L’Iran fa causa alla Russia.

 

 

 

 

 

 

 

L’Iran ha fatto ricorso alla Corte Internazionale di Arbitrato a Ginevra (CARICI, sigla in francese) contro la Russia per la cancellazione di contratti militari. Teheran esige un risarcimento di 4. 000 milioni di dollari in seguito alla cancellazione dei contratti militari avvenuta dopo le sanzioni poste a Teheran dall’ONU a giugno del 2010 per opporsi a fermare l’arricchimento d’uranio.
Secondo il ministro della difesa iraniano, il generale Ahmad Vahidi, Teheran esige tale risarcimento dell’agenzia di rifornimento d’armi, Rosoboronexport, per il mancato contratto di compra-vendita di sistemi anti-aerei S-300, sottoscritto nel 2007 e stimato in 800 milioni di dollari. In base al Capo della difesa iraniana, la causa è iniziata a settembre 2011 e ancora è in fase di studio da parte della Corte di Ginevra.
Ad agosto 2010 l’allora presidente russo, Dmitri Medvedev, decretò il divieto di rifornire l’Iran con sistemi S-300, aerei da combattimento, elicotteri, navi da guerra e veicoli blindati.
Le potenze occidentali permanentemente aggrediscono paesi contro l’Iran e la Siria, secondo il commento di Adrian Salbuchi aggiungendo che “tutto sembra indicare che si cerca una soluzione attraverso la guerra e non con un processo di pace. Gli USA e la Gran Bretagna hanno una presenza militare in luoghi dove non ci dovrebbero essere”. Secondo l’esperto se la Russia continuasse con il rifornimento di armi all’Iran questo darebbe l’opportunità di minimizzare, in alcun modo, “la permanente minaccia da parte delle potenze occidentali nella regione”.

Fonte

Traduzione: FreeYourMind!

LA NATO SPONSOR DEL CRIMINE ORGANIZZATO

La missione degli osservatori ONU in Siria è stata sospesa non appena è cominciata a risultare insostenibile la versione occidentale, tutta centrata sui “crimini contro l’umanità del dittatore Assad”. Il capo della commissione d’inchiesta è un generale norvegese, Robert Mood, quindi un membro della NATO. Mood non poteva certo rischiare di smentire la propria organizzazione. La sospensione non sarebbe definitiva, e probabilmente per la NATO ora il problema è di guadagnare tempo per fare opera di “persuasione” sugli altri osservatori. [1]
Per gli osservatori ONU si trattava in effetti di scoprire l’acqua calda, cioè quanto risulta già noto dal dicembre scorso, da quando un sito israeliano, Debkafile, ha rivelato con tutti i dettagli che i cosiddetti ribelli siriani sono in realtà dei mercenari dell’emiro del Qatar. [2]
Il Qatar è da anni un Paese coordinato militarmente con la NATO. L’anno scorso, in una sua visita all’emiro, il segretario della NATO Rasmussen ha sottolineato la necessità di rafforzare ulteriormente la cooperazione con il Qatar. Si è visto. [3]  Leggi il resto dell’articolo

DIVINIZZAZIONE DELLA NATO STA PER TERRORISMO DELLA NATO

 

 

 

 

 

 

