Bye Bye Italia, au revoir! O meglio: 再見

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di Sergio Di Cori Modigliani

E così, di riffa e di raffa, il Bel Paese se ne va.
O meglio, diciamo piuttosto che, con il trascorrere dei giorni, diventa sempre più chiaro come -a dispetto della apparenze- non siamo nelle mani di beceri incompetenti, di cialtroni immeritevoli, di raccomandati di lusso, incapaci di mettere in piedi uno straccio di progetto decoroso che funzioni e sia efficace.
Siamo nelle mani di una classe dirigente politica che si è macchiata e si sta macchiando del più orribile crimine che in tutte le civiltà, presso tutte le etnie, in tutte le epoche, è sempre stato considerato come l’atto più vile e tragico che si possa compiere: il tradimento della propria comunità e la svendita del territorio della propria cittadinanza allo straniero. 
Perchè una cosa è il dramma delle guerre, dove l’invasore prepotente si appropria con la violenza delle armi di beni che non sono suoi.
Ben altra cosa è avere la certezza di essere capitanati da un manipolo di solerti impiegati che hanno scelto di consegnare i forzieri nazionali -riempiti grazie al lavoro di centinaia di generazioni diligenti, industriose e parsimoniose- nelle mani dei nostri più agguerriti competitors internazionali, invitando a nozze gli invasori e dicendo loro: prego signori, accomodatevi, svendiamo il tutto al prezzo migliore.
Conclusa la prima fase un mese fa, è iniziata da oggi la seconda fase, quella che consegna la Telecom agli spagnoli di Telefonica, l’Alitalia ai francesi di Air France, e tre aziende strategiche del gruppo Ansaldo, cioè la “Energia” la  “Sts” e la “Breda” rispettivamente al gruppo imprenditoriale coreano denominato Doosan, agli statunitensi di General Electric e il gioiello metalmeccanico ai giapponesi di Hitachi. Se ne va via anche la Ansaldo, e sono già in trattative per vendere le aziende strategiche impiegate nella costruzione di navi ai cinesi, i quali verranno a costruire le loro navi in Italia -a prezzi cinesi si intende- per poi ormeggiarle nel porto del Pireo, acquistato in toto due mesi fa. Una vera pacchia. Per loro si intende.
Quattro aziende di Finmeccanica e l’Eni sono già in trattative avviate, soprattutto con i qatarioti, a questo serviva loro impossessarsi -come hanno fatto- prima di Unicredit, poi acquistare Valentino Garavani insieme a centotrenta industrie tessili nazionali e adesso si prenderanno anche il nostro know how ingegneristico in campo petrolifero.
Allora a questo serve lo stallo.
Allora è questo il vero obiettivo dell’immobilismo politico italiano.
Fare in modo che non accada nulla, che non cambi nulla, che non migliori nulla, in modo tale che i prezzi si abbassino e si faccia lo shopping del Made in Italy. Una volta conclusa questa fase, manderanno a casa gli attuali impiegati e ci metteranno dei nuovi manager a gestire le briciole. Di italiano sarà rimasto soltanto il marchio.
Quindi il Made in Italy è finito.
Ho saputo che tre giorni fa si è chiusa la trattativa della compravendita di una importante azienda vinicola in Toscana, una di quelle che produce il marchio DOC classico del Chianti gallo nero, finita nelle mani dei cinesi. L’azienda si chiama Casa Nova. Si trova a Greve, tra Firenze e Siena. Si tratta di due gruppi di case coloniche, otto ettari di vigneti e due di oliveto acquistati da uno speculatore finanziario di Hong Kong che rappresenta gli interessi di un gruppo farmaceutico di proprietà del governo cinese. Sono venuto a scoprirlo per un caso, guardando una intervista alla televisione argentina a un loro imprenditore, Alejandro Bulgheroni (nipote di italiani) il quale aveva acquistato sei mesi fa un’altra azienda Chianti DOC, la Poggio Landi. Costui, un supermiliardario, spiegava come, grazie all’Italia, l’Argentina da undicesima è già diventata la settima nazione vinicola al mondo e si appresta -per l’appunto- a fare concorrenza al nostro paese, passato in dieci anni dal primo al terzo posto ed entro il prossimo quinquennio accreditato di un decimo posto, superati da Spagna, Cile e Colombia. Così stanno le cose. Per il momento siamo terzi, dietro Usa e Francia che resiste al primo posto avendo stravinto la secolare guerra del vino con l’Italia. La Cina ha aumentato il consumo di vino del 30% e produce adesso 17 milioni di ettolitri all’anno. Ha bisogno del vino italiano. Perchè? Una Legge dello Stato cinese stabilisce che per poter esportare vino “cinese” doc è sufficiente che all’interno delle bottiglie vi sia il 15% di uve locali. Hanno deciso allora di cominciare a prendersi il vino italiano migliore, così lo inviano in Cina attraverso il porto del Pireo e lo imbottigliano a Shangai creando un vino cinese originale (sembra che sia ottimo) ma che è composto all’85% delle uve del Chianti. Quindi, siccome per il vino ciò che conta è il sapore, la Cina si impossesserà di tutti i mercati internazionali stracciando la concorrenza con il vino italiano perchè venderà vino italiano ovvero sapore italiano vero come vino cinese, davvero diabolici. La grande azienda vinicola Oliveto, della famiglia Machetti, è stata venduta alla Solaya International di Panama, modesta società anonima di copertura dietro la quale si nasconde la Bank of China. 
L’Italia perderà tutti i mercati.
Se ne sono andati anche l’Orzo Bimbo venduto ai tedeschi.
Se ne sono andati via i salumi Fiorucci.  E i sughi e le conserve Star.
Anche la Parmalat, divenuta francese. E i Galli si sono presi anche la Galbani, la Locatelli, l’Invernizzi. 
Per non parlare del cashmere italiano di Loro Piana e di Bulgari. La moda è ormai loro.
Se ne è andato anche lo spumante Gancia e tutta la produzione piemontese degli aperitivi italiani, venduta a Roustam Tariko, un miliardario moscovita.
Dopo i biscotti e la pasta Buitoni, se ne è andato anche il riso Scotti: e qui la cosa è davvero grave. Perchè la celebre azienda di Pavia l’ha venduta a una multinazionale spagnola dell’alimentazione gestita dai colossi finanziari che intendono usare questi marchi per lanciare un sistema di alimentazione seriale industriale che impoverirà l’alimento, la sua qualità nutritiva e di italiano non avrà proprio un bel nulla. L’azienda spagnola si chiama Ebro Foods. Se l’è presa per 18 milioni di euro lo scorso luglio.
Gli spagnoli stanno usando i soldi avuti in credito dal Fondo Salvastati al loro sistema bancario per acquistare aziende italiane. Quel fondo è alimentato in larghissima misura dai soldi del contribuente italiano. In pratica, ciò che questo governo e quello precedente hanno avallato è la seguente manovra: il fondo europeo dà i soldi alle banche spagnole che acquistano aziende italiane. 
In una intervista di qualche mese fa il Dr Dario Scotti, presidente e amministratore delegato della Riso Scotti spa, attaccato dai sindacati di categoria che avevano denunciato il fatto inascoltati aveva dichiarato:  
La partnership con la multinazionale alimentare iberica ha la valenza di un’alleanza industriale e commerciale per penetrare mercati internazionali, con l’obiettivo di sviluppare la produzione del sito industriale e di allargare le frontiere al risotto “made in Italy” e ai tanti prodotti derivati dal riso che produciamo e commercializzamo. La scelta è stata attenta e meditata, nel desiderio di esprimere una rinnovata e maggiore forza industriale come primo gruppo risiero europeo, in termini di sviluppo e di distribuzione di prodotti di nuova generazione. È certamente una scelta legata allo sviluppo dei nuovi prodotti: con la loro ricerca e le nostra, con il loro sistema distributivo e il nostro, con le forze messe insieme, insomma, si potranno ottenere i risultati migliori“.

