La Cia ci spia a nostra insaputa

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di Andrea Perrone

L’impero a stelle e strisce spia in gran segreto i cittadini europei che usano i motori di ricerca della rete informatica, ovvero i cosiddetti servizi “cloud computing”. A sottolineare la minaccia è uno studio commissionato dall’Europarlamento in cui si mette in  luce un problema di sicurezza per gli utenti europei che hanno profili “cloud” su server statunitensi. Le autorità americane sono autorizzate a chiedere informazioni ai server statunitensi e questi ultimi a fornire tutti i dati richiesti. Gli Usa compiono così attività di spionaggio ai danni dei cittadini europei e a loro completa insaputa.  E questo avviene grazie ad una legge statunitense sullo spionaggio, modificata lo scorso anno, che autorizza il controllo dei dati sensibili di stranieri se questi sono immagazzinati usando i cosiddetti servizi cloud statunitensi forniti da provider come Google, Microsoft, Amazon, Dropbox e Facebook. A conferma di quanto denunciato all’Assemblea di Strasburgo le norme sono elencate in una relazione pubblicata di recente dal titolo Fighting Cyber Crime and Protecting Privacy in the Cloud, prodotto dal Centre for the Study of Conflicts, Liberty and Security. La legge promulgata dagli Usa è nota con la denominazione Foreign Intelligence and Surveillance Amendments Act (FISAA) ed evidenzia molti rischi nei confronti della sovranità dell’Unione europea sui dati dei suoi cittadini. In sintesi è bene ricordare che la legge promulgata dagli Usa autorizza la sorveglianza di massa di tutti i non-americani che utilizzano internet per scopi politici. Ma in realtà sono i cittadini che vivono sotto giurisdizioni straniere a dover essere ancora più preoccupati, ha sottolineato Caspar Bowden, co-autore della relazione ed ex consulente capo per la privacy per Microsoft Europa. A suo dire, l’emendamento FISAA del 2008 ha creato un potere di sorveglianza di massa mirato specificamente a dati di persone non-statunitensi, residenti fuori dall’America ed applicabile al sistema di “cloud computing”. La legge concede infatti carta bianca al monitoraggio di giornalisti, attivisti e politici europei che si occupano di argomenti concernenti la sfera di interessi degli Stati Uniti. “Si rivolge intenzionalmente solo alle persone non statunitensi che si trovano al di fuori degli Stati Uniti e prevede una autorizzazione un anno alla volta. Non vi è alcuna garanzia individuale”, ha osservato Bowden, che attualmente svolge l’attività di avvocato indipendente per i diritti dell’informazione. La FISAA prevede espressamente che il Procuratore generale e il direttore della National Intelligence Security possono autorizzare congiuntamente, per un periodo massimo di un anno, l’acquisizione di informazioni di intelligence su persone straniere. L’emendamento cita una serie di limitazioni, ma Bowden, che è anche co-autore della relazione per l’Europarlamento, ha messo in guardia che la legge permette agli Stati Uniti di condurre attività di controllo su stranieri attraverso i dati resi accessibili dai server statunitensi. “Non deve essere per forza un partito politico, ma possono essere un gruppo di attivisti o chiunque sia coinvolto in attività politiche o anche solo dati provenienti da un territorio straniero che si riferiscono alla condotta degli Affari esteri degli Stati Uniti”, ha commentato Bowden. Il FISAA, ha sottolineato il co-autore della relazione, rende legale per Washington, esercitare una sorveglianza di massa continua sulle comuni attività politiche democratiche e legali, e potrebbe spingersi fino ad obbligare i fornitori Usa di servizi cloud come ad esempio Google a fornire un’intercettazione in diretta dei dati degli utenti europei. Il tentativo dell’Ue di utilizzare delle società di revisione private per fermare le indebite intercettazioni è comunque destinato a fallire. È lo stesso Bowden a sottolineare che queste società non sono in grado di scoprire le attività di intelligence avviate dalla legge Usa sulla sicurezza nazionale di un altro Paese. Insomma verrebbe di dire come in passato: “la Cia ci spia” a nostra insaputa. Sì proprio così, l’impero a stelle e strisce teme per la sua “salute” e per quella dell’Europa-colonia. D’altronde sono molti i segnali di crisi non solo economica ma sociale, che preoccupano i solerti funzionari dell’intelligence e che per questo ritengono sia necessario prepararsi ad ogni evenienza.

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Mondo Social

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A dire il vero, se volevo rimanere davanti al computer me ne stavo in casa.
Se sto uscendo, è perché, forse, volevo, appunto, uscire.
Quante cose essenziali, imperdibili, potranno mai capitare su facebook, nelle due, tre ore in cui starò lontano dalla rete?
Domande che una volta potevano avere un senso, ma ora non più.

Da quando esiste la sociologia si è usato infinite volte il concetto di “cambiamento epocale”, così risulta ormai difficile trovare un termine adeguato per descrivere quello che la nostra società sta sperimentando negli ultimi anni.
Si parlava in passato di come la televisione offrisse alle persone la fruizione di una realtà filtrata, un mondo osservato per mezzo di un vetro opaco che ne ridefiniva i contorni.
Ma c’era il televisore, e c’era, fuori di casa, il mondo vero, per il quale il mezzo privilegiato di esplorazione rimanevano comunque gli occhi, i sensi.
Gli ultimi sviluppi della tecnologia invece hanno permesso di trasportare questo filtro ovunque.
Così come una volta nei concerti si portavano gli accendini per creare l’atmosfera, ed ora spuntano ovunque una miriade di braccia alzate che riprendono lo spettacolo per mezzo degli smartphone.
Per quanto la presenza dello spettatore sia reale, la fruizione dell’evento avviene per mezzo del piccolo schermo del proprio gioiellino tecnologico.
Lo stesso concetto di “visione dal vivo” pare perdere il suo significato.

