L’IMPERIALISMO TRANSGENICO DI GEORGE SOROS E BILL GATES

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L’assegnazione del premio Tiziano Terzani al finanziere George Soros possiede una sua intrinseca logica, dato che l’attività giornalistica di Terzani ha rappresentato un fattore di notevole confusione negli anni ’70 e ’80. Può essere indicativo ricordare come Terzani dichiarasse, con la massima disinvoltura, il modo in cui si era costruito un’intera teoria circa i presunti moventi utopistici dei massacri commessi dal regime di Pol Pot in Cambogia; una teoria poi affermatasi come luogo comune inattaccabile. Terzani avrebbe ottenuto questo risultato sulla base di una singola frase all’interno di una breve intervista rilasciatagli dal ministro degli Esteri del governo cambogiano dell’epoca.
In realtà è cosa sin troppo comune confondere le acque sparando frasi ad effetto e slogan idealistici per nascondere motivazioni opportunistiche, meschine o addirittura abiette. Ne sa qualcosa proprio il “filantropo” Soros, il quale ha contribuito anche lui a creare confusione scrivendo un libro sulla crisi, con una particolare attenzione alla questione europea. Soros ha palesato nel libro le sue superiori doti intellettuali, esibendosi in intuizioni fulminanti e originali, come quella secondo cui il progetto monetario dell’euro presentava contraddizioni sin dall’inizio. Certo, chi ci avrebbe mai pensato.
Ma l’ingegnosità di Soros è andata ben oltre. A chi gli contestava le sue responsabilità nell’attacco speculativo alla lira nel 1992, Soros ha risposto che: «La crisi non è degli speculatori, ma sono le norme dei governi a rendere possibili gli speculatori come messaggeri di cattive notizie». Quindi la speculazione finanziaria potrebbe rientrare tra i lavori socialmente utili.
Su “Il Fatto Quotidiano” del 13 maggio, in soccorso delle tesi di Soros è arrivato addirittura l’economista di “opposizione” Alberto Bagnai, a ribadire le esclusive responsabilità della politica nella sopravvalutazione della lira che rese possibile la speculazione del ’92. La sortita di Bagnai appare però eccessivamente ingenua e imprudente nel momento in cui, nell’attuale governo italiano, si riscontra la presenza di una lobbista dello stesso Soros, cioè la ministra degli Esteri Emma Bonino.
Soros però non si è mai accontentato di agire soltanto attraverso il lobbying, ed ha assunto spesso un ruolo politico diretto. Non c’è neppure bisogno di ipotesi di complotto, dato che le operazioni politiche di Soros sono del tutto manifeste, persino ostentate. Nel 1997 Soros, con la sua Open Society Foundation, era in prima linea nella destabilizzazione della Serbia. Le fondazioni private costituiscono uno strumento di penetrazione imperialistica di tipo nuovo e sofisticato, in grado di distruggere le società attraverso il colonialismo di una pseudo-beneficenza che è, in realtà, un veicolo di corruzione e di affarismo. L’impegno di Soros per portare la “democrazia” in Serbia, fu propagandato con entusiastici toni celebrativi in un articolo de “La Repubblica” dell’epoca, dal titolo esplosivo: “I miliardi di Soros sostengono la rivolta”.
L’anno dopo Soros, insieme con la Bonino, era a Dakar per sostenere lafondazione della Corte penale per i crimini di guerra, che avrebbe avuto poi sede all’Aja, in modo da creare nella pubblica opinione un’opportuna confusione con l’altro Tribunale, quello dell’ONU, situato nella stessa città. Quindi Soros, mentre destabilizzava, la Serbia, già si preoccupava di istituire il tribunale con cui avrebbe fatto processare e condannare i leader serbi da lui abbattuti. Un uomo previdente.
Questa corte penale è uno strumento della NATO, ma a scanso di pericoli, il Paese che commette più crimini di guerra, cioè gli USA, non la riconoscono, in modo da non rischiare di essere continuamente denunciato presso di essa. Nelle sedi NATO Soros è regolarmente accolto con gli onori di un capo di Stato, anzi, molto meglio di tanti capi di Stato. Soros può permettersi di andare alla NATO a discutere e pianificare sulle sorti non solo dell’Europa dell’Est, ma del mondo intero, dato che la sua fondazione agisce e mesta dappertutto, anche se con gradi diversi di influenza. Non vi è nulla di segreto a riguardo, poichè è lo stesso sito della NATO ad informarci dettagliatamente sul ruolo atlantico di Soros, definito il “benefattore”.
Durante la manifestazione di Dakar del ’98 pro Corte penale internazionale, Emma Bonino fece appello anche al miliardario Bill Gates per ottenere il suo appoggio nell’iniziativa. Le cronache successive non permettono di stabilire con certezza se questo appoggio vi sia stato, però vi è certamente un campo in cui la collaborazione fra Soros, Gates e la Bonino va a pienissimo regime, e cioè gli OGM. Se la Bonino è una semplice lobbista (almeno per ciò che ne sappiamo), Soros e Gates sono invece fra i principali azionisti della Monsanto, la più tentacolare e aggressiva delle multinazionali del transgenico. La Bill & Melinda Gates Foundation – la più grande fondazione privata del mondo – non è soltanto l’istituzione che maggiormente spinge per l’adozione del geneticamente modificato in agricoltura, ma si è fatta notare anche per i suoi massicci acquisti di azioni Monsanto. I legami finanziari tra Gates e la Monsanto hanno messo in evidenza un clamoroso conflitto di interessi, segnalato anche dal quotidiano britannico “The Guardian”.
Neppure i continui acquisti di azioni Monsanto da parte di Soros costituiscono un mistero, anzi, le notizie si possono trovare tranquillamente nei notiziari finanziari. Le due principali fondazioni private del mondo agiscono quindi come una falange compatta, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello finanziario.
Con il passare del tempo, il prestigio scientifico e tecnologico degli OGM tende sempre più a decadere, mentre si rivela il loro carattere meramente truffaldino. Infatti gli OGM spesso non rappresentano vere innovazioni tecnologiche, ma solo espedienti per realizzare dei brevetti che permettano di monopolizzare determinate sementi. Ovviamente tutto questo non potrebbe avvenire senza la complicità e la corruzione delle autorità preposte al controllo dell’agricoltura. In Europa il lobbying OGM è in piena attività, e l’aver inserito la Bonino nel governo italiano è certamente un punto a suo favore. Viste le protezioni internazionali di cui beneficia la Bonino, non ci sarebbe da sorprendersi se di qui a poco ce la ritrovassimo davvero alla Presidenza della Repubblica. A sostegno della reputazione di progressista di Soros, molti ricordano il suo impegno per la legalizzazione della marijuana. Soros è effettivamente il maggior finanziatore delle associazioni impegnate a chiedere la legalizzazione della cannabis.
Questo interesse di Soros per la legalizzazione della marijuana potrebbe però essere spiegato considerando il business che costituirebbe il monopolio di una cannabis geneticamente modificata, e quindi brevettata. In base alle informazioni fornite dagli inquirenti, questo tipo di cannabis già esiste. Lo scorso anno il quotidiano “Il Sole – 24 ore” dava la notizia di unmega-sequestro di marijuana OGM proveniente dall’Albania.
Del tutto casualmente, l’Albania è sotto la tutela della “Open Society Foundation” di Soros, che si adopera anche per far ammettere questo Paese nell’Unione Europea.

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“L’ARTE DELLA GUERRA” Vedi Napoli e poi muori

DSC_0168Di Manlio Dinucci

Mentre a Napoli chiudono sempre più aziende, ce n’è una che va a gonfie vele tanto che ha aperto una nuova, lussuosa sede. È la Nato, il cui Comando interforze (Jfc Naples) si è trasferito il 13 dicembre da Bagnoli a Lago Patria. Il nuovo quartier generale ha una superficie coperta di 85mila metri quadri, circondata da un’area recintata ancora più vasta, già predisposta per future espansioni.

