ANCHE ERDOGAN NEL MIRINO DI SOROS?

soros10Meno di due settimane fa il Primo Ministro turco Erdogan dichiarava di prevedere una rapida caduta del regime di Assad in Siria, ad opera dei “ribelli”. La dichiarazione era in linea con l’atteggiamento ostile verso Assad tenuto dal governo turco in tutta la crisi siriana; ma lanciarsi in auspici così plateali rappresentava sicuramente una chiusura a qualsiasi possibilità di interlocuzione con un avversario presentato come politicamente già morto.
Il fatto che in questi giorni sia invece proprio Erdogan a veder messa in questione la propria legittimità politica dalle manifestazioni di piazza, rappresenta qualcosa di più di un’ironia del destino, ma potrebbe configurarsi come una logica conseguenza della politica anti-Assad. Ogni teatro di guerra tende ad esportare la propria instabilità ai Paesi vicini, e ciò non avviene per un semplice “contagio”, ma per il fatto che spesso la posizione di “alleato” si dimostra più insidiosa di quella di nemico.
Riguardo alle motivazioni delle manifestazioni, appare strano questo concentrarsi della rivolta contro la presunta svolta “autoritaria, integralista e populista” di Erdogan, mentre soltanto da parte di gruppi dell’estrema sinistra si accenna al fatto più macroscopico che la Turchia stia partecipando all’aggressione contro un Paese vicino e tradizionalmente amico. Mancano inoltre i riferimenti a tutti i pericoli che comporta l’interventismo in Siria. Togliere il divieto del velo islamico è certamente meno allarmante del fatto che Erdogan abbia deciso di asservire il proprio territorio alle esigenze dell’aggressione della NATO contro la Siria, lasciandolo trasformare in una base per le milizie mercenarie del Qatar e dell’Arabia Saudita, ed esponendolo così a tutte le possibili fregature connesse alla posizione di alleato troppo servile e servizievole.
Infatti una delle conseguenze più gravi della posizione di alleato subordinato riguarda la perdita del controllo del proprio territorio a causa della crescente invadenza dei cosiddetti “alleati”. Sarà una banalità ricordarlo, ma mettersi in posizione supina è sempre un invito all’aggressione. Il colonialismo è sempre più schematico che strategico, e spesso l’alleato può costituire una preda molto più facile e disponibile del nemico. Non è un caso che la cosiddetta guerra in Afghanistan sia diventata (sempre che non lo fosse sin dall’inizio) soprattutto una guerra degli USA contro un loro “alleato” tradizionale come il Pakistan. Erdogan dovrebbe perciò cominciare a preoccuparsi del fatto che i media occidentali denotino un atteggiamento sin troppo “comprensivo” nei confronti dei tafferugli in Turchia, e si tratta degli stessi media che in Italia considerano il sampietrino di un manifestante come un caso di para-terrorismo. Altri commentatori ufficiali intanto già descrivono Erdogan come se fosse un Fratello Musulmano, mentre i rapporti di Amnesty International sono presi per oro colato, esattamente come per la Siria. Analogamente, i capi di governo occidentali, a cominciare da Angela Merkel, hanno espresso posizioni “equidistantiste” che rappresentano una mortificazione diplomatica per un alleato fedelissimo come il regime turco. Insomma, sembra mancare poco che persino ad Erdogan venga affibbiato quell’epiteto di “dittatore” che implica la morte civile a livello diplomatico.
L’occupazione del territorio turco inoltre non ha riguardato soltanto la presenza di basi di truppe mercenarie straniere, ma anche di servizi segreti, e persino di quelle nuove agenzie della provocazione e dei colpi di Stato che sono le Organizzazioni Non Governative. La Open Society Foundations del finanziere “filantropo” George Soros – che si dimostrò decisiva nella destabilizzazione di tutta l’Europa dell’Est e dell’Asia ex sovietica -, risulta ora presente in modo massiccio anche in Turchia.
