IL LOBBYING DELLE BANCHE DIETRO LA FLEXSECURITY

 

Un po’ alla volta il governo Monti sta smentendo il suo presunto stile istituzionale, lasciandosi andare alle provocazioni tipiche di chi non abbia intenti trasparenti. La sortita del ministro Elsa Fornero sull’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, non solo ricalca le performance a cui ci aveva già abituato il suo predecessore Sacconi, ma ha seguito anche un rituale ormai scontato nei minimi dettagli.
Dopo le ovvie reazioni dei sindacati, il ministro ha esibito infatti il consueto vittimismo arrogante. Nelle sue esibizioni televisive, la Fornero ha fatto venire in mente le parole di fra Cristoforo che descrivono l’atteggiamento del potente malintenzionato: “Può adirarsi che tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire che quello di che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso, schernire e chiedere ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile.”
L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori in sé non ha nulla a che vedere con la cosiddetta flessibilità dato che si trova nel Titolo II, che tratta “della libertà sindacale”, cioè stabilisce le modalità di reintegro nel posto di lavoro nei casi di chiaro intento discriminatorio per motivi sindacali, politici o religiosi, previsti all’articolo 15. Nello stesso Titolo II c’è anche l’articolo 17, che fa divieto ai padroni di costituire sindacati di comodo, un articolo che non risulta sia mai stato applicato. [1]
L’attacco all’articolo 18 ha quindi una valenza pretestuosa e propagandistica, che implica in effetti un attacco alla stabilità del rapporto di lavoro, cioè mira all’istituzione della cosiddetta “flexsecurity”: una precarizzazione di massa. I lobbisti cantori della flexsecurity – fra cui si distingue per zelo l’onnipresente Pietro Inchino – promettono mirabilie, tra le quali la certezza per il lavoratore di guadagnare di più; ma si tratta di retorica priva di pezze d’appoggio.
Nei suoi progetti di legge, Inchino arriva sino a proporre un preavviso al licenziamento che potrebbe giungere ad un massimo di dodici mesi, e poi corsi di formazione, ricollocazioni, ecc.; il tutto in base ad una figura idealizzata di imprenditore, previdente, preveggente e premuroso. Non si capisce poi perché il padronato dovrebbe accettare davvero tutti questi vincoli al licenziamento visto che, in base alla Legge 223 del 1991 sulla mobilità, può già disfarsi dei lavoratori come e quando vuole. [2]
Non è un caso che Confindustria dia il suo entusiastico appoggio allo slogan della flexsecurity, ma poi si guardi bene dal prendere impegni precisi. In base al grado di concretezza che esibisce nelle sue argomentazioni, Inchino avrebbe potuto spingersi anche a promettere ai lavoratori che la flexsecurity possa far ricrescere i capelli. [3]
A quanto se ne sa, il governo Monti vorrebbe spacciare la flexsecurity come provvedimento per la “crescita”, ma l’unico risultato certo della flexsecurity prospettato sinora, riguarda il vincolare la vita del lavoratore a delle “card”, così descritte in un articolo su “La Stampa” dello scorso anno: “Smart card. (…) la “flex security card”, una smart card con microchip, che consente l’ingresso nel mondo dei servizi di orientamento e contiene i dati personali crittografati e un borsellino elettronico ricaricabile (e-valet) per acquisti di servizi di “life long learning”, cioè di orientamento e di apprendimento continuo.”[4]
Insomma, si sta parlando di un servizio di carte di credito obbligatorie, che rappresenterebbero l’unico filo di continuità nel rapporto lavorativo; un business delle carte di credito ovviamente gestito dalle banche. Le banche sono universalmente odiate e disprezzate, ma è l’infanzia della politica a misurare il potere reale sulla base del consenso o della popolarità. La potenza ideologica del lobbying bancario sta invece nella sua capacità di dissimularsi, cioè nel creare i fantasmi di emergenze (il default, la rigidità del lavoro, ecc.), per presentare la soluzione al “problema” sempre e solo dal punto di vista degli interessi delle banche, lasciando però questi interessi in ombra o sullo sfondo. I lobbisti delle banche si celano fra le persone più insospettabili ed in tutti gli anfratti delle istituzioni.
Ipotesi complottiste? No, parola del Tesoro statunitense: “Il Dipartimento del servizio di gestione finanziaria del Tesoro (FMS) ha designato Comerica Bank come suo agente finanziario a una nuova iniziativa per dare a milioni di americani unbanked la possibilità di utilizzare una carta di debito prepagata per la ricezione di sicurezza sociale e altri pagamenti delle prestazioni federali. Il “Direct Express ®” carta offre un’alternativa più sicura e più conveniente per assegni cartacei. Comerica Bank è stata selezionata, in parte, a causa della sua esperienza di emittente della carta prepagata per milioni di beneficiari di prestazioni, in particolare per i programmi di governo statale.” [5]
Si trattava di distribuire denaro pubblico, perciò il Tesoro statunitense avrebbe potuto istituire, con minori costi, una propria card; ma nel 2008 il Tesoro ha deciso lo stesso di riconvertire l’assistenza per i poveri in assistenza a favore dei ricchi. Insomma, alla fine sono sempre i poveri a dover versare l’elemosina ai ricchi. La beneficiata nella circostanza è Comerica Bank, un grosso e secolare istituto di credito texano, che ha la sua sede centrale a Dallas.[6]
Potrebbe essere lo spunto per una nuova serie televisiva di “Dallas”. I discendenti di J.R., invece di occuparsi del business del petrolio, si dedicherebbero a quello che si prospetta come il maggiore business degli anni 2000: lo sfruttamento della crescente miseria.

