L’Alcoa vola via sull’F-35

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di Manlio Dinucci

Ne è passato di tempo da quando gli operai avevano di fronte il padrone delle ferriere. Lo ignorano però i politici e sindacalisti che trattano la vicenda Alcoa solo come vertenza di lavoro, tacendo sulla reale identità della controparte. Che cos’è l’Aluminum Company of America?

Nata nel 1888 a Pittsburgh, è oggi leader mondiale nell’estrazione e raffinazione della bauxite e nella fabbricazione di alluminio e prodotti derivati. Gli Stati uniti hanno però poca bauxite, i cui giacimenti si concentrano in Sudamerica, Africa, Russia, Cina, Sud-Est asiatico e Australia. L’Alcoa ha quindi sempre cercato di accaparrarsi la materia prima, ovunque e comunque. La sua storia è perciò intessuta con quella dell’imperialismo Usa. Non a caso, dopo il colpo di stato orchestrato dalla Cia in Indonesia nel 1965, con il massacro di oltre un milione di persone, fu l’Alcoa a ottenere dal dittatore Suharto la più grossa fetta della bauxite indonesiana. Fu ancora l’Alcoa che, dopo il colpo di stato organizzato dalla Cia in Cile nel 1973, riottenne da Pinochet il controllo della bauxite, nazionalizzata da Allende. Non è neppure un caso che il presidente del Paraguay, l’ex vescovo Fernando Lugo, che voleva nazionalizzare le miniere di bauxite dell’Alcoa, sia stato destituito lo scorso giugno con un golpe bianco organizzato dalla Cia.

Il potere dell’Alcoa, che possiede oltre 200 impianti in 31 paesi di tutti i continenti, va ben oltre l’attività industriale. Come emerso da Wikileaks, dietro l’Alcoa ci sono le più forti oligarchie finanziarie Usa, dalla Citicorp alla Goldman Sachs (di cui Monti è stato consulente internazionale). C’è il complesso militare-industriale: l’Alcoa Defense, il cui fatturato è in forte crescita, fabbrica speciali leghe di alluminio per missili, droni, blindati, navi e aerei da guerra. Per i caccia F-35 produce elementi strutturali di primaria importanza (trasversali alla fusoliera in corrispondenza delle ali e interni alle ali).

In tale quadro di poteri forti è maturata la decisione strategica dell’Alcoa, dovuta a ragioni non solo economiche ma politico-militari: quella di realizzare in Arabia Saudita il più grande ed economico impianto integrato per la produzione di alluminio. Nel maxi impianto, che entrerà in funzione l’anno prossimo con energia e manodopera a basso costo formata in gran parte da immigrati, sarà trasferita anche la produzione Alcoa di Portovesme e forse di Fusina. Si conclude così l’operazione varata e perfezionata dai governi Dini, Prodi e D’Alema. Nel 1996 l’Italia cedette all’Alcoa il gruppo Alumix a partecipazione statale, base dell’industria nazionale dell’alluminio, quindi le fornì tramite l’Enel energia elettrica a prezzi fortemente scontati.

Tale agevolazione, concessa tramite rimborsi anche dai successivi governi (Amato, Prodi e Berlusconi), è stata pagata dagli utenti italiani con un aggravio delle bollette per miliardi di euro, finiti nelle casse dell’Alcoa. Spremuto il limone, l’Alcoa se ne va. Lasciandosi alle spalle non solo lavoratori sul lastrico, ma danni ambientali e sanitari provocati da emissioni chimiche e rifiuti di lavorazione, che richiedono altri esborsi di denaro pubblico.

Non tutto è perduto però: l’alluminio Alcoa tornerà in Italia. Dentro gli F-35, che ci costeranno altri miliardi di euro.

 

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I giochi di influenza dietro “L’innocenza dei musulmani”

di Thierry Meyssan

 

Le reazioni internazionali al film di “Sam Bacile” risultano sempre più incomprensibili se le si prende di primo acchito, ignorando chi siano gli sponsor e quali i loro obiettivi. Questo modo di provocare lo scontro di civiltà è assai diverso dai precedenti.

Non si tratta in questo caso di stigmatizzare l’Islam presso le popolazioni occidentali per suscitare odio contro i musulmani, ma di rivolgersi ai musulmani per insultarli e suscitare presso di loro un odio verso gli occidentali. Non è tanto una questione di “islamofobia”, quanto di “mazzate all’Islam”. L’obiettivo è provocare la collera dei musulmani e orientarla verso bersagli specifici: coloro che negli USA o fra i loro alleati vogliono interrompere il ciclo di guerre iniziate l’11 settembre 2001.

Non sappiamo ancora se “L’innocenza dei musulmani” esista per intero. Per il momento, non conosciamo altro che 13 minuti di questo film, diventati offensivi nei confronti dell’Islam dopo che è stato modificato il sonoro. Caricato dapprima su YouTube, questo video non aveva avuto l’impatto previsto se non quando è stato trasmesso dalla televisione araba salafita Al-Nas. Dei gruppi salafiti hanno a quel punto reagito con violenza, ma invece di attaccare la loro televisione o i suoi finanziatori sauditi… se la sono presa con le rappresentanze diplomatiche statunitensi.