Balle! Grosse come una casa, è l’opinione della Coldiretti di Pavia che raggruppa i consorzi dei piccoli produttori agricoli del pavese, del piacentino e della pianura padana. Ha pubblicato un allarmante studio dal titolo “Mani spagnole sulla Riso Scotti” nel quale sostiene che la Ebro Foods intende delocalizzare la produzione spostandola in Spagna. Il che vuol dire un altro pezzo importante dell’agricoltura nazionale che se ne va. Oltre al fatto che aumenterà la disoccupazione.
Il presidente della Coldiretti di Pavia, Giuseppe Ghezzi ha dichiarato “temo fortemente che questa sia una strada che porterà alla produzione di derrate alimentari standardizzate e uniformizzati, che di italiano avranno ben poco”.

Sergio Marini, presidente nazionale della Coldiretti, in un convegno di un mese fa ha lanciato un poderoso allarme rimasto inascoltato e poco comunicato. Ha detto:

Lo scaffale del Made in Italy non c’é più nella realtà, è rimasta l’esigenza del prodotto italiano perchè c’è fame di Italia, grazie al nostro buon nome, ma è in atto una drammatica escalation nella perdita del patrimonio agroalimentare nazionale. I grandi gruppi multinazionali che fuggono dall’Italia della chimica e della meccanica, investono ora nell’agroalimentare nazionale perché, nonostante il crollo storico dei consumi interni, fa segnare il record nelle esportazioni grazie all’immagine conquistata con i primati nella sicurezza, tipicità e qualità. Ma il passaggio di proprietà ha spesso significato svuotamento finanziario delle società acquisite, delocalizzazione della produzione, chiusura di stabilimenti e perdita di occupazione. Si è iniziato con l’importare materie prime dall’estero per produrre prodotti tricolori. Poi si è passati ad acquisire direttamente marchi storici e il prossimo passo è la chiusura degli stabilimenti italiani per trasferirli all’estero. Un processo – conclude il presidente Coldiretti – di fronte al quale occorre accelerare nella costruzione di una filiera agricola tutta italiana che veda direttamente protagonisti gli agricoltori per garantire quel legame con il territorio che ha consentito ai grandi marchi di raggiungere traguardi prestigiosi”.
Saranno almeno nutrienti?
 