[1] http://www.dplmodena.it/statuto_dei_lavoratori.htm
[2] http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/0ADB71B0-289C-4ADD-AE82-7BAC28013AF2/0/19910723_L_223.pdf
[3] http://www.pietroichino.it/?p=17835
[4] http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=302&ID_articolo=62&ID_sezione=686&sezione
[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.fms.treas.gov/news/press/financial_agent.html
[6] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.comerica.com/&ei=-yf4TqOONMOg4gTricmNCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CC8Q7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dcomerica%2Bbank%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns

 

Fonte: Comidad

Buon Anno Nuovo … e felice fallimento

.. Mah … mi sto chiedendo se con tutta la moderna tecnologia oggi a disposizione sia davvero ancora più difficile per un ricco entrare nel Regno dei Cieli che per un cammello passare attraverso la cruna di un ago … 


… E poi parbleu, non fu proprio Cristo ( e la vicenda non è forse riportata dagli stessi Vangeli ) a cacciare, inferocito, i mercanti dal tempio ?


… E come mai ci ritroviamo allora oggi un Cristianesimo ed un Vaticano molto più interessati a questioni di “teoria monetaria” piuttosto che della difesa di valori spirituali finora ritenuti universali ?  E perchè mai il pastore di anime per antonomasia si fa pastore e promotore di quelle stesse tecniche debitorie tanto invise alle grandi religioni di tutti i tempi ? … Mah … Bisogna dunque dedurne che non solo i “mercanti” non sono mai stati veramente cacciati dal Tempio, ma che ne siano invece divenuti gli stessi custodi …?? Leggi il resto dell’articolo

L’anno che non verrà

Da sempre Capodanno rappresenta Il simbolico spartiacque fra un anno che sta morendo, con tutto il suo carico di accadimenti (buoni e cattivi) ed uno che sta nascendo, vestito per l’occasione di carezzevoli illusioni e condito di languide speranze. Una sorta di limbo dove rimanere per un istante sospesi fra il prima e il poi, a tracciare bilanci di vita e sognare vite che non ci apparteranno mai, prima che la giostra del divenire stemperi l’attimo ed il futuro si faccia presente, riportandoci alla realtà.
Guardare al 2012 che arriva, ostentando speranza ed ottimismo rappresenta però, più che in altre occasioni, un’esperienza dedicata a pochi intimi, dal momento che la ratio e la matematica ci riporterebbero immediatamente sulla terra, rendendoci consapevoli del fatto che il nuovo anno sarà molto peggiore del precedente, essendo state poste tutte le basi (ma proprio tutte) perché ci si ritrovi a rimpiangere gli ultimi dodici mesi, nonostante abbiano rappresentato il gradino più basso della storia recente nazionale ed internazionale.
In Italia nel lasso di tempo di un paio di settimane è stata alienata ogni residua e fittizia illusione di democrazia e le banche, nella persona dell’usuraio Monti, hanno di fatto esautorato i camerieri politici dal loro ruolo di mestieranti della commedia, ridimensionandoli ad arredamento del palazzo, oltretutto molto costoso e kitsch……

