Strani amori e giornate «no» Il lato tragicomico della vita

rene-magritte-1347483907_bdi David Thomas

Ho perso mia moglie perché ho perso la libido. Ho perso la casa perché era intestata a mia moglie e lei mi ha messo alla porta. Ho perso dieci anni della mia vita perché non avrei mai dovuto sposare quella stronza.

Ho perso il lavoro perché ho perso la moglie e la casa e mi ha dato di volta il cervello. Ho perso la macchina perché ho perso il lavoro e avevo bisogno di soldi. Ho perso i documenti perché mi sono preso una sbronza colossale e non so più cos’ho fatto. E ho perso gli ultimi soldi che avevo perché ho scommesso ai cavalli. Ho puntato su un outsider, si chiamava Dove va, lo davano ventisette a uno, avrei potuto rifarmi e ripartire col piede giusto e invece no, ha perso, quell’idiota.

GIORNATA NO – È iniziata che mi sono svegliato con un mal di testa incredibile per la sbronza della sera prima. Volevo fare una doccia per svegliarmi e la caldaia si è rotta quando ero già tutto coperto di shampoo e bagnoschiuma. Dopo una doccia fredda mi sono detto: caffettino e giornale e andrà tutto bene. Dal giornalaio mi hanno fregato l’ultima copia sotto il naso. Mi sono comunque seduto a un tavolino all’aperto e ho guardato la gente che passava per strada. Dopo dieci minuti il tipo non era ancora venuto a chiedermi cosa volevo. Neanche dopo un quarto d’ora. Dopo venti minuti mi sono alzato e sono andato a ordinare al bancone. Un tizio nervoso mi ha detto che dovevo rivolgermi al cameriere. Quando mi hanno servito era mezz’ora che aspettavo. Per rinfrescarmi le idee sono andato al cinema. Ho fatto la coda, come tutti, la domenica c’è sempre gente. E ovviamente, quando è arrivato il mio turno, alla cassa mi hanno detto che era tutto esaurito. Fuori si stava bene, per cui sono tornato a casa a piedi. Per strada ho fatto un paio di telefonate per vedere se c’era qualche amico con cui ammazzare il tempo, ma ho trovato solo segreterie telefoniche. Ho chiamato anche lei, ma com’era prevedibile mi ha mandato a cagare. A casa mi sono messo davanti alla TV. Davano solo telefilm del cazzo oppure un documentario sugli orangotango. Mi ha depresso come pochi, quel documentario. Ho perlustrato il frigo, restava un fondo di latte che ho bevuto dalla bottiglia. Era andato a male e l’ho sputato nel lavandino. Insomma, una giornata no. Meglio non insistere. Non mi restava che stendermi sul divano a fumare guardando il soffitto. È andato tutto benissimo, ho fumato quattordici sigarette fino a sera. Questo per dire che non bisogna mai disperare.

TUTTE – Senti, sei il mio migliore amico e con te non voglio certo tirarmela. In fatto di donne e sessualità le ho provate tutte. Bionde, brune, rosse, con l’henné, tinte, ossigenate, basse, alte, grasse, magre, piatte, siliconate, nere, magrebine, con gli occhi a mandorla, di tutto… Tahitiane e perfino uzbeke, sì sì. Culi grossi, chiappe tristi, fianchi a pera, androgine, ho visto di tutto, ti dico. Ho conosciuto tigri, iene, oche, gattine, lagnose, pestifere, pure troie al cento percento, principesse, maliziose, tonte, sveglie, dolci, rompicoglioni, gentili, intellettuali, urlatrici, certe con cui mentre facevi l’amore potevi leggere Hegel in lingua, per come non succedeva niente, e poi quelle della serie ‘mangiami’, quelle birichine, quelle sensuali, quelle divertenti, tutte, le ho provate tutte, ma sinceramente, una come tua madre, mai. È un complimento, fidati.

BASTA STORIE – Non ho più voglia di sentire storie. Vorrei che ognuno mi parlasse della sua verità, quella verità che non abbiamo paura di rivelare a uno sconosciuto il cui giudizio non ci interessa. Vorrei che la gente mi parlasse come se non contassi niente. Tutti noi ci portiamo dentro i dolori più ancestrali del mondo, abbiamo tutti sepolta nell’animo la storia del mondo. E questo mondo, lo soffochiamo con le chiacchiere. Abbiamo tutti in noi un silenzio assordante che pure dice più di tutto quello che ci possiamo raccontare. Sono parole purificate dalle nostre verità quelle che spero di sentire un giorno. Io desidero una cosa sola, che le parole si purifichino fino al silenzio.

DOLORE – Non avete mai saputo chiamarlo per nome eppure vi siete abituati alla sua presenza. Da lui dipende la vostra insonnia e alla fine avete accettato questa difficoltà a dormire tranquilli come ci adeguiamo ai difetti della donna che amiamo. Quando avete il morale a terra non cercate più di capire il motivo, sapete che lo sconforto passerà. Senza dover lottare, sentite che prima o poi la vostra energia e il vostro coraggio riusciranno ad avere la meglio. Siete resistenti. Di voi dicono che siete forti, che avete una capacità di incassare straordinaria. Sempre col sorriso. Non vi lamentate mai. Vi tenete per voi le vostre debolezze. Sì, sì, state bene. Sempre bene. Sapete che solo i più grintosi si realizzano pienamente, che la felicità va costruita, lentamente, e siete convinti di perseguirla. Di essere sulla buona strada. Siete sicuri di voi, non dubitate dei vostri piani. È questione di tempo. Sapete meglio di chiunque altro che cosa significhi la pazienza. Non temete il vostro dolore perché non siete consapevoli della sua potenza.

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L’ultima batracomiomachia nazionale. La svendita della patria continua

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di Gianni Petrosillo

Non poteva esserci epilogo peggiore per il Governo dei disciplinatori, litiganti in aula come studenti indisciplinati ed un po’ somari che la Storia e l’attualità si sono incaricate di mettere dietro alla lavagna. Ci auguriamo per sempre.

Questi idioti con lampi d’imbecillità, per dirla alla Petrolini, avrebbero dovuto ridare credibilità all’Italia, salvarla dalla crisi, rimettere i conti in ordine e far dimenticare i tempi bui di una partitocrazia incapace e corrotta. Sono riusciti a fare l’en plein ma all’incontrario, non ne hanno azzeccata una, il Paese non ha più una strategia internazionale, l’economia si è inabissata, i bilanci sono a posto solo per le banche salvate dal crack coi denari rapinati al contribuente e siamo piombati in una oscurità epocale dalla quale non verremo fuori nemmeno tra altri vent’anni. Rien ne va plus, les jeux sont faits.
Ci ricorderemo di chi ha autorizzato lo scippo della sovranità nazionale e causato la débâcle su tutti fronti dello Stato, degli ominicchi e dei quaquaraqua che hanno innalzato questa linea (im)Maginot, affinché la resistenza agli affondi della finanza estera e delle cancellerie mondiali fosse unicamente parvenza. Sin dall’inizio avevano in mente di svendere la patria ed in parte ci sono riusciti, altrimenti mai avrebbero chiamato a dirigere l’asta liquidatoria dei beni pubblici e dell’economia nostrana un funzionario del più becero capitalismo finanziario e massonico, molto atlantico ed anche un po’ teutonico, e per questo soprannominato “M’ario” di Merkel.

