguarda solo lo scenario artico. Tre anni dopo il famigerato incidente della BP, un gruppo di giovani, ancora una volta, mise in pericolo l’ecologia marina e la sicurezza del personale operativo. Una rapida risposta era inevitabile perché gli ingegneri russi hanno dovuto terminare una fase difficile dei lavori sottomarini. “Qualsiasi cosa poteva succedere. Un errore di manovra o un malfunzionamento tecnico. C’era un pericolo per la vita e la salute del personale. Tali trovate pubblicitarie valgono davvero la pena delle possibili gravi conseguenze che possono creare?“, ha chiesto il Presidente della Russia Vladimir Putin ai partecipanti del forum internazionale sull’Artico in Russia. Questa estate la nave di Greenpeace ha violato la frontiera marittima della Russia diverse volte. Le guardie di frontiera hanno contattato il capitano dell’Arctic Sunrise, che aveva deciso d’ignorare tutti gli avvertimenti sulla navigazione. Se gli attivisti di Greenpeace avessero eseguito un simile attacco a sorpresa contro una qualsiasi struttura statunitense, sarebbero sicuramente finiti a Gitmo con l’accusa di terrorismo.
Le aziende di costruzione di tutto il mondo sono ben consapevoli di questo tipo di minaccia. Gli atti di ecoterrorismo sono spesso coperti dall’assicurazione contro i rischi politici. In prospettiva storica, i governi dei Paesi sviluppati non hanno esitato a fermare l’agenda degli attivisti radicali con tutti i mezzi disponibili. L’affondamento della Rainbow Warrior di Greenpeace fu uno degli esempi più vividi. Nel 1985 il presidente francese François Mitterand aveva tentato d’impedire alla nave d’interferire con un test nucleare pianificato e ordinò di sabotarla in un porto della Nuova Zelanda.  Il fotografo Fernando Pereira, a bordo della Rainbow Warrior, annegò nel rapido affondamento che fece seguito all’esplosione. Il governo francese si scusò, ma Greenpeace non aveva tratto alcuna conclusione dal tragico incidente. Un altro caso interessante. Nel settembre del 1995, 25 attivisti di Greenpeace occuparono la piattaforma Brent Spar della compagnia Shell, per protesta contro il piano di affondare l’impianto di perforazione in acque profonde. La Shell aveva commissionato la consulenza indipendente della norvegese Det Norske Veritas (DNV), per indagare sulle accuse di Greenpeace. Greenpeace ammise che le sue affermazioni secondo cui la Spar conteneva 5.500 tonnellate di petrolio erano “imprecise”. Prendendo parte al conflitto tra società off-shore e onshore, Greenpeace danneggiò gravemente la propria credibilità. Il governo inglese si trattenne da azioni sovversive e optò per l’infiltrazione: agenti di polizia ebbero l’ordine di aderire all’organizzazione verde. The Guardian seguì in dettaglio molte storie di agenti di polizia sotto copertura che posarono per anni da attivisti ambientali. I principali membri di Greenpeace furono profondamente coinvolti nello scandalo.
Dalla “battaglia” del Brent Spar, il ricatto ecologico è diventato un business redditizio e un utile strumento nella lotta per gli affari. Greenpeace gode di generose donazioni da varie istituzioni di beneficenza private negli Stati Uniti. “Esiste negli Stati Uniti una vasta, ben consolidata, altamente professionale industria della protesta alimentata da gruppi d’interesse che cercano di riempirsi le tasche“, hanno scritto Jay Byme e Henry I. Miller nel loro articolo “Aprire gli occhi sull’eco-terrorismo” di “Forbes“. Cosa c’è di meglio degli estremisti verdi da poter vendere sempre  al pubblico quali “bravi ragazzi”, perché l’ambientalismo aggressivo gode di uno status quasi religioso nei Paesi occidentali. Si tratta di una parte sostanziale della nuova ideologia anti-scientifica ostile all’industria energetica e al progresso tecnologico. Alcuni membri dell’equipaggio dell’Arctic Sunrise possono essere idealisti puri. Il loro zelo neo-luddista è solo degno di miglior causa e deve essere qualificato come circostanza attenuante. Più vulnerabili di loro, per esempio, è l’eco-attivista finlandese Sini Saarela che dovrebbe essere curata e medicata. La guardia costiera russa l’ha salvata un paio di giorni prima dalle acque fredde del Mar di Pechora, dopo che non era riuscita a salire sulla “Prirazlomnaja” con materiale alpinistico. Considerando tutti questi fatti, le guardie costiere russe sono improvvisamente apparse come un faro di umanesimo rispetto a coloro che affondarono la Rainbow Warrior come “misura preventiva” o a coloro che inviarono poliziotti a lavorare in Greenpeace. L’intenzione della Russia poteva essere spaventare alcuni membri dell’equipaggio ignari, non punirli penalmente, secondo l’esperto sull’energia russo Konstantin Simonov.
Piccolo test di realtà per i cuori liberali che sanguinerebbero senza mai farsi del male. E’ assai probabile che le guardie di frontiera della Russia abbiano anche ottenuto un applauso silenzioso da ingegneri canadesi, norvegesi e persino statunitensi che lavorano su progetti energetici pericolosi sulle frontiere artiche. Ma gli eco-terroristi professionali come il capitano della Rainbow Warrior e dell’Arctic Sunrise, Peter Wilcox sono assai ben consapevoli di tutte le conseguenze. Sono infatti esperti manager dell’industria transnazionale dell’attivismo verde retribuito che partecipano volontariamente ad azioni illegali per pubblicità. Volevano uno scandalo e ci sono riusciti. Potrebbe essere uno dei motivi per cui i giudici a Murmansk hanno negato la cauzione, al fine di lasciare che gli investigatori scoprano chi siano quelli dell’equipaggio dell’Arctic Sunrise. L’approccio  individuale è davvero necessario nel mantenere i principi di legalità e di proporzionalità della pena.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