E questo piccolo velo è diventato per le nuove generazioni la nuova realtà.
Il mondo vero, fisico, si è ridotto ad un mero supporto, un luogo preferenziale di raccolta dati da “caricare” nel nuovo mondo vero, quello virtuale.
Sembra che le feste esistano solo per poterne dare testimonianza su facebook, i viaggi sono diventati l’opportunità di creare e condividere una nuova gallery di immagini, le serate in discoteca un modo per ottenere fotografie da sbronzi in cui essere taggati.

Ovviamente non c’è alcun moralismo e alcuna nostalgia per i bei tempi andati in queste considerazioni, si tratta solo di una semplice osservazione di un fenomeno.
Un fenomeno non solo sociale, ma metafisico.
Perché è una nuova metafisica quella che si sta imponendo; invece di squarciare il velo di Maya per cercare di comprendere la reale essenza del creato, la modernità ha finito per creare un ulteriore velo, ancora più spesso, che aggiunge un nuovo filtro ai nostri sensi, allontanandoci ancora di più da quello che Platone chiamò il mondo delle idee.
Noi, qui, abbiamo finito per dedicarci ad esplorare le ombre delle ombre.

 

si veda anche

Iper Realtà
Benvenuti nella Tela

 

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Saipem nel mirino

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di Filippo Bovo

Come molti sapranno, Saipem è uno dei fiori all’occhiello dell’industria e della tecnologia del nostro paese. Nata dalla fusione tra Snam Montaggi e SAIP nel 1957, nel corso degli anni è divenuta una delle più importanti aziende a livello mondiale nella costruzione e manutenzione delle infrastrutture dell’industria petrolifera, operante in tutti e cinque i continenti in paesi chiave come Russia, Kazakistan, Algeria, Angola, Libia, Nigeria, Sudan, Iran, Qatar, Arabia Saudita, Cina, India, Indonesia, Brasile, Argentina, Ecuador, Venezuela e molti altri. Tra i suoi principali azionisti s’annoverano l’ENI col 42,930%, la Capital Research and Management Company col 4,908%, la FMR Llc col 3,450%, la Blackrock Inc. col 2,815%, la FIL Limited col 2,016%. ENI, che di Saipem detiene la maggioranza relativa, è a sua volta partecipata dal Ministero dell’Economia per il 20,321% e dalla Cassa Depositi e Prestiti per il 9,999%, il che fa di Saipem una società indirettamente controllata dallo Stato. I suoi bilanci, almeno fino ad oggi, sono stati esemplari.
Fino ad oggi, perchè nella mattinata di questo mercoledì è arrivata la doccia fredda che ha gelato l’ENI e con lei anche la Borsa di Milano: stamani il nuovo amministratore delegato, Umberto Vergine, e il direttore finanziario Giuseppe Caselli hanno annunciato al mercato d’aver rivisto al ribasso le previsioni degli utili per il 2012, così come quelle sui profitti e i ricavi per il 2013. Non bastasse questo, il fondo Fidelity ha ceduto il 2,3% del capitale di Saipem prima ancora che il taglio delle stime venisse comunicato ai mercati, provocando così una caduta in Borsa del titolo per un valore che corrisponde al 3% della sua capitalizzazione. A determinare le scelte dolorose compiute dal management di Saipem, il rallentamento degli ordini registrato nell’ultimo trimestre e il fatto che “le negoziazioni di nuovi contratti si concluderanno con esiti inferiori alle previsioni”. In pratica, i vertici dell’azienda prevedono un risultato operativo inferiore del 6% rispetto alle attese ed un utile netto che si fermerà a circa 900 milioni di euro.
Per il 2013 viene “prevista una riduzione molto significativa (circa l’80%) del risultato operativo rispetto al 2012”, a causa della “attività ridotta nei contratti ad alto margine che hanno sostenuto il 2012 in Medio Oriente, Nigeria, Algeria, che si cono conclusi o sono prossimi al completamento; ridotta marginalità per le condizioni di mercato estremamente competitive; ritardi nell’assegnazione di importanti contratti in Venezuela, Niger e Iraq”. Secondo il nuovo amministratore delegato, quindi, non si vedrà una piena ripresa prima del 2014. Difficile non pensare che anche i recenti e noti fatti libici non abbiano pesato sui bilanci dell’azienda.
Fin qui l’aspetto finanziario della vicenda Saipem. Per quanto riguarda l’aspetto giudiziario, non è che le cose vadano tanto meglio: a seguito dell’inchiesta sulle attività di Saipem in Algeria, l’ex amministratore delegato Pietro Franco Tali ha ricevuto un avviso di garanzia da parte della Procura della Repubblica di Milano. Tutto parte con un’inchiesta avviata nel febbraio del 2011 in merito a presunti reati di corruzione che avrebbero coinvolto le autorità nazionali e locali algerine. Nell’occhio del ciclone, prima ancora d’essere raggiunto da avvisi di garanzia, Tali ha rassegnato le dimissioni dal suo incarico nel dicembre dell’anno scorso, come anche sottolineato da una nota con cui Saipem ha voluto commentare la vicenda. Nel 2009 Saipem s’era aggiudicata un contratto da 580 milioni di dollari con l’algerina Sonatrach per la realizzazione del terzo lotto del gasdotto Gk3, un caso su cui sta indagando anche la magistratura algerina e che è costato l’incarico ai vertici della compagnia petrolifera d’Algeri. A sentire la stampa algerina, in cambio degli appalti erano stati erogati “servizi” e “commissioni” di vario tipo, compreso l’acquisto di ville ed appartamenti a Parigi ed Algeri.
E qui viene spontaneo chiedersi cosa determini lo zelo dei giudici italiani ed algerini: che in quel settore, e non solo in quello, la corruzione regni da padrona ogni qual volta ci si debba aggiudicare un appalto, è infatti cosa nota e risaputa. Qualcuno, probabilmente, ha fatto la soffiata: che si tratti della concorrenza “bruciata” da Saipem e Sonatrach? E’ una domanda a cui potremo dare una risposta solo quando, com’è probabile, anche Saipem seguirà lo stesso destino d’Ansaldo Energia e di altri gioielli dell’industria di Stato venduti, anzi svenduti, ai privati. Per la precisione, privati stranieri, gli stessi che oggi hanno tutto l’interesse ad affondare e mettere in difficoltà due per loro scomode rivali come ENI e Saipem.

