IL DENARO RIMANE IL CANDIDATO VINCENTE

images (3)La notizia dell’abdicazione del papa ha sottratto per un po’ al Buffone di Arcore il centro dell’arena mediatica, proprio mentre questi era tanto preoccupato che il festival di Sanremo potesse mettere in ombra il suo festival di promesse elettorali. Da parte dell’opinione di sinistra si ripete il consueto errore di considerare il risveglio dell’elettorato del PdL come una dimostrazione di fiducia nelle promesse del Buffone. Forse ci sarà pure qualcuno davvero disposto a credere a quelle promesse, dato che a questo mondo c’è di tutto; ma non è questo il punto. L’elettore di destra ha udito il suo leader affermare di essere stato “costretto” a votare l’IMU in parlamento; così come magari fu “costretto”, da Presidente del Consiglio, a varare nel 2005 la legge istitutiva che diede vita ad Equitalia.
Allo stesso modo, il Buffone potrà benissimo essere “costretto” a rimangiarsi la promessa di abolire e rimborsare l’IMU, magari per colpa della farraginosità della Costituzione, che gli avrebbe sempre impedito di governare come lui vorrebbe e saprebbe. Queste cose l’elettore di destra le sa o le intuisce benissimo. Ciò che l’opinione di sinistra invece tende sempre a sottovalutare, è la portata ideologica di alcuni slogan ripresi dal ghost writer del Buffone, a cominciare dal concetto di costrizione.
Per decenni la destra ha giustificato la fuga del re Vittorio Emanuele III nell’8 settembre del ’43, argomentando che lo stesso re fu “costretto” alla fuga. I nostalgici del re potevano essere contemporaneamente nostalgici anche di Mussolini, sorvolando sul fatto che i due nel ’44 e nel ’45 erano stati su sponde opposte, da nemici a tutti gli effetti. In fondo erano stati entrambi “costretti”.
La pietra angolare dell’edificio ideologico della destra è infatti il vittimismo. La mitologia dominante ci presenta la ricchezza come una fortezza assediata dall’invidia e dalle lamentele dei poveri. La subalternità ideologica della sinistra si dimostra continuamente nell’incapacità di uscire da questa visione, perciò i ricchi possono essere considerati al massimo colpevoli di indifferenza; e quindi la povertà viene interpretata come uno spiacevole effetto collaterale di tale indifferenza.
Non sarebbe niente di grave se la mitologia del “ricco soddisfatto” se la coltivasse solo la destra; purtroppo è la sinistra ad incentivare il mito dell’indifferenza del ricco, così come viene rappresentato nella parabola del ricco Epulone del vangelo di Luca. La posizione di sinistra si riduce quindi ad un problema di redistribuzione della ricchezza, magari aumentando le tasse ai ricchi.
I ricchi invece si occupano dei poveri, eccome. Il vero problema è infatti che dal vittimismo padronale viene fatta discendere la necessità di un assistenzialismo per i ricchi, con la conseguente urgenza di comprimere le pretese dei poveri, costringendoli persino a versare un’elemosina ai ricchi. Non è affatto vero che i ricchi si disinteressino dei poveri; anzi, li considerano una vacca da mungere.
Che la ricchezza sia un fenomeno socialmente assistito, e che la povertà venga coltivata come il principale dei business, sono concetti scomparsi nella sinistra attuale. Anche il fatto che la ricchezza sia socialmente aggressiva, una forma di guerra permanente dei ricchi contro i poveri, per la sinistra è ormai roba da ufficio dei concetti smarriti.
Ciò che si sta attuando in queste settimane è quindi un risveglio identitario della destra, sotto la vecchia e gloriosa bandiera ideologica del vittimismo. Più le promesse del Buffone suonano assurde, più il votarlo conferisce efficacia al dispetto che si fa alla cosiddetta sinistra.
Ma il voto identitario non è certo quello che fa vincere le elezioni. Il voto ideologico è vischioso, e ciò che decide alla fine è lo spostamento delle masse di suffragio gestite dalle baronie del controllo del voto. Anche il voto di scambio non è sempre infallibile nei risultati, ma se rimane qualche regione in bilico, un’aggiustatina la si può sempre fare al Viminale. La questione del voto di scambio non va ridotta ai casi dei voti comprati per cinquanta euro, ma riguarda il controllo sociale dei territori. La fine della cosiddetta prima Repubblica è stata segnata dalla morte di grandi baroni del voto, come Toni Bisaglia in Veneto, Carmine Mensorio in Campania e Salvo Lima in Sicilia. Il primo morì per un “incidente”, il secondo fu “suicidato”, e solo il terzo fu ammazzato platealmente. Da circa due anni le baronie del voto sono in posizione attendistica, ed occorrerà vedere chi avrà la disponibilità finanziaria per andare a riallacciare i rapporti e stringere i patti di scambio. I casi della Tunisia e dell’Egitto costituiscono esempi significativi delle fortune elettorali del candidato/denaro. In questi due Paesi le formazioni religiose si sono infatti avvalse dei finanziamenti dell’Emiro del Qatar, Al Thani, così che la tanto decantata laicità della società egiziana e della società tunisina è andata a farsi benedire.
Il sito del Consiglio Atlantico della NATO non si fa neanche scrupolo di ammettere che è proprio Al Thani a finanziare la “democrazia” in Siria, rifornendo di armi i “ribelli”, cioè i propri mercenari; alla stessa maniera in cui era stata portata la democrazia in Libia. Eppure si tratta di ingerenze illegali e di violazioni palesi della Carta dell’ONU. Ma il Qatar ormai fa parte a tutti gli effetti della NATO, perciò non è tenuto a rispettare il diritto internazionale.
Lo stesso sito del Consiglio Atlantico non si fa problemi a farci sapere che è sempre Al Thani lo sponsor dei Fratelli Mussulmani in Egitto, andando persino in rotta di collisione con l’orientamento dei suoi alleati degli Emirati Arabi Uniti.
Al Thani non si è limitato a comprarsi il voto in Tunisia; ora si sta comprando tutta la Tunisia, con un miliardo di dollari, tanto per cominciare. Ma l’arrivo di tutto questo denaro non è soltanto un modo per acquistare un Paese, ma anche una tecnica per destabilizzarlo, come dimostrano le vicende di questi giorni.
In base alla fiaba ufficiale il ricco Al Thani, invece di fare tanto il facinoroso, dovrebbe starsene tranquillo e soddisfatto a godersi i suoi soldi, magari infastidito ogni tanto dalle querule rivendicazioni dei poveri. Anche a proposito del Buffone di Arcore si sente ancora spesso la domanda sul perché uno che ha tutti quei soldi, invece di farsi i fatti suoi, voglia occuparsi di politica. Si tratta di una domanda retorica, che sottintende che lui è troppo buono. L’eccesso di bontà potrebbe essere il difetto caratteriale anche di Al Thani. L’eccesso di bontà è infatti l’unico difetto che i potenti sono disposti a riconoscersi

