Il controllo dell’opposizione, da Goldstein a Soros e oltre.

 

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Nel suo ultimo libro, The Invention of the Land of Israel, l’accademico israeliano Shlomo Sand riesce a fornire prove concludenti sull’inverosimile natura della narrativa storica sionista: che l’esilio ebreo è un mito come lo è il popolo ebreo e anche la terra d’Israele.
Ma, Sand e molti altri affrontano l’argomento più importante: se il sionismo si basa su un mito, come è che i sionisti gestiscono una forma di vita con le loro bugie e per così tanto tempo?
Se “il ritorno a casa” degli ebrei e la richiesta di una casa nazionale ebrea non ha fondamenta storiche, perché è stata sostenuta da tanti ebrei e occidentali per così tanto tempo? Come ha fatto Stato ebreo durante così tanto tempo a festeggiare la sua ideologia razzista e espansionistica a spese del popolo palestinese e arabo?
Una risposta, è, ovviamente il potere ebraico, ma cos’è il potere ebraico? Possiamo fare questa domanda senza venir accusati di antisemitismo? Possiamo discuterne il significato ed esaminare la sua politica? E’ il potere ebreo una forza oscura, controllata e governata da un potere cospirativo? E’ qualcosa da cui gli stessi ebrei fuggono? Contrariamente, il potere ebraico, nella maggior parte dei casi, si sviluppa proprio davanti ai nostri occhi. Come sappiamo, l’AIPAC è lontano dall’essere silenzioso con la sua agenda, con le sue pratiche e obiettivi. L’AIPAC, il CFI nel Regno Unito, e il CRIF in Francia, funzionano in modo aperto di frequente fanno un vanto dei loro successi.
Ancor di più, siamo ormai abituati a vedere i nostri leader democraticamente eletti fare la fila, in modo sfacciato, per inginocchiarsi davanti ai loro padroni economici. I neo conservatori certamente non sembrano sentire il bisogno di nascondere le loro strette filiazioni sioniste. La lega Antidiffamazione (ADL)il cui presidente è Abe Foxman, lavora apertamente per l’ebraizzazione del discorso occidentale, per perseguire e molestare chiunque osi esprimere qualunque tipo di critica a Israele.E, ovviamente, la stessa cosa viene applicata ai mass media, alle banche,a Hollywood. Sappiamo dei molti potenti ebrei che non hanno la minima vergogna per i loro vincoli con Israele e il loro compromesso con la sua sicurezza, l’ideologia sionista, l’unicità della sofferenza ebrea, l’espansionismo israeliano e anche lo sfacciato carattere di eccezionalità ebraica.
Ma essendo onnipresenti, l’AIPAC, il CFI e l’ADL, Bernie Madoff, il “libertador” Bernard Henri-Levy, il difensore delle guerre, Aaronovitch David, il profeta del libero mercato Milton Friedman, Steven Spielberg, Haim Saban, Lord Levy, altri molti entusiasti sionisti e i difensori dell’Hasbarà (propaganda sionista) non sono necessariamente il nucleo o la forza propulsiva dietro il potere ebraico.Il potere ebreo è in realtà molto più complesso che una semplice lista dei gruppi di pressione ebraici o persone che sviluppano abilità altamente manipolatrici. Il potere ebreo ha una capacità unica perché smettiamo di discutere o anche contemplare lo stesso. E’ la capacità di determinare i limiti del discorso politico e della critica in particolare.
Contrariamente al sapere popolare, non sono i “sionisti di destra” quelli che facilitano il potere ebreo. In realtà sono “il Buono”, l’”illuminato”, e il “progressista” che fanno del potere ebreo il potere più efficace e contundente della terra. Sono i “progressisti” quelli che confondono la nostra capacità di identificare le politiche tribali giudeo-centriche incrostate nel cuore del neo-conservatorismo, nell’imperialismo statunitense contemporaneo e nella politica estera. Viene definito “anti” sionista chi fa tutto il possibile per sviare la nostra attenzione dal fatto che Israele si definisce come Stato ebreo e accieca di fronte al fatto che i loro carri armati sono decorati con simboli ebrei. Sono stati gli intellettuali ebrei di sinistra ad affrettarsi a denunciare i professori Mershmeimer e Walt, a Jeff Blankfort e l’opera di James Petra di fronte alla lobby ebraica. E non è un segreto che Occupy AIPAC, la campagna contro la lobby politica più pericolosa degli USA, sia dominata da pochi membri della tribù eletta. Dobbiamo affrontare il fatto che le nostre voci dissidenti sono lontane dall’essere libere. Al contrario, ci troviamo di fronte a un caso istituzionale di controllo dell’opposizione.
In 1984 di George Orwell, forse Emmanuel Goldstein è il personaggio centrale. Il Goldstein di Orwell è un rivoluzionario ebreo, un Leon Trotsky di finzione rappresentato come il capo di una misteriosa organizzazione chiamata “La Fratellanza” è anche l’autore della maggior parte del testo sovversivo rivoluzionario (Teoria e Pratica del collettivismo oligarchico). Goldstein è la “voce dissidente”, è chi dice la verità. Addentrandoci nel testo di Orwell ci rendiamo conto che il partito di O’ Brien “Inner Circle” in realtà è stato inventato dal Grande Fratello nell’ambito di un palese tentativo di controllare l’opposizione e i limiti possibili della dissidenza.
La personale narrazione di Orwell sulla guerra civile spagnola, omaggio a Catalogna, chiaramente anticipava la creazione di Emmanuel Goldstein. E’ stata la testimonianza di Orwell sulla Spagna ciò che un decennio dopo si trasformò in una comprensione profonda della dissidenza come una forma di opposizione controllata. La mia congettura è che, alla fine del 1940, Orwell aveva compreso la profondità dell’intolleranza e le tendenze tiranniche e complici che giacciono nel cuore della “grande fratellanza” della politica e della prassi nella sinistra.
Sorprendentemente, un intento di esaminare la nostra opposizione contemporanea controllata dentro la sinistra e del progressismo rivela che è molto distante dall’essere cospirazionista. Allo stesso modo nel caso delle lobby ebraiche, viene definita “opposizione” mentre cerca di coprire i suoi interessi tribali, il suo orientamento spirituale e ideologico e la sua affiliazione.
Un breve esame della lista delle organizzazioni create dall’Open Society Institute (OSI) di George Soros, presenta un panorama non chiaro. Quasi tutta la rete progressista statunitense si finanzia, in parte o in grande parte, da un sionista liberale, il multimilionario filantropo che sostiene molte cause importanti che sono in grande parte pro sioniste. Esattamente come il sionista Haim Saban, Soros non opera clandestinamente. La sua Open Society Institute offre orgogliosamente tutta l’informazione necessaria riguardo la quantità di shekels (moneta israeliana) con cui finanzia le sue cause.
Quindi non si può accusare Soros o l’Open Society di nessuna oscura ricerca del discorso politico che soffoca la libertà d’espressione, neanche di “controllare l’opposizione”. Tutto ciò che Soros fa è appoggiare un’ampia varietà di “cause umanitarie”: diritti umani, diritti della donna, diritti dei gay, l’uguaglianza, la democrazia, la Primavera Araba, l’inverno arabo, l’oppresso, l’oppressore, la tolleranza, l’intolleranza, Palestina, Israele, contro la guerra, favorevole alla guerra (solo quando sia veramente necessario) e così di seguito.
Come nel Grande Fratello di Orwell,che inquadra i limiti della dissidenza per mezzo del controllo dell’opposizione, l’Open Society di Soros determina anche i limiti del pensiero critico. Ma a differenza di 1984, dove è il partito ad inventare la sua stessa opposizione e scrive i testi, dentro il nostro discorso“progressista”, sono proprio le nostre voci di dissenso, volontariamente e coscientemente, quelle che compromettono i suoi stessi principi.
Soros può aver letto Orwell- e chiaramente credere nel suo messaggio- perché a volte sostiene anche forze oppositrici. Ad esempio finanzia il movimento filo sionista J.Street così come le ONG palestinesi. E indovinate cosa? Non ci mettono molto tempo i beneficiari palestinesi a mettere in discussione i loro preziosi principi per farli incastrare perfettamente alla visione del mondo del loro benefattore. Leggi il resto dell’articolo