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Presentazione di: “Percorsi di Vetro” di Stefania Di Lino

“I poeti degni di questo nome, come i proletari, rifiutano d’essere sfruttati, la poesia vera è inclusa in tutto ciò che non si conforma a questa morale, a una morale che, per mantenere il suo ordine e il suo prestigio, non sa fare altro che costruire banche, caserme, prigioni, chiese e postriboli”. Paul Eluard.

Inizia così questo percorso di vita, di vetri, di un percorso interiore che  prende spunto dal vissuto quotidiano e della società che inevitabilmente si riversa sulla propria esistenza.(N.d. FYM)

“non scorro

non scorro

sul binario lucido

dell’Alta Frequenza

dell’Alta Densità

dell’Alta Velocità.

non scorro

non scorro

sul binario lucido

dell’Alta Idiozia.

(percorro viottoli di storia

camminamenti pertinaci,

dorsali narranti

per muli sagaci

sassolini randagi

sampietrini smussati

lanciati

da rocce ben assestate

che danno colpi

e giù colpi

a fasci di storia,

idolatria moderna

progressivo mortale

di lucro ambientale

di forze dell’ordine

di un ordine nuovo,

mondiale)”

Stefania Di Lino, scultrice e poetessa. 

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«Sono gay, francese e contro le lobby. Non voglio né matrimonio né l’adozione. E ora provate a dire che sono omofobo»

homovoxIntervista a Nathalie de Williencourt, portavoce di Homovox: «Rappresentiamo la maggioranza dei francesi omosessuali ma non ci ascoltano. Non vogliamo il matrimonio, perché non siamo come le coppie eterosessuali, che possono fare figli».

Sono francesi, sono omosessuali, «la maggioranza degli omosessuali», e non vogliono né il matrimonio né l’adozione per le coppie gay, soprattutto non vogliono essere trattati allo stesso modo delle coppie eterosessuali «perché siamo diversi: non vogliamo uguaglianza, ma giustizia». Parliamo dei cittadini francesi gay rappresentati da Homovox, che non chiede il “matrimonio per tutti” – nome del progetto di legge di François Hollande che legalizzerà il matrimonio gay e l’adozione per le coppie omosessuali – ma “la parola per tutti!”. «In Francia ci censurano, si ascoltano sempre le lobby LGBT, parlano sempre loro nei media, ma la maggior parte degli omosessuali sono amareggiati dal fatto che questa lobby parli a loro nome, perché non abbiamo votato per loro e non ci rappresenta», spiega a tempi.it Nathalie de Williencourt, portavoce di Homovox. Ecco perché l’associazione parteciperà domenica alla grande “Manifestazione per tutti”, che vedrà sfilare dai cattolici agli ebrei ai musulmani ai socialisti ai radicali agli omosessuali contro il progetto di legge di Hollande, che comincerà ad essere discusso all’Assemblea nazionale il 29 gennaio.

Chi rappresenta Homovox in Francia?

Homovox è un collettivo di cittadini francesi che porta la voce degli omosessuali francesi che si oppongono al progetto di legge Taubira. Sul nostro sito Homovox.com si possono trovare le testimonianze delle persone omosessuali che spiegano perché si oppongono al progetto di legge.

Perché avete firmato l’appello della “manifestazione per tutti”?
In Francia si ascoltano sempre le lobby LGBT, parlano sempre loro nei media, ma molti omosessuali non fanno parte di questo movimento. La maggior parte degli omosessuali sono amareggiati dal fatto che questa lobby parli a loro nome, perché non abbiamo votato per loro. Noi vogliamo dare la parola alla maggioranza degli omosessuali in Francia e sosteniamo la “Manifestazione per tutti” perché noi gay non vogliamo il matrimonio.