Il Dipartimento di Stato era stato avvertito già dal 9 settembre – ossia due giorni prima della diffusione del film dalla televisione salafita – sul fatto che varie sue ambasciate sarebbero state attaccate il giorno 11. Tuttavia, questo allarme non è stato preso sul serio e il personale diplomatico non è stato informato del pericolo. Il Dipartimento di Stato si aspettava manifestazioni anti-americane che commemorassero gli attentati dell’11 settembre 2001, non il rilancio di questa logica.

È ormai accertato che, dietro la folla di Bengasi, un commando era pronto ad attaccare il consolato, e poi ad attaccare la villa-rifugio destinata a servire da posizione di ripiego in caso di gravi problemi.

L’obiettivo di questa operazione era l’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia Chris Stevens. Questo specialista di affari medio-orientali presso il Dipartimento di Stato era conosciuto per le sue posizioni certamente di marca imperialista USA, ma anti-sioniste. Come confermato dal negoziatore palestinese Saeb Erekat, quando ha deplorato la morte di un diplomatico che ha fatto molto per capire e far intendere a Washington il punto di vista del popolo palestinese.

Un secondo obiettivo doveva essere scelto per punire la Francia per essersi allineata alle posizioni degli Stati Uniti. Parigi rifiuta in effetti di lasciarsi trascinare in una guerra contro l’Iran e si rifiuta parimenti di impegnarsi un po’ di più nel pantano siriano. A tal fine, una nuova provocazione è stata ordita utilizzando una rivista satirica che trasmette da anni il punto di vista neoconservatore nell’ambito della sinistra francese. Anticipando le conseguenze, la Francia ha immediatamente interrotto il funzionamento di una ventina delle sue ambasciate e ha dispiegato un sistema di sicurezza rafforzato.

Nel suo paese, il governo francese si è presentato come garante della libertà di espressione. A questo titolo, difende il diritto degli oppositori dell’Islam alla caricatura blasfema. Tuttavia, contraddicendo se stesso, lo stesso governo ha annunciato il divieto di qualsiasi manifestazione ostile al film o al giornale negando così la libertà di espressione dei difensori dell’Islam.

Tuttavia, secondo la tradizione francese, la libertà di espressione è intesa come un prerequisito della democrazia. Essa si accompagna quindi al divieto di insulto e diffamazione che vanno a perturbare il dibattito democratico. Orbene, la caratteristica principale de “L’innocenza” è che non riporta alcun fatto storico e non presenta alcuna critica nei confronti dell’Islam. Si compone esclusivamente di scene ingiuriose. E l’insulto non è un diritto umano.

Torniamo sul piano geopolitico. “L’innocenza dei musulmani” ricorda l’operazione condotta intorno ai “Versetti satanici”. Era il 1988, l’Iran aveva appena trionfato da solo sull’Iraq, massicciamente sostenuto dall’Occidente. In pochi anni, l’Imam Khomeini aveva trasformato un popolo colonizzato in una nazione di guerrieri. Traeva dalla sua religione la forza che gli ha consentito di trasformare il suo paese e vincere. Per spaccare questa pericolosa Rivoluzione islamica, l’MI6 aveva commissionato un libro allo scrittore britannico Salman Rushdie. Ruhollah Khomeini emise immediatamente un decreto religioso che lo condannava a morte. La campagna si fermò all’istante e la condanna, sebbene mantenuta, non fu eseguita.

Questa volta, Teheran avrebbe avuto da reagire con la stessa velocità. Ma era in trappola: nel condannare il film, avrebbe fatto il gioco di coloro che stanno spingendo affinché Washington entri in guerra contro l’Iran. La soluzione tattica risiede nel coinvolgimento di nuovi soggetti. In un primo momento, l’Ayatollah Ali Khamenei ha condannato il film ricordando che il nemico è il sionismo. Poi, in un secondo tempo, Hassan Nasrallah, il segretario generale di Hezbollah, ha preso posizione per prendere la testa del movimento. A Beirut, in un discorso incandescente davanti a una folla a sua volta galvanizzata, ha messo di fronte alle proprie responsabilità coloro che diffondono questi insulti . L’ingresso nella tenzone di Hezbollah cambia profondamente le carte in tavola. Si passa dagli eccessi operati da fazioni salafite disordinate, facilmente manipolate da Israele, a un avvertimento pronunciato da una grande organizzazione strutturata, che dispone di cellule poste in ordine di combattimento in numerosi paesi. Questa volta è Tel Aviv ad essere in trappola: ha perso il controllo del movimento di protesta che può in ogni momento rivoltarsi contro.

A sua volta, per cavarsi d’impiccio, l’amministrazione Obama ha moltiplicato le dichiarazioni rasserenanti indirizzate ai musulmani. Ma, con una totale mancanza di solidarietà, ha anche condannato le contraddizioni francesi sperando di deviare così verso Parigi il fulmine che la colpisce.

In ogni caso, Benjamin Netanyahu non allenta la pressione. Ha intimato a Barack Obama di tracciare una linea rossa davanti alle ambizioni nucleari militari che attribuisce agli iraniani, e di entrare in guerra non appena riterrà che la stiano oltrepassando.