Vi lavorano 2100 militari e 350 civili che, con le famiglie, costituiscono una comunità di oltre 5mila persone. La costruzione è costata ufficialmente 165 milioni di euro, cui si aggiunge una cifra non quantificata per le dotazioni (600 km d cavi, 2mila computer, antenne satellitari) e le infrastrutture. L’Italia partecipa alla spesa complessiva, stimabile in circa 200 milioni di euro, sia con la quota parte del costo di costruzione, sia con il «fondo per le aree sottoutilizzate» e con uno erogato dalla Provincia, per un ammontare stimato in circa 25 milioni. Tutto denaro pubblico, che va ad aggiungersi al budget militare.

Speso però bene, secondo le autorità italiane. Nella cerimonia a Bagnoli, il presidente della regione Stefano Caldoro (Psi/Pdl) ha esaltato «l’importanza del Comando nel Mezzogiorno», la cui presenza è «al servizio della sicurezza e della pace nel mondo». Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris (Movimento arancione), dopo aver sottolineato «lo storico legame di Napoli con questa base», ha dichiarato: «Siamo orgogliosi di aver conosciuto tante forze armate diverse» che, trasferendosi nella nuova sede, resteranno a Napoli, una città con «una posizione strategica rilevante nei piani per il mantenimento della pace nel mondo», una città che «con gli occhi guarda verso Bruxelles (sede centrale della Nato), ma con il cuore guarda a Sud, al Medio Oriente dove stati autonomi e indipendenti ci si augura possano vivere in serenità». Parole altamente apprezzate dall’ammiraglio statunitense Bruce Clingan, comandante del Jfc Naples, che ha regalato a Caldoro la chiave simbolica della base e a De Magistris la bandiera del Jfc Naples.

Nessuno meglio di lui può apprezzare la posizione strategica di Napoli, esemplificata dal fatto che egli è, allo stesso tempo, comandante delle Forze navali Usa in Europa, comandante delle Forze navali Usa per l’Africa, comandante delle Forze congiunte alleate. I tre comandi di Napoli, sempre agli ordini di un ammiraglio statunitense scelto dal segretario alla difesa con l’autorizzazione del presidente, hanno un’«area di responsabilità» complessiva che abbraccia l’Europa, l’intera Russia e l’Africa.

La guerra alla Libia, l’anno scorso, fu diretta dal Pentagono prima attraverso l’Africa Command, quindi il Jfc Naples, appoggiati dalle forze navali Usa in Europa. Sempre da Napoli vengono condotte le attuali operazioni militari in Nordafrica e in altre parti del continente e quelle di accerchiamento e disgregazione della Siria.

Poiché le operazioni belliche si intenficano in base al «nuovo concetto strategico», spiega l’ammiraglio Clingan, occorreva una sede adeguata a «un quartier generale di combattimento della guerra», costantemente operativo. A Napoli, che – assicura De Magistris – ha «una posizione strategica rilevante nei piani per il mantenimento della pace nel mondo».

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L’IPOTECA MILITARE SUL BILANCIO DELLO STATO ED IL PROTETTORATO DELLA NATO SULL’ITALIA

A dare retta ai telegiornali ed ai quotidiani, sembrerebbe che la gara fra Bersani e Renzi sia storicamente più decisiva dello scontro fra Cesare e Pompeo. Quanto poi una maggioranza parlamentare o l’altra siano in grado di cambiare realmente qualcosa, lo si è potuto accertare nei giorni scorsi, quando il generale De Bertolis ha tranquillamente ammesso di aver dato numeri falsi alla Camera a proposito del costo dei caccia F-35. Rispetto agli ottanta milioni di euro ad aereo che erano stati annunciati, già si prospetta un “ritocco” a centoventisette milioni cadauno, anche se il generale promette che dopo il cinquantacinquesimo esemplare i costi scenderanno a sessanta milioni. Un affare. [1]

Il parlamento ha finto ancora una volta di crederci. Si potrebbe giustamente osservare che in materia di spese militari il parlamento si è sempre lasciato prendere in giro senza protestare, e che basi militari USA e NATO sono sorte senza neppure avvertire lo stesso parlamento. Tutto vero, ma ciò non toglie che la vicenda degli F-35 rappresenti quello che negli anni ’70, con reminiscenze hegeliane, si soleva chiamare un “salto di qualità”.
Negli stessi giorni in cui Bersani va predicando che bisogna far tutto rispettando i famosi “saldi”, fa comunque un po’ di impressione sapere che il bilancio dello Stato ha al suo interno una sorta di buco nero istituzionalizzato, vincolato a sua volta a quel feticcio indiscutibile costituito dagli “obblighi NATO”. Nessuno è oggi in grado di dire quanto costeranno effettivamente gli F-35 e ciò, di conseguenza, rende ogni Legge di Stabilità finanziaria una mera finzione. Finché il pareggio di bilancio non era stato recepito come principio costituzionale, il lievitare incontrollabile delle spese militari poteva essere inquadrato nell’andazzo generale, ma adesso assume il tono di un macabro sberleffo.
Ma, a quanto pare, di sberleffi ce ne sono anche per ciò che riguarda l’aspetto industriale della faccenda. Al progetto FACO per l’assemblaggio degli F-35, con stabilimento a Cameri in provincia di Novara, partecipano aziende di vari Paesi “alleati” degli USA, tra cui anche Finmeccanica, il cui titolo azionario nei mesi scorsi era lievitato in vista di questa orgia di appalti. Nel novembre del 2010 il sottosegretario alla Difesa, Crosetto, era andato negli USA a fare il duro nel negoziato per la distribuzione degli appalti, peraltro senza ricevere risposte né dal sottosegretario americano alla Difesa, Carter, né dai funzionari della multinazionale Lockheed Martin, che è la vera proprietaria del progetto per gli F-35. Proprio pochi mesi fa, Carter ha fatto sapere che per la distribuzione degli appalti se la vedrà direttamente la dirigenza Lockheed Martin, quindi per gli altri rimarrebbero solo le briciole. [2]
Finmeccanica inoltre è appena finita sotto inchiesta giudiziaria per corruzione internazionale, perciò i suoi margini di manovra nel negoziato con Lockheed Martin si sono ridotti a meno di zero. La tempestività di queste inchieste giudiziarie, sempre funzionali ad interessi di marca USA, potrebbe lasciare perplesso anche chi non dubita affatto che, quanto a delinquenza, i dirigenti di Finmeccanica non abbiano nulla da invidiare neppure a Sallusti. Nessun magistrato è in grado di farsi da sé le indagini, perciò in definitiva egli dipende da ciò che gli viene fatto arrivare sul tavolo; e questa realtà, da sola, senza neppure il bisogno di ulteriori sospetti, dovrebbe essere sufficiente a smontare del tutto il mito della magistratura.
L’ipoteca militare sul bilancio dello Stato è diventata una tutela militare sullo Stato. E in Italia dire “militare”, è come dire NATO. Che l’Italia sia ormai un protettorato della NATO viene solennemente annunciato persino dal sito dell’Esercito. Una notizia del 20 ottobre scorso, rilanciata dalla ADN-Kronos, ci mette a conoscenza della conclusione di un’esercitazione effettuata in Sicilia:
“Presso la base addestrativa di Piazza Armerina (Enna), si è conclusa l’esercitazione ”Eagle’s Beak 2012” che ha visto impegnati il Comando della Brigata meccanizzata ”Aosta” e i reparti dipendenti. Scopo dell’esercitazione, spiega l’Esercito sul suo sito, è stato quello di ”addestrare all’applicazione delle procedure Nato e nazionali lo Stato Maggiore e i quadri delle unità, sia dipendenti sia in concorso, che costituiranno il ”capability basket” della Jrrf, Joint Rapid Response Force della Nato nel primo semestre 2013”. Il pacchetto di capacità Jrrf è costituito da ”un bacino di unità interforze ad alta e altissima prontezza operativa, posto alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa, da cui attingere per garantire una risposta rapida alle esigenze di sicurezza nazionale e internazionale, il cui addestramento è incentrato sulla capacità di operare in ambiente interforze (‘joint’) caratterizzato da possibili episodi di combattimento ad alta intensità”. [3]
A parte la solita spacconeria del gergo militare, risulta chiaro che questo Jrrf rappresenta un “pacchetto” di forze militari straniere che potrebbero intervenire in Italia in qualsiasi momento e con qualsiasi pretesto; per di più alle dipendenze dirette dello Stato Maggiore. Intanto la Sicilia è diventata a tutti gli effetti un poligono militare, e ciò spiega come mai l’aeroporto civile di Fontanarossa venga continuamente chiuso con i più vari pretesti, ed anche perché l’aeroporto civile costruito nella ex (ex?) base NATO di Comiso non riesca ancora a partire. [4]
Stando così le cose, cambiare il Presidente del Consiglio non servirà a molto.*