Ma dove sono finiti i suoi rapporti privilegiati quando ne abbiamo avuto bisogno? Dove le sue entrature straniere che lo avevano fatto preferire al barzellettiere d’Italia? L’India ci ha presi a pesci in faccia e nessuno ha mosso un dito, né Obama, dal quale il nostro Capo dello Stato, che si crede un sovrano da quando il Time lo ha chiamato King “Napoleonitano”, è andato in visita troppo spesso, in momenti delicati della fase politica, oltrepassando il suo mandato costituzionale ed autorizzando ingerenze nelle nostre questioni interne che almeno in precedenza si tenevano nascoste, e nemmeno questa fantomatica Grande Europa unitaria, per la quale stravedono i ciechi di sinistra e i polifemi di destra, esistente sulla carta geografica e monetaria ed assente in quella geopolitica e democratica.
Del resto, non è un caso che l’alto rappresentante della politica estera comune sia la bar(b)oncina Ashton astonished, l’unico diplomatico che abbaia ma non azzanna perché l’Ue è nata per mordersi la coda e masticare amaro.  
Ora Mario Monti, dopo la beffa vorrebbe rifilarci anche l’inganno, vorrebbe darci a bere che Giulio (conto)Terzi, ministro degli esteri e ambasciatore da pena, degno incaricato di questo Esecutivo di pasticcioni, avrebbe fatto tutto di testa sua. Panzane sesquipedali alle quali non crederebbe nemmeno Pinocchio, sotterratore di zecchini d’oro, in quanto lo sapeva lui, ne erano a conoscenza gli altri ministri e pure il Capo dello Stato. Con lo stesso criterio scriteriato, alla carlona e mettendo il Paese alla Berlina, lorsignori hanno gestito per più di un anno Roma in ogni sfera sociale, che da Gomorra quale era è diventata semplicemente masochistica. Più bondage che abbondanza, nonostante le promesse di ripresa.

Con i tecnici abbiamo insomma perduto tutto, compresa la faccia. Ormai sappiamo che per gli americani siamo esclusivamente un richiamo turistico ed un bivacco per la soldataglia, per l’Ue un allevamento di “pigs” e per chi si era avvicinato con qualche speranza,  dai russi ai cinesi, dei referenti inaffidabili e timorosi che non stanno ai patti. Anziché attivare una diplomazia parallela, capace di muoversi nelle contraddizioni del mondo multipolaristico che offre occasioni di creatività strategica e di proiezione internazionale, ci siamo giocati influenza, legami e approcci profittevoli, nel Mediterraneo, in Russia, in Cina e dappertutto.  Mai si sarebbero permessi gli indiani di schiaffeggiarci in questo modo se i nostri sedicenti alleati ci avessero tenuto in considerazione, perché siamo la Cenerentola della Nato,  il settimo nano economico del pianeta, la Farinella d’Europa ed il paese di Pulcinella.
Ma non è finita, perché prima di sloggiare i pro-fessi-onisti provano l’ultimo colpo di mano ai danni dell’Italia, posizionando ai vertici delle partecipate del tesoro, dalla CDP a Finmeccanica – dove comanda ancora, e nonostante qualche odor di scandalo, Vittorio Grilli, già dato per sistemato alla Goldman Sachs, una delle merchant bank americane più implicate nella crisi sistemica globale e accusata d’influenzare le scelte economiche dei governi di mezzo orbe – teste di turco che parlano inglese. Costui sta tentando di mettere i gioielli pubblici nella rete Washington, infatti si parla della nomina di Gianni Castellaneta, ex felucheo negli Usa dal 2005 al 2009, per Finmeccanica e della conferma Giovanni Gorno Tempini, cresciuto in banca Intesa ed ex Jp Morgan, per la CDP). Insomma, se innanzi le mani erano sporche adesso sono anche vuote, come le casse.
Scommettiamo che nessun in Parlamento ed anche fuori da questo avrà nulla da ridire su queste scelte, nemmeno il quasi omonimo di Grilli, ovvero Grillo con orda di grillini al seguito? Tutto andrà come vorranno Oltreatlantico e noi assisteremo all’ennesima batracomiomachia nella quale ad essere fatti a pezzi saranno i cittadini italiani.

 

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La “lotta alla corruzione” è l’arma statunitense per affermare i propri interessi economici nel mondo.

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di S.Moracchi

Nel momento in cui gli Stati moderni si affermavano, veniva sviluppandosi anche l’idea della loro conservazione. La ragion di Stato o interesse nazionale rientrava nella visione politica strategica e attraverso l’uso della tattica metteva con le spalle al muro la questione morale fino a cacciarla del tutto dal proprio orizzonte.

Gli Stati che hanno conservato la ragion di Stato sono quelli che hanno conservato il primato della politica. Non è quindi un caso che gli Stati come il nostro, dove a prevalere è la questione morale, attraverso un uso alquanto disinvolto della lotta alla corruzione, tanto meschino quanto miseramente rivolto contro l’interesse nazionale, la politica sia stata del tutto spogliata delle sue prerogative principali.

Il discorso “politico” sulla lotta alla corruzione dura oramai da più di vent’anni e nonostante il disastro che ha provocato sull’economia nazionale ancora si fa fatica a concepire questa “pratica” in chiave di strategia politica in uso alla nazione dominante o “liberatrice”.

Il Foreign Corrupt Pratices Act del 1977 è un atto legislativo partorito dal Congresso statunitense intrapreso per mette fuorilegge pratiche di strategia aziendale non gradite all’interesse nazionale.

L’attacco che è stato sferrato all’Eni rientra appunto in questa strategia e la filosofia spicciola che si è sentita su tale questione non rientra affatto nel motto di Federico II: “la filosofia ci insegna a fare il nostro dovere, a servire fedelmente la nostra patria anche con il sangue, a sacrificarle la nostra quiete anzi la nostra intera esistenza”.

Già nel 2010 l’Eni era finita nelle maglie della “giustizia americana” e dovette sborsare 125 milioni di dollari alla Sec in via extragiudiziale e 240 al Dipartimento di Giustizia. Oggi è di nuovo nel mirino degli Usa. Stesso discorso per Finmeccanica.

Come pure molte questioni che attengono alla strategia cinese dove, come è risaputo, le società sono costrette a risolvere trattative commerciali con agenti stranieri dove il termine “corruzione” non solo è controverso ma spesso diviene un pretesto per applicare il FCPA.

E’ il caso, ad esempio, dell’IBM costretta a pagare 10 milioni di dollari per risolvere una causa originata dalle disposizioni del FCPA, a seguito di pagamenti “illeciti” nei confronti di manager cinesi. Solo nel 2010 sono state 74 le azioni legali attuative delle norme FCPA. Larry Breuer, assistente dell’Attorney General, ha annunciato “una nuova epoca per l’applicazione del FCPA”.

Bene, con questa pratica gli Usa non solo controllano e distruggono a proprio piacimento le aziende strategiche di altri paesi ma ci fanno pure ottimi affari. Nel solo 2010 la Sec ha incamerato la ragguardevole cifra di 529 milioni di dollari, 20 dei quali derivanti da sanzioni civili e 509 da pagamento di interessi in sede stragiudiziale e dalla restituzione di utili indebitamente acquisiti. Anche il Dipartimento di Giustizia nel solo 2010 ha riscosso ben oltre il miliardo di dollari in sanzioni penali. Nel 2004 la cifra era di 11 milioni di dollari.