 

 

Thierry Meyssan, 23 settembre 2012.

 

Traduzione a cura di Matzu Yagi.

 

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Manifesti anti-islamici nelle fermate della metropolitana di New York

 

Un ‘avviso’ che compara il Jihad, il dovere del musulmano di difendere la propria religione, alla barbarie è stato affisso in diverse fermate della metropolitana di New York con il permesso della Corte USA che autorizza la propagazione in pubblico di simile campagna di odio.

 

La provocazione sotto forma di manifesto recita: “In ogni guerra tra l’uomo civilizzato ed il selvaggio, supporta l’uomo civilizzato”, e invita quindi a supportare il regime israeliano contro il Jihad. E’ apparso in 10 fermate metropolitane lunedì, alcuni giorno dopo l’inizio delle proteste globali per il film blasfemo contro l’Islam realizzato negli Stati Uniti.

L’“avviso” è una creazione di Pamela Geller, il direttore esecutivo dell’organizzazione sionista “American Freedom Defense Initiative” (AFDI).

Il 20 luglio il giudice del distretto di New York, Paul Engelmayer, ha emesso un verdetto nel quale autorizza l’affissione dei manifesti in pubblico, basandosi sul “Primo emendamento sul diritto alla libertà di espressione”. Il manifesto rimarrà affisso per un mese.

Geller è co-fondatrice della fondazione “Stop Islamization of America“, nota per le campagne di odio condotte nel paese.

 

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A proposito di Fiat: chi è la “zavorra”?

Di Enrico Galoppini

 

La Fiat resterà in Italia, oppure se ne andrà? È questa la domanda che aleggia, a mo’ di ricatto, sulle teste degli italiani, in particolare su quelle dei lavoratori direttamente interessati (e già sottoposti al teatrino del “referendum”), tra cui quelli dell’indotto che il settore dell’auto è in grado di avviare.

A sentire i giornali e le tv – che per mestiere intorbidano le acque (ma il fiero e vanitoso lettore di “Repubblica” o del “Corriere” non lo ammetterà mai, dovendosi atteggiare a quello che “ha capito”) – sembra che la cosa sia tutta una questione di scambi di battute tra questo e quel “capitano d’industria”. Ovviamente in ballo non c’è il premio a chi piazza il miglior fendente verbale, la battuta più salace, come se a casa dovessimo tifare per l’uno o l’altro (ed è quello che vogliono), ma il livello della qualità del lavoro per milioni di persone. Le quali, considerato che passano a sbattersi in mansioni sovente poco gratificanti otto ore più l’andata e il ritorno (che talvolta ne occupano un altro paio), non possono considerare “il lavoro” una questione di dettaglio, bensì di sostanza. E questo vale per la vita della maggioranza dei membri di una nazione, al di là di quel che può pensarne la minoranza che si sente “eletta”. Leggi il resto dell’articolo

Boom di suicidi: il governo USA affronta i suicidi senza considerare i suicidi legati all’assunzione di farmaci

di Martha Rosenberg – Counter Punch – 12 settembre 2012

Sarebbe ridicolo se non fosse tragico. Questa settimana il Generale Medico (consigliere e portavoce del governo federale in questioni di salute pubblica) Regina Benjamin ha annunciato un piano per arginare il crescente tasso di suicidi della nazione senza affrontare il crescente utilizzo della nazione stessa di farmaci connessi a suicidio. Antidepressivi come il Prozac e il Paxil, antipsicotici come Seroquel e Zyprexa e farmaci anti-compulsivi come Lyrica e Neurontin sono collegati al suicidio come si legge nei rapporti pubblicati e nelle avvertenze dell’agenzia statunitense del farmaco (quasi 5.000 reportage su giornali collegano gli antidepressivi a suicidio, omicidio e comportamento bizzarro). Farmaci per l’asma come Singulair, farmaci per smettere di fumare come Chantix, farmaci per l’acne come Accutane e il farmaco ancora in uso contro la malaria Lariam, sono anch’essi legati al suicidio.

Il tasso di suicidi in America è salito a 38.000 all’anno, dice USA Today. L’aumento, iniziato negli anni 90, è correlato con l’inizio della pubblicità sui farmaci e l’approvazione di molti farmaci con effetti collaterali legati al suicidio: il risultato di questi due fattori è che sempre più persone assumono psicofarmaci per risolvere problemi di vita quotidiana.

Il Dr. Benjamin ha annunciato che sovvenzioni federali, per un totale di 55 milioni di dollari salveranno 20.000 vite nei prossimi cinque anni attraverso la “linea diretta suicidio”, più operatori della salute mentale, migliori screening per la depressione e tracciabilità su Facebook dei messaggi sospetti. Da nessuna parte, nemmeno tra i militari, dove pure sono frequenti i suicidi, lei suggerisce di controllare la sovramedicazione, che è andata di pari passo con i morti. E per la quale il governo sta spendendo molto di più di 55 milioni di dollari.