[1] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-10-15/costeranno-previsto-milioni-dollari-175638.shtml?uuid=AbhTBPtG&fromSearch
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/16/supercaccia-parlamento-ingannato-vero-di-paola-si-dimette-falso/383702/
[2] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.defensenews.com/article/20100201/DEFFEAT04/2010331/Italy-Threatens-Halt-JSF-Plant-Work&prev=/search%3Fq%3Dlockheed%2Bfaco%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=1cWHUO7HI83ItAbcpoCYCg&ved=0CDEQ7gEwAQ
http://translate.googleusercontent.com/translate_c?depth=1&hl=it&prev=/search%3Fq%3Dlockheed%2Bfaco%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&rurl=translate.google.it&sl=en&u=http://blogs.ottawacitizen.com/2012/07/23/lockheed-martin-not-u-s-will-decide-which-country-does-what-on-f-35/&usg=ALkJrhjh8z2gkTm_UcSS6z6B0AoXCfE3nA
[3] http://palermo.repubblica.it/dettaglio-news/08:08/4243193
[4] http://www.corrierediragusa.it/articoli/economia/catania/19232-chiude-fontanarossa-ipotesi-sigonella-riggio-a-comiso-non-si-vola-politici-tutti-a-casa.htm

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MONTI CI VUOLE TUTTI DISOCCUPATI, MA CON LA CARTA DI CREDITO

La scorsa settimana si è registrato un ritorno in grande stile dello spettro dello “scontro di civiltà”, che sarebbe stato evocato dalla questione di un filmetto insignificante, di cui per un anno non era fregato niente a nessuno. Lo spettro agitato dai media ha consentito di aggirare quelle che erano le vere anomalie da spiegare, e cioè come mai l’ambasciatore statunitense risiedesse a Bengasi e non nella capitale ufficiale della Libia. Ritorna quindi la questione rimasta in sospeso un anno fa, quella famosa “presa di Tripoli” sulla quale non esiste ancora una versione attendibile. Che la Libia occidentale sia in realtà rimasta fuori del pieno controllo della NATO, ormai è più di un sospetto; ed il controllo della NATO pare vacillare persino in Cirenaica, tanto è vero che sono in arrivo i marines.
Se si considera la propaganda ufficiale come un fenomeno unico, con schemi ricorrenti, ci si accorge che il diversivo-distrazione costituisce una delle costanti riscontrabili in ogni tipo di questione. Ma la costante principale, quella che rende credibile ogni diversivo ed ogni piroetta nell’individuare il nemico dell’umanità di turno, è sempre l’odio razziale. Il bersaglio può essere, di volta in volta, costituito dai “dittatori” laici come Saddam Hussein, Gheddafi e Assad, oppure dall’integralismo islamico, ma non cambia mai quel senso di supremazia morale e razziale che rappresenta l’indispensabile falsa coscienza del colonialismo. Si tratta di quel senso di supremazia morale e razziale che si riassume nello slogan di “Occidente”. Si tratta di uno slogan che riesce a commuovere anche chi si ritenga anticolonialista, perché è ormai consolidato il culto delle mitiche “libertà occidentali”; quelle che consentono di fare vignette contro Maometto, ma non di parlare in un telegiornale della presenza dei mercenari della NATO in Siria.
Lo schema propagandistico non muta neppure quando si tratta di individuare il nemico interno, cioè il lavoro. In questo caso è lo sfondo ideologico dell’odio di classe – un razzismo interno -, ad aver reso credibile un personaggio assurdo come Marchionne. Il sociologo Luciano Gallino ha avuto buon gioco a dimostrare che il rallentamento del mercato dell’auto non può spiegare il crollo della FIAT all’ultimo posto delle vendite. Oggi si è arrivati al punto di supplicare la Volkswagen di liberarci da Marchionne; ma il ruolo di deindustrializzatore dell’Italia e di sicario delle multinazionali americane svolto dallo stesso Marchionne, era già evidente due anni fa, eppure gli è stato sufficiente l’antioperaismo per poter giustificare tutto. Che il lavoratore in qualche modo abbia sempre torto, è una convinzione profonda, radicata anche in molti di coloro che sono convinti di stare dalla parte del lavoro, e ciò dà spazio ad ogni provocazione.
Un’altra notizia della scorsa settimana infatti ha riguardato gli strali lanciati da Mario Monti contro lo Statuto dei Lavoratori, una legge che sarebbe colpevole di aver sfavorito proprio coloro che voleva favorire, in quanto avrebbe scoraggiato le assunzioni. Ecco una bella esca per un dibattito “epocale”, di quelli capaci di tirare in ballo l’eterno conflitto tra i “valori” e la “dura realtà del Mercato”; infatti il segretario del PD, Bersani, si è affrettato a definire “epocale” lo Statuto dei Lavoratori, cosa che non gli ha impedito di affossarlo pochi mesi fa in parlamento. A scusante di Bersani però va anche detto che fare il finto partito di sinistra negli anni ’60 e ’70 era molto più facile, perchè c’erano le industrie e la classe operaia aveva un peso oggettivo, mentre un’Armata Rossa ancora in sella impediva alla NATO di inventarsi un’avventura militare ogni cinque minuti.
Monti ha respinto le accuse di essere a capo di un governo delle banche, ed ha parlato di “caccia alle streghe”, come se fosse una povera vittima dell’intolleranza e della superstizione. Sta di fatto però che nessuno è sinora riuscito a spiegare in che cosa le esili, e ormai residue, garanzie dello Statuto dei Lavoratori ostacolerebbero i famosi e fantomatici “investimenti”, mentre al contrario si fanno strada dati e notizie sull’interesse crescente del lobbying bancario nell’alimentare precarizzazione e disoccupazione.
Sul quotidiano britannico “The Indipendent” del 18 agosto scorso si pubblicavano alcuni dati ufficiali che dimostrano come precari e disoccupati siano divenuti bersaglio prioritario dell’offerta di servizi di carta credito. Una volta allettati con condizioni di vantaggio, i clienti si trovano poi a pagare interessi che superano il 18%. L’aumento della disoccupazione in Gran Bretagna non ha quindi diminuito la possibilità di acquisire una carta di credito, ma ha persino reso inevitabile per disoccupati l’accedere a questo “servizio”. Un’anomalia del tutto apparente, che si spiega con la possibilità di indebitarsi che queste “card” offrono. [1]
Mesi fa Mario Monti ci ha intrattenuto sulla “noia” costituita dal posto fisso, una condizione noiosa proprio perché non costringe a doversi necessariamente sottoporre ai patemi d’animo dell’indebitamento per sopravvivere. Nell’altro Paese all’avanguardia nella finanziarizzazione dei rapporti sociali e lavorativi, cioè gli Stati Uniti, le agenzie pubbliche per il controllo e l’assistenza alla disoccupazione sono infatti da tempo diventate esse stesse agenzie di collocamento per carte di credito e crescono anche gli spazi pubblicitari per questo tipo di “servizio”, di cui i disoccupati diventano fruitori praticamente obbligati. In California l’EDD (Employment Development Department) è in realtà un ente assistenziale per banchieri, ed infatti fa da sensale a Bank of America per piazzare carte di credito ai disoccupati. [2]
In tal modo i disoccupati vengono anche costretti pressoché esclusivamente all’uso di denaro elettronico; cosa che riempirà sicuramente di gioia Milena Gabanelli, poiché impedirà ai disoccupati di evadere il fisco. [3][1] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.independent.co.uk/money/loans-credit/unemployed-targeted-by-credit-card-firms-8057304.html&prev=/search%3Fq%3Dunemployed%2Bcards%26hl%3Dit%26rlz%3D1G1GGLQ_ITIT293%26biw%3D853%26bih%3D386%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=bA1WUKTsEYij4gSvkIHICg&ved=0CEwQ7gEwBQ
[2] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://edd.ca.gov/About_EDD/The_EDD_Debit_Card.htm&prev=/search%3Fq%3Dunemployed%2Bcards%26hl%3Dit%26rlz%3D1G1GGLQ_ITIT293%26biw%3D853%26bih%3D386%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=bA1WUKTsEYij4gSvkIHICg&ved=0CCUQ7gEwAA
[3] http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-de9c6b68-61b6-4940-a62f-6709534774fb.html?refresh_ceFonte