Il conflitto arabo-israeliano: Una fallacia imperiale

Per forza d’abitudine e  per l’uso continuo di alcune parole o definizioni è nella norma che le stesse si trasformino in concetti che finiscono per essere ripetuti senza studio previo e che, anche, diventino precetti che si stabiliscono come verità scientifica senza che lo siano.

Nel campo delle relazioni internazionali è comune parlare di “conflitto arabo- israeliano”, ma quando si approfondisce l’argomento si vedrà che in realtà allude alla politica espansionistica dello Stato israeliano contro il popolo palestinese violentando la sua giusta e legittima richiesta d’indipendenza, per la quale il  popolo palestinese lotta instancabilmente. Leggi il resto dell’articolo

A COSA SERVE UNO STATO PALESTINESE SENZA SOVRANITA’ PALESTINESE?

L’Express intervista Julien Salinge

Mahmud Abbas giurò che sarebbe arrivato fino alla Fine. Sarà il 23 settembre all’ONU al momento della presentazione della domanda di riconoscimento di uno stato palestinese.

Professore e dottore in Scienze Politiche, specializzato sulla situazione palestinese, Julien Salinge ha appena pubblicato “A la recherce de la Palestine, au-delà du mirage d’Oslo”. E spiega il suo pensiero sulla richiesta d’incorporare la Palestina all’ONU. Cosa che secondo lui non avverrà.
Perché l’Autorità Palestinese chiederà all’ONU l’adesione a tale organismo la settimana prossima?

La richiede all’ONU perché ha la sensazione che tutto ciò che ha intrapreso finoranon è riuscito. I negoziati sono in stallo da più di 10 anni, e il tentativo di costruire uno Stato “dal basso”, che era la linea del governo Fayyad, ha in gran parte fallito.