I suicidi sono aumentati di oltre il 150% nell’esercito e più del 50% nel corpo dei Marines, tra il 2001 e il 2009, come segnalato nel Military Times con grafici degli aumenti dei suicidi e delle prescrizioni di farmaci, grafici che sono tanto simili da poter combaciare se messi uno sull’altro. Uno su sei membri in servizio assumeva una sostanza psicoattiva nel 2010 e “molti di loro ne stanno assumendo più di un tipo, mescolando diverse pillole in cocktail giornalieri, per esempio un antidepressivo con un antipsicotico per prevenire incubi, più un anti-epilettico per ridurre il mal di testa – nonostante tali combinazioni siano state testate con ricerche cliniche minime” afferma il Military Times.

L’89% dei soldati con disturbo da stress post traumatico (PTSD) assume al momento farmaci psicoattivi e tra il 2005 e il 2009, la metà di tutte le prescrizioni di farmaci per militari tra i 18 e i 34 anni sono state di antidepressivi. Durante lo stesso periodo, farmaci per l’epilessia come Topamax e Neurontin, sono stati sempre più spesso prescritti off-label (per usi non autorizzati dalla FDA) per condizioni mentali, aumentando del 56%, come riporta il Military Times. Nel 2008, 578.000 pillole per l’epilessia e 89.000 antipsicotici sono stati prescritti a militari in servizio.

E il tasso di suicidi non è calato neppure dopo il ritiro dall’Iraq e l’Afghanistan. Nel luglio 2012, ci sono stati 38 suicidi nell’esercito, dice USA Today, mentre nel luglio del 2011, ce n’erano stati 32. Secondo il rapporto sull’approfondita Campagna sulla Salute, Riduzione dei Rischi e Prevenzione del Suicidio dell’esercito nel 2010, il 36% dei militari che si tolsero la vita non era mai stato nemmeno dislocato.

Perché tali farmaci, che possono influenzare il tempo di reazione, le capacità motorie, la coordinazione, l’attenzione e la memoria, sono prescritti anche durante il servizio attivo? E perché sono prescritti ai soldati che sono nell’esatta età -come giovani adulti – che è più a rischio di suicidio stando alle avvertenze negli stessi fogli illustrativi?

Ma i militari non sono le uniche mucche da mungere per le case farmaceutiche. Stando ai rapporti pubblicati una donna su quattro, e milioni di bambini, assumono farmaci psicoattivi, soprattutto bambini poveri o disabili.

Quando la FDA ha messo sugli antidepressivi gli avvertimenti di suicidio per i giovani a metà anni 2000, le case farmaceutiche, in combutta con psichiatri come Charles Nemeroff, hanno sostenuto che i suicidi sarebbero aumentati se medici e pazienti fossero stati spaventati dagli avvertimenti del rischio di morte. Nonostante l’argomentazione fosse assurda, questa teoria è stata sbandierata dalla stampa convenzionale e dai medici fino a quando non si è dimostrata (evidentemente) sbagliata.

Inoltre, come il Chirurgo Generale e il Dipartimento di Salute e Servizi Umani (HHS) hanno dimostrato questa settimana, il governo è ancora impegnato nella negazione del rapporto tra suicidio e case farmaceutiche (non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere). Invece di spendere milioni per i consiglieri, linee di crisi e “campagne di sensibilizzazione” perché non guardano ai milioni spesi per i farmaci legati al suicidio?

Martha Rosenberg è un reporter investigativo sulla salute. Il suo primo libro, “Born With A Junk Food Deficiency: How Flaks, Quacks and Hacks Pimp The Public Health”, edito da Prometheus Books, fornisce ulteriori informazioni sull’eccessiva medicalizzazione dei militari e sui farmaci connessi a suicidio. In Italia è recente l’allarme lanciato dall’Agenzia del Farmaco sul consumo di antidepressivi, nell’ultimo decennio è cresciuto in maniera drammatica soprattutto tra le donne e gli anziani, con un aumento di prescrizioni del 5,4% medio annuo.

