Lemmario di Guerra “V” come Viagra

Marco Cedolin

Qualcuno potrebbe trovare fuori luogo questa citazione farmaceutica in un contesto in cui si diquisisce intorno alla guerra e alle parole, ma anche la “pillola blu”, da oggi può venire annoverata a pieno titolo fra le armi di distruzione di massa in possesso delle truppe fedeli a Gheddafi.
Gli Stati Uniti, nella persona dell’ambasciatore Usa all’Onu Susan Rice, durante una riunione a porte chiuse del Consiglio di sicurezza dedicata alla Libia, hanno infatti accusato l’esercito di Gheddafi di stupri sistematici, affermando che ad alcuni reparti sarebbero state distribuite pillole di Viagra per facilitare le violenze…..

Se da un lato bisogna riconoscere all’amministrazione statunitense spiccate doti di originalità ed una non comune fantasia visionaria, dall’altro stupisce riscontrare come la proiezione sul nemico dei propri crimini di guerra stia diventando sempre più una pratica comune della propaganda a stelle e strisce.
Dai massacri, all’uso dei mercenari prezzolati, dalle bombe a grappolo agli stupri di massa, quasi tutte le nefandezze di cui l’esercito americano si è macchiato nel corso delle ultime guerre di conquista, vengono infatti sistematicamente riversate sui militari libici, attraverso un processo di transfert che avrebbe fatto la felicità di Sigmund Freud.
Non sappiamo se l’accusa di usare lo stupro come arma nel conflitto, che stando alla notizia avrebbe ricevuto crescente attenzione alle Nazioni Unite, sia stata mossa con l’intento di minare il morale e la virilità dell’esercito del Raiss.
Sicuramente la parte subliminale del messaggio appare di una chiarezza adamantina.
I militari libici dovrebbero ricorrere al Viagra, per compiere le stesse “imprese” che ai soldati americani riescono benissimo anche senza, questa si  che può essere considerata una vera dimostrazione di superiorità.
Fonte:

http://marcocedolin.blogspot.com

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Miss U.S.A. Molestata dagli Agenti della T.S.A. (FEMA)

Susie Castillo, modella di origini portoricane-dominicane di 32 anni ed ex Miss U.S.A. (incoronata nel 2003) viaggia molto per lavoro.

Ma al giorno d’oggi gli aeroporti americani nascondono delle insidie in più, soprattutto per ragazze belle come lei;e non stiamo parlando di fantomatici dirottatori Islamici in astinenza sessuale forzata.E no, il pericolo è ben altro, molto più subdolo e viscido soprattutto perchè viene da chi, in teoria, negli aeroporti ci lavora per evitare che succedano fatti spiacevoli ai passeggeri,ovvero la T.S.A.

Cos’è la T.S.A.?Andiamo a vedere come si presentano nel loro sito:”Noi siamo i vostri vicini, amici e parenti. Ci sono 50.000 agenti di sicurezza, ispettori, direttori, marescialli dell’aria e dirigenti che proteggono i sistemi di trasporto della nazione per far si che voi e la vostra famiglia potete viaggiare in modo sicuro.Cerchiamo bombe ai posti di blocco in aeroporti, ispezioniamo vagoni ferroviari, metropolitane con pattuglie di nostri partner in legge di esecuzione, e lavoriamo per rendere tutti i tipi di trasporto sicuri”.

(Link al sito T.S.A. : http://www.tsa.gov/who_we_are/index.shtm).Chissà se Susie Castillo è passata dal sito della T.S.A. e chissà cosa ne pensa di come si dipingono questi “vicini, amici e parenti”… Chi di voi signore non vorrebbe un vicino di casa, un amico o un parente che vi molesta “per la vostra sicurezza?”.

Si, perchè a Susie proprio questo è accaduto, come racconta nella sua testimonianza diretta in un video girato da una sua amica pochi minuti dopo l’accaduto, video che riassume nel viso e nella voce di Susie un fatto di cronaca che ci deve far pensare e indignare (questa volta è proprio il caso).

Nel video in questione, riportato qua sotto, vediamo il famoso giornalista (complottista?) Alex Jones che ci fa una prefazione alle parole di Susie, spiegandoci per filo e per segno come la T.S.A. sia direttamente collegata alla FEMA, altri amici del popolo che negli States stanno preparando dei veri e propri campi di concentramento, presumibilmente per tenere feste in maschera e balli privati, a quanto ci vogliono far credere…

(dal minuto 08:10 la testimonianza della Castillo).

Ufficialmente la FEMA nasce per preparare la popolazione e soccorrerla in caso di gravi disastri naturali (ma non hanno la protezione civile?);sempre in via ufficiale si propone di prendere dei semplici cittadini e di renderli abili ad aiutare altri cittadini in caso di emergenza.

(link al sito FEMA : http://www.fema.gov/).In pratica, i cosidetti “Agenti FEMA” non sanno praticare un massaggio cardiaco ma sono bravissimi ad usare lo SCAR (fucile automatico in dotazione alle forze armate americane) ed a piombare da un elicottero sopra un edificio senza paracadute:più degli SWAT che delle crocerossine insomma.

Sono davvero tanti gli agenti di contea americani che si sono dati al “programma FEMA” ;un programma che prevede, tra le altre cose, la capacità di arginare sommosse popolari con l’uso della forza, oltre a tattiche speciali di combattimento urbane (vedi questo nostro articolo: https://freeyourmindfym.wordpress.com/2011/04/22/elicotteri-neri-a-miamioperazioni-fema-in-atto/).

I Campi FEMA ricevono giornalmente impressionanti scorte alimentari tramite treni lunghi decine e decine di metri, scorte che vengo immagazzinate in enormi container;questi treni sono scortati da agenti T.S.A.

Come gli agenti di contea di qui sopra, anche gli agenti T.S.A. devono sostenere “corsi di aggiornamento” per diventare pratici di quelle arti che saranno loro indispensabili in circostanze poco allegre.

Se queste sono le premesse, l’idea che ci viene in mente è che questi “corsi di aggiornamento” servano più per mettere i cittadini in circostanze poco allegre che per tirarli fuori.

Carabinieri Europei con Licenza d’Uccidere

DI ALESSIO MANNINO
ribelle.com

Praticamente non ne ha parlato nessuno. Praticamente la ratifica di Camera e Senato è avvenuta all’unanimità. Praticamente stiamo per finire nelle mani di una superpolizia dai poteri pressoché illimitati. Che sulla carta è europea, ma che nei fatti è sotto la supervisione statunitense. Tanto è vero che la sede centrale si trova a Vicenza, la stessa città dove c’è il famigerato Camp Ederle delle truppe USA

Alzi la mano chi sa cos’è il trattato di Velsen. Domanda retorica: nessuno. Eppure in questa piccola città olandese è stato posto in calce un tassello decisivo nel mosaico del nuovo ordine europeo e mondiale. Una tappa del processo di smantellamento della sovranità nazionale, portato avanti di nascosto, nel silenzio tipico dei ladri e delle canaglie.

Il Trattato Eurogendfor venne firmato a Velsen il 18 ottobre 2007 da Francia, Spagna, Paesi Bassi, Portogallo e Italia. L’acronimo sta per Forza di Gendarmeria Europea (EGF): in sostanza è la futura polizia militare d’Europa. E non solo. Per capire esattamente che cos’è, leggiamone qualche passo. I compiti: «condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi comprese l’attività di indagine penale; assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d’intelligence; svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintracciare i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti; proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici» (art. 4). Il raggio d’azione: «EUROGENDFOR potrà essere messa a disposizione dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche» (art. 5). La sede e la cabina di comando: «la forza di polizia multinazionale a statuto militare composta dal Quartier Generale permanente multinazionale, modulare e proiettabile con sede a Vicenza (Italia). Il ruolo e la struttura del QG permanente, nonché il suo coinvolgimento nelle operazioni saranno approvati dal CIMIN – ovvero – l’Alto Comitato Interministeriale. Costituisce l’organo decisionale che governa EUROGENDFOR» (art. 3).

Ricapitolando: la Gendarmeria europea assume tutte le funzioni delle normali forze dell’ordine (carabinieri e polizia), indagini e arresti compresi; la Nato, cioè gli Stati Uniti, avranno voce in capitolo nella sua gestione operativa; il nuovo corpo risponde esclusivamente a un comitato interministeriale, composto dai ministri degli Esteri e della Difesa dei paesi firmatari. In pratica, significa che avremo per le strade poliziotti veri e propri, che non si limitano a missioni militari, sottoposti alla supervisione di un’organizzazione sovranazionale in mano a una potenza extraeuropea cioè gli Usa, e che, come se non bastasse, è svincolata dal controllo del governo e del parlamento nazionali.