Prevedibile e puntuale è arrivato il calo di brache di Putin sulla questione siriana, anche se la diplomazia russa può accampare l’alibi di essere riuscita ad ottenere dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU una risoluzione che non scarica completamente la responsabilità della strage di Hula sul regime siriano. Di fatto anche questa risoluzione può essere oggi usata dalla NATO, e dal suo devoto e umilissimo servitore – l’inviato ONU Kofi Annan -, come un viatico per un’ulteriore intensificazione dell’aggressione della stessa NATO; perciò ogni dettaglio ed ogni sfumatura della risoluzione sulla necessità di ulteriori indagini, sono già andate a farsi benedire. [1]
Il governo russo dovrebbe sapere molto bene che le risoluzioni ambigue vengono trasformate dalla NATO in autorizzazioni a far tutto ciò che le pare. Infatti, appena il giorno dopo l’ambigua risoluzione ONU, i Paesi “occidentali”, con la parziale eccezione della Gran Bretagna, hanno formalizzato il loro stato di guerra con la Siria cacciando i suoi ambasciatori.
In effetti i resoconti degli osservatori ONU avevano smentito le affermazioni occidentali, date per scontate sino a qualche giorno fa, le quali raccontavano che le vittime civili fossero state causate da un bombardamento governativo. Risulta infatti che molte vittime siano state passate per le armi. A sentire le fiabe occidentali, i pacifici oppositori del regime siriano, stanchi della repressione, sarebbero stati costretti a passare alla insurrezione armata. Ma allora le armi chi gliele ha date? Sembrerebbe proprio che le armi da guerra crescano sugli alberi.
C’era quindi quanto bastava per chiedere da parte della Russia un’inchiesta che appurasse non soltanto ciò che avviene sul terreno siriano, ma soprattutto da dove partano le milizie che conducono l’aggressione nei confronti della Siria. Si sarebbe trattato semplicemente di mettere sul terreno della discussione ciò che ormai è evidente, e cioè che l’attacco armato alla Siria sta partendo da un Paese della NATO come la Turchia, e da altri Paesi militarmente coordinati con la NATO, come il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita.
Questa ennesima ambiguità diplomatica della Russia non è un compromesso, ma un vero cedimento, poiché alimenta ancora una volta la fiaba di stretta marca occidentale: la NATO è considerata come una sorta di entità superiore che nulla ha a che vedere con le umane miserie, ma che si degna ogni tanto di sporcarsi le mani per andare a risolvere quelle miserie. Che la NATO possa essersi sporcata le mani ben prima, allo scopo di creare i pretesti e le circostanze utili alle proprie aggressioni, questa è un’ipotesi che non può neanche essere presa in considerazione.
Insomma, un terrorismo della NATO in Siria o altrove non esiste, e seppure esistesse non ci deve riguardare, perché non ti puoi mica mettere a criticare le divinità.
In realtà, proprio il fatto che oggi il potere della NATO sia incontrastato, e venga addirittura considerato scontato come se facesse parte del paesaggio, dà la misura della sua crescente e micidiale pericolosità. L’impunità e l’insospettabilità possono diventare esse stesse dei moventi criminosi, ed oggi la NATO può fare tutto quello che vuole anche perché non è mai costretta a dare spiegazioni su nulla.
Ogni potere è abuso di potere; il potere non conosce senso di responsabilità o lungimiranza, tutto in esso è schematico; perciò, se non ha da temere di essere contrastato o smascherato, non si porrà freni. Tanto più che l’emergenza-terrorismo e la caccia ai “terroristi” ti gratificano immediatamente con dei bei business miliardari a spese del contribuente; come, ad esempio, quello dei droni, che vede ora la collaborazione tra USA e Italia. La NATO non è un’organizzazione esclusivamente militare, ma è un intreccio affaristico tra militarismo e finanza, cioè un ente assistenziale per ricchi; e non c’è nessun pretesto migliore del terrorismo per costringere i poveri a versare l’elemosina ai ricchi. [2]
Anche molti che si dichiarano in astratto avversari della NATO (nemici non si può dire: sarebbe troppo violento), si rifiutano poi di prendere atto che la NATO è un’agenzia di destabilizzazione a livello globale; una destabilizzazione che coinvolge direttamente la situazione interna di molti degli stessi Paesi “alleati”(sudditi) della stessa NATO. Non esistono mai fenomeni puramente ideologici, perciò questo stare “contro” la NATO e dentro la NATO corrisponde ad ambiguità/ubiquità anche per ciò che concerne le frequentazioni e gli sportelli di pagamento. Un giornalista di presunta origine libica, un certo Farid Adly, ha scritto un libro che riconfeziona la propaganda NATO sulla Libia in funzione del pubblico di sinistra. Il libro è falso già dalla copertina, che mostra un “insorto” in stile Dolce&Gabbana, con sciarpa e chioma al vento. Ebbene, il nostro Farid ha collaborato con il “Manifesto”, con Radio Popolare e con il … “Corriere della Sera”. [3]
Ci si vuole convincere che il terrorismo è esclusivamente l’arma dei poveri e dei deboli, mentre i ricchi e potenti queste cose non avrebbero bisogno di farle, perché sono ad un altro livello. Si dice che anche fra i deboli e i poveri ci sono i cattivi ed i fanatici, quindi che la minaccia terroristica sia cosa loro sarebbe del tutto scontato. Quindi non c’è neppure bisogno di dimostrare che Assad abbia effettivamente bombardato il suo popolo; basta dire che è un dittatore, ed il gioco è fatto. Un gioco facilissimo, dato che i buoni non esistono e, seppure esistessero, nessuno li riconoscerebbe come tali; ecco allora che la NATO può arrogarsi il diritto di aggredire chiunque; ovviamente chiunque sia debole. E gli altri potenti “emergenti” come la Russia – e i vari BRICS – lasciano fare, perché non si possono perdere gli affari già avviati. C’è solo da sperare che i militari russi costringano Putin a tener duro; altrimenti in Siria ci sarà parecchio lavoro per i droni, ed anche le stragi di bambini non faranno più scandalo, perché opera di dio.
La cattiveria ed il fanatismo dei deboli e dei poveri sono in grado di spiegare tutto, e rendono credibile ogni fiaba. Ciò vale ovviamente anche per le vicende del terrorismo nostrano. Il comunicato a firma degli “informali” sull’attentato di Genova non aveva alcun titolo per essere ritenuto attendibile, perché arrivato a troppa distanza di tempo dai fatti, e poi perché il mitomane estensore del comunicato dimostrava di sapere poco o nulla di Ansaldo Nucleare. Tanto più che non sta scritto da nessuna parte che un attentato debba essere per forza rivendicato. Il successivo comunicato “informale” del Kommando Bestia poi era talmente ridicolo da risultare un po’ troppo indigesto anche per i nostri media dallo stomaco forte. [4]
Il direttore dell’AISI (un Piccirillo che già sa il fatto suo) piombava allora in parlamento a proclamare che la minaccia “informale” sarebbe incombente. Si è dovuto scomodare persino il capo della polizia Manganelli per sostenere l’insostenibile, pur di fronte all’evidenza che gli estensori dei comunicati sono dei cittadini al di sotto di ogni sospetto. A conferma del fatto che Manganelli non sa neppure di cosa parla, c’è anche il dettaglio che egli ha declinato la sigla FAI al maschile: il FAI. In tal modo Manganelli ha fatto torto non solo alla vera Federazione Anarchica Italiana fondata nel 1945, ma anche al FAI-Fondo Ambiente Italiano.
Meno male che c’è la solidarietà occidentale contro il terrorismo. Voi non volete credere che gli “informali” costituiscano una minaccia in Italia?
Peggio per voi. Allora ve li trasformiamo addirittura in una minaccia mondiale, nella nuova Al Qaeda.
Le autorità di polizia britanniche sono infatti accorse anch’esse a puntellare la consistenza della minaccia ai giochi olimpici di Londra da parte dei cosiddetti anarchici informali; proprio quelli che esibiscono il logo con l’ingorgo di freccette e stellette. La pseudo-notizia ha trovato origine su un giornalaccio scandalistico di Murdoch (lo stesso dello scandalo delle intercettazioni), ed in Gran Bretagna non ha avuto risonanza, ma è stata pomposamente rilanciata dai nostri media, i quali si sono fatti forti dell’avallo delle autorità di polizia britanniche. [5]
Del resto anche Al Qaeda è un’organizzazione “informale”, cioè una non-organizzazione, in cui qualche decina di deficienti veri fa da copertura a migliaia di agenti della CIA e di mercenari della SAS. Questa “al-qaedizzazione” della minaccia anarco-informale fa supporre che i media stiano preparandosi a fabbricare anche un Magdi Allam in versione anarchica, uno che percorra, una ad una, le stesse tappe della mistificazione; dapprima spiegandoci la differenza tra “anarchismo moderato” ed “anarchismo terrorista”, poi ammettendo che l’anarchismo è intrinsecamente violento; ed infine convertendosi e facendosi battezzare in nome del vero dio: la NATO.