Traduzione a cura di Disinformazione.it

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MONTI CI VUOLE TUTTI DISOCCUPATI, MA CON LA CARTA DI CREDITO

La scorsa settimana si è registrato un ritorno in grande stile dello spettro dello “scontro di civiltà”, che sarebbe stato evocato dalla questione di un filmetto insignificante, di cui per un anno non era fregato niente a nessuno. Lo spettro agitato dai media ha consentito di aggirare quelle che erano le vere anomalie da spiegare, e cioè come mai l’ambasciatore statunitense risiedesse a Bengasi e non nella capitale ufficiale della Libia. Ritorna quindi la questione rimasta in sospeso un anno fa, quella famosa “presa di Tripoli” sulla quale non esiste ancora una versione attendibile. Che la Libia occidentale sia in realtà rimasta fuori del pieno controllo della NATO, ormai è più di un sospetto; ed il controllo della NATO pare vacillare persino in Cirenaica, tanto è vero che sono in arrivo i marines.
Se si considera la propaganda ufficiale come un fenomeno unico, con schemi ricorrenti, ci si accorge che il diversivo-distrazione costituisce una delle costanti riscontrabili in ogni tipo di questione. Ma la costante principale, quella che rende credibile ogni diversivo ed ogni piroetta nell’individuare il nemico dell’umanità di turno, è sempre l’odio razziale. Il bersaglio può essere, di volta in volta, costituito dai “dittatori” laici come Saddam Hussein, Gheddafi e Assad, oppure dall’integralismo islamico, ma non cambia mai quel senso di supremazia morale e razziale che rappresenta l’indispensabile falsa coscienza del colonialismo. Si tratta di quel senso di supremazia morale e razziale che si riassume nello slogan di “Occidente”. Si tratta di uno slogan che riesce a commuovere anche chi si ritenga anticolonialista, perché è ormai consolidato il culto delle mitiche “libertà occidentali”; quelle che consentono di fare vignette contro Maometto, ma non di parlare in un telegiornale della presenza dei mercenari della NATO in Siria.
Lo schema propagandistico non muta neppure quando si tratta di individuare il nemico interno, cioè il lavoro. In questo caso è lo sfondo ideologico dell’odio di classe – un razzismo interno -, ad aver reso credibile un personaggio assurdo come Marchionne. Il sociologo Luciano Gallino ha avuto buon gioco a dimostrare che il rallentamento del mercato dell’auto non può spiegare il crollo della FIAT all’ultimo posto delle vendite. Oggi si è arrivati al punto di supplicare la Volkswagen di liberarci da Marchionne; ma il ruolo di deindustrializzatore dell’Italia e di sicario delle multinazionali americane svolto dallo stesso Marchionne, era già evidente due anni fa, eppure gli è stato sufficiente l’antioperaismo per poter giustificare tutto. Che il lavoratore in qualche modo abbia sempre torto, è una convinzione profonda, radicata anche in molti di coloro che sono convinti di stare dalla parte del lavoro, e ciò dà spazio ad ogni provocazione.
Un’altra notizia della scorsa settimana infatti ha riguardato gli strali lanciati da Mario Monti contro lo Statuto dei Lavoratori, una legge che sarebbe colpevole di aver sfavorito proprio coloro che voleva favorire, in quanto avrebbe scoraggiato le assunzioni. Ecco una bella esca per un dibattito “epocale”, di quelli capaci di tirare in ballo l’eterno conflitto tra i “valori” e la “dura realtà del Mercato”; infatti il segretario del PD, Bersani, si è affrettato a definire “epocale” lo Statuto dei Lavoratori, cosa che non gli ha impedito di affossarlo pochi mesi fa in parlamento. A scusante di Bersani però va anche detto che fare il finto partito di sinistra negli anni ’60 e ’70 era molto più facile, perchè c’erano le industrie e la classe operaia aveva un peso oggettivo, mentre un’Armata Rossa ancora in sella impediva alla NATO di inventarsi un’avventura militare ogni cinque minuti.
Monti ha respinto le accuse di essere a capo di un governo delle banche, ed ha parlato di “caccia alle streghe”, come se fosse una povera vittima dell’intolleranza e della superstizione. Sta di fatto però che nessuno è sinora riuscito a spiegare in che cosa le esili, e ormai residue, garanzie dello Statuto dei Lavoratori ostacolerebbero i famosi e fantomatici “investimenti”, mentre al contrario si fanno strada dati e notizie sull’interesse crescente del lobbying bancario nell’alimentare precarizzazione e disoccupazione.
Sul quotidiano britannico “The Indipendent” del 18 agosto scorso si pubblicavano alcuni dati ufficiali che dimostrano come precari e disoccupati siano divenuti bersaglio prioritario dell’offerta di servizi di carta credito. Una volta allettati con condizioni di vantaggio, i clienti si trovano poi a pagare interessi che superano il 18%. L’aumento della disoccupazione in Gran Bretagna non ha quindi diminuito la possibilità di acquisire una carta di credito, ma ha persino reso inevitabile per disoccupati l’accedere a questo “servizio”. Un’anomalia del tutto apparente, che si spiega con la possibilità di indebitarsi che queste “card” offrono. [1]
Mesi fa Mario Monti ci ha intrattenuto sulla “noia” costituita dal posto fisso, una condizione noiosa proprio perché non costringe a doversi necessariamente sottoporre ai patemi d’animo dell’indebitamento per sopravvivere. Nell’altro Paese all’avanguardia nella finanziarizzazione dei rapporti sociali e lavorativi, cioè gli Stati Uniti, le agenzie pubbliche per il controllo e l’assistenza alla disoccupazione sono infatti da tempo diventate esse stesse agenzie di collocamento per carte di credito e crescono anche gli spazi pubblicitari per questo tipo di “servizio”, di cui i disoccupati diventano fruitori praticamente obbligati. In California l’EDD (Employment Development Department) è in realtà un ente assistenziale per banchieri, ed infatti fa da sensale a Bank of America per piazzare carte di credito ai disoccupati. [2]
In tal modo i disoccupati vengono anche costretti pressoché esclusivamente all’uso di denaro elettronico; cosa che riempirà sicuramente di gioia Milena Gabanelli, poiché impedirà ai disoccupati di evadere il fisco. [3][1] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.independent.co.uk/money/loans-credit/unemployed-targeted-by-credit-card-firms-8057304.html&prev=/search%3Fq%3Dunemployed%2Bcards%26hl%3Dit%26rlz%3D1G1GGLQ_ITIT293%26biw%3D853%26bih%3D386%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=bA1WUKTsEYij4gSvkIHICg&ved=0CEwQ7gEwBQ
[2] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://edd.ca.gov/About_EDD/The_EDD_Debit_Card.htm&prev=/search%3Fq%3Dunemployed%2Bcards%26hl%3Dit%26rlz%3D1G1GGLQ_ITIT293%26biw%3D853%26bih%3D386%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=bA1WUKTsEYij4gSvkIHICg&ved=0CCUQ7gEwAA
[3] http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-de9c6b68-61b6-4940-a62f-6709534774fb.html?refresh_ceFonte

