Civiltà pubblicitaria

 

Qualche mese fa un giovane motociclista è disgraziatamente morto in unincidente stradale vicino a casa mia. Da quel giorno il tratto di strada in questione è addobbato con striscioni di parenti e amici del defunto che lo ricordano, che celebrano il suo compleanno o gli mandano altri messaggi.

Sempre più spesso si incontrano per le strade cartelli o lenzuoli che celebranoun matrimonio con frasi di auguri più o meno spiritose rivolte ai nubendi. Dopo lo scorso week è stata inflitta la gogna mediatica ai tifosi del Verona rei diaver intonato allo stadio cori di insulti nei confronti di un defunto calciatore del Livorno. Mi fermo qui, ma gli esempi potrebbero essere numerosissimi e tutti figli della stessa logica: lo slogan pubblicitario quale (unica) forma diespressione di sentimenti e comunicazioni che dovrebbero essere invece rivolti su un piano strettamente personale. L’uomo moderno, figlio della società del consumismo e appunto della pubblicità, dell’apparenza, dell’immagine, consacrati dalla televisione, non è quasi più in grado di scrivereuna lettera privata o comunicare con la persona che gli sta a fianco. O forse potrebbe anche farlo ma ritiene che il valore del proprio messaggio sia accresciuto e assuma valore solo nel momento in cui lo espone al pubblico, nella forma più vicina a quella indotta dal modello televisivo. Senza rendersi conto che in questo modo cambia radicalmente non solo la forma della comunicazione stessa ma anche il suo significato. Da un lato, infatti, si deve cercare di congeniare uno slogan che faccia presa sul passante distratto, sull’automobilista, su chi insomma incrocia per caso lo striscione o il cartello in questione. Troppe parole, troppi approfondimenti non sarebbero neppure presi in considerazione. Va da sé quindi che sentimenti che dovrebbero essere profondi e sui quali si potrebbero scrivere dei trattati o quantomeno delle lettere dense di significato diventano delle superficiali frasi ad effetto.Ma questo meccanismo mostra anche come sia la funzione della comunicazione ad essere modificata alla radice: nel momento in cui mi rivolgo ad una massa indistinta e non ad uno specifico soggetto quello che mi interessa non è la persona che riceve, ma l’appagamento del mio ego. Non ti trasmetto e condivido privatamente il dolore per la morte di tuo figlio o il matrimonio di tuo fratello, non sei tu la persona alla quale mi sto rivolgendo. Il messaggio diventa una sorta di esibizione pubblica del mio privato. Ecco allora che la sua funzione, al di là delle apparenze, è soltanto unesibizionismo ai limiti della pornografia. Forse così qualcuno si sente più buono, come coloro che lasciano fiori e bigliettini sul luogo di un delitto mediatizzato rivolto ad una vittima che hanno conosciuto solo grazie alla TV.

Non più vera comunicazione, ma soltanto l’ennesima forma masturbatoria dell’individuo, monade alienata ed isolata dai suoi simili, che questa società ha saputo creare. Il contraltare è rappresentato, come nell’esempio dei tifosi veronesi, dalla demonizzazione di chi usa lo stesso strumento “pubblicitario” per esprimere sentimenti di natura opposta come lo scherno, l’odio, ildisprezzo. I perbenisti da salotto televisivo, gli intellettuali del circo mediatico ma anche il lobotomizzato uomo comune crede di indignarsi per il contenuto del messaggio laddove invece non tollera semplicemente che esso sia reso pubblico. Se lo avesse sentito in una discussione al bar invece che attraverso il tubo catodico, non ci avrebbe fatto minimamente caso. Quello che avrebbe stigmatizzato come un commento da beceri imbecilli diventa un reato da punire con la massima severità, indignandosi per il quale torna ancora a sentirsi buono ed allineato alla massa. Non si rende conto che quei tifosi sono sì dei mostri, ma della sua stessa specie: uomini che stanno perdendo la loro anima, la capacità di scambiare sensazioni con i propri simili, di avere relazioni profonde con sé stessi e con gli altri. Mostri che hanno bisogno di apparire per sentirsi vivi.

