Ben presto, niente più ostacoli al nuovo accordo Sykes-Picot

JPEG - 18.7 Kb
Il Segretario di Stato, John Kerry, abbandona i suoi alleati. Non ci sarà alcuna consegna di armi decisive ai “ribelli” in Siria. Assad non sarà rovesciato. Le promesse degli Stati Uniti impegnano solo quelli che ci hanno creduto.
Di Thierry Meyssan

Lo scorso 13 giugno, il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ha annunciato che la linea rossa era stata superata: come dimostravano le prove raccolte dai francesi e dai britannici, la Siria di Bashar al-Assad aveva usato armi chimiche contro il suo popolo: ora ce la vedremo…

Senza attendere, il nuovo comando congiunto delle Forze terrestri della NATO è stato attivato a Izmir (Turchia). La guerra era imminente.

Un mese dopo, la determinazione occidentale è scomparsa. La stampa atlantista scopre con orrore che l’opposizione armata in Siria è composta da fanatici odiati dalla stragrande maggioranza dei siriani, quel che andiamo dicendo senza sosta da due anni. Nel mentre, sul campo, l’Esercito siriano libero e il Fronte Al-Nosra, invece di combattere contro le truppe di Damasco, si scagliano l’un l’altro in una guerra senza pietà.

Cosa è successo, per poter trasformare la guerra di “liberazione” della Siria in questo vasto disordine? In realtà, nessuna delle poste in gioco è cambiata in un mese: l’Esercito arabo siriano non ha mai usato armi chimiche contro i “ribelli”; e questi non si sono “radicalizzati”. Per contro, il piano USA che ho descritto, per primo, lo scorso novembre, si sta lentamente dispiegando. La tappa di oggi consiste nel mollare l’opposizione armata.

Tutto ciò ci conferma che l’imperialismo anglosassone ha il fiatone. L’applicazione sul campo delle decisioni prese a Washington avviene con estrema lentezza. Questo processo evidenzia la cecità dei media occidentali che ignorano queste decisioni prese fino a quando non si traducano in azioni. Incapaci di analizzare il mondo così com’è, continuano a dare credito alla “comunicazione politica”.

Quindi quel che scrivevo [1], che veniva descritto come “teoria del complotto” da parte della stampa mainstream, le diventa evidente dieci mesi più tardi. Eric Schmitt scrive pudicamente sul New York Times che «i piani dell’amministrazione USA sono molto più limitati di quanto dichiari in pubblico e in privato». [2]. Mentre David Ignatius titola senza mezzi termini sul Washington Post: «I ribelli siriani sono stati “scaricati” da Washington» [3].

Stavano aspettando armi anticarro e hanno ricevuto mortai da 120 millimetri. Gli erano stati promessi aerei, e hanno ricevuto kalashnikov. Le armi arrivano loro in gran numero, ma non per rovesciare Bashar al-Assad, bensì per far sì che si ammazzino tra loro senza che rimanga più nessuno.

E per fugare i dubbi: il direttore della CIA, John Brennan, e il vice presidente, Joe Biden, hanno convinto il Congresso a porte chiuse che non si dovrebbero inviare armi decisive Siria. Contemporaneamente, a Londra, la Camera dei Comuni ha approfittato di questo varco aperto. E a Parigi, Alain Marsaud e Jacques Myard – per altri motivi – tentano di imbarcare l’Assemblea nazionale nello stesso rifiuto occidentale di continuare a sostenere i “ribelli”.

Senza alcuna esitazione, il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, che deplorava a dicembre l’iscrizione da parte degli Stati Uniti del Fronte Al-Nosra sulla loro lista internazionale delle organizzazioni terroristiche «perché fanno un buon lavoro sul terreno» (sic), ha chiesto lui stesso all’ONU di metterlo nella lista internazionale delle organizzazioni terroristiche. E Manuel Valls, il ministro degli interni francese, ha dichiarato su France 2 che i francesi che combattono in Siria al fianco dei suoi ex alleati islamisti sarebbero stati arrestati e processati una volta ritornati in Francia.