La guerra programmata contro l’Iran e l’attentato al generale che ha detto No!


Oggi, il generale Dempsey, Presidente del Joint Chiefs of Staff degli USA, l’uomo che era andato a Tel Aviv e informato Netanyahu che gli USA non volevano far parte delle sue macchinazioni contro l’Iran, è stato oggetto di un attentato in Afghanistan. Questa non è stata un’azione del terrorismo o dei taliban. E’ stato un “avvertimento” contro qualcuno che non ha baciato i piedi di Netanyahu. La sua risposta ha scatenato i killer, non un atto pubblico, ma lo stesso un dato di fatto, un militare statunitense lo sa molto bene. Netanyahu ha un problema di “arroganza”. I colpevoli, i “militanti”, sono riusciti a passare inosservati nell’area più sofisticatamente difesa sulla terra, il perimetro della Bagram Air Force Base. Fortunatamente per loro, hanno attaccato durante la notte, in un momento in cui i visori notturni di 5.ta generazione, i radar di terra e altri sistemi di rilevamento degli USA sono stati misteriosamente disattivati. I sistemi di rilevamento dei razzi, i dirigibili di preallarme con georadar ad apertura sintetica e la copertura continua degli UAV, che utilizzano il rilevamento a raggi infrarossi, 2 miliardi di dollari di tecnologia in questo solo perimetro, sono costati il velivolo del comandante militare statunitense e le ferite subite da due membri dell’equipaggio.
Dempsey aveva appena lasciato Tel Aviv, dove aveva detto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: “Non posso conoscere tutte le capacità [di Israele], ma penso che sia giusto dire che potrebbe ritardare, ma non distruggere il potenziale nucleare iraniano“. Dempsey poi ha detto ai giornalisti presenti: “Confrontando l’intelligence, discutendo delle implicazioni regionali, abbiamo ammesso che i nostri orologi girano a ritmi diversi, dobbiamo capire gli israeliani, vivono con il sospetto costante, con il quale non abbiamo a che fare.” Ci sono quelli vicini al Presidente Obama che non accettano apertamente l’attentato a Dempsey, con la pubblica ammissione della complicità dei taliban. Tali dichiarazioni, che certamente costeranno caro in rappresaglie degli Stati Uniti, si trovano spesso sui siti internet privi di una connessione credibile a qualsiasi fonte islamica. Per alcuni statunitensi, l’attentato sembra essere una rappresaglia contro Dempsey, che per coincidenza, citava nella sua valutazione su Israele, il suo “costante sospetto.”
Le agenzie di stampa hanno sepolto il fallito attentato, sapendo che Dempsey è odiato da Netanyahu e rispettato dai taliban come “sincero e corretto“. Netanyahu anela i giorni in cui il generale Myers svolgeva il lavoro di Dempsey, sotto Bush (43), entrambi viziati e narcisisti, dei pupazzi prevedibili, il foraggio ideale per le macchinazioni di Netanyahu. Solo due settimane fa, pieno di speranza presidenziale, Mitt Romney, tornato da un viaggio all’estero con 60 milioni di dollari raccolti in Israele e Gran Bretagna, mentre era accompagnato dal boss dei Casinò Sheldon Adelson, le cui organizzazioni criminali di Las Vegas e della Cina, sono da tempo ritenute essere al centro della criminalità organizzata di tutto il mondo. Il gioco d’azzardo, la droga, la prostituzione, il riciclaggio di denaro e ora la guerra, stanno cercando il proprio presidente, e la guerra contro l’Iran è l’unico problema che guida la campagna statunitense. Romney, come governatore dello stato era, se non altro, alla “sinistra” del presidente Obama. Leggi il resto dell’articolo