 

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Il caos costruito

C’è un caos imponente e straordinario con cui si regge la natura. Perfino i dettagli di quest’ordine sono manifestazione del caos. Il nostro vincolo in quanto umani, è con la trama di quel caos. Solo che abbiamo perso il suo tempo e il nostro posto nello spazio. Nella struttura sociale s’inventa anche il caos. Quel caos che sistematizza il potere a sua convenienza. Il rumore lo controlla chi conserva silenzio. Il potere trasforma in profitto la rabbia delle maggioranze. Soltanto una mente quieta può rispondere con efficacia al contrario. E nell’accelerata routine finiamo per confondere le due forme di caos. Cambiamo concetti e sospendiamo decisioni. Natura per destino ed evoluzione per adattamento. E’ possibile che poche persone dubitino che il mondo attuale stia attraversando un caos generalizzato.

Nell’industria mediatica sia giornalisti che analisti insistono sull’argomento  Con forza veniamo informati che nessuno controlla niente, che Internet è arrivata per sconfiggere poteri e credo. Il caso del mondo arabo è forse una delle maggiori prove dell’assurdo informativo al quale assistiamo. Si è preteso di farci vedere che la cosiddetta “primavera araba” era prodotto della “rivoluzione” delle reti sociali. Dalla sera alla mattina Facebook e Twitter sono diventati “le spade salvatrici” dei “guerrieri” del XXI secolo. Negli ultimi giorni, con una simulazione del film diffuso su Internet, dove si pretendeva di offendere a Maometto, ci veniva detto che il mondo arabo era passato dalla primavera all’inverno.

Di fronte a questi avvenimenti, e tutti i possibili “uragani sociali” che ci fanno vedere che stanno muovendo la rete, mi vengono parecchi interrogativi. E’ veramente Internet un’arma formatrice di opinione pubblica o solo un ripetitore di quello che i mass media convenzionali già dicono? Come può la rete muovere le masse che ancora non dispongono di tale strumento? E’ internet, fino ad ora, una strategia per costruire una realtà parallela alla verità sociale? A quale tipo di divorzio stiamo assistendo con questa dualità di realtà, entrambe controllate, forse per uno stesso fine, dal potere globale? Pretendono di ridurci a spettatori di una realtà falsamente partecipativa?
E’ possibile che dietro questi avvenimenti ci siano le mani di chi amministra le risorse della terra. Se la “primavera araba” è stata una rivolta sospetta, forse l’”inverno arabo” (con tutte le offese ai credo dei musulmani) sia un nuovo passo nella lunga scalata del caos come strategia di guerra. Il potere con sede negli Stati Uniti conosce i mille di sinonimi della parola colonizzazione e li applica sia nell’apparente pace come nella guerra diretta. Seminare la rabbia negli avversari è uno dei suoi principali ricorsi, in questo modo scuote il rivale e lo toglie dalla potente battaglia delle idee. L’ira, come capitale dell’usura, potrebbe essere l’arma che quel potere sta usando contro il mondo arabo. Cosa succederebbe se dal mondo islamico la risposta, in faccia a questi maestri della guerra, fosse quella della strategia della parola? La bestia affamata di potere sa come spezzare la razionalità dell’altro con l’uso dell’ira. Solo un’offensiva ragionata potrebbe affrontare con opzione di vittoria a questa forma di “colonizzazione discreta”.
Sono molti gli analisti che parlano d’internet come il grande “liberatore” della razza umana. Non molto tempo fa uno di questi esperti dell’ordine stabilito diceva che “non esistono più segreti ne totalitarismi grazie alla “democratizzazione” delle reti sociali”. Questo saggio si riferiva a internet come lo spazio dove con la pubblicazione di un breve testo o foto chiunque potesse sconfiggere il più terribile degli imperi. è arrivato a definire che quello che stava succedendo era dovuto ad un “caos non controllato da nessun potere”. Sappiamo che il caos si pianifica, ci sono esperti nel controllo del caos a beneficio di una minoranza osservante. Forse quello che c’è dietro la forma di come si pretende controllare internet sia la pretesa di innalzare un caos parallelo che allontani lo sguardo dalla realtà sociale. Importante sarebbe che in internet o per strada non si perda di vista il movimento del caos reale che controlla la natura coerentemente al nostro sentire umano. In quel caos cosmico ci sono domande alle quali i costruttori del caos sociale non potrebbero mai rispondere.

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Traduzione: FreeYourMind!