Il problema in sé potrebbe apparire di secondaria importanza, dal momento che il bestiario politico da tempo immemorabile prendeva ordini dal padrone, ma purtroppo così non è, perché dovendo il servo politico confrontarsi ogni 5 anni con il teatrino elettorale, si trovava giocoforza costretto a svolgere una minima opera di mediazione. E’ pur vero che il sistema monopartitico creato in occidente scimmiottando il modello americano garantiva ampi margini di sicurezza, privando il cittadino di qualsiasi possibilità di scegliere realmente, così come è vero che la classe politica aveva ormai assunto un carattere puramente autoreferenziale.
Ma è altrettanto lapalissiano il fatto che qualsiasi governo politico avesse inteso mandare i cittadini a vivere sotto i ponti, togliendo loro il proprio patrimonio e la possibilità di sostentarsi economicamente, avrebbe trovato comunque qualche difficoltà nel perpetrarsi nel tempo.
Monti e la congrega di banchieri da lui rappresentati non sono espressione delle urne e con le urne non dovranno confrontarsi mai. Incarnano esclusivamente i grandi interessi finanziari, sono servi alle dipendenze del denaro e il denaro non è dotato di sensibilità sociale, non è incline alle mediazioni, non deve moderarsi temendo di perdere voti, non possiede sentimenti e neppure pietà. Persegue un solo scopo, moltiplicarsi all’infinito nella maniera più rapida possibile, poco importa quali siano i costi in termini di macelleria sociale, dal momento che conosce un solo costo, quello monetario.
La dittatura del denaro è in assoluto la peggior forma di governo possibile, nel 2011 ne abbiamo avuto un primo assaggio con la soppressione delle pensioni per tutte le nuove generazioni (e buona parte delle vecchie), l’aumento indiscriminato di tasse e costi a carico di una popolazione già fortemente impoverita, la riduzione delle opportunità di lavoro. Ma solo nel 2012 saremo in grado di apprezzare la reale dimensione del disastro che sta precipitando sulle nostre teste e il contatto con la realtà risulterà con tutta probabilità drammatico.

Il 2011 è stato anche l’anno in cui si è dovuto prendere coscienza della disarmante vulnerabilità dei cittadini qualora intendano difendere il territorio in cui vivono da grandi e piccole opere di devastazione ambientale. L’illusione (da me più volte condivisa) che una popolazione fortemente determinata e con la forza dei numeri potesse opporsi alle ruspe ed ai cantieri si è palesata di fatto priva di fondamento. Non esistono più remore nel bastonare cittadini inermi e quando monta la protesta le forze dell’ordine sonodisposte ad uccidere, senza che la stampa e l’opinione pubblica considerino la cosa disdicevole.
In una situazione di questo genere ogni forma di resistenza fisica, più o meno pacifica, non può che risultare perdente, dal momento che si tratta di un confronto impari, dove chi mena ti può anche ammazzare restando dalla parte della ragione.
Non è un caso che tutte le opere più controverse siano state costruite o cantierizzate con l’uso della violenza, dalla base militare americana Dal Molin al TAV in Val di Susa, passando attraverso inceneritori, autostrade, centrali a carbone, turbogas e chi più ne ha ne metta.
Ai cittadini non resta altra via che protestare con le bandierine attraverso cortei pacifici (che magari contribuiscono a creare la carriera di qualche politico o sindacalista d’accatto) nell’attesa che l’opera sia completata, o confrontarsi militarmente con “soldati” che arrivano dall’Afghanistan, con la consapevolezza che quando ti ritroverai in ospedale verrai tacciato come una “bestia violenta” che ha ricevuto ciò che si meritava.