La Convenzione OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) in merito alla legge sulla corruzione ha visto la ratifica del nostro paese il 29 settembre del 2000.

Al capitolo “Finalità” la Convenzione OCSE recita:

“La penalizzazione della corruzione dei funzionari stranieri nell’ambito di operazioni del commercio internazionale è un orientamento che si è ormai imposto a livello internazionale, quale espressione di una “governance” fattiva di determinati aspetti della globalizzazione dell’economia mondiale. Questo impegno è pienamente condiviso dall’Italia insieme a tutti gli altri paesi industrializzati (e non solo questi), oltre che essere attivamente sostenuto dalle istituzioni multilaterali quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Si vuole così reagire a pratiche diffuse in certi ambiti che distolgono risorse importanti destinate ad aiutare i Paesi in Via di Sviluppo nella loro crescita economica e sociale, e che sono distorsive della concorrenza internazionale tra le imprese esportatrici sui mercati mondiali”.

Nei tribunali statunitensi sono state processate e condannate persone fisiche e giuridiche per aver intrattenuto rapporti con Paesi ritenuti non in linea con il FCPA. Le condanne sono arrivate anche contro quei soggetti le cui azioni non si sono svolte sul territorio statunitense.

L’intento di agire attraverso una legislazione con effetti extraterritoriali, senza tener conto della violazione della sovranità nazionale, mostra un disprezzo mal celato.

Se si guarda alle attività svolte attraverso il FCPA si noterà che la maggior parte sono state effettuate al di fuori del territorio Usa. Basti pensare al caso della Lockheed. Nel 1995 l’azienda si dichiara colpevole e accetta di pagare una multa di 24,8 milioni di dollari. Una cifra che corrispondeva al doppio del guadagno! Se si pensa che il caso Lockheed coincide temporalmente con il rapimento e l’uccisione di Moro si può facilmente immaginare come il FCPA sia un’arma politica determinante a livello internazionale.

Nel 1996 la Securities and Exchange Commission iniziò ad indagare sulla Montedison. La Montedison era iscritta al Sec in quanto vendeva ADR (American Depository Receipts). Nonostante non vi fosse alcun collegamento, diretto o indiretto, con gli Stati Uniti le autorità continuarono ad indagare tranquillamente. Alla fine, la Montedison venne condannata non per corruzione ma per aver manomesso i registri contabili. L’operazione servì comunque ad influenzare negativamente gli equilibri economici del nostro paese.

Nel 1996 in Italia abbiamo il governo Prodi e Antonio Di Pietro come Ministro dei Lavori Pubblici.

Non è quindi un mistero che gli Usa puntano moltissimo sull’arma della “lotta alla corruzione” sia in una prospettiva unilaterale attraverso il FCPA sia multilaterale grazie all’imposizione della Convenzione OCSE.

Durante la presidenza Clinton (1992-2000) l’azione unilaterale è stata affiancata da una robusta strategia multilaterale sia nell’ambito dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) come pure dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) al fine di ottenere un cambiamento fondamentale nel panorama geopolitico internazionale.

C’è da dire che gli Usa hanno spesso desistito dall’applicare il FCPA quando non gli faceva comodo motivandolo con il segreto di Stato. E’ il caso di James Griffen, il petroliere banchiere americano, accusato di aver pagato tangenti per 80 milioni di dollari al Presidente del Kazakhstan Nursultan Nazarbayev e assolto con la motivazione di aver agito “nell’interesse strategico degli Stati Uniti”.

In un Paese sottomesso come il nostro non è neppure immaginabile.

 

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Una Provvidenziale Eccezione

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Salve, sono un libero cittadino (in realtà un suddito) di una repubblica democratica fondata sul lavoro (in realtà un’oligocrazia schiavista fondata sulla disoccupazione) messa su da un esercito di eroi valorosi in giubba rossa (in realtà fu la massoneria) dopo una campagna di unificazione (in realtà un’invasione violenta coi controfiocchi e comprensiva di saccheggio) andata in onda 150 anni fa su questi stessi schermi. Mentre tante nazioni oggi sono schiave di malvagi dittatori (in realtà leader politici indipendenti) il mio paese è indipendente (in realtà una colonia) e sovrano (in realtà fu svenduto ad un’orchestrina di mitomani coi fanghi d’alga al posto del cervello).

Appena sono nato mi hanno dato il benvenuto con un siero chimico chiamato vaccino polivalente (in realtà per quanto ne so possono avermi iniettato di tutto) e mi hanno registrato all’anagrafe (in realtà mi hanno accatastato come una risorsa di proprietà di chi mi possiede). Quindi mi hanno spedito a scuola (in realtà un centro legalizzato di manipolazione mentale) dove mi hanno insegnato come funziona il mondo (in realtà mi hanno insegnato a non pensare).
Oggi ho la fortuna di lavorare perché mi hanno insegnato che chi non lavora non ha dignità e manco merita tanto di vivere, al contrario di chi lavora nella mitica economia reale (in realtà un porcilaio gestito da un branco di psicopatici che mentre la gente fa la fame mandano al macero cibi buoni per produrne di nuovi, diffondono il cancro con gli inquinanti, progettano oggetti fatti per scassarsi presto ma che in compenso costano così tanto che possono permetterseli solo quelli che non ne hanno bisogno). Assumo molte polveri sottili e pochi spicci e sgobbo come uno schiavo egizio per mantenere il mio tenore di vita (in realtà per non essere vaporizzato dai furti legalizzati dell’economia irreale, detta anche finanza) e assicurarmi un futuro solido (in realtà qualche soldo da parte per non finire sotto un ponte in questa o nella prossima crisi che si inventeranno per spennarmi legalmente).
A proposito di legalità, ciò che chiamano giustizia in realtà con la giustizia non c’entra una beneamata mazza. Delitti infami contro la vita e la dignità umana sono commessi ad ogni ora del giorno e della notte da cricche di annoiati mentecatti ricchi sfondati che giocano agli illuminati sulla pelle dei popoli mentre le carceri traboccano di tossici, immigrati e gente comune costretta a delinquere per non morire di fame.
Per distrarmi gioco ai video-poker (in realtà pago una delle tante tasse occulte con cui i soldi tornano alla velocità della luce nelle casse dei Creditori Originari), o me ne vado al cinema (in realtà pago di tasca mia per farmi programmare il cervello) e a vedere la partita di pallone (in realtà una valvola di sfogo messa lì ad hoc per drenare la rabbia della schiavitù). Mi nutro di cibi che di sapore sembrano normali ma in realtà sono pieni di ormoni, conservanti, coloranti, geni modificati, fluoruri e altri elisir di lunga vita. Per tutelare la mia salute mi affido a dei distinti signori in camice bianco delegati alla cura delle persone, che però in realtà pensano solo al portafogli ed invece di curarmi mi mungono come una vacca da soldi.
Ogni sera guardo la televisione per informarmi sulle notizie più importanti nel mondo (in realtà mi faccio riempire la testa di campagne di manipolazione fatte per stimolare le mie emozioni negative e stamparmi in testa un’idea della realtà che alimenti la mia attitudine alla subalternità.

Infine circa ogni 4 anni voto per eleggere il parlamento perché penso che in questo posto maledetto dove niente è come sembra, il voto politico sia una provvidenziale eccezione. E vai col liscio.