[1] http://ansamed.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/politica/2012/05/28/Siria-strage-Hula-Onu-condanna-Assad-violati-impegni-presi_6942248.html
[2] http://www.corriere.it/esteri/12_maggio_29/droni-usa-italia-bombe_b464e5f2-a986-11e1-a673-99a9606f0957.shtml
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-05-30/armano-droni-italiani-063850.shtml?uuid=AbVtRXkF
[3] http://www.ibs.it/code/9788842817864/adly-farid/rivoluzione-libica-dall.html
[4] http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/dopo-gruppo-olga-spunta-kommando-bestia-lettera-minatoria-tempo/240209/
[5] http://www.repubblica.it/esteri/2012/05/27/news/terrorismo_olimpiadi_minacce_anarchici-36004374/

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Summit delle Nazioni Unite a Rio: “Il futuro che vogliamo”

Come le Nazioni Unite vorrebbero cambiare i connotati al mondo, attraverso il prelievo dalle popolazioni di oltre 1000 miliardi di dollari all’anno, una moneta unica e un governo globale

Le Nazioni Unite prevedono di utilizzare la prossima conferenza dell’ONU sul tema “Sviluppo sostenibile” (CSD o Rio +20) a Rio de Janeiro per accumulare una vasta gamma di nuovi poteri senza precedenti e riformare letteralmente la civiltà, l’economia globale, e anche i pensieri della gente, secondo documenti ufficiali. Tutto sarà fatto in nome della transizione verso una cosiddetta “economia verde“.

Tra le nuove autorità richieste dall’agenzia mondiale ci sono le imposte globali sul carbonio, la redistribuzione della ricchezza pari a trilioni di dollari all’anno, e una serie di programmi che si occupano di tutto, dalla povertà ed educazione alla salute e allocazione delle risorse. Praticamente qualunque campo dell’attività umana sarà influenzato dal regime, che gli analisti hanno descritto come un “gigantesco esercizio di ingegneria sociale globale”.