A scorrere i programmi ed i progetti della fondazione di Soros per la Turchia, impressiona il loro tono educazionistico e civilizzatore, come se la Turchia stessa andasse rapidamente convertita al vangelo occidentalista. Particolarmente pretestuosa appare la questione dell’estensione dei diritti della donna in un Paese che è stato tra i primi a riconoscere loro il diritto di voto; addirittura dal 1923. Il governo Erdogan inoltre non ha mai messo in questione i diritti acquisiti dalle donne nel periodo dei governi laici, né vi è traccia di islamizzazioni forzate; persino le norme che limitano la vendita degli alcolici sono più miti di quelle dei Paesi scandinavi. Non si capisce allora perché Soros non vada a salvare la Svizzera, che ha concesso il voto alle donne soltanto nel 1971, o la Svezia, che raziona gli alcolici.
Come è già avvenuto in Tunisia ed in Egitto, ed all’inizio anche in Siria, non c’è dubbio che la rivolta in Turchia convogli, o fagociti, anche istanze e rivendicazioni autentiche di un Paese che ha attraversato una notevole fase di sviluppo economico a costi sociali durissimi. Ma occorre tener presente che la tecnica della “rivoluzione colorata” elaborata dal team di Soros, non implica solo aspetti di mistificazione, ma anche di manipolazione. Anche l’adesione alla rivolta turca di un grande scrittore come Orhan Pamuk è sicuramente sincera; ma lo stesso Pamuk, sempre lucidissimo nello smascherare le magagne interne alla Turchia, si dimostra troppo spessosupinamente credulone nei confronti dei miti del Sacro Occidente.
La fondazione di Soros afferma anche di adoperarsi per l’entrata della Turchia nell’Unione Europea, cosa che sino a qualche anno fa avrebbe potuto costituire l’ammissione ad un club di eletti, mentre oggi suona come una minaccia di ingresso in un campo di concentramento. La “deriva autoritaria” di Erdogan fa tenerezza se confrontata con l’attuale situazione europea, nella quale un organismo come il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), vanta uno statuto che – agli articoli 32, 33, 34, 35 e 36 – conferisce ad una ristretta oligarchia finanziaria dei privilegi inauditi ed un’assoluta immunità giudiziaria. Il tutto avviene nella completa disinformazione di una pubblica opinione convinta invece di sapere tutto grazie ai finti eroi del giornalismo d’assalto come i Santoro, le Gabanelli ed i Saviano. Tra l’altro il MES, mentre si arroga poteri assoluti sulle finanze e sui parlamenti dei Paesi europei, confessa nel suo stesso statuto – al punto 8 del preambolo – la propria totale dipendenza da un’istituzione come il Fondo Monetario Internazionale, controllata dagli USA che ne costituiscono il socio di maggioranza.
Intanto, un’altra di quelle ONG no profit specializzate nella destabilizzazione internazionale, la Bertelsmann Foundation, comincia a discutere di obiettivi molto più ambiziosi, cioè l’inserimento della Turchia nel nuovo “ordine” transatlantico del commercio e della finanza, una forca caudina imposta dagli USA e contrassegnata dall’acronimo TTIP, che dovrebbe andare in vigore dal 2015, ma di cui l’opinione pubblica del libero Occidente non è stata ancora informata.
L’integrazione nell’ordine transnazionale – cioè il dominio incontrastato delle multinazionali – prevede l’eliminazione di quei meccanismi di mediazione sociale che sono tipici dello Stato nazionale; e si tratta di innocue politiche di garantismo sociale, che però le organizzazioni transnazionali etichettano come “populismo”. Tutto ciò che possa minimamente ostacolare lo strapotere delle multinazionali viene perciò catalogato come minaccia autoritaria e degenerazione morale. Il fatto di essere “alleati” non salva nessuno da questa sorte, anzi, espone ancora di più all’aggressione coloniale. Se ne stanno accorgendo ora i Paesi del Sud Europa, ed anche la Turchia potrebbe rendersene conto di qui a poco.