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MONTI CI VUOLE TUTTI DISOCCUPATI, MA CON LA CARTA DI CREDITO

La scorsa settimana si è registrato un ritorno in grande stile dello spettro dello “scontro di civiltà”, che sarebbe stato evocato dalla questione di un filmetto insignificante, di cui per un anno non era fregato niente a nessuno. Lo spettro agitato dai media ha consentito di aggirare quelle che erano le vere anomalie da spiegare, e cioè come mai l’ambasciatore statunitense risiedesse a Bengasi e non nella capitale ufficiale della Libia. Ritorna quindi la questione rimasta in sospeso un anno fa, quella famosa “presa di Tripoli” sulla quale non esiste ancora una versione attendibile. Che la Libia occidentale sia in realtà rimasta fuori del pieno controllo della NATO, ormai è più di un sospetto; ed il controllo della NATO pare vacillare persino in Cirenaica, tanto è vero che sono in arrivo i marines.
Se si considera la propaganda ufficiale come un fenomeno unico, con schemi ricorrenti, ci si accorge che il diversivo-distrazione costituisce una delle costanti riscontrabili in ogni tipo di questione. Ma la costante principale, quella che rende credibile ogni diversivo ed ogni piroetta nell’individuare il nemico dell’umanità di turno, è sempre l’odio razziale. Il bersaglio può essere, di volta in volta, costituito dai “dittatori” laici come Saddam Hussein, Gheddafi e Assad, oppure dall’integralismo islamico, ma non cambia mai quel senso di supremazia morale e razziale che rappresenta l’indispensabile falsa coscienza del colonialismo. Si tratta di quel senso di supremazia morale e razziale che si riassume nello slogan di “Occidente”. Si tratta di uno slogan che riesce a commuovere anche chi si ritenga anticolonialista, perché è ormai consolidato il culto delle mitiche “libertà occidentali”; quelle che consentono di fare vignette contro Maometto, ma non di parlare in un telegiornale della presenza dei mercenari della NATO in Siria.
Lo schema propagandistico non muta neppure quando si tratta di individuare il nemico interno, cioè il lavoro. In questo caso è lo sfondo ideologico dell’odio di classe – un razzismo interno -, ad aver reso credibile un personaggio assurdo come Marchionne. Il sociologo Luciano Gallino ha avuto buon gioco a dimostrare che il rallentamento del mercato dell’auto non può spiegare il crollo della FIAT all’ultimo posto delle vendite. Oggi si è arrivati al punto di supplicare la Volkswagen di liberarci da Marchionne; ma il ruolo di deindustrializzatore dell’Italia e di sicario delle multinazionali americane svolto dallo stesso Marchionne, era già evidente due anni fa, eppure gli è stato sufficiente l’antioperaismo per poter giustificare tutto. Che il lavoratore in qualche modo abbia sempre torto, è una convinzione profonda, radicata anche in molti di coloro che sono convinti di stare dalla parte del lavoro, e ciò dà spazio ad ogni provocazione.
Un’altra notizia della scorsa settimana infatti ha riguardato gli strali lanciati da Mario Monti contro lo Statuto dei Lavoratori, una legge che sarebbe colpevole di aver sfavorito proprio coloro che voleva favorire, in quanto avrebbe scoraggiato le assunzioni. Ecco una bella esca per un dibattito “epocale”, di quelli capaci di tirare in ballo l’eterno conflitto tra i “valori” e la “dura realtà del Mercato”; infatti il segretario del PD, Bersani, si è affrettato a definire “epocale” lo Statuto dei Lavoratori, cosa che non gli ha impedito di affossarlo pochi mesi fa in parlamento. A scusante di Bersani però va anche detto che fare il finto partito di sinistra negli anni ’60 e ’70 era molto più facile, perchè c’erano le industrie e la classe operaia aveva un peso oggettivo, mentre un’Armata Rossa ancora in sella impediva alla NATO di inventarsi un’avventura militare ogni cinque minuti.
Monti ha respinto le accuse di essere a capo di un governo delle banche, ed ha parlato di “caccia alle streghe”, come se fosse una povera vittima dell’intolleranza e della superstizione. Sta di fatto però che nessuno è sinora riuscito a spiegare in che cosa le esili, e ormai residue, garanzie dello Statuto dei Lavoratori ostacolerebbero i famosi e fantomatici “investimenti”, mentre al contrario si fanno strada dati e notizie sull’interesse crescente del lobbying bancario nell’alimentare precarizzazione e disoccupazione.
Sul quotidiano britannico “The Indipendent” del 18 agosto scorso si pubblicavano alcuni dati ufficiali che dimostrano come precari e disoccupati siano divenuti bersaglio prioritario dell’offerta di servizi di carta credito. Una volta allettati con condizioni di vantaggio, i clienti si trovano poi a pagare interessi che superano il 18%. L’aumento della disoccupazione in Gran Bretagna non ha quindi diminuito la possibilità di acquisire una carta di credito, ma ha persino reso inevitabile per disoccupati l’accedere a questo “servizio”. Un’anomalia del tutto apparente, che si spiega con la possibilità di indebitarsi che queste “card” offrono. [1]
Mesi fa Mario Monti ci ha intrattenuto sulla “noia” costituita dal posto fisso, una condizione noiosa proprio perché non costringe a doversi necessariamente sottoporre ai patemi d’animo dell’indebitamento per sopravvivere. Nell’altro Paese all’avanguardia nella finanziarizzazione dei rapporti sociali e lavorativi, cioè gli Stati Uniti, le agenzie pubbliche per il controllo e l’assistenza alla disoccupazione sono infatti da tempo diventate esse stesse agenzie di collocamento per carte di credito e crescono anche gli spazi pubblicitari per questo tipo di “servizio”, di cui i disoccupati diventano fruitori praticamente obbligati. In California l’EDD (Employment Development Department) è in realtà un ente assistenziale per banchieri, ed infatti fa da sensale a Bank of America per piazzare carte di credito ai disoccupati. [2]
In tal modo i disoccupati vengono anche costretti pressoché esclusivamente all’uso di denaro elettronico; cosa che riempirà sicuramente di gioia Milena Gabanelli, poiché impedirà ai disoccupati di evadere il fisco. [3][1] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.independent.co.uk/money/loans-credit/unemployed-targeted-by-credit-card-firms-8057304.html&prev=/search%3Fq%3Dunemployed%2Bcards%26hl%3Dit%26rlz%3D1G1GGLQ_ITIT293%26biw%3D853%26bih%3D386%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=bA1WUKTsEYij4gSvkIHICg&ved=0CEwQ7gEwBQ
[2] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://edd.ca.gov/About_EDD/The_EDD_Debit_Card.htm&prev=/search%3Fq%3Dunemployed%2Bcards%26hl%3Dit%26rlz%3D1G1GGLQ_ITIT293%26biw%3D853%26bih%3D386%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=bA1WUKTsEYij4gSvkIHICg&ved=0CCUQ7gEwAA
[3] http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-de9c6b68-61b6-4940-a62f-6709534774fb.html?refresh_ceFonte