L’agenda per la trasformazione globale è stata resa nota in un rapporto pubblicato di recente dal titolo “Lavorare per un’Economia Verde Equilibrata e Totale: Una Prospettiva delle Nazioni Unite a livello globale.” Il documento – elaborato da un gruppo di più di 35 agenzie e istituzioni internazionali di vario genere delle Nazioni Unite, sotto la bandiera del “Gruppo di Gestione Ambientale” (UNEMG) delle Nazioni Unite  – spiega gli obiettivi del prossimo summit dell’agenzia mondiale sulla “sostenibilità”. La conferenza segna il 20° anniversario del Vertice sulla Terra delle delle Nazioni Unite del 1992, che adottò la molto controversa “Agenda 21“. Leggi il resto dell’articolo

Kofi Annan: pelle nera, maschera bianca.

Ex segretario generale dell’ONU e Premio Nobel per la Pace.

di Thierry Meyssan

Sebbene il bilancio del lavoro di Kofi Annan quando è stato capo all’ONU ha mostrato di essere un vero successo in materia di amministrazione, gestione ed efficacia, le critiche sono numerose a livello politico. Come segretario generale, Kofi Annan si è dedicato ad adattare l’ONU al mondo unipolare e alla globalizzazione dell’egemonia statunitense. Mise in dubbio le basi ideologiche dell’ONU e privò  questa organizzazione della capacità di evitare e prevenire lo scoppio di conflitti. Nonostante questo, è precisamente Kofi Annan ad essere chiamato per risolvere la crisi siriana.

Kofi Annan, ex segretario generale dell’ONU e Premio Nobel per la Pace, è stato scelto come inviato speciale da Ban Ki- Mon e Nabil ElArabi per negoziare una soluzione pacifica alla crisi siriana. Conta per questo compito di un’eccezionale esperienza e un’immagine molto positiva, quindi tutti contenti della sua nomina.

Cosa rappresenta quest’alto funzionario internazionale? Chi lo ha portato fino alle più alte funzioni?Quali decisioni politiche ha preso e quali compromessi assume attualmente? La discrezione sembra essere l’unica risposta a tutte queste domande, come se l’incarico disimpegnato nel passato costituisse una prova di neutralità. Leggi il resto dell’articolo

Libia un anno fa: memoria corta

L’arte della guerra

Uno degli effetti delle armi di distrazione di massa è quello di cancellare la memoria di fatti anche recenti, facendone perdere le tracce. È passato così sotto silenzio il fatto che un anno fa, il 19 marzo, iniziava il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente «per proteggere i civili». In sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettuava 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili. Venivano inoltre infiltrate in Libia forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani facilmente camuffabili. Venivano finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici, fino a pochi mesi prima definiti terroristi.

L’intera operazione, ha chiarito l’ambasciatore Usa presso la Nato, è stata diretta dagli Stati uniti: prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa. È stato così demolito lo stato libico e assassinato lo stesso Gheddafi, attribuendo l’impresa a una «rivoluzione ispiratrice» – come l’ha definita il segretario alla difesa Leon Panetta – che gli Usa sono fieri di aver sostenuto, creando «una alleanza senza eguali contro la tirannia e per la libertà». Se ne vedono ora i risultati. Lo stato unitario si sta disgregando.

La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente e, a capo, è stato messo Ahmed al-Zubair al Senussi. Scelta emblematica: è il pronipote di re Idris che, messo sul trono da Gran Bretagna e Stati uniti, concesse loro, negli anni ’50 e ’60, basi militari e giacimenti petroliferi. Privilegi cancellati quando re Idris venne deposto nel 1969. Ci penserà il pronipote a restituirli. E vuol essere indipendente anche il Fezzan, dove sono altri importanti giacimenti. Alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale. Così le grandi compagnie petrolifere, cui la Libia di Gheddafi concedeva ristretti margini di guadagno, potranno ottenere dai capi locali, l’uno contro l’altro, condizioni ottimali.

Il leader del Cnt Abdel Jalil parla di «cospirazione» e minaccia «l’uso della forza», ma non è campione dell’indipendenza libica: quella del colonialismo italiano, è convinto, fu per la Libia «un’era di sviluppo». Intanto il Consiglio di sicurezza dell’Onu estende di un altro anno la sua «missione di appoggio in Libia», complimentandosi per «i positivi sviluppi» che «migliorano le prospettive di un futuro democratico, pacifico e prospero». Non può però evitare di esprimere «preoccupazione» per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». Opera delle milizie armate, alimentate dalla politica del «divide et impera» del nuovo impero. Usate per accendere focolai di guerra in altri paesi, come dimostra il fatto che a Tripoli c’è un campo di addestramento dei «ribelli siriani».

In Libia le prime vittime sono gli immigrati dall’Africa subsahariana che, perseguitati, sono costretti a fuggire. Solo in Niger ne sono rientrati 200-250mila, perdendo la fonte di sostentamento che manteneva milioni di persone. Molti, spinti dalla disperazione, tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa. Quelli che vi perdono la vita, come gli ultimi cinque sepolti a Lampedusa, sono anch’essi vittime della guerra iniziata un anno fa. Di cui si è persa, ormai, memoria.