La Conferenza di Ginevra II, di cui si parla da un anno, si va a delineare. Gli ostacoli principali provenivano dalla Coalizione Nazionale che, sostenuta dal Qatar, esigeva la resa preliminare di Bashar al-Assad, e dai franco-britannici che rifiutavano di vedere l’Arabia Saudita e l’Iran al tavolo dei negoziati.

L’Ayatollah Khamenei ha rimosso dal gioco Ahmadinejad e il suo capo di gabinetto Mashaei, uomini di fede e forsennati anticlericali, per sostituirli con lo sceicco Rouhani, un religioso molto pragmatico. Una volta installatosi come nuovo presidente dell’Iran a fine agosto, dovrebbe accettare di partecipare ai negoziati. Da parte loro, gli anglosassoni hanno rimosso dal gioco il Qatar, il micro-Stato gasiero che hanno usato per coprire l’alleanza tra la NATO e la Fratellanza Musulmana. Hanno affidato la gestione dei “ribelli” in Siria alla sola Arabia Saudita, screditando i “ribelli” internazionali presso la propria stampa. Con o senza re Abdullah, Riyadh dovrebbe ugualmente accettare il negoziato.

Falsa sorpresa: sotto l’impulso del Segretario di Stato John Kerry, l’Autorità palestinese ha accettato di riprendere i negoziati con Israele, anche se quest’ultimo continua la colonizzazione dei territori.

Salvo capovolgimenti inaspettati in Egitto o in Tunisia, non dovrebbe più esserci, da qui a due o tre mesi, grossi ostacoli allo svolgimento di Ginevra II, il “nuovo accordo Sykes-Picot” allargato; dal nome degli accordi segreti attraverso i quali la Francia e il Regno Unito si spartirono il Medio Oriente durante la Prima Guerra Mondiale. Durante questa conferenza, gli Stati Uniti e la Russia si divideranno il Nord Africa e il Levante, a spese della Francia, suddividendo la regione in zone subappaltate ai sauditi (sunniti) o agli iraniani (sciiti ).

Dopo aver costretto l’emiro del Qatar ad abdicare e dopo aver abbandonato i “ribelli” in Siria, Washington sta per ritirare la sua influenza regionale dalle mani del suo fedele alleato, la Francia, che se le è sporcate per due anni per niente. Questa è la legge cinica dell’imperialismo.

[1] “Obama II: la Purga e il Patto“, Rete Voltaire, 27 novembre 2012. “L’ESL continua a brillare come una stella morta“, Rete Voltaire, 26 dicembre 2012. “Obama e Putin si spartiranno il Medio Oriente?Odnako (Federazione Russa), 26 gennaio 2013.

[2] “No Quick Impact in U.S. Arms Plan for Syria Rebels”, di Mark Mazzetti, Eric Schmitt e Erin Banco, The New York Times, 14 luglio 2013.

[3] “Syrian rebels get ‘the jilt’ from Washington”, di David Ignatius, The Washington Post, 18 luglio 2013.

Fonte

La guerra programmata contro l’Iran e l’attentato al generale che ha detto No!