Ma non è finita. L’EGF gode di una totale immunità: inviolabili locali, beni e archivi (art. 21 e 22); le comunicazioni non possono essere intercettate (art. 23); i danni a proprietà o persone non possono essere indennizzati (art. 28); i gendarmi non possono essere messi sotto inchiesta dalla giustizia dei paesi ospitanti (art. 29). Come si evince chiaramente, una serie di privilegi inconcepibili in uno Stato di diritto.

Il 14 maggio 2010 la Camera dei Deputati della Repubblica Italiana ratifica l’accordo. Presenti 443, votanti 442, astenuti 1. Hanno votato sì 442: tutti, nessuno escluso. Poco dopo anche il Senato dà il via libera, anche qui all’unanimità. Il 12 giugno il Trattato di Velsen entra in vigore in Italia. La legge di ratifica n° 84 riguarda direttamente l’Arma dei Carabinieri, che verrà assorbita nella Polizia di Stato, e questa degradata a polizia locale di secondo livello. Come  ha fatto notare il giornalista che ha scovato la notizia, il freelance Gianni Lannes (uno con due coglioni così, che per le sue inchieste ora gira con la scorta), non soltanto è una vergogna constatare che i nostri parlamentari sanciscano una palese espropriazione di sovranità senza aver neppure letto i 47 articoli che la attestano, ma anche che sia passata inosservata un’anomalia clamorosa. Il quartiere generale europeo è insediato a Vicenza nella caserma dei carabinieri “Chinotto” fin dal 2006. La ratifica è dell’anno scorso. E a Vicenza da decenni ha sede Camp Ederle, a cui nel 2013 si affiancherà la seconda base statunitense al Dal Molin che è una sede dell’Africom, il comando americano per il quadrante mediterraneo-africano.

La deduzione è quasi ovvia: aver scelto proprio Vicenza sta a significare che la Gestapo europea dipende, e alla luce del sole, dal Pentagono. Ogni 25 Aprile i patetici onanisti della memoria si scannano sul fascismo e sull’antifascismo, mentre oggi serve un’altra Liberazione: da questa Europa e dal suo padrone, gli Stati Uniti.

Alessio Mannino
www.ilribelle.com
28.02.2011

Tacchini e somari

Anche le bombe sono intelligenti se paragonate alla nostra classe dirigente. Gli ordigni sbagliano di qualche metro, i nostri governanti di qualche secolo. Le prime si fanno sentire senza troppe chiacchiere, i secondi fiatano a vanvera strozzando la verità con una fraseologia ipocrita e vergognosa. Così ci tocca pure raccogliere lo sdegno del Ministro degli Esteri Frattini, un’aquila della diplomazia che del pennuto ha solo il cervello, il quale in barba a qualsiasi principio democratico si dice seccato per un eventuale voto del parlamento sui raid dei jet italiani contro la Libia. Tutto previsto dalla risoluzione ONU 1973 afferma Frattini, mentre il Ministro della Difesa La Russa, un altro strano animale con la raucedine dei felini e la sveltezza di mente dei somari, prega la stampa di non chiamare bombardamenti gli interventi chirurgici che i nostri piloti stanno per compiere sul Paese Nordafricano. In pratica, noi italiani mandiamo i chirurghi nell’aria e i soldati nelle sale operatorie. Sarà per questo che le guerre ci vengono male. Ma La Russa non demorde e ribadisce: “Continuare a parlare di bombardamenti a me sembra fuorviante, e tanto più lo è il desumere, dall’improprio utilizzo di questo termine approssimativo un sostanziale cambio di strategia delle nostre forze”. Letterale signori e non vi sforzate di capire. La formula è bertinottiana, cioè del Bertinotti  interpretato da Corrado Guzzanti che alla fine di ogni sproloquio affermava tra gli applausi del pubblico rintontito dalle parole: “ho detto un mare di cazzate, non so neanche quel che sto dicendo”. Appunto, Egregio Ministro, tutte cazzate sesquipedali che soltanto il “coniglio” dei ministri poteva asseverare.  Eppure i dioscuri ministeriali ripetono alla pubblica opinione che l’Italia ha un ruolo decisivo in questo conflitto per la libertà dei popoli del mediterraneo e che da ciò trarremo grandi vantaggi al momento della ricostruzione. Nel frattempo però le nostre imprese si lamentano per i contratti già firmati con i libici e sepolti sotto i bombardamenti occidentali e per gli investimenti e le opportunità incenerite. Lo ha ribadito ieri Alfredo Cestari, presidente della camera di commercio ItalAfrica Centrale. Per noi italiani si parla di un crollo del giro d’affari nell’area del 50-70%. Ma i due ribadiscono che in questo conflitto ci stiamo comportando correttamente e che il consiglio dei ribelli ne terrà conto. Frattanto che aspettiamo la ricompensa dagli scalmanati di Bengasi eterodiretti dai francesi, i cugini-serpenti si prendono tutta la Libia firmando con gli insorti un memorandum d’intesa per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi. L’Eni verrà estromessa dai pozzi più redditizi quando appena qualche mese fa le imprese d’oltralpe non riuscivano nemmeno a piazzare una pompa di benzina nella zona. Le rodomontate di Frattini e di La Russa segnalano in che mani abbiamo messo la nostra politica estera e quella della difesa. Da poveri italiani, come diceva il Generale De Gualle, rischiamo di diventare italiani poveri, come sanno i nostri concittadini. E tutto questo per lanciare la carriera ad un tacchino travestito da rapace e ad un equide camuffato da felino. Che un Paese sia diventato forte e rispettato per i gloglottii e per i ragli di presunti uomini di Stato non si è mai visto da nessuna parte. E nemmeno questa volta si vedrà.

Fonte :  http://conflittiestrategie.splinder.com/post/24499420/tacchini-e-somari-di-gp

CINA: NUOVE RELAZIONI ECONOMICHE INTERNAZIONALI?

Di Julio A. Diaz Vazquez
Centro di Ricerche dell’Economia Internazionale
Università dell’Avana


E’ un fatto universalmente accettato che, l’inserimento della Cina nell’economia mondiale, avvenuta negli ultimi 30 anni sta influendo nei cangianti cambiamenti che avvengono nelle relazioni economiche internazionali. Allo stesso tempo, suggeriscono che, il paese, entrando nella società globalizzata, con successi evidenti,sta affrontando la sfida di assorbire il patrimonio tecnico-culturale istituzionale mondiale, senza perdere l’ancestrale fisionomia della sua cultura molto particolare. La prima metà del XXI secolo verificherà eloquentemente se si trova di fronte ad una minaccia o a una sfida senza precedenti nella sua millenaria storia.
Tuttavia, sembra utile notare che la vocazione ufficiale della Repubblica Popolare Cinese d’integrarsi pienamente all’economia globale come scopo ultimo della politica di riforma e apertura, ha avuto la sua prima manifestazione nel 1983 quando sollecitò e ottenne lo status di osservatore nell’Accordo Generale di Tariffe e Tasse (GATT). Nel 1984 al paese è stato consentito di intervenire nell’Organismo come osservatore speciale, e assistere alle riunioni del Consiglio e alle sue entità subordinate.
Ma, prima si deve ricordare che la Repubblica Cinese è stata uno dei ventitré paesi che firmò la Carta della Costituzione del GATT nel 1957. Nel (4/1948) Governo Nazionalista Cinese, guidato da Chiang Kai-chek, approvò il Protocollo di Applicazione Provvisorio, in occasione della ratifica (5/1947) dell’Accordo dalla maggior parte dei firmatari, il paese si divenne il fondatore del GATT.

