IL LOBBYING RICREA IL MONDO A PROPRIA IMMAGINE E SOMIGLIANZA

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Continua l’effetto sorpresa di un Hollande che si dimostra sempre meno socialista e sempre più guerrafondaio. Ora il presidente francese si è ridotto a fare il vigilante per gli interessi della Total e di altre multinazionali in Mali ed in Somalia. [1]
Il suo pretesto/casus belli del momento è la crociata contro i jihadisti locali; cosa che ha suscitato più di qualche perplessità dato che invece in Siria i jihadisti sembrano andargli più che a genio quando combattono Assad. In un’Italia in piena ubriacatura elettoralistica, potrebbe essere utile riflettere sulle sorti dei programmi elettorali una volta che i candidati siano stati eletti.
L’elettoralismo risulta così euforizzante perché è una forma di pornografia, attiene cioè al desiderio puro, magari con quella dose di squallore che serve a conferire un alone di realismo alla rappresentazione. Ma i desideri, i programmi e le promesse elettorali non sono la realtà, che è invece scandita dalle emergenze. L’emergenza determina un fatto compiuto che azzera ogni impegno precedente, ed a cui ogni altra istanza va sacrificata, come ad un Moloc. Carl Schmitt diceva che è sovrano chi può decidere sullo stato di eccezione. Ma nella democrazia occidentale vige uno stato di emergenza cronica, cioè uno stato di eccezione permanente, l’eccezione diventa la regola. Se il vero sovrano è chi può dichiarare lo stato di emergenza, chi è oggi il sovrano? Chi è in grado di creare le emergenze?
Le multinazionali non spendono un soldo per migliorare la propria immagine pubblica, poiché è ovvio che nessuno prenderebbe sul serio un tale sforzo. Le multinazionali invece spendono moltissimo per creare un’immagine del mondo funzionale ai loro interessi. A questo serve il lobbying, sia palese che occulto.
Il lobbying infatti invade e permea tutta la società e tutte le istituzioni: parlamentari, militari, di “intelligence”, di comunicazione e informazione, sino alle ONG per i diritti umani. Una manina alle velleità guerrafondaie di Total e Hollande è arrivata infatti anche da Amnesty International, che il 15 maggio ha pubblicato un rapporto sulle violazioni dei diritti umani in Mali. L’ONG denunciava le milizie islamiche presenti nel Nord del Paese, come il gruppo di Ansar Eddine, per le conversioni forzate all’Islam ed il reclutamento di bambini-soldato. L’ONG Amnesty International è sovvenzionata dalla rete Open Society Foundations del finanziere George Soros. [2]
Anche la rivista “Jeune Afrique” ha dato il suo contributo, riportando la notizia secondo cui vi sarebbero state manifestazioni violente a Gao, nel Nord del Mali, contro i divieti imposti dalle milizie islamiche sul fumo per strada e sul guardare la TV. Niente di meglio per consentire ad Hollande di presentarsi come un liberatore.
Le bustarelle riguardano l’infanzia della corruzione, mentre la modernità è costituita dal più che legale “revolving door”, che può consentire a parlamentari, giornalisti, militari ed agenti segreti di pensionarsi per andare ad occupare posti nelle multinazionali, oppure di piazzarvi loro parenti; come è capitato, ad esempio, al figlio dell’ex governatore della Campania, Bassolino, oggi dirigente della banca svizzera UBS.
