I soldi del Qatar


 

C’è un solo modo per un piccolo Stato, con alle spalle una storia priva di blasone e dotato di un modesto esercito, di ritagliarsi uno spazio di protagonismo nel complesso scacchiere geopolitico. Ovvero, investire denaro a fiumi. Per farlo, ovviamente, c’è bisogno di una disponibilità economica gigantesca, di dimensioni inversamente proporzionali ai pochi chilometri dei propri confini. Confini, tuttavia, entro i quali, nel caso del Qatar, si nascondono sotto terra quei giacimenti di gas e petrolio che costituiscono l’origine di tanta ricchezza da investire all’estero. Sono i cosiddetti petrodollari, infatti, che l’emiro di questo Paese del Golfo persico sta brandendo come un’arma per conquistarsi quella fama internazionale finora soltanto invidiata agli altri.

Non è più ormai un mistero che ingenti quantità di denaro provenienti dal Qatar stiano rappresentando un considerevole sostegno finanziario per le economie indebolite dalla recessione. I petroldollari qatarioti, originariamente destinati soltanto verso Paesi islamici, hanno iniziato a confluire anche nella direzione del Vecchio Continente. È notizia non più recente il robusto investimento che l’emiro del Qatar ha deciso di effettuare in Francia. Dapprima furono il calcio (Paris-Saint-Germain), gruppi strategici, emittenti tv e alberghi di lusso gli oggetti dello shopping francese di Hamad ben Khalifa Al-Thani. Negli ultimi tempi, il suo impegno finanziario ha subìto una svolta, sostituendosi perfino al Governo nel risanamento delle degradate periferie delle metropoli di Parigi, Marsiglia, Lione. L’emiro del minuscolo Stato qatariota finanzierà un piano di 100 miliardi di euro destinati alle banlieues. La scelta del governo Hollande è stata però accompagnata da roventi polemiche; in molti hanno accusato l’Eliseo di “svendere” parte dei propri centri urbani a un Paese straniero, appaltandogli il piano di risanamento, quello che andrebbe considerato non un prodotto da mettere sul mercato ma un “obbligo governativo”.

Le polemiche sono poi divampate la settimana scorsa, quando l’ex capo della DST (Direzione della sorveglianza del territorio) francese, Yves Bonnet, ha chiamato in causa proprio il Qatar quale finanziatore di gruppi radicali islamici che stanno proliferando nel Paese. Bonnet ha pronunciato parole inequivocabili a margine di una retata avvenuta nei confronti di alcuni membri di questi gruppi. Egli ha dichiarato che tali ambienti “pongono il problema del traffico di droga”, ma anche che “esiste una questione relativa ai soldi versati verso di loro da Paesi salafiti”. Sollecitato dall’intervistatore, Bonnet è stato ancora più chiaro: “Non c’è il coraggio di parlare dell’Arabia Saudita o del Qatar, ma forse queste brave persone dovrebbero smettere di alimentare con i loro fondi un numero di azioni preoccupanti. Sarebbe bene aprire un dossier sul Qatar, perché là c’è un vero problema. E non mi interessano i risultati del Paris-Saint-Germain”.

L’inusuale beneficienza qatariota svela dunque il suo vero obiettivo, che non è certo umanitario, che nemmeno si limita alla propensione affaristica o alla volontà di accreditarsi il consenso – altrimenti irrealizzabile, data la natura non propriamente democratica dell’Emirato del Qatar – da parte degli europei. L’obiettivo di Doha è quello di dare una svolta alla sua storia; sfruttando le proprie risorse e le opportunità fornite dal turbo-capitalismo vuole trasformarsi in protagonista della scena internazionale. Protagonismo che passa attraverso la destabilizzazione di potenze più grandi, più prestigiose e anche, inevitabilmente, più articolate del minuscolo Qatar. Così si spiegano i finanziamenti elargiti ai gruppi salafiti che sono in azione in Siria contro l’esercito regolare.