Al momento di costituirsi (1-10-1949) la Repubblica Popolare Cinese sospese le sue attività come parte integrante del GATT. In conformità con il diritto internazionale universalmente accettato, la sostituzione delle Autorità Nazionaliste del Governo Popolare non rappresentò un cambiamento o dissoluzione dello Stato.  La personalità internazionale del paese, quindi, è rimasta, inoltre, esistevano meriti perché la Nuova Cina si qualificasse come fondatrice dell’Organizzazione.
Tuttavia, per motivi storici, legati al complesso e teso mondo bipolare stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, intorno agli USA-URSS, per più di 30 anni il paese smise di partecipare all’Organizzazione. Tempo in cui, sia la Cina sia le attività del GATT, sperimentarono sensibili cambiamenti. L’aver richiesto a entrambi gli interessati, in modo retroattivo, di esercitare i doveri e diritti sospesi, avrebbe creato complicate differenze giuridiche. Per questo, la Rep. Cinese sostenne dall’inizio la tesi della rinuncia da entrambi le parti, dell’uso di prerogative che non potevano essere soddisfatte nel passato.
Le richieste sono state ulteriormente complicate dalla decisione delle autorità nazionaliste di Taiwan di far valere per anni le pretese di rappresentare i diritti internazionali della Cina Continentale, comunicando (3/1950) alla Segretaria dell’ONU, l’uscita dal GATT. La (5/1950) richiesta fu accettata, questione che il governo della Rep. Cinese dichiarò illegale, cosa che rese nota in un’energica nota al Dispaccio dell’Organismo.
In (3/1965) la Repubblica Cinese (capitale Taipei), titolo adottato dai nazionalisti a Taiwan, chiese l’adesione al GATT in qualità di osservatore, la richiesta fu accolta. Quando fu reso (1971) alla Rep. Cinese, il suo legittimo luogo nell’ONU fu annullato la partecipazione di Taiwan al GATT.
Con queste premesse (7/1986), il Governo della Cina rivendicò ufficialmente il suo posto di diritto come assegnatario del GATT. Cominciò, da quel momento, un lungo e complesso processo di negoziazioni per definire il calendario e le condizioni in cui tale accesso doveva essere dato; sintesi conclusa il (10-12-2001) accettando l’entrata del paese nell’OMC.  Inutile dire che quasi quindici anni di procedimenti lunghi, si spiegano solo nel fatto che servirono per strappare alla Rep. Cinese il maggior numero di concessioni e di creare i vincoli esterni al suo sviluppo, questione messa in evidenza, tra le altre, dai 15 anni d’attesa per riconoscerla come una economia di mercato. 
II
Così, una volta che in Cina prese corso la politica di modernizzazione, legata alla strategia da sviluppare nel quadro della Riforma e Apertura, e inserita nel processo di globalizzazione dell’economia mondiale, sono stati delineati, a poco a poco, i profili che definiscono gli aspetti specifici delle nuove condizioni nei suoi rapporti economici internazionali. Questi modelli includono: Vantaggi reciproci, profitti condivisi, sviluppo economico, rispetto della sovranità, rispettare il diritto internazionale, aiuto senza condizionamenti politici o di altro tipo, non giudicare le condotte politiche degli stati con cui si creano relazioni,in particolare quando si tratta di paesi in via di sviluppo. Canoni che, sono identificati come Modello, dai contorni molto propri riconosciuti universalmente.
D’altro canto, è significativo che per oltre venti anni i rapporti economici e politici al di fuori della Cina sembrassero muoversi secondo le sintetiche istruzioni tracciate da Deng Xiaoping, di nascondere la brillantezza, aspettare il momento opportuno e costruire capacità. Tradotto in fatti concreti, i suoi significati hanno in fondo il riconoscimento che, dalle circostanze dei paesi poveri e deboli, la Cina doveva evitare conflitti e concentrarsi sul rinnovamento economico. E allo stesso modo, stabilire legami con tutte le nazioni che aiutassero alla ricerca di mercati, risorse naturali, tecnologie e sostegno politico.
Allo stesso tempo, la Cina, per distribuire tutta la capacità economica e politica raggiunta negli ultimi 30 anni, aderisce allo sviluppo pacifico come base della sua proiezione internazionale. Con questo riafferma che non ripeterà le strade seguite dalla Germania alla fine del XIX secolo, che diventando potenza di punta dell’Europa portò a una nuova divisione territoriale del mondo; pretesa che portò alla I Guerra Mondiale. Processo rinnovato negli anni ’30per rivendicare uno spazio vitale in Europa; e coincise con le posizioni imperialiste adottate dal Giappone in Asia che portarono alla II Guerra Mondiale.
Inoltre, nel programmare lo sviluppo della strategia rinnovatrice dell’economia, la Cina prende le distanze da altre esperienze, come fu la strada seguita dall’URSS che, per diverse cause storiche interne ed esterne, cercò di creare una società socialista in un solo paese, isolandosi praticamente dalla globalizzazione economica. Al contrario, la Nuova Cina, integrandosi al processo di globalizzazione economica, ha aperto nuove opportunità a tutte le nazioni partecipanti al tessuto dell’economia internazionale. Non ha neanche manifestato la vocazione di diventare una potenza egemonica né ha dato origine ad alleanze militari orientate verso altri stati.
Al contrario, la Cina, fondamentalmente, dalla seconda metà degli anni ’90 del XX secolo, promuove, in modo coerente, nei suoi rapporti economico-politici esterni il cosiddetto potere blando (1). Nel condurre questa politica approfitta dei successi del suo dinamico boom economico, insieme a una densa rete integrata da aziende, istituzioni, specialisti di diverse discipline- medici, ingegneri, maestri, costruttori- e il reclutamento di studenti- 1 milione 300 mila nel 2009- la creazione di Istituti Confucio, diffusione della lingua, cultura, ecc. Fattori che, uniti a una rinnovata diplomazia, facilitano l’inserimento del paese nell’economia e politica mondiale, oltre all’importante fattore di annullare le manovre volte a frenare la sua emergenza.
Inoltre, dopo il crollo del mondo bipolare, cancellati i confini ideologici e politici nella fase della Guerra Fredda, non solo hanno differenziato gli stati del pianeta opponendoli gli uni contro gli altri, ma sembra che prende piede la geografia politica del mondo globale, segnata nel suo nucleo centrale da componenti economici e geopolitici. Adesso, non sono le risorse o i mercati a stabilire i modelli nell’arena internazionale ma la capacità di fissare canoni, stabilire regolamenti, norme abitudini. In altre parole, le strategie vigenti fino a pochi anni fa stanno cambiando. In questo contesto, la Cina, invece di essere destinataria passiva di questi cambiamenti, è entrata nella concorrenza per stabilire le regole globali.
Così, la Nuova Cina, che è stata allontanata dal contesto esterno per vari decenni, oggi s’integra all’economia globale con le sue istituzioni, e l’obiettivo è diretto, principalmente a rafforzarle, aiutando a eliminare le idee di minaccia, bloccare le pretese dei poteri egemonici, e assicurarsi un ambiente pacifico che contribuisca allo sviluppo nazionale. Collocati in quest’ottica, non c’è da meravigliarsi che, con una visione a lungo termine, tra le altre cose, esistano in Cina diverse posizioni associate alla costruzione di un ordine globale a sua immagine e somiglianza.
Ora messa in questo contesto, appare il bisogno di strutturare politiche più attive e che coinvolgano in modo creativo la Cina nelle tendenze che segnano la traiettoria degli affari internazionali. Pertanto, è necessario superare le ellittiche delineate da Deng Xiaoping quando raccomandava: “Osservare sobriamente gli avvenimenti, mantenere le posizioni, affrontare con calma le sfide, nascondere le capacità e mai affermare la leadership”(2)In altre parole, si tratta di scegliere per evitare confronti, mentre si cambiano nella pratica le regole del gioco stabilite; e con esse, allegati agli schemi interni, costruire una realtà alternativa dove le norme e i valori cinesi siano quelli che determinano il corso degli avvenimenti piuttosto che i modelli dell’Occidente.
Questi punti di vista, rispondono, in uno o nell’altro senso, a rifiutare le mire dei poteri egemonici mondiali di modellare il processo innovatore della Cina secondo le etichette internazionali. In sostanza, queste tendenze possono riunirsi sotto tre gruppi. Uno, quello che stimola l’integrazione alla sfera europeo-americana, spazio nel quale il paese deve lottare per i suoi diritti all’interno del sistema. Un altro favorisce l’erezione di un percorso alternativo, dove la Cina occupa il Centro. Il terzo, con senso più pragmatico, pone la questione di integrare qualsiasi mezzo che contribuisca all’avanzamento degli obiettivi iscritti nel programma di riforma economico-sociale-politico. Quello che è interessante è che tutte hanno in comune la cultura tradizionale cinese con le teorie del pensiero politico-filosofico occidentale.
III
Molte saranno le aree, nelle vicende quotidiane, nelle quali si potrà osservare il dispiegamento dei tratti del Modello dei nuovi rapporti economici che struttura la Cina. Il primo si sviluppa intorno all’Asia. Per ovvi motivi, la regione costituisce una priorità strategica del paese; e lì si applicano con preferenza gli elementi destinati a rinnovare i criteri stabiliti nello scenario dell’economia internazionale: commercio, investimenti, finanze, integrazione economica, immigrazione; cioè, aspetti della diplomazia del potere blando. In quest’ordine, è stata emblematica la cooperazione tra l’Associazione del Sud Est Asiatico- ASEAN- (Singapore, Malesia, Tailandia, Filippine, Indonesia, Brunei, Vietnam, Cambogia, Myanmar, Laos) e la Cina.
Il fatto che ha segnato la pietra miliare nelle relazioni tra l’ASEAN e la Cina è rimasta siglato il 10.2.2003 quando si concluse il protocollo che stabilì l’impegno di ridurre o abolire (2010) le barriere tariffarie al commercio tra i firmatari. Insieme alla riduzione delle tariffe doganali (1/2004) ad alcuni prodotti agricoli, la cooperazione si è estesa alla sfera finanziaria, dei servizi, investimenti, industria, agricoltura e tecnologia. Sul piano politico (2004) è stata siglata la Dichiarazione della Società Strategica per la Pace e la Prosperità. Entrambi i documenti riaffermarono la volontà di aumentare la collaborazione, e inoltre, sono serviti a superare le gelosie e scetticismi che nel passato avevano inquinato i rapporti economici e politici.