MONTI ALLA CORTE DI PUTIN, PUTIN ALLA CORTE DEL FMI

Mentre allo spread ed alle borse succedeva di tutto, un Mario Monti sempre più patetico volava in Russia per svolgere il ruolo di procuratore d’affari per conto dell’ENI, come già i suoi due predecessori alla Presidenza del Consiglio. Ma si tratta ormai di affari parecchio ridimensionati, poiché si sta parlando di un ENI azzoppato dalla perdita della Libia, che ha comportato non solo la chiusura del principale rubinetto di petrolio, ma anche della cassaforte finanziaria di tutte le multinazionali italiane.
Sino ad un anno e mezzo fa, Libia e Italia erano più che soci d’affari, costituivano un unico sistema economico-finanziario; e gli effetti della mutilazione oggi si avvertono. E pensare che appena nel febbraio dello scorso anno, l’ENI poteva permettersi di fare da guida e mallevadore per gli affari della multinazionale russa Gazprom in Libia. Chi trovasse in queste reminiscenze dei motivi per rimpiangere il governo precedente, si chieda anche perché mentre il Buffone di Arcore baciava la mano a Gheddafi, intanto i suoi giornali lo chiamavano beduino. [1]
Nel marzo dello scorso anno appariva ancora realistico ipotizzare per la crisi libica uno scenario di tipo kosovaro, con la secessione della Cirenaica. In effetti poi la NATO ha potuto avere in Libia un margine di manovra praticamente illimitato, che ha condotto ad uno scenario di tipo congolese, con uno Stato ed un governo puramente fittizi, e con il territorio direttamente spartito tra le principali multinazionali angloamericane. Anche il black-out informativo dalla Libia non ha precedenti, dato che passano solo i video-fiction della propaganda NATO.
C’è voluta quindi una notevole omertà da parte dei media italici per non notare che l’accoglienza da parte della dirigenza russa è stata decisamente poco entusiastica, tanto che Monti si è ridotto ad incontrare per primo il Patriarca di Mosca, mentre Putin non si è degnato neppure di riceverlo al Cremlino. I toni trionfali degli incontri bilaterali tra Russia e Italia sembrano un ricordo lontano, e non ci si riferisce solo all’epoca del Buffone di Arcore, ma anche a quella di Prodi, che ebbe quattro vertici con Putin tra il 2006 e il 2007. [2]
Il video ufficiale in cui Putin e Monti espongono i rispettivi punti di vista sulla questione siriana, costituisce un ulteriore riscontro della freddezza dell’accoglienza riservata al Presidente del Consiglio italiano. Non vi è stato nessun comunicato congiunto, per quanto generico, ed un Putin nervoso ostentava un atteggiamento sbrigativo e privo di quei gesti di cordialità che, nel formalismo diplomatico, indicano una considerazione per il visitatore. Putin si è limitato infatti a ribadire la posizione russa, senza riferirsi minimamente a quanto appena detto da Monti. [3]
Mentre Monti raccoglieva le brave sue umiliazioni in Terra Russa, il vero manovratore della crisi dei debiti sovrani, il Fondo Monetario Internazionale, annunciava che intendeva bloccare gli “aiuti” alla Grecia; un bel modo per gettare benzina sul fuoco degli spread. Meno male che immediatamente la dirigenza tedesca si è incaricata, come al suo solito, di offrire la dovuta copertura al FMI, attirando tutta su di sé la grancassa mediatica con un’arrogante dichiarazione del vice di Angela Merkel, il quale presentava l’uscita della Grecia dalla zona euro come un evento di poco conto. [4]
Sebbene defilato e poco esposto ai riflettori, il FMI si configura oggi, insieme con la NATO, come il vero ed unico potere in Europa. Lo stesso Putin ce lo ha confermato quando ha fatto chiaramente capire che l’obiettivo suo, e del gruppo dei cosiddetti BRICS, è quello di assumere un maggiore ruolo all’interno dello stesso FMI. In cambio di settantacinque miliardi di dollari per la dotazione del FMI, i BRICS, per bocca di Putin, chiedono un maggior peso nelle decisioni della superbanca internazionale. [5]
Questa richiesta di “riforma” del FMI, dà tutta la misura delle ambiguità di Putin. Se da parte dei BRICS ci sono delle risorse finanziarie da far valere nell’attuale crisi dei debiti sovrani, perché farle passare per la forca caudina del FMI?
Chiedere di “riformare” il FMI è infatti un modo di confermare la funzione preminente di un’istituzione che è nata per garantire il dominio delle multinazionali statunitensi sulla finanza mondiale. E poi il FMI non è altro che il braccio finanziario della NATO; o la NATO è il braccio militare del FMI. Insomma, le due istituzioni agiscono come un corpo unico. La NATO sta cercando di accerchiare la Russia, e per molti aspetti c’è già riuscita, dato che la gran parte dei Paesi dell’ex Patto di Varsavia – e della stessa Unione Sovietica – o sono parte integrante della NATO, oppure hanno accordi di cooperazione con la NATO. Il progetto statunitense dello scudo anti-missile in Polonia è ancora in campo, sebbene nel 2009 Obama avesse fatto credere di volerlo abbandonare. [6]
L’obiettivo finale di questo accerchiamento è lo smembramento della Russia. Non è neppure un segreto, dato che uno dei consulenti di Obama, Zbigniew Brzezinski lo dice apertamente da decenni. Nonostante tutta questa aggressività della NATO, la stessa Russia si accontenta di chiedere un posto di tenente nell’esercito assediante, di cui il FMI è l’organo finanziario.