Il monito di Bonnet testimonia che questa riprovevole prassi qatariota di finanziare gruppi che professano e, allorquando possono, attuano azioni terroristiche ha valicato i confini del Medio Oriente. Dalle cronache economiche degli ultimi giorni apprendiamo che non solo la Francia deve preoccuparsi di questa intrusione da parte dei qatarioti. Risulta, infatti, che lo scorso 10 ottobre cinque dirigenti del fondo sovrano del Paese del Golfo persico – il Qatar Investiment Authority (Qia) – abbiano avuto una serie di incontri con il gothadella finanza italiana e con esponenti del Governo Monti. Gli incontri sarebbero avvenuti in una sala riservata del Grand Excelsior Hotel, situato nell’elegante via Veneto, a Roma. Fin troppo chiaro che gli argomenti trattati siano stati gli investimenti che il fondo ha intenzione di condurre in Italia. Quote di Versace, Snam, Milan, Eni ed Enel sarebbero nel mirino di Hamad ben Khalifa Al-Thani. Anche in Francia, del resto, questo ambiguo emiro aveva iniziato a tessere la sua tela intorno alle grandi industrie.

 

Fonte

L’Italia è nel cesso…

Il merito Non esiste. La selezione del personale viene fatta all’ingresso, e segue criteri completamente ideologici, non certo “tecnici” o di “comprovata competenza”. Così funziona la stragrande maggioranza dei meccanismi della comunicazione e dell’informazione italiane. La stretta finale fu assestata nel 1992, all’indomani di Tangentopoli e del crollo dell’Unione Sovietica. L’unipolarismo e il dominio incontrastato degli Stati Uniti come super-potenza solitaria, avevano prodotto enormi trasformazioni politiche, a partire dagli scenari nazionali dei singoli Paesi maggiormente coinvolti nell’ambito del confronto bipolare dell’era precedente. In Italia, un Partito Comunista ormai completamente naufragato nei rivoli insignificanti e senza futuro dell’euro-comunismo, operava una serie di trasformazioni per riciclarsi come un moderno partito di sinistra, magicamente integrato nel sistema dell’Unione Europea e della Nato. Il PDS si reinventò come partito-guida di una coalizione di centro-sinistra che raccolse attorno a sé le clientele politiche degli anni precedenti, una decisiva fetta della finanza italiana e interi settori culturali di quel ceto medio pseudo-intellettuale che aveva recitato il ruolo della critica sociale negli anni Settanta e Ottanta. Neutralizzato Bettino Craxi, il nuovo mostro da sbattere in prima pagina stavolta era Berlusconi, per una nuova partita all’interno di un panorama politico desolante e di un Parlamento chiamato a gestire i residui di sovranità, rimasti indenni dalla stagione delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni del biennio 1992-1993. Leggi il resto dell’articolo

LICENZIARE NON GLI BASTA, VOGLIONO PRIVATIZZARE GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI

 