Il passo finale per la formazione del mercato libero più grande del pianeta, con più di 850 milioni di consumatori, un PIL superiore ai 6.000 miliardi di dollari e un commercio estero che supera i 4.000 miliardi di dollari, fu dato a Laos, il 30.11.2004 quando fu stretta l’alleanza che diede origine alla nascita dell’ALC tra la Cina e i paesi dell’ASEAN. In un processo a due velocità (7-2005-2010) si è proceduto a eliminare-ridurre le barriere dei dazi per 4.000 elementi di beni fino al livello di 0-5%. Mentre, per altri prodotti, automotori, zucchero, olio vegetale e acciaio abbassano le tariffe ma in minor livello nel 2010, applicabile solo ai soci più sviluppati: Singapore, Malesia, Tailandia, Filippine, Indonesia, Brunei.  Processo che, dopo il completamento nel 2020, con la soppressione totale delle barriere dei dazi, resterà la più grande  zona di libero scambio del mondo.
Allo stesso modo, nel contesto regionale si consolidano anche i coordinamenti tra l’ASEAN +3: Cina, Giappone e Corea del Sud. La crisi asiatica (1997) ha consigliato (2000) che, attraverso le Banche Centrali dei paesi del Gruppo, si stabilisse un pool di riserve di divise- 120.000 milioni di dollari- per far fronte agli attacchi speculativi contro le monete di qualsiasi membro. Inoltre concordarono di scambiare informazione sui flussi dei capitali a breve termine, creando così una specie di sistema di allarme anticipato volto a prevenire possibili crisi finanziarie. È inutile dire che la Cina è stata un fattore decisivo per l’impulso a tali iniziative.
IV
D’altra parte, per molto tempo la Cina, partendo da esperienze passate, ha osservato con astio le organizzazioni multilaterali. Tuttavia, un cambiamento è stato operato nel 1995, con l’adesione di Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, attraverso un Accordo sulla Sicurezza e Cooperazione che diede luogo alla nascita dell’Associazione dei Cinque di Shangai. Inizialmente i loro sforzi si sono concentrati sulla smilitarizzazione delle frontiere comuni- più di 5 mila km- e successivamente, ampliarono le sfere d’interesse al commercio e alla sicurezza.
Così, il 15.6.2001 con l’adesione all’Associazione, dell’Uzbekistan, è sorta l’Organizzazione di Cooperazione di Shangai (OCS).  Si tratta di un segretariato permanente a Pechino, un Consiglio di Affari a Mosca ed una Struttura Regionale Antiterrorismo, a Tashkent, città Uzbeka. Dal 2004 dispone di una forza locale per affrontare le attività terroristiche con base a Bishkek, capitale del Kirghizistan. L’organo di governo è il Consiglio dei Capi di Stato che si riunisce almeno una volta l’anno. Nel 2004 è stato concesso alla Mongolia lo status di osservatore; e nel 2005 si è estesa tale categoria al Pakistan, India e Iran. Dopo un periodo di congelamento delle adesioni, nel summit a Tasken, a giugno del 2010, è stata convenuta l’apertura dell’Organizzazione a nuovi membri.
L’OCS che, non è diretta contro nessun paese o blocco, appare come un’entità idonea per coniugare i diversi interessi dei suoi partecipanti. Prima di tutto, riafferma e proietta la copertura internazionale dei recenti paesi indipendenti dell’Asia Centrale, un tempo parte dell’URSS. Serve a tutti per neutralizzare gli intenti dei poteri egemonici di stabilire la loro presenza e influenza nella Zona, in modo particolare, dopo l’11 settembre. La lotta al terrorismo costituisce un buon alibi per giustificare la crescente dimensione della sicurezza, anche se è certo che, le misure comuni contro l’azione di gruppi estremisti, esercitazioni militari congiunte o bilaterali, sono accompagnate da una trasparenza inusuale, paragonate ad altre esperienze.
Tuttavia, la cooperazione economica guadagna dinamismo, con l’impulso della ricchezza degli idrocarburi, risorse minerali e agricole che possiedono le cinque Repubbliche centro-asiatiche. Collaborazione che ha come incentivo il crescente potere economico della Cina che, in modo perseverante, cerca di assicurarsi le fonti di energia e materie prime che soddisfino il breve e lungo termine di quelle forniture essenziali per sostenere il boom economico del paese. Per la Russia, si tratta di conservare la presenza nella Regione, e se possibile, di riacquistare spazi perduti, servono di base a questi propositi i problemi legati alla sicurezza.
Non può essere trascurato che l’OCS forma un’area di più di 30 milioni di km quadrati, un contingente umano per un totale di più di 500 mila milioni di euro, pari al 25% del pianeta. Ma, in termini solo teorici, passando da osservatori a integranti di fatto, l’Organizzazione unirebbe stati che occupano un’estensione territoriale di 37,2 milioni di kilometri quadrati, con più di 2.800 milioni di cittadini, che sarebbe quasi il 40% della popolazione mondiale: raggrupperebbe quattro nazioni con potenziale nucleare, tre grandi economie, Cina, Russia e India, che possiedono enormi risorse umane, energetiche e naturali. A sua volta, l’esistenza dell’OCS prova che, non solo i paesi dell’Occidente dispongono di capacità per raggrupparsi e stabilire organismi multilaterali.
V
L’altra decisione nella regione asiatica che mostra il ruolo da protagonista della Cina, è data dal sostegno dato per dar vita alla Comunità dell’Est dell’Asia (CEA). Nell’immaginario politico cinese, le iniziative di questo tipo hanno le loro radici nel pensiero di Sun Yat-sen, che ha cercato di propagare, a partire dalla morale e la cultura condivisa, il grande asianesimo tra le nazioni regionali. Nel frattempo, il Giappone militarista ha promosso, dalla fine del XIX secolo, la creazione della grande sfera di co-prosperità dell’Est Asiatico, anche se lo sfondo vero sta nel suo obiettivo di realizzare i suoi desideri imperiali (3).
La CEA può definirsi come un’entità a metà strada tra l’APEC (21 Stati) e l’ASEAN. Riunisce gli sforzi di 16 nazioni, i dieci membri dell’ASEAN più la Cina, il Giappone, l’Australia, la Corea del Sud, l’India e la Nuova Zelanda. La Russia ha lo status di osservatore. Tre sono le condizioni che sono state fissate (2005) per aderire alla Comunità: la firma di un accordo di cooperazione economica, larinuncia all’uso della forza per risolvere le controversie, e invischiarsi in un forte coinvolgimento economico nella regione. Va osservato che gli Stati Uniti, coinvolti da interessi economici, politici e strategici nella Zona, non ammettono la seconda condizione; e la Russia non soddisfa il terzo requisito.
Tuttavia, realizzare la CEA richiederà superare eredità e traumi storici, contrasti geografici naturali e superare diversi ostacoli politici e importanti differenze economiche. Naturalmente, l’Himalaya spezza l’Asia in due parti: da unaesistenza di un Medio Oriente che, piuttosto, costituisce un ente autonomo e l’altra l’estensione della Russia in Siberia. Blocchi che privano al Continente dei vantaggi dell’omogeneità terrestre. Dal punto di vista politico, pesa l’eredità delle usurpazioni territoriali e le atrocità commesse dal Giappone alla fine del XIX secolo e continuate nella prima metà del XX secolo. Non meno importante è la disputa politica e l’interesse generato dalla presenza degli Stati Uniti, e le sue pretese di fissare gli standard della regione.
Senza dimenticare che le sequele della II Guerra Mondiale sono ancora vive nella divisione della penisola coreana, resta presente anche nell’intenzione di separare la Taiwan dalla Cina. Inoltre contano le inquietanti vendite di armi da parte degli USA all’Isola per coinvolgerla nella zona di sicurezza del Giappone, senza disdegnare le pretese di alcuni circoli tailandesi che aspirano a renderla indipendente dal Continente. Tutti fattori che condizionano le proiezioni esterne della Cina per le quali portare a termine l’unificazione territoriale, hanno un significato di un principio irrinunciabile nell’ideale politico del paese. Inoltre gettano ombre sulla stabilità politica nella Regione come gli appetiti nucleari della Rep. Cinese, questione che si riflette nelle preoccupazioni per la sicurezza di diversi Stati asiatici.
Tuttavia, mentre si registra un progresso nella cooperazione economica,raggiungere uno schema di forte integrazione, si prevede non sarà un compito a breve. L’esperienza storica ha dimostrato che la stabilità europea è arrivata prima con gli accordi franco-tedeschi. In Asia, la Cina, fino al primo terzo del XIX secolo ha dominato la scena dell’Estremo Oriente, con il periodo Meiji il Giappone fece sedere i suoi reali nella Regione lasciando una memoria di barbarie che crea un pesante fardello storico. Così per la maggior parte dei sinologi, la chiave per ottenere la loro voluta integrazione economica sembra risiedere nel metodo per raggiungere i loro rapporti politici ed economici tra Cina e Giappone. Anche se tutti i pronostici prevedono che per arrivare a quel livellodovranno superare ostacoli enormi che consumeranno senza dubbio un lungo periodo di tempo.
Mossi in questo contesto, sembra esserci consenso nel fatto che i propositi integrazionisti della CEA siano soggetti ai progressi che si riescono ad articolare almeno in cinque campi. Bisognerebbe cominciare a superare le diversità economiche che, per inciso, sono abissali in termini di PIL pro capite: a Singapore 50.300 dollari annui, a Myanmar 1.200 dollari. Promuovere un’identità comune, cioè, sviluppare una filiazione asiatica che integri le diversità culturali e religiose che convivono nella regione. Risolvere le discrepanze del passato che oppongono il Giappone alla Cina, le due Coree e le Filippine. Superare le controversie marittime territoriali, che includono, nella pratica, la quasi totalità dei paesi. E la questione più spinosa è di trovare il consenso nelle sicurezze condivise dai paesi dell’Asia dell’Est, Sud Est e Sud in relazione alla presenza ragionevole degli USA nella zona. (4)
Infine, nella prospettiva del proprio futuro del XXI secolo, l’OCS e la CEA possono costituire la genesi della proiezione del nuovo Modello che la Cina crea nelle sue relazioni economico-politiche estere. Sembrano costituire il nucleo dell’ordine mondiale cinese dove l’aspetto più significativo è la sovranità statale, nella quale gli Stati nazionali possiedono la capacità di decidere del proprio destino, senza interferenze da domini stranieri, né essere prigionieri del capitale globale. In altre parole, costruire uno spazio nel quale i poteri di ogni nazione influiscano nell’economia, amministrino la politica interna e quello che è più importante, decidano senza ingerenze esterne il controllo dei loro rapporti con l’estero. Processo che alcuni studiosi hanno già battezzato Consenso di Pechino.
VI
Tuttavia, l’Asia non esaurisce il potenziale né l’influenza della Cina per dare vita ai profili del Modello che crea nei suoi legami esterni. E’ ovvio che, numerosi paesi dell’Africa, America Latina, Caraibi, e anche il Medio Oriente, percepiscano il progresso e il salto economico dato dalla Cina nei passati 30 anni come un’alternativa per dare impulso alla crescita e all’ascesa dell’economia. Niente di meglio per provare questo che gli avvenimenti avvenuti con la presenza cinese in Africa. Anche se ci sono evidenze palpabili che in altre latitudini del globo le ricette che la Cina sta applicando hanno trovato risonanza.