Perché?
Perché la coppia omosessuale è diversa da quella eterosessuale. Ed è diversa per un semplice dettaglio: non può dare origine alla vita, per cui ha bisogno di una forma di unione specifica che non sia il matrimonio. Ha bisogno di un’altra cosa perché la realtà delle coppie omosessuali è diversa da quella delle coppie eterosessuali.

Nel vostro comunicato accusate la comunità LGBT di essersi autoproclamata portavoce della comunità omosessuale.
È proprio così. Le comunità LGBT sono composte molto spesso da persone omosessuali che sono state rigettate dalla famiglia, sono venute a Parigi e hanno trovato ospitalità nella comunità Lgbt, sorta nel quartiere del Marais. Queste persone hanno una ferita in rapporto alla loro omosessualità: poiché non la accettano, rivendicano di essere come gli eterosessuali. Il nostro movimento rivendica invece che gli omosessuali siano trattati diversamente dagli eterosessuali, perché siamo differenti. Non possiamo chiedere l’uguaglianza per situazioni che sono differenti. Non è l’uguaglianza ad essere importante, ma la giustizia. C’è un’uguaglianza giusta e un’uguaglianza ingiusta.

E per quanto riguarda l’adozione di bambini da parte di coppie gay?
È importante capire che in Francia nella legge non ci sono distinzioni tra il matrimonio e l’adozione: tutte le coppie sposate hanno il diritto di adottare. Quando si propone il matrimonio per gli omosessuali, esso comprende automaticamente l’adozione. Non c’è divisione come in altri paesi europei. Noi crediamo che i bambini abbiano il diritto ad avere un padre e una madre, possibilmente biologici, che possibilmente si amino. Un figlio nasce dal frutto dell’amore di suo padre e di sua madre e ha il diritto di conoscerli. Se le coppie omosessuali adottano dei bambini che sono già privati dei loro genitori biologici, allora li si priva di un padre e di una madre una seconda volta. Questa legge in Francia è stata fatta nel dopoguerra, quando c’erano molti bambini da adottare e si voleva dare loro dei genitori. L’adozione però non è un diritto degli adulti, serve a donare dei genitori ai bambini che non ne hanno, ma oggi non è più così.

Cioè?
Le coppie che fanno domanda attendono anni prima di potere adottare un bambino, perché non ce ne sono più. Inoltre molti paesi del mondo non concederanno più adozioni alla Francia se questa legge sarà approvata, dal momento che paesi come la Cina e altri in Asia hanno procedure nelle quali chiedono che le coppie omosessuali siano escluse. Tutto ciò significa rendere l’adozione per le coppie uomo-donna ancora più difficile.

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Chi espone gli stessi vostri argomenti, di solito, viene chiamato omofobo.
È da due mesi che in Francia sono usciti allo scoperto gli oppositori al “matrimonio per tutti”. Prima chi si opponeva al matrimonio gay veniva subito chiamato omofobo da quasi tutti i grandi media ed era impossibile opporsi senza essere immediatamente tacciati di omofobia. Io e i miei amici omosessuali, che non possiamo certo essere accusati di omofobia, chiediamo che ci sia un dibattito per permettere le unioni omosessuali, ma creando un’istituzione diversa dal matrimonio.

Ad esempio?
Che ci sia un allargamento dei Pacs, che si rifletta sui Pacs. Ma noi non vogliamo il matrimonio, che è riservato all’uomo e alla donna in quanto possono procreare. È così da secoli.

Che cosa chiedete quindi al presidente Hollande?
Noi domandiamo gli Stati generali del matrimonio, cioè domandiamo un dialogo fra François Hollande e il popolo. Perché il presidente aveva promesso che non avrebbe fatto passare una legge con la forza se il popolo francese non fosse stato d’accordo. Ha detto che voleva dialogare col popolo francese. Speriamo che aprirà il dialogo con degli Stati generali sul matrimonio e con un referendum per interrogare tutti i cittadini su questo argomento.

Hollande ha una grande maggioranza all’Assemblea nazionale. Secondo voi la manifestazione può andare a buon fine, la legge potrebbe non passare?
Dipenderà dalla mobilitazione della manifestazione di domenica e del modo in cui il governo ascolterà il popolo francese. La risposta dipende da François Hollande e domenica il popolo francese si rivolgerà a lui, non contro di lui ma per chiedergli di avere tutti insieme il tempo per riflettere su cosa sia meglio per la società francese perché le persone possano vivere in pace.

In che modo?
La pace si costruisce dentro la famiglia e per avere pace nella famiglia bisogna donare ai bambini il quadro più naturale e che più infonde sicurezza per crescere e diventare grandi. Cioè la composizione classica uomo-donna.

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LE CONTRADDIZIONI DELLA DIFESA ITALIANA