Oggi, il generale Dempsey, Presidente del Joint Chiefs of Staff degli USA, l’uomo che era andato a Tel Aviv e informato Netanyahu che gli USA non volevano far parte delle sue macchinazioni contro l’Iran, è stato oggetto di un attentato in Afghanistan. Questa non è stata un’azione del terrorismo o dei taliban. E’ stato un “avvertimento” contro qualcuno che non ha baciato i piedi di Netanyahu. La sua risposta ha scatenato i killer, non un atto pubblico, ma lo stesso un dato di fatto, un militare statunitense lo sa molto bene. Netanyahu ha un problema di “arroganza”. I colpevoli, i “militanti”, sono riusciti a passare inosservati nell’area più sofisticatamente difesa sulla terra, il perimetro della Bagram Air Force Base. Fortunatamente per loro, hanno attaccato durante la notte, in un momento in cui i visori notturni di 5.ta generazione, i radar di terra e altri sistemi di rilevamento degli USA sono stati misteriosamente disattivati. I sistemi di rilevamento dei razzi, i dirigibili di preallarme con georadar ad apertura sintetica e la copertura continua degli UAV, che utilizzano il rilevamento a raggi infrarossi, 2 miliardi di dollari di tecnologia in questo solo perimetro, sono costati il velivolo del comandante militare statunitense e le ferite subite da due membri dell’equipaggio.
Dempsey aveva appena lasciato Tel Aviv, dove aveva detto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: “Non posso conoscere tutte le capacità [di Israele], ma penso che sia giusto dire che potrebbe ritardare, ma non distruggere il potenziale nucleare iraniano“. Dempsey poi ha detto ai giornalisti presenti: “Confrontando l’intelligence, discutendo delle implicazioni regionali, abbiamo ammesso che i nostri orologi girano a ritmi diversi, dobbiamo capire gli israeliani, vivono con il sospetto costante, con il quale non abbiamo a che fare.” Ci sono quelli vicini al Presidente Obama che non accettano apertamente l’attentato a Dempsey, con la pubblica ammissione della complicità dei taliban. Tali dichiarazioni, che certamente costeranno caro in rappresaglie degli Stati Uniti, si trovano spesso sui siti internet privi di una connessione credibile a qualsiasi fonte islamica. Per alcuni statunitensi, l’attentato sembra essere una rappresaglia contro Dempsey, che per coincidenza, citava nella sua valutazione su Israele, il suo “costante sospetto.”
Le agenzie di stampa hanno sepolto il fallito attentato, sapendo che Dempsey è odiato da Netanyahu e rispettato dai taliban come “sincero e corretto“. Netanyahu anela i giorni in cui il generale Myers svolgeva il lavoro di Dempsey, sotto Bush (43), entrambi viziati e narcisisti, dei pupazzi prevedibili, il foraggio ideale per le macchinazioni di Netanyahu. Solo due settimane fa, pieno di speranza presidenziale, Mitt Romney, tornato da un viaggio all’estero con 60 milioni di dollari raccolti in Israele e Gran Bretagna, mentre era accompagnato dal boss dei Casinò Sheldon Adelson, le cui organizzazioni criminali di Las Vegas e della Cina, sono da tempo ritenute essere al centro della criminalità organizzata di tutto il mondo. Il gioco d’azzardo, la droga, la prostituzione, il riciclaggio di denaro e ora la guerra, stanno cercando il proprio presidente, e la guerra contro l’Iran è l’unico problema che guida la campagna statunitense. Romney, come governatore dello stato era, se non altro, alla “sinistra” del presidente Obama. Leggi il resto dell’articolo

Il futuro soldato USA

 

 

 

 

 

 

L’Agenzia della Difesa degli USA, DARPA, creatrice di idee apparentemente strampalate ma che a volte diventano realtà, adesso è concentrata a modificare geni umani per eliminare limitazioni come la fame e la stanchezza.

L’obiettivo degli “specialisti” dell’agenzia è di creare soldati immuni a quei grandi “inconvenienti” dell’essere umano. Potranno combattere durante più tempo, con maggior efficacia e senza tante spese in alimenti, che adesso dipendono da un’industria di circa 40.000 milioni di dollari l’anno.

Lo scrittore Simon Conway, che ha avuto accesso ai progetti della DARPA, dice che l’ambizioso progetto cerca di “migliorare l’efficienza della creazione di energia nel corpo”.

Così i ricercatori dell’agenzia cercano di attivare i geni che aiuteranno ad usare con maggiore profitto le riserve di grasso del corpo umano, cosa che permetterà ai soldati di vivere di tali riserve per molti giorni e senza cibo ne riposo.

“I soldati saranno capaci di correre a velocità “olimpiche” e sopportare grandi pesi senza bisogno di dormire e mangiare” afferma Conway sul Sunday Express.