In un’altra parte di questo materiale sono raccolte alcune delle principali linee-guida della presenza della Cina in Africa. Anche se il progetto più ambizioso e di maggior incidenza è formato dalla serie di Zone Economiche Speciali (ZES) che s’innalzerebbero nel continente africano sotto l’egida cinese. Queste frange del progresso costituirebbero un modello di crescita e slancio economico, sono accreditate come veri hubs industriali forniti da incentivi fiscali e di altra indole; inoltre di essere connesse al mondo attraverso la rete stradale, ferroviaria, porti ecc. che la Cina sta creando in Africa.
La prima ZES è in atto nella cintura di rame dello Zambia, presume un investimento di 800 milioni di dollari, e fornirà rame, cobalto, diamanti, stagno e uranio. La seconda si collocherà nell’isola Mauritius e la sua attività principale sarà il commercio. Faciliterà alle aziende cinesi l’accesso ai mercati dell’est e del sud africano che vanno dalla Libia allo Zimbabwe, incluso il passo dell’Oceano Indiano e le piazze del sud est asiatico. Il terzo centro sarà un centro navale, situato a Dar es Salaam, capitale della Tanzania. I due restanti hub saranno installati probabilmente, tra le opzioni offerte, in Nigeria, Liberia o le isole di Capo Verde.
Tutto indica che in Africa trovano attraente l’applicazione di un cambiamento graduale, l’uso combinato delle risorse statali e di investimenti esteri nella costruzione di industrie ad alta intensità di capitale con accesso a tecnologie d’avanguardia, il controllo su rami essenziali di interesse nazionale, industrie, servizi, energia, agricoltura, ecc. accoppiato con una gestione efficiente delle aziende pubbliche che generano profitti per il reinvestimento in obiettivi socialicon effetti politici in ampi settori della popolazione. Tutto registrato, non solo per l’attraente crescita economica ma anche per quello che ha significato nel controllo delle proprie politiche economiche. Formula di successo che la riforma e apertura ha portato alla Cina.
Così, in Africa, hanno trovato terreno fertile alla diffusione delle esperienze di politica di reciproco beneficio e condivisione dei profitti, senza condizionamentipolitici che la Cina applica nella cooperazione con i paesi in via di sviluppo.Precisamente dove la Banca Mondiale e il FMI seguendo le ricette del Consenso di Washington (6), tra le altre iniziative draconiane, rifiuta l’intervento statale, stimolano le privatizzazioni e l’impiego di terapie d’urto, clausole lesive alla dignità nazionale, ecc., l’opzione cinese trova sempre più orecchie ricettive.
In altre parole, la collaborazione basata sul Modello che la Cina va modellando nei suoi rapporti con le nazioni africane, sta consentendo a questi paesi di opporsi alle overdosi neoliberali di deregolamentazione, di tagli della spesa pubblica, procedere a massive privatizzazioni, così come ridurre la presenza statale nell’economia. Sembra che combinare politiche economiche graduali con il ruolo che lo Stato deve svolgere e istituzionalizzare meccanismi nazionali macro-economici, legati alle preferenze sociali, continuando le esperienze cinesi, è tornato a rivivere il luogo in cui lo Stato deve occupare nell’intervento e direzione dell’economia.
VII
Tuttavia, detto per quanto riguarda la sfera commerciale e la cooperazione non esauriscono le cause, il raggiungimento e le ripercussioni che forgiano i legami economici esterni della Cina. La sfera finanziaria non è rimasta assente dalle ripercussioni e gli effetti che la crescente presenza del paese nell’economia internazionale sta creando. Così per i paesi in via di sviluppo, in modo particolare quelli africani, la Cina ha rappresentato un jolly che ha permesso di rifiutare le imposizioni di istituzioni tali come il FMI e la BM.
Un buon esempio di quanto detto lo hanno incarnato le negoziazioni per ottenere un prestito che per lungo tempo il FMI e le autorità governative angolane hanno mantenuto. Tutto perché, fino a poco prima della firma dell’accordo, l’Angola informasse il Fondo che rifiutava il prestito. Aveva trovato nella Cina la controparte ideale che le offrì, a condizioni blande, un prestito di 2.000 milioni di dollari. Cambiando del panorama di aiuto allo sviluppo si riconfermò con i 2.000 milioni di dollari che la Cina, per ognuno dei tre anni, diede alle Filippine e ridicolizzarono i 200 milioni che la BM offriva. Tutto questo senza esigenze politiche, alti tassi e sviluppo di progetti di infrastruttura a basso costo.
Tuttavia operazioni come quelle descritte non sono un caso aneddotico. E’ stata la copia di quello che frequentemente si sarebbe fatto nel Continente africano. In situazioni simili si sono visti coinvolti paesi che vanno dall’Algeria, Chad, Etiopia, Nigeria, Sudan, Uganda, Zambia, fino allo Zimbabwe. In breve, una sola figura riassume la preminenza del ruolo delicato che la Cina ora gioca nel settore finanziario per i paesi in via di sviluppo, dimostrato nel mondo dei 110.000 milioni di dollari che nel 2008-2009 forniti in rapporto ai 100.000 che in quegli anni la BM aveva finanziato.
D’altra parte, il sistema monetario internazionale, con il dollaro come ancora principale e tasso di cambio fluttuante, offre segnali periodici di esaurimento, così come conferma, dalla fine del 2008, l’intensità e la profondità della crisi finanziaria che scuote l’economia mondiale. Nel frattempo, i paesi emergenti dell’Asia e altre latitudini accumulano gigantesche riserve di dollari; pur mantenendo tassi di cambio fissi, quasi con il dollaro. Situazione che è spesso chiamata Bretton Woods II. La Cina, in questo contesto, con immense riserve di divise sta diventando il maggiore creditore del mondo e gli Stati Uniti il più grande debitore del mondo concentrando enormi deficit di conto corrente ebilancio nazionale.
L’altro fattore che comporta, derivante dalla proiezione del funzionamento del sistema monetario internazionale, è la bassa fluttuazione delle divise nei principali mercati emergenti, Cina inclusa. Allo stesso modo, i continui e pericolosi squilibri dell’economia USA hanno indebolito il dollaro in qualità di moneta di riserva che unito ad altri fattori interni che ostacolano le attuali regole monetarie, mettono in discussione la sostenibilità del sistema. Pur riconoscendo che ci sono diverse cause che possono precipitare il suo collasso: il peggioramento e la prolungata crisi finanziaria, la generalizzazione e aumento dei focolai di protezionismo, lotte politiche, ecc. Motivi che danno un impulso ai richiami per modificare il regime vigente.
La maggior parte delle analisi suggerisce che a breve termine non è prevedibile un cambiamento radicale dell’attuale funzionamento del sistema monetario internazionale. Allo stesso tempo, ci sono diverse coincidenze circa al ruolo centrale che la Cina svolge nel futuro disegno delle politiche che infine riescano a trovare consenso; nonostante il crescente potere che il paese acquista nella risoluzione di qualsiasi controversia sulla scena globale, l’elevata esposizione che mantiene in relazione al dollaro, porterà a una drastica rottura dello status quo che gli procurerebbe colossali perdite di attivi.
Chiaramente, la Cina, diventando uno dei giocatori chiave del futuro sistema finanziario internazionale lo farà in modo graduale e in base al proprio beneficio. Nel germe del nuovo scenario già appaiono elementi di questo tipo. Il paese ha sperimentato l’uso dello yuan (renminbi) nelle transazioni internazionali,autorizzando- in forma pilota, 2009- la vendita esterna delle aziende nazionali.  Ha introdotto anche misure affinché entità private, pubbliche, banche, aziende e i governi locali lancino titoli in yuan.  Va aggiunto che le imprese straniere presenti in Cina, sono entrate in queste transazioni. Nel frattempo, la Banca Mondiale ha lanciato buoni yuan- 76 milioni- e la Banca Asiatica dello Sviluppo ha già emesso obbligazioni anch’esse in yuan.
Inoltre, la Cina e la Russia (dal 2010) utilizzano le loro monete nel commercio bilaterale. Mentre l’utilizzo dello yuan si estende agli scambi commerciali con la Corea del Sud, Malesia, Bielorussia, Indonesia e Kazakistan. Anche la Banca dello Sviluppo della Cina ha firmato accordi per 10 milioni di dollari sotto titolati in yuan con il Brasile e Argentina; e Cile e Perù mostrano interesse nell’accogliere questa modalità. (vedi nota aggiuntiva N.D.T)
Secondo quanto ha dichiarato il Governo cinese queste operazioni non sono mirate a sostituire il dollaro, si tratta solo di misure volte a proteggere l’economia nazionale. Tuttavia, per arrivare a giocare il ruolo di moneta universale, tutte le previsioni parlano dei costi e della lunga strada che resta ancora da fare.
Infine se valorizziamo che i cambiamenti che si reclamano nel sistema monetario internazionale non sono dietro l’angolo, resta da stabilire se lo yuan, prima diventerà una moneta di riserva in Asia, in che misura e in quale modo arriverà a quella fase. Questo interrogativo richiede di salvare a due possibili momenti: uno in quale forma o quanto la Regione è preparato per costituire una nuova Zona Monetaria unificata. L’altro, quale paese e quindi, quale moneta svolgerà in modo ottimale le funzioni di riserva: lo yuan o lo yen. Ma non ci sono raccomandazioni sufficienti per prevedere che la Cina sarà nell’occhio del ciclone qualunque sia la strada futura nell’evoluzione economico-politica prevista in Asia.
Per ultimo, dopo la fine dell’universo bipolare Stati Uniti-URSS, sembrava che le relazioni politico-economiche internazionali nell’era di un pianeta globalizzato, sotto l’egida del capitalismo e il potere economico-politico-militare statunitense, reggevano in un ambiente mondiale battezzato come nuovo. Ordine che supponeva la perdita da parte degli stati nazionali del controllo sui loro destini, l’imposizione delle privatizzazioni, in democrazie tipo le rivoluzioni di velluto, arancioni, verdi, ecc., la lotta contro il terrorismo, lo stato minimo, liberalizzazione del commercio, ecc. In questo scenario il differente Modello che la Cina nei suoi rapporti esteri sta edificando con i paesi in via di sviluppo presagisce la sua affermazione internazionale.
Note
1- Questo concetto è stato coniato dal politologo americano Joseph Nye nel 1990. A differenza del potere duro, che ricorre a formule aggressive, minacce, blocchi ed anche guerra per costringere i paesi a sottomettersi a quello che altri vogliono, il potere blando (o morbido) consiste nell’arte di far sì che altri pretendano quello che l’interessato persegue senza ricorrere alla forza. Vedere Mark Leonard, Cosa pensa la Cina?
 