A Berlusconi è bastato pronunciare una frasetta contro l’euro per ritornare trionfalmente sugli altari della destra “antagonista”, pronta a considerarlo di nuovo un vendicatore della sovranità nazionale; omettendo con ciò il piccolo dettaglio che proprio l’attuale governo ha favorito ed accettato l’ufficializzazione della tutela del Fondo Monetario Internazionale sull’Italia. Strano che, sino allo scandalo sessuale che ha travolto Strauss-Kahn, la maggior parte degli Italiani non sapesse neppure dell’esistenza del FMI, mentre oggi se lo ritrova di colpo come padrone assoluto. Anche se Berlusconi dovesse dimettersi (ma molti non ci credono), l’attuale accordo con il FMI non farebbe per niente la fine del trattato di amicizia con la Libia; al contrario, questa tutela del FMI vincolerà anche i prossimi governi italiani.
Che Berlusconi svolga il ruolo di strumento della guerra psicologica del FMI contro l’Italia, è anche dimostrato dalla sua frase demenziale sui ristoranti pieni, che ha ottenuto immediatamente l’effetto di screditare e mettere in ridicolo ogni tentativo di demistificare lo slogan della crisi. In realtà dovrebbe essere proprio il contenuto della famosa lettera di Trichet a suscitare dei dubbi. Se si è in presenza di una carenza di liquidità, che senso ha la pretesa di Trichet di imporre ulteriori “liberalizzazioni” (privatizzazioni) che i privati non sarebbero in grado di pagare, e che quindi andrebbero a gravare sulla spesa pubblica? Come si fa poi a coniugare il pareggio di bilancio con la crescita? Non c’è mai riuscito nessuno in due secoli, ed ora si pretende che ci riesca Berlusconi?
Anche le proposte del manifesto di Confindustria non scherzano quanto a coerenza. In un periodo in cui i titoli di Stato sono a rischio di insolvenza, che senso avrebbe favorire le privatizzazioni dei beni immobili pubblici attraverso le “cartolarizzazioni”, cioè l’immissione sul mercato di altri titoli tossici?
Tanto più assurdo è che si proponga di vincolare questi nuovi titoli a beni immobili, il cui valore tende oggi a scendere. E se il valore degli immobili tende a scendere, che senso avrebbe metterne in vendita altri, se non far crollare i prezzi?
Ancora più contraddittorio è che questi titoli tossici vadano a fare altra concorrenza ai titoli di Stato già in difficoltà. Si parla di “crescita” e poi si prospetta solo altra economia di carta, altra finanziarizzazione. Ma gliene frega davvero qualcosa della “crescita”?
E ancora: dopo venti anni di esperimenti a riguardo, risulta chiaro che la “flessibilità” non ha mai favorito la crescita del PIL, ma ha solo depresso la domanda interna. La flessibilità è infatti una delle cause della depressione del mercato immobiliare, dato che nessun precario può pensare a comprarsi la casa.
Adesso invece arriva persino la “flexsecurity” a presentarsi come la panacea.
Se qualcuno finora avesse pensato che flexsecurity volesse dire più o meno la sicurezza di essere licenziato, deve però ricredersi. Parole chiare e inequivocabili arrivano da una delle menti più brillanti del padronato italiano: Alberto Bombassei. Ecco come il vicepresidente di Confindustria chiarisce il pericoloso fraintendimento in una intervista su “la Repubblica”.[1]
“Non bisogna cascare nel tranello mediatico” – secondo il quale il governo vorrebbe rendere più facili i licenziamenti. “In realtà – sostiene Bombassei – l’obiettivo è l’opposto: rendere più flessibili le uscite dal lavoro per stimolare le assunzioni. Invece sarebbe semplicemente ridicolo pensare che si possa aumentare l’occupazione rendendo più facili i licenziamenti”.
Il giornalista, abbagliato da tanta lucidità, replica:
“Qual è la differenza?(…)”
“C’è differenza perché nessuno pensa di introdurre la libertà di licenziamento”.
Tutti stavano per cascare nel tranello mediatico, solo che all’improvviso qualcuno si è ricordato che in Italia la libertà di licenziare in massa già esiste da venti anni, addirittura dal 1991, grazie alla Legge n. 223 del 1991. In base a questa legge qualsiasi lavoratore può essere posto in qualunque momento in “mobilità” andando a carico della previdenza sociale, che è pagata dagli stessi lavoratori con i contributi INPS e non, come invece sostiene Bombassei, dalle imprese.[2]
In questi venti anni le garanzie e le procedure previste dalla Legge 223/91 sono diventate automatismi, per i quali già adesso le imprese possono disfarsi di tutti i lavoratori che desiderano, mettendoli in “mobilità”, cioè in cassa integrazione. Allora cosa vuole ancora Confindustria?
Siamo sicuri che questa associazione “imprenditoriale” persegua davvero obiettivi industriali, e non puramente finanziari?
Il problema infatti riguarda proprio i denari della cassa integrazione. Possibile che tutti questi soldi debbano andare ai lavoratori in “mobilità” senza passare in qualche modo per le sagge mani dei finanzieri?
In un rapporto della multinazionale finanziaria JP Morgan si legge che l’attuale gestione delle indennità di disoccupazione renderebbe i lavoratori più schizzinosi e quindi aumenterebbe la durata della disoccupazione. [3]
Per salvare i lavoratori da questo triste destino, JP Morgan ha pensato bene di entrare nel business delle indennità di disoccupazione. Negli Stati Uniti perciò i lavoratori licenziati non ricevono più l’assegno di disoccupazione direttamente dagli enti locali, ma viene data loro una “card” della stessa JP Morgan. [4]
Insomma, siamo alle grandi manovre per la privatizzazione a tappeto degli ammortizzatori sociali. La “crisi” è diventata l’alibi ufficiale del business della miseria.