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L’IMPERIALISMO TRANSGENICO DI GEORGE SOROS E BILL GATES

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L’assegnazione del premio Tiziano Terzani al finanziere George Soros possiede una sua intrinseca logica, dato che l’attività giornalistica di Terzani ha rappresentato un fattore di notevole confusione negli anni ’70 e ’80. Può essere indicativo ricordare come Terzani dichiarasse, con la massima disinvoltura, il modo in cui si era costruito un’intera teoria circa i presunti moventi utopistici dei massacri commessi dal regime di Pol Pot in Cambogia; una teoria poi affermatasi come luogo comune inattaccabile. Terzani avrebbe ottenuto questo risultato sulla base di una singola frase all’interno di una breve intervista rilasciatagli dal ministro degli Esteri del governo cambogiano dell’epoca.
In realtà è cosa sin troppo comune confondere le acque sparando frasi ad effetto e slogan idealistici per nascondere motivazioni opportunistiche, meschine o addirittura abiette. Ne sa qualcosa proprio il “filantropo” Soros, il quale ha contribuito anche lui a creare confusione scrivendo un libro sulla crisi, con una particolare attenzione alla questione europea. Soros ha palesato nel libro le sue superiori doti intellettuali, esibendosi in intuizioni fulminanti e originali, come quella secondo cui il progetto monetario dell’euro presentava contraddizioni sin dall’inizio. Certo, chi ci avrebbe mai pensato.
Ma l’ingegnosità di Soros è andata ben oltre. A chi gli contestava le sue responsabilità nell’attacco speculativo alla lira nel 1992, Soros ha risposto che: «La crisi non è degli speculatori, ma sono le norme dei governi a rendere possibili gli speculatori come messaggeri di cattive notizie». Quindi la speculazione finanziaria potrebbe rientrare tra i lavori socialmente utili.
Su “Il Fatto Quotidiano” del 13 maggio, in soccorso delle tesi di Soros è arrivato addirittura l’economista di “opposizione” Alberto Bagnai, a ribadire le esclusive responsabilità della politica nella sopravvalutazione della lira che rese possibile la speculazione del ’92. La sortita di Bagnai appare però eccessivamente ingenua e imprudente nel momento in cui, nell’attuale governo italiano, si riscontra la presenza di una lobbista dello stesso Soros, cioè la ministra degli Esteri Emma Bonino.
Soros però non si è mai accontentato di agire soltanto attraverso il lobbying, ed ha assunto spesso un ruolo politico diretto. Non c’è neppure bisogno di ipotesi di complotto, dato che le operazioni politiche di Soros sono del tutto manifeste, persino ostentate. Nel 1997 Soros, con la sua Open Society Foundation, era in prima linea nella destabilizzazione della Serbia. Le fondazioni private costituiscono uno strumento di penetrazione imperialistica di tipo nuovo e sofisticato, in grado di distruggere le società attraverso il colonialismo di una pseudo-beneficenza che è, in realtà, un veicolo di corruzione e di affarismo. L’impegno di Soros per portare la “democrazia” in Serbia, fu propagandato con entusiastici toni celebrativi in un articolo de “La Repubblica” dell’epoca, dal titolo esplosivo: “I miliardi di Soros sostengono la rivolta”.
L’anno dopo Soros, insieme con la Bonino, era a Dakar per sostenere lafondazione della Corte penale per i crimini di guerra, che avrebbe avuto poi sede all’Aja, in modo da creare nella pubblica opinione un’opportuna confusione con l’altro Tribunale, quello dell’ONU, situato nella stessa città. Quindi Soros, mentre destabilizzava, la Serbia, già si preoccupava di istituire il tribunale con cui avrebbe fatto processare e condannare i leader serbi da lui abbattuti. Un uomo previdente.