 

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Secondo round.

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di Uriel Fanelli

Era abbastanza ovvio che la vicenda NSA non si sarebbe chiusa cosi’. Certo la Merkel non poteva fare nulla come cancelliera uscente, perche’ posizioni dure sono possibili solo a cancellieri forti. Ma adesso che ha vinto alle elezioni, e a meta’ dicembre si presentera’ probabilmente il governo, la Merkel puo’ riprendere in mano le cose che aveva lasciato.

Il primo punto che si deve capire e’ che non e’ una guerra di spionaggio. E neanche di privacy.
Mettiamola cosi’: io ho una telco. La legge mi obbliga a tenere tutti i tracciati per 3 anni. Mi obbliga cioe’ ad un oneroso lavoro di archiviazione, nel quale non ci guadagno nulla.
Adesso creiamo la NSA, e diciamo che NSA mi paga 3 MILIARDI di euro/anno per quei logs. Ehi… diventa remunerativo! Ehi…. sono aiuti di stato!
Il concorrente americano, per gli stessi dati, riceve MILIARDI di dollari dal governo! Non e’ concorrenza leale.
Quindi, il primo punto da capire e’ che dare un bilancio ENORME all’intelligence per catturare dati , e fare in modo che questo bilancio finisca nelle tasche delle telco, significa AIUTARE le telco, le quali, per fare quello che facevano prima (loggare le chiamate nei CDR) si mettono a guadagnare soldi anziche’ perderne.
Quindi, dovete capire che esiste una lobby dell’ IT che ha un pelino sul Q la storia che NSA ha un bilancio di 52 miliardi di dollari e li spende in IT. Perche’ e’ un bell’aiutino di stato.
Andiamo avanti. Avete presente la storia delle startup e della FED che stampa soldi? La domanda e’: ma dopo che li ha stampati, come li distribuisce? Li butta per le strade? Che fa?
Quello che fa e’ comprare titoli tossici dal mercato, ovvero titoli subprime.
Allora la domanda e’: ma chi produce tutti questi titoli ad alto rischio? Li producono quelle banche che prestano solti ad aziende e privati che hanno un rischio di fallimento alto. E chi sono quelle banche? Sono quelli che fanno venture capital. E chi   finanziano? Finanziano startup del mondo IT. A pioggia. Molti riescono, moltissimi falliscono. Il rischio e’ enorme. Queste finanziarie lo cartolarizzano emettendo bond subprime. Che poi la FED compra. Leggi il resto dell’articolo