Fonte: Comidad

ALLE PENSIONI CI PENSA JP MORGAN (ED ANCHE AI BUONI PASTO)

Al recente convegno dei “veri democratici” Rosy Bindi ha dichiarato che il primo impegno del prossimo governo di centrosinistra dovrà essere una legge sul conflitto di interessi. Regolare la materia costituirebbe in effetti una pietra tombale per il berlusconismo, ma se nessuno dei due governi di centrosinistra succedutisi nell’arco di questi ultimi quindici anni ha mai neppure provato ad abbozzare una legge in tal senso, ci sarà pure un motivo.
Berlusconi ha costituito certamente l’esasperazione e la caricatura del conflitto di interessi, cioè della coesistenza nello stesso soggetto di interessi legalmente incompatibili. Ma una legge che colpisse Berlusconi in tal senso, avrebbe rischiato di coinvolgere Romano Prodi, noto anch’egli per un suo personale conflitto di interessi, cioè la sua posizione di consulente per la multinazionale finanziaria Goldman Sachs. Si tratta della stessa situazione di incompatibilità che riguarda oggi anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, consulente della Goldman Sachs dal 2007, un dato che però l’opposizione di centro sinistra si è ben guardata dal sottolineare. Questo silenzio non doveva servire a proteggere soltanto Prodi, ma anche il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e persino il successore in pectore di Berlusconi, cioè l’ex commissario europeo Mario Monti, tutti e due, manco a dirlo, legati a Goldman Sachs.[1]
C’è poi il conflitto d’interessi “a posteriori”, per il quale esponenti della politica, non appena usciti di scena vanno ad occupare poltrone in multinazionali del credito, come è capitato all’ex Presidente del Consiglio Giuliano Amato, attualmente senior advisor di Deutsche Bank, nella quale Amato è stato accolto nel 2010, con sperticate dichiarazioni di elogio da parte dell’amministratore delegato della multinazionale, Josef Ackermann.[2] Leggi il resto dell’articolo

Squali e locuste all’attacco dell’Italia

La pur intelligente signora qui sotto pensa che sia il presunto discredito internazionale di Berlusconi la causa dell’incapacità dell’Italia a difendersi dalla speculazione. La causa è Berlusconi nel senso che si è sempre messo di traverso ai tentativi speculativi di locuste e squali che hanno in “Economist” il loro portavoce. Se si vedono i numeri passati di questa rivista saranno dieci i titoli di copertina dedicati al nostro premier per dire che è incapace (mentre esaltava Prodi; è tutto dire perché). Proviamo a capire come agisce la cupola finanziaria quando vuole affossare gli stati Leggi il resto dell’articolo

Portatori d’acqua al mulino dei saccheggi finanziari

Negli ultimi anni la più importante consorteria italiana rispetto alla gestione dei servizi idrici si è configurata prima delle elezioni regionali del 2010 e con caratteristiche di trasversalità rispetto ai partiti istituzionali.

Parliamo infatti della cordata che, attorno all’Acea, l’ex municipalizzata di Roma, unisce Fini, Alemanno, Casini, D’Alema e Caltagirone.

Non è facile ricostruirne la storia. Ogni personaggio ha una relativa autonomia rispetto all’altro.

Di conseguenza, e sia pur sinteticamente, ci limitiamo a riportare alcuni fatti.

Gianfranco Fini, presidente della Camera ed ex leader di Alleanza Nazionale, il 7 gennaio 2010 ha un incontro riservato con Pier Ferdinando Casini e riesce ad ottenere l’appoggio ufficiale e definitivo dell’Udc a Renata Polverini, la candidata del centro-destra al governo della regione Lazio.

Fini, allora già sottoposto a diversi attacchi da parte del quotidiano Il Giornaledi Vittorio Feltri, vive con disagio il rapporto con Berlusconi e pensa che l’accordo con Casini possa “rappresentare il viatico per nuove intese”. (1)

Lì parte in sostanza l’operazione del “terzo polo”, ben vista dall’antiberlusconiano signor D’Alema del Pd sia per motivi politici che per motivi affaristici e clientelari.