Putin non è affatto un pupazzo gonfiato dai media, come invece è Angela Merkel; tutt’altro. Putin è un leader (o un boss) vero; non è ovviamente lo “zar” di cui favoleggiano i media occidentali, ma è una figura di “uomo forte” che svolge un ruolo di mediazione tra i soli due poteri che contano in Russia: Gazprom e le Forze Armate. A ben vedere, si tratta degli stessi poteri che dominavano in Russia trenta anni fa, poiché Gazprom è l’erede del vecchio KGB, riconvertitosi in agenzia d’affari. Attualmente Gazprom è il maggior fornitore di gas dei Paesi europei, e questo spiega perchè non sia interessata ad una radicalizzazione del confronto con la NATO.
Anche l’astio che i commentatori occidentali riservano a Putin, è del tutto autentico, dettato dal fatto che Putin appare molto bravo nel condurre i propri affari di gas e petrolio. In quest’ultimo decennio Gazprom aveva sottratto parecchio spazio di manovra alle multinazionali angloamericane, le quali si servono delle Organizzazioni Non Governative per i Diritti Umani come agenzie di propaganda contro i propri concorrenti, e quindi tengono anche Putin nel proprio mirino. Per quanto paradossale sia, i “diritti umani” sono diventati la bandiera ideologica del nuovo fascismo occidentalista; anche se ovviamente i “diritti umani” sono solo un randello per colpire i bersagli della NATO, e non servono certo a tutelare i popoli che della NATO fanno già parte, come i Greci.
Il problema è però che il ruolo interno di mediazione svolto da Putin, è apparso troppo squilibrato a favore degli interessi affaristici di Gazprom, a scapito della difesa e dell’integrità della Russia. Oggi la posizione di Putin sembrerebbe meno squilibrata, tale da tenere maggiormente in conto gli interessi difensivi della Russia, specialmente per ciò che riguarda la conservazione della base navale di Tartus in Siria.
Il caso della Siria viene oggi indicato come la prova della ritrovata fermezza della Russia in politica estera. Ma se questa fermezza fosse effettiva, la Siria potrebbe essere fatta oggetto di un’aggressione così aperta da parte della NATO?
Certo, se si paragona l’attuale atteggiamento russo sulla Siria con il calo di brache totale attuato l’anno scorso rispetto alla Libia, allora l’impressione può essere enorme. In realtà, se si va a riascoltare il video in cui Putin espone il suo punto di vista sulla Siria, ci si accorge però che il bicchiere è molto più vuoto che pieno.
Putin non dice che l’aggressione della NATO contro la Siria è già in atto da un anno e mezzo; neppure ammonisce la Turchia a far cessare l’uso del proprio territorio per infiltrazioni in Siria di mercenari del Qatar e dell’Arabia Saudita, Stati che sono tutti e due coordinati militarmente con la NATO. Tantomeno Putin richiama l’emiro del Qatar a tenere un atteggiamento meno avventuristico ed irresponsabile nel fomentare, a colpi di mazzette milionarie, il putsch per rovesciare Assad. Anzi, Putin nelle sue dichiarazioni lascia intendere che dopo un cessate il fuoco da ambo le parti, si potrebbe persino avviare un negoziato che porti alla liquidazione di Assad. Basta ventilare l’ipotesi perché la determinazione della NATO a liquidare Assad ne risulti ancora di più rafforzata. E se Assad viene liquidato, Putin come penserebbe di riuscire a mantenere la propria base navale a Tartus? In base a qualche “garanzia” della NATO?
Forse sarebbero le stesse “garanzie” offerte a suo tempo dagli USA a Gorbaciov, secondo le quali gli ex Paesi membri del Patto di Varsavia non sarebbero mai stati fatti entrare nella NATO.

[1] http://30secondi.globalist.it/2011/02/17/i-russi-di-gazprom-entrano-in-libia-grazie-a-eni-silvio-benedice/
[2] http://www.paginedidifesa.it/2007/pdd_071142.html
[3] http://video.repubblica.it/dossier/rivolta-siria/monti-da-putin-per-siria-serve-soluzione-consensuale/101394/99771
[4] http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/22/grecia-lfmi-vuole-bloccare-gli-aiuti-atene-in-default-a-settembre/301621/
http://www.corriere.it/economia/12_luglio_22/euro-uscita-grecia-non-spaventa_1406ac7e-d43f-11e1-83bd-0877fdcd1621.shtml
[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.reuters.com/article/2012/06/21/us-russia-putin-imf-idUSBRE85K0KO20120621&prev=/search%3Fq%3Dputin%2Bimf%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=N-4MUKX4Ice2hAePy8H0CQ&ved=0CGIQ7gEwBQ
[6] http://world-observer.com/2011/06/14/gli-aerei-usa-in-polonia-dal-2013-in-attesa-dello-scudo-spaziale/

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Libia un anno fa: memoria corta

L’arte della guerra

Uno degli effetti delle armi di distrazione di massa è quello di cancellare la memoria di fatti anche recenti, facendone perdere le tracce. È passato così sotto silenzio il fatto che un anno fa, il 19 marzo, iniziava il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente «per proteggere i civili». In sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettuava 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili. Venivano inoltre infiltrate in Libia forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani facilmente camuffabili. Venivano finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici, fino a pochi mesi prima definiti terroristi.