E’ il trend attuale, sintomo e termometro di un paese sconfitto nella propria identità più profonda e antica: il cibo, i nostri sapori, i nostri odori, i nostri colori.
Basterebbe seguire in rete due siti per comprendere come si sono messe le cose  Si tratta di due siti dove si vendono aziende intere, capannoni, pezzi di fabbrica, terreni prefabbricati a qualunque prezzo (andare a leggere per credere):
www.cinesichecomprano.com  o il più affermato 
questi, secondo il Mago Attel, il Delinquente e l’Innominabile, sarebbero i “chiari segnali” che la ripresa economica italiana è già partita.

E’ il Parlamento al corrente di questa pratica diffusa?

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Università e generazione-spread. La sottomissione di una Nazione si misura dalla gioventù

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di Sebastiano Caputo

Da generazione-madre, la gioventù italiana, si sta lentamente trasformando in una generazione-spread in balia dei mercati, della globalizzazione, dei mercanti, dell’“inglesizazzione” della società.

La Sovranità è tutto per una Nazione. Senza sovranità non può esistere lo Stato. Senza Stato, la nazione non può preservare la sua storia e conservarsi nei secoli. Il grado di sudditanza dell’Italia ad esempio si percepisce non solo dal fatto che i presidenti nordamericani abbiano usato per mezzo secolo il Mediterraneo come piscina della Casa Bianca e la penisola italiana come trampolino per i loro tuffi imperialisti, ma dalle nuove generazioni, che per definizione racchiudono l’avvenire e la conservazione della cultura popolare in quanto generazione-madre. In Italia però, come hanno insegnato i vari Prodi, Andreatta, Amato, Draghi, Monti, “padri della Repubblica”, è meglio tradire piuttosto che combattere per il proprio futuro. Da generazione-madre, la gioventù italiana, si sta lentamente trasformando in una generazione-spread in balia dei mercati, della globalizzazione, dei mercanti, dell’“inglesizazzione” della società, in un mondo moderno dove hanno trionfato subdolamente l’individualismo democratico, il razionalismo illuministico, il cosmopolitismo kantiano, il positivismo inglese della seconda metà dell’Ottocento e l’utilitarismo di Jeremy Bentham e John Stuart Mill.

Il sistema educativo nostrano – il quale dalla riforma Gentile ad oggi, riusciva a cogliere l’essenza dell’Italia e degli italiani, le sue particolarità storiche e sociali – sta subendo un progressivo smembramento, soprattutto al livello universitario. Da una parte, il sistema iperliberista impone tagli alle risorse degli atenei, dall’altra, a causa delle privatizzazioni e del pensiero unico dominante in Europa, il modello anglo-sassone sta spazzando via il patrimonio didattico italiano nel nome dell’esterofilia e del libero mercato.

Il test a risposta multipla (usato nelle strutture anglo-americane) è diventato la chiave per accedere alle facoltà (un sistema che lascia poco spazio al merito), i corsi in inglese negli istituti si sono moltiplicati tanto da aver sostituito l’italiano in alcuni atenei, le università si sono trasformate in macchine per generare profitto (Bocconi, ecc.)  oppure in fabbriche di burocrati o perfetti funzionari di regime (Harvard, MIT ecc.), infrastrutture-aziende in mano a potentati economici (Luiss-Confindustria) o a gruppi di potere (LSE-Fabian Society) in competizione fra loro, riservate ad un ceto sociale piuttosto che ad un altro (e quindi non ai migliori), al punto da costringere talentuosi giovani ad indebitarsi con le banche pur di rispondere alle nuove richieste del mercato del lavoro.

Il livello di sottomissione di una nazione si misura dalla gioventù, è vero. In Italia, la generazione-spread, inebriata dall’esterofilia – l’erba del vicino è sempre più verde -, va su internet e con un click guarda i “rankings” (molto probabilmente in mano ad istituti privati che in base alle bustarelle versate determinano le classifiche)  per vedere quali sono le migliori università del mondo non sapendo però, che “il sistema uccide tutti non solo i poveri” (Massimo Fini).