Nel frattempo il sindaco di Roma Gianni Alemanno attua il decreto Ronchi ed apre ulteriormente le porte dell’Acea a Francesco Gaetano Caltagirone, ovvero al suocero di Casini.

A tale riguardo, tanto per documentare quel che stiamo narrando, il 20 gennaio 2010 appare un articolo sul Sole 24 ore intitolato “Alemanno: il 20 per cento di Acea ai privati entro l’anno”. (2)

D’Alema, che l’8 maggio 2009 riesce a far mettere il d’alemiano Andrea Peruzy (3) nel cda di Acea al posto di un candidato del PD vicino a Marini e Rutelli, appoggia il rafforzamento del potere di Caltagirone nell’Acea. Lo sostiene e mercanteggia. Ha una forte corrente politico-affaristica nel PD. Può condizionare la situazione politica anche in Puglia e di conseguenza proprio rispetto a ciò che fa gola ad Acea: l’acquedotto pugliese, il più grande d’Europa.

L’asse fra l’Udc e la corrente di D’Alema fa poi di tutto per ostacolare la seconda candidatura di Vendola al governo della Puglia.

Nella regione pugliese però le cose vanno diversamente da quanto auspicato dagli sponsor politici di Caltagirone: Vendola vince alle primarie del centro-sinistra e poi, ancora una volta, viene eletto governatore.

Il piano strategico non si realizza, ma la lunga marcia dell’imprenditore continua e tende ad alimentare nuovi conflitti.

L’Acea, con circa 8 milioni di utenti collocati in aree del Lazio, della Toscana e dell’Umbria, è un importante centro di affari e clientele che oggi, mentre punta gli occhi anche sull’acquedotto di Milano (4), vede rinnovarsi sia lo strapotere di Caltagirone che le lotte fra quest’ultimo e GDF Suez, il colosso energetico di cui la Repubblica francese ha il 35, 9% del pacchetto azionario. (5)

Dopo lo scioglimento della joint venture fra Acea S.p.A. e GdF Suez Energia Italia, comunicata nel corso del 2010 e perfezionata formalmente il primo aprile 2011, la GDF Suez punta ad aumentare il proprio pacchetto azionario in Acea perché interessata al settore della gestione dei servizi idrici e al connesso “mercato delle bollette”. In Italia queste ultime dal 2002 al 2010 sono infatti già cresciute del 65% e costituiscono un flusso monetario talmente sicuro da essere definito anti-ciclico.

Riflettendo solo sulla torta azionaria dell’Acea, possiamo dire che Roma capitalecontrolla il 51%; il “mercato”, composto di piccoli e divisi azionisti, il 22, 459%; Francesco Gaetano Caltagirone il 15,026%. Last but not least, la GDF Suez è passata dal 10,024% dichiarato in data 26 aprile 2010 all’attuale 11,515% (6).

Per meglio comprendere gli intrecci politici ed affaristici, dobbiamo infine ricordare che Andrea Peruzy, oltre a stare nel cda della Acea, è membro di tanti consigli di amministrazione (Alenia, Poligrafico, Crédite Agricole), funge da tesoriere  della fondazione d’alemiana Italiani Europeied è anche azionista di GDF Suez.

D’Alema non solo è amico di Caltagirone, colui che fin dal 2002 sogna di mettere le mani sull’acquedotto pugliese, ma anche della GDF Suez.

Il moschettiere col baffino porta acqua pure a favore della multinazionale francese ma, come ogni furbetto, deve operare con una buona tattica. Può forse offendere le mire del suocero di Casini?

No di certo.

La recentissima vicenda delle Generali, con le dimissioni di Geronzi e la disarticolazione della rete di potere costruita dall’ex presidente della società di assicurazioni con Silvio Berlusconi, ha avuto come vincitore proprio Caltagirone (7). E baffino, per diverso tempo ancora, sarà costretto ad avere due padroni. Non dovrà dimenticare la presenza dell’imprenditore romano nella d’alemiana Monte Paschi di Siena (8) e neppure il peso delle banche, crescente negli ultimi anni, rispetto alla gestione dei servizi idrici. Ad esempio, non dovrà dimenticare che, mediante dei fondi, Unicredit ha investito cifre da capogiro in titoli del gruppo GDF Suez (9).