L’intera operazione, ha chiarito l’ambasciatore Usa presso la Nato, è stata diretta dagli Stati uniti: prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa. È stato così demolito lo stato libico e assassinato lo stesso Gheddafi, attribuendo l’impresa a una «rivoluzione ispiratrice» – come l’ha definita il segretario alla difesa Leon Panetta – che gli Usa sono fieri di aver sostenuto, creando «una alleanza senza eguali contro la tirannia e per la libertà». Se ne vedono ora i risultati. Lo stato unitario si sta disgregando.

La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente e, a capo, è stato messo Ahmed al-Zubair al Senussi. Scelta emblematica: è il pronipote di re Idris che, messo sul trono da Gran Bretagna e Stati uniti, concesse loro, negli anni ’50 e ’60, basi militari e giacimenti petroliferi. Privilegi cancellati quando re Idris venne deposto nel 1969. Ci penserà il pronipote a restituirli. E vuol essere indipendente anche il Fezzan, dove sono altri importanti giacimenti. Alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale. Così le grandi compagnie petrolifere, cui la Libia di Gheddafi concedeva ristretti margini di guadagno, potranno ottenere dai capi locali, l’uno contro l’altro, condizioni ottimali.

Il leader del Cnt Abdel Jalil parla di «cospirazione» e minaccia «l’uso della forza», ma non è campione dell’indipendenza libica: quella del colonialismo italiano, è convinto, fu per la Libia «un’era di sviluppo». Intanto il Consiglio di sicurezza dell’Onu estende di un altro anno la sua «missione di appoggio in Libia», complimentandosi per «i positivi sviluppi» che «migliorano le prospettive di un futuro democratico, pacifico e prospero». Non può però evitare di esprimere «preoccupazione» per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». Opera delle milizie armate, alimentate dalla politica del «divide et impera» del nuovo impero. Usate per accendere focolai di guerra in altri paesi, come dimostra il fatto che a Tripoli c’è un campo di addestramento dei «ribelli siriani».

In Libia le prime vittime sono gli immigrati dall’Africa subsahariana che, perseguitati, sono costretti a fuggire. Solo in Niger ne sono rientrati 200-250mila, perdendo la fonte di sostentamento che manteneva milioni di persone. Molti, spinti dalla disperazione, tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa. Quelli che vi perdono la vita, come gli ultimi cinque sepolti a Lampedusa, sono anch’essi vittime della guerra iniziata un anno fa. Di cui si è persa, ormai, memoria.

Manlio Dinucci

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LA NATO AFGANIZZA L’EUROPA

Il ministro Fornero continua sulla linea delle provocazioni propagandistiche già seguita dal suo predecessore Sacconi. Il nuovo ministro del Lavoro e del Welfare vuole addirittura accreditarsi sui media come icona femminista, ed è riuscita ad aprire una disputa su una di quelle questioni che possono cambiarti la vita: se si debba dire “la Fornero”, o “Fornero”, oppure “il Fornero”. Nel frattempo il ministro “femminista” lancia altri siluri contro l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ed è significativo che nessun commentatore abbia notato come l’affossare il licenziamento per giusta causa esporrebbe ancora di più le donne a ricatti sessuali sul luogo di lavoro.
La propaganda del ministro Fornero non si limita a giocare sul futile, ma esplora arditamente i territori del demenziale, parlando dell’articolo 18 come un “tabù”. Non solo icona femminista, anche campionessa del libero pensiero. Ma l’articolo 18 concerne la dignità umana, e la dignità umana non è un precetto che ci sia stato calato dal cielo, bensì una convenzione umana, cioè un tabù. Ognuno si sceglie i suoi tabù: c’è chi preferisce la dignità umana, e chi invece il pareggio di bilancio.
D’altra parte, il futile seduce solo i futili, ed il demenziale affascina solo i dementi (vedi Veltroni). Non è questa perciò la propaganda più insidiosa, semmai quella che adopera strumentalmente frammenti di verità. Persino un Tremonti si può far bello di qualche sprazzo di verità, e dirci ogni tanto che i banchieri fanno le rapine e che i politici, ed anche i mitici “imprenditori”, in realtà sono nella loro gran parte dei lobbisti delle banche. Ma una verità incompleta può essere fuorviante quanto una menzogna. Non esiste infatti un potere della finanza in quanto tale, una finanza che sia separabile o distinguibile dal potere militare.  Leggi il resto dell’articolo

L’esercito libero siriano è comandato dal governatore militare di Tripoli

 

 

 

Per quanto riguarda la “Primavera araba” e gli interventi della NATO, ufficiali o segrete, il Qatar sta cercando di imporre ovunque possa dei leader islamisti. Questa strategia ha portato non solo a finanziare i Fratelli Musulmani e a offrirgli al-Jazeera, ma anche a sostenere i mercenari di al-Qaida. Questi ultimi inquadrano l’esercito siriano ora libero. Tuttavia, tale sviluppo desta serie preoccupazioni in Israele e tra i sostenitori dello “scontro di civiltà”.

I membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si confrontano sull’interpretazione di eventi che sconvolgono la Siria. Per la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti, una rivoluzione scuote il paese, seguendo la “primavera araba“, è oggetto di una repressione sanguinosa. Al contrario, per la Russia e la Cina, la Siria si trova ad affrontare bande armate estere, che combatte goffamente causando vittime collaterali tra la popolazione civile che cerca di proteggere.
L’inchiesta che Réseau Voltaire ha condotto sul posto, convalida questa seconda interpretazione [1]. Abbiamo raccolto testimonianze di sopravvissuti degli attacchi dei gruppi armati. Descrivono alcuni attaccanti come iracheni, giordani o libici, riconoscibili dal loro accento, così come anche dei pashtun.
Negli ultimi mesi, alcuni giornali arabi,  favorevoli all’amministrazione al-Assad, hanno evocato l’infiltrazione in Siria da 600 a 1500 elementi del Gruppo combattente islamico in Libia (LIFG), ridenominato dal Novembre 2007 al-Qaida in Libia. Alla fine di novembre, la stampa libica ha riferito del tentativo, da parte delle milizie di Zintan, di fermare Abdelhakim Belhaj, compare di Usama bin Ladin [2], leader storico di al-Qaida in Libia, divenuto governatore militare di Tripoli per grazia della NATO [3]. La scena ha avuto luogo presso l’aeroporto di Tripoli, mentre stava andando in Turchia. Infine, i giornali turchi hanno parlato della presenza di Belhaj alla frontiera turco-siriana.
Queste accuse si scontrano con l’incredulità di tutti coloro per i quali al-Qaida e la NATO sono nemici inconciliabili, fra cui non è possibile alcuna cooperazione. Invece, rafforzano la tesi che io difendo dagli attacchi dell’11 settembre 2001, secondo cui i combattenti etichettati al-Qaida sono mercenari utilizzati dalla CIA [4].

Chi ha ragione?
Per una settimana il quotidiano monarchico in lingua spagnola ABC, ha pubblicato a episodi il documentario del fotografo Daniel Iriarte. Questo giornalista è vicino all’esercito libero siriano (ASL) appena a nord del confine turco. Ha preso la causa della “rivoluzione” e non trova mai parole abbastanza forti contro il “regime al-Assad“.
L’esercito libero siriano sarebbe formato da più di 20000 uomini, secondo il loro leader politico, il colonnello Riyad al-Asaad, di poche centinaia seconda le autorità siriane [5].
Tuttavia, nell’edizione di Sabato 17 Dicembre 2011, Daniel Iriarte testimonia di un incontro che l’ha scioccato. Mentre i suoi amici della ASL lo portavano in un nuovo nascondiglio, si trovò con degli strani ribelli: tre libici [6].
Il primo di loro era Mahdi al-Harati, un libico che ha vissuto in Irlanda prima di entrare in al-Qaida. Alla fine della guerra in Libia, è diventato il comandante della Brigata di Tripoli, il numero 2 del Consiglio militare di Tripoli guidato da Abdelhakim Belhaj. Si è dimesso da questa funzione, secondo alcuni, perché era venuto in conflitto con il Consiglio nazionale di transizione, secondo altri perché voleva tornare in Irlanda da cui proviene la moglie [7]. In realtà, ha raggiunto la Siria.
Ancora più strano: questo membro di al-Qaida era, nel giugno dello scorso anno, tra gli attivisti filo-palestinesi a bordo della nave turca Mavi Marmara. Agenti di molti servizi segreti, tra cui quegli degli Stati Uniti, si erano infiltrato nella “Freedom Flotilla” [8]. Fu ferito e tenuto prigioniero per nove giorni in Israele.
Infine, durante la Battaglia di Tripoli, Mahdi al-Harati ha comandato il gruppo di al-Qaida che ha assediato e attaccato l’hotel Rixos, dove mi trovavo con i miei compagni di Réseau Voltaire e della stampa internazionale, e i cui sotterranei erano utilizzati come ricovero per i leader della Libia, sotto la protezione della guardia di Khamis Gheddafi [9]. Secondo quest’ultimo, Mahdi al-Harati godeva della consulenza di ufficiali francesi, presenti sul terreno.
Il secondo libico incontrato dal fotografo spagnolo nell’esercito libero siriano, non è altro che Kikli Adem, un altro luogotenente di Abdelhakim Belhaj.  Infine, Daniel Iriarte non è stato in grado d’identificare il terzo libico, che si chiamava Fouad.
Questa testimonianza si sovrappone a ciò che i giornali arabi anti-siriani dichiarano da diverse settimane: l’esercito libico siriano è inquadrato da almeno 600 “volontari” di al-Qaida in Libia [10]. L’intera operazione è gestita da Abdelhakim Belhaj in persona, con l’aiuto del governo Erdogan.
Come spiegare che anche un giornale anti-Assad come ABC abbia deciso di pubblicare la testimonianza del suo inviato speciale, quando  mette in luce i metodi nauseanti della NATO e conferma la tesi del governo siriano della destabilizzazione armata? È che da una settimana, alcuni ideologi dello scontro delle civiltà si ribellano a questo sistema che integra gli estremisti islamici alla strategia del “mondo libero“.
Ospite del blog CNBC [11], l’ex primo ministro spagnolo José Maria Aznar ha rivelato, il 9 Dicembre 2011, che Abdelhakim Belhaj era sospettato del coinvolgimento negli attentati dell’11 marzo 2004 a Madrid [12], gli attacchi che hanno iniziato a porre fine alla carriera politica nazionale di Aznar.
L’uscita di Aznar corrisponde agli  interventi dei suoi amici del Jerusalem Center for Public Affairs, il think tankguidato dall’ex ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Dore Gold [13]. Esprimono pubblicamente i loro dubbi sulla validità della strategia attuale della CIA, di mettere al potere gli islamisti in tutto il Nord Africa. La loro critica è rivolta innanzitutto contro la Confraternita dei Fratelli musulmani, ma anche a due personalità libiche: Abelhakim Belhadj e il suo amico, lo sceicco Ali al-Salibi. Quest’ultimo è considerato il nuovo leader del paese [14]. I due uomini sono considerati essere le pedine del Qatar nella nuova Libia [15]. Questo è anche lo sceicco Salabi che ha distribuito 2 miliardi di dollari del Qatar per aiutare al-Qaida in Libia [16].
Così la contraddizione che si sta cercando di nascondere, negli ultimi dieci anni, ritorna in superficie: i mercenari, già pagati da Usama bin Ladin, non hanno mai smesso di lavorare al servizio della strategia degli Stati Uniti dalla prima guerra in Afghanistan, compreso il periodo degli attentati dell’11 settembre. Eppure vengono presentati dai leader occidentali come nemici implacabili.
E’ probabile che le obiezioni di Aznar e del Jerusalem Center for Public Affairs saranno ignorati dalla NATO come quelle del generale Carter Ham, comandante di AFRICOM. Questi era indignato, all’inizio della guerra in Libia, dalla necessità di proteggere i jihadisti che avevano appena massacrato i soldati USA in Iraq.
Lontano dalla realtà, il Comitato anti-terrorismo delle Nazioni Unite (il “Comitato d’applicazione della risoluzione 1267“) e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, mantengono sulla loro lista nera l’organizzazione di Abdelhakim Belhaj e dello sceicco Salabi, sotto il suo vecchio nome di gruppo combattente islamico in Libia. Ed è del parere che sia dovere di ogni stato fermare questi individui se passano sul loro territorio.