Quella famiglia targata Barilla

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di Diego Fusaro

Non molti giorni fa, Guido Barilla, il presidente della multinazionale di Parma, ha incautamente pronunciato, nel programma radiofonico “La Zanzara”, una frase che molto ha fatto discutere: “sono per la famiglia tradizionale, non realizzerò mai uno spot con i gay”. La dichiarazione ha subito creato l’usuale chiacchiericcio mediatico su internet, dando vita – come sempre accade – ai due blocchi identitari dei sostenitori e dei detrattori.

 

Fermo restando che questi pseudo-dibattiti corrispondono ad altrettante manifestazioni di una precisa strategia volta a produrre la distrazione di massa rispetto ai rapporti di forza e alle contraddizioni reali, siamo fermamente convinti che l’omofobia debba essere incondizionatamente combattuta, come del resto tutte le forme di discriminazione. Delle quali – giova ricordarlo – il classismo imperante che il fanatismo dell’economia produce a propria immagine e somiglianza resta la più grande. Curioso il fatto che il coro virtuoso che denuncia tutte le discriminazioni quasi mai abbia qualcosa da dire sul rapporto di forza capitalistico, subdolamente vissuto come naturale.

 

Chiarita la necessità di lottare contro tutte le forme di discriminazione, occorre rilevare che ben altra cosa è l’opportunità o, addirittura, la necessità di introdurre il matrimonio gay. Poiché si tratta di un argomento delicato e scivoloso, è bene partire col piede giusto, chiarendo preliminarmente – onde evitare equivoci e l’apertura immediata del fuoco incrociato da parte del politically correct – la nostra posizione: le coppie omosessuali devono essere tutelate e protette nei loro diritti civili e sociali.

 

Ma il punto della questione sta altrove. L’odierna discussione intorno al matrimonio gay non deve certo essere analizzata, come sempre si fa, dal punto di vista della difesa delle minoranze e dell’amore omosessuale (difesa che – lo ripetiamo – è giusta e massimamente degna di essere perseguita). La si deve guardare da un diverso angolo prospettico, che è quello dell’odierno processo di distruzione della famiglia tradizionale portata avanti dal capitalismo postborghese e postproletario. A questo tema, abbiamo dedicato un intero capitolo – il quinto – del nostro lavoro Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012), a cui rimandiamo.

 

Ci limitiamo qui all’essenziale della questione, che sta in ciò: la distruzione della famiglia che si sta oggi verificando con intensità sempre crescente si inscrive nella logica di sviluppo di un capitalismo ormai del tutto incompatibile con le tradizionali forme borghesi – “etiche”, avrebbe detto Hegel – in cui si era sviluppato fino a prima del Sessantotto (famiglia, religione, Stato, ecc.). E la discussione sui matrimoni omosessuali, in questa prospettiva, non deve essere letta come funzionale al giusto e sacrosanto riconoscimento di diritti degli omosessuali, ma alla distruzione delle vecchie forme borghesi di esistenza, vetuste e “bacchettone” finché si vuole, ma pur sempre incompatibili con l’odierna dinamica di oscena estensione totalizzante del codice patologico della forma merce.

 

Se, infatti, la famiglia comporta, per sua natura, la stabilità affettiva e sentimentale, biologica e lavorativa, la sua distruzione risulta pienamente coerente con il processo oggi in atto di precarizzazione delle esistenze. La lotta ideologica contro la famiglia borghese avviene, per ironia della storia, proprio nel momento in cui il rapporto di forza capitalistico rende impossibile ai giovani sottoposti al lavoro flessibile e precario la costruzione di una famiglia!

