Gli avvoltoi riprendono a svolazzare su Saipem

Knight-Vinke-logo

di Filippo Bovo

Una delle notizie del giorno – tra il vertice degli amici della Siria a Roma e la rinuncia al pontificato di Benedetto XVI, senza poi contare le consultazioni post elettorali per la formazione del nuovo governo – è la missiva mandata a Paolo Scaroni dal fondo attivista Knight Vinke che, dopo lo scorporo di Snam, ora chiede anche quello di Saipem.
Secondo Knight VinkeSaipem è una bellissima società”, capace di reggersi da sola senza dover dipendere dalla Casa madre, ma che ha perso valore per via dello scandalo delle tangenti in Algeria. “Siamo preoccupati per la vicenda Saipem: in meno di tre settimane Eni ha bruciato 7 miliardi di capitalizzazione in Borsa, vanificando i progressi che erano stati fatti con la separazione da Snam. Un peccato perchè Goldman Sachs, JP Morgan e anche Deutsche Bank avevano messo Eni nella lista dei titoli top in cui investire assolutamente quest’anno”, è quanto sostiene Eric Knight, rappresentante del fondo che possiede partecipazioni in numerose aziende strategiche europee. (1)
Dunque Knight Vinke, già regista dell’operazione di scorporo della Snam, propone anzi impone di scorporare dall’Eni anche la Saipem. La cosa sarebbe fattibile in tre diversi modi, ma di questi di fatto solo uno sarebbe praticabile nell’immediato. Si può cedere Saipem, ma col valore della società appena crollato d’un terzo sarebbe solo un atto autolesionistico, così come piazzare sul mercato il 43% della società: ipotesi da evitare per le medesime ragioni. La terza opzione, quella caldeggiata dal fondo, è di scindere Saipem distribuendone le azioni agli azionisti di Eni, compreso lo Stato “che a differenza del caso Snam [stavolta] non sborserebbe nulla”, dando quindi loro la libertà di scegliere quali titoli mantenere nel portafoglio. Dove risiederebbero gli svantaggi? Prima di tutto l’Eni si troverebbe a rinunciare ad una società che lo stesso fondo Kinght Vinke definisce “solida e con un posizionamento di mercato eccellente” solo per deconsolidare 4,3 miliardi di debito. Il consiglio di Eric Knight ad Eni è di farsene una ragione e concentrarsi sul core business, a cominciare dalle ottime operazioni in Mozambico. Quanto a Saipem, se diventasse indipendente da Eni potrebbe assicurarsi un solido e prospero avvenire negli Stati Uniti, dove è stata sviluppata una tecnologia d’estrazione del gas non convenzionale (shale gas) che ha permesso di ridurre fortemente i costi e che consentirà agli Usa di diventare esportatori netti entro la fine del decennio.
In parole povere, il fondo Knight Vinke (avente sede a Manhattan, cosa da non sottovalutare) spinge per uno scorporo di Saipem da Eni per assicurarle un futuro tutto americano, non solo nelle attività ma anche e soprattutto nella proprietà.

Fonte

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IL POZZO ED IL FONDO

 

Di Gianni Petrosillo

C’è un pozzo e c’è un fondo. Il pozzo viene svuotato a secchiate ripetute ed il fondo attira la sua liquidità per lasciarlo a secco. Quel pozzo è l’Eni (conglomerata nazionale del settore idrocarburi), quel fondo è il Knight Vinke che da 6 anni detiene una quota dell’azienda di San Donato, vicina all’1%.

E’ da sei anni che questa strana creatura finanziaria, con sede a New York, s’immischia nella gestione e nelle scelte industriali ed economiche del cane a sei zampe per strappargli la coda e mordergli i polpacci.

6-6-6, il pozzo ed il fondo, un cane che sputa fuoco e profitti, i canini aguzzi della speculazione al collo. Sembra un racconto di Edgard Allan Poe ma è soltanto la realtà ai confini dell’ irrealtà di questa Penisola vilipesa, presa alla gola dai vampiri della borsa e dai lupi mannari della Grande Finanza. Ultracorpi del denaro controllati da centri politici che ci Usa-no e poi ci gettano.

Questi mutanti hanno due facce, come il giano bifronte, tutti concorrenza, antimonopolio, libertà economica, laissez faire et laissez passer alla luce del sole ma appena cala l’oscurità i filantropi diventano licantropi affamati e si muovono con ben altre e pericolose intenzioni. Dispensano belle parole al mattino per carpire l’ingenuità altrui ma agiscono come fantasmi notturni poiché sanno che il business, soprattutto quello strategico, non è un pranzo di gala. Quest’ultimo semmai viene dopo per trastullarsi del successo raggiunto.