L’idea alla base di questa originale dottrina era questa: nonostante la continua occupazione costruiamo l’infrastruttura che di fatto diventa uno Stato che la comunità internazionale può riconoscere immediatamente come tale. Non è la fine dell’occupazione, che permette la creazione dello stato, ma la fondazione dello stato che finisce l’occupazione. Ma lo Stato, anche di fatto, non c’è ancora.
Non resta che l’ONU. Questo fallimento ha infatti creato la necessità di un passo in più, che è quello di affrontare le Nazioni Unite per guadagnare legittimità internazionale in qualità di rappresentante di uno Stato. Consapevole dellavirtualità dello Stato palestinese, i funzionari palestinesi ritengono che questo approccio avrebbe dato peso alle loro argomentazioni.
Contro quelle di Israele?
Ciò che motiva questo approccio è la speranza di essere in condizioni di parità con Israele, i negoziati tra Stati sotto il patrocinio degli Stati Uniti.
Ma gli Stati Uniti hanno già annunciato che porrà il veto questo riconoscimento di uno stato palestinese all’interno delle Nazioni Unite. Questa iniziativa non è come se fosse l’ultima chance dell’Autorità Palestinese?
Effettivamente è l’ultima chance per l’autorità palestinese che ha scommesso sulla soluzione di due Stati negoziata sotto il patrocinio statunitense. Sollecitando tale riconoscimento cerca di rianimare una prospettiva che è sempre più messa in discussione, specialmente dagli stessi palestinesi, a causa della sparizione delle basi materiali dello Stato e con la continuità della colonizzazione e l’intransigenza israeliana su argomenti essenziali. Si deve osservare anche una discrepanza tra la leadership palestinese, ossessionata dai negoziati, e la popolazione, che cerca diresistere all’occupazione e ai suoi effetti.
E’ possibile parlare di un fallimento dell’Autorità Palestinese?
La sua missione era quella di scomparire con l’istituzione dello Stato. Salvo che il suo arrivo ad essere Stato non si proclami e non abbia alcuna realtà materiale. Il bilancio di 20 anni mette in dubbio la legittimità e l’esistenza stessa dell’Autorità Palestinese che “amministra” alcune delle zone autonome senza aver conquistato alcuna indipendenza reale.
I rappresentanti dell’Autorità Palestinese sono caduti in importanti contraddizioni dalla firma degli accordi ad Oslo nel 1993-94. Avevano scommesso sulla costruzionedi uno stato palestinese come parte di un processo di negoziato nel corso del tempo con lo Stato di Israele, nella speranza di dimostrare che possiamo dare lorola gestione finale di tutti i territori palestinesi. Ma questo progetto è un fallimento.
L’Autorità Palestinese è stata intrappolata nel suo stesso gioco. Inizialmente non pensava di portare fino alla fine la richiesta all’ONU. Ho guardato qualche cavi di Wikileaks che sono venuti fuori di recente. Lì appaiono specialmente le dichiarazioni di un responsabile palestinese, Saeb Ereckt, che garantiva ai rappresentanti statunitensi un anno e mezzo fa che non sarebbero arrivati fino alla fine e che si sarebbero fermati quando si sarebbero riallacciati i negoziati. Solo che i negoziati non sono ripresi.
Lo Stato Palestinese corre il rischio di non essere riconosciuto da una maggioranza degli Stati dell’ONU quando sarà presentata la richiesta il 23 settembre?
Certamente. Lo Stato palestinese sarà riconosciuto da una grande maggioranza degli Stati delle Nazioni Unite. Ma non sarà ammesso come membro. Gli USA hanno annunciato dall’inizio che non accetteranno la richiesta palestinese: loro metteranno il veto. Non vi è alcun motivo perché questo cambi.
Penso che l’Autorità Palestinese si aspettava che le attuali rivolte nella regione avessero costretto gli USA ad essere meno seguaci dello Stato d’Israele. Ma la scommessa era molto rischiosa. L’OLP ha fatto la stessa scommessa per più di 30 anni credendo nel ruolo di arbitro degli USA tra Israele e la Palestina. Ma gli USA non possono essere arbitri dato che sono gli allenatori di una delle squadre,Israele continua ad essere il suo principale alleato nella regione.
Il governo statunitense sta cercando di evitare che si voti a New York?
Il veto annunciato dagli USA  sarà visto sicuramente male dal mondo arabo. Una situazione che fissa già un malessere nell’amministrazione statunitense. E’ quindicerto che le discussioni sono attualmente in corso tra Stati Uniti e i palestinesi per dissuaderli ad arrivare fino alla fine. In ogni caso, la Palestina non sarà unmembro delle Nazioni Unite.
Se lo Stato Palestinese non sorge sotto l’egida dell’ONU o degli USA: è possibile che il padrino possa essere qualcun altro, la Turchia ad esempio?
Ma cos’è uno Stato? Ci sono stati che non sono membri dell’ONU e sono comunque stati, come Taiwan o Kosovo. E mantengono rapporti economici, diplomatici con la maggior parte dei paesi della “comunità internazionale”.
La sfida principale della Palestina è la sua sovranità politica e territoriale. Può essere riconosciuta da 191 stati ma non sarà sovrana: una parte del suo territorio continua ad essere occupato da Israele e il fatto di essere uno Stato non porrà fine al problema dei rifugiati né dei palestinesi discriminati da Israele.
Se la dichiarazione come Stato non cambia la situazione, le rivolte arabe possono avere qualche impatto sulla vita dei palestinesi ?

Quello che potrebbe alterare i lineamenti sono certamente i movimenti iniziati nel mondo arabo, che potrebbero condurre all’isolamento di Israele dalla scena regionale. Da quando i popoli arabi hanno la possibilità di far pressione sui governi, la questione palestinese torna a regionalizzarsi e può trasformarsi in una causa araba. Ma questo è ancora molto lontano. Però la mobilitazione egiziana dopo l’attacco a Eilat il 18 agosto ha certamente impedito ad Israele di continuare ad attaccare duramente la Striscia di Gaza. Gli incidenti registrati all’ambasciata dell’ Egitto a Il Cairo sono l’ultima rivelazione che i cambiamenti sono in atto: alcuni regimi arabi non possono far tacere le proteste.

Cosa comporterà questa votazione all’ONU alla fine?
Porterà alla conferma di quello che già si sa da anni: Israele è sempre più isolato dalla scena internazionale. E’ per questo che né gli USA né Israele vogliono questo voto dato che esso stesso materializzerà in un determinato momento l’isolamento dello Stato ebraico nel recinto dell’ONU, questa sessione confermerà l’evoluzione che è in atto da molti anni ma che si è accelerata dopo i bombardamenti su Gaza. Ma questo voto non cambierà i rapporti di forze riguardo la questione della sovranità territoriale e la politica dei palestinesi.
Leggi anche:

Seguendo la flotta

HILLARY CLINTON DA’ LUCE VERDE PER L’ATTACCO ALLA FLOTTIGLIA DIRETTA A GAZA

di Ali Abunimah

dal blog The Electronic Intifada

traduzione di Gianluca Freda

Nei suoi commenti di ieri [del 23 giugno scorso, NdT], Hillary Clinton sembra aver spianato la strada – o perlomeno dato la luce verde – ad un attacco militare israeliano contro la Freedom Flotilla in arrivo a Gaza, compresa la nave statunitense che prende parte alla spedizione.