BERSANI PENSA SOLO COL PERMESSO DEL FMI

Pierluigi Bersani manifesta apparentemente una visione chiara del nemico da battere. Tutto ciò che lo contraria viene fatto rientrare nel contenitore del “populismo”, un’etichetta che gli consente di accomunare fenomeni come Grillo, Di Pietro, Ingroia o il Buffone di Arcore.
Nel Bersani-Pensiero, “populismo” è quindi tutto ciò contro cui è lecito, anzi doveroso, battersi. Angela Merkel sembra essere venuta in suo soccorso, poiché poche settimane fa anche la cancelliera tedesca aveva dato fiato ai timori di una possibile vittoria elettorale dei populismi in Europa. Questo però prima di convertirsi anche lei al “tremontismo”, cioè all’espediente retorico di rifarsi una verginità grazie alla denuncia generica dei mali del dominio della finanza, salvo poi continuare ad obbedire, punto per punto, ai dettami del Fondo Monetario Internazionale.
Potrebbe darsi infatti che Bersani e la Merkel, in fatto di esecrazione del populismo, abbiano avuto un ideologo in comune, in questo caso proprio il FMI. La categoria “populismo” è infatti quella che dagli anni ’80 serve ad individuare e screditare tutte le opposizioni alla politica del FMI in America Latina. Il populismo ha come termini contrari “pragmatismo” o “modernità”. L’opposizione proposta in questi termini non è affatto simmetrica, dato che non si capisce perché non possa esistere anche un populismo moderno e pragmatico; ma il senso propagandistico di questa opposizione di termini è invece evidente; vuole cioè suggerire che una politica economica seria non può che basarsi su provvedimenti impopolari. Almeno questo è ciò che ci assicurano gli ideologi del FMI sul sito della stessa organizzazione. [1]
Si comprende perciò il motivo per il quale Bersani ritiene lecito e doveroso opporsi al populismo, visto che la condanna viene da tanta autorità. E, visto che però una “opposizione” di bandiera al berlusconismo bisognava comunque fingerla, allora, per poterselo consentire, occorreva collocare pretestuosamente nel calderone del “populismo” anche un’esperienza di governo che si è distinta invece per assoluta obbedienza ai dettami del FMI. Del resto, sebbene oggi l’Europa sia trattata esattamente come l’America Latina degli anni ’80 e ’90, di importanti tentativi di opposizione politica al FMI non ve ne sono stati; tranne il fuoco di paglia di Orban in Ungheria, che però non ha trovato in Putin la sponda che sperava, dato che il leader russo se ne è andato, anche lui, a cercare il proprio spazio alla corte del FMI e del WTO. Intanto, in Europa ed in Italia c’è chi crede veramente che il problema sia il rigore deflazionistico della Germania, e magari aspetta e spera soccorso da Obama o dallo stesso FMI.
Quando Bersani è diventato segretario del Partito Democratico in molti hanno tirato un sospiro di sollievo. Che al posto di un ideologo fumoso e sradicato come Veltroni si insediasse un uomo legato agli affari delle Coop rosse, delle Municipalizzate del Nord-Italia o della Compagnia delle Opere, fu considerato persino un elemento rassicurante, poiché finalmente si aveva a che fare con qualcuno legato a interessi, magari loschi, ma comunque connessi al territorio italiano. Questa speranza che l’affarismo locale potesse costituire un contrappeso allo strapotere dell’affarismo delle multinazionali si basava sul vecchio schema delle “borghesie nazionali”; uno schema che però non tiene conto del fatto che il colonialismo determina un vero e proprio “sequestro di coscienza” nei confronti dei gruppi dirigenti locali.
Mettiamoci nei panni del giovane Bersani nell’Italia degli anni ’70, iscritto al PCI mentre questo partito attuava la sua riconciliazione con l’Occidente e con la NATO. Rampollo di un’umile famiglia di lavoratori, Bersani si iscriveva alla Facoltà di Filosofia, e non perché sia quella dove si studia meno, ma proprio per soddisfare la sua insaziabile sete di verità. Gli eventi storici però cospiravano per offrire luminosamente al giovane Bersani quella Verità che i suoi studi universitari gli rendevano invece sfuggente.
Nel 1976 il governo italiano contraeva il suo primo debito col FMI. Con una “lettera d’intenti” dell’allora ministro del Tesoro, Stammati, l’Italia chiedeva un prestito di durata determinata al FMI, ovviamente offrendo le consuete “garanzie comportamentali”, cioè tagli alla spesa sociale ed ai salari. Il prestito aveva un’entità di poco più di cinquecento milioni di dollari, cioè una cifra non molto rilevante per il bilancio di uno Stato come l’Italia. [2]
Ma quel debito dell’Italia nei confronti del FMI assumeva un enorme significato politico nel momento in cui il PCI reggeva il governo in parlamento attraverso la propria astensione. In pratica si richiedeva al PCI di aderire non solo alla NATO, ma anche alle dottrine del braccio finanziario della stessa NATO, cioè il FMI.
A riprova di questa “conversione” del PCI, sta di fatto che non soltanto i media ufficiali, ma anche la stampa di sinistra – comprese alcune riviste rivoluzionarie – cominciarono ad attribuire la causa della crisi economica agli aumenti salariali e alla crescita della spesa sociale (definita allora anche come “salario sociale”). Immaginiamoci dunque il giovane Bersani immerso nell’avida lettura de “l’Unità”, de “La Repubblica” (un quotidiano allora appena fondato) o de “l’Espresso”. Immaginiamocelo anche seguire disciplinatamente i corsi alla scuola-quadri del PCI, e nutrirsi avidamente di quelle nuove e ispirate verità. Per Bersani fu una rivelazione, un nuovo Vangelo: “Beati i poveri perché sarà sempre colpa loro”.
Bersani era anche allora un coerente uomo di sinistra, sempre dalla parte dei più deboli e, grazie a quelle geniali dottrine, scoprì che l’unico modo di stare veramente dalla parte dei più deboli è quello di mettersi sempre contro di loro. Infatti gli ideologi del FMI ci spiegano che i poveri vorrebbero più salario e più tutele, ma questo è populismo, che crea inflazione e calo della produttività, quindi più povertà. Per combattere la povertà bisogna invece combattere i poveri e tutelare i ricchi, cioè costringere i poveri a fare l’elemosina ai ricchi. Qualsiasi mediazione sociale e territoriale viene quindi liquidata come obsoleta, ed ogni questione viene letta esclusivamente nell’ottica di un classismo feroce.
Bersani apprese egregiamente quella lezione, la fece sua. Capì che bisogna avere la spregiudicatezza e il coraggio di sfidare il principio di non-contraddizione, che è roba da populisti. Tra le sue varie esperienze di governo, Bersani è stato anche ministro dei Trasporti, cosa che gli ha consentito di affrontare con particolare competenza la questione TAV. Bersani ci ha spiegato che non conta nulla che la Tratta ad Alta Velocità Torino-Lione si basi su un traffico sempre più inconsistente, che lascia semi-inutilizzate le linee già esistenti, poiché saranno le nuove linee ferroviarie a creare il traffico, e non viceversa. Ma i soldi per l’Alta Velocità bisognava trovarli da qualche parte, perciò occorreva tagliare laddove il traffico invece c’era, come nelle linee regionali o nei vagoni-letto. Le conseguenze di questa minore mobilità di persone e di merci sono stati un calo delle attività produttive ed anche un crollo dei valori immobiliari. Hai creato tanta nuova povertà, quindi ricchezza sicura. Pensa infatti a quante attività produttive e quanti immobili possono essere rilevati dalle compagnie multinazionali a prezzi di svendita. Ormai non sono più solo i lavoratori a impoverirsi, ma anche i ceti medi. Anche in Val di Susa il grande buco nella montagna sta determinando un crollo dei valori immobiliari, perciò i “tagli” o le cosiddette “grandi opere” convergono nell’obiettivo di aggredire e saccheggiare i territori.
Un aspetto curioso della propaganda del FMI riguarda il tentativo di porre tutta la propria politica sotto l’icona dell’economista neoliberista Milton Friedman, come a voler lanciare un’esca ai keynesiani, sfidandoli a singolar tenzone in una di quelle infinite discussioni sulle teorie economiche. In realtà nessuna dottrina economica è in grado di giustificare i precetti del FMI, che sono invece spiegabilissimi in base al codice penale. Si tratta infatti di banali pratiche di sabotaggio e di aggiotaggio per svalutare i territori, i beni pubblici e i piccoli patrimoni privati per consentirne più facilmente il saccheggio da parte delle multinazionali. Che il fenomeno FMI debba essere analizzato non in base a criteri economici, bensì strettamente criminologici, è un elemento che ormai fa parte del bagaglio dell’opinione pubblica latino-americana; al contrario, in Europa l’esistenza del FMI è appena percepita e, per di più, come un’entità indistinta e neutra. Se non fosse stato per le disavventure sessuali di Strauss-Kahn, molti in Europa non saprebbero neppure che il FMI esiste.

[1] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.imf.org/external/np/speeches/2006/113006.htm&prev=/search%3Fq%3Dimf%2Bpopulism%26start%3D10%26hl%3Dit%26sa%3DN%26biw%3D960%26bih%3D513%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=BqdEUIPIJeHj4QSL54HIAg&ved=0CCwQ7gEwATgK
[2] http://www.mps.it/NR/rdonlyres/41611F53-B7C6-4787-81AA-1B4D57C26961/34278/07Verde.pdf

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NAPOLITANO E LA TRATTATIVA STATO-MAFIA-NATO

 

 

 

 

 

 

 

(1992-Elezione del Presidente alla Camera G.Napolitano)

Era prevedibile che la caduta del Buffone di Arcore, con la conseguente fine del suo effetto di distrazione, mettesse in rilievo altri conflitti d’interesse rimasti precedentemente privi della dovuta attenzione. In questo senso, non sarebbe corretto dire che Giorgio Napolitano abbia “ereditato” lo scontro con le Procure, dato che egli ne era già ampiamente partecipe in precedenza. Nel luglio dello scorso anno, nel corso di un’udienza al Quirinale ai magistrati in tirocinio, il presidente Napolitano, in una sorta di slancio profetico, emise un suo pubblico anatema contro l’abuso delle intercettazioni giudiziarie. In quell’occasione, molti commentatori affermarono che Napolitano aveva parlato da supremo garante dell’equilibrio dei poteri costituzionali; in realtà i fatti successivi hanno dimostrato che Napolitano già pensava esclusivamente al suo interesse personale di possibile indagato. [1]