Questa corte penale è uno strumento della NATO, ma a scanso di pericoli, il Paese che commette più crimini di guerra, cioè gli USA, non la riconoscono, in modo da non rischiare di essere continuamente denunciato presso di essa. Nelle sedi NATO Soros è regolarmente accolto con gli onori di un capo di Stato, anzi, molto meglio di tanti capi di Stato. Soros può permettersi di andare alla NATO a discutere e pianificare sulle sorti non solo dell’Europa dell’Est, ma del mondo intero, dato che la sua fondazione agisce e mesta dappertutto, anche se con gradi diversi di influenza. Non vi è nulla di segreto a riguardo, poichè è lo stesso sito della NATO ad informarci dettagliatamente sul ruolo atlantico di Soros, definito il “benefattore”.
Durante la manifestazione di Dakar del ’98 pro Corte penale internazionale, Emma Bonino fece appello anche al miliardario Bill Gates per ottenere il suo appoggio nell’iniziativa. Le cronache successive non permettono di stabilire con certezza se questo appoggio vi sia stato, però vi è certamente un campo in cui la collaborazione fra Soros, Gates e la Bonino va a pienissimo regime, e cioè gli OGM. Se la Bonino è una semplice lobbista (almeno per ciò che ne sappiamo), Soros e Gates sono invece fra i principali azionisti della Monsanto, la più tentacolare e aggressiva delle multinazionali del transgenico. La Bill & Melinda Gates Foundation – la più grande fondazione privata del mondo – non è soltanto l’istituzione che maggiormente spinge per l’adozione del geneticamente modificato in agricoltura, ma si è fatta notare anche per i suoi massicci acquisti di azioni Monsanto. I legami finanziari tra Gates e la Monsanto hanno messo in evidenza un clamoroso conflitto di interessi, segnalato anche dal quotidiano britannico “The Guardian”.
Neppure i continui acquisti di azioni Monsanto da parte di Soros costituiscono un mistero, anzi, le notizie si possono trovare tranquillamente nei notiziari finanziari. Le due principali fondazioni private del mondo agiscono quindi come una falange compatta, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello finanziario.
Con il passare del tempo, il prestigio scientifico e tecnologico degli OGM tende sempre più a decadere, mentre si rivela il loro carattere meramente truffaldino. Infatti gli OGM spesso non rappresentano vere innovazioni tecnologiche, ma solo espedienti per realizzare dei brevetti che permettano di monopolizzare determinate sementi. Ovviamente tutto questo non potrebbe avvenire senza la complicità e la corruzione delle autorità preposte al controllo dell’agricoltura. In Europa il lobbying OGM è in piena attività, e l’aver inserito la Bonino nel governo italiano è certamente un punto a suo favore. Viste le protezioni internazionali di cui beneficia la Bonino, non ci sarebbe da sorprendersi se di qui a poco ce la ritrovassimo davvero alla Presidenza della Repubblica. A sostegno della reputazione di progressista di Soros, molti ricordano il suo impegno per la legalizzazione della marijuana. Soros è effettivamente il maggior finanziatore delle associazioni impegnate a chiedere la legalizzazione della cannabis.
Questo interesse di Soros per la legalizzazione della marijuana potrebbe però essere spiegato considerando il business che costituirebbe il monopolio di una cannabis geneticamente modificata, e quindi brevettata. In base alle informazioni fornite dagli inquirenti, questo tipo di cannabis già esiste. Lo scorso anno il quotidiano “Il Sole – 24 ore” dava la notizia di unmega-sequestro di marijuana OGM proveniente dall’Albania.
Del tutto casualmente, l’Albania è sotto la tutela della “Open Society Foundation” di Soros, che si adopera anche per far ammettere questo Paese nell’Unione Europea.

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Il controllo dell’opposizione, da Goldstein a Soros e oltre.

 

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Nel suo ultimo libro, The Invention of the Land of Israel, l’accademico israeliano Shlomo Sand riesce a fornire prove concludenti sull’inverosimile natura della narrativa storica sionista: che l’esilio ebreo è un mito come lo è il popolo ebreo e anche la terra d’Israele.
