Vincere le tre paure dell’uomo moderno: della morte, della povertà, della solitudine

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L’uomo moderno è attanagliato da tre grandi paure: la paura della morte, la paura della povertà, la paura della solitudine; quasi tutte le sue angosce, quasi tutte le sue nevrosi, quasi tutti i suoi comportamenti irrazionali e distruttivi sono riconducibili ad esse.

Si dirà: ma l’uomo ha sempre avuto paura di quelle tre cose: sempre, in tutte le epoche e sotto ogni cielo. Non è vero. Ne ha avuto timore, ma non fino al punto da perdere la testa; non fino al punto da permettere loro di condizionare tutta la sua vita, i suoi pensieri, i suoi atti.

Solamente l’uomo moderno ha concesso loro un potere così grande; solamente l’uomo moderno ne è divenuto schiavo fino a un tal punto. Gli uomini pre-moderni – ce lo attestano l’antropologia e l’etnologia comparate, la letteratura, la storia dell’arte, la storia delle religioni, la storia della filosofia -, se pure  nutrivano un certo timore di esse, non se ne lasciavano però condizionare così intimamente, così radicalmente.

Paura della morte? Non occorreva possedere la forza morale e la cultura di Socrate o di Boezio per guardare in faccia la vecchia signora senza tremare, senza impallidire, a ciglia asciutte, padroni di se stessi: poiché si accettava la condizione mortale dell’uomo, si accettava anche la morte. Quanti avevano anche una fede di tipo spirituale, pensavano che la morte del corpo fosse l’inizio  della vita vera; gli altri, staccavano le labbra dalla tazza, paghi di quanto avevano bevuto. Leggi il resto dell’articolo

L’intelligenza senza amore non capisce: può dominare il mondo, ma perde se stessa

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di Francesco Lamendola

Il male più grave da cui è afflitto l’uomo moderno sembra essere, parafrasando San Paolo, la mancanza di carità: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona, o un cembalo che tintinna (1 Corinzi, 13, 1).

Orgoglioso della sua ragione e della sua scienza, fiducioso nel progresso, convinto di poter spiegare e dominare ogni cosa, egli si è allontanato dal proprio centro interiore, ha reciso la relazione con il trascendente, si è fatto il Dio di se stesso e, senza quasi rendersene conto – tanto più che si riempie frequentemente la bocca di parole come fraternità, amicizia, amore – si è chiuso alla relazione autentica con l’altro, non lo ascolta, non lo capisce, vede ovunque solo degli specchi che gli rimandano la propria immagine, è sordo e cieco e murato vivo dentro il proprio orgoglio ed il proprio egoismo, la propria aridità spirituale.

E, quel che è peggio, crede di capire, anzi, crede di aver capito; solo perché possiede numerose nozioni, ritiene anche di conoscere: ma capire è un’altra cosa; la sua è una intelligenza sterile, che non capisce, che non getta ponti verso l’esterno, perché non sa dire “tu”, non sa uscire da se stessa, è prigioniera del proprio orgoglio intellettuale, del proprio egoismo, della propria sensualità; ignora la semplice verità che si conosce realmente solo quel che si ama, perciò se non si ama niente e nessuno, nulla si conosce, si è sprofondati nell’ignoranza più completa.

Non è stato un filosofo, ma uno scrittore, Bonaventura Tecchi (1896-68), uno scrittore oggi alquanto dimenticato, non citato mai nelle antologie scolastiche, non ricordato mai nei salotti televisivi, a scrivere alcune delle pagine più acute sul dramma dell’uomo moderno chiuso in se stesso, avvitato nel proprio egoismo e incapace di vera relazione con il prossimo.

Vale la pena di riportare alcuni passaggi dall’ultimo capitolo del suo romanzo «Gli egoisti», per la loro chiarezza esemplare, per la straordinaria penetrazione e per la lucidità concettuale che rivelano, ignote a molti, troppi sedicenti pensatori contemporanei, magari tanto acclamati dalla critica e così spesso invitati a pontificare in televisione o nei pubblici convegni, riempiendo le sale di pubblico adorante (Milano, Bompiani, 1959,  pp. 311 sgg.): Leggi il resto dell’articolo

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