 

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Così si manipola l’opinione pubblica

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di Marcello Foa

Sono cose che capitano nella Rete. Scrivo un post su “il cuore del mondo”. Claudio Messora, autore di uno dei blog più seguiti d’Italia Byoblu, lo legge, lo apprezza e mi chiama per una videointervista in cui parlo di spin doctor, di come sia possibile influenzare l’opinione pubblica all’insaputa dei cittadini e dei giornalisti, delle tecniche di comunicazione usate contro e a favore di Beppe Grillo.

E ancora una volta si è prodotto un piccolo grande miracolo: quando spieghi e analizzi, senza anteporre le tue idee, quando dimostri equilibrio e onestà intellettuale, pur con l’audacia di pensieri non certo conformisti, il pubblico apprezza indipendentemente dal suo orientamento idelogico. Il video ha suscitato – in poche ore – centinaia di commenti  e una percentuale di “like” pari al 98%. Il pubblico di byoblu, tendenzialmente grillino, è diverso da quello che raggiungo solitamente nella veste di blogger indipendente de ilgiornale.it ed è diverso da quello di altri siti che riprendono i miei post quali (e mi scuso di citarne solo alcuni) comedonchisciottemegachip, conflittiestrategie .

Ma identico è l’effetto: sempre più persone vogliono anzi hanno sete di capire, non si accontentano delle verità formali, chiedono autenticità, chiarezza. E per capire come viene governato il mondo, devi individuarne i meccanismi, i codici invisibili, che includono la comunicazione e che permettono ai governi (ma non solo) di orientare la grande informazione e, sovente, disorientare le masse. In questa intervista inizio spiegando le tecniche usate dagli spin doctor per influenzare l’opinione pubblica e termino analizzando le manovre contro Berlusconi e i rischi che corre davvero Beppe Grillo da adesso in avanti.

Se siete interessati, buona visione:

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Vincere le tre paure dell’uomo moderno: della morte, della povertà, della solitudine

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L’uomo moderno è attanagliato da tre grandi paure: la paura della morte, la paura della povertà, la paura della solitudine; quasi tutte le sue angosce, quasi tutte le sue nevrosi, quasi tutti i suoi comportamenti irrazionali e distruttivi sono riconducibili ad esse.

Si dirà: ma l’uomo ha sempre avuto paura di quelle tre cose: sempre, in tutte le epoche e sotto ogni cielo. Non è vero. Ne ha avuto timore, ma non fino al punto da perdere la testa; non fino al punto da permettere loro di condizionare tutta la sua vita, i suoi pensieri, i suoi atti.

Solamente l’uomo moderno ha concesso loro un potere così grande; solamente l’uomo moderno ne è divenuto schiavo fino a un tal punto. Gli uomini pre-moderni – ce lo attestano l’antropologia e l’etnologia comparate, la letteratura, la storia dell’arte, la storia delle religioni, la storia della filosofia -, se pure  nutrivano un certo timore di esse, non se ne lasciavano però condizionare così intimamente, così radicalmente.

Paura della morte? Non occorreva possedere la forza morale e la cultura di Socrate o di Boezio per guardare in faccia la vecchia signora senza tremare, senza impallidire, a ciglia asciutte, padroni di se stessi: poiché si accettava la condizione mortale dell’uomo, si accettava anche la morte. Quanti avevano anche una fede di tipo spirituale, pensavano che la morte del corpo fosse l’inizio  della vita vera; gli altri, staccavano le labbra dalla tazza, paghi di quanto avevano bevuto. Leggi il resto dell’articolo