Tra i passeggeri a bordo della nave americana vi è l’87enne Hedy Epstein, sopravvissuta alla persecuzione tedesca grazie ai Kindertransport, nonché la scrittrice e poetessa Alice Walker. Si prevede che alla spedizione prenderanno parte circa 10 navi, con a bordo 1000 persone provenienti da oltre 20 paesi.

Ecco ciò che la Clinton ha detto al Dipartimento di Stato lo scorso 23 giugno:

Noi non crediamo che la flotilla rappresenti un atto utile o necessario a favore del popolo di Gaza. Proprio questa settimana, il governo israeliano ha approvato un significativo provvedimento per la costruzione di abitazioni a Gaza. A Gaza saranno fatti entrare materiali per l’edilizia e noi non crediamo sia d’aiuto la presenza di flottiglie che tentino di provocare reazioni entrando nelle acque israeliane e creando una situazione nella quale gli israeliani avranno poi il diritto di difendersi.

La Clinton sa certamente che nessuna nazione al mondo riconosce Gaza, né tantomeno le sue acque territoriali, come parte del territorio “sovrano” di Israele. Una nave che entri nelle acque di Gaza, non entrerebbe affatto in “acque israeliane”, come va dicendo la Clinton. Inoltre la Clinton, supponendo che stia ripetendo ciò che le è stato detto nei briefing e non sia semplicemente in errore, deve anche sapere che l’anno scorso Israele ha attaccato la Freedom Flotilla diretta a Gaza mentre si trovava in acque internazionali e i dati GPS evidenziano che si stava, in realtà, allontanando da Israele.

Quando invoca il presunto “diritto all’autodifesa” di Israele contro imbarcazioni civili che tentano di raggiungere Gaza, la Clinton sta dicendo a Israele che gli Stati Uniti non si opporranno ad un nuovo attacco militare.

E parlando dell’autorizzazione concessa da Israele a far entrare a Gaza materiale da costruzione, sottintendendo che la flottiglia “non è necessaria” in quanto degli “aiuti” raggiungeranno comunque la popolazione palestinese di Gaza, la Clinton sta tentando di offuscare la realtà delle cose.

La gente di Gaza è stata ridotta in miseria e resa dipendente dagli aiuti a causa di decenni di occupazione, assedio e attacchi militari israeliani. Il punto non è consegnare gli aiuti, ma liberare la popolazione spezzando l’assedio. E’ una posizione abominevole quella di suggerire – come sembra fare la Clinton – che se il popolo di Gaza riceve abbastanza calorie e un po’ di forniture edilizie, allora nessuno deve più preoccuparsi dell’assedio israeliano. I palestinesi di Gaza non sono animali in gabbia, per assistere i quali ci si possa limitare a spingere razioni di cibo tra le sbarre della loro prigione.

L’assedio israeliano è da intendersi come una forma di punizione collettiva ed è stato dichiarato illegale dal Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Israele, come Electronic Intifada ha già riportato, sta tenendo esercitazioni militari per intercettare questa flotta di civili disarmati. Dopo le esternazioni della Clinton, se del sangue sarà versato, esso non ricadrà soltanto sulle mani di Israele, ma anche su quelle dell’America.

Incriminare i passeggeri della flottiglia per “supporto materiale” al terrorismo

Non contento di incoraggiare indirettamente la violenza di Israele, il Dipartimento di Stato, in un nuovo allarmante sviluppo, ha minacciato gli americani che viaggiano sulle navi dirette a Gaza di arresto o di sanzioni pecuniarie per sostegno al terrorismo. Haaretz riferisce:

Venerdì scorso, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato che i tentativi di spezzare il blocco sono “irresponsabili e provocatori” e che Israele possiede già mezzi ben specifici per portare assistenza ai palestinesi residenti a Gaza. Ha anche notato che la zona è governata dal gruppo militante di Hamas, designato dagli USA come organizzazione terroristica, e che gli americani che ad esso porteranno sostegno sono soggetti a multe o alla pena del carcere.

In effetti, gli USA sembrano ormai definire qualunque aiuto, portato a qualunque palestinese, inclusa una popolazione civile sotto assedio, come sostegno ad Hamas, e dunque sostegno al “terrorismo”.

Ciò rispecchia la volontà di utilizzare le leggi contro il “supporto materiale” al terrorismo come pretesto per indagare e perseguire gli attivisti per la solidarietà alla Palestina, nonché quelli che si oppongono alla guerra e che lottano per i diritti sindacali esercitando in patria i diritti loro garantiti dal Primo Emendamento.

Fonte : http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=836:gianluca-freda&catid=32:politica-internazionale&Itemid=47

GLI ISRAELIANI SI PREPARANO AD EMIGRARE E I PALESTINESI A RITORNARE

Forse gli storici o antropologi culturali che sondano il corso degli avvenimenti umani possono identificare per noi una terra, oltre la Palestina, dove una percentuale di popolazione colona appena arrivata si prepara per esercitare il loro diritto di andarsene, mentre molte altre persone, con reali radici millenarie ma vittime di pulizie etniche, si preparano a esercitare il loro diritto al ritorno.

Di Franklin Lamb

Uno dei numerosi paradossi inerenti l’impresa coloniale sionista del XIX secolo in Palestina, è che questo progetto, sempre più logorato, annunciato durante la maggior parte del XX secolo come un rifugio in Medio Oriente per il “ritorno” degli ebrei europei perseguitati. Tuttavia, oggi, nel XXI secolo, buona parte degli occupanti illegali della terra della Palestina considerano sempre più frequentemente che l’Europa è il rifugio più desiderato per il ritorno degli ebrei del Medio Oriente.
Parafrassando al giornalista ebraico Gideon Levy, “Se i nostri antenati sognavano con un passaporto israeliano per scappare dall’Europa, oggi molti di loro sognano con un secondo passaporto per scappare in Europa”.