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di Gianandrea Gaiani

Le recenti iniziative nel settore della Difesa, dalla riforma dello strumento militare elaborata dal ministro Giampaolo Di Paola agli indirizzi emersi dall’ultima riunione  del Consiglio Supremo di Difesa, non hanno risolto le contraddizioni di fondo dell’Italia nelle questioni di carattere strategico e militare. Il 28 novembre scorso il Consiglio Supremo di Difesa ha “convenuto sull’esigenza che le forze armate italiane restino comunque pronte a fornire nuovi contributi a interventi militari della Comunità Internazionale, qualora se ne evidenziasse la necessità”.  Dove, quando e perché si debba essere pronti a intervenire in armi non viene specificato e il fatto che questi aspetti non certo secondari vengano lasciati alle decisioni della “comunità internazionale” sembra confermare l’ormai definitiva rinuncia italiana alla sovranità nazionale anche negli interventi militari. Paradossale che il massimo organismo militare italiano non subordini  tali interventi alla salvaguardia degli interessi nazionali, che dovrebbero rappresentare l’unico motivo valido e giustificabile (specie in tempi di crisi economica e finanziaria) per mandare le truppe in guerra, pardon, nelle “missioni di pace”.  Certo dopo aver partecipato al conflitto libico e aver consentito, con la cessione delle basi aeree, ai  nostri “alleati” di rovesciare il regime di Gheddafi ogni riferimento alla guerra per la salvaguardia degli interessi nazionali rischia di apparire fuori luogo poiché non si era mai visto nella storia un Paese fare la guerra al suo primo fornitore di petrolio e terzo di gas. Oggi la riforma dello strumento militare dovrebbe consentire all’Italia di mantenere la capacità operativa necessaria a fare ciò che ci chiederanno Usa, Nato, Onu e Ue ma forse anche Lega Araba, Qatar e sauditi considerato l’impegno che anche l’Italia (insieme ad Europa e Occidente) sta mettendo nel regalare Nord Africa e Medio Oriente all’estremismo islamico in cambio di qualche investimento a casa nostra dei fondi sovrani delle monarchie del Golfo. Di fatto aspiriamo a un ruolo da paggi o da gregari che però potremmo avere molte difficoltà a ricoprire a giudicare dalla distribuzione delle risorse finanziarie prevista dal bilancio della Difesa dei prossini tre anni che vede ancora una volta penalizzati i fondi per l’esercizio, cioè per la gestione delle infrastrutture, la manutenzione, il rifornimento di mezzi ed equipaggiamenti e l’addestramento.  Come si può chiedere alle forze armate di restare “pronte a fornire nuovi contributi ad interventi militari” riducendo addestramento e manutenzione di mezzi ed equipaggiamenti? La necessità di rinnovare navi, veicoli e velivoli è comprensibile ma molti dei miliardi che spenderemo nei prossimi anni per gli investimenti non garantiranno le auspicate capacità operative se non ci sarà il denaro per impiegare i mezzi e addestrare il personale. Del resto la stessa Nota Aggiuntiva al Bilancio della Difesa  ammette che “il deterioramento della capacità operativa assumerà a breve termine (uno o due anni) profili di particolare criticità”. Un altro punto fortemente contraddittorio riguarda l’integrazione militare europea, tema finora piuttosto evanescente con l’eccezione del comparto dell’industria della Difesa. Il 6 dicembre Di Paola ha sottolineato davanti alle commissioni congiunte difesa di Camera e Senato “l’importanza di una politica di sicurezza comune” dicendo che ”non è possibile un reale processo di integrazione europea senza una crescita, un approfondimento della dimensione di difesa e sicurezza dell’Unione europea”. Il ministro ha spiegato che l’Italia ha sviluppato un documento dal titolo “More Europe” nel quale si sottolineano “cinque aspetti fondamentali per la dimensione europea di Sicurezza e Difesa: impegno, capacità, connettività, connessione, approccio comprensivo”.  Difficile comprendere però come la proclamata centralità dell’integrazione europea della Difesa possa coincidere con l’acquisto del cacciabombardiere statunitense F-35, nella cui produzione la nostra industria ha un ruolo limitato di sub-fornitore, invece del jet europeo Typhoon prodotto dal consorzio europeo Eurofighter di cui la nostra industria è progettatrice, produttrice ed esportatrice in concorrenza con i velivoli statunitensi.  In questi giorni altre contraddizioni sono emerse nella gestione della “vacanza natalizia” di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre concessa dall’India su richiesta del governo italiano. Come abbiamo più volte sottolineato Roma non ha mai sostenuto la loro innocenza per la morte dei due pescatori indiani limitandosi a ribadire che il caso non ricade sotto la giurisdizione indiana. Le prove raffazzonate raccolte dalle autorità del Kerala contro i due marò sono ben lontane dal dimostrare la loro colpevolezza ma in ogni caso nulla giustifica l’accoglienza da eroi riservata loro dalle massime autorità dello Stato. Si tratta di militari che hanno fatto il loro dovere divenendo protagonisti di una vicenda ai limiti dell’assurdo ma non sono eroi. Quale accoglienza dovremmo riservare, in proporzione, ai veterani di tante battaglie che rientrano dall’Afghanistan?  Se le istituzioni italiane credono nell’innocenza di Latorre e Girone abbiano il coraggio di sostenerla e ribadirla ad alta voce. Se invece  li considerano responsabili di un’azione a fuoco sfortunata ma giustificata dalle circostanze e dalle regole d’ingaggio lo ammettano pubblicamente. L’atteggiamento ambiguo tenuto da Roma per quasi un anno e l’accoglienza da eroi riservata a Latorre e Girone al loro temporaneo rientro in patria rischiano di trasformare tutta la vicenda n una ridicola farsa.