Un’opinione pubblica che non potrebbe mai credere alla bontà delle intenzioni della Total o della Chevron, o di Jp Morgan e di Goldman Sachs, potrà invece attribuire credito alle varie emergenze: lo spread nell’Unione Europea, la questione dei diritti umani e dei massacri in Siria, la minaccia dell’integralismo islamico in Mali e Somalia, o alle stragi di cristiani da parte di musulmani in Nigeria. L’estensione del denaro elettronico conferirebbe un potere assoluto alle multinazionali bancarie, ed ecco sorgere un’emergenza-evasione fiscale che riesce a far passare il denaro elettronico addirittura come una misura di “sinistra”.
L’India è sempre più coinvolta in un aspro contenzioso con la multinazionale agricola Monsanto, responsabile di migliaia di suicidi fra i contadini indiani; ed ora, casualmente, la stessa India si trova descritta dai media mondiali come un covo di violentatori. All’ordine del giorno non ci sono i crimini di Monsanto, ma l’emergenza-stupri in India. [3]
Per le multinazionali si tratta di replicare il modello Congo, sia il Congo Kinshasa che il Congo Brazzaville, in cui non esiste più per la colonizzazione un problema di controparti locali con cui misurarsi. In molti Paesi africani oggi le multinazionali non sono più semplicemente uno Stato nello Stato, ma costituiscono lo Stato vero e proprio, dato che le istituzioni locali sono dissolte dalla guerra civile permanente. Ed è questo il tipo di posizione di dominio assoluto che la Total può vantare sia nell’ex Congo belga che nell’ex (?) Congo francese. [4]
Ovviamente anche una partita truccata come il colonialismo non è ogni volta una passeggiata, dato che c’è pur sempre la competizione fra colonialisti, con gli annessi colpi bassi e pugnali nella schiena. Il povero Hollande si è infatti auto-condannato ad una figuraccia con il suo blitz in Somalia allorché ha accettato la “collaborazione dell’alleato” Obama. [5]
Ormai il conflitto in Mali coinvolge direttamente anche l’Italia, che per il momento fornirà solo “supporto logistico” alle truppe francesi, salvo poi farsi invischiare maggiormente in futuro; quindi anche il nostro Paese si candida a prendere bidoni dai cari “alleati”. [6]
1) http://www.mbendi.com/indy/oilg/af/ml/p0005.htm
2) http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.opensocietyfoundations.org/about/programs/us-programs/grantees/amnesty-international-usa&prev=/search%3Fq%3Damnesty%2Binternational%2Bopen%2Bsociety%2Bfoundation%26hl%3Dit%26tbo%3Dd%26biw%3D960%26bih%3D493&sa=X&ei=Le32UM6zAciZtQaX2YCYBQ&sqi=2&ved=0CG4Q7gEwCA
3) http://www.ilfattoalimentare.it/monsanto-india-ogm.html
4) http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.total.com/en/our-energies/oil/exploration-and-production/projects-and-achievements/moho-bilondo-940856.html&prev=/search%3Fq%3Dcongo%2Btotal%26hl%3Dit%26tbo%3Dd%26biw%3D960%26bih%3D493&sa=X&ei=IkP0ULGoBqeL4ASjxYCQBQ&ved=0CDQQ7gEwAA
http://www.atlasweb.it/2012/01/25/r-d-congo-petrolio-alla-francese-total-i-diritti-d%E2%80%99esplorazione-del-lago-albert-579.html
5) http://www.ilpost.it/2013/01/14/il-fallimento-francese-in-somalia/
6) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-01-16/mali-italia-fornira-supporto-184326.shtml?uuid=AbGi52KH
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-01-16/guerra-mali-102207.shtml?uuid=AbF8tqKH