Manlio Dinucci

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LA LIBIA E LA GRANDE BUGIA: Usare le organizzazioni umanitarie per lanciare le guerre

La guerra contro la Libia è costruita sulla frode. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato due risoluzioni contro la Libia, sulla base di accuse non provate, in particolare che il colonnello Muammar Gheddafi avesse ucciso il proprio popolo a Bengasi. L’affermazione nella sua forma esatta è che Gheddafi aveva ordinato alle forze libiche di uccidere 6.000 persone a Bengasi. Tali affermazioni sono state ampiamente diffuse, ma sempre vagamente spiegate. Fu sulla base di questa affermazione che la Libia è stata deferita al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, al Palazzo di Vetro di New York, e cacciata dal Consiglio sui diritti umani delle Nazioni Unite, a Ginevra.
Affermazioni false sugli eserciti mercenari africani in Libia e sugli attacchi di aerei a reazione contro i civili, sono state utilizzate anche in una vasta campagna mediatica contro la Libia. Queste due affermazioni sono state messe da parte e sono diventate sempre più torbide. Le rivendicazioni sui massacri, tuttavia, sono state utilizzate in un quadro giuridico, diplomatico e militare per giustificare la guerra della NATO ai libici. Leggi il resto dell’articolo

A COSA SERVE UNO STATO PALESTINESE SENZA SOVRANITA’ PALESTINESE?

L’Express intervista Julien Salinge

Mahmud Abbas giurò che sarebbe arrivato fino alla Fine. Sarà il 23 settembre all’ONU al momento della presentazione della domanda di riconoscimento di uno stato palestinese.

Professore e dottore in Scienze Politiche, specializzato sulla situazione palestinese, Julien Salinge ha appena pubblicato “A la recherce de la Palestine, au-delà du mirage d’Oslo”. E spiega il suo pensiero sulla richiesta d’incorporare la Palestina all’ONU. Cosa che secondo lui non avverrà.
Perché l’Autorità Palestinese chiederà all’ONU l’adesione a tale organismo la settimana prossima?

La richiede all’ONU perché ha la sensazione che tutto ciò che ha intrapreso finoranon è riuscito. I negoziati sono in stallo da più di 10 anni, e il tentativo di costruire uno Stato “dal basso”, che era la linea del governo Fayyad, ha in gran parte fallito.