Il paradigma cipriota

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di Giacomo Gabellini

Come è noto, il “paradiso fiscale” di Cipro, che con un Prodotto Interno Lordo di appena 17 miliardi di euro vanta depositi per circa 70 miliardi (metà circa dei quali si stima appartengano a facoltosi cittadini russi, inglesi e greci) ed asset bancari per oltre 150 miliardi, ha recentemente informato l’Unione Europea di aver bisogno di circa di 17 miliardi di aiuti per evitare il fallimento delle banche. In tutta questa desolante vicenda c’è, innanzitutto, da chiedersi per quale ragione la “virtuosa” Europa, a partire dagli inflessibili rigoristi presenti in Germania, abbia accettato di far entrare nell’euro quello che è un “paradiso fiscale” a tutti gli effetti, e come mai i tedeschi non abbiano posto come condizione fondamentale l’abolizione del sistema economico fondato sul dumping fiscale attraverso cui Cipro intende imporsi quale grande centro finanziario internazionale.
In secondo luogo, va sottolineato il fatto che Bruxelles ha offerto il proprio “aiuto” mettendo sul piatto 9 miliardi – che vanno a sommarsi al miliardo offerto dal Fondo Monetario Internazionale –  ad alto tasso di interesse, del “fondo salva-Stati” in cambio dei soliti, sostanziali “programmi di aggiustamento strutturale” che, secondo i calcoli degli eurocrati, dovrebbero consentire al Paese di incamerare gli altri 7 miliardi necessari (grosso modo equivalenti all’esposizione delle banche tedesche verso l’isola). L’imminenza delle elezioni tedesche, dove il Cancelliere Angela Merkel è sotto attacco da parte dei movimenti euro-scettici profondamente ostili ai salvataggi bancari attuati dalla BCE dietro sollecitazione di Berlino, rappresenta la ragione fondamentale per cui siano stati negati i 17 miliardi richiesti da Cipro a fronte delle migliaia di miliardi di euro concessi alle banche tedesche, francesi, olandesi, italiane, greche (ecc.) finite sull’orlo del fallimento. Sotto la supervisione dei commissari di Bruxelles, il governo di Nicosia diretto da Nikos Anastasiades ha varato una drastica manovra finanziaria improntata alla più brutale austerità, comprendente un prelievo forzoso del 6,75% da tutti i depositi bancari inferiori ai 100.000 euro e del 9,9% da quelli che superano tale cifra (una differenza di aliquota alquanto irrisoria, dovuta al non voler “punire” eccessivamente i grandi depositari) – qualcosa del genere era accaduto in Italia sotto il governo guidato dal “tecnico” Giuliano Amato, il quale si era “limitato” a prelevare il sei per mille. Ciò ha alimentato una repentina fuga di capitali (oltre 4,5 miliardi di euro in una settimana, 20 in totale dall’inizio del 2013) da parte dei più ricchi e “ben informati” correntisti – per cercare di bloccare la quale la Banca Centrale Cipriota ha decretato la chiusura per diversi giorni delle banche private presenti sull’isola – e una corsa agli sportelli da parte dei correntisti, spalancando le porte alla prospettiva del temutissimo “effetto domino” suscettibile di estendersi a tutta in tutta Europa, ed oltre. Non a caso, il presidente russo ha parlato di “tassa” «Ingiusta, poco professionale e pericolosa» (1). La discesa in campo del Cremlino è legittimata dal fatto che, nel 2011, la Russia era stata invitata dalla stessa Unione Europea – allarmata dal fatto che il debito accumulato da Cipro era denominato, a differenza da quello greco, in contratti di diritto anglosassone che proibiscono la decurtazione del valore nominale dei titoli (haircut) – a contribuire al “salvataggio” dell’arrancante economia cipriota, cui Mosca accettò di concedere un credito di 2,5 miliardi di euro. Per questo motivo il  ministro delle Finanze Anton Siluanov ha tuonato: «Avevamo un’intesa con i nostri colleghi dell’Eurogruppo che avremmo coordinato le nostre azioni. Il nostro ruolo era quello di un possibile alleggerimento delle condizioni per ripagare il prestito concesso in precedenza. Dal momento che la decisione dell’Eurogruppo di imporre una tassa sui depositi bancari è stata presa senza consultare la Russia, ci riserviamo di esaminare ulteriormente la questione della nostra partecipazione in merito ai termini della ristrutturazione del precedente prestito» (2).
Ma l’imprevista bocciatura, da parte del parlamento cipriota, del piano presentato dal governo ha costretto il ministro delle Finanze di Nicosia a volare a Mosca per chiudere aiuto alla Russia, proponendo l’allungamento dei termini (fissati per il 2016) di restituzione del prestito di 2,5 miliardi accordato dal Cremlino nel 2011, nonché l’erogazione di un ulteriore credito agevolato (si parla di 5 miliardi di euro a un tasso del 4,5%) sufficiente a alleviare la drammatica situazione economica dell’isola. Il coinvolgimento della Russia è dovuto anche (e soprattutto) alla notevole esposizione di banche ed aziende russe (oltre a diversi oligarchi), che risulterebbero le più colpite dalla manovra targata “troijka”. L’esternazione del presidente russo, pienamente consapevole del fatto che la diplomazia è scarsamente credibile se dietro di essa gli avversari non intravedono l’ombra delle armi, acquisisce peraltro un particolare significato alla luce dello schieramento di diverse fregate russe che rimarranno “permanentemente” nel Mediterraneo, facendo la spola tra l’isola levantina e il porto siriano di Tartus. Il messaggio (non troppo) implicito inviato da Mosca attraverso le parole di Siluanov e il dispiegamento delle fregate al largo di Cipro testimonia l’intenzione, da parte di Mosca, di porre serie condizioni per accettare il piano imposto da BCE, Commissione Europea e FMI. E ciò che Cipro è in grado di offrire sono i ricchi giacimenti gasiferi al largo delle sue coste, che Gazprom sarebbe entusiasta di gestire in modo da assicurare a Mosca il controllo totale del mercato energetico europeo, irrobustendo ulteriormente il già solidissimo legame di dipendenza che intercorre tra Russia e “vecchio continente” – il quale costituisce l’incubo dei pensatoi atlantisti. Si tratterebbe di un suicidio politico in piena regola per l’Unione Europea, che rinuncerebbe in tal modo a quel poco di autonomia energetica di cui dispone nonché – vista e considerata la posizione geografica occupata dall’isola, prossima a Turchia ed Africa settentrionale – a uno dei fondamentali snodi geopolitici di tutto il Mediterraneo.
Il Financial Times sostiene che il prelievo forzoso sia il risultato di fortissime pressioni esercitate dai tedeschi, i quali avrebbero imposto le proprie ragioni ai commissari europei. Il ministro delle Finanze di Berlino Wolfgang Schäuble deterrebbe la paternità del “piano di salvataggio” e sarebbe frutto dei suoi sforzi l’intesa tra il FMI e la BCE. La “tassa” sui depositi, imposta senza che fosse stata nemmeno ventilata l’ipotesi di adottarne una sulle transazioni finanziarie, è evidentemente finalizzata unicamente a scaricare sui correntisti ciprioti e i contribuenti europei i costi di rifinanziamento del settore bancario dell’isola, senza ristrutturare, differentemente rispetto alla questione greca, il debito accumulato dal Paese. La tesi relativa alla “strada tedesca” indicata dal Financial Times è supportata da una voce di corridoio secondo la quale la banca tedesca Commerzbank, controllata dallo Stato, avrebbe suggerito, esaminando la ricchezza media delle varie nazioni, di effettuare un prelievo del 15% sui conti correnti italiani; un salasso che porterebbe il debito pubblico al di sotto del 100% del Prodotto Interno Lordo e consoliderebbe la prassi operativa inaugurata con l’esperimento cipriota. Ciò che Putin si proponeva di scongiurare con il suo pubblico ammonimento rappresenterebbe, posta la veridicità della tesi di fondo, il fine ultimo dei promotori tedeschi, i quali starebbero sotterraneamente gettando le basi  per l’imposizione di una tassa patrimoniale europea a danno dei cittadini-correntisti appartenenti agli Stati debitori – il fatto che non sia stata immediatamente introdotta una garanzia sui depositi a livello europeo conferisce credibilità a questa ipotesi.
Tassare pesantemente i depositanti, invece che far perdere denaro agli azionisti, spalanca le porte a una prospettiva micidiale, poiché si corre, per l’appunto, il concreto rischio di insinuare il panico bancario ed innescare fughe di capitali dai Paesi in difficoltà (che attualmente sono Grecia, Portogallo, Spagna e Italia) verso quelli più  solidi, i quali avrebbero tutto l’interesse a richiamare i patrimoni stranieri abbandonando le nazioni più deboli a se stesse. Con il “pacchetto di aiuti” concesso a Cipro in cambio delle pesantissime misure d’austerità promesse dall’esecutivo di Nicosia, l’Unione Europea può “celebrare” il quinto “piano di salvataggio” di un Paese membro dell’Eurozona, attuato quasi integralmente a spese delle fasce più deboli della popolazione, le quali non potranno mai estinguere il debito contratto con l’Europa poiché, tenendo conto degli interessi, su ogni singolo cittadino cipriota graveranno circa 10.000 euro di debiti. Per Grecia, Spagna, Italia (ecc.) vale esattamente lo stesso discorso. L’esperimento cipriota potrebbe quindi rappresentare una prova tecnica volta a testare la reazione delle forze popolari ed individuare il punto di rottura oltre il quale si verifica la rivolta sociale.

Fonte

Si scrive “cultura”, si legge “fregatura”

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di Enrico Galoppini

Ricevo a casa “Con”, il “mensile dei soci Coop” (n° 2, marzo 2013), e sfogliandolo alle pagine dedicate alla “cultura” trovo due libri consigliati.

 

Il primo contiene “la memoria e il dolore di una ebrea italiana” protagonista, alcuni anni or sono, della “estradizione del criminale nazista Erich Priebke, che viveva lì [in Argentina, NdT] in esilio dorato”; il secondo è un’autobiografia romanzata, che racconta la vicenda di un ragazza ebrea austriaca, “prima a Praga, poi a Londra, ma anche qui sotto i bombardamenti dell’aviazione nazista, in una sorta di fuga e rincorsa senza tregua, un tragico gioco a rimpiattino con Hitler” (p. 37).

 

E questo è quanto (due libri su due), per ciò che riguarda la rubrica libraria dedicata ai soci della Coop.

 

Un po’ perplesso, pensando a quanti altri libri interessanti e degni di segnalazione ci sarebbero per i soci Coop, giro pagina, e trovo, nella sezione musicale, “Una voce blues da Israele”, quella di Asaf Avidan, protagonista sul palco dell’ultimo Festival della Canzone italiana (?).

 

Potrebbe bastare, mi dico, ma a p. 39 c’è una mini-intervista al gruppo musicale Marta sui tubi, “il gruppo con cui Lucio Dalla ha pubblicato la sua ultima canzone”. In tutto sono due domande, e questa è la seconda, rivolta al cantante: “Che film ti hanno affascinato, tra quelli che hai visto di recente?”. Segue la risposta, che comprende tre film: “… poi Il bambino col pigiama a righe, diretto da Marc Herman, storia dell’amicizia di due bambini, uno internato in un campo di concentramento, l’altro figlio di un ufficiale nazista”.