Considerazioni sulla “rabbia islamica”

di Enrico Galoppini

 

Alla luce degli ultimi eventi che hanno visto per protagoniste “folle islamiche” irritate dalla diffusione su internet della “anteprima” di un film[1] che dileggia la figura del Profeta dell’Islam, credo sia necessaria una nuova messa punto, dopo quella sulla “Primavera araba”, i “salafiti” e i “modernisti islamici”.

Vorrei proporre, con tutti i distinguo del caso, un’analogia con gli anni della “contestazione”…
Non bisogna infatti mai perdere di vista una cosa: che chi sta adoperandosi per stabilire un cosiddetto “Nuovo ordine mondiale” agisce su vari piani, alimentando tendenze e situazioni in apparente conflitto e contraddizione, ma alla fine quello che gli preme è la creazione d’un tipo umano simile ad un automa disanimato, preda del suo ego, sia che opti per la “secolarizzazione” che per la “religione”. Per arrivare all’obiettivo, dunque, non viene seguito un percorso “lineare”.

Secondo me, all’inizio, hanno incoraggiato una “Primavera araba” in stile “pacifico” sul modello del “maggio parigino”, tenendosi ‘di scorta’ la successiva opzione , quella “violenta”, che comunque convive a latere ma è percepita dai più come “opposta” alla precedente[2]. Particolare curioso ma significativo e che dà la misura di come le due linee-guida vadano sostanzialmente a braccetto confluendo nel medesimo esito: dopo quarant’anni, spunta un arnese del calibro di Bernard Henri-Lévy, “maître à penser” del ’68, ad arringare la folla a Bengasi! Leggi il resto dell’articolo

IN CAUDA VENENUM

di Gianni Petrosillo

Dire male di Enrico Mattei, in quest’epoca di managers minuscoli, osannati unicamente per i loro maglioncini fuori ordinanza, e di scimmiette politiche circensi, le cui iniziative acrobatiche si concludono inevitabilmente sul carro più sicuro (meglio se straniero), è davvero impresa ardua. Ed allora non resta che distorcere la successione degli avvenimenti, smontando e ricomponendo le sequenze dei fatti affinché gli accadimenti si dipanino, appannandosi, in maniera differente dalle circostanze realmente verificatesi e dalle certezze faticosamente conseguite. Poiché non esiste mai una sola verità, checché ne possano pensare fior di filosofi, gli stregoni del revisionismo hanno gioco facile nel capovolgere precedenti acquisizioni e credibili opinioni, manipolando il passato ad uso del presente. Il clima di servilismo e di rimestamento nel torbido ne fortifica la truce opera di rinnegamento e di sovvertimento. Così pur decantando le lodi di un personaggio coraggioso e fuori dal comune, come lo storico Presidente dell’ENI, il quale tanto fece per il nostro Paese, inimicandosi l’establishment nazionale ed internazionale, si può insinuare, con stile molto british ed altrettanto sospetto identitarismo liberal, che, probabilmente, sulla sua triste fine incisero cause, combinazioni d’interessi e saldature geopolitiche meno evidenti di quelle emerse in una storiografia autorevole ed ormai cinquantennale.

Detto altrimenti, per compiacere i padroni incontrastati di oggi, che lo erano anche ieri ma in coabitazione con un’altra potenza nucleare come l’URSS, si afferma, dopo aver ripercorso più o meno fedelmente i passi sulla luna di un dirigente pioneristico con i piedi saldamente per terra, che la morte del fondatore del Cane a sei zampe avvenne in un momento di distensione dei rapporti tra costui e l’Amministrazione Statunitense. Ergo, i colpevoli dell’attentato di Bescapè andrebbero ricercati altrove. Magari nel campo opposto a quello Occidentale. Ecco come si getta fumo denso negli occhi della pubblica opinione e spessa cenere sulla Storia. Leggi il resto dell’articolo

La famiglia, questa maledetta

di Marco Cedolin

 

I dati contenuti all’interno del nuovo rapporto del Censis rappresentano lo spunto, come già accaduto in passato, affinché tanta buona stampa possa trastullarsi nel denigrare gli italiani “bamboccioni”, troppo legati alla famiglia, non sufficientemente globalisti e ancora scarsamente appiattiti sul modello americano che, a detta loro, rappresenterebbe il perfetto esempio di una società matura, efficente ed impermeabile a qualsiasi tipo di sentimentalismo.
Stando alle cifre fornite dal Censis un terzo degli italiani abita con mamma e papà, oltre il 40% vive all’interno di un raggio di mezz’ora di camminata dalla casa dei genitori, raggio all’interno del quale il 54% degli italiani ha anche i propri parenti stretti. E questo non vale solamente per i giovanissimi, bensì anche per gli adulti. Come se non bastasse oltre 7 milioni di italiani portano al lavoro il pranzo preparato in casa. Passano mediamente circa un’ora al giorno davanti ai fornelli, facendo si che la preparazione dei pasti assorba mediamente per una donna 21 giorni “lavorativi” l’anno. Circa 21 milioni d’italiani preparano in casa alimenti come yogurt, pane, gelato o conserve e di questi la metà lo fa regolarmente…..