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Come governerà Bersani? Guardate Montepaschi

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di Maurizio Blondet

Scrivo sulla notizia a caldo che Giuseppe Mussari, infine, si è dimesso dalla Associazione Bancaria Italiana. Ma perché è ancora a piede libero il banchiere del Pci-PDi? Come ha rivelato il Fatto, «il Monte dei Paschi di Siena nel 2009 – durante la gestione di Giuseppe Mussari – ha truccato i conti con un’operazione di ristrutturazione del debito per centinaia di milioni di euro di cui oggi i contribuenti italiani pagano il conto». Ciò, attraverso un contratto occulto con la banca Nomura, che «sarebbe servito a Montepaschi per abbellire il bilancio 2009 scaricando su Nomura le perdite di un derivato basato su rischiosi mutui ipotecari che poi i giapponesi avrebbero riversato sul Monte attraverso un contratto “segreto” a lungo termine», non comunicato ai vertici della MPS. Risultato: un buco nel bilancio della banca da 220 a 740 milioni di euro.

Ora, repetita juvant, Montepaschi è la banca dei comunisti italiani. Mussari è stato il banchiere targato PCI e poi PDS, amatissimo da loro perché li ha lasciati depredare le casse della banca, ma stimatissimo (e c’è da chiedersi come mai) anche dagli altri banchieri, visto che lo hanno elevato al vertice della loro prestigiosa associazione nonostante, Mussari avesse già lasciato una banca in rovina con operazioni altamente sospette come l’acquisto di Antonveneta per un prezzo spropositato, che lasciava intravvedere operazioni loschissime, tipo fondi all’estero.

Bersani è contro il «falso in bilancio». Il suo compagno banchiere Mussari ha sicuramente commesso un falso in bilancio. Non ha nulla da dire, Bersani? Sennò si potrebbe pensare che è contro il falso in bilancio, ma solo se lo fanno gli amici e compari di Berlusconi.  Leggi il resto dell’articolo

Un giudizio complessivo su Monti.

Camera - informativa del Governo su politiche UE

di Uriel Fanelli

Mi chiedono un giudizio complessivo, prima delle elezioni, su Monti, come tecnico. Onestamente non ho mai considerato monti come “Tecnico” perche’ viene dall’ Universita’, luogo ove di politica se ne fa eccome, e si fa quella piu’ marcia, corrotta e miserabile. Confondere un accademico per un “non politico” in Italia e’ da mentecatti: un accademico e’ uno stronzo che nuota nella merda, cioe’ un politico che si prostituisce ai piu’ bassi espedienti del carrierismo.
Per spiegare questo occorrerebbe spiegare il mix di massoneria, carrierismo, raccomandazioni e cordate del mondo accademico, diciamo che non voglio che il vostro monitor si tinga di merda, credetemi: chi viene dal mondo accademico rappresenta, per forza di cose , tutti gli aspetti che considerate NEGATIVI della politica, con una concentrazione mai vista nella politica mainstream. Il piu’ pulito tra gli accademici fa sembrare Er Batman un’educanda.
E come tecnico? Monti non e’ un tecnico, e non e’ nessuno nel suo governo. Come sapete faccio il tecnico, anche se molti pensano che io sia ad un “alto bordo” troppo alto, da un paio di decenni ormai, e posso riassumere il lavoro del tecnico – e la relativa etica – in due punti fondamentali:
  • Il tecnico e’ chiamato a produrre o mantenere in funzione applicazioni della scienza teorica.
  • Differentemente dallo scienziato, il tecnico ha come misura del proprio lavoro il buon funzionamento di tali applicazioni.
  • Il buon funzionamento dell’applicazione corrisponde ad una serie di fatti misurabili e non ad opinioni personali.
Il “buon funzionamento” e’ il funzionamento dell’applicazione vista sistema chiuso, dal momento che e’ difficile parlare degli effetti collaterali: ho messo in piedi e fatto girare alla perfezione dei prodotti che non hanno avuto successo sul mercato. Sebbene l’uptime sia stato del 100% e i KPI fossero ottimi, semplicemente ai clienti non piaceva.
In questo caso, il tecnico ha il compito di far funzionare il servizio: che piaccia ai clienti e’ affare di chi lo disegna e di chi lo propone pensando che piaccia, o facendo credere che piacera’ a chi eroga il budget.
Detto questo, un governo di tecnici e’ per forza di cose un governo che:
  • E’ chiamato a produrre applicazioni di una scienza teorica che sarebbe una ipotetica  scienza legata all’attivita’ di governo.
  • Differentemente dal politologo, risponde del buon funzionamento dell’ applicazione stessa.
  • Il buon funzionamento e’ misurato mediante fatti , appunto, che siano misurabili.
 Chiarito questo , occorre quindi capire che se le applicazioni sono i provvedimenti presi dal governo, il tecnico non puo’ dirvi che se fa una legge di bilancio, allora sarete piu’ ricchi o l’economia cambiera’. Pero’, se fa una legge di bilancio che deve abbassare il debito e creare disavanzo, DEVE proprio abbassare il debito e creare disavanzo.
Il punto e’ che il debito pubblico italiano e’ aumentato di misura, senza che il PIL sia cresciuto. Questo e’ un fatto, assolutamente misurabile, che mostra il fallimento di Monti.
L’altro punto era la creazione di disavanzo. E’ vero che oggi c’e’ un poco di disavanzo, ma c’era anche prima di Monti , e se il disavanzo corrisponde ad un aumento del debito, di fatto e’ un giro di cassa: ho chiesto soldi in prestito per tenerli in cassa.
Il governo vanta il calo dello spread, ma su questo bisognerebbe un attimo calcolare il valore. Lo spread alto e’ pericoloso perche’ rende difficile per le aziende avere credito a buon prezzo. Ora, se e’ vero che lo spread e’ abbassato, e’ anche vero che il credito a buon prezzo e’ raro quanto prima.
Anche ammesso che sia stato Monti a far abbassare lo spread, la sua applicazione NON STA funzionando, perche’ credito e’ ancora difficile quanto nei tempi in cui lo spread era alto.
Un’altra persona che appartiene allo stesso governo, la ministrA del lavoro, ha a sua volta un altro bel carico di fallimenti. Innanzitutto nonostante la sua riforma l’occupazione non cambia ne’ in qualita’ ne’ in quantita’, e poi ha fatto errori clamorosi con gli esodati: inizialmente erano solo 60.000, poi se ne sono aggiunti altrettanti e…. e a questo punto un tecnico perde il posto, perche’ un errore di capacita’ del 100% non e’ tollerabile, PUNTO. Un-tecnico-non-puo’.
E’ difficilissimo vedere le applicazioni del lavoro “tecnico” degli altri ministri.
Innanzitutto perche’ non si capiva quali fossero i fatti cui miravano: un tecnico risponde di una applicazione che viene misurata in qualche modo, noto sin dal’inizio. Quali fossero le applicazioni che la Cancellieri era chiamata a produrre, o che era chiamato a produrre Profumo, o Passera, non si e’ mai capito, ne’ come si intendesse misurarne l’efficacia. Su quali fatti?
Saro’ molto sincero: i signori del governo Monti non si sono certo comportati come tecnici. Non hanno stabilito KPI o KSI sin dall’inizio, non hanno chiarito quali fossero gli obiettivi, o meglio: inizialmente l’obiettivo era la crescita, ma poi hanno lasciato perdere.
Colgo l’occasione per ricordare che non e’ che le loro applicazioni NON ABBIANO FUNZIONATO: e’ semplicemente CHE NON LE HANNO COSTRUITE.
Le famose “liberalizzazioni” non hanno fallito: semplicemente, tra emendamenti e modifiche, non sono mai divenute leggi. Le riforme fatte non sono mai diventate efficaci perche’ NON SONO MAI STATE REALMENTE REALIZZATE.
Supponiamo che mi chiedano di costruire un sistema che faccia BGP Attraction e che mi diano dei valori su cui misurare il suo funzionamento, tipo Uptime, tipo latenza, oscillazione, eccetera.
Se io costruisco un sistema e manco di raggiungere gli obiettivi di uptime, latenza, oscillazione, banda, traffico, possiamo ancora cercare le cause del fallimento nell’ambiente circostante. Magari non c’era traffico da attirare.
Ma se il sistema NON VIENE MAI COSTRUITO E NON ENTRA MAI IN PRODUZIONE, non posso dare la colpa alla congiuntura: non ho MAI COSTRUITO il sistema che doveva fare delle cose. Il problema non e’ che il sistema abbia funzionato MALE, il problema e’ che non e’ mai stato costruito!