Ma, Sand e molti altri affrontano l’argomento più importante: se il sionismo si basa su un mito, come è che i sionisti gestiscono una forma di vita con le loro bugie e per così tanto tempo?
Se “il ritorno a casa” degli ebrei e la richiesta di una casa nazionale ebrea non ha fondamenta storiche, perché è stata sostenuta da tanti ebrei e occidentali per così tanto tempo? Come ha fatto Stato ebreo durante così tanto tempo a festeggiare la sua ideologia razzista e espansionistica a spese del popolo palestinese e arabo?
Una risposta, è, ovviamente il potere ebraico, ma cos’è il potere ebraico? Possiamo fare questa domanda senza venir accusati di antisemitismo? Possiamo discuterne il significato ed esaminare la sua politica? E’ il potere ebreo una forza oscura, controllata e governata da un potere cospirativo? E’ qualcosa da cui gli stessi ebrei fuggono? Contrariamente, il potere ebraico, nella maggior parte dei casi, si sviluppa proprio davanti ai nostri occhi. Come sappiamo, l’AIPAC è lontano dall’essere silenzioso con la sua agenda, con le sue pratiche e obiettivi. L’AIPAC, il CFI nel Regno Unito, e il CRIF in Francia, funzionano in modo aperto di frequente fanno un vanto dei loro successi.
Ancor di più, siamo ormai abituati a vedere i nostri leader democraticamente eletti fare la fila, in modo sfacciato, per inginocchiarsi davanti ai loro padroni economici. I neo conservatori certamente non sembrano sentire il bisogno di nascondere le loro strette filiazioni sioniste. La lega Antidiffamazione (ADL)il cui presidente è Abe Foxman, lavora apertamente per l’ebraizzazione del discorso occidentale, per perseguire e molestare chiunque osi esprimere qualunque tipo di critica a Israele.E, ovviamente, la stessa cosa viene applicata ai mass media, alle banche,a Hollywood. Sappiamo dei molti potenti ebrei che non hanno la minima vergogna per i loro vincoli con Israele e il loro compromesso con la sua sicurezza, l’ideologia sionista, l’unicità della sofferenza ebrea, l’espansionismo israeliano e anche lo sfacciato carattere di eccezionalità ebraica.
Ma essendo onnipresenti, l’AIPAC, il CFI e l’ADL, Bernie Madoff, il “libertador” Bernard Henri-Levy, il difensore delle guerre, Aaronovitch David, il profeta del libero mercato Milton Friedman, Steven Spielberg, Haim Saban, Lord Levy, altri molti entusiasti sionisti e i difensori dell’Hasbarà (propaganda sionista) non sono necessariamente il nucleo o la forza propulsiva dietro il potere ebraico.Il potere ebreo è in realtà molto più complesso che una semplice lista dei gruppi di pressione ebraici o persone che sviluppano abilità altamente manipolatrici. Il potere ebreo ha una capacità unica perché smettiamo di discutere o anche contemplare lo stesso. E’ la capacità di determinare i limiti del discorso politico e della critica in particolare.
Contrariamente al sapere popolare, non sono i “sionisti di destra” quelli che facilitano il potere ebreo. In realtà sono “il Buono”, l’”illuminato”, e il “progressista” che fanno del potere ebreo il potere più efficace e contundente della terra. Sono i “progressisti” quelli che confondono la nostra capacità di identificare le politiche tribali giudeo-centriche incrostate nel cuore del neo-conservatorismo, nell’imperialismo statunitense contemporaneo e nella politica estera. Viene definito “anti” sionista chi fa tutto il possibile per sviare la nostra attenzione dal fatto che Israele si definisce come Stato ebreo e accieca di fronte al fatto che i loro carri armati sono decorati con simboli ebrei. Sono stati gli intellettuali ebrei di sinistra ad affrettarsi a denunciare i professori Mershmeimer e Walt, a Jeff Blankfort e l’opera di James Petra di fronte alla lobby ebraica. E non è un segreto che Occupy AIPAC, la campagna contro la lobby politica più pericolosa degli USA, sia dominata da pochi membri della tribù eletta. Dobbiamo affrontare il fatto che le nostre voci dissidenti sono lontane dall’essere libere. Al contrario, ci troviamo di fronte a un caso istituzionale di controllo dell’opposizione.