L’avvento dell’uomo digitale

 

Nessun regime politico ha cambiato la vita degli uomini tanto quanto le grandi innovazioni tecnologiche.
Si pensi all’automobile, all’aereo, alla pillola contraccettiva, alla televisione. Il principio fondamentale della tecnica, diceva Friedrich Georg Junger (il fratello di Ernst Junger), è il principio di fattibilità: nel momento stesso in cui qualcosa è tecnicamente possibile, quel qualcosa sarà realizzato, lo si voglia o no. Gli uomini politici, i moralisti, i membri dei comitati di “riflessione etica” saranno, nei suoi confronti, sempre un po’ in ritardo. Al di là del bene così come del male, la tecnica si impone da sé, trasformando il possibile in necessario, e persino in ineluttabile.
Ai giorni nostri, è stato indiscutibilmente Internet ad avere maggiormente modificato la vita quotidiana di centinaia di milioni di individui. Nel 2000 erano solo 400 milioni i connessi ad Internet. Oggi il loro numero supera un quarto della popolazione mondiale. Nato da Arpanet, rete militare messa a punto dal Pentagono negli anni Sessanta, Internet si è dimostrato uno degli strumenti di comunicazione la cui penetrazione ha conosciuto la progressione più rapida della storia: venti volte più in fretta del telefono, dieci volte più in fretta della radio, tre volte più della televisione. La grande frattura, ormai, è quella che, nel mondo, contrappone i “connessi” ai “non connessi”.
La nuova tecnologia ha dapprima toccato i giovani, tradizionalmente considerati early adopters (utilizzatori della prim’ora). Da ciò è derivata una frattura d’uso, che separa i digital natives, o “autoctoni del mondo digitale”, al cui interno sono nati, dai digital immigrants, approdati sul tardi alle nuove tecnologie. Si è così scavato un fossato tra le generazioni.
Agli inizi degli anni Novanta, i primi internauti si meravigliavano di poter accedere ad ogni sorta di informazioni e servizi tramite i motori di ricerca e di poter comunicare istantaneamente attraverso messaggi di posta elettronica. Poi si sono messi a partecipare. Hanno pubblicato le loro foto su Flickr o Snapfish. Hanno guardato video su YouTube e Dailymotion, consultato informazioni su Wikipedia. I softwares gratuiti hanno consentito loro di creare dei blogs. Infine hanno avuto accesso alle “reti sociali” (Facebook, MySpace, Twitter, Bebo, Plaxo ecc.). Il Web è così diventato la piattaforma sulla quale si può fare di tutto, o quasi: ricevere messaggi, consultare in tempo reale, connettersi con delle reti, chiacchierare in diretta, fare acquisti o prenotazioni, trovare partners e così via.
Internet ha, naturalmente, i suoi avversari irriducibili, che non sono tutti dei nostalgici dell’era Gutenberg, così come ha i suoi difensori incondizionati, che ne sottolineano gli evidenti vantaggi: un’informazione più diversificata, nuove libertà, possibilità di esercitare un contropotere e via dicendo. Leggi il resto dell’articolo

Contrappunti/ Condividere ma non troppo

di M. Mantellini – Fantozzi vive. Quello che rischia di morire è il discernimento dei lettori. Che divorano notizie e bufale senza fare troppo caso a ciò che è vero e ciò che non lo è. La dieta dell’informazione sociale

 
Roma – Fantozzi non è morto. La notizia del decesso di Paolo Villaggio, rapidamente diffusa su Facebook nel pomeriggio di sabato, era una bufala. Il lancio di agenzia, attribuito all’Ansa, è stato probabilmente opera di un buontempone (o di un cretino, fate voi) ed è circolato con tale velocità sul social network che l’Ansa stessa ha dovuto smentire ufficialmente la notizia dopo aver contattato l’attore genovese. Qualche settimana fa il Nouvel Observateur aveva per errore annunciato sul web la morte di Bill Gates e molti episodi analoghi sono avvenuti negli ultimi anni, quasi sempre conseguenza di una svista o di un errore di pubblicazione da parte di mezzi di informazione, impegnati nella lotta allo scoop dell’ultimo secondo.

Come scrisse Gaetano Afeltra in un bellissimo articolo sui “coccodrilli” pubblicato dal Corriere della Sera nel 1996, già nella prima metà del secolo scorso l’ossessione per esseri i primi ad annunciare la morte di papi e regnanti era molto frequentata da parte di tutta la stampa. I coccodrilli servivano a vincere questa battaglia sul tempo: si dice che per i papi il testo di commiato fosse addirittura già composto in piombo in tipografia per ridurre ulteriormente i tempi di pubblicazione.