Fonte

I FANTASMI DEL CAPITALE

 

Arundhati Roy ha scritto il pluripremiato romanzo Il dio delle piccole cose. Roy e’ anche una giornalista e una militante. “I fantasmi del capitale” è un suo articolo molto lungo, ma vale la pena darci una occhiata per come viene descritto il business della povertà, come le multinazionali costituiscono fondazioni che si insinuano in organizzazioni non governative, istituzioni di beneficenza, volontariato, azioni umanitarie e soccorrevoli, mettendo in evidenza le funzioni di depistaggio, corruzione, anestetizzazione e intossicazione delle opposizioni sociali.

L’articolo in origine è apparso su OUTLOOK India

I FANTASMI DEL CAPITALE
di Arundhati Roy

da http://www.znetitaly.org
Pubblicato da Internazionale n. 943 del 12 aprile 2012

E’ un edificio o una casa? Un tempio della nuova India o un deposito dei suoi fantasmi? Sin da quando Antilla è arrivata ad Altamont Road a Mumbai, essudando mistero e una minaccia silenziosa, le cose non sono più state le stesse. “Eccoci qua” ha detto l’amico che mi ha portata lì, “Presenta i tuoi ossequi al nuovo Sovrano”.
Antilla appartiene all’uomo più ricco dell’India, Mukesh Ambani. Avevo letto di questa abitazione, la più costosa mai costruita, ventisette piani, tre piattaforme di atterraggio per elicotteri, nove ascensori, giardini pensili, sale da ballo, stanze climatiche, palestre, sei piani di parcheggi, e seicento addetti. Niente mi aveva preparata al prato verticale, una torreggiante parete d’erba che cresce su una vasta griglia metallica. L’erba aveva chiazze secche; parti erano cadute in rettangoli precisi. Chiaramente la ‘ricaduta dall’alto’ non ha funzionato.
Ma di sicuro ha funzionato lo ‘zampillo verso l’alto’. E’ per questo che in una nazione di 1,2 miliardi di abitanti, i 100 più ricchi dell’India possiedono un patrimonio equivalente a un quarto del PIL.
Le voci che corrono tra il popolo (e nel New York Times) sono, o almeno sono state, che dopotutto quello sforzo e quel giardinaggio, gli Ambani non vivono ad Antilla. Nessuno lo sa per certo. Si continua a sussurrare di fantasmi e malasorte, Vaastu e Feng Shui. Forse è tutta colpa di Carlo Marx. (Tutte quelle bestemmie). Il capitalismo, diceva, “ha evocato mezzi di produzione e di scambio così giganteschi è come il mago che non è più in grado di controllare i poteri dei mondi inferi che egli ha richiamato con i suoi incantesimi.”
I India i 300 milioni tra noi che appartengono alla nuova classe media delle “riforme” post-FMI – il mercato – vivono fianco a fianco con spiriti del mondo infero, i poltergeist dei fiumi morti, delle sorgenti secche, delle montagne spoglie e delle foreste denudate; i fantasmi dei 250.000 agricoltori perseguitati dai debiti che si sono suicidati e gli 800 milioni che sono stati impoveriti ed espropriati per far spazio a noi. E che sopravvivono con meno di 20 rupie al giorno [circa 30 centesimi di euro – n.d.t.].
Mukesh Ambani vale personalmente 20 miliardi di dollari. Detiene la maggioranza azionaria di controllo della Reliance Industries Limited (RIL), una società con una capitalizzazione di mercato di 47 miliardi di dollari e interessi imprenditoriali globali che includono la petrolchimica, il petrolio, i gas naturali, le fibre in poliestere, le Zone Economiche Speciali, il commercio al dettaglio di cibo fresco, le scuole superiori, la ricerca nelle scienze naturali e i servizi di conservazione delle cellule staminali. La RIL ha recentemente acquistato il 95% delle azioni della Infotel, un consorzio televisivo che controlla 27 canali televisivi giornalistici e di intrattenimento, compresi CNN-IBN, IBN Live, CNBC, IBN Lokmat ed ETV in quasi ogni lingua regionale. Infotel detiene l’unica licenza a livello nazionale per la banda larga a 4G, un “canale informativo” ad alta velocità che, se la tecnologia funzionerà, potrebbe essere il futuro dello scambio di informazioni. Il signor Ambani è proprietario anche di una squadra di cricket.