Potrebbe finire così il progetto sionista? 
Vari studi realizzati in Israele, uno dall’AIPAC e l’altro dal Fondo Nazionale Ebraico in Germania, mostrano che forse perfino la metà degli ebrei che vivono in Israele valuterà di lasciare la Palestina nei prossimi anni se le attuali tendenze politiche e sociali si mantengono. Un’inchiesta realizzata nel 2008 dal Menachem Begin Heritage Center, sito in Gerusalemme, rivelò che il 59% degli israeliani erano andati o erano in procinto di andare in un’ambasciata estera per chiedere informazioni o richiedere la cittadinanza ed un passaporto. Oggi si calcola che la cifra è del 70%.

Il numero di israeliani che pensano di lasciare la Palestina aumenta velocemente,secondo ricercatori dell’Università Bar-Ilan che fecero uno studio pubblicato di recente su Eretz Acheret (“Un posto differente”), un’ONG israeliana che mira a promuovere il dialogo culturale. Quello che emerge dallo studio fatto da Bar-Ilan è che più di 100.000 israeliani hanno già passaporti tedeschi e questa cifra aumenta di oltre 7.000 ogni anno in maniera accellerata.Secondo i funzionari tedeschi sono stati concessi dal 2000 più di 70.000 passaporti.

Oltre alla Germania, c’è più di un milione di israeliani con altri passaporti stranieri preparati nel caso la vita in Israele si deteriori. Uno dei paesi più attraenti per gli israeliani che vogliono emigrare, e dove meglio sono accolti, sono gli Stati Uniti. Attualmente più di 500.000 israeliani hanno passaporto statunitense e circa un quarto di milione ne ha fatto richiesta.
Durante i recenti incontri a Washington, tra la delegazione del primo ministro israeliano Netanyahu e gli agenti statunitensi d’Israele, funzionari dell’AIPAC assicurarono che, se sarà necessario e quando lo sarà, il governo degli USA fornirà velocemente passaporti statunitensi a ogni ebreo d’Israele che ne farà richiesta.
Gli arabi israeliani non avranno bisogno di richiederli.
L’AIPAC ha anche detto ai suoi interlocutori israeliani di avere fiducia nel fatto che il Congresso degli USA avrebbe approvato il finanziamento per gli ebrei israeliani emigrati in modo “da dare importanti sovvenzioni in denaro che facilitino la transizione verso il loro nuovo paese”.

A parte gli ebrei di Israele che potrebbe pensare di ottenere un passaporto sicuro per una terra diaspora, c’è una percentuale simile di ebrei in tutto il mondo che non faranno l’aliya. Secondo Jonathan Rynhold, professore del Bar Ilan, specializzato nelle relazioni statunitensi-israeliane, gli ebrei potrebbero essere più sicuri a Teheran che in Ashkelon in questo periodo, fino a quando Israele o gli Stati Uniti comincino a bombardare l’Iran.

Nelle interviste con alcuni di coloro che hanno collaborato alla realizzazione degli studi di cui sopra, o che li conoscono, s’identificano vari fattori che spiegano la fretta degli israeliani di (ottenere) passaporti stranieri, alcuni abbastanza sorprendenti, data l’ultranazionalista cultura israeliana.
Il denominatore comune è l’inquietudine e l’ansia, sia a livello personale che nazionale; il secondo passaporto è considerato come una sorta di polizza assicurativa “per la tempesta che si avvicina”, come spiegava un ricercatore dell’Eretz Acheret.
Altri fattori sono:
* Il fatto che due o tre generazioni in Israele non siano state sufficienti per mettere radici laddove prima esistevano pochissime o nessuna (generazione). Per questo motivo, Israele ha prodotto una percentuale significativa di “re-immigrazione”- un ritorno di immigrati o dei loro discendenti al paese d’origine che, nonostante la propaganda sionista, non è la Palestina.
 * Il timore che fanatici religiosi tra i più di 600.000 coloni in Cisgiordania creeranno una guerra civile essenzialmente nei territori occupati da Israele nel 1967 e facciano diventare Israele sempre più uno stato ulta-fascista.
 * Le tensioni centripete nella società israeliana, specialmente tra gli immigrati russi che nella loro maggioranza rifiutano il sionismo. Dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989, sono arrivati in Israele dall’ex Unione Sovietica qualcosa come un milione di ebrei, aumentando la popolazione di un 25% e formando la più grande concentrazione di ebrei provenienti dalla Russia in tutto il mondo. Ma oggi, gli ebrei russi costituiscono il maggior gruppo di immigrati provenienti dall’Israele, sono ritornati in massa per motivi che vanno dall’opposizione al sionismo, alla discriminazione e le promesse non mantenute in materia di lavoro e della “buona vita” in Israele.
Circa 200.000, ovvero il 22% dei russi che sono arrivati ​​in Israele dal 1990 ad oggi sono tornati a casa.Secondo il Rabbino Berel Larzar, che è stato il capo dei rabbini della Russia dal 2000 “(…) risulta tremendamente incredibile quante persone stiano ritornando. Quando gli ebrei se ne andarono non c’era comunità né vita ebraica. La gente considerava che essere ebreo era un errore storico capitato alle loro famiglie. Adesso sanno che possono vivere in Russia come parte integrante di una comunità e che non hanno bisogno d’Israele”.
 * Non c’è fede né rispetto verso i politici israeliani, la maggior parte dei quali sono considerati corrotti.
 * Sentimenti di ansia e senso di colpa perché il sionismo ha sequestrato il giudaismo e perché i valori giudaici tradizionali si sono corrotti.
* La difficoltà crescente di dare risposte coerenti ai figli man mano che s’istruiscono e che sono più consapevoli della loro storia familiare, e di fatto, l’onestà con se stessi sulla questione del perché famiglie d’Europa e di altre parti stanno vivendo nella terra e nelle case rubate ad altre persone che ovviamente sono nativi del posto e che non provengono da nessun’altra parte del mondo.
  * Un nuovo apprezzamento che aumenta tra gli israeliani- assistito in modo significativo dalla complicità d’internet e la continua resistenza palestinese- della convincente narrativa palestinese che mette in dubbio quanto stabilito e che mina la storiella sionista del secolo scorso su “una terra senza popolo per un popolo senza terra”.
* Il seminare paura da parte dei dirigenti politici affinchè i cittadini continuino ad appoggiare le politiche del governo, dalla bomba iraniana, agli innumerevoli “terroristi” apparentemente in tutti i luoghi pianificando un nuovo olocausto, o diverse minacce esistenziali che mantengono le famiglie spaventate che arrivano alla conclusione di non voler far crescere i loro figli in tali condizioni.