Si sa che gli scienziati militari hanno già provato una medicina che ha permesso a un gruppo di soldati di non dormire per più di 40 ore e incluso di migliorare i loro livelli di concentramento dopo due giorni senza riposo. Leggi il resto dell’articolo

Il tramonto USA- Piani globali per sostituire il dollaro

Le nazioni sono arrivate al capolinea e non vogliono continuare a finanziare le avventure militari degli Stati Uniti.  Già durante le riunioni a giugno del 2009 a Ekaterimburgo, Russia, i leader mondiali come il presidente cinese Hi Jintao e il russo Dimitri Medvedev e altri funzionari dell’Organizzazione della Cooperazione di Shangai, composta da sei nazioni, hanno mosso un passo decisivo nella sostituzione del dollaro come moneta di riserva mondiale.

Agli USA è stata negato l’accesso a queste riunioni. Se i leader mondiali avranno successo, il valore del dollaro cadrà presto, il costo delle importazioni, incluso quello del petrolio, si innalzerà e i tassi d’interesse aumenteranno.

Il mondo considera il FMI,la BM e l’Organizzazione Mondiale del Commercio come pedine di Washington in un sistema finanziario sostenuto dalle basi militari e portaerei statunitensi sparse per il pianeta. Nonostante questo dominio militare c’è il vestigio di un impero statunitense che non riesce più a governare attraverso la forza economica. La potenza militare degli Stati Uniti è troppo muscolosa, si fonda più sulle armi atomiche e gli attacchi aerei che su operazioni via terra, che oggi sono troppo impopolari, politicamente parlando, per poter realizzare attacchi su grande scala.

Come ha sottolineato Hedges nel giugno del 2009: “Gli architetti di questo scambio mondiale si rendono conto che se vincono sul dollaro allora potranno vincere il dominio militare degli Stati Uniti”. La spesa militare degli USA non si può sostenere senza questo ciclo di grande prestiti. La finanziaria ufficiale della difesa statunitense per il 2008 è stata di 623 miliardi di dollari, quella che più gli si è avvicinata è stata la cinese con 65 miliardi, in base a dati forniti dalla CIA. Leggi il resto dell’articolo

L’arte della guerra : Il pozzo afghano senza fondo

 

 

 

 

 

 

«È meraviglioso udire gli uccelli che salutano col loro canto questa bella giornata qui a Kabul»: sono le romantiche parole con cui Hillary Clinton ha aperto la cerimonia ufficiale tra gli alberi del blindatissimo palazzo presidenziale nella capitale afghana. Mentre parlava, altri uccelli con la coda a stelle e strisce volavano nei cieli afghani: i caccia F/A 18 che, decollati dalla portaerei Stennis nel Mare Arabico, volteggiano sull’Afghanistan. Scelta la preda, la attaccano con missili e bombe a guida laser e la mitragliano col cannone da 20 mm, che a ogni raffica spara 200 proiettili a uranio impoverito. Questi e altri aerei, il cui prezzo supera i 100 milioni di dollari, costano 20mila dollari per ogni ora di volo: dato che ogni missione dura circa otto ore, essa comporta una spesa di oltre 150mila dollari, cui si aggiunge quella delle armi impiegate. E l’anno scorso, secondo le cifre ufficiali, gli aerei Usa/Nato hanno effettuato 35mila missioni di attacco sull’Afghanistan. Non stupisce quindi che solo gli Stati uniti abbiano speso finora, per questa guerra, circa 550 miliardi di dollari. Un pozzo senza fondo, che continuerà a inghiottire miliardi di dollari ed euro. A Kabul la Clinton ha annunciato la buona novella: «Ho il piacere di annunciare che il presidente Obama ha ufficialmente designato l’Afghanistan maggiore alleato non-Nato degli Stati uniti». Ciò significa che esso acquista lo status di cui gode Israele e che, in base all’«Accordo di partnership strategica», gli Usa si impegnano a garantire la sua «sicurezza». Secondo funzionari dell’amministrazione, gli Usa manterranno in Afghanistan 10-30mila uomini, soprattutto delle forze speciali, affiancati da compagnie militari private. E continueranno a impiegare in Afghanistan la propria forza aerea, compresi i droni da attacco. Il «maggiore alleato non-Nato» riceverà dalla Nato un aiuto militare di oltre 4 miliardi di dollari annui. L’Italia, che si impegna a versare 120 milioni annui, continerà a fornire, secondo le parole del ministro della difesa Di Paola, «assistenza e supporto alle forze di sicurezza afghane».  Il governo afghano riceverà inoltre, come deciso dalla conferenza dei «donatori» a Tokyo, altri 4 miliardi annui per le «esigenze civili». E anche in questo campo, ha dichiarato il ministro degli esteri Terzi, «l’Italia farà la sua parte». Secondo la motivazione ufficiale, si aiuterà in tal modo la «società civile afghana». Secondo l’esperienza reale, ogni dollaro ed euro, speso ufficialmente a fini civili, sarà usato per rafforzare il dominio militare Usa/Nato su questo paese. La cui posizione geografica è di primaria importanza strategica per le potenze occidentali e i loro gruppi multinazionali, che si spingono sempre più ad est,  sfidando Russia e Cina.  Per convincere i cittadini statunitensi ed europei, pesantemente colpiti dai tagli alle spese sociali, che occorre prelevare altri miliardi di dollari ed euro dalle casse pubbliche per destinarli all’Afghanistan, si racconta che essi servono a portare migliori condizioni di vita al popolo afghano, in particolare alle donne e ai bambini. La favola che Hillary Clinton ha raccontato, accompagnata dal cinguettio degli uccellini di Kabul e dal coro di quanti gioiscono per tale munificenza.