Il punto di Monti non e’ che le sue riforme abbiano fallito nel raggiungere i KPI. E’ che NON HA MAI FATTO ALCUNA RIFORMA.

Ora, tra i tecnici ce ne sono alcuni piu’ bravi nella fase del design e dell’implementazione, cioe’ nel costruire, e altri molto bravi nel cosiddetto BAU , Business As Usual, quando bisogna monitorare il sistema, tenerlo oliato e funzionante, prevedere i tempi di manutenzione e di rinnovo delle parti, eccetera.
Monti non ha dimostrato ne’ di saper costruire qualcosa di nuovo – cosa che non ha fatto- ne’ di saper far funzionare bene l’esistente: il continuo degrado nel funzionamento della macchina pubblica e’ sotto gli occhi di tutti. Non solo non e’ migliorata, ma e’ addirittura peggiorata: le province italiane sono in un limbo di mancati finanziamenti e mancato consolidamento , per dirne una. Le aziende italiane sono ancora in attesa di 70 miliardi di pagamenti dallo stato, per dire la seconda.
Monti non e’ riuscito a costruire niente che non esistesse gia’, non ha migliorato nulla di quanto c’era, non ha raggiunto gli obiettivi che si proponeva, ovvero le riforme, e come se non bastasse l’unico obiettivo che dice di aver raggiunto, il calo dello spread, non sta producendo l’effetto sperato di rendere piu’ facile l’accesso al credito.
 Un’altra puttanata che dicono di Monti e’ la cosiddetta “credibilita’” dell’ Italia. Ora, se sei un politico questa e’ una carta che ti puoi giocare facendoti fotografare a destra e a sinistra con altri capi di stato. Ma se dici di essere un tecnico, occorre una misura, e una misura di qualche fatto, che non sia riconducibile a sensazioni o opinioni.
Un fatto che misura la credibilita’ di un paese e’ la quantita’ di investimenti stranieri. Tali investimenti sono aumentati? No.  Su quali fatti dite che sia aumentata la “credibilita’” dell’ Italia? In realta’ avete solo opinioni, niente di misurabile, cosa tipica dei politici: sono loro che lavorano con le opinioni.
Sia Chiaro,non sto facendo campagna elettorale. Ma se mi chiedete un giudizio su Monti, allora lo riassumo cosi’:
  • Non e’ vero che non sia un politico, anzi viene dalla peggiore e piu’ maleodorante pozza di miserabile politica che esista in Italia, ovvero il mondo accademico. E’ un politico, E DEI PEGGIORI.
  • Non e’ vero che sia un tecnico, perche’ non ha mai avuto ne’ accettato la responsabilita’ dei meccanismi da lui gestiti.
  • Le uniche cose che dice di aver migliorato non hanno portato risultati positivi (lo spread) o non sono misurabili nei fatti (la credibilita’).
  • Non ha FATTO proprio un bel niente che non esistesse gia’, ovvero ha aumentato le tasse come avevano fatto tutti.
  • Ha peggiorato diverse cose, tra cui tasso di disoccupazione e ammontare del debito pubblico.