 

L’aveva splendidamente sottolineato Hegel: la stabilità professionale e quella affettiva di tipo familiare costituiscono il fondamento dell’“eticità”, là dove il capitalismo odierno di tipo post- e antiborghese dissolve entrambe. Più precisamente, rimuovendo la stabilità lavorativa tramite il precariato, rende, di fatto, impossibile il costituirsi del nucleo familiare nelle sue forme tradizionali. In questo senso, con le sue battaglie contro la famiglia tradizionale, la sinistra non ha smesso di lavorare per il re di Prussia, assecondando a livello teorico la dinamica stessa del mercato.

 

Non è un mistero, e occorre riflettervi: come avrebbe detto Hegel, il noto non è conosciuto. Dal Sessantotto, la sinistra promuove la stessa logica culturale antiborghese del capitalismo, tramite sempre nuove crociate contro la famiglia, lo Stato, la religione e l’eticità borghese, ossia – lo ripeto – contro tutti quei valori borghesi che sono incompatibili con un capitalismo pienamente sviluppato, ossia con l’allargamento illimitato della forma merce a ogni ambito dell’esistenza e del pensiero.

 

La difesa delle coppie omosessuali da parte della sinistra non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, della normalità borghese in ogni sua estrinsecazione. La sinistra – anche in questo caso, non è un mistero – simpatizza verso ogni forma di “diversità” e, insieme, ha un profondo odio snobistico verso la gente “normale”, verso la vecchia e rispettabile “normalità borghese”. È questo l’aspetto che, tacitamente, il politicamente corretto non può tollerare del discorso del signor Barilla, il suo rivendicare la famiglia tradizionale incompatibile con le logiche del mercato.

 

Avendo rinunciato al perseguimento di un avvenire alternativo rispetto alla prosa reificante dell’esistente, la sinistra ha scelto di investire culturalmente e politicamente sull’onestà, sulla legalità, sui diritti civili (in un integrale abbandono di quelli sociali). Lungo il piano inclinato che porta all’odierno baratro, in cui il maximum dell’emancipazione possibile sembra consistere nel matrimonio gay (Vendola), nella libertà di interrompere la propria vita individuale a piacimento (Pannella) e in cui la dimensione dei diritti sociali è stata messa del tutto in congedo, la sinistra si è accomiatata, di fatto, da ogni residua dissonanza con le logiche del reale e dell’onnimercificazione sempre più pervasiva.

 

Con Voltaire, occorre ripetersi finché non si sarà capiti: la vicenda tragicomica della sinistra sta in quella oscena e perversa complicità con il capitalismo trionfante; complicità che, peraltro, la sinistra stessa rivendica con orgoglio, legittimandola nella forma di una realistica considerazione dell’irreversibilità dei processi in atto. Restano impareggiabili, a questo proposito, le patetiche rassicurazioni pre-elettorali di Bersani (“i mercati non hanno nulla da temere dal PD!”, “siamo il partito più europeista”, e così via, di sciocchezza in sciocchezza). La cosiddetta sinistra o passa armi e bagagli all’ideologia del mercato (è il caso del “rottamatore” Renzi, con le sue ridicole serenate per il neoliberismo trionfante) o vive schizofrenicamente la propria identità, unendo un lessico da cooperativa anni Sessanta con l’accettazione supina delle logiche del mercato (esemplare, ancora una volta, Bersani).

 

La considerazione di Guido Barilla (certo goffa e fuori luogo), come anche la reazione indignata del popolo della sinistra, sono un prezioso segnalatore del problema a cui qui ho solo accennato telegraficamente: l’indignazione di cui il popolo della sinistra è ormai capace sembra riguardare sempre e solo il costume borghese tradizionale (famiglia tradizionale, religione, eticità dei costumi, ecc.), mai il capitale finanziario e l’agire troppo spesso criminale delle multinazionali.

 

L’innalzamento selvaggio dell’età pensionabile, i tagli lineari dei salari, l’erosione progressiva del welfare state vengono vissute come normali pratiche coessenziali al regime neoliberale, da accettarsi passivamente: si protesta sempre e solo per questioni che non sfiorano mai i rapporti di forza realmente esistenti. Ma i dominati, nell’intera storia umana, erano stati a tal punto integrati nell’ideologia dei dominanti.