Note e link

1:http://www.lapoliticaitaliana.it/Articolo/?d=20100107&id=6433.

2: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2010/01/alemanno-Acea-privatizzazione.shtml?uuid=eff60374-0534-11df-9833-731e880466d4&DocRulesView=Libero

3: Nel 2009 la candidatura di Andrea Peruzy nel cda dell’Acea è sostenuta da GDF Suez per evitare un eccessivo peso di personaggi legati a Caltagirone.

4: L’acquedotto di Milano, gestito da una società pubblica al 100%, è uno dei migliori d’Italia.

5: I maggiori azionisti di GDF Suez: French State 35.9 %; Capital Research and Management Company  5.74 %; GBL 5.2 %; Employees 2.3 %; Company-owned shares 2.0 %; Caisse des Dépôts et Consignations (CDC) 1.9 %; CNP 1.1 %; Sofina 0.6 %. (Source: COFISEM  – Last update: 07/05/11)

6:http://www.consob.it/main/documenti/assetti/semestre1-2011/163317_TOrdDich.html.

7:vedasi l’articolo di lunedì 11 aprile 2011 sul sito http://www.blitzquotidiano.it/economia/generali-geronzi-caltagirone-galateri-pica-817944/

8:Il Monte dei Paschi di Siena è controllato soprattutto dalla Fondazione MPS, la quale a sua volta è in mano al comune di Siena, storicamente governato dal partito di D’Alema.

Più precisamente, sulla base delle segnalazioni pervenute al 31 dicembre 2010, le principali quote di partecipazione nel capitale ordinario del Monte dei Paschi di Siena sono le seguenti: Fondazione MPS 45,68%; J.P. Morgan Chase 5,54%; AXA SA 4,56%; Caltagirone Francesco Gaetano 4,81%; Unicoop Firenze Società Cooperativa 3,32%. (vedasi: http://www.mps.it/Investor+Relations/Informazioni+sul+titolo/Azionariato.htm)

9:vedasi “Unicredit e servizi idrici” nel sito http://www.vizicapitali.org/?p=167

Fonte : http://conflittiestrategie.splinder.com/post/24624827/portatori-dacqua-al-mulino-dei-saccheggi-finanziari-di-spartaco

Fincantieri, una crisi che ha le sue origini a Bruxelles

I tagli alla siderurgica imposti dalla Commissione UE negli anni 90 inflissero un colpo mortale alla nostra cantieristica.

I commenti degli osservatori di scuola liberista sulla crisi di Fincantieri e sull’annunciata chiusura dei cantieri di Sestri Ponente e Castellamare di Stabia, sul ridimensionamento di Riva Trigoso, ma soprattutto sul licenziamento di 2.500 operai, hanno posto l’accento sugli effetti provocati dalla crisi globale, sul calo della domanda di nuove navi e sugli errori di strategia industriale che il gruppo pubblico avrebbe compiuto negli ultimi anni. Fattori decisivi ma che da soli non spiegano tutto.
Peraltro l’ultimo riferimento è quanto mai interessato perché sottintende che con dei privati alla guida la situazione cambierebbe drasticamente e il futuro di Fincantieri sarebbe roseo. Convinzione piuttosto azzardata in quanto, se attuata, ci porterebbe a rivivere esperienze del passato nelle quali aziende pubbliche, vedi la Telecom, sono state svendute ai privati che le hanno saccheggiate e le hanno utilizzate per arricchirsi grazie ai trucchetti dell’ingegneria finanziaria. Un vecchio e sperimentato modus operandi di molti imprenditori italioti che, come recita un noto detto, sono abituati “a socializzare le perdite e a privatizzare i profitti”.