L’idea alla base di questa originale dottrina era questa: nonostante la continua occupazione costruiamo l’infrastruttura che di fatto diventa uno Stato che la comunità internazionale può riconoscere immediatamente come tale. Non è la fine dell’occupazione, che permette la creazione dello stato, ma la fondazione dello stato che finisce l’occupazione. Ma lo Stato, anche di fatto, non c’è ancora.
Non resta che l’ONU. Questo fallimento ha infatti creato la necessità di un passo in più, che è quello di affrontare le Nazioni Unite per guadagnare legittimità internazionale in qualità di rappresentante di uno Stato. Consapevole dellavirtualità dello Stato palestinese, i funzionari palestinesi ritengono che questo approccio avrebbe dato peso alle loro argomentazioni.
Contro quelle di Israele?
Ciò che motiva questo approccio è la speranza di essere in condizioni di parità con Israele, i negoziati tra Stati sotto il patrocinio degli Stati Uniti.
Ma gli Stati Uniti hanno già annunciato che porrà il veto questo riconoscimento di uno stato palestinese all’interno delle Nazioni Unite. Questa iniziativa non è come se fosse l’ultima chance dell’Autorità Palestinese?
Effettivamente è l’ultima chance per l’autorità palestinese che ha scommesso sulla soluzione di due Stati negoziata sotto il patrocinio statunitense. Sollecitando tale riconoscimento cerca di rianimare una prospettiva che è sempre più messa in discussione, specialmente dagli stessi palestinesi, a causa della sparizione delle basi materiali dello Stato e con la continuità della colonizzazione e l’intransigenza israeliana su argomenti essenziali. Si deve osservare anche una discrepanza tra la leadership palestinese, ossessionata dai negoziati, e la popolazione, che cerca diresistere all’occupazione e ai suoi effetti.
E’ possibile parlare di un fallimento dell’Autorità Palestinese?
La sua missione era quella di scomparire con l’istituzione dello Stato. Salvo che il suo arrivo ad essere Stato non si proclami e non abbia alcuna realtà materiale. Il bilancio di 20 anni mette in dubbio la legittimità e l’esistenza stessa dell’Autorità Palestinese che “amministra” alcune delle zone autonome senza aver conquistato alcuna indipendenza reale.
I rappresentanti dell’Autorità Palestinese sono caduti in importanti contraddizioni dalla firma degli accordi ad Oslo nel 1993-94. Avevano scommesso sulla costruzionedi uno stato palestinese come parte di un processo di negoziato nel corso del tempo con lo Stato di Israele, nella speranza di dimostrare che possiamo dare lorola gestione finale di tutti i territori palestinesi. Ma questo progetto è un fallimento.
L’Autorità Palestinese è stata intrappolata nel suo stesso gioco. Inizialmente non pensava di portare fino alla fine la richiesta all’ONU. Ho guardato qualche cavi di Wikileaks che sono venuti fuori di recente. Lì appaiono specialmente le dichiarazioni di un responsabile palestinese, Saeb Ereckt, che garantiva ai rappresentanti statunitensi un anno e mezzo fa che non sarebbero arrivati fino alla fine e che si sarebbero fermati quando si sarebbero riallacciati i negoziati. Solo che i negoziati non sono ripresi.
Lo Stato Palestinese corre il rischio di non essere riconosciuto da una maggioranza degli Stati dell’ONU quando sarà presentata la richiesta il 23 settembre?
Certamente. Lo Stato palestinese sarà riconosciuto da una grande maggioranza degli Stati delle Nazioni Unite. Ma non sarà ammesso come membro. Gli USA hanno annunciato dall’inizio che non accetteranno la richiesta palestinese: loro metteranno il veto. Non vi è alcun motivo perché questo cambi.
Penso che l’Autorità Palestinese si aspettava che le attuali rivolte nella regione avessero costretto gli USA ad essere meno seguaci dello Stato d’Israele. Ma la scommessa era molto rischiosa. L’OLP ha fatto la stessa scommessa per più di 30 anni credendo nel ruolo di arbitro degli USA tra Israele e la Palestina. Ma gli USA non possono essere arbitri dato che sono gli allenatori di una delle squadre,Israele continua ad essere il suo principale alleato nella regione.
Il governo statunitense sta cercando di evitare che si voti a New York?
Il veto annunciato dagli USA  sarà visto sicuramente male dal mondo arabo. Una situazione che fissa già un malessere nell’amministrazione statunitense. E’ quindicerto che le discussioni sono attualmente in corso tra Stati Uniti e i palestinesi per dissuaderli ad arrivare fino alla fine. In ogni caso, la Palestina non sarà unmembro delle Nazioni Unite.
Se lo Stato Palestinese non sorge sotto l’egida dell’ONU o degli USA: è possibile che il padrino possa essere qualcun altro, la Turchia ad esempio?
Ma cos’è uno Stato? Ci sono stati che non sono membri dell’ONU e sono comunque stati, come Taiwan o Kosovo. E mantengono rapporti economici, diplomatici con la maggior parte dei paesi della “comunità internazionale”.
La sfida principale della Palestina è la sua sovranità politica e territoriale. Può essere riconosciuta da 191 stati ma non sarà sovrana: una parte del suo territorio continua ad essere occupato da Israele e il fatto di essere uno Stato non porrà fine al problema dei rifugiati né dei palestinesi discriminati da Israele.
Se la dichiarazione come Stato non cambia la situazione, le rivolte arabe possono avere qualche impatto sulla vita dei palestinesi ?

Quello che potrebbe alterare i lineamenti sono certamente i movimenti iniziati nel mondo arabo, che potrebbero condurre all’isolamento di Israele dalla scena regionale. Da quando i popoli arabi hanno la possibilità di far pressione sui governi, la questione palestinese torna a regionalizzarsi e può trasformarsi in una causa araba. Ma questo è ancora molto lontano. Però la mobilitazione egiziana dopo l’attacco a Eilat il 18 agosto ha certamente impedito ad Israele di continuare ad attaccare duramente la Striscia di Gaza. Gli incidenti registrati all’ambasciata dell’ Egitto a Il Cairo sono l’ultima rivelazione che i cambiamenti sono in atto: alcuni regimi arabi non possono far tacere le proteste.

Cosa comporterà questa votazione all’ONU alla fine?
Porterà alla conferma di quello che già si sa da anni: Israele è sempre più isolato dalla scena internazionale. E’ per questo che né gli USA né Israele vogliono questo voto dato che esso stesso materializzerà in un determinato momento l’isolamento dello Stato ebraico nel recinto dell’ONU, questa sessione confermerà l’evoluzione che è in atto da molti anni ma che si è accelerata dopo i bombardamenti su Gaza. Ma questo voto non cambierà i rapporti di forze riguardo la questione della sovranità territoriale e la politica dei palestinesi.
Leggi anche:

Ma è vero Badoglismo? Se per caso l’Italia stesse tentando di salvare Gheddafi…

Di Claudio Moffa

A una lettura attenta, certezze e confusione si accompagnano giorno dopo giorno sulla guerra contro il governo di Tripoli scatenata da Sarkozy il 19 marzo scorso e  ancora in pieno svolgimento. La certezza è che – nonostante le dichiarazioni a raffica contrarie – l’intervento in Libia dei paesi occidentali con o senza Nato è, come ho scritto fin dal primo momento,  illegittimo. Illegittimo perché le Nazioni Unite non possono intervenire nel conflitti interni ad uno Stato, ma solo in quelli tra Stati, secondo lo Statuto dell’ONU e secondo tutto il Diritto internazionale “classico”, quello dell’epoca del bipolarismo Est-Ovest (1945-1990).  Illegittimo, ancora sulla base della Carta, e in particolare dell’art. 41, perché deve essere il Consiglio di Sicurezza stesso con i suoi Caschi Blu a guidare l’intervento, e non gli Stati a briglia sciolta e tanto meno una organizzazione indubitabilmente di parte quale la NATO. Illegittimo inoltre, anche se si decidesse che quello da seguire è il “nuovo” Diritto Internazionale postbipolare, quello che uno la mattina si sveglia e dice “oggi voglio bombardare questo paese che è troppo propalestinese e ha ancora una Banca statale con bassi tassi di interesse” e parte lancia in resta coprendo la sua vergogna con la foglia di fico dell’ONU.

Anche così, infatti, l’illegittimità resta. Resta perché la stessa risoluzione 1973 che prescrive una no fly zone è stata fin da subito applicata in modo “ultroneo” rispetto a quella che è una zona di interdizione aerea: non cioè un bombardamento contro le postazioni e le sedi governative dello Stato invaso nel suo Dominio riservato, ma solo una azione di pattugliamento dei cieli per impedire all’aviazionegovernativa alle prese con una rivolta interna di bombardare “le popolazioni civili” e le zone di insorgenza, quali non sono né i ribelli armati fino ai denti in Cirenaica, né soprattutto la popolazione della Tripolitania, che in rivolta non è e anzi appoggia con ogni evidenza il regime di Gheddafi. Alla fine della prima guerra “alleata” in Iraq, la prima no fly zone – inventata dagli anglo-americani – fu applicata solo nel sud sciita e nel nord curdo, le due effettive zone di insorgenza, e non sui cieli di Bagdad e della regione sunnita centrale, dove Saddam aveva più ampio consenso popolare. Non dovrebbe questo criterio – entro la cornice comunque illegittima della stessa no fly zone – essere applicato anche alla Libia? Non dovrebbe essere proibito alla NATO di far intervenire gli “alleati” su Tripoli e nella regione occidentale tutta?

Certo che sì. Ma la guerra di Libia non rispetta alcuna legge, se non quella della giungla. Ed ecco allora la confusione, che riguarda anche il cercare di capire quello che sta succedendo, e quale è la vera linea di intervento dell’Italia. L’accusa più diffusa è di tradimento di Gheddafi, “badoglismo” nel linguaggio tradizionale della destra. Ma è così veramente? A mio avviso non è possibile affermarlo con certezza, e si può anzi avanzare l’ipotesi che non solo la concessione delle basi alla NATO nei primi giorni di guerra, ma persino la decisione di partecipare ai bombardamenti del 25 aprile scorso mirino in realtà – nell’intenzione soggettiva del governo di Roma – a salvare Gheddafi e non a eliminarlo, come sta cercando di fare il duo Sarkozy-Cameron.

Ma per capire meglio, ripercorriamo le tappe fondamentali della guerra illegittima contro Gheddafi (e contro l’Italia) scatenata da Sarkozy il 19 marzo scorso. Dopo il via alle missioni aree francesi, con il vertice di Parigi del 19 marzo ancora in svolgimento, c’è chi tra gli “Stati volenterosi” – e fra questi il governo italiano – cerca di trasferire il comando delle operazioni alla NATO. Certo, si potrebbe e dovrebbe tornare in sede ONU, ma il comportamento di Russia e Cina nella votazione del 17 marzo – non il veto, ma l’astensione: a Mosca c’è la fiammata improvvisa e fugace del dissenso aperto Medvedev-Putin – impedisce la certezza di un freno ai bollori bellicisti del presidente francese: anche perché a frittata-risoluzione fatta, l’arma del veto è ormai in mano a Parigi e tornare indietro “secondo Diritto” non si può. Dunque altro passo illegale, il comando alla NATO, organizzazione obbiettivamente di parte, un assurdo giuridico: un pragmatismo tuttavia utile per la giungla, reso possibile anche dalla linea cauta di Obama e Gates, cosicché il passaggio delle leve del comando al Patto Atlantico frena i francesi per qualche giorno.