Nel caso della falsa notizia della morte di Paolo Villaggio non è un caso che il tam tam abbia riguardato in buona parte Facebook. Esiste una questione tecnologica che favorisce il passaparola su certi ambiti di rete rispetto ad altri. Gli strumenti di condivisione, del resto, si sono fatti velocissimi ed automatici: se fino a qualche anno fa il passaparola richiedeva un seppur minimo lavoro di copia-incolla e seguiva i tempi rapidi, ma non istantanei, dei post sui blog o dei reply della posta elettronica, oggi, un secondo dopo aver letto la notizia, basta un click del mouse per riproporla al volo a tutti i propri contatti. Se uniamo questa considerazione al fatto che Facebook è oggi in Italia il luogo di Rete maggiormente utilizzato e presidiato, si capisce bene come qualsiasi notizia, vera o falsa che sia, si trasmette da quelle parti più in fretta che altrove. Facebook è insomma il nuovo coccodrillo del mondo.

Ma la facilità con la quale simili architetture consentono la diffusione di notizie false da parte di chiunque merita qualche ulteriore considerazione. Intanto si è allargato un orizzonte: accade di continuo che notizie importanti giungano a noi da fonti non ufficiali. Molto probabilmente il falso imprimatur dell’Ansa non è stato essenziale per la circolazione della bufala su Villaggio, anche se un buon numero di quanti l’hanno letta e condivisa si sono lasciati ingannare dalla autorevolezza della fonte citata. Il meccanismo di rimbalzo delle informazioni in Rete non si basa in genere obbligatoriamente su simili presupposti.

Accanto a questa grande efficienza distributiva viaggia, di pari passo, una enorme superficialità gestuale. Condividere è ormai una azione casuale e senza grandi responsabilità e se gli utenti mostrano in molti casi di non saper pesare le parole in Rete (a differenza di quanto probabilmente farebbero altrove), la vaghezza è ulteriormente stimolata dalla piattaforma stessa: per esempio Facebook ci propone il link “condividi” subito al di sotto di una riga e mezzo di preview di un articolo che ancora non abbiamo letto. Prima condividi – sembrano dirci – poi, eventualmente, leggi.

In ogni caso, al di là delle furbizie della piattaforma, il problema centrale risiede altrove e siamo evidentemente noi stessi. Il fatto è che, come sempre accade, a grandi opzioni corrispondono altrettanto grandi responsabilità. Internet è oggi una piattaforma di pubblicazione che si è fatta improvvisamente adulta e che richiederebbe ai propri utilizzatori analoga raggiunta maturità. È accaduto molto velocemente e non abbiamo avuto molto tempo per abituarci. Chiunque può oggi informare il mondo in maniera rapida ed efficace, dal proprio computer o dal proprio telefonino: nel bilancio complessivo di questo indubbio avanzamento va compreso anche un prevedibile utilizzo ludico, adolescenziale o semplicemente cretino. Se ci affranchiamo dal meccanismo economico per cui le notizie sono denaro (il meccanismo su cui si regge la stampa professionale), da un lato ampliamo di molto la schiera delle nostre fonti, dall’altro siamo costretti a prevedere nuovi fenomeni di disturbo dell’universo informativo.

Parte di questo bilanciamento potrà essere rivisto negli anni quando ci abitueremo maggiormente al valore di una informazione ampia e maggiormente condivisa, una presa di coscienza che ovviamente si spera possa passare anche attraverso presidi educativi e didattici dei quali abbiamo molto bisogno. Insegneremo nelle scuole il valore civico del tasto “condividi”? Sarebbe una buona idea. Nel frattempo una quota di quella perturbazione, che suggerisce a qualcuno in un sabato pomeriggio di scrivere su Facebook che Paolo Villaggio è morto, resterà comunque e dovrà essere compresa ed accettata. E tutte le volte che questo sarà possibile, simili comportamenti dovranno essere ricondotti nel giardinetto dal quale provengono.

In conseguenza di questo ascolteremo ancora i giornalisti raccontare che simili incidenti in passato non sarebbero potuti succedere, riaffermando la superiorità di un sistema centralizzato e bollinato di distribuzione delle notizie che invece è oggi solo una parte, per quanto importantissima, dell’ambiente informativo generale. Per noi lettori i vantaggi della Internet che diffonde tanto ampiamente le informazioni sono evidenti, documentati ed incontrovertibili. Dobbiamo però iniziare a partecipare al processo con un po’ di responsabilità in più. Per esempio quando scegliamo di cliccare il link “condividi”.

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