Dopo aver spiegato che parlava in qualità di cittadino privato e non come membro dei Democratici fuori d’Israele, Hilliel Schenker, nato a N.Y, ha suggerito che gli ebrei che arrivano in Israele “vogliono essere sicuri di avere la possibilità di un’alternativa al ritorno da dove sono partiti”. Egli ha aggiunto che le incertezze che complicano la vita moderna, e che Israele non viva in pace con nessuno dei suoi vicini, hanno contribuito al fenomeno che molti israeliani cerchino un passaporto europeo rifacendosi alle loro radici familiari, per ogni evenienza”.
Molti osservatori della società israeliana concordano sul fatto che uno dei principali impulsi, recenti anche se inaspettati, affinchè gli ebrei se ne vadano dalla Palestina sono stati gli ultimi tre mesi del Risveglio Arabo che ha messo in scacco i pilastri fondamentali del sstegno regionale ad Israele.

Secondo Layal, uno studente palestinese del campo di rifugiati di Chatila, che prepara la marcia di al-Naska verso la linea blu del sud del Libano per il 5 giugno “(…) Quello che gli occupanti sionisti della Palestina hanno visto da Piazza Tahir in El Cairo, fino a Marun al-Ras nel sud del Libano ha convinto molti israeliani che la resistenza araba e palestinese, anche se ancora agli albori, si trasformerà in un’ondata di massa e in buona parte pacifica, di tale grandezza che nessun arsenale di armi né nessuna amministrazione dell’apartheid potrà assicurare un futuro sionista in Palestina. Fanno bene a cercare posti alternativi per crescere le loro famiglie”.

Pace eterna sottoterra

Tra americani ed israeliani è in atto un gioco delle parti sulla questione palestinese che coinvolge mediatori del mondo arabo sulla cui serietà ed equidistanza non scommetterei un tallero bucato. Tra questi vi è l’Egitto post-Mubarak un Paese dove, uscito di scena il pericoloso dittatore da sempre alleato di Washington, nulla è cambiato negli assetti istituzionali e gli stessi uomini del precedente regime si sono ricollocati nei gangli dirigenziali anche se con ruoli differenti. Una rivoluzione che non sovverte l’architettura del potere ed i suoi schemi, che non destruttura la forma e la sostanza organizzativa dello Stato, non è una rivoluzione ma una parata di sprovveduti sospinta a saziarsi del suo stesso sangue. Il popolo grossolano purtroppo soffre ma gode a farsi prendere per i fondelli rimettendoci pure le penne. Proprio al Cairo i delegati di Hamas e quelli di Fatah hanno raggiunto un accordo di riconciliazione per la formazione di un governo e per tenere elezioni entro un anno. Obama ha raccolto questa apertura tra le due fazioni per rilanciare la proposta della creazione di uno Stato Palestinese nei territori del 1967 in cambio del riconoscimento da parte di quest’ultimo del diritto all’esistenza di Israele. Ma già questa mi sembra una pagliacciata poiché Israele c’è, esiste e si fa sentire con i suoi eserciti ed il suo arsenale nucleare. Gerusalemme non ha bisogno dell’obliterazione degli islamici per materializzarsi mentre sono gli altri ad avvertire questa esigenza vedendola ogni volta respinta. Questa propositività statunitense rientra nel quadro di una strategia, in fase di collaudo, che mira a ridefinire il proprio ruolo nel mondo arabo e mediterraneo attraverso riforme di facciata, allontanamento dei despoti, aiuti economici e libertà di espressione per i giovani attraverso i new media. E’ il soft power col quale la Casa Bianca prova a puntellare la sua sfera di attrazione egemonica messa a rischio dalla risalita geopolitica di nazioni come Cina, Russia, Turchia e Iran che si spingono coi loro interessi su questa medesima area. Gli americani sono maestri di queste cose perché su tale terreno non temono concorrenti. In un servizio in Tv di qualche settimana ho visto un intervistatore italiano recatosi in Tunisia raccontare con trasporto emotivo la rivoluzione dei gelsomini. Costui raccoglieva ed amplificava l’entusiasmo dei giovani del Maghreb per il vento di cambiamento spirante su tutta l’area. I rivoltosi in erba ribattevano che era tutto merito della rete, di facebook e di twitter e che in mancanza di tali mezzi nulla sarebbe accaduto. O ci sono o ci fanno questi giovinastri senza sale in zucca. Se le tirannie non avessero perduto la loro serietà di un tempo, se non fossero state abbandonate dai governi occidentali che prima le finanziavano, ahi voglia loro a sputacchiarle con i post sui blog e le invettive internautiche. Per questo mi stanno simpatici i cinesi, gente ancora tutta d’un pezzo che sa organizzare una repressione coi controfiocchi prevenendo il peggio, mettendo i cannoni nei fiori e sradicando la gramigna persino dal vocabolario. Comunque, dicevo all’inizio, si tratta di un gioco delle parti poiché il premier israeliano Benjamin Netanyahu, al Congresso degli Stati Uniti, ha fatto la sua controproposta applauditissimo dai congressman. Obama ha chiesto 100 per avere 10 da B.B., ovvero niente rientro nei confini del ’67, sì a qualche cessione territoriale, Gerusalemme resterà Capitale unita d’Israele ma, soprattutto, i palestinesi devono accettare uno Stato smilitarizzato. I due leaders si erano insomma messi già d’accordo, due mercanti compassati nel suk della democrazia che fanno i conti nelle tasche degli altri costringendoli ad un pessimo affare. Chiedere, come fa il capo israeliano, agli arabi di rinunciare all’esercito e ai corpi speciali è come dire: “non avrete mai una cosa che assomigli pur lontanamente ad uno Stato per quanto lottiate o trattiate”. Se quest’ultimo non può essere strumento di forza coercitiva si riduce ad un ufficio anagrafe senza importanza. Qui verranno registrate le nascite e i decessi di quegli sventurati che chiedendo pace e terra riceveranno quiete eterna sottoterra. Il corteo democratico di questa epoca nuova  assomiglia ancora al solito antico funerale dei deboli delle ere precedenti.