2-  Deng, Xiaoping, Problemi fondamentali della Cina di oggi. 
3- Una panoramica del tessuto dei rapporti e contraddizioni che avvolgono i legami Cina- USA- Giappone e altri Stati dell’Asia- Oceania possono essere consultati in: Spitaels, Guy, China- USA due potenze in conflitto? 
4- Vedere, Xulio Rios, Cina in 88 domande. 
5- Concetto introdotto da Joshua Cooper Remo, citato da Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino. 
6- Il Consenso di Washington che ha pianificato le politiche enfatizzavano : 1)- rafforzamento della disciplina fiscale, 2)- diminuzione della spesa pubblica, 3)- riforma fiscale, 4)- liberalizzazione finanziaria, 5)- tassi di cambio competitivi, 6- liberalizzazione commerciale, 7- eliminazione dei controlli sui movimenti del capitale, 8)- privatizzazione delle aziende pubbliche, 9)- eliminazione delle barriere alla competitività, 10)- rispetto dei diritti di proprietà. Questo credo fu adottato per anni come principio guida da istituzioni come il FMI, la BM. A loro volta tecnocrati e sicofanti delle scienze economiche lo elevarono al rango di dogmi infallibili.

Fonte:  http://www.rebelion.org/docs/126143.pdf

Nota aggiuntiva: “Nel 2001 la Cina è entrata a far parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Da allora il commercio estero ha continuato a crescere in modo esponenziale. Il Commercio in America Latina si è moltiplicato per 10 in meno di 10 anni. La Cina porta principalmente prodotti di fabbricazione industriale mentre l’America Latina vende principalmente materie prime, prodotti agricoli ed energia. Dal Brasile escono il legno, carta, ferro, carne e petrolio.Dall’Argentina soia e mais, dal Venezuela fertilizzanti, minerali di ferro e petrolio, dal Cile rame e carta, da Cuba nichel e cobalto, dalla Colombia frutta e cuoio, dall’Ecuador verdure, dal Salvador pesce, dal Paraguay e Nicaragua lana, dall’Uruguay lana e mais, dal Perù ramePer alcuni di questi paesi il mercato cinese è estremamente importante. La Cina è il mercato principale per il Perù. Per il Cile e l’Argentina è al terzo posto e per il Brasile al quarto. Il Cile ha anche firmato il trattato del libero commercio con la Cina. 