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IL FORZATO DECLINO DELL’ENI E LA FINE DEL SUO “IMPERIALISMO DEBOLE”

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Il caso siriano ha segnato quello che è forse il tramonto definitivo del pacifismo tradizionale, la cui caratteristica era di opporsi alla guerra, ma spesso senza demistificare la versione ufficiale dei fatti. L’aggressione di Bush all’Iraq nel 2003 vide una notevole mobilitazione pacifista, ma quel movimento non contestò sostanzialmente l’attendibilità della fiaba sulle presunte armi chimiche di Saddam. Si puntò invece sul “dare tempo” agli ispettori ONU, come se ci fosse davvero qualcosa da cercare, e magari una via diplomatica per risolvere la questione. La stessa ONU non cessava quindi di essere un punto di riferimento, anzi si sperava ancora che potesse costituire un elemento di garanzia del diritto internazionale contro il cosiddetto “unilateralismo” di Bush.
La differenza con la situazione attuale appare abbastanza evidente, dato che nessun oppositore all’aggressione contro la Siria ha ritenuto di affidarsi al responso degli “ispettori” ONU circa l’accusa ad Assad di aver usato armi chimiche. Una evoluzione di almeno una parte dell’opinione pubblica dal semplice pacifismo ad un più consapevole antimperialismo, appare oggi più realistica, poiché si è fatta strada una versione diversa dei fatti, che individua negli slogan umanitari un alibi per mascherare precisi progetti di destabilizzazione, saccheggio e genocidio.
Per molto tempo l’opposizione è stata più un atteggiamento ed uno stato d’animo, più uno slancio autoeducazionistico, piuttosto che una reinterpretazione degli eventi. Abbiamo avuto così un comunismo che si opponeva al “mercato” come se questo esistesse davvero, e non fosse soltanto uno slogan di copertura dell’assistenzialismo per ricchi. Ma abbiamo avuto anche un “antimperialismo” che, mentre contestava la pretesa statunitense di dominare il mondo, non faceva altro che rappresentare popoli “minorenni” e barbari, bisognosi appunto di tutela imperiale. Un film culto del 1962, “Salvatore Giuliano” – con la regia di Francesco Rosi e con la collaborazione di un genio della sceneggiatura come Franco Solinas -, può costituire un esempio preciso di quel modo di condurre un malinteso “impegno civile”, cioè quella pretesa di opporsi al potere senza operare una demistificazione del potere. Al di là dei suoi notevoli meriti estetici, il film lascia infatti lo spettatore senza aver compreso nessuno degli interessi imperialistici che destabilizzavano la Sicilia degli anni ’40, e il tutto viene ridotto ad una tragica, ma meschina, vicenda italiana, il cui messaggio si riduce in definitiva al razzismo nei confronti della Sicilia.
Il fatto che oggi si sia diffusa una maggiore consapevolezza antimperialistica, non significa comunque che i meccanismi dell’intossicazione informativa abbiano cessato di funzionare, come dimostra il perenne tentativo di riciclare l’immagine del Buffone di Arcore come campione dell’indipendenza energetica dell’Italia, e magari pure come fiero avversario dell’euro, tanto che avrebbe avuto già pronti in tasca i piani per l’uscita dalla moneta unica prima di essere abbattuto da un vile colpo di Stato.
Queste sciocchezze fanno da alibi non solo ad una destra “antagonista” priva di senso del ridicolo, ma soprattutto a quella finta sinistra che si fa un punto d’onore di non contestare nessuno dei capisaldi istituzionali del sistema coloniale sovranazionale, etichettando come “populismo” tutto ciò che si oppone a quel sistema. Se il Buffone era amico di Gheddafi e contro l’euro, allora vuol dire che Gheddafi era il mostro, e che l’euro deve avere qualcosa di buono. Che l’attuale tutela/sorveglianza del Fondo Monetario Internazionale sull’Italia sia stata sancita ed accettata nel novembre del 2011 dall’ultimo atto di governo del Buffone, rimane un dettaglio confinato nel dimenticatoio della Storia.
La politica energetica dei rapporti privilegiati con Putin e con Gheddafi fu invece lanciata in grande stile all’epoca del secondo governo Prodi, anche se allora, come per il successivo terzo governo del Buffone, l’attore vero della politica estera italiana fu esclusivamente l’ENI. Dagli anni ’50 l’ENI è stato il soggetto attivo di un efficace “imperialismo debole”, concorrenziale rispetto a quello delle grandi multinazionali energetiche. In questo suo ruolo internazionale, l’ENI era diventato spesso il punto di riferimento ed il collaboratore naturale di nazionalismi economici locali, bisognosi di assistenza tecnologica e di relazioni affaristiche.
L’aggressione della NATO alla Libia del 2011 è riuscita a liquidare non solo Gheddafi, ma anche quel ruolo politico internazionale dell’ENI. Oggi l’AD dell’ENI, Paolo Scaroni, cerca di minimizzare davanti ai media i danni inferti all’ente energetico italiano dalla guerra contro la Libia. Si ammette che la produzione è sì ripresa, ma mica tanto. E il calo drastico della produzione è solo l’aspetto più esteriore del problema, dato che qui si tratta della perdita del ruolo dominante dell’ENI in Libia.
L’attacco della NATO all’ENI, è stato seguito da analoghi attacchi da parte di istituzioni italiane. L’Antitrust nel 2011 inoltre ha imposto all’ENI di disfarsi della SNAM, le cui azioni sono state cedute ad un’altra società partecipata dal Tesoro, la Cassa Depositi e Prestiti. Tutto sembrerebbe rimanere in famiglia, e la Corte dei Conti plaude al rinvigorimento finanziario dell’ENI.
Di fatto la SNAM era per l’ENI una cassaforte non solo finanziaria, ma anche tecnologica, e soprattutto un suo passepartout internazionale per l’affare del secolo: i metanodotti. Oggi il ministro dell’Economia Saccomanni parla di cedere le quote ENI possedute dal Tesoro, e si paventa la svendita. Ma si sta già parlando di un ENI dimezzato e azzoppato.
Un’altra società del gruppo ENI, la SAIPEM è infatti da tempo oggetto di uno stillicidio, sia per le sue difficoltà commerciali che per la sua vulnerabilità ai ciclici attacchi in borsa. L’ultimo crollo azionario è del giugno scorso.
Nelle difficoltà della SAIPEM c’entrano anche le disavventure giudiziarie di una sua controllata dal 2006, la SNAM Progetti, finita sotto inchiesta per tangenti in Nigeria ed in Algeria. Tutti gli storici ammettono che il celebrato Enrico Mattei edificò la potenza mondiale dell’ENI sul potere delle mazzette, ma oggi per quegli stessi metodi si fa finta di scandalizzarsi, poiché, evidentemente, così viene ordinato.
Come già la guerra in Libia, anche l’aggressione della NATO contro la Siria va ad attaccare direttamente la posizione dell’ENI in quell’area; anzi, oggi è direttamente la SAIPEM a trovarsi al centro di un altro scandalo giudiziario per presunte tangenti al regime siriano. Le accuse, riportate in dettaglio dal settimanale “l’Espresso” si spingono ad ipotizzare una sorta di legame finanziario/affaristico stabile ed organico tra la SAIPEM ed alcune società siriane.
Si trattava di operazioni del tutto coerenti con il ruolo storico di “imperialismo debole” dell’ENI, ma oggi è proprio quel ruolo a trovarsi in fase di liquidazione da parte dell’imperialismo forte. Risulta significativo che a farsi giustizieri dell’ENI per conto della NATO, siano la magistratura ed un settimanale accreditato come di “sinistra”; lo stesso settimanale che nel 2012 aveva agitato un analogo scandalo riguardante un altro soggetto dell’imperialismo debole all’italiana, cioè Finmeccanica, accusata di fornire sofisticata tecnologia delle comunicazioni (il TETRA) al vituperato regime siriano. Si tratta delle normali tecniche di confusione del lobbying delle multinazionali, che usa spesso la “moralizzazione” o le “motivazioni umanitarie” per attaccare i propri concorrenti in affari.