Fonte : http://conflittiestrategie.splinder.com/post/24625239/pace-eterna-sottoterra-di-gp

L’autorità palestinese e la privatizzazione della Palestina

Ali Abunimach

Electronic Intifada


Se arriva ad esistere uno “Stato” palestine, che tipo di “Stato” sarà? Qui c’è un indizio: sarà uno Stato governato da, e per, imprenditori ricchi e potenti. La BBC il 10 maggio informava:

“Si vendono i primi bond palestinesi”

Una compagni di investimenti ha venduto per la prima volta bond da un creditore palestinese”

L’operazione ha raggiunto i 70 milioni di dollari per la Compagnia per lo Sviluppo e gli Investimenti palestinesi (Palestinian Development and Investment Co) con denaro proveniente da banche palestinesi e giordane.

I fondi saranno usati per la costruzione di una nuova centrale elettrica, così come per un centro turistico in Giordania”.

La misura sorge quando si stanno dando passi che tendono alla prevista dichiarazione di uno Stato indipendente palestinese per la fine di quest’anno. Qual è l’aspetto rilevante di questa informazione? Un lettore medio potrebbe pensare che i bond sono stati emessi dall’Autorità Palestinese (AP) o da un’entità controllata da questa. La BBC continua:

L’AP ha incoraggiato a aziende private perché fossero emessi bond e prevedono la vendita di essi, secondo quanto affermato dal primo ministro Salam Fayyad.

L’AP è decisa a costruire le fondamenta di uno Stato indipendente”, ha aggiunto Fayyad

L’AP ha indicato previamente che dichiarerà  la Palestina come Stato ed è riuscito ad ottenere il consenso di molti governi perché ciò avvenga.

Il documento della BBC unisce sottilmente l’emissioni dei bond con la ipotetica dichiarazione di uno Stato palestinese e Salam Fayyad, il primo ministro non eletto e sostenuto dall’Occidente, e bambino coccolato dalla “comunità internazionale”, è il perno centrale della notizia (dove appare la sua foto). Quindi la BBC implicitamente dà credito a Fayyad e alla sua tanto chiacchierata ma quasi completamente vuota iniziativa della “costruzione dello Stato” e “creazione di istituzioni”.

Quella che non viene fornita è nessuna informazione sul vero protagonista, cioè la Compagnia per lo Sviluppo e l’investimento in Palestina (PADICO, sigle in inglese). La PADICO è in realtà un’azienda completamente privata con fini di lucro. Non deve rendere informazioni a nessuno tranne che ai suoi ricchi investitori che possono fare quel che vogliono. E sembra che gli investitori lo stanno facendo bene dato che la PADICO ha dichiarato di avere un fondo di 38 milioni di dollari nel 2010.

Ma guardiamo quest’azienda più da vicino. Il presidente della PADECO è il noto multimilionario Munib Masri, di Nablus, il cui nome è apparso di recente nella stampa come il possibile futuro “primo ministro” nel “governo di unità nazionale” che Fatah e Hamas cercano di formare.

Al giorno d’oggi sembra che tutta la pressione esercitata dai donatori statunitensi ed europei all’AP è indirizzata affinchè Fayyad conservi il ruolo di primo ministro dell’AP. Ma supponiamo che Masri o un’altra persona in una situazione simile diventi il primo ministro dell’AP o di un dichiarato “Stato palestinese” cosa succederebbe? Avremo un primo ministro che è anche presidente e proprietario di un’azienda privata che controlla e si beneficia delle enormi risorse e progetti in Cisgiordania, incluso il turismo, l’edilizia, il trasporto, ed i servizi, ed i cui progetti e piani si presentano come se fossero d’interesse pubblico e parte integrante della “costruzione dello Stato”. In altre parole, una convergenza totale tra il settore pubblico e il privato nelle importanti decisioni sull’uso della terra, l’assegnazione di risorse, la politica del lavoro e così successivamente.