Fonte

Anche a Roma festeggiamo l’indipendenza

Marco Cedolin
Potrebbe essere una buona notizia, ma purtroppo l’oggetto delle celebrazioni è l’indipendenza degli americani e non dagli americani, come sarebbe invece auspicabile dopo 60 anni di colonialismo a 360 gradi che spazia dalle basi militari all’immaginario collettivo.
Le celebrazioni per il 4 luglio, svoltesi presso la villa dell’ambasciatore americano a Roma, con grande dispiegamento di forze dell’ordine e militari italiani e il giusto corrollario di ospiti vip equamente distribuiti fra la politica e la finanza che “contano”, hanno bloccato il traffico e comportato la deviazione del percorso degli autobus, causando non pochi disagi ai cittadini di Roma Nord che già si trovano a fare i conti con la canicola….
Sarebbe senza dubbio interessante portare una riflessione nel merito di quanto il nostro paese sia pronto a genuflettersi di fronte al padrone a stelle e strisce (l’Indipendenza americana viene da sempre festeggiata nella maggior parte dei comuni che ospitano basi militari statunitensi) ogni qualvolta la cosa si renda necessaria. Così come gioverebbe comprendere in base a quali criteri di opportunità vengano mobilitati uomini e mezzi pagati con il denaro dei contribuenti, per festeggiare le indipendenze altrui, mentre in Italia si chiudono gli ospedali e si negano le medicine ai malati.
Come sempre non ci saranno risposte, nè reazioni, dal momento che gli italiani a genuflettersi hanno ormai preso gusto. Non ci resta che mettere nel freezer il tacchino per novembre e prepararci a “ringraziare” anche noi.