 

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Il tavernello in cartone come metafora della presenza divina.

4.1.1

di Uriel Fanelli

Finisco il discorso sui provinciali per esplorare l’ultima delle loro caratteristiche salienti, ovvero il fatto di elevare minchiatine irrilevanti a ragione di vita, dando (che so io) ad una questione irrilevante tipo “io vivo per il Napoli” (calcio). Non riesco a capire come si possa “vivere per il Napoli” o sostenere che “la Roma e’ una fede”. Quando ero adolescente ci fu la prima grande rimonta del Napoli, e i ragazzi di origine meridionale a Ferrara si sentivano “in dovere di tifare Napoli perche’ secondo loro “rappresentava una metafora storica del riscatto del Sud” (1)

Ora, in che modo un drogato paramalavitoso argentino possa “rappresentare il riscatto del sud” mi sfuggiva, ma il peggio era che si pretendeva che rappresentasse una metafora STORICA . Ammesso di sapere con esattezza cosa sia una “metafora storica”, che diavolo significava? Significava che auspicavano che un drogato argentino diventasse una cosa come il Principe di Machiavelli e si mettesse a lottare per l’indipendenza? Che cosa diavolo significa “il Napoli di Maradona come metafora storica del riscatto del sud?”.
In realta’, col senno di poi, il concetto era abbastanza chiaro: siccome gli altri compagni diciamo “del nord” non avrebbero tifato napoli, il risultato era che il tifo per il Napoli era una specie di cosa “che era soltanto loro”: insomma, serviva come identita’ tribale a buon mercato. E ripeto: a buon mercato, perche’ dopo spieghero’ di che cosa parlo.
Ed e’ proprio questo che genera la personalita’ del provinciale, ovvero la costruzione dell’ Io che avviene basandosi su cazzatine irrilevanti di nessun peso , dovuta principalmente alla mancanza di istanze reali nella societa’ di provincia.
Partiamo dalla costruzione dell’identita’. Siamo in un paesino, e voi siete adolescenti. Per prima cosa dovete stabilire che voi siete voi, e come se non bastasse la mammina italiana vi ha spiegato che siete importanti, speciali, dei pezzi unici e rari, dei capolavori inimitabili, dei fiori che sbocciano ogni cento anni. La prima domanda che vi porrete sara’ questa:
Ma perche’ cazzo nessuno si accorge di tutto questo ben di Dio che sono?
La conclusione e’ , ovviamente, che dovete in qualche modo “farvi notare”, ovvero dovete fare qualcosa di continuamente visibile che  vi distingua dagli altri. Perche’ se siete speciali, come la mamma vi dice, sicuramente prima ancora di essere uguali a voi stessi dovrete essere DIVERSI DAGLI ALTRI. Tuttavia dovete essere dentro il gruppo abbastanza da avere una reputazione, da godere dei risultati di tanta stupendita’ che elargite gratis (e nessuno che vi dica grazie!) , e quindi dovete essere diversi ma dovete anche essere accettati. Leggi il resto dell’articolo