Per correre in soccorso di Napolitano, un Eugenio Scalfari scucito e sconnesso, dalle colonne de “La Repubblica”, si è gettato in una difesa d’ufficio di quella che è passata agli onori delle cronache come la “trattativa Stato-Mafia”, rivelando così a tutti il vero movente di Napolitano, cioè che cosa questi avesse da nascondere. Un Ezio Mauro più contorto ed involuto che mai, ha cercato di correre ai ripari, ma ormai il guaio era fatto.
Grazie anche a Scalfari risulta evidente che non soltanto Nicola Mancino, ma anche altri ministri degli Interni degli anni ’90, fra cui Napolitano, hanno svolto un ruolo nella cosiddetta “trattativa Stato-Mafia”. Ma quale sarebbe stato l’oggetto di questa trattativa, e perché lo Stato avvertì l’urgente bisogno di scendere a patti? Furono davvero le stragi il motivo del cedimento dello Stato, o si trattò dell’ennesimo sanguinoso depistaggio?
I segreti veri e propri non esistono, tutti sanno ciò che c’è da sapere, solo che fanno finta di non saperlo quando il conformismo lo impone. Infatti, se Ezio Mauro cercasse davvero una risposta a quelle domande, la troverebbe sulle colonne del suo giornale. “La Repubblica” del 18 dicembre del 1993 riportava una notizia sulle rivelazioni del pentito Francesco Marino Mannoia alla magistratura americana. Mannoia raccontò al giudice Fitzgerald che la base NATO di Sigonella alla fine degli anni ’70 era in effetti la centrale di un traffico di droga verso gli USA. Lo stesso Mannoia forniva anche i nomi del personale della base NATO coinvolto nel traffico. Per queste preziose rivelazioni Mannoia è rimasto sedici anni in custodia presso l’FBI, cosa che pare gli abbia tolto ogni voglia di aggiungere ulteriori dettagli. Finché Mannoia accusava Andreotti poteva andar bene, ma se tira in ballo la NATO, allora andava rimesso in riga. [2]
Ma questi fattacci di droga sono di più di trenta anni fa, mentre oggi le cose vanno diversamente. Infatti un’inchiesta de “La Repubblica” dello scorso anno rivelava che il super-radar USA attualmente in costruzione a Niscemi, e che dovrebbe essere in funzione dal 2015, viene costruito con la partecipazione di un’impresa già coinvolta in altre inchieste di mafia. [3]
Ormai è persino una banalità ricordare che da settanta anni la USNavy si serve della Mafia per controllare il territorio e per collaborare a tutte le innumerevoli attività illegali di cui le basi USA e NATO sono il crocevia. Se si considera che il Consiglio Atlantico costituisce la principale agenzia di lobbying delle grandi multinazionali finanziarie e commerciali, che lì vengono accolte in qualità di sponsor e consulenti, ecco che si comprende come la NATO rappresenti il punto di raccordo tra la grande criminalità multinazionale e la criminalità sul territorio.
Per averne la documentazione basta pescare negli archivi dei grandi quotidiani; anche se si tratta di notizie isolate, oppure minimizzate all’interno di contesti che danno la priorità ad altri dettagli. In un articolo lunghissimo su “La Repubblica” del 2007, il solito Roberto Saviano concedeva solo tre righe al fatto che era stato Zagaria, il boss dei Casalesi, a costruire la centrale radar della NATO di Licola in Campania, e tutto il resto era dedicato alla conquista del centro di Milano da parte della camorra del cemento. La strana coincidenza che le centrali radar della NATO vengano invariabilmente costruite da imprese legate alla criminalità locale, dovrebbe essere oggetto di un minimo di attenzione e sottolineatura da parte dell’informazione; ma sarebbe ingenuo aspettarselo. [4]
Quando poi la NATO persegue i suoi obiettivi, come per l’aggressione alla Libia e alla Siria, o come per l’accerchiamento della Russia, allora l’informazione risulta anch’essa completamente irreggimentata e militarizzata; perciò la stessa NATO viene divinizzata senza riserve dai media, mentre il pericolo mafioso viene identificato con Putin.
Non fu quindi una Ragion di Stato a motivare la trattativa dei governi italiani con la Mafia, ma una “Ragion di NATO”, ovvero obblighi di alleanza, cioè di servitù coloniale dell’Italia nei confronti degli USA. Appare quindi irrealistico ritenere che la magistratura sia davvero intenzionata ad andare sino in fondo nella vicenda della cosiddetta trattativa Stato-Mafia, assumendosi così il rischio di scoperchiare il verminaio NATO.
La reazione alle iniziative della Procura Distrettuale Antimafia di Palermo risulta perciò sproporzionata, improntata ad un isterico eccesso di difesa, dovuto non solo alla psicologia da imputato di Napolitano, ma soprattutto allo storico dilettantismo del gruppo dirigente di provenienza PCI. Dirigenti del PD in evidente stato confusionale trattano oggi Ingroia o Grillo come se li avessero scambiati per Trotsky, e ci fosse ancora l’Unione Sovietica da difendere. Ma non hanno abbandonato l’URSS e aderito alla NATO già dagli anni ’70?
Del resto anche la magistratura ha ritenuto di inchinarsi alla “Ragion di NATO”, visto che lo scorso anno il tribunale di Catania ha mandato assolti i mafiosi che gestivano gli appalti nella base USA di Sigonella. I giudici hanno assolto gli imputati in base alla formula secondo cui “il fatto non sussiste”, il che vuol dire che se gli USA hanno ritenuto di attribuire degli appalti a ditte mafiose, non si può certo pensare che siano stati costretti a farlo. Inoltre le basi militari, di fatto o di diritto, hanno acquisito una extraterritorialità, e l’esperienza ha dimostrato che il segreto militare costituisce per la magistratura una soglia ancora più invalicabile del segreto di Stato. [5]

[1] http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/22/Napolitano_chiede_misura_intercettazioni_arresti_co_9_110722031.shtml
[2] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/12/18/dalla-base-nato-di-sigonella-la-mafia.html
[3] http://inchieste.repubblica.it/it/espresso/2011/10/31/news/base_usa_chiama_mafia-24199992/
[4] http://milano.repubblica.it/dettaglio/la-mafia-del-cemento-conquista-milano-gli-affari-del-clan-dei-casalesi/1336226/4
[5] http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/appalti-base-usa-sigonella-tribunale-catania-assolve-i-sette-imputati-22384

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Il reality show del Pentagono

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Di Manlio Dinucci

I commandos si lanciano in mare da un elicottero e, giunti a riva su un gommone, eliminano i nemici con i loro fucili d’assalto, minano un deposito e lo fanno esplodere, mentre volano via aggrappati all’elicottero.

A compiere l’azione non sono Marines o Navy Seals, ma noti attori, cantanti, campioni sportivi, uomini d’affari. Reclutati dalla rete statunitense Nbc per il reality show «Stars Earn Stripes», addestrati e accompagnati nell’azione da veri commandos, compresi i Berretti Verdi.

Scopo del reality, precisa la Nbc, è rendere omaggio ai «nostri eroi» che ritornano dalle guerre, mostrando «quali incredibili missioni essi conducono nella realtà». Ciascun concorrente compete per un premio in denaro, che devolve a una associazione benefica a favore dei militari, spingendo così i telespettatori a contribuire di tasca loro.

Ma ciò che rende unico il reality è l’eccezionale conduttore: il generale Wesley Clark, già Comandante supremo alleato in Europa nel 1997-2000. È lui che pianifica le missioni dei concorrenti, che li guida e li giudica. L’esperienza non gli manca: fu lui che pianificò e comandò la guerra contro la Iugoslavia. Una volta a riposo, Clark ha scritto libri e tenuto corsi su come «condurre e vincere la guerra moderna», in base a quella del 1999.

Fu la prima guerra effettuata dalla Nato nei suoi 50 anni di storia, spiega Clark, per «porre fine alla pulizia etnica di Milosevic contro gli albanesi del Kosovo». Una guerra in cui «l’America fornì la leadership e scelse gli obiettivi da colpire». Ma il Pentagono la rese «una guerra Nato», coinvolgendo gli alleati che effettuarono il 60% degli attacchi aerei.