Ma il 2011 è stato anche l’anno dello sdoganamento definitivo delle guerre di conquista coloniale attraverso il metodo della rivoluzione colorata, costruita, finanziata e pilotata dal colonizzatore.
La Libia ha dimostrato chiaramente come la pratica garantisca ampie prospettive di successo a fronte di costi economici tutto sommato esigui. In pochi mesi un prospero paese è stato distrutto, chi lo governava da decine di anni ammazzato come un cane, i civili che lo sostenevano sterminati in massa. Il tutto senza che nessuno avesse nulla da obiettare e con la compiacenza di tutte le istituzioni internazionali, ormai palesemente braccio burocratico della colonizzazione occidentale.
Dopo l’inferno libico la strada è tracciata e c’è da scommettere che i prossimi inferni saranno ancora peggiori e, se possibile, perfino più raccapriccianti.
E’ stato anche l’anno dei droni, usati in maniera sempre più massiccia per sterminare le popolazioni, mentre all’altro capo del mondo un ragazzotto si cimenta con il joystik come si trattasse di un videogame. Delle telecamere ormai più numerose delle vetrine che filmano ogni attimo della tua vita. Della guerra al contante, con l’imposizione agli anziani pensionati di aprire un conto corrente. Dei movimenti che s’indignano a comando. Dei benpensanti che difendono la costituzione quando hanno interessi per farlo, ma ne dimenticano l’esistenza subito dopo. Della farsa dei referendum, studiati ad arte per raggirare chi votava. Del disastro di Fukushima, troppo presto caduto nell’oblio. Dell’assassiniodell’ologramma di Bin Ladin. Dei troppi “movimenti” che avevano fatto delle piazze le loro case quando governava Berlusconi, ma sono evaporati con l’arrivo di Monti. Dei sindacati che dopo avere svenduto tutto non sanno più cosa mettere in saldo e dei saldi ormai anticipati a Capodanno, perché iniziarli a Natale potrebbe risultare disdicevole.
In alto i calici e brindiamo, a cosa? Ad una morte inconsapevole con il sorriso sulle labbra, che in fondo è meglio di quando te l’aspetti.

Il ruolo degli USA nel traffico mondiale di droga – Intervista a Sandro Donati

Sandro Donati, esperto di problematiche legate al narcotraffico (è consulente della WADA, agenzia internazionale anti-doping, ed è stato consulente del Ministero della Solidarietà Sociale), è direttore scientifico del progetto Narcoleaks, che raccoglie un gruppo di ricercatori volontari italiani impegnati nel monitoraggio dei dati relativi alla produzione e al commercio di cocaina a livello globale. Pochi giorni fa abbiamo dedicato un pezzo a Narcoleaks, in merito all’apprensione suscitata presso la Casa Bianca dalla diffusione di un documento redatto dal gruppo, eloquentemente intitolato “Le bugie di Obama sul traffico internazionale di cocaina”. Ora Giacomo Guarini ha incontrato ed intervistato per noi il direttore Donati. Leggi il resto dell’articolo

Psicofarmaci ai bambini italiani. Ritirato lo sciroppo antistaminico Nopron

 

 

Nopron, un nome che tante mamme conoscono bene perché il famigerato medicinale salva notte per i più piccoli. Un noto rimedio chimico per rendere meno “vivaci” le notti insonni dei bimbi, ma anche affinchè gli adulti possano trascorrere qualche notte più tranquilla.

Eppure gli effetti negativi del Nopron erano conosciuti da tempo e tra gli altri soprattutto quello che dava ai piccoli pazienti, dopo la sospensione della somministrazione, un’eccitazione ancora maggiore alla precedente, sonnolenza diurna e problemi a livello muscolare.

Finalmente a partire dal 2 gennaio 2012 il Nopron viene ritirato dal commercio in conseguenza della sospensione delle autorizzazioni dei Laboratoires Genopharm – Francia e dell’officina di produzione Alkopharm Blois. L’Agenzia italiana del Farmaco ha comunicato che dal 21 dicembre non vengono più rilasciate autorizzazioni all’importazione per il medicinale Nopron Enfant 15 mg/5ml 150ml né per altri farmaci delle aziende coinvolte dal citato provvedimento.

Ci si accorge con estremo ritardo di quanto siano sottovalutati pericolosi effetti collaterali di non pochi farmaci ed in particolare degli psicofarmaci somministrati ai bambini e adolescenti. E sono tanti, tantissimi i piccoli pazienti che per svariati motivi ricorrono agli psicofarmaci.

Si pensi che secondo uno studio del “Mario Negri” pubblicato su una prestigiosa rivista scientifica si legge che sono oltre 50mila i bambini italiani che già oggi assumono psicofarmaci. Vi è da dire, inoltre, che queste problematiche spesso vengono dichiarate con ritardo come conseguenza di un sistema di farmacovigilanza basato sulle segnalazioni spontanee da parte dei medici ospedalieri e dai medici di famiglia. Le eccessive e numerose prescrizioni di psicofarmaci ai bambini sono conseguenza di diagnosi affrettate e non sempre corrette da parte di medici di medicina generale e da pediatri ma sono anche seguito di diagnosi formulate da neuropsichiatri infantili e psichiatri adolescenziali, che ritengono che alla base del disturbo dei bambini ci sia un fattore biologico curabile solo con i farmaci.