In questo momento le esportazioni di petrolio per la Cina sono ancora modeste ma questo potrebbe cambiare velocemente a breve termine. Il Venezuela ha promesso un aumento importante delle esportazioni, in Brasile sono stati scoperti nuovi giacimenti petroliferi e in Ecuador e Perù la Cina ha investito nello sfruttamento dei campi petroliferi.
Nel 2007 la quinta parte di tutti gli investimenti esteri della Cina si sono collocati in America Latina. I cinesi hanno iniettato capitali in vari settori. 
In Brasile hanno investito nell’aeronautica, acciaio, industria nucleare, biotecnologia, industria farmaceutica, informatica, sfruttamento petrolifero, agricoltura e banche. In Venezuela hanno investito nella costruzione di autobus e tir, e nel settore delle telecomunicazioni. A Cuba hanno anche fabbricato autobus e si occupano dell’estrazione del petrolio e del nichel. In Bolivia investono nell’estrazione di petrolio e ferro. In Perù nell’estrazione del gas e petrolio e in Colombia petrolio.Gli investimenti in infrastrutture sono altrettanto importanti. La Cina sta aiutando l’Argentina nell’espansione della rete della metropolitana. In Brasile stanno costruendo un gasdotto e nel Venezuela stanno installando l’infrastruttura necessaria per la telefonia mobile, così come per le reti a fibra ottica. In Bolivia, Ecuador e Brasile costruiscono centrali energetiche e in Ecuador costruiscono scuole e ospedali”. (estratto da :http://www.rebelion.org/noticia.php?id=126008)
Tradotto e segnalato per Voci Dalla Strada da VANESA

Rapinatori di speranze

Con l’arresto di Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito ex sindaco mafioso di Palermo, i coristi da prima serata delle procure e i magistrati che amano la fama più della giustizia, sono scivolati sulla stessa buccia di banana piazzata per far capitombolare il Bananone di Arcore e i suoi compari, un po’ picciotti ed un po’ pupari.

Per sbucciare Silvio e tutto il suo impero mediatico costoro si sono inventati, complici alcuni loschi pentiti come Spatuzza, che le stragi e la strategia delinquenziale di Cosa Nostra agli inizi degli anni ’90 servivano a preparare il terreno all’ascesa politica di Al Tappone. Ma la cosa non sta in piedi per ragioni che possiamo spiegare brevemente. Assodato che, se pur non si può parlare di vera e propria trattativa, tra Stato e mafia si stabilì almeno  una tacita intesa, questa deve essere stata necessariamente gestita da chi allora aveva in mano la direzione del Paese, cioè Ciampi (e prima di lui Amato) da Palazzo Chigi e Scalfaro dal Quirinale. Due nomi che sono i terminali di un sistema marcio il quale poteva sopravvivere soltanto abdicando alle sue funzioni e svendendo la sua autorità. Ma oggi lorsignori non ricordano nulla e tra mezze verità appena sussurrate ed omissioni palesi tentano di pararsi il culo per proteggere se stessi ed i poteri internazionali che imposero il regime change. E’ notorio che la criminalità organizzata non interviene mai negli affari politici di alto livello se non direttamente interpellata, oppure quando la situazione non permette l’equilibrata coesistenza degli interessi di ciascuno. Nel clima rivoluzionario di quel periodo, con gli assetti mondiali della Guerra Fredda oramai saltati, i boss hanno contribuito ad un cambiamento storico palingenetico accettando una riconfigurazione del loro ruolo e un diverso rapporti con i vertici dello Stato. I loro referenti politici del passato erano stati tolti di mezzo, dunque occorreva ritessere una trama di rapporti e di intese coi sopravvissuti. Del resto, i parenti siciliani d’oltreoceano dovevano aver  spiegato loro quel che stava per accadere. La cancellazione del 41 bis da parte del Governo Ciampi fu l’obolo che quella classe dirigente versò alla Mafia per ricalibrare il contesto e resistere alla tempesta evenemenziale. Ma dietro quella concessione vi era un segnale che il trasmittente faceva passare dalla Sicilia per garantirsi l’amplificazione del messaggio sull’altra sponda dell’Atlantico. L’unico giornalista che si è preso la briga di calendarizzare quei fatti e di dimostrare che le ipotesi dei togati non sono nemmeno verosimili è stato Davide Giacalone di cui segnaliamo gli articoli sul tema reperibili sul suo sito (www.davidegiacalone.it). Con questi presupposti ed indizi ricaviamo una storia del tutto diversa da quella ufficiale su quel periodo che se non interpretata correttamente, cioè alla luce degli avvenimenti geopolitici, diventa la solita narrazione da propinare agli studenti delle scuole medie superiori per appassionarli agli eroi dell’antimafia e ai falsi padri della patria. Su queste basi mendaci è nata la II Repubblica figlia della forca giustizialista e dell’horror vacui strategico-politico. Finché tutta questa merda non verrà a galla quella italiana resterà una transizione interminabile. Abbiamo avuto un passato non esaltante ed ora ci stiamo consumando in un presente di vigliaccheria e idiozia senza fine. Con queste peculiarità nel nostro futuro c’è solo il cimitero. A meno che qualcuno, compattando un diverso blocco sociale meno impastoiato di identitarismo di destra e di sinistra, non riesca finalmente  a dare una lezione  a questi rapinatori di speranze che hanno usurpato la vita pubblica rovinando le nostre esistenze. Non c’è bisogno di un colpo di Stato, come invocato da qualche invecchiato e rincitrullito professore di sinistra, per ora sarebbe sufficiente bel un colpo allo Stato per scuoterlo dal suo torpore e sgombrarlo dalle puttane di partito e dagli svenditori di sovranità nazionale per esigenze di carriera.

Fonte : http://conflittiestrategie.splinder.com/post/24495248/rapinatori-di-speranze-di-gp

C’è una Truffa Finanziaria Dietro l’Aumento del Prezzo del Cibo e del Petrolio?

DI DANNY SCHECHTER
Global Research

L’economia globale, il suo recupero e lo standard di vita di milioni di persone sono adesso messi a rischio dall’improvviso aumento del prezzo dell’olio e dei beni di consumo.

La benzina alle pompe è alle stelle e sta aumentando. I prezzi del cibo lo stesso.

Le conseguenze per i poveri nel mondo sono catastrofiche, in quanto, mentre i prezzi salgono, i loro stipendi non lo fanno. Sono minacciati anche i lavoratori americani che, per la maggior parte, non assistevano a un aumento così significativo dai giorni di Reagan (continuando così è chiaramente dietro la momentanea corrente di attacchi ai sindacati).

La colpa di questi drammatici incrementi viene attribuita alle agitazioni in Medio Oriente e in molti paesi africani. È come se la minaccia alla stabilità globale sia largamente ignorata dai nostri media, i quali trattano il business del petrolio come un’altra mistica conseguenza del free market.

Perché sta succedendo? Perché quest’instabilità? È la scarsità di petrolio che provoca l’aumento dei prezzi? Il prezzo del cibo è una normale conseguenza dell’aumento dei prezzi dei beni di consumo?

Se è vero che i disastri naturali e la siccità giocano un ruolo effettivo nell’incontrollato prezzo dell’inflazione, è anche evidente che qualcos’altro sta attirando una crescente attenzione, nonostante la maggior parte dei nostri media falliscano nell’esplorare quella che possiamo considerare una bomba politica, e molti leader politici scrollano le spalle e non se ne occupano.

Il presidente Obama ha recentemente dichiarato che non c’è niente che lui possa fare riguardo all’impennata del prezzo del petrolio e del cibo.

I critici dicono che il problema sta nel fatto che il governo e i mezzi di comunicazione rifiutano in modo analogo di ammettere cosa sta veramente succedendo: un’incontrollata speculazione!

Non tutti credono a questi sospetti che, non a caso, sono uno dei più intensi soggetti di dibattito economico. L’economista della Princeton University, Paul Krugman, rigetta l’idea della speculazione, abbracciando la tradizionale teoria secondo la quale i prezzi del petrolio rispondono alla domanda del mercato.

La rivista The Economist è d’accordo e riassume questa teoria con l’incisiva frase “La speculazione non guida il prezzo del petrolio. Lo guidano i conduttori.”

Altri, come un’analista dell’industria petrolifera, Michael Klare dell’Hampshire College negli Stati Uniti, crede che la domanda stia superando le provviste.

“Considerate il recente aumento del prezzo del petrolio una lieve e prematura scossa che presagisce l’arrivo di un terremoto petrolifero. Il petrolio non sparirà dal mercato internazionale, ma nelle decadi future non raggiungerà mai il livello necessario per soddisfare la domanda mondiale, il che significa che, più prima che poi, la scarsità diventerà la condizione dominante del mercato.”

Di solito si può sentire questo dibattito all’interno dei circoli accademici oppure letto sugli opuscoli politici dove le visioni ortodosse si scontrano con quelle allarmiste riguardo al picco del petrolio.