 

A questo punto non ho più il coraggio di andare avanti.

 

Tremo all’idea di scoprire che la Coop stia per mutare nome in “Kibbutz”; che a breve si potrà pagare nei suoi punti vendita solo in shekl, la divisa israeliana; o che per restarne soci si debba superare un qualche test che prevede la misurazione della soglia di tolleranza a regolari e crescenti dosi di queste segnalazioni “culturali”.

 

Non ci vuole il fiuto d’un cane da tartufi per rendersi conto che in tutto ciò che è “cultura” (“di massa” o per pretese “élite”), oggi esiste una sovraesposizione di personaggi, elementi e situazioni riconducibili, direttamente o meno, a quella variegata realtà denominata “mondo ebraico”.

 

Basta sfogliare un quotidiano nelle pagine “culturali” per notare come non manchino praticamente mai, dalla ribalta di quella che per quasi tutti rappresenta e delimita “la cultura” tout court, lo scrittore ebreo o il libro che parla di ebrei, l’artista ebreo e lo “spirito ebraico” nell’arte, il film del regista ebreo o che tratta degli ebrei, l’umorismo ebraico, la cucina ebraica eccetera eccetera, in una sequenza praticamente inesauribile di spunti (al pari di quelli sui “nemici degli ebrei”), alimentata tra l’altro da una nutrita pattuglia di “firme” ebree delle suddette pagine.

 

Quotidiani come “La Stampa” e “la Repubblica” sono talvolta imbarazzanti per come infarciscono le loro “pagine culturali” di articoli evidentemente scritti con un unico scopo: alimentare il mito del “genio ebraico” e rendere in ogni modo familiare e simpatico tutto ciò che è definibile come “ebraico” (ed antipatico tutto ciò costituirebbe per esso un “pericolo” o ne rappresenterebbe l’antitesi e la negazione). A riscuotere familiarità e simpatia, o comunque comprensione, sono naturalmente, per la proprietà transitiva, anche lo “Stato ebraico” (confuso con “gli ebrei”) e le sue imprese, comprese le più deprecabili ed ignobili. Leggi il resto dell’articolo

Soldi e partiti.

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di Uriel Fanelli

Ultimamente tiene banco la storia dei finanziamenti pubblici ai partiti, che viene definita in maniera logicamente scorretta, e quando si definisce qualcosa usando delle assunzioni sbagliate se ne puo’ dedurre qualsiasi altra cosa: ex falso  sequitur quodlibet. Nessuno dei partiti sta cercando una riflessione reale sul problema, proprio perche’ stanno usando assunzioni sbagliate o incomplete per affrontare il problema.

 Il primo punto eä che alla voce “costi della politica” e’ difficile dividere le voci. Sappiamo circa quanto lo stato dia ai partiti, sappiamo circa quanto i privati diano ai partiti (e ripeto “circa”, poi vediamo) , ma  sappiamo che esiste un fenomeno di “corruzione” che costa all’ Italia (secondo la corte dei conti) circa 60 miliardi.
Il primo punto della situazione e’ di capire se questi 60 miliardi siano da considerarsi costi della politica o meno. Se questi 60 miliardi vanno nelle casse dei partiti , lo scenario cambia molto. Mi spiego:
    1. Se i partiti per vivere incamerano 1-2 miliardi di euro, come dicono, qualsiasi soluzione che si trova dovra’ mirare a un dimagrimento dei partiti da 1-2 miliardi a <qualsiasicifrasidecida> , e i partiti avranno il problema di ottenere 1-2 miliardi meno <qualsiasicifrasidecida> . Bene.
    2. Se i partiti per vivere incamerano 61-62 miliardi, perche’ la corruzione passa per le loro casse, allora anche togliendo il contributo ai partiti non si produce alcun dimagrimento. Togliere 1-2 miliardi su 61/62 significa togliere dal 2 al 5% dei loro introiti attuali, il che non cambia niente.

Quindi per prima cosa, per ragionare del problema, bisognerebbe conoscere il fabbisogno REALE dei partiti. Sia chiaro, quando parlo di “fabbisogno” intendo semplicemente le entrate reali, non un ipotetico calcolo di quanto costi davvero la politica. Intendo “quanto costa OGGI e IN REALTA” la politica.
La prima domanda e’: i costi della corruzione vanno considerati soldi pubblici o privati? Se parliamo di corruzione per ottenere appalti, sono sicuramente soldi pubblici. Il corruttore passa la mazzetta al corrotto funzionario che gli dara’ l’appalto, ma siccome per lui la mazzetta e’ un costo, va da se’ che lo carichera’ sul costo dell’appalto. Quei 60 miliardi, in tal caso, sono semplicemente soldi pubblici alla fine della partita di giro.
Se invece parliamo di corruzione per ottenere favori materiali, come leggi favorevoli o provvedimenti amministrativi a favore, come le sentenze, allora essi andranno come costo sui bilanci di quei privati che corrompono, i quali dovranno recuperarli sul mercato ove lavorano. In questo caso, i 60 miliardi provengono dall’ “economia reale”  e sono sottratti agli investimenti. Poiche’ vengono occultati all’estero, non si traducono in spese, ovvero in consumi sul mercato italiano, ma l’impato .

Quindi, abbiamo diviso il problema in diversi tronconi. Il primo e’ “i costi della corruzione finanziano i partiti o i politici?” e il secondo e’ “vengono dal bilancio dello stato o dal bilancio dell’economia privata?”.

Faccio notare che la proporzione e’ enorme, quindi non e’ possibile ignorare il problema, perche’ passiamo da 1/2 miliardi sino, nel worst case, a 50-60 miliardi. Una soluzione che non tenga presente un’escursione del genere non e’ una soluzione, e’ solo un inutile vociare.