Il Ginepraio delle Adozioni Gay

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Sembra che la Germania sarà il primo paese in Europa ad introdurre l’opzione “Indeterminato” per definire il genere sessuale di un neonato nel certificato di nascita. Sembra che in Australia la norma sia già in vigore da anni. (Fonte).

Sembra che la ministra italiana per l’integrazione sociale Cecile Kyenge abbia espresso la propria approvazione circa la eventuale sostituzione – su certificati ed estratti di famiglia – dei termini ‘Madre’ e ‘Padre’ con le espressioni neutre: ‘Genitore1’ e ‘Genitore2′” (Fonte), innovazione già in vigore negli USA ed in Francia (Fonte).

Ormai da diversi lustri una interminabile successione di input politici e culturali sta sollevando il sospetto che non manchi molto alla introduzione di leggi con cui si riconoscerà alle coppie omosessuali il medesimo diritto di adottare o concepire figli via procreazione assistita, ad oggi riconosciuto alle coppie eterosessuali, il tutto con la tutela della cosiddetta ‘giustizia’, l’ausilio della scienza, la benedizione dei vertici ecclesiastici ed il supporto politico dei progressisti.

Dando per appurato che al giorno d’oggi nessun evento possa contare sull’avallo dei media main-stream senza la benedizione dei poteri che ne detengono il controllo, è il caso di chiedersi che tipo di tornaconto stiano perseguendo i burattinai supportando la introduzione delle adozioni gay.

C’è chi le ascrive ad una soave tendenza alla filantropia dettata da un profondo senso dell’amore, della uguaglianza e della tolleranza. Ipotesi toccante ma poco credibile in quanto incompatibile con le numerose azioni ed omissioni fondate sull’odio, la usurpazione, la violenza, la disuguaglianza, la intolleranza di cui in ogni campo si rende artefice la moderna classe burattinaia a discapito di (quasi) tutte le minoranze etniche, culturali e sociali.

C’è chi è convinto che tale campagna sia orchestrata da una potente ‘lobby gay’ che agirebbe mossa dallo impulso di donare maggiore ‘dignità’ sociale ai cittadini del ‘terzo’ orientamento sessuale. Ma anche qui appare poco credibile che persone omosessuali molto potenti prendano a cuore simili questioni. Sono altri gli obiettivi perseguiti da chi detiene il potere, di qualsiasi orientamento sessuale esso sia. 

Potrebbe essere – come sostiene qualcuno (link) – un espediente amministrativo atto a scongiurare che l’assistenza medica del superstite delle coppie omosessuali finisca per gravare sul sistema sanitario (in predicato di privatizzazione).

Potrebbe inquadrarsi in un progetto di ingegneria sociale a lungo termine, finalizzato a smantellare nell’arco di circa un secolo l’impianto della famiglia tradizionale, tutto ciò per soddisfare l’ormai chiara esigenza sistemica di disgregazione della società ed isolamento degli individui.

Quali che siano le ragioni stanti alla base della ‘apertura’ verso le adozioni gay, resta il fatto inoppugnabile che tale ‘diritto’ sarebbe riconosciuto alle coppie omosessuali in evidente violazione di uno dei più elementari diritti spettanti all’essere umano: quello di essere allevato da genitori di sesso opposto, così come fin dalla notte dei tempi avviene secondo natura, in funzione del meccanismo biologico di conservazione della specie.

 

 

Tutto ciò cosa vuol dire?

 

Probabilmente vuol dire che tale velleitario ‘esperimento transumanistico’ ideato dai tromboni al potere, e realizzato dai fidi progressisti sulla pelle di una generazione di bimbi-cavie, non potrà che tradursi in un colossale fallimento, e presenterà il suo conto nel giro di appena pochi decenni. Giusto il tempo che la nidiata di cavie umane raggiunga l’età della ragione. Il conto graverà sui genitori gay che si ritroveranno a confrontarsi con legittime accuse di egoismo, manifestazioni di rabbia ed istanze di risarcimento danni (tutto ciò se nel frattempo la politica asservita non avrà sfornato qualche norma ombrello). Di riflesso la situazione andrà ad incidere negativamente sulla reputazione della intera comunità gay, coinvolgendo anche chi attualmente, saggiamente, professa la propria contrarietà circa l’allevamento di bambini da parte di coppie omosessuali (v. correlati).