In 1984 di George Orwell, forse Emmanuel Goldstein è il personaggio centrale. Il Goldstein di Orwell è un rivoluzionario ebreo, un Leon Trotsky di finzione rappresentato come il capo di una misteriosa organizzazione chiamata “La Fratellanza” è anche l’autore della maggior parte del testo sovversivo rivoluzionario (Teoria e Pratica del collettivismo oligarchico). Goldstein è la “voce dissidente”, è chi dice la verità. Addentrandoci nel testo di Orwell ci rendiamo conto che il partito di O’ Brien “Inner Circle” in realtà è stato inventato dal Grande Fratello nell’ambito di un palese tentativo di controllare l’opposizione e i limiti possibili della dissidenza.
La personale narrazione di Orwell sulla guerra civile spagnola, omaggio a Catalogna, chiaramente anticipava la creazione di Emmanuel Goldstein. E’ stata la testimonianza di Orwell sulla Spagna ciò che un decennio dopo si trasformò in una comprensione profonda della dissidenza come una forma di opposizione controllata. La mia congettura è che, alla fine del 1940, Orwell aveva compreso la profondità dell’intolleranza e le tendenze tiranniche e complici che giacciono nel cuore della “grande fratellanza” della politica e della prassi nella sinistra.
Sorprendentemente, un intento di esaminare la nostra opposizione contemporanea controllata dentro la sinistra e del progressismo rivela che è molto distante dall’essere cospirazionista. Allo stesso modo nel caso delle lobby ebraiche, viene definita “opposizione” mentre cerca di coprire i suoi interessi tribali, il suo orientamento spirituale e ideologico e la sua affiliazione.
Un breve esame della lista delle organizzazioni create dall’Open Society Institute (OSI) di George Soros, presenta un panorama non chiaro. Quasi tutta la rete progressista statunitense si finanzia, in parte o in grande parte, da un sionista liberale, il multimilionario filantropo che sostiene molte cause importanti che sono in grande parte pro sioniste. Esattamente come il sionista Haim Saban, Soros non opera clandestinamente. La sua Open Society Institute offre orgogliosamente tutta l’informazione necessaria riguardo la quantità di shekels (moneta israeliana) con cui finanzia le sue cause.
Quindi non si può accusare Soros o l’Open Society di nessuna oscura ricerca del discorso politico che soffoca la libertà d’espressione, neanche di “controllare l’opposizione”. Tutto ciò che Soros fa è appoggiare un’ampia varietà di “cause umanitarie”: diritti umani, diritti della donna, diritti dei gay, l’uguaglianza, la democrazia, la Primavera Araba, l’inverno arabo, l’oppresso, l’oppressore, la tolleranza, l’intolleranza, Palestina, Israele, contro la guerra, favorevole alla guerra (solo quando sia veramente necessario) e così di seguito.
Come nel Grande Fratello di Orwell,che inquadra i limiti della dissidenza per mezzo del controllo dell’opposizione, l’Open Society di Soros determina anche i limiti del pensiero critico. Ma a differenza di 1984, dove è il partito ad inventare la sua stessa opposizione e scrive i testi, dentro il nostro discorso“progressista”, sono proprio le nostre voci di dissenso, volontariamente e coscientemente, quelle che compromettono i suoi stessi principi.
Soros può aver letto Orwell- e chiaramente credere nel suo messaggio- perché a volte sostiene anche forze oppositrici. Ad esempio finanzia il movimento filo sionista J.Street così come le ONG palestinesi. E indovinate cosa? Non ci mettono molto tempo i beneficiari palestinesi a mettere in discussione i loro preziosi principi per farli incastrare perfettamente alla visione del mondo del loro benefattore. Leggi il resto dell’articolo

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