Note
[1] «Menzogne e verità sulla Siria», Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 27 novembre 2011.
[2] «Libya’s Powerful Islamist Leader», Babak Dehghanpisheh, The Daily Beast, 2 settembre 2011.
[3] «Come al-Qaida é arrivata al potere a Tripoli», Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 6 settembre 2011.
[4] «Ennemis de l’OTAN en Irak et en Afghanistan, alliés en Libye», Webster G. Tarpley, Réseau Voltaire, 21 maggio 2011
[5] «Syria’s opposition, rebels hold talks in Turkey», Safak Timur, AFP, 1 dicembre 2011.
[6] «Islamistas libios se desplazan a Siria para “ayudar” a la revolución»,  Daniel Iriarte, ABC (Espagne), 17 dicembre 2011. Versione francese: «Des islamistes Libyens en Syrie pour “aider” la révolution», traduzione di Mounadil al-Djazaïri, Réseau Voltaire, 18 dicembre 2011.
[7] «Libyan-Irish commander resigns as deputy head of Tripoli military council», Mary Fitzgerald, The Irish Times, 11 ottobre 2011.
[8] «Flottille de la liberté: le détail que Netanyahu ignorait», Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 6 giugno 2010.
[9] «Thierry Meyssan et Mahdi Darius Nazemroaya menacés de mort à Tripoli», Réseau Voltaire, 22 agosto 2011.
[10] «Libyan fighters join “free Syrian army” forces», Al Bawaba , 29 novembre 2011.
[11] «Spain’s Former Prime Minister Jose Maria Aznar on the Arab Awakening and How the West Should React», CNBC.com, 9 dicembre 2011.
[12] «Attentats de Madrid : l’hypothèse atlantiste», Mathieu Miquel, Réseau Voltaire, 6 novembre 2009.
[13] «Diplomacy after the Arab uprisings», Dore Gold, The Jerusalem Post, 15 dicembre 2011.
[14] «Meet the likely architect of the new Libya», Marc Fisher, The Washington Post, 9 dicembre 2011.
[15] «Libyans wary over support from Qatar», John Thorne, The National (Emirati Arabi), 13 dicembre 2011.
[16] John Thorne, op. cit.

 

Fonte: SitoAurora

MARCHIONNE FIGLIO DI PUTIN

Mentre da settimane si susseguono le voci più o meno ufficiali su un intervento del Fondo Monetario Internazionale “a favore” dell’Italia, in pochi hanno fatto caso ad un intervento autorevole a sostegno di questa macabra prospettiva, quello di Vladimir Putin, lo scorso 11 novembre. Putin ed il suo socio Medvedev si sono divisi il lavoro: mentre il primo avallava l’improbabile immagine di un FMI “salvatore” dell’Europa, il secondo incontrava il capo dello stesso FMI, Christine Lagarde.[1]
Pare che la Russia abbia grosse riserve finanziarie, perciò in questa circostanza potrebbe agire addirittura da “banca” del FMI; e questo sarebbe l’oggetto dei colloqui fra Lagarde e Medvedev. Ma se la Russia ha davvero tutti questi soldi, perché non pensa di tagliare fuori il FMI, entrando direttamente nelle economie europee con propri acquisti di titoli del Tesoro?
Bella domanda, ma prima di azzardare una risposta, forse è il caso di mettere in rassegna altri fatti.
Nell’agosto del 2010 il primo ministro ungherese, Orban, aveva cacciato il FMI dal proprio Paese, ma ora, a poco più di un anno, deve tornare a testa bassa dal FMI a chiedere un prestito. [2]
Su quali sostegni internazionali aveva sperato Orban per fare a meno della gogna del FMI?
Il governo ungherese aveva confidato sul sostegno russo. Dopo il primo incontro semi-segreto fra Orban e Putin alla fine del 2009, il primo ministro ungherese era stato accolto in pompa magna nel dicembre 2010 a Mosca, e nei colloqui erano stati prospettati una serie di progetti di cooperazione economica.[3]
Sembrava dunque che la Russia perseguisse una strategia di sfondamento dell’equilibrio UE/NATO nell’Europa dell’Est, e che l’Ungheria fosse il primo tassello del domino. A distanza di un anno Orban invece si ritrova in piena emergenza finanziaria, e consegnato proprio da Putin ai tentacoli del FMI. Quindi anche Orban è finito nella lista dei bidonati da Putin, insieme con Milosevic e Gheddafi.
Da qualche mese risultava che il governo ungherese avesse già rinunciato a qualsiasi velleità di autonomia economica, e si riconsegnasse al ruolo istituzionale che l’Unione Europea riserva a Paesi come l’Ungheria, cioè quello di diventare una colonia per le delocalizzazioni di imprese dell’Europa occidentale. In questo periodo l’Ungheria è diventata infatti il Paese più reclamizzato dalle agenzie internazionali specializzate nel business di organizzare delocalizzazioni di piccole e medie imprese italiane.[4]
Si spiegano così la sicumera e l’arroganza di Sergio Marchionne, visto che oggi, grazie a Putin, le colonie dell’Europa dell’Est si trovano in totale sicurezza; perciò Marchionne non soltanto è in condizione di delocalizzare le produzioni FIAT, ma anche di portarsi dietro le piccole e medie imprese dell’indotto, e magari persino qualcos’altro. Si spiega anche perché Marchionne sia interessato a destabilizzare Confindustria, lasciando così tante piccole e medie imprese senza ombrello, e quindi bisognose di protezione e di entrature per delocalizzare all’Est.
Dal canto suo Putin non si accontenta di allacciare rapporti col FMI, ma compie anche i passi decisivi per entrare a pieno titolo nella principale emanazione del FMI, cioè l’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO). Una volta formalizzata l’associazione della Russia al WTO, la messa in sicurezza dell’Europa dell’Est dal punto di vista delle multinazionali, sarebbe cosa fatta.[5]