Circa l’85% degli italiani continua a fare la spesa alimentare sotto casa, nei piccoli antieconomici negozi di quartiere e la maggior parte delle persone fanno i propri acquisti all’interno di un’area di una ventina di minuti di camminata dalla propria abitazione. Le mamme che lasciano il lavoro a causa della nascita di un figlio sono aumentate dal 2% all’8,7% e circa il 36% delle donne in età feconda si dedica alla propria famiglia risultando perciò inattiva.
In pratica gli italiani stentano ad uniformarsi al modello della globalizzazione che pretende l’eutanasia di ogni identità, famiglia, comunità, nazione e faticano non poco a rompere tutti i legami con le tradizioni, diventando parte integrante di una società che li vorrebbe sempre più individui atomizzati senza lacci o lacciuoli di sorta. Anzi in alcuni casi, invece di procedere sulla strada del “nirvana”, sembrano perfino tornare sui propri passi, mostrando nostalgia di quel passato che nel modello progressista equivale ad una iattura dalla quale allontanarsi al più presto.
Molti degli atteggiamenti stigmatizzati attraverso le cifre offerte dal Censis possono venire direttamente ricondotti alla crisi economica che strangola il paese e perfino i giornalacci mainstream non possono evitare di metterlo in evidenza. Dal momento che la maggior parte dei giovani è senza lavoro o lavora percependo salari ridicoli (buoni forse per l’aperitivo e le sigarette) sarebbe impensabile che costoro carezzassero l’idea di lasciare la famiglia e costruirsi una vita indipendente. Se la maggior parte delle famiglie non riesce ad arrivare a fine mese pur lavorando è naturale che l’imperativo sia quello vivere nelle vicinanze dei genitori/nonni che molto spesso rappresentano l’unica ancora di salvezza per la gestione della prole. Se il conto in banca è perennemente in rosso non può stupire il fatto che una persona si porti al lavoro il cibo cucinato in casa, anziché spendere una ventina di euro per pranzare al baretto accanto all’ufficio e così via discorrendo.
Molti altri invece sembrano essere rappresentativi di una certa idiosincrasia degli italiani nei confronti dell’appiattimento su una cultura di derivazione a stelle e strisce che di fatto non appartiene loro e della scarsa propensione a tagliare ogni radice culturale che fa parte del proprio dna.
Ma leggendo il tenore delle riflessioni portate dagli imbrattacarte sui fogli del mainstream non si può evitare di porsi una domanda. Crisi economica a parte sono davvero così drammatici e deprecabili gli atteggiamenti stigmatizzati attraverso i dati del Censis? Davvero la “non famiglia” per costruire la quale stanno lavorando da decenni i mentori del progresso, con tutti i famigliari che vivono a centinaia di km l’uno dall’altro e magari si ritrovano una volta l’anno davanti al tacchino del ringraziamento, con 10 soli minuti al giorno passati davanti al forno microonde, con le alette di pollo mangiate in ufficio dentro al cartoncino (ma non portate da casa), con la spesa fatta ogni due settimane (magari con l’ausilio dei coupons) nell’ipermercato a 2 ore di auto da casa e con le mamme che mai si sognerebbero di “sprecare” ore di lavoro per stare insieme ai propri figli, sarebbe una famiglia migliore?

Renzi, il nulla che avanza

di Alessio Mannino

 