 

 

Riporto di seguito alcuni stralci di un articolo pubblicato sul sito Tempi (link), che descrive la vicenda di …

 

“… Robert Oscar Lopez, professore della California State University, che lo scorso 12 marzo ha dato testimonianza davanti al Parlamento del Minnesota chiamato a legiferare sul matrimonio omosessuale. L’uomo, cresciuto dalla madre lesbica con la sua campagna, è intervenuto raccontando la sua esperienza sul Public Discourse, il giornale online del centro di ricerca The Witherspoon Institute della Università di Princeton.” (…)

 

«Nel corso dell’ultimo anno sono stato di frequente in contatto con adulti cresciuti da genitori dello stesso sesso. Sono terrorizzati dalla idea di parlare pubblicamente dei loro sentimenti, così molti mi hanno chiesto (dato che io sono già uscito allo scoperto, per così dire) di dare voce alle loro preoccupazioni». Lopez, parlando della conflittualità che si vive tra l’attaccamento ai genitori e le ferite da questi provocate, ha aggiunto di voler parlare soprattutto per «conto di coloro che sono stati messi da parte dalla cosiddetta ricerca sociale sulla genitorialità omosessuale».

 

“Quelli che hanno contattato il professore si sono sentiti in dovere «di ribadire di amare i propri cari», ma poi «si sentono scollegati dagli aspetti legati al sesso delle persone intorno a loro, con una certa frequenza provano rabbia verso i loro “genitori” per averli privati del genitore biologico (o, in alcuni casi, di entrambi i genitori biologici), rimpiangono un modello del sesso opposto, e provano vergogna o senso di colpa per il fatto di provare risentimento verso i genitori».” 

 

“Lopez ha denunciato le autorità che, anziché proteggere il diritto degli orfani ad avere una madre e un padre, si preoccupano di rispondere alla domanda del mercato degli omosessuali che vogliono figli: «Qualunque sia il trauma causato ai bambini dall’essere orfani, non dovrebbe essere aggravato dallo stress di essere adottati da una coppia dello stesso sesso».

 

(…)

 

 

Non serve Nostradamus per prevedere che la strada intrapresa finirà per cacciare i pionieri delle famiglie gay in un drammatico ginepraio, creando psicosi, alimentando conflitti e scaraventando la comunità omosessuale dalla parte del torto nel giro di pochi anni. Alle scuole medie di solito insegnano che il diritto di ogni individuo finisca laddove inizi quello altrui. Massima a cui spesso e volentieri ricorrono molti attivisti omosessuali durante le orazioni con cui rivendicano i loro sacrosanti diritti di cittadini ed esseri umani. Ma forse alcuni gay, quelli ciecamente determinati ad avere dei figli ad ogni costo, quel giorno a scuola erano assenti.

 

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Il mito di cartone del ’68

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Di Italo Romano

“Scopo della rivoluzione studentesca non è di trasformare la società, ma di rovesciarla“.
Daniel Cohn-Bendit

Cohn Bendit, scrittore e politico tedesco, leader del movimento studentesco francese che diede vita al famoso 68′, sionista, europeista e mondialista convinto.

Oggi è capogruppo dei Verdi al Parlamento Europeo, nonchè uno dei presidenti dello Spinelli Group, movimento politico europeo che riunisce una serie di personalità politiche ed intellettuali desiderose di impegnarsi per favorire il processo di integrazione europea.

E’ un uomo che ha messo in pratica il mantra ideologico del movimentismo degli anni ’60: sovvertire la classe dirigente per prenderne il posto, senza andare a smuovere le basi del sistema, anzi, rafforzandole con nuovi ideologismi alla moda.

 

Il ’68 fu una illusione ad hoc per masse distratte e desiderose di sogni, salvo poi ritrovarsi con un pugno di mosche e un sistema rafforzato ed ancora più opprimente. In quell’epoca nacquero il femminismo, il dirittoumanismo, i movimenti gay ed ambientalisti, tutti lautamente finanziati delle élite di potere, le stesse a cui ha fatto comodo per millenni castrare “l’altro”, anima e corpo, saccheggiare la natura e calpestare ogni diritto fondamentale ed inalienabile, salvo poi usarlo a conseguire i propri scopi e i soliti luridi affari.

Lo scopo è quello di inabissare la società, devastando le tradizioni, i valori e la differenze culturali ed antropologiche che fanno di ogni popolo, di ogni uomo, a prescindere da sesso, razza e religione, un meraviglia unica ed inimitabile. Ciò non significa che l’ordine preesistente fosse perfetto, innumerevoli erano e sono le sue distorsioni e contraddizioni, ma cambiare non significa sempre distruggere.

A quarant’anni di distanza è oramai palese ed oggettivo, ci vogliono tutti uguali, per poterci soggiogare al meglio. Una società di automi dediti al consumo e allo spettacolo dell’apparenza, all’immobilismo ed al lavoro schiavizzato a basso costo.

Per creare questo mondo distopico, il primo passo da realizzare è la distruzione dell’ordine sociale. L’obiettivo dichiarato è quello di fondare una società “nuova”, basata sull’ugualianza e sui diritti, in cui ogni differenza di storia, cultura, appartenenza geografica, identità sessuale di ogni singolo individuo verrà cancellata e/o usata per portare avanti il progetto elitario di dominio.