Oltretutto nel caso di Fincantieri siamo di fronte ad una società fino a due anni fa considerata un autentico gioiello e le cui navi da crociera sono il fiore all’occhiello di società di navigazione come la statunitense Carnival, il primo gruppo del mondo che include la stessa italiana Costa. Si tratta in ogni caso di una società strategica per il nostro Paese e ricca di una professionalità, quella dei tecnici e degli operai che vi lavorano, che non può andare perduta. Un fenomeno che, ai tempi delle privatizzazioni imposte al nostro Paese, riguardarono purtroppo migliaia di persone che lavoravano in grandi società o gruppi di costruzioni come Condotte e Italstat che, dopo le privatizzazioni, si ritrovarono per strada di punto in bianco.
La situazione deve comunque essere piuttosto grave se la Cassa Depositi e Prestiti ha concesso un finanziamento di 830 milioni di euro a Carnival per l’acquisto di due navi da crociera realizzate da Fincantieri e dare quindi un po’ di respiro ai cantieri pubblici in attesa che ci sia una ripresa economica e che riparta la richiesta di navi.
Oggi il gruppo pubblico (il 99,36% delle azioni appartiene a Fintecna e lo 0,64% alla banca Usa Citibank) si trova a competere sul mercato internazionale dove vanta una quota del 40,4% nel settore di punta delle navi da crociera, contro il 42% del gruppo tedesco Meyer, il 15,3% dei norvegesi di Stx (controllata però da un gruppo coreano) e gli italiani di Mariotti (2,3%). Nel mercato globale della cantieristica la parte del leone è stata però assunta negli ultimi anni proprio dai coreani, seguiti dai cinesi, che hanno inesorabilmente soppiantato i giapponesi e i concorrenti europei. Un mercato che nel periodo 2008-2010 è stato sottoposto ad un feroce ridimensionamento che in Europa ha penalizzato particolarmente Turchia e Polonia che hanno perso rispettivamente 9 mila e 23 mila posti di lavoro portando il totale continentale a meno 48 mila occupati. Certo il crollo è stato sicuramente dovuto alla ferrea organizzazione di tipo asiatico, decine di migliaia di formiche che lavorano senza tregua con stipendi di fame, e che rende impossibile contrastarle utilizzando le stesse armi. Non si può concorrere infatti sul settore delle navi da trasporto o delle petroliere ma si deve puntare come è stato fatto sulle navi ad alto contenuto tecnologico nelle quali immettere quel quid italiano che è una nostra peculiarità. Quindi navi da crociera, navi militari (delle quali le diverse versioni della fregata Lupo vendute in tutto il mondo sono il più eclatante esempio), yacht di lusso e navi porta-gas che con il boom del Gpl hanno un grande futuro di fronte a sé.
Precisato questo, si deve però ricordare che, per quanto riguarda l’Italia, la crisi di Fincantieri affonda le sue origini nei primi anni novanta, quando caduto il Muro di Berlino, crollata l’Unione Sovietica e non essendoci più il pericolo comunista, l’Alta Finanza fu in grado di procedere senza ostacoli nella sua strategia di smantellare in Europa lo Stato sociale e il sistema di economia mista. Nel caso di Fincantieri un colpo quasi mortale venne inflitto dalla Commissione europea, con il responsabile alla concorrenza, Karel Van Miert, che, in nome sempre del Libero Mercato, impose una drastica riduzione della capacità produttiva della siderurgia in Europa, la fine degli aiuti di Stato al settore e ovviamente le privatizzazioni che nel caso della Finsider di Taranto portarono l’impianto sotto il controllo giapponese (!). Un taglio che, unito all’imposizione da parte degli Usa di dazi all’acciaio europeo, in Italia penalizzò in primo luogo il gruppo pubblico Finsider, il primo fornitore della Fincantieri. Un taglio che provocò un immediato aumento dei costi di produzione che incisero sulla operatività del gruppo cantieristico che progressivamente finì per cedere consistenti fette di mercato ai rivali dell’Estremo Oriente. A tutto questo si aggiunse poi l’ostilità degli Stati Uniti perché le fregate Lupo, dotate da una tecnologia di avanguardia, vennero vendute da Fincantieri, oltre che all’Iraq, è già questo fu poco gradito, anche a Perù ed Argentina, entrando in quello che Washington considerava un suo giardino di casa.

Fonte: rinascita.eu

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