Proviamo a ipotizzare alcune soluzioni, tra quelle proposte, come sono implementate in altri paesi.
La prima e’ quella di Grillo: abolizione totale del contributo pubblico ai partiti. I partiti si devono finanziare con piccole donazioni degli elettori.
A questo punto abbiamo le due domande di prima.
Se i partiti oggi incamerano 1/2 miliardi, considerando 50 milioni di elettori, si tratta di chiedere ad ogni elettore qualcosa come 40 euro di media a testa. Un contributo annuo con un massimo di 100 euro a persona potrebbe coprire tutte le spese, considerando che solo quattro elettori su 10 diano il contributo.
Questo ha conseguenze sul piano politico: il partito diventa “demagogico”, in quanto deve seguire le mode. Se in Italia va di moda , che so io, “startup”, allora il partito deve puntare ciecamente sulle startup per soddisfare i suoi esponenti, che abbia senso o meno. I trendsetter prendono il controllo del partito in breve tempo. L’orizzonte politico dei partiti diventa quello delle mode politiche, e non sono piu’ possibili strategie politiche di lungo termine o politiche impopolare.
Se i partiti incamerano 50-60 miliardi perche’ la corruzione finisce nelle loro casse, semplicemente incasserano il colpo creando gruppi di donatori di comodo : si mette il prezzo della tessera a 100 euro, e si lavora di tesserati fantasma, come faceva la DC dove si tesserava il capo famiglia e poi si moltiplicavano le tessere per ogni membro della famiglia. Poi, i soldi veri li tireranno fuori dalla corruzione: si tratta di pochi punti percentuali di corruzione in piu’. Questo ovviamente aumenta il peso delle correnti e dei politici che gestiscono le tessere.
In questo caso, ci sono due effetti possibili. In un caso cambia molto in senso politico. Il problema e’ puramente politico, e dovete decidere se volete ancora partiti che seguano ciecamente quella che chiamate “la pancia del paese”. Il problema non e’ semplice: quando c’e’ crisi la pancia del paese e’ rabbiosa ed egoista, quando c’e’ ricchezza la pancia del paese e’ astratta, modaiola e spesso inconcludente. Up to you.
Il secondo effetto , se i soldi della corruzione finanziano i partiti e’ quello di non cambiare nulla di fatto e di “democristianizzare” i partiti, che vanno a finanziarsi mediante corruzione leggermente di piu’ – impattando le amministrazioni locali – e a lavorare con le tessere di scambio.(non era infrequente in Emilia che il PCI avesse piu’ tessere che voti alle locali, per dire, proprio per via del gioco delle tessere.) Lo “scambio di tessere”(1) e’ molto piu’ difficile da individuare e stanare dello scambio di voti, non essendo un reato.
Come vedete, l’ipotesi iniziale impatta ECCOME sull’effetto del provvedimento.
Secondo provvedimento. Nessun finanziamento pubblico, ma pura liberta’ di fianziamento. Chiunque da’ al partito qualsiasi cifra, magari rendicontata in pubblico.
Questa scelta e’ “americana”, e produce due cose.
La prima e’ di produrre il sistema delle lobbies. Se le aziende possono finanziare i partiti, tutti sappiamo che Fiat paga , che so io, il PDL, ma questo e’ un male o un bene? Fiat e’ satana? Magari Ducati finanzia il PD. Allora, sono meglio i soldi di Fiat o quelli di Ducati? E che succede se Fiat finanzia entrambi? Che succede se una associazione anonima come Confidustria finanzia uno o piu’ partiti? Confindustria e’ bene o male? Confartigianato e’ bene o male? Confcomercio e’ bene o male? Il problema del sistema delle lobbies lo conosciamo bene: chi ha piu’ soldi finanzia di piu’ i partiti che poi fanno i suoi interessi, col che fa piu’ soldi, e alla fine gli USA sono diventati una nazione di masse povere e ricchissimi paperoni. E no, le loro famigerate leggi “contro il conflitto di interesse” non funzionano per un cazzo: il sistema politico USA fa quel che dicono le lobbies, punto. Rendetelo legale in Italia, e divertitevi. Up to you, as usual.
Anche perche’ le aziende non finanziano questo o quel partito: finanziano i parlamentari di TUTTI i partiti, in modo che se il presidente e’ di destra le camere siano di sinistra, o nel modo che una camera sia di destra ed una di sinistra, e alla fine le decisioni siano impossibili tranne nel caso che piacciano alle lobbies: le decisioni che piacciono alle lobbies vengono poi dette “bipartisan” e passano ovunque.
Se invece i partiti prendono soldi , 60 miliardi, per corruzione, otterrete semplicemente di legalizzarla. I 60 miliardi che vanno ai partiti in mazzette andranno ai partiti in legalissimi finanziamenti, mettendo al sicuro corruttori e corrotti. I partiti poi spartiranno il bottino tra i vari procacciatori. E avrete un sistema di lobbies che di fatto e’ un sistema di corruzione legalizzata. Stessi difetti, ma almeno avrete fatto emergere il marcio. Anche se non avrete cambiato nulla.
Scelta “liquida”: i partiti esistono solo durante le elezioni. Essi sono strutturati come onlus, non possono avere dipendenti , non possono avere proprieta’, non possono esistere che sei mesi prima e sei mesi dopo le elezioni, poi si sciolgono e la cassa va allo stato – se c’e’ rimanenza.
Questa via e’ una delle caratteristiche della politica USA, ma non di quella parlamentare – dominata dalle lobbies, bensi’ da quella presidenziale. Cosa ne risulta?
Se il finanziamento e’ piccolo otterrete che 1/2 miliardi di euro verranno investiti durante le elezioni. Otterrete aziende, consulenti, una macchina elettorale stagionale fatta di stadi, merchandising, gadgets, pubblicitari, macchina che si sveglia ogni tot anni, divora 1/2 miliardi che finiscono ad aziende amiche. Ad un ritmo elettorale di un’elezione locale ogni anno, di fatto il finanziamento andra’ tutto alla macchina elettorale. E la politica finira’ in mano agli spin doctors.
Politica degli spin doctors significa che e’ la politica dei Casaleggio. Avrete campagne spettacolari, candidati eccellenti, e la politica coincidera’ con lo show che compone la campagna elettorale. Se uno spin doctor decide che il coglione bigotto e’ una forza da sfruttare, allora avrete il Bush della situazione. Se uno spin doctor decide che e’ ora di un presidente negro, avrete un Obama. Piccolo difetto: quando la politica coincide con la campagna elettorale, sotto le elezioni non c’e’ nulla. Avrete candidati bellissimi come Obama o votatissimi come Bush, ma la politica nazionale fara’ schifo. Up to you.
Se invece i partiti ottengono 50-60 miliardi anche attraverso le tangenti, avrete entrambi i difetti di cui sopra. Avrete campagne elettorali mastodontiche ove si scaricheranno parte dei 50-60 miliardi da riciclarsi. Un partito che si scioglie subito dopo e’ fantastico per nascondere magagne. Poi avrete zero politica e la rimanente parte della corruzione. Piu’, con campagne elettorali cosi’ mastodontiche, il dominio degli spin doctors.
Ultima alternativa: tenere il finanziamento e ridurlo a cifre accettabili, ma nessun altro finanziamento possibile.
In tal caso, avete due possibilita’ estreme.
Se la cifra di oggi e’ diciamo di 1-2 miliardi, quello che fate e’ di creare la necessita’ di finanziarsi illegalmente per la rimanente parte. E aggiungete la parte che manca al finanziamento illecito sotto altre forme, piu’ o meno facili da sgamare. I partiti dovranno fingere di essere parchi, cioe’ nascondere l’entita’ delle spese reali, e questo rendera’ piu’ difficile stabilire che fine facciano quei soldi.
Se la cifra totale odierna e’ di 60 miliardi, quello che otterrete e’ una lieve recrudescenza del fenomeno delle tangenti, e nulla di piu’.
Come vedete, in tutti i casi il VERO problema e’ “ma quanto guadagnano oggi i partiti”. Il punto e’ quello che ogni soluzione ha effetti diversi a seconda di quanta parte dei 60 miliardi stimati dalla CdC italiana finisca ai partiti. La cosa e’ assolutamente distorcente, se pensiamo che la corte dei conti tedesca ha fatto una stima analoga e ha stimato la corruzione in 1.5 miliardi, cioe’ 30 volte piu’ piccola.
Questo significa, essenzialmente, che usare altri paesi per stimare gli effetti che una nuova disciplina di bilancio dei partiti puo’ funzionare o meno a seconda del fatto che i 60 miliardi spesi in corruzione finiscano – o meno – nelle casse dei partiti. Se finisocno nelle casse dei partiti, quasi nessun modello europeo e’ anlogo – se escludiamo la Grecia, forse – e quindi nessun modello europeo puo’ essere usato per prevedere gli effetti di una misura simile.
Quindi, MOLTO prima di chiedersi cosa fare del finanziamento pubblico ai partiti, occorre stabilire a quanto ammonti oggi, perche’ lo scenario va da circa 1-2 miliardi a 50-60, e in una situazione simile trovare una soluzione per un problema cosi’ male analizzato e’ praticamente impossibile: e’ come chiedersi quale sia la taglia giusta di vestito regalare ad una donna, sapendo solo che il suo peso oscilla tra i 45 e i 150 chili.
Cosi’, la mia sensazione e’ che la discussione che si sta tnendo sia assolutamente strumentale, e che non possa arrivare a nessuna soluzione utile, tantomeno ad una soluzione “progettata”, perche’ a seconda della percentuale di corruzione che va ai partiti otterrete effetti diversi a seconda del provvedimento, e spesso non sarebbero nemmeno gli effetti voluti.
Per come la penso io, i rimborsi elettorali ai partiti andrebbero dati come premio di fine anno. Si individua un KPI , tipo il reddito medio procapite e la curva di distribuzione del reddito, e si da’ ai partiti  una quantita’ di soldi proporzionale al reddito medio procapite, tipo il  4 per mille per il numero di elettori, spalmato sui partiti per dimensione secondo la stessa curva di distribuzione dei redditi del paese.
Se volete che i partiti migliorino il reddito procapite e la distribuzione, cioe’, la cosa che dovreste fare e finanziarli  solo se riescono e per quanto riescono. Ovvero, pagarli se forniscono il servizio. Voglio dire, se vi fanno iventare tutti ricchi, perche’ non pagarli di piu’?