 

Tuttasalute.net

Miti e leggende sulla soluzione della crisi in Islanda

Un’aurora boreale di illusioni ed approssimazioni.

Miti e leggende sulla soluzione della crisi in Islanda

di Marco Ottanelli

Incredibile. Impressionate. Un po’ spaventoso. Digitando “l’Islanda esce dal Fondo Monetario Internazionale” (con le sue varianti “abbandona- lascia-rigetta-esce ufficialmente”) si ottiengono circa 95.000 risultati su un qualsiasi motore di ricerca; l’altra versione della leggenda, “l’Islanda si libera dal FMI”, (con le sue varianti “allontana-manda via-espelle il”) viene ottusamente ripetuta su più di 100 mila siti, giornali, pagine web.

Possibile che nessuno abbia provato a verificare, a controllare, a dare una occhiata alle fonti? E cosa avrebbe scoperto consultando, ad esempio, il sito ufficiale del FMI o quello del Ministero degli Esteri islandese?

Avrebbe scoporte che NO: L’Islanda non è mai uscita dal FMI, non l’ha mai abbandonato, né mai rinnegato, né i funzionari del Fondo hanno lasciato, a differenza di quanto si vocifera, delusi e sdegnati, l’isola che “vuole fare da sé”.

L’entusiasmo per come la piccola Islanda abbia affrontato la più grave crisi della sua storia millenaria ha travolto un po’ troppo gli italiani, oppressi dalla ennesima crisi della loro storia appena 150ennaria.

Da mesi, se non anni, si susseguono appelli a “fare come l’Islanda”, ad imitare la “via islandese”, e a “non pagare il debito come l’Islanda”, il tutto romanticamente condito dalla descrizione epica della minuscola nazione di eroici guerrieri vichinghi che sconfiggono, espellono dal loro sacro suolo patrio, sbeffeggiandoli, i crudeli, avidi e ingordi eserciti del Fondo Monetario Internazionale.

Però, le cose, non sono andate esattamente così. Vediamo come mai, proviamo ad analizzare alcune affermazioni che circolano incontrollate sul web e su giornali vari, e poniamoci tre grandi domande:

Cosa si dice dell’Islanda, cosa è vero e cosa non è vero? Cosa è effettivamente successo in Islanda? Si può paragonare l’Islanda all’Italia e fare come hanno fatto lassù? Leggi il resto dell’articolo

La Bufala della “Rivoluzione Islandese”.

Sembra incredibile, ma anche nel 2011 con la piena disponibilità di potentissimi canali per chiunque voglia informarsi, c’è ancora gente che capisce poco o niente di quello che accade e immediatamente sale in cattedra per istruire chi sia messo anche peggio.

Così da tempo circola una ricostruzione di fantasia che vuole che l’Islanda abbia rinnegato il suo debito, rifiutandosi di rimborsarlo. Circola diffusamente e fa danni come tutte le bufale che portano l’opinione pubblica a costruirsi false credenze e a vivere in realtà di fantasia, non meno di quanto accada, ad esempio, ai sedotti dalle sirene del berlusconismo.

 

 

L’Islanda invece i suoi debiti li pagherà, a cominciare proprio da quello con Fondo Monetario Internazionale. I cittadini islandesi in realtà si sono opposti “solo” al rimborso dei debiti della banca (privata) Icesave nei confronti dei clienti esteri, principalmente olandesi e britannici. Il ragionamento sottostante a questo rifiuto è che quegli investitori sapevano di rischiare, visto che erano loro offerti interessi stellari, e che se proprio qualcuno li deve rimborsare tocca ai rispettivi governi. Che in effetti hanno rimborsato i propri cittadini e ora vorrebbero rivalersi sull’Islanda, che però non ha mai garantito il debito delle sue banche private e che quindi sarebbe (forse) tenuta solo moralmente a rifondere i due stati. Tutto qui il rifiuto di pagare il debito degli islandesi, che hanno onorato e onorano invece al 100% il debito sovrano.