In tal modo Wesley Clark descrive il palinsesto di un altro reality show, ben più importante di quello della Nbc, che il Pentagono manda in onda in mondovisione per far apparire come reale ciò che non è, camuffando le cause e gli scopi della guerra. Esso si attiene a due regole: focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sul nemico numero uno del momento (Milosevic, Bin Laden, Saddam Hussein, Gheddafi, Assad, Ahmadinejad), mostrando quanto sia pericoloso e quanto giusto e urgente sia l’intervento militare; coinvolgere gli alleati, ma far sì che siano sempre gli Usa ad avere la leadership.

Nel reality show della guerra è permesso fabbricare «prove» contro i nemici: come quelle presentate all’Onu dal segretario di stato Colin Powell, il 5 febbraio 2003, per dimostrare che l’Iraq possedeva armi biologiche di distruzione di massa. «Prove» di cui lo stesso Powell ha ammesso successivamente la falsità, chiedendo alla Cia e al Pentagono di spiegare perché gli avessero fornito «informazioni inesatte».

Ma ormai il reality show della guerra è passato a nuovi episodi: ora si accusa l’Iran di voler fabbricare armi nucleari (ignorando che Israele le possiede da decenni, tenendole puntate contro l’Iran e altri paesi).

Contribuiscono ad alimentare l’idea del nemico e della necessità di difendersi anche trasmissioni popolari come «Stars Earn Stripes». Wesley Clark la potrebbe trasmettere anche in Italia, assumendo una eccezionale comparsa: Massimo D’Alema, che nel 1999, quand’era presidente del consiglio, mise le basi e le forze armate italiane agli ordini del futuro conduttore del reality show «Stars Earn Stripes».

 

MONTI ALLA CORTE DI PUTIN, PUTIN ALLA CORTE DEL FMI

Mentre allo spread ed alle borse succedeva di tutto, un Mario Monti sempre più patetico volava in Russia per svolgere il ruolo di procuratore d’affari per conto dell’ENI, come già i suoi due predecessori alla Presidenza del Consiglio. Ma si tratta ormai di affari parecchio ridimensionati, poiché si sta parlando di un ENI azzoppato dalla perdita della Libia, che ha comportato non solo la chiusura del principale rubinetto di petrolio, ma anche della cassaforte finanziaria di tutte le multinazionali italiane.
Sino ad un anno e mezzo fa, Libia e Italia erano più che soci d’affari, costituivano un unico sistema economico-finanziario; e gli effetti della mutilazione oggi si avvertono. E pensare che appena nel febbraio dello scorso anno, l’ENI poteva permettersi di fare da guida e mallevadore per gli affari della multinazionale russa Gazprom in Libia. Chi trovasse in queste reminiscenze dei motivi per rimpiangere il governo precedente, si chieda anche perché mentre il Buffone di Arcore baciava la mano a Gheddafi, intanto i suoi giornali lo chiamavano beduino. [1]
Nel marzo dello scorso anno appariva ancora realistico ipotizzare per la crisi libica uno scenario di tipo kosovaro, con la secessione della Cirenaica. In effetti poi la NATO ha potuto avere in Libia un margine di manovra praticamente illimitato, che ha condotto ad uno scenario di tipo congolese, con uno Stato ed un governo puramente fittizi, e con il territorio direttamente spartito tra le principali multinazionali angloamericane. Anche il black-out informativo dalla Libia non ha precedenti, dato che passano solo i video-fiction della propaganda NATO.
C’è voluta quindi una notevole omertà da parte dei media italici per non notare che l’accoglienza da parte della dirigenza russa è stata decisamente poco entusiastica, tanto che Monti si è ridotto ad incontrare per primo il Patriarca di Mosca, mentre Putin non si è degnato neppure di riceverlo al Cremlino. I toni trionfali degli incontri bilaterali tra Russia e Italia sembrano un ricordo lontano, e non ci si riferisce solo all’epoca del Buffone di Arcore, ma anche a quella di Prodi, che ebbe quattro vertici con Putin tra il 2006 e il 2007. [2]
Il video ufficiale in cui Putin e Monti espongono i rispettivi punti di vista sulla questione siriana, costituisce un ulteriore riscontro della freddezza dell’accoglienza riservata al Presidente del Consiglio italiano. Non vi è stato nessun comunicato congiunto, per quanto generico, ed un Putin nervoso ostentava un atteggiamento sbrigativo e privo di quei gesti di cordialità che, nel formalismo diplomatico, indicano una considerazione per il visitatore. Putin si è limitato infatti a ribadire la posizione russa, senza riferirsi minimamente a quanto appena detto da Monti. [3]
Mentre Monti raccoglieva le brave sue umiliazioni in Terra Russa, il vero manovratore della crisi dei debiti sovrani, il Fondo Monetario Internazionale, annunciava che intendeva bloccare gli “aiuti” alla Grecia; un bel modo per gettare benzina sul fuoco degli spread. Meno male che immediatamente la dirigenza tedesca si è incaricata, come al suo solito, di offrire la dovuta copertura al FMI, attirando tutta su di sé la grancassa mediatica con un’arrogante dichiarazione del vice di Angela Merkel, il quale presentava l’uscita della Grecia dalla zona euro come un evento di poco conto. [4]
Sebbene defilato e poco esposto ai riflettori, il FMI si configura oggi, insieme con la NATO, come il vero ed unico potere in Europa. Lo stesso Putin ce lo ha confermato quando ha fatto chiaramente capire che l’obiettivo suo, e del gruppo dei cosiddetti BRICS, è quello di assumere un maggiore ruolo all’interno dello stesso FMI. In cambio di settantacinque miliardi di dollari per la dotazione del FMI, i BRICS, per bocca di Putin, chiedono un maggior peso nelle decisioni della superbanca internazionale. [5]
Questa richiesta di “riforma” del FMI, dà tutta la misura delle ambiguità di Putin. Se da parte dei BRICS ci sono delle risorse finanziarie da far valere nell’attuale crisi dei debiti sovrani, perché farle passare per la forca caudina del FMI?
Chiedere di “riformare” il FMI è infatti un modo di confermare la funzione preminente di un’istituzione che è nata per garantire il dominio delle multinazionali statunitensi sulla finanza mondiale. E poi il FMI non è altro che il braccio finanziario della NATO; o la NATO è il braccio militare del FMI. Insomma, le due istituzioni agiscono come un corpo unico. La NATO sta cercando di accerchiare la Russia, e per molti aspetti c’è già riuscita, dato che la gran parte dei Paesi dell’ex Patto di Varsavia – e della stessa Unione Sovietica – o sono parte integrante della NATO, oppure hanno accordi di cooperazione con la NATO. Il progetto statunitense dello scudo anti-missile in Polonia è ancora in campo, sebbene nel 2009 Obama avesse fatto credere di volerlo abbandonare. [6]
L’obiettivo finale di questo accerchiamento è lo smembramento della Russia. Non è neppure un segreto, dato che uno dei consulenti di Obama, Zbigniew Brzezinski lo dice apertamente da decenni. Nonostante tutta questa aggressività della NATO, la stessa Russia si accontenta di chiedere un posto di tenente nell’esercito assediante, di cui il FMI è l’organo finanziario.
Putin non è affatto un pupazzo gonfiato dai media, come invece è Angela Merkel; tutt’altro. Putin è un leader (o un boss) vero; non è ovviamente lo “zar” di cui favoleggiano i media occidentali, ma è una figura di “uomo forte” che svolge un ruolo di mediazione tra i soli due poteri che contano in Russia: Gazprom e le Forze Armate. A ben vedere, si tratta degli stessi poteri che dominavano in Russia trenta anni fa, poiché Gazprom è l’erede del vecchio KGB, riconvertitosi in agenzia d’affari. Attualmente Gazprom è il maggior fornitore di gas dei Paesi europei, e questo spiega perchè non sia interessata ad una radicalizzazione del confronto con la NATO.
Anche l’astio che i commentatori occidentali riservano a Putin, è del tutto autentico, dettato dal fatto che Putin appare molto bravo nel condurre i propri affari di gas e petrolio. In quest’ultimo decennio Gazprom aveva sottratto parecchio spazio di manovra alle multinazionali angloamericane, le quali si servono delle Organizzazioni Non Governative per i Diritti Umani come agenzie di propaganda contro i propri concorrenti, e quindi tengono anche Putin nel proprio mirino. Per quanto paradossale sia, i “diritti umani” sono diventati la bandiera ideologica del nuovo fascismo occidentalista; anche se ovviamente i “diritti umani” sono solo un randello per colpire i bersagli della NATO, e non servono certo a tutelare i popoli che della NATO fanno già parte, come i Greci.
Il problema è però che il ruolo interno di mediazione svolto da Putin, è apparso troppo squilibrato a favore degli interessi affaristici di Gazprom, a scapito della difesa e dell’integrità della Russia. Oggi la posizione di Putin sembrerebbe meno squilibrata, tale da tenere maggiormente in conto gli interessi difensivi della Russia, specialmente per ciò che riguarda la conservazione della base navale di Tartus in Siria.
Il caso della Siria viene oggi indicato come la prova della ritrovata fermezza della Russia in politica estera. Ma se questa fermezza fosse effettiva, la Siria potrebbe essere fatta oggetto di un’aggressione così aperta da parte della NATO?
Certo, se si paragona l’attuale atteggiamento russo sulla Siria con il calo di brache totale attuato l’anno scorso rispetto alla Libia, allora l’impressione può essere enorme. In realtà, se si va a riascoltare il video in cui Putin espone il suo punto di vista sulla Siria, ci si accorge però che il bicchiere è molto più vuoto che pieno.
Putin non dice che l’aggressione della NATO contro la Siria è già in atto da un anno e mezzo; neppure ammonisce la Turchia a far cessare l’uso del proprio territorio per infiltrazioni in Siria di mercenari del Qatar e dell’Arabia Saudita, Stati che sono tutti e due coordinati militarmente con la NATO. Tantomeno Putin richiama l’emiro del Qatar a tenere un atteggiamento meno avventuristico ed irresponsabile nel fomentare, a colpi di mazzette milionarie, il putsch per rovesciare Assad. Anzi, Putin nelle sue dichiarazioni lascia intendere che dopo un cessate il fuoco da ambo le parti, si potrebbe persino avviare un negoziato che porti alla liquidazione di Assad. Basta ventilare l’ipotesi perché la determinazione della NATO a liquidare Assad ne risulti ancora di più rafforzata. E se Assad viene liquidato, Putin come penserebbe di riuscire a mantenere la propria base navale a Tartus? In base a qualche “garanzia” della NATO?
Forse sarebbero le stesse “garanzie” offerte a suo tempo dagli USA a Gorbaciov, secondo le quali gli ex Paesi membri del Patto di Varsavia non sarebbero mai stati fatti entrare nella NATO.