In altre parole: un totale fallimento, nelle premesse, nell’esecuzione e nei risultati.

Monti vi e’ sembrato spettacolare solo perche’ prima c’era Berlusconi. In senso assoluto, fuori dal confronto, legato principalmente alla percezione mediatica, il governo Monti e’ stato uno dei PEGGIORI governi che l’ Italia abbia mai avuto. 

Fonte

Rifiuti speciali: bruciati nei cementifici, arriva l’ok del Senato

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di Debora Billi

Si bruceranno rifiuti senza costruire inceneritori. E a tenere a bada la popolazione ci penseranno i “bravi ragazzi”, che nei cementifici bruceranno poi quel che vogliono.

Mentre voi siete lì a scrivere post sui rifiuti, a raccogliere firme contro l’inceneritore dietro casa, ad invocare la differenziata e a sfilare al corteo alla discarica, c’è qualcuno che approva in sordina la seguente cosa:

All’articolo 3, comma 1, lettera d), e comma 3, nonché all’articolo 5, comma 3, la parola: ‘salve’ sia sostituita con le parole: ‘ivi incluse'”.

Non avete capito niente? Così dev’essere. Infatti, l’enigmatico decretino appena approvato al Senato, con la sostituzione dell’altrettanto enigmatica paroletta, in pratica stabilisce che i rifiuti solidi urbani siano considerati rifiuti speciali e possano essere bruciati nei cementifici. Lo avevamo anticipato già nell’aprile scorso.

Qual è il vantaggio di ciò? Semplice: in Italia c’è una notevole produzione di cemento, e quindi i cementifici sono praticamente ovunque. In ogni regione, in ogni provincia, quasi in ogni comune. Voilà: non c’è più bisogno di costruire inceneritori, per incenerire rifiuti. Non solo, l’incenerimento nei cementifici impedisce il controllo da parte dei cittadini, quello che si verifica continuamente con i termovalorizzatori: i cementifici sono piccoli, privati, sparsi ovunque, chi potrà riuscire a controllare cosa si brucia lì dentro?

Anche perché in molti casi si rischia anche la fucilata, è noto che molte aziende cementiere sono ahinoi in odor di mafia o camorra. Consegnando loro anche i rifiuti, tra l’altro, è come autorizzarli a bruciare nei loro forni davvero la qualunque: già lo fanno illegalmente, ora lo faranno quasi legalmente. Chi andrà a controllare che nel cementificio non si brucino anche rifiuti tossici, clandestini, persino radioattivi come già accaduto, o provenienti da chissà dove? E che le ceneri speciali non vengano mescolate al cemento?

E’ la quadratura del cerchio. Si è inventato un sistema per far scomparire una buona volta tutti i rifiuti urbani, speciali e tossici senza dover combattere battaglie estenuanti con la cittadinanza; senza dover costruire mille inceneritori; senza sfinirsi a mandare Arpa e controlli. Saranno i bravi ragazzi a tenere a bada il territorio circostante, e si sa che i bravi ragazzi mantengono l’ordine pubblico molto meglio dei manganelli.

Ad ogni microarea il suo microinceneritore, e tutti zitti. Miracoli della filiera corta.

Fonte

Democrazia diretta.

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di Uriel Fanelli

Sempre a riguardo della questione tecnologica, mi hanno chiesto che cosa pensi della “democrazia diretta via internet”, ovvero dell’idea di usare gli strumenti ed i tempi di Internet per gestire la partecipazione alle elezioni. Questa idea della tecnologia diretta e’ molto diffusa, sta prendendo piede, e devo dire che e’ una delle cazzate piu’ immani della storia.
Il problema e’ che moltissimi pensano che il problema della democrazia sia la democrazia stessa. Pensano cioe’ che basti dare il voto a tutti per ottenere il miglior paese possibile, quando la democrazia in se’ e’ nata per scongiurare che si ottenga il peggior paese possibile , ma non garantisce per nulla di avere il migliore.
Quando e’ nata la democrazia era un mezzo. Nessuno si sognava di dire che fosse un sistema di valori, o un sistema politico dotato di ideologia. Essa fu adottata per una ragione semplice: se la maggioranza e’ d’accordo con qualcosa, e se ne e’ pure discusso con la minoranza -magari facendo qualche concessione- il sistema e’ piu’ lontano dall’idea di rivolta violenta o di guerra civile.
Questo pero’ e’ evidentemente un mezzo, e’ uno strumento. Non e’ certo un insieme di valori o un qualcosa che , da solo, vi possa garantire un governo.
Facciamo un esempio pratico per spiegare. Ricorderete la vicenda di Omar ed Erika. I due uccisero a coltellate la madre di Erika e il fratellino, e la prima cosa che fece la ragazza fu di uscire gridando che erano stati alcuni slavi. Leggi il resto dell’articolo
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