Con quell’arietta da bamboccio saputello che snocciola continuamente battute per fare il simpatico, il sindaco fiorentino Matteo Renzi si candida come testimonial ideale del raschio del fondo del barile. Se, dopo quasi vent’anni di recital berlusconiano, il “nuovo” a sinistra prende le sembianze di un politico che dice tutto quello che abbiamo già sentito in trent’anni di egemonia liberal-liberista, allora il berlusconismo ha vinto: è tutto uno show, il nuovo è già visto e stravisto, alla fine della fiera l’importante è ossequiare il Privato e i Mercati. E le parole d’ordine sono di una vuotezza cosmica: Europa, futuro, merito. Mancava solo “felicità” e “benessere” e l’Ovvietà diventava metafisica pura. La definizione perfetta del sindaco Pd di Firenze, del resto, l’ha data il comico Crozza, sempre fulminante: Renzi, il nulla che avanza.
Ci si potrebbe fermare qui, nel commentare l’exploit del “rottamatore” che ieri a Verona ha ufficializzato la sua candidatura alle primarie del centrosinistra. Senonché un anno fa, il 29-30 ottobre 2011, con un convegno di tre giorni all’antica stazione Leopolda di Firenze, mise in vetrina un abbozzo di programma: il “Big bang”, come lo chiamò con prosopopea propagandistica. Può essere interessante, allora, fare un po’ di radiografia a questo giovanilista smanioso e con idee vecchie vecchie come la Thatcher.
Renzi è figlio di Tiziano, maggiorente locale della Margherita, oggi consigliere comunale a Rignano sull’Arno e, si dice, uomo di spicco della massoneria toscana. Lui, Matteo, di lavoro fa il dirigente in aspettativa della società di marketing di famiglia, la Chil Srl (che controlla la distribuzione dei giornali fra cui La Nazione). Come persona, è il classico, odioso, arrivista bravo ragazzo. Ha scritto Denise Pardo sull’Espresso del 28 ottobre 2011: «Scout, vincitore come è noto a 19 anni di una “Ruota della fortuna” di Mike Buongiorno… bacchettone fin da ragazzo (contrario ai rapporti prematrimoniali), ancora devoto (messa la domenica, d’estate in Sardegna esercizi spirituali), molto amato da Cl, secondo il giornalista David Allegranti che ha scritto una sua biografia, Renzi ha “un decisionismo berlusconiano mixato a un’abilità democristiana e a un uso molto accorto dei media e della rete”». Il suo cursus honorum è stato un’ascesa inarrestabile. Democristiano dai tempi del liceo, giovanissimo segretario provinciale del Ppi nel 1999 e della Margherita nel 2003, diventa presidente della Provincia fiorentina nel 2004 e lo resterà fino al 2009, quando vince le elezioni per il Comune di Firenze dopo aver inaspettatamente strappato la vittoria nelle primarie interne al Pd. Da allora, forte della sua età anagrafica, ha impersonato nel partito la parte dell’enfant terrible che predica il rinnovamento anagrafico della classe dirigente e del ceto politico.
Il giovanilismo esasperato di cui ha fatto una bandiera, però, non basta più. Di qui il suo battere il tasto delle “idee” da candidare primeggiando sui candidati. Renzi ne ha sfornate, sempre cercando l’effetto sensazionale, addirittura 100, consultabili in Rete perché il suo sarà un “Wiki-Pd” (sic). Ma se si va a sfrucugliarlo appena un po’ in profondità rispetto alle frasi fatte da salottino, emerge chiarissima e lampante la totale assenza di originalità e novità dei suoi messaggi. Figuriamoci di una qualsiasi, anche timida, tendenza a rompere tabù e luoghi comuni. Al contrario: il Renzi-pensiero è il trionfo del luogo comune. Andando alla sostanza dei 100 punti e delle interviste che abbiamo letto, cosa rimane? Prevedibili richiami al volontariato, il generico liberismo del “meno tasse”, rattoppare la precarietà con ammortizzatori sociali e formazione, ma soprattutto l’adesione senza dubbi ai “contenuti” della famosa lettera della Bce, vero programma-base del governo Monti: innalzamento dell’età pensionabile, licenziamenti più facili.
In dettaglio, poi, il Molto Giovane presenta un libro dei sogni contraddittorio, mal scritto, ma tutto ossequioso all’ideologia da Chicago boy del 2000. Difatti: privatizzazioni massicce di aziende pubbliche, ex municipalizzate e patrimonio statale (idea 18); amnistia per i politici corrotti se escono di scena (idea 13, vergognosa, e non si capisce come si concili con il no ai condoni del punto 25); vendita ai privati di Rai1 e Rai2, ma al contempo modello BBC con un’amministrazione pubblica (idee 16 e 17, di fatto fra loro incompatibili); al punto 35,  contratto unico con tutele progressive per i giovani (solo per i neo-assunti? non è specificato) che coesiste al 37 con l’invocazione di un far west dei contratti aziendali; immigrazione “intelligente” (95), cioè, seguendo la filosofia economicistica della vigente Bossi-Fini, si accettano solo extracomunitari utili e programmati; una spruzzatina di sensibilità pro-gay con le unioni civili (89) e infine riforme di per sé sottoscrivibili – contentini per non sembrare troppo prevedibili – come una Tobin Tax del 5 mille sulle transazioni finanziarie (98) e il servizio civile obbligatorio (99).
In sintesi, siamo di fronte ad un’ennesima falsa promessa. In questo caso, talmente scoperta, ameboide, microcefala, tutta chiacchiere e distintivo, che ci vuole del fegato marcio per conferirle la patente di grande “innovazione”. E sorvoliamo sui suoi collaboratori, che comprovano la nullità e scontatezza del berluschino Renzi: l’evanescente Baricco, il giuslavorista precarizzante Ichino, il fighetto ed ex dipendente berlusconiano Giorgio Gori e, ciliegina sulla torta, l’economista iper-liberista Luigi Zingales, che per non farsi mancare niente ha firmato pure il manifesto reaganiano di Giannino, “Fermare il declino”. Se questo è il nuovo, si capisce perchè il sindaco Variati ha voluto imbrancarsi nell’armata renziana: vecchi rottami ideologici si spacciano per stupefacenti novità rivoluzionarie. Bersani, ancora più vecchio essendo fermo alla socialdemocrazia anni ’60-’70, almeno vecchio lo è più onestamente e palesemente. Sia come sia, non ci stupiremmo di vedere uscire Renzi dal Pd, se sconfitto. Seguito a ruota, magari, da qualche renzino vicentino…

 

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