Ne parlava anche il Sole24ore di ieri: “È decisamente una strana storia quella di questo fondo attivista che raccoglie i soldi dei fondi pensione nordamericani e li investe in large cap dell’energia e della finanza della Vecchia Europa, dove ha condotto con discreti successi le sue battaglie, intervenendo nella fusione tra Royal Dutch e Shell Transport, nel take-over di Electrabel da parte di Suez, nel successivo merger tra Suez e Gaz de France e nel cambio di governance e strategia di Hsbc. Oltre che, ovviamente, nella “separazione” di Eni da Snam”.

Già, Knight Vinke vuole sbranare l’Eni e per farlo deve prima indebolire la bestia sestupede, deve convincere gli altri azionisti privati che occorre tagliare i rami secchi, liberarsi di ciò che non è strettamente core business, fare cassa per aumentare cedole ed investimenti. Qualche anno fa Eric Knight, fondatore di Vinke Asset Management, chiese in una nota indirizzata ai vertici dell’Eni lo spezzatino del gruppo, la separazione tra attività upstream e downstream che disperdevano energie e non davano i risultati auspicati. L’obiettivo era la rete di Snam che poi è passata alla CDP, non proprio quello che intendevano a Manhattan, ma un buon passo avanti per loro ed una decina indietro per noi.

Ora il bersaglio si chiama Saipem, stessa canzone, stesso ritornello. Si richiede lo spin-off della collegata di Eni, leader nei settori dell’industria petrolifera onshore e offshore. Parliamo di una compagnia all’avanguardia che opera sinergicamente con la casa madre e non si capisce, o meglio s’intende perfettamente, come mai si deve rompere questa combinazione ottimale in nome di leggi astratte e concrete pretese antinazionali.

Adesso che il Belpaese è nel caos – senza un governo stabile ed in preda a forze politiche come il M5S, le quali, più di chi ha finora amministrato malamente i gioielli industriali pubblici, conducono battaglie acritiche contro i monopoli pubblici e per la frammentazione proprietaria – i pirati oceanici tenteranno il colpo grosso.

Resistere, resistere, resistere. Per l’Italia, per il suo prestigio e per il benessere della nostra collettività.  Cedere ancora significherebbe mettere a repentaglio tutti gli asset strategici di Roma e diventare definitivamente una provincia colonizzata.

 

Fonte

 

La lunga marcia di logoramento dell’Italia

Dietro le forti pressioni esercitate dalla Commissione Europea e dagli organismi dell’Antitrust sia europeo che italiano, l’ENI si accinge a cedere la propria quota di controllo (51%) della Snam. Le ragioni che stanno alla base dello scorporo discendono tutte dal mantra liberista venerato acriticamente dalle istituzioni europee, secondo il quale sottraendo la distribuzione all’azienda si attiverebbe un circolo virtuoso di “sana” concorrenza che garantisca a tutti gli operatori del settore le pari condizioni di accesso che il controllo della Snam da parte dell’ENI avrebbe compromesso. Le compagnie statunitensi, francesi e britanniche avevano caldeggiato con forza questa svolta, in virtù del fatto che dal loro punto di vista lo scorporo della Snam comporta un netto indebolimento dell’ENI.
L’hedge fund statunitense Knight Winke, che controllava una quota ridotta del pacchetto azionario dell’ENI, aveva invece svolto un lavoro “interno” all’azienda, intraprendendo un’opera di convincimento nei confronti dell’azionariato incardinata sul concetto che vendendo la Snam, l’Ente Nazionale Idrocarburi avrebbe incamerato ricchi proventi che avrebbero a loro volta reso possibile l’allargamento del raggio operativo della società. Quando l’Amministratore Delegato di questo hedge fund è volato in Italia per partecipare alla presentazione del bilancio 2011, egli ha sottolineato che la fiducia dei mercati nei confronti dell’Italia è subordinata all’implementazione dei piani di privatizzazione delle ultime aziende su cui lo Stato è ancora in grado di esercitare un controllo effettivo, più che nei confronti del debito pubblico.
Il parossismo generale nei riguardi del debito pubblico – che, lungi dall’essere il fulcro del problema come vorrebbe qualcuno, costituisce invece la vera cartina tornasole capace di misurare grado di deterioramento delle altre attività economiche nazionali – non è altro che uno specchietto per le allodole, utile per giustificare lo smantellamento totale e definitivo dell’industria strategica italiana in nome dell’imperativo categorico di “far cassa”.
Per questa ragione il nuovo piano strategico elaborato da Finmeccanica ha suscitato l’approvazione di Morgan Stanley, che ha alzato il rating sulla società romana poche ore dopo che l’Amministratore Delegato Giuseppe Orsi ebbe esternato pubblicamente l’intenzione di “alleggerire” la holding attraverso la dismissione di alcune aziende “meno produttive”. Leggi il resto dell’articolo

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