La crisi greca intensifica le rivalità geopolitiche

La catastrofe economica e sociale crescente in Grecia, porta alla ribalta i vecchi conflitti geopolitici. Le divergenze regionali tra la Grecia e la Turchia e la crescente concorrenza tra le grandi potenze del Mediterraneo orientale, potrebbero evolvere in un confronto nel contesto dell’incertezza delle condizioni economiche che peggiorano. Queste preoccupazioni si sono intensificate nelle ultime settimane, con discussioni che apertamente contemplavano la prospettiva dell’uscita della Grecia dall’euro. Oltre alla crisi economica che ciò potrebbe creare in Europa, il futuro schieramento politico della Grecia è anch’esso in discussione.
Come ha scritto Robert Kaplan, direttore dell’analisi economica della società privata di intelligence statunitense Stratfor, alla vigilia delle elezioni greche del 12 giugno, “gli interessi occidentali richiedono ora che, anche se la Grecia lascia la zona euro – e questo è un grande “se” – dovrebbe restare ancora ancorata nell’Unione europea e nella NATO. Che la Grecia abbandoni l’euro o meno, dovrà affrontare anni di severa austerità economica. Il che implica, data la sua posizione geografica, un orientamento politico della Grecia che non dovrebbe mai essere dato per scontato.”
I timori di un riallineamento di Atene che potrebbe discostarla dalla sua tradizionale attenzione per le potenze europee occidentali e gli Stati Uniti, sono alimentati dalla presenza sempre più importante della Russia e della Cina nella regione. Il coinvolgimento della Cina nell’economia greca, è cresciuto in modo significativo dall’inizio della crisi economica. Nel 2010, Pechino ha investito molto nella riabilitazione del porto commerciale del Pireo, vicino ad Atene. In un recente incontro per commemorare il 40° anniversario dello stabilimento delle relazioni tra Pechino e Atene, il presidente greco, Karolos Papoulias, aveva osservato che il commercio annuale tra la Grecia e la Cina aveva raggiunto i 3 miliardi di dollari. Riferendosi ad un ampio partenariato strategico firmato dai due paesi nel 2006, e che organizza la cooperazione in una serie di importanti settori economici, Papoulias ha commentato: “Penso che negli anni precedenti puntino ad una diversificazione delle nostre relazioni, nei prossimi anni.”
La Russia ha rafforzato nel frattempo il suo ruolo nella regione, facendo accordi con Cipro. Nel 2011, un prestito di 2,5 miliardi di euro (3,1 miliardi di dollari) a Nicosia, ha evitato che Cipro chiedesse un piano di salvataggio all’UE, questo paese è ancora esposto alla crisi greca, dei rapporti recenti lasciano supporre che Cipro potrebbe essere in colloqui con Mosca per un nuovo prestito di circa 5 miliardi di dollari – un quarto del suo PIL. La compagnia petrolifera e gasifera russa Gazprom ha una presenza significativa nel settore energetico greco, e Atene sta lottando per onorare il debito assai elevato verso l’azienda. Kaplan ha attirato l’attenzione su ciò che vede come un’opportunità per accrescere l’impegno della Russia, notando che “Sono stati menzionati sui media l’illiquidità della Grecia e il surplus della Russia, se i russi venissero espulsi dai porti siriani, dopo un cambio di regime, Mosca potrebbe trovare un modo per utilizzare le strutture portuali greche.” Queste tensioni economiche sono aggravate dalla posizione strategica della Grecia nel Mediterraneo orientale e vicino al Medio Oriente.
Come ha osservato in una recente analisi Vassilis Fouskas, professore di relazioni internazionali presso l’Università di Richmond a Londra, “La Grecia, per esempio, in virtù della sua posizione nel Mar Egeo, ha il potere di bloccare l’Egeo (commercio, linee di comunicazione, vie marittime, trasporto aereo, ecc), causando il caos nel traffico commerciale attraverso gli stretti turchi, interrompendo i progetti degli oleodotti, e minando la sicurezza della NATO e dell’UE nella regione […] Non inganniamoci: se la Grecia si arrabbia, vale a dire se la società e la politica interna greche saranno spinte da potenze esterne, vale a dire dalla “Troika”, a compiere atti di disperazione, questa ipotesi non è così improbabile.”