La RIL è una di un pugno di imprese che governano l’India. Alcune altre sono le Tatas, Jindals, Vedanta, Mittals, Infosys, Essar e l’altra Reliance (ADAG) di proprietà del fratello di Mukesh, Anil.
La loro corsa alla crescita si è rovesciata sull’Europa, l’Asia Centrale, l’Africa e l’America Latina. Le loro reti sono gettate su grandi spazi; sono visibili e invisibili, in superficie e sotterranee. Le Tatas, ad esempio, gestiscono più di 100 imprese in 80 paesi. Sono una delle più antiche e più vaste compagnie indiane nel settore energetico. Sono proprietarie di miniere, di giacimenti di gas, di impianti siderurgici, di reti telefoniche, televisive via cavo e a banda larga, e governano interi distretti. Producono auto e camion, possiedono la catena Taj Hotel, la Jaguar, la Land Rover, la Daewoo, la Tetley Tea, una società editrice, una catena di librerie, uno dei principali marchi di sale iodato e il gigante della cosmetica Lakme. Il loro motto pubblicitario potrebbe essere facilmente: Non Potete Vivere Senza di Noi.
In base alle regole del Vangelo dei Flussi Verso l’Alto, quanto più hai, tanto più puoi avere. L’era della Privatizzazione di Tutto ha reso l’economia indiana una delle più velocemente in crescita del mondo. Tuttavia, come ogni buona vecchia colonia, una delle sue principali esportazioni è quella dei suoi minerali. Le nuove mega-imprese indiane – Tatas, Jindals, Essar, Relianca, Sterlite – sono quelle che sono riuscite ad aprirsi a forza la strada fino al rubinetto che fa scorrere denaro estratto dalle profondità della terra. E’ il sogno diventato realtà di ogni uomo d’affari: poter vendere ciò che non si è costretti a comprare.
L’altra fonte principale di ricchezza imprenditoriale è costituita dalle terre. In tutto il mondo, governi locali deboli e corrotti hanno aiutato gli operatori di Wall Street, le industrie agroalimentari e i miliardari cinesi ad ammassare enormi estensioni di terreno. (Ovviamente ciò implica anche il dominio sull’acqua). In India la terra di milioni di persone viene acquistata e passata alle industrie private per “interesse pubblico”, per Zone Economiche Speciali, progetti infrastrutturali, dighe, autostrade, fabbriche di automobili, centri chimici e gare di Formula Uno. (La sacralità della proprietà privata non si applica mai ai poveri.) Come sempre, alle popolazioni locali viene promesso che il loro trasferimento dalle loro terre e l’espropriazione di tutto ciò che abbiano mai posseduto fa davvero parte della creazione di occupazione. Ma a questo punto sappiamo che il collegamento tra la crescita del PIL e i posti di lavoro è un mito. Dopo vent’anni di “crescita”, il 60 per cento della forza lavoro indiana lavora in proprio, il 90 per cento della forza lavoro indiana opera nel settore non sindacalizzato.
I movimenti popolari Post-Indipendenza, sino agli anni ’80, dai Naxaliti al Sampoorna Kranti di Jayaprakash Narayan, hanno combattuto per le riforme agrarie, per la redistribuzione della terra dai signori feudali ai contadini che ne erano privi. Oggi qualsiasi discorso di redistribuzione della terra o della ricchezza sarebbe considerato non solo non democratico, ma addirittura folle. Persino i movimenti più militanti sono stati ridotti a lottare per conservare quel poco di terra che la gente ha ancora. I milioni di senza terra, la maggioranza di essi Dalit e Adivasi, cacciati dai loro villaggi, residenti in baraccopoli e ghetti in piccoli paesi e in megalopoli non compaiono nemmeno nel dibattito radicale.
Con i Flussi Verso l’Alto che concentrano la ricchezza sulla punta di uno spillo scintillante su cui piroettano i miliardari, maree di denaro si abbattono sulle istituzioni della democrazia: i tribunali, il parlamento nonché i media, compromettendo gravemente la loro capacità di funzionare nel modo in cui dovrebbero. Più è rumoroso il carnevale che accompagna le elezioni, meno siamo sicuri che esista davvero la democrazia.  Leggi il resto dell’articolo