[1] http://30secondi.globalist.it/2011/02/17/i-russi-di-gazprom-entrano-in-libia-grazie-a-eni-silvio-benedice/
[2] http://www.paginedidifesa.it/2007/pdd_071142.html
[3] http://video.repubblica.it/dossier/rivolta-siria/monti-da-putin-per-siria-serve-soluzione-consensuale/101394/99771
[4] http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/22/grecia-lfmi-vuole-bloccare-gli-aiuti-atene-in-default-a-settembre/301621/
http://www.corriere.it/economia/12_luglio_22/euro-uscita-grecia-non-spaventa_1406ac7e-d43f-11e1-83bd-0877fdcd1621.shtml
[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.reuters.com/article/2012/06/21/us-russia-putin-imf-idUSBRE85K0KO20120621&prev=/search%3Fq%3Dputin%2Bimf%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=N-4MUKX4Ice2hAePy8H0CQ&ved=0CGIQ7gEwBQ
[6] http://world-observer.com/2011/06/14/gli-aerei-usa-in-polonia-dal-2013-in-attesa-dello-scudo-spaziale/

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A TARANTO VIA L’ILVA PER FAR LARGO ALLA NATO

La Psychological War della NATO conosce i suoi polli, quindi era facilmente prevedibile che il lanciare l’esca di un dibattito infinito sull’alternativa tra salute e lavoro avrebbe stanato la legione dei filosofastri sempre in agguato. Nel “dibattito” ovviamente non si è mai mancato di avallare quell’ipocrisia ufficiale secondo la quale le industrie esisterebbero per dare posti di lavoro, perciò, in definitiva la colpa dell’inquinamento è degli operai.
Ciò non vuol dire che l’Ilva di Taranto non sia realmente inquinante; lo è, eccome. Il punto è capire perché la situazione sia stata lasciata incancrenire per anni, come se fossimo ancora nell’800, e non fossero già disponibili da anni le tecnologie non solo per il disinquinamento, ma anche per il ricircolo delle acque impiegate nella produzione siderurgica e per il recupero delle scaglie. A chi fa comodo questa emergenza?
Nel febbraio del 2004 Peacelink rendeva noti documenti del Pentagono – peraltro non segretati – da cui risultava che Taranto sarebbe divenuta sede di un’altra base navale della NATO. La notizia era fino ad allora ignota al Parlamento italiano, anche se era stata in qualche modo anticipata da dichiarazioni di Francesco Cossiga.
La nuova base navale sarebbe stata collocata nel Porto di Taranto, nella nuova megastruttura del Molo Polisettoriale. La base NATO dovrebbe ospitare un grande centro di comunicazioni e spionaggio e servire da sito per i sommergibili nucleari della USNavy. [1]
Dalla mappa del porto di Taranto risulta che il Molo Ovest (o 5° Sporgente), in uso all’Ilva, ed il Molo Polisettoriale, destinato alla NATO, sono a ridosso l’uno dell’altro, ed hanno anche un’insenatura in comune. La stessa insenatura che dovrebbe essere usata dai sommergibili nucleari. [2]
Il caso, la coincidenza e le circostanze della vita hanno fatto sì che la NATO avesse l’opportunità di liberarsi dell’ingombrante vicino grazie ad un’iniziativa della Procura di Taranto. Toghe a stelle e strisce? Ma chi oserebbe mai pensarlo. Perché mai tre basi militari nel Porto di Taranto dovrebbero sottrarre lo spazio ad altre attività?
Gli esempi di altre città ci confortano in questa fiducia nella NATO. Nonostante la nuova base NATO di Giugliano in Campania, e nonostante il rafforzamento delle basi USA del Porto di Napoli e dell’Aeroporto di Capodichino, nel quartiere napoletano di Bagnoli c’è tuttora una base NATO, di cui da due decenni si annuncia vanamente la prossima chiusura. A Napoli la militarizzazione del territorio non ha mai ceduto terreno, semmai lo ha tolto ad altre attività, tanto che dal 1999 il Porto ha ceduto alla USNavy più del 50% delle banchine.
Negli anni ’80 anche a Bagnoli c’era ancora uno stabilimento dell’Ilva, che però, quello sì, fu veramente chiuso, anche se con motivazioni ufficiali diverse da quelle oggi adoperate a Taranto. Anche quella di Bagnoli è stata chiaramente una pura coincidenza.
Ovviamente il “cui prodest” non è mai un criterio valido per interpretare gli avvenimenti. Bisogna invece convenire onestamente che la NATO è fortunata, o è protetta da Dio. Anzi, diciamo pure che ormai la NATO è Dio, così si fa prima.

[1] http://www.peacelink.it/disarmo/a/3030.html
http://www.zonanucleare.com/dossier_italia/taranto_nucleare.htm
http://www.peacelink.it/editoriale/docs/185.pdf
[2] http://www.tarantoporto.com/logistica/polisett.htm

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