 

Lo stesso Barilla sembra vivere sospeso in una scissione radicale: per un verso, vorrebbe la famiglia tradizionale; per un altro verso, è pienamente inserito nel circuito delle multinazionali e della loro distruzione programmata delle istanze borghesi.

 

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Chi e cosa si cela dietro l’immigrazione

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Di Giuli Valli, da: «Il vero volto dell’immigrazione: la grande congiura contro l’Europa», 1993

Un primo consistente indizio per sapere dove andassero cercati i meno occulti promotori di questo grandioso fenomeno ci fu offerto da un articolo apparso sul quotidiano «Alto Adige» del 10 agosto 1989, dal titolo: «Ondata di immigrati africani». Vi si riferiva l’intervista col presidente degli ambulanti trentini aderenti alla «Confesercenti», il quale, tra l’altro, dichiarava: «si calcola che nei prossimi anni, 30-40 milioni di africani verranno in Europa, e i governi centrali, su direttive dell’ONU, (il corsivo è nostro), hanno affidato a Italia, Spagna e Grecia il peso maggiore. 
Sembra che l’Italia, nella spartizione internazionale, debba farsi carico dell’immigrazione senegalese, e si stima in 5 milioni la dimensione numerica: quasi una persona ogni dieci italiani» 
Dunque l’ONU veniva indicata come la centrale da cui è partito l’ordine che è alle origini di questa vicenda e le si attribuiva un preciso programma che non potrà non incidere in maniera sconvolgente sul prossimo avvenire del popolo italiano, i cui destini, al di là dell’amena tavoletta della sovranità popolare, evidentemente sono in mano di lontani e sconosciuti padroni. 
Successive ricerche confermano che la pista era quella giusta: l’Italia, con la legge 10 aprile 1981 n.158, ha ratificato la convenzione n.143 del 1975 della Organizzazione Internazionale del Lavoro (uno degli organi dell’ONU), recante il titolo: «sulle migrazioni in condizioni abusive e sulla promozione della parità di opportunità e di trattamento dei lavoratori migranti». Da qui si vede che già almeno dall’ormai remoto 1975 si venivano addensando sul capo degli ignari italiani fosche nubi foriere di tempesta. In obbedienza a quei patti, il Governo nazionale proponeva e il Parlamento approvava la legge 30.XII.1986 n.943 che sin da allora garantiva (art.1) «a tutti i lavoratori extracomunitari parità di trattamento e piena eguaglianza di diritti rispetto ai lavoratori italiani», nonché il godimento “dei servizi sociali e sanitari” e il diritto “al mantenimento dell’identità culturale, alla scuola e alla disponibilità dell’abitazione”. E all’art.2 prevedeva, proprio come riferito dal citato articolo dell’”Alto Adige”, “accordi bilaterali e multilaterali previsti dalla convenzione dell’OIL n.143 del 24 giugno 1975…per disciplinare i flussi migratori»
Si aprivano, insomma, fin da allora – in nome di una convenzione dell’OIL, e cioè di un istituto specializzato dell’ONU, le porte dell’immigrazione, nonostante che ancora, malgrado le statistiche del CENSIS, il fenomeno non fosse neppur lontanamente così evidente, come è diventato oggi. E, in realtà, l’Italia non era affatto allora, così come non lo è a tutt’oggi, un paese che possa ragionevolmente attirare un consistente flusso immigratorio: di modesta estensione, montagnosa, povera d’acqua e di materie prime, densamente popolata, con grave penuria di alloggi già per i suoi abitanti, grazie anche a mille pastoie burocratiche che ostacolano le nuove costruzioni e persino il restauro di quelle già esistenti, con ancora molti suoi figli emigrati all’estero e una lieve disoccupazione e sotto-occupazione interna, con servizi pubblici e sanitari largamente e spesso drammaticamente inefficienti, e insufficienti anche per la sola sua popolazione, davvero non si vede come potrà fronteggiare i mille problemi posti dalla valanga extracomunitaria. Leggi il resto dell’articolo

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