Ma Putin non finisce di sorprenderci. Mentre la Libia era sotto aggressione, l’azienda petrolifera russa, Gazprom, apriva un ufficio di rappresentanza in uno dei Paesi aggressori della Libia, cioè l’Emirato del Qatar; proprio quello che ha inviato migliaia di mercenari in Libia ad inscenare la finta rivolta popolare.[6]
Nei mesi successivi il rapporto tra Gazprom e Qatar è diventato una solida cooperazione d’affari, mediata dalla multinazionale francese Total. La gestazione degli affari è in corso e promette bene.[7]
Nel corso del 2010 Putin aveva allacciato una serie di rapporti internazionali che sembravano configurare un asse con la Turchia, l’Iran, il Brasile, la Libia e la Siria. Dopo il voltafaccia di Putin, la Turchia ed il Brasile sono in stato confusionale, la Siria e l’Iran sono sotto l’attacco occidentale, mentre la Libia è stata ri-colonizzata. A questo punto ci si chiede quanto si possa dare credito alle rituali obiezioni che Putin sta opponendo riguardo all’aggressione che si prospetta da parte di NATO ed Israele nei confronti di Siria ed Iran.
Putin è spesso accusato dalla stampa occidentale e sionista di violare i cosiddetti “Diritti Umani”; espressione che, tradotta dal linguaggio della propaganda, significa “interessi della British Petroleum”. Gazprom si trova infatti a pestare spesso i piedi della BP in questo o quell’affare di petrolio o gas. L’ultimo grosso sgarbo è appena di un anno fa, quando Gazprom ha soffiato alla BP un affare da un miliardo di dollari.[8]
Ciò spiega perché Putin sia stato accusato di essere uno “zar”, un “populista”, e di assassinare giornalisti, o addirittura di eliminare i dissidenti con il polonio radioattivo. Putin è, a sua volta, molto abile a sfruttare a proprio vantaggio questa grossolana propaganda contro di lui, rilasciando reboanti dichiarazioni anti-occidentali che accreditino il suo mito di leader indipendente e fuori del coro; dichiarazioni fumose, che fanno però la gioia dei suoi fans “eurasiatici” in Italia.[9]
Di fatto Putin appare del tutto ondivago in politica estera, ed ansioso soltanto di compiacere gli affari di Gazprom, anche se la Russia si trova sempre più accerchiata militarmente dalla NATO. Il FMI è il braccio finanziario della NATO (oppure è la NATO ad essere il braccio militare del FMI), perciò ogni avallo da parte di Putin all’azione del FMI in Europa, si risolve automaticamente in aumento della minaccia della NATO contro la Russia. Ma mettersi contro FMI e WTO, significherebbe per Gazprom vedersi tagliata fuori da parecchi affari.
In corrispondenza del periodo dell’aggressione della NATO contro la Libia, e del conseguente blocco delle esportazioni da questo Paese, i profitti di Gazprom sono aumentati del 78%, come risulta dalle sue stesse dichiarazioni. Non c’è bisogno perciò di scervellarsi tanto per indovinare il motivo per il quale la Russia ha votato a favore della ambigua Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza, che ha aperto la strada all’aggressione della NATO contro la Libia.[10]
Pare proprio che la cosca di Gazprom affidi i propri destini personali più ai conti segreti nelle banche svizzere che alla integrità territoriale della Russia. Gli “eurasiatici”, piuttosto che confidare in Putin ed elucubrare sulle sue intenzioni recondite, forse farebbero bene ad augurarsi che nell’esercito russo sia rimasto qualche comunista in grado di cacciare sia lui che la sua cosca affaristica.

[1] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.reuters.com/article/2011/11/11/russia-putin-eurozone-idUSL5E7MB3VE20111111
[2] http://www.ansa.it/web/notizie/notiziari/euroregioneadriatica/2011/11/21/visualizza_new.html_15831058.html
http://www.repubblica.it/economia/2011/11/22/news/ungheria_l_autarchico_orban_chiede_aiuto_all_fmi-25426178/
[3] http://www.itlgroup.eu/magazine/index.php?option=com_content&view=article&id=1985:russia-su-presidenza-ungheria-colloquio-orban-putin&catid=44:politica&Itemid=150
[4] http://www.pasut.com/it/schedepaese/scheda_ungheria.html
http://www.pmi.it/economia/lavoro/articolo/9288/delocalizzazione-per-pmi-lungheria.html
[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.guardian.co.uk/world/2011/oct/27/russia-wto-georgia-compromise&ei=KW_STs21NonjtQaJlZHMDA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCYQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dputin%2Bwto%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
[6] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.gazprom.com/press/news/2011/april/article111168/&ei=mNnPTtHVJsTasgbdtp24DA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCgQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dgazprom%2Bqatar%2Bpetroleum%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns
[7] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://uk.reuters.com/article/2010/06/11/russia-qatar-energy-idUKLDE65A16P20100611&ei=LtrPTpzQNIvJswbnhcnTDA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=4&ved=0CEgQ7gEwAw&prev=/search%3Fq%3Dputin%2Bqatar%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
http://rt.com/business/news/russias-shmatko-yamal-construction-397/
[8] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.theweek.co.uk/business/14115/bad-news-bp-russia-1bn-deal-cancelled
[9] http://www.corriere.it/esteri/11_novembre_27/putin-soldi-potenze-straniere-opposizione_aab838be-18eb-11e1-be06-06f00295b4d4.shtml
[10] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.wqow.com/story/15994358/russias-gazprom-posts-10b-profit-in-q2%3Fclienttype%3Dprintable&ei=rdDVTt-FOsrTsgam2cyYDg&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCMQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dgazprom%2Beau%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns

 

Fonte: Comidad.

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