Tutto il resto del debito lo pagheranno eccome. Dire che “ Gli islandesi… evitarono di svendere il loro paese e di metterlo sotto tutela del Fmi“, oltre ad essere ridicolo è platealmente falso, com’è falso scrivere che “Venne allora indetto un referendum che bloccò la nazionalizzazione (delle banche)”, visto che le banche islandesi sono state nazionalizzate senza colpo ferire e che il referendum aveva come oggetto solo il rimborso del debito estero cumulato da Icesave. Eppure si si mettono le parole “islanda+debito+FMI” su un motore di ricerca escono migliaia di voci in italiano che riportano questa bufalaccia, che da noi è particolarmente diffusa, mentre con  ”iceland+debt+IMF” escono articoli e studi aderenti alla realtà, che è quella per la quale proprio il prestito del Fondo Monetario Internazionale è stato uno dei pilastri dell’azione islandese in risposta al fallimento delle proprie banche.

Quello che è successo in Islanda è poi molto più rilevante del (presunto) rifiuto di onorare i debiti, visto che in Islanda i moti popolari hanno determinato prima la cacciata del governo, poi pesanti processi per i banchieri più spericolati e infine una riscrittura della costituzione volta ad evitare che si ripeta lo stesso tipo di crack e che gli operatori finanziari possano tornare a operare senza limiti e senza responsabilità. Se succedesse lo stesso in Europa e nel mondo, molti agglomerati finanziari non potrebbero più operare come fanno ora e come continuerebbero a fare dopo un “semplice” default del debito sovrano. Decisamente più rivoluzionario di un default che lascia tutto come prima e che fa comunque pagare la crisi solo a chi non ne è responsabile.

Tutte cose facilmente verificabili con qualche click, eppure non passa giorno senza che si leggano fantasie come quella per la quale l’Islanda ha deciso di non pagare il suo debito. Ci sarà certamente un buona percentuale di semplici cretini che alimenta la diffusione di queste sciocchezze, ma in tutta evidenza c’è una serie di personaggi che campa sull’ignoranza e la credulità del suo pubblico di riferimento, esattamente come da anni lo rinfaccia a Berlusconi.

E non è un caso che chi mescola disinvoltamente la crisi islandese con le scie chimiche” (!!!) abbia letto quest’anno la partenza dei funzionari del Fondo Monetario Internazionale come una loro cacciata dal paese, nonostante la stessa fonte che cita spieghi chiaramente che il FMI ha “compiuto la sua missione” e che nell’occasione:

Il Ministro dell’Economia e del Commercio Arni Pall Arnason ha parlato in maniera più personale, dicendo che molte persone erano preoccupate della cooperazione tra FMI e Islanda, che il loro welfare state – altro elemento di vanto e di efficienza – sarebbe stato tagliato duramente e che sarebbero state prese misure drastiche, basate sui diktat classici utilizzati dal Fondo Monetario nei suoi interventi in Estremo Oriente e in Sudamerica. Army crede che la ragione per la quale tutto questo non si è verificato in Islanda è perché i prestiti forniti dall’FMI al governo Islandese hanno permesso a quest’ultimo di prendere più tempo per fissare budget e obiettivi.

Baggianate ripetute dall’estrema destra sempre in cerca di utili tarocchi, come da altri  che s’atteggiano a sinistra. No, l’Islanda non è quella che ” Qualcuno invece ha il coraggio di dire no. Si tratta dell’Islanda, che da due giorni è fuori dal Fondo Monetario Internazionale“.

L’Islanda ha accettato i prestiti del FMI, che le sono serviti eccome, e ha semplicemente trattato con il FMI condizioni molto differenti da quelle che lo stesso imponeva o provava a imporre ai paesi sudamericani e africani negli anni ’90.  L’Islanda ha detto sì al FMI, che ora se ne va perché non serve più, perché le sue stesse analisi hanno dimostrato l’avvenuta stabilizzazione dell’economia islandese. E se ne va con i ringraziamenti degli islandesi, non certo inseguito da vichinghi furiosi armati di torce e forconi.

 

 

 

Che poi personaggi del genere si spaccino per paladini del popolo e grandi disvelatori d’inganni è la logica conseguenza di tanto darsi maldestramente da fare, da sempre i populisti campano sugli ignoranti costruendo versioni semplificate e farlocche della realtà, che puntano opportunamente il dito là dove non duole ai poteri e nemmeno questo caso non fa eccezione. Meglio cianciare di debito e blandire il popolo con queste fantasie, che annoiarlo con analisi complesse o mettersi davvero in conflitto con certi poteri, can che abbaia non morde. Non per niente il mainstream si guarda bene dallo smentire con forza queste fantasie, che continuano a circolare copiosamente nonostante la loro natura fantastica sia facilmente verificabile.

 

Fonte: http://mazzetta.wordpress.com

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