Kofi Annan: pelle nera, maschera bianca.

Ex segretario generale dell’ONU e Premio Nobel per la Pace.

di Thierry Meyssan

Sebbene il bilancio del lavoro di Kofi Annan quando è stato capo all’ONU ha mostrato di essere un vero successo in materia di amministrazione, gestione ed efficacia, le critiche sono numerose a livello politico. Come segretario generale, Kofi Annan si è dedicato ad adattare l’ONU al mondo unipolare e alla globalizzazione dell’egemonia statunitense. Mise in dubbio le basi ideologiche dell’ONU e privò  questa organizzazione della capacità di evitare e prevenire lo scoppio di conflitti. Nonostante questo, è precisamente Kofi Annan ad essere chiamato per risolvere la crisi siriana.

Kofi Annan, ex segretario generale dell’ONU e Premio Nobel per la Pace, è stato scelto come inviato speciale da Ban Ki- Mon e Nabil ElArabi per negoziare una soluzione pacifica alla crisi siriana. Conta per questo compito di un’eccezionale esperienza e un’immagine molto positiva, quindi tutti contenti della sua nomina.

Cosa rappresenta quest’alto funzionario internazionale? Chi lo ha portato fino alle più alte funzioni?Quali decisioni politiche ha preso e quali compromessi assume attualmente? La discrezione sembra essere l’unica risposta a tutte queste domande, come se l’incarico disimpegnato nel passato costituisse una prova di neutralità. Leggi il resto dell’articolo

Il posto della Siria nella guerra dell’acqua

Si parla sempre degli idrocarburi come motivo di guerra e poche volte si parla dell’acqua. Ad esempio in Libia le immense riserve acquifere che esistono nel sottosuolo e che furono sfruttate grazie al maggior progetto idraulico del mondo sono stati senza dubbio anche uno dei motivi per far cadere il governo di Gheddafi. Che, tra l’altro, aveva messo a disposizione in modo gratuito il suo utilizzo e proprio in un paese che è un deserto!!.

In Siria l’acqua gioca anche un importante ruolo principalmente per Israele che allo stesso modo della Giordania soffrono di un deficit sempre più importante (nel 2003 di quasi 300 milioni di metri cubici annui)

L’acqua è uno dei motivi dell’occupazione illegale del territorio siriano nel Golan dal 1967, dove esistono fonti del fiume Giordano, il più importante d’Israele.

La Siria possiede acqua e molta, attraverso questo paese passa l’Eufrate dopo aver percorso la Turchia e prima di sfociare in Iraq. Precisamente un altro dei principali attori dell’attuale assedio in Siria è la Turchia che possiede la parte più consistente dei gruppi armati che hanno la pretesa di far cadere il governo siriano ed è una delle principali vie attraverso la quale entrano la maggior parte di armi destinate a perpetuare le atrocità dentro il paese siriano.

Alla Turchia non manca l’acqua, dato che l’attraversa il Tigre e l’Eufrate, ma ne vogliono ancora. Il loro progetto GAP, per controllare le acque dell’Eufrate attraverso 22 punti si scontra direttamente con gli interessi siriani che, nel caso di andare in porto tale progetto, riceverà solo un terzo dell’acqua che attualmente riceve. Questo flusso è già considerevolmente ridotto di 800m cubici al secondo che arriva in Turchia a 500 m cubici quando arriva in Siria cosa che è motivo di tensioni come è logico.

Quindi la questione dell’acqua è protagonista in Siria quanto lo è stata in Libia ed è molto probabile che non sia un problema estraneo alla Francia considerato che possiede le principali multinazionali mondiali dell’acqua e quindi sia direttamente coinvolta.

L’Osservatorio siriano sui diritti dell’uomo, l’OSDH, gioca un ruolo simile a quello del Centro di Damasco per i diritti umani e di fatto fanno campagne in comune e dichiarazioni congiunte. E’ curioso osservare che l’OSDH non possiede nessuna pagina web nonostante appaiano dichiarazioni di quest’istituzione congiuntamente al Centro di Damasco finanziato dagli USA.

Foto: Rappresentanti dei gruppi di opposizione siriana dopo una riunione con il Segretario degli Affari Esteri britannico, Wiliam Hague, novembre 2011

Se ricordiamo che Radwan Ziadeh, il direttore del Centro di Damasco forma parte del principale think tank del governo britannico (The Royal Institute of International Affairs, RIIA) o il Chathman house che controlla la politica estera della G.B, non c’è da meravigliarsi che i dirigenti dell’Osservatorio Siriano abbiano stretti vincoli con il governo Britannico.