Un buon esempio di quanto è grande il potenziale di un conflitto d’interesse è apprezzabile nel fatto che una delle aziende filiali della PADICO è la Palestina del Mercato dei Valori (PSE- sigle in inglese). A luglio del 2010, la PADICO ha emesso un comunicato elogiando il ministro dell’economia Nazionale dell’AP, il Dr Hasan Abu Libdeh per aver approvato la conversione del PSE in un’azienda che quota in borsa- qualcosa che si spera arricchisca ai proprietari privati ancor di più- Adesso bene, chi è il presidente del PSE? Niente meno che il Dr. Hasan Abi Libdeh, come il Rapporto Annuale della PADICO del 2005 ci racconta. Normalmente ci si aspetterebbe che il presidente di un’azienda sia anche un’azionista. Abu Libdeh era ancora un’azionista quando prese la decisione da ministro di trasformarla in azienda che quota in  borsa? Ha preso altre decisioni che assicurino la posizione del PSE su eventuali competitori? Chi lo sa? Certamente chi non lo sa è l’opinione pubblica palestinese.

Molta gente argomenta che per costruire lo “Stato” palestinese c’è bisogno d’investimenti e di sviluppo. Ma la questione centrale è se la PADICO  è un’azienda che non viene controllata e che non rende pubblici i suoi conti, e non è una banca per lo sviluppo senza fini di lucro. E’ un’organizzazione privata con fini di lucro. Vediamo chi sono i membri del suo CDA– tutti uomini, e abbastanza su d’età- una mostra per niente rappresentativa della società palestinese- Ma, i loro interessi e decisioni sono quelli che conformano lo scarso margine che i palestinesi hanno per decidere sul loro stesso destino.

E’ certo, la “Missione e Visione” della PADICO dichiara che tra i loro obiettivi c’è quello di “giocare un ruolo centrale e di leadership nella costruzione e lo sviluppo dell’economia palestinese- un’economia giovane, promettente e stimolante” e “di cooperare e coordinare gli sforzi con il governo, in istituzioni governative e finanziarie, in base a quello che sia necessario”. Ma anche di “essere una società di investimenti internazionale che massimizzi i valori dei suoi azionisti”.

La mia preoccupazione non c’entra con Munib Masri o qualunque altra persona relazionata con la PADICO in quanto individui- e non sto lanciando avvertimenti sul carattere e gli atteggiamenti di Masri a livello personale. Non sappiamo neanche se Masri ha qualche interesse a diventare “primo ministro” dell’AP.

Piuttosto, le mie domande si riferiscono ad un sistema in via di sviluppo nel quale l’imprenditore più ricco potrebbe diventare primo ministro dell’AP e dove non c’è una chiara linea di separazione tra gli interessi privati e gli obblighi pubblici, ne esiste un meccanismo di trasparenza per i conti al di là di “una responsabilità aziendale” verso gli azionisti. (Secondo il rapporto annuale del 2008 della PADICO, l’azienda contava con più di 11.000 azionisti dei quali un 25% erano “internazionali”, un 30% si trovavano in Palestina, ed un 45% in Giordania). Semplicemente non basta che aziende come la PADICO dichiarino che la loro missione è quella di “costruire l’economia palestinese” se non sono responsabili di fronte ai cittadini. Ma, questa privatizzazione della sfera pubblica è visibile da tutte le parti nell’AP.

Un altro esempio è il Progetto Rawabi guidato da Bashar Masri- un imprenditore palestinese- statunitense che opera attivamente per normalizzare le relazioni economiche con Israele- sfidando l’appello  della società civile palestinese al boicottaggio e sanzioni.

Rawabi- un’urbanizzazione di case che si stanno commercializzando come la “prima città pianificata della Palestina”– è stata promossa in buona misura dall’AP e dagli agenti dell’industria del processo di pace, come l’inviato del Quartetto, Tony Blair, come elemento necessario per il “Futuro Stato Palestinese”. Le carte della palestina pubblicati da Al-Jazeera a gennaio, indicano che perfino l’inviato statunitense per il Medio Oriente, George Mitchell, ha fatto pressioni a Israele a favore di Rawabi. Rawabi, però, è anche un’azienda privata con fini di lucro i cui principali azionisti sono l’azienda Massar di investimenti privati proprietà di Bashar Masri ed il gigante immobiliare di Qatar, Qatari Diar.

Tale e come scrissi lo scorso dicembre su Rawabi:

A parte le preoccupazioni su possibili violazioni al boicottaggio e alla normalizzazione con Israele, il modello Rawabi pone questioni ancor più profonde per tutti i palestinesi. Anche se Bashar Masri avesse le migliori delle intenzioni, Rawabi rappresenta nel suo insieme e in modo assoluto una visione lucrativa dello sviluppo della Palestina dove la “visione” creata dai finanzieri, commercianti e investitori internazionali e funzionari del “processo di pace” sostituisce le aspirazioni della comunità in generale. Quindi, l’emissione di 70 milioni di dollari in bond da parte della PADICO, un’azienda privata con scopi lucrativi, non è qualcosa da festeggiare, eccetto per gli azionisti della PADICO, e ne segna una svolta verso la liberazione e l’emancipazione del popolo palestinese. E’ semplicemente un altro segno deprimente che qualsiasi “Stato”palestinese sorga dall’AP sarà controllato e dominato da pochi ricchi con il potere per modellare decisioni che colpiscono le vite di milioni di persone. E’ una dimostrazione che le piccole elite stanno investendo l’idea di uno “Stato” palestinese senza interessare quanto sia piccola l’area ne la violenza che possono provocare ai diritti fondamentali della maggior parte dei palestinesi.

E’ importante che i palestinesi comincino a lavorare in una visione di liberazione in cui persone e comunità e non donatori, investitori e finanzieri determinino le decisioni fondamentali per le loro vite. Non si deve dare a nessun palestinese, solo perché è ricco, la capacità di decidere in questioni centrali su come deve pianificarsi la società. Questo combattimento per l’autonomia reale è quella che unisce i palestinesi con milioni di persone che vivono sotto le stragi del neoliberismo e la privatizzazione in tutto il mondo.

Fonte: http://electronicintifada.net/blog/ali-abunimah/pa-and-privatization-palestine

Tradotto da : FreeYourMind!

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