Ci stanno riuscendo. Il capitale è la loro arma di distruzione di massa. La paura e il dividi et impera i loro stemmi imprescindibili.

Dal ’68 a seguire migliaia di persone sono state usate per cementare le fondamenta essenziali per l’istaurazione del Nuovo Ordine Mondiale.

Ingannati dai miti preconfezionati che il potere camuffava sotto mentite spoglie rivoluzionarie, un esercito di persone (in buona fede per carità) ha imbracciato l’armi, marciando al ritmo scandito dal nemico in capo al corteo, contribuendo all’autodistruzione sociale e alla creazione di quell’ipnosi di massa e neuroschiavismo da cui non ci siamo ancora destati.

“Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad usum delphini, e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa”.

Honoré de Balzac – Le illusioni perdute

Fonte

L’INDUSTRIA DELLA MENZOGNA QUALE PARTE INTEGRANTE DELLA MACCHINA DI GUERRA DELL’IMPERIALSMO

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di Domenico Losurdo

Nella storia dell’industria della menzogna quale parte integrante dell’apparato industriale-militare dell’imperialismo il 1989 è un anno di svolta. Nicolae Ceausescu è ancora al potere in Romania. Come rovesciarlo? I mass media occidentali diffondono in modo massiccio tra la popolazione romena le informazioni e le immagini del «genocidio» consumato a Timisoara dalla polizia per l’appunto di Ceausescu.

1. I cadaveri mutilati

Cos’era avvenuto in realtà? Avvalendosi dell’analisi di Debord relativa alla «società dello spettacolo», un illustre filosofo italiano (Giorgio Agamben) ha sintetizzato in modo magistrale la vicenda di cui qui si tratta:
«Per la prima volta nella storia dell’umanità, dei cadaveri appena sepolti o allineati sui tavoli delle morgues [degli obitori] sono stati dissepolti in fretta e torturati per simulare davanti alle telecamere il genocidio che doveva legittimare il nuovo regime. Ciò che tutto il mondo vedeva in diretta come la verità vera sugli schermi televisivi, era l’assoluta non-verità; e, benché la falsificazione fosse a tratti evidente, essa era tuttavia autentificata come vera dal sistema mondiale dei media, perché fosse chiaro che il vero non era ormai che un momento del movimento necessario del falso. Così verità e falsità diventavano indiscernibili e lo spettacolo si legittimava unicamente mediante lo spettacolo.
Timisoara è, in questo senso, l’Auschwitz della società dello spettacolo: e come è stato detto che, dopo Auschwitz, è impossibile scrivere e pensare come prima, così, dopo Timisoara, non sarà più possibile guardare uno schermo televisivo nello stesso modo» (Agamben 1996, p. 67).
Il 1989 è l’anno in cui il passaggio dalla società dello spettacolo allo spettacolo come tecnica di guerra si manifestava su scala planetaria. Alcune settimane prima del colpo di Stato ovvero della «rivoluzione da Cinecittà» in Romania (Fejtö 1994, p. 263), il 17 novembre 1989 la «rivoluzione di velluto» trionfava a Praga agitando una parola d’ordine gandhiana: «Amore e Verità». In realtà, un ruolo decisivo svolgeva la diffusione della notizia falsa secondo cui uno studente era stato «brutalmente ucciso» dalla polizia. A vent’anni di distanza lo rivela, compiaciuto, «un giornalista e leader della dissidenza, Jan Urban», protagonista della manipolazione: la sua «menzogna» aveva avuto il merito di suscitare l’indignazione di massa e il crollo di un regime già pericolante (Bilefsky 2009). Qualcosa di simile avviene in Cina: l’8 aprile 1989 Hu Yaobang, segretario del PCC sino al gennaio di due anni prima, viene colto da infarto nel corso di una riunione dell’Ufficio Politico e muore una settimana dopo. Dalla folla di piazza Tienanmen il suo decesso viene collegato al duro conflitto politico emerso anche nel corso di quella riunione (Domenach, Richer 1995, p. 550); in qualche modo egli diviene la vittima del sistema che si tratta di rovesciare. In tutti e tre i casi, l’invenzione e la denuncia di un crimine sono chiamate a suscitare l’ondata di indignazione di cui il movimento di rivolta ha bisogno. Se consegue il pieno successo in Cecoslovacchia e Romania (dove il regime socialista aveva fatto seguito all’avanzata dell’Armata Rossa), questa strategia fallisce nella Repubblica popolare cinese scaturita da una grande rivoluzione nazionale e sociale. Ed ecco che tale fallimento diviene il punto di partenza di una nuova e più massiccia guerra mediatica, che è scatenata da una superpotenza la quale non tollera rivali o potenziali rivali e che è tuttora in pieno svolgimento. Resta fermo che a definire la svolta storica è in primo luogo Timisoara, «l’Auschwitz della società dello spettacolo». Leggi il resto dell’articolo

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