Secondo Tony Cartalucci del CounterPsyOps : “E’ chiaro che l’Osservatorio siriano con sede a Londra riceve tutte le notizie, dossier via telefonica e video da YT dalla Siria e che sta lavorando in modo coordinato con il Ministero delle Relazioni Estere Britannico”.

Il ministro degli Esteri britannico, Hague, ha agito allo stesso modo con i dirigente dell’opposizione libica a Londra giocando un ruolo centrale nella promozione dell’attacco della NATO a quel paese.

La collaborazione tra i direttori delle associazioni “difensore dei diritti umani” in Siria, Rami Abdelrahman e Radwan Ziadeh, con il beneplacito del governo britannico, rappresenta la ripetizione della campagna genocida perpetuata dalla NATO in Libia.

Ma se non fosse sufficientemente chiaro, posteriormente all’”intervento umanitario” in Libia si è scelto come “primo ministro” del nuovo governo libico un uomo appartenente alla multinazionale BP (la terza compagnia mondiale dopo che ha assorbito l’Atlantic e Amoco), seguendo il modello afgano dove un vecchio membro della multinazionale petrolifera USA, Unocal, coinvolta nella costruzione dell’autostrada energetica trans- afgana, Karzai fu eletto come presidente del paese nel quale ancora “regna”.

Rami Abdel Rahman, oltre ad essere un oppositore del governo siriano è vincolato alla Fratellanza Musulmana in Siria, gruppo di opposizione islamica sunnita contro il governo i cui leader si trovano anch’essi a Londra.

Tony Cartalucci conclude dicendo che : “L’Osservatorio suii diritti umani siriano serve come  fonte esclusiva di “documenti” provenienti dalla Siria, nonostante  abbia la sua base a Londra. Ci sono prove che le ONG con le quali lavora in tandem siano finanziate dagli USA, ma lo stesso Osservatorio si nega a pubblicare la fonte del denaro che usa(cioè i finanziamenti che riceve) o l’origine che forma la base della sua struttura.

Fonte: Boletin Armas contro la guerra

Traduzione: FreeYourMind!

Chi controlla le associazioni dei diritti umani siriani?

Queste associazioni dei diritti umani che forniscono la “informazione” sono fondamentalmente due: l’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo (OSDH) e il Centro per lo studio sui diritti umani di Damasco.

E’ importante andare alla radice ed esaminare cosa sono queste associazioni e chi sono i loro dirigenti.

Il centro per lo studio dei diritti umani a Damasco (Damascus  Center for Human Rights Studies) è guidato dal Dr Radwan Ziadeh.

 

Dr. Radwan Ziadeh

Contrariamente di quanto la sua faccia di subnormale  suggerisce, è tutto un cervello come si capirà.

A parte di essere il fondatore e direttore del Centro di Damasco per gli studi dei diritti umani in Siria, ha ed ha avuto importanti incarichi in istituzioni nordamericane.

-E’ confodatore e direttore esecutivo del centro siriano di studi politici e strategici (Syrian Center For Political and Strategic Studies) di Washington.

-E’ membro dell’Associazione di studi del Medio Oriente (Middle East Studies Association MESA) e del Carr Center for Human Rights dell’Università di Harvard.

-E’ capo della redazione di “giustizia di transizione nel progetto del mondo arabo”.

-E’ stato capo redattore di Tyaratmagazine nel 2001-220 e segretario dell’organizzazione siriana per la trasparenza-

-E’ stato ricercatore nel progetto Siria 2025 del Programma dell’ONU per lo sviluppo

-E’ nella giunta di direttori del Centro per lo studio dell’Islam e la democrazia (CSID) a Washington, DC.

-E’ membro del Gruppo Assessore per l’Istituto della Democrazia e Assistenza elettorale (IDEA) a Stoccolma, Svezia.

-E’ membro della Giunta Consultiva per l’Iniziativa Mondiale Islamica USIP per il programma di “Riforma e sicurezza nel mondo musulmano”.