Ma spesso, le soluzioni troppo semplici sono quelle che nessuno abbraccia.

(1) Lo scambio di voti e’ “se mi voti io vinco le elezioni e se vinco ti do’ qualcosa in cambio”. Lo scambio di tessere e’ “se mi dai tot tessere io scalo il partito, divento potente, e ti do’ qualcosa in cambio”.

Fonte

Habemus Papam Argentinum

Il nuovo Papa Jorge Mario Bergoglio con il nome di Francesco I

di Filippo Bovo

Leggendo la biografia di Papa Francesco I ed in particolare soffermandosi sui suoi controversi rapporti con la “Junta” argentina del ’76 – ’83, viene spontaneo sospettare che egli stia all’America Latina degli ultimi anni, quella dei Chavez e dei Morales e dei Correa e degli Ortega, come Giovanni Paolo II stava all’Europa dell’Est ed all’Unione Sovietica, ovvero un ariete che gli Stati Uniti, sempre loro, utilizzerebbero per scardinare i governi progressisti di quel continente onde ricondurre quest’ultimo al ruolo di loro “cortile di casa” come negli “anni d’oro” delle dittature militari e dei successivi governi neoliberisti e fondomonetaristi. La tesi è del tutto legittima ed è stata sostenuta fin dai primi minuti da molti osservatori, ma non tiene conto d’alcuni aspetti che pure sono fondamentali.
Non si pensa, infatti, che contrariamente a trent’anni fa per la Chiesa Cattolica oggi la priorità in America Latina non è fronteggiare il comunismo ateo o le “eresie” come la Teologia della Liberazione (così la giudicavano Woytila e Ratzinger), ma la grave emorragia di fedeli subita a causa del forte attivismo delle varie sette e chiese protestanti, battiste, anabattiste ed avventiste provenienti dal Nord America e consistentemente sostenute dalle locali chiese madri. Queste negli ultimi anni hanno guadagnato in America Latina posizioni su posizioni a danno del cattolicesimo, se è vero come è vero che nel solo Messico, il paese più cattolico di tutto il Continente, un fedele su cinque s’è convertito andando tra le braccia di queste chiese. Nel resto della regione latinoamericana, in particolare in Brasile o in Guatemala (dove il 30% della popolazione è ormai di religione cristiano pentecostale) la situazione è addirittura peggiore. Queste chiese e sette hanno ricevuto un forte sostegno anche dal governo americano, in particolare negli anni di Bush ma pure sotto Obama, che vede in esse un utile strumento con cui imporre la propria influenza nell’America di lingua spagnola.
Dunque la necessità della Chiesa Cattolica di procedere con una nuova “evangelizzazione” in America Latina si pone proprio in diretto contrasto con la strategia statunitense d’appoggio alle chiese d’origine nordamericana, la cui espansione ha fino ad oggi falcidiato il gregge cattolico e di conseguenza colpito gli interessi del Vaticano nella regione. L’elezione di Jorge Bergoglio al soglio pontificio risponde proprio a questa necessità: è un segnale diretto alle masse latinoamericane alle quali la Chiesa di Roma vuol far capire che da oggi si cambia musica e che il cattolicesimo sarà, al pari delle chiese nordamericane fortemente impegnate nella beneficenza e nel proselitismo tra i più poveri, più vicino ai deboli e più comprensivo dei loro problemi sociali.
Per rievangelizzare l’America Latina la Chiesa Cattolica non può prescindere dall’intrattenere rapporti cordiali e fruttuosi coi governi locali ed in questo senso il fatto che essi siano tutti retti da cattolici rappresenta una risorsa da sfruttare a piene mani. La loro posizione politica non è un problema (semmai lo sarà e lo è per gli Stati Uniti), se con loro è possibile mettersi facilmente d’accordo per concedere alla Chiesa Cattolica quegli spazi che le sono necessari per salvaguardare l’integrità del proprio gregge. Gli accordi stabiliti con Cuba a partire dal ’98 sono lì a dimostrarlo.
Certo, permangono le critiche e l’ostracismo da parte cattolica nei confronti del socialismo, ma senza più la virulenza del passato. L’aver schiacciato la Teologia della Liberazione ha comportato per la Chiesa Cattolica un prezzo molto salato da pagare: le chiese protestanti et similia provenienti dal Nord America, molto più vicine alle rivendicazioni sociali degli strati più poveri della popolazione latinoamericana, ne hanno infatti fortemente beneficiato. E’ un errore di cui il Vaticano, oggi, ha preso coscienza e che si guarderebbe bene dal ripetere.
E qui si spiega anche il senso della visita pastorale di Benedetto XVI dello scorso anno a Cuba ed in Messico, paese quest’ultimo in cui la Chiesa Cattolica fino ad oggi si vedeva impossibilitata per legge dallo svolgere messe all’aperto e comparire in televisione. Il compito del nuovo pontefice sarà proprio quello di proseguire su questo tracciato già delineato dal suo predecessore, stabilendo proprio con gli attuali governi della Patria Grande quelle politiche di riconquista dello “spazio vitale” nella società latinoamericana già attuate a Cuba ed in Messico.
Contrariamente agli Stati Uniti, per i quali i governi di Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador, ecc, costituiscono una minaccia ai loro interessi, per la Chiesa Cattolica essi non rappresentano una minaccia dal momento che non contrastano ma addirittura in una certa misura favoriscono il cattolicesimo. Certo, le Conferenze Episcopali locali non sono tenere con questi governi e, com’è ben noto, quella venezuelana è implicata sino al collo nel tentativo di golpe contro Chavez del 2002, esattamente come lo stesso Bergoglio è noto per i suoi rapporti tutt’altro che idilliaci con i Kirchner. Ma la priorità per la Chiesa Cattolica in America Latina, oggi, non è il colore dei governi bensì il cercare di frenare in un modo o nell’altro la continua emorragia di fedeli dovuta proprio alle chiese nordamericane che agiscono in loco con la benedizione degli Stati Uniti. Per tale motivo mai come oggi, in America Latina, Washington ed il Vaticano si sono trovati su posizioni tanto lontane.

Fonte

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