Perché per qualche giorno? Perché già il 2 aprile gli americani si ritirano dalla coalizione e dentro la NATO priva del peso della superpotenza, l’estremismo franco-inglese riguadagna gli spazi formalmente persi con la perdita del comando nominale. Non tutto è probabilmente univoco, vedi la notizia del 12 aprile successivo di un Drone lanciato dal Pentagono (??) sulla Libia: ma se “per errore” alcuni aerei colpiscono anche le postazioni e una nave dei ribelli, e se Gheddafi – dichiarazioni ufficiali a parte – sembra non considerare troppo ostile la posizione dell’Italia, altrimenti non avrebbe mai permesso il dissequestro della nave Asso due il 24 aprile, ecco che il giorno dopo  la NATO “attiva”, cioè la NATO anglo-francese (più Canada e altri paesi minori), tenta il colpo maestro, che avrebbe potuto anche finire con l’uccisione di Gheddafi: un attacco mirato non alle postazioni militari libiche, ma al bunker tripolino del rais, 45 civili “feriti” (feriti? Una prima notizia parlava di morti) e tre sicuri morti. Un segnale evidente che Sarkozy “l’israeliano” non molla, vuole Gheddafi morto.

Quel che accade dopo, una ulteriore deriva “badogliana” di Roma, non sembra di nuovo esser tale, appare piuttosto un tentativo di contrastare dall’interno l’oltranzismo franco-inglese. Leggete le cronache: la decisione di Roma di intervenire militarmente è di poche ore successiva, cinque o sei, al bombardamento del bunker di Gheddafi (la France Presse diffonde la notizia alle 0 e tre minuti del 26 aprile). Dopodiché, inizia il “mistero” delle missioni italiane: non vien detto dove sono state compiute, un flash di agenzia parla di un “bunker” forse di Misurata, “già colpito” dagli alleati nei giorni precedenti (strano bombardamento di probabili macerie), e ci si comincia ad interrogare – vedi il Corriere di oggi – se per caso noi ci occupiamo della Tripolitania o no. Già, perché questo potrebbe essere il nocciolo della questione: se a Roma viene assegnata la regione occidentale come zona esclusiva di guerra (“protezione dei civili”, secondo la favoletta di Ban Ki Moon) allora il presunto “badoglismo” potrebbe rovesciarsi nel suo contrario, il tentativo di una difesa di fatto di Gheddafi.

E’ – ripeto – solo una ipotesi. Ma anche se non fosse tale, la guerra libica resta comunque un labirinto assurdo e pericoloso da cui appare difficile liberarsi senza uno strappo deciso. Perché ad esempio, non tornare indietro passo dopo passo, verso un minimo rispetto della legalità? Perché non imporre dentro la NATO un effettivo rispetto almeno della risoluzione 1973, ricordando che gli anglo-americani con la no fly zone di venti anni fa non bombardarono Bagdad ma solo le zone di effettiva insorgenza, e questo è uno dei discrimini fondamentale tra l’azione preventiva prevista dalle zone di interdizione, e una guerra di aggressione? Perché non recuperare la memoria di Bush padre, colui che blocco’ il generale Schwarzpof sulla strada di Bagdad, e che impedì a Moshe Arens di scatenare un attacco aereo contro Saddam alla fine della prima guerra d’Iraq, anno 1991?

Nonostante tutte le buone intenzioni possibili, l’azione di contrasto dall’interno di una guerra i cui promotori puntano a uccidere Gheddafi, a rubare il petrolio a a lui e a noi, e a obbedire ciecamente alle forme più oltranziste esistenti in Occidente, rischia di farci scivolare di tragedia in tragedia. La Siria incombe sempre più, e già nelle prime quarantotto ore della crisi del paese che dal 1967 sta aspettando che Israele restituisca le alture del Golan, il senatore americano Lieberman – il falco pro israeliano con cui polemizzo’ Putin nel vertice di Monaco del 2008 – ebbe a chiedere subito un’altra “no fly zone”, cioè un’altra aggressione. Poi dopo la Siria, ci sarà l’Iran … Per arrivare dove? Esistono altre vie? Esiste la possibilità di un rilancio della diplomazia internazionale, dopo la sconfitta del 17 marzo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU? Forse sì. Un ritiro delle concessioni delle basi della NATO agli alleati – come paese sovrano e “in prima linea”, l’Italia può ben decidere autonomamente – potrebbe essere solo l’inizio di una riattivazione dei molteplici canali diplomatici oggi “in sonno”. C’è l’ Unione Africana, un continente intero che ha disertato il vertice parigino di Sarkozy. C’è la Russia, con le notizie recenti di una possibile uscita di scena di Medvedev e il ritorno in sella di Putin. C’è la Cina, con i suoi interessi economici: e poi la Turchia, paese della NATO e tutta una serie di paesi minori e maggiori che possono levare la loro voce per far sì che gli anglo-francesi vengano ridotti alla ragione del diritto. Con tutti i vantaggi evidenti per l’Italia, a partire dal blocco dell’immigrazione clandestina, per più di due anni garantito dall’accordo con Tripoli del 2008.

Link all’articolo originale:  https://www.facebook.com/notes/claudio-moffa/ma-e-vero-badoglismo-se-per-caso-litalia-stesse-provando-a-salvare-gheddafi-/10150181247845617

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