-E’ membro dell’Associazione Americana di scienze politiche internazionali (APSA)

-E’ membro dell’Associazione Internazionale di scienze politiche (IPSA) e

-E’ membro dell’Associazione di studi internazionali (ISA).

-E’ membro dell’Istituto di studi strategici (IISS) di Londra,

Nella foto aggiunta puoi vederlo partecipando in riunioni del Reale Istituto di affari internazionali RIIA, più noto come Chatham House che è l’edificio dove ha sede a Londra.

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La guerra umanitaria della NED e la FIDH in Siria.

La NED (National Endowment for Democracy) è un’organizzazione che si presenta come un’ONG ufficialmente dedicata alla “crescita e il rafforzamento delle istituzioni democratiche in tutto il mondo”. Ma in realtà riceve il 95% dei fondi dal Congresso degli Stati Uniti. Creata dall’amministrazione Reagan nel 1982.
La natura della NED ha portato molti intellettuali contemporanei e ricercatori a descriverla come un organismo che permette ai servizi segreti degli USA abbattere i regimi che non piacciono al Dipartimento di Stato.
Questa descrizione fu sostenuta dalla testimonianza di Oliviet Guilmain, ricercatore del CECE (Cento per lo studio comparativo delle elezioni) durante una sessione informativa nel Senato francese sui finanziamenti del processo elettorale. Si sa che la NED appoggia finanziariamente i partiti dell’opposizione in numerosi paesi e offre aiuto speciale a esiliati e oppositori dei regimi segnalati dal Dipartimento di Stato USA.
In Siria, la principale organizzazione della NED è il Centro degli Studi dei Diritti Umani di Damasco.

E’ anche socia della Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH), che ha ricevuto 140.000 dollari dopo la riunione a dicembre del 2009 tra Carl Gershman e organizzazioni francesi per i diritti umani. Il contatto francese della NED  è stato Francois Zimeray, ambasciatore per i Diritti Umani dell’ex primo ministro degli Esteri Bernard Kouchner. In tale riunione erano presenti: il Comitato Cattolico contro la Fame e per lo Sviluppo (CCFD), la sezione africana dell’AEDH (insieme ai Diritti Umani), Reporter senza Frontiere, SOS Razzismo e la FIDH.

La FIDH è quindi un socio ufficiale della NED, come si dimostra anche per il suo appoggio ai discorsi formulati dall’ex segretario generale della Lega Araba per i Diritti Umani– legata a sua volta alla FIDH- contro il governo di Muammar Gheddafi. Queste dichiarazioni, appoggiate anche dall’ONG “Un Watch”, furono il detonante dei procedimenti diplomatici contro la Jamahiriya Arabe Libica.

 

 

In Siria, il Dr Radwan Ziadeh è il direttore del Centro degli Studi dei Diritti Umani di Damasco. La sua imponente biografia lascia ben chiaro il suo compromesso a favore della politica estera degli USA in Medio Oriente. E’, quindi, un membro dell’Associazione degli Studi sul Medio Oriente (MESA) e direttore del Centro Siriano degli Studi Politici e Strategici a Washington. Fu presente insieme a Aly Abuzakuuk- uno dei rappresentanti della NED in Libia- nella Tavola Rotonda dei Premi alla Democrazia, dati dalla NED a “attivisti per i diritti umani”.

D’altra parte c’è una grande similitudine tra il processo della guerra umanitaria in Libia e quello che si sta preparando in Siria. Ad esempio, “Un Watch”, organizzazione che coordina le operazioni della NED e della FIDH a Ginevra, ha già lanciato varie petizioni contro il regime di Bachar Al-Assad. Queste petizioni contro la Siria si basano sulle stesse accuse di massacro come quelle presentate dall’ex segretario della Lega Dei Diritti Umani della Libia, Sliman Bouchuiguir, nel Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU contro la Libia.

Per questo è urgente denunciare questi procedimenti, tanto quanto più la recente storia ci mostra queste accuse non si sono verificate nel caso della Libia perché non fondate su prove solide, contrariamente alle affermazioni della Corte Penale Internazionale.

 

Fonte: dmodusoperandi

Traduzione: FreeYourMind!

 

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