Ma i funzionari nel terzo mondo non considerano questo tema accademico. Il governatore della Reserve Bank of India, Duvvuri Subbarao, attacca: “I movimenti speculativi del mercato dei derivati sono causati anche dalla volatilità dei prezzi.”

La banca mondiale si riunirà questa settimana per affrontare questo problema che è considerato di ‘estrema urgenza’

“Il prezzo del cibo è una questione di vita o di morte per i più poveri”, ha detto Tom Arnold, CEO di Concern Worldwide, un’agenzia umanitaria internazionale, durante la sua partecipazione all’ Forum Aperto sul Cibo alla sede centrale della Banca Mondiale.

Aggiunge che “con molte famiglie che spendono l’80% dei loro stipendi in cibo di base per sopravvivere, anche il più lieve aumento del prezzo può avere effetti devastanti e diventare una crisi per i più poveri.”

Il giornalista Josh Clarck nel suo sito Internet How Stuff Works sostiene che gran parte della speculazione sul petrolio ha le sue radici nella crisi finanziaria. “La prossima volta che andate dal benzinaio, quando notate che i prezzi sono ancora alle stelle rispetto a solo qualche anno fa, fate caso alle schiere di case pignorate che troverete per strada. Possono sembrare due parti di un’ondata di sfortuna economica, ma l’alto prezzo della benzina e le case pignorate sono in realtà strettamente collegati. Ancor prima che molte persone fossero addirittura consapevoli della crisi economica, i gestori dei fondi d’investimento abbandonarono i titoli garantiti da ipoteche deboli e cercarono altri utilizzi più lucrosi. Quello che a cui diedero origine fu l’avvenire del petrolio.”

Il dibattito all’interno dell’industria è più sommesso. Per esempio si cerca di evitare scontri pubblici tra fornitori e distributori che non vogliono agitare le acque. Ma alcuni funzionari come Dan Gilligan, presidente della Petroleum Marketers Association, che rappresenta 8.000 rivenditori e fornitori all’ingrosso, hanno parlato chiaro.

Lo stesso Gilligan ha dichiarato che “approssimativamente tra il 60 e 70 per cento dei contratti petroliferi nel mercato a termine sono adesso gestiti da enti speculativi. Non da aziende che hanno bisogno di petrolio, non da linee aeree, non da compagnie petrolifere. Ma da investitori che guadagnano dalle loro posizioni speculative.”

Adesso, un importante e famoso analista di mercato ha lanciato un avvertimento nel vento che soffia sugli speculatori.

L’esperto di finanza Phil Davis gestisce un sito Internet e una newsletter molto seguiti che monitorano lo scambio di stock e alternatives. È un professionista che imparò dal nonno a comprare stock quando aveva solo dieci anni.

Il suo sito internet è Phil’s Stock World e gli stock sono il suo mondo. Ha sottotitolato il sito “Finanza elevata per gente reale”.

Solitamente è un analista sobrio ed equilibrato, non conosciuto per essere dissidente o anticonformista.

Quando ho incontrato Phil l’altra sera era su tutte le furie, irritato da che crede essere la truffa del secolo, della quale nessuno vuole parlare perché così tante persone potenti, armate di legioni di avvocati, vogliono un appoggio indiscusso e spingono al silenzio.

Phil studia attentamente i problemi legati al petrolio e al cibo e ha concluso, “Gente, è una truffa. Non è nient’altro che un enorme truffa e sta distruggendo l’economia statunitense e globale, ma nessuno si lamenta perché stanno fregando ‘solo’ $1,50 al gallone ad ogni singolo individuo del mondo industrializzato.”

“Il top 0,01% sta derubando il seguente 39,99% e il restante 60% non si può permettere in ogni caso di avere un auto, limitandosi a morire di fame in modo discreto quando l’aumento dei prezzi del cibo supera quello del carburante). Se qualcuno entra nella vostra auto e vi frega uno stereo da 500 dollari, andate alla polizia. Ma se qualcuno vi fa pagare 30 dollari in più ogni volta che riempite il serbatoio 50 volte all’anno (1.500$) allora state zitti e pagate il conto. Bel sistema, vero?”

Phil ha appena cominciato e approfondisce gli intrighi del mercato del NYMEX, l’ente che gestisce questi commerci.

La grande cosa riguardo al NYMEX è che gli operatori di borsa non devono ricevere i loro contratti, possono semplicemente pagare per indirizzarli verso il prezzo di liquidazione successivo, anche se realmente nessuno compra i barili. È così che nel NYMEX è stato sviluppato un massiccio eccesso di contratti per 677 milioni di barili per i prossimi quattro mesi e, nel giorno del negoziamento dei termini, questo sarà il numero di barili ‘ordinati’ per i tre mesi successivi, a meno che molti barili non vengano velocemente abbassati ai prezzi del mercato.

“Ricordiamoci che gli Stati Uniti usano ‘solamente’ 18 milioni di barili di petrolio ogni giorno, quindi 677 milioni ricoprono il bisogno di 37 giorni. D’altra parte abbiamo anche 9 milioni di barili di petrolio nostro e importiamo ‘solo’ 9 milioni di barili ogni giorno, 5 di questi dal Canada e dal Messico che, dall’ultima che ho sentito, non sono neanche in rivoluzione. Quindi, ignorando i barili del Mare del nord, del Brasile, del Venezuela e il blocco dell’Africa nell’OPEC, importiamo 3 milioni di barili da fonti inaffidabili e abbiamo un contratto che ricopre il fabbisogno di 225 giorni al prezzo corrente o inferiore. In più abbiamo una riserva strategica di petrolio che consiste di altri 727 milioni di barili e altri 370 milioni di accumulazione commerciali negli Stati Uniti (anche questo completo), il che significa altri 365.6 giorni di fabbisogno di petrolio già accantonato in aggiunta ai 225 sotto contratto per la consegna”.

Questi contratti per il petrolio superano il numero reale di consegne, un segno di speculazione e monopolio, in quanto le compagnie ottengono le autorizzazioni del governo per i pozzi, ma poi non le usano per le esplorazioni e il successivo sfruttamento. È tutta una questione di monopolio del fabbisogno del petrolio che tiene il prezzo alto. E sembra non esserci nessuno a regolarlo.

Quello che Phil vede è un gigantesco ma intricato gioco di monopolio del mercato e manovre di cartello, (non solo di un’industria), che porta le petroliere a attraversare gli oceani avanti e indietro per fermarsi solo quando il prezzo è giusto.

‘Non c’è niente che la fila di petrolieri tra qui e OPEC vorrebbe fare più che sbarcare altri 277 milioni di barili di petrolio greggio a $112,79 per barile (la chiusura di venerdì sui contratti aperti e sul prezzo) ma sfortunatamente, come ho detto la scorsa settimana, Cushing, in Oklahoma (dove il petrolio è stivato) è già piena zeppa di petrolio e può solo contenere 45 milioni di barili se inizia completamente vuota, quindi semplicemente è fisicamente impossibile che questi barili siano consegnati. Questo comunque non ha impedito che 287 milioni di barili alle quotazioni di maggio venissero scambiati venerdì con un GUADAGNO di $ 2.49 [rispetto alla quotazione] del giorno.”

Chiede “chi sta comprando 287,494 contratti (con 1.000 barili per contratto) da consegnare a Maggio che probabilmente non possono essere consegnati, per 2.49$ in più rispetto al prezzo del giorno precedente? Questi sono i tipi di domande the vi aspettereste dai regolatori, se ne avessimo.

La rubrica televisiva di News60 Minutes” ha parlato con Dan Gilligan che ha evidenziato che gli investitori non ricevono le consegne di petrolio. “Tutto quello che fanno è comprare il foglio e sperare di poterlo rivendere a più di quanto l’hanno pagato. Prima di ricevere la consegna.”

Ha dichiarato che fanno la loro fortuna “nella volatilità che caratterizza il mercato. Possono farlo scendere o salire.”

Payam Sharifi, all’Universita` Missouri-Kansas City, ha reso noto che anche quando l’aumento del prezzo del petrolio minaccia l’economia mondiale il silenzio è totale.

“Il problema dovrebbe essere discusso nuovamente con un interesse diverso, ma i mezzi di comunicazione e gran parte delle persone hanno semplicemente accettato gli alti prezzi del cibo e del petrolio come un fatto inevitabile, senza alcuna discussione che non sia banale sulle cause dei prezzi così alti.”

Che cosa possiamo farci?

Titolo originale: “Is There a Financial Scam Behind the Rise in Oil and Food Prices?”

Fonte: http://www.globalresearch.ca

18.04.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di BLOUD.IT

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