Ci sono molti punti caldi che potrebbero destabilizzare la regione. I problemi economici di Cipro potrebbero causare un aumento della tensione tra la Grecia e la Turchia verso l’isola divisa in due, attirando le grandi potenze. La decisione della Turchia di cambiare il nome della metà settentrionale dell’isola di Cipro in Repubblica Turca di Cipro, è stata interpretata come una dichiarazione delle sue intenzioni di unire tutta l’isola sotto il suo controllo. I vecchi conflitti territoriali tra Grecia e Turchia hanno ripreso intensità con la scoperta di grandi quantità di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale. Alla fine del 2010, il governo di Atene ha iniziato ad investire nell’esplorazione petrolifera, e le ultime stime indicano che oltre 4 miliardi di barili di petrolio si trovano nel nord del Mar Egeo e almeno 22 miliardi di barili nel Mar Ionio, al largo della costa occidentale della Grecia. Delle scoperte sono previste nel sud del Mar Egeo, che non è ancora stato esplorato.
La manna che apporterebbe il pieno sfruttamento di queste risorse non passa inosservata alle grandi potenze. Una parte dei termini del piano di salvataggio dello Stato greco da parte dell’UE e del FMI, dispone che Atene debba privatizzare ciò che resta del suo demanio pubblico, compresi i porti e le compagnie petrolifere. Ciò potrebbe aprire questo settore altamente redditizio agli investimenti stranieri, in particolare alle imprese statunitensi. Ciò è stato oggetto di una visita ad Atene della segretaria agli esteri Hillary Clinton, lo scorso luglio, durante il quale ha discusso il futuro sviluppo energetico con i funzionari governativi. Dopo tali negoziati, il governo greco ha rivelato la creazione di un ente governativo per la gestione dei permessi di ricerca e dei diritti di perforazione ai gruppi internazionali.
Secondo l’analista William Engdahl, i politici greci erano stati posti sotto pressione da Clinton e dai suoi consiglieri, per abbandonare tutti i piani di collaborazione con la russa Gazprom per la costruzione del gasdotto‘Sud’, che deve passare attraverso il Mediterraneo orientale e rifornire il mercato europeo. Nel 2007, Atene aveva firmato un accordo con la Bulgaria e la Russia per la sua costruzione, bypassando la Turchia. E’ attualmente previsto d’iniziarne la costruzione nel dicembre 2012. Washington ha da tempo avanzato la sua proposta, quella del trasporto del gas da Baku attraverso la Georgia e il porto turco di Ceyhan, in modo che queste risorse siano al di là del controllo russo. Nel corso della riunione del luglio scorso, Clinton avrebbe esortato i politici greci a raggiunger un accordo con la Turchia sulla questione dello sfruttamento in comune dei giacimenti di gas e petrolio nella regione.
La proposta affronta il problema delle relazioni tese tra Grecia e Turchia. Il controllo del Mar Egeo è stato a lungo il pomo della discordia tra Atene e Ankara. Le proposte greche per istituire una zona economica esclusiva (ZEE), di cui Atene sostiene di avere il diritto di formare, secondo i termini del trattato delle Nazioni Unite, si trovarono di fronte all’irricevibilità della Turchia. I rappresentanti di Ankara hanno dichiarato che qualsiasi tentativo di Atene di estendere la sua autorità nel Mar Egeo, per una ZEE, sarebbe considerato un atto di guerra. Ad aprile, abbiamo appreso che la Turchia aveva deciso il 16 marzo di concedere delle licenze di esplorazione petrolifere e gasifere a sud delle isole di Rodi e Kastelorizo, che la Grecia ritiene essere sue acque territoriali.
Ci sono sentimenti sempre più forti in tutto il mondo politico greco, a favore di un’azione unilaterale a dispetto delle minacce turche. Durante la campagna elettorale, il leader di SYRIZA (Coalizione della Sinistra Radicale) Alexis Tsipras, ha indicato il suo pieno sostegno alla creazione di una ZEE nel Mar Egeo. Ha detto in una riunione con gli ambasciatori dei paesi del G20, che la Grecia ha “il diritto inalienabile” di stabilire una ZEE nel Mar Egeo, per iniziare “lo sfruttamento della ricchezza sottomarina della zona.” Evangelos Kouloumbis, ex ministro dell’industria, ha espressamente designato la Turchia come uno dei principali ostacoli, quando ha commentato all’inizio di quest’anno, che la Grecia possa soddisfare “il 50 per cento del suo fabbisogno, con il petrolio che si trova nei giacimenti off-shore nel Mar Egeo, e l’unico ostacolo a ciò è l’opposizione turca a un possibile sfruttamento da parte greca.
In aggiunta ai benefici economici enormi che una tale impresa potrebbe portare, il rafforzamento delle tensioni nazionaliste con la Turchia è un obiettivo politico fondamentale per la classe dominante greca. In condizioni di collasso sociale, accusare la Turchia e pararsi dietro la bandiera nazionale, permette di creare un diversivo a buon mercato alle misure di austerità devastanti applicate contro la classe operaia.

 

Fonte

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: