IL DENARO RIMANE IL CANDIDATO VINCENTE

images (3)La notizia dell’abdicazione del papa ha sottratto per un po’ al Buffone di Arcore il centro dell’arena mediatica, proprio mentre questi era tanto preoccupato che il festival di Sanremo potesse mettere in ombra il suo festival di promesse elettorali. Da parte dell’opinione di sinistra si ripete il consueto errore di considerare il risveglio dell’elettorato del PdL come una dimostrazione di fiducia nelle promesse del Buffone. Forse ci sarà pure qualcuno davvero disposto a credere a quelle promesse, dato che a questo mondo c’è di tutto; ma non è questo il punto. L’elettore di destra ha udito il suo leader affermare di essere stato “costretto” a votare l’IMU in parlamento; così come magari fu “costretto”, da Presidente del Consiglio, a varare nel 2005 la legge istitutiva che diede vita ad Equitalia.
Allo stesso modo, il Buffone potrà benissimo essere “costretto” a rimangiarsi la promessa di abolire e rimborsare l’IMU, magari per colpa della farraginosità della Costituzione, che gli avrebbe sempre impedito di governare come lui vorrebbe e saprebbe. Queste cose l’elettore di destra le sa o le intuisce benissimo. Ciò che l’opinione di sinistra invece tende sempre a sottovalutare, è la portata ideologica di alcuni slogan ripresi dal ghost writer del Buffone, a cominciare dal concetto di costrizione.
Per decenni la destra ha giustificato la fuga del re Vittorio Emanuele III nell’8 settembre del ’43, argomentando che lo stesso re fu “costretto” alla fuga. I nostalgici del re potevano essere contemporaneamente nostalgici anche di Mussolini, sorvolando sul fatto che i due nel ’44 e nel ’45 erano stati su sponde opposte, da nemici a tutti gli effetti. In fondo erano stati entrambi “costretti”.
La pietra angolare dell’edificio ideologico della destra è infatti il vittimismo. La mitologia dominante ci presenta la ricchezza come una fortezza assediata dall’invidia e dalle lamentele dei poveri. La subalternità ideologica della sinistra si dimostra continuamente nell’incapacità di uscire da questa visione, perciò i ricchi possono essere considerati al massimo colpevoli di indifferenza; e quindi la povertà viene interpretata come uno spiacevole effetto collaterale di tale indifferenza.
Non sarebbe niente di grave se la mitologia del “ricco soddisfatto” se la coltivasse solo la destra; purtroppo è la sinistra ad incentivare il mito dell’indifferenza del ricco, così come viene rappresentato nella parabola del ricco Epulone del vangelo di Luca. La posizione di sinistra si riduce quindi ad un problema di redistribuzione della ricchezza, magari aumentando le tasse ai ricchi.
I ricchi invece si occupano dei poveri, eccome. Il vero problema è infatti che dal vittimismo padronale viene fatta discendere la necessità di un assistenzialismo per i ricchi, con la conseguente urgenza di comprimere le pretese dei poveri, costringendoli persino a versare un’elemosina ai ricchi. Non è affatto vero che i ricchi si disinteressino dei poveri; anzi, li considerano una vacca da mungere.
Che la ricchezza sia un fenomeno socialmente assistito, e che la povertà venga coltivata come il principale dei business, sono concetti scomparsi nella sinistra attuale. Anche il fatto che la ricchezza sia socialmente aggressiva, una forma di guerra permanente dei ricchi contro i poveri, per la sinistra è ormai roba da ufficio dei concetti smarriti.
Ciò che si sta attuando in queste settimane è quindi un risveglio identitario della destra, sotto la vecchia e gloriosa bandiera ideologica del vittimismo. Più le promesse del Buffone suonano assurde, più il votarlo conferisce efficacia al dispetto che si fa alla cosiddetta sinistra.
Ma il voto identitario non è certo quello che fa vincere le elezioni. Il voto ideologico è vischioso, e ciò che decide alla fine è lo spostamento delle masse di suffragio gestite dalle baronie del controllo del voto. Anche il voto di scambio non è sempre infallibile nei risultati, ma se rimane qualche regione in bilico, un’aggiustatina la si può sempre fare al Viminale. La questione del voto di scambio non va ridotta ai casi dei voti comprati per cinquanta euro, ma riguarda il controllo sociale dei territori. La fine della cosiddetta prima Repubblica è stata segnata dalla morte di grandi baroni del voto, come Toni Bisaglia in Veneto, Carmine Mensorio in Campania e Salvo Lima in Sicilia. Il primo morì per un “incidente”, il secondo fu “suicidato”, e solo il terzo fu ammazzato platealmente. Da circa due anni le baronie del voto sono in posizione attendistica, ed occorrerà vedere chi avrà la disponibilità finanziaria per andare a riallacciare i rapporti e stringere i patti di scambio. I casi della Tunisia e dell’Egitto costituiscono esempi significativi delle fortune elettorali del candidato/denaro. In questi due Paesi le formazioni religiose si sono infatti avvalse dei finanziamenti dell’Emiro del Qatar, Al Thani, così che la tanto decantata laicità della società egiziana e della società tunisina è andata a farsi benedire.
Il sito del Consiglio Atlantico della NATO non si fa neanche scrupolo di ammettere che è proprio Al Thani a finanziare la “democrazia” in Siria, rifornendo di armi i “ribelli”, cioè i propri mercenari; alla stessa maniera in cui era stata portata la democrazia in Libia. Eppure si tratta di ingerenze illegali e di violazioni palesi della Carta dell’ONU. Ma il Qatar ormai fa parte a tutti gli effetti della NATO, perciò non è tenuto a rispettare il diritto internazionale.
Lo stesso sito del Consiglio Atlantico non si fa problemi a farci sapere che è sempre Al Thani lo sponsor dei Fratelli Mussulmani in Egitto, andando persino in rotta di collisione con l’orientamento dei suoi alleati degli Emirati Arabi Uniti.
Al Thani non si è limitato a comprarsi il voto in Tunisia; ora si sta comprando tutta la Tunisia, con un miliardo di dollari, tanto per cominciare. Ma l’arrivo di tutto questo denaro non è soltanto un modo per acquistare un Paese, ma anche una tecnica per destabilizzarlo, come dimostrano le vicende di questi giorni.
In base alla fiaba ufficiale il ricco Al Thani, invece di fare tanto il facinoroso, dovrebbe starsene tranquillo e soddisfatto a godersi i suoi soldi, magari infastidito ogni tanto dalle querule rivendicazioni dei poveri. Anche a proposito del Buffone di Arcore si sente ancora spesso la domanda sul perché uno che ha tutti quei soldi, invece di farsi i fatti suoi, voglia occuparsi di politica. Si tratta di una domanda retorica, che sottintende che lui è troppo buono. L’eccesso di bontà potrebbe essere il difetto caratteriale anche di Al Thani. L’eccesso di bontà è infatti l’unico difetto che i potenti sono disposti a riconoscersi

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IL LOBBYING RICREA IL MONDO A PROPRIA IMMAGINE E SOMIGLIANZA

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Continua l’effetto sorpresa di un Hollande che si dimostra sempre meno socialista e sempre più guerrafondaio. Ora il presidente francese si è ridotto a fare il vigilante per gli interessi della Total e di altre multinazionali in Mali ed in Somalia. [1]
Il suo pretesto/casus belli del momento è la crociata contro i jihadisti locali; cosa che ha suscitato più di qualche perplessità dato che invece in Siria i jihadisti sembrano andargli più che a genio quando combattono Assad. In un’Italia in piena ubriacatura elettoralistica, potrebbe essere utile riflettere sulle sorti dei programmi elettorali una volta che i candidati siano stati eletti.
L’elettoralismo risulta così euforizzante perché è una forma di pornografia, attiene cioè al desiderio puro, magari con quella dose di squallore che serve a conferire un alone di realismo alla rappresentazione. Ma i desideri, i programmi e le promesse elettorali non sono la realtà, che è invece scandita dalle emergenze. L’emergenza determina un fatto compiuto che azzera ogni impegno precedente, ed a cui ogni altra istanza va sacrificata, come ad un Moloc. Carl Schmitt diceva che è sovrano chi può decidere sullo stato di eccezione. Ma nella democrazia occidentale vige uno stato di emergenza cronica, cioè uno stato di eccezione permanente, l’eccezione diventa la regola. Se il vero sovrano è chi può dichiarare lo stato di emergenza, chi è oggi il sovrano? Chi è in grado di creare le emergenze?
Le multinazionali non spendono un soldo per migliorare la propria immagine pubblica, poiché è ovvio che nessuno prenderebbe sul serio un tale sforzo. Le multinazionali invece spendono moltissimo per creare un’immagine del mondo funzionale ai loro interessi. A questo serve il lobbying, sia palese che occulto.
Il lobbying infatti invade e permea tutta la società e tutte le istituzioni: parlamentari, militari, di “intelligence”, di comunicazione e informazione, sino alle ONG per i diritti umani. Una manina alle velleità guerrafondaie di Total e Hollande è arrivata infatti anche da Amnesty International, che il 15 maggio ha pubblicato un rapporto sulle violazioni dei diritti umani in Mali. L’ONG denunciava le milizie islamiche presenti nel Nord del Paese, come il gruppo di Ansar Eddine, per le conversioni forzate all’Islam ed il reclutamento di bambini-soldato. L’ONG Amnesty International è sovvenzionata dalla rete Open Society Foundations del finanziere George Soros. [2]
Anche la rivista “Jeune Afrique” ha dato il suo contributo, riportando la notizia secondo cui vi sarebbero state manifestazioni violente a Gao, nel Nord del Mali, contro i divieti imposti dalle milizie islamiche sul fumo per strada e sul guardare la TV. Niente di meglio per consentire ad Hollande di presentarsi come un liberatore.
Le bustarelle riguardano l’infanzia della corruzione, mentre la modernità è costituita dal più che legale “revolving door”, che può consentire a parlamentari, giornalisti, militari ed agenti segreti di pensionarsi per andare ad occupare posti nelle multinazionali, oppure di piazzarvi loro parenti; come è capitato, ad esempio, al figlio dell’ex governatore della Campania, Bassolino, oggi dirigente della banca svizzera UBS.
Un’opinione pubblica che non potrebbe mai credere alla bontà delle intenzioni della Total o della Chevron, o di Jp Morgan e di Goldman Sachs, potrà invece attribuire credito alle varie emergenze: lo spread nell’Unione Europea, la questione dei diritti umani e dei massacri in Siria, la minaccia dell’integralismo islamico in Mali e Somalia, o alle stragi di cristiani da parte di musulmani in Nigeria. L’estensione del denaro elettronico conferirebbe un potere assoluto alle multinazionali bancarie, ed ecco sorgere un’emergenza-evasione fiscale che riesce a far passare il denaro elettronico addirittura come una misura di “sinistra”.
L’India è sempre più coinvolta in un aspro contenzioso con la multinazionale agricola Monsanto, responsabile di migliaia di suicidi fra i contadini indiani; ed ora, casualmente, la stessa India si trova descritta dai media mondiali come un covo di violentatori. All’ordine del giorno non ci sono i crimini di Monsanto, ma l’emergenza-stupri in India. [3]
Per le multinazionali si tratta di replicare il modello Congo, sia il Congo Kinshasa che il Congo Brazzaville, in cui non esiste più per la colonizzazione un problema di controparti locali con cui misurarsi. In molti Paesi africani oggi le multinazionali non sono più semplicemente uno Stato nello Stato, ma costituiscono lo Stato vero e proprio, dato che le istituzioni locali sono dissolte dalla guerra civile permanente. Ed è questo il tipo di posizione di dominio assoluto che la Total può vantare sia nell’ex Congo belga che nell’ex (?) Congo francese. [4]
Ovviamente anche una partita truccata come il colonialismo non è ogni volta una passeggiata, dato che c’è pur sempre la competizione fra colonialisti, con gli annessi colpi bassi e pugnali nella schiena. Il povero Hollande si è infatti auto-condannato ad una figuraccia con il suo blitz in Somalia allorché ha accettato la “collaborazione dell’alleato” Obama. [5]
Ormai il conflitto in Mali coinvolge direttamente anche l’Italia, che per il momento fornirà solo “supporto logistico” alle truppe francesi, salvo poi farsi invischiare maggiormente in futuro; quindi anche il nostro Paese si candida a prendere bidoni dai cari “alleati”. [6]
1) http://www.mbendi.com/indy/oilg/af/ml/p0005.htm
2) http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.opensocietyfoundations.org/about/programs/us-programs/grantees/amnesty-international-usa&prev=/search%3Fq%3Damnesty%2Binternational%2Bopen%2Bsociety%2Bfoundation%26hl%3Dit%26tbo%3Dd%26biw%3D960%26bih%3D493&sa=X&ei=Le32UM6zAciZtQaX2YCYBQ&sqi=2&ved=0CG4Q7gEwCA
3) http://www.ilfattoalimentare.it/monsanto-india-ogm.html
4) http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.total.com/en/our-energies/oil/exploration-and-production/projects-and-achievements/moho-bilondo-940856.html&prev=/search%3Fq%3Dcongo%2Btotal%26hl%3Dit%26tbo%3Dd%26biw%3D960%26bih%3D493&sa=X&ei=IkP0ULGoBqeL4ASjxYCQBQ&ved=0CDQQ7gEwAA
http://www.atlasweb.it/2012/01/25/r-d-congo-petrolio-alla-francese-total-i-diritti-d%E2%80%99esplorazione-del-lago-albert-579.html
5) http://www.ilpost.it/2013/01/14/il-fallimento-francese-in-somalia/
6) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-01-16/mali-italia-fornira-supporto-184326.shtml?uuid=AbGi52KH
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-01-16/guerra-mali-102207.shtml?uuid=AbF8tqKH

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I soldi del Qatar


 

C’è un solo modo per un piccolo Stato, con alle spalle una storia priva di blasone e dotato di un modesto esercito, di ritagliarsi uno spazio di protagonismo nel complesso scacchiere geopolitico. Ovvero, investire denaro a fiumi. Per farlo, ovviamente, c’è bisogno di una disponibilità economica gigantesca, di dimensioni inversamente proporzionali ai pochi chilometri dei propri confini. Confini, tuttavia, entro i quali, nel caso del Qatar, si nascondono sotto terra quei giacimenti di gas e petrolio che costituiscono l’origine di tanta ricchezza da investire all’estero. Sono i cosiddetti petrodollari, infatti, che l’emiro di questo Paese del Golfo persico sta brandendo come un’arma per conquistarsi quella fama internazionale finora soltanto invidiata agli altri.

Non è più ormai un mistero che ingenti quantità di denaro provenienti dal Qatar stiano rappresentando un considerevole sostegno finanziario per le economie indebolite dalla recessione. I petroldollari qatarioti, originariamente destinati soltanto verso Paesi islamici, hanno iniziato a confluire anche nella direzione del Vecchio Continente. È notizia non più recente il robusto investimento che l’emiro del Qatar ha deciso di effettuare in Francia. Dapprima furono il calcio (Paris-Saint-Germain), gruppi strategici, emittenti tv e alberghi di lusso gli oggetti dello shopping francese di Hamad ben Khalifa Al-Thani. Negli ultimi tempi, il suo impegno finanziario ha subìto una svolta, sostituendosi perfino al Governo nel risanamento delle degradate periferie delle metropoli di Parigi, Marsiglia, Lione. L’emiro del minuscolo Stato qatariota finanzierà un piano di 100 miliardi di euro destinati alle banlieues. La scelta del governo Hollande è stata però accompagnata da roventi polemiche; in molti hanno accusato l’Eliseo di “svendere” parte dei propri centri urbani a un Paese straniero, appaltandogli il piano di risanamento, quello che andrebbe considerato non un prodotto da mettere sul mercato ma un “obbligo governativo”.

Le polemiche sono poi divampate la settimana scorsa, quando l’ex capo della DST (Direzione della sorveglianza del territorio) francese, Yves Bonnet, ha chiamato in causa proprio il Qatar quale finanziatore di gruppi radicali islamici che stanno proliferando nel Paese. Bonnet ha pronunciato parole inequivocabili a margine di una retata avvenuta nei confronti di alcuni membri di questi gruppi. Egli ha dichiarato che tali ambienti “pongono il problema del traffico di droga”, ma anche che “esiste una questione relativa ai soldi versati verso di loro da Paesi salafiti”. Sollecitato dall’intervistatore, Bonnet è stato ancora più chiaro: “Non c’è il coraggio di parlare dell’Arabia Saudita o del Qatar, ma forse queste brave persone dovrebbero smettere di alimentare con i loro fondi un numero di azioni preoccupanti. Sarebbe bene aprire un dossier sul Qatar, perché là c’è un vero problema. E non mi interessano i risultati del Paris-Saint-Germain”.

L’inusuale beneficienza qatariota svela dunque il suo vero obiettivo, che non è certo umanitario, che nemmeno si limita alla propensione affaristica o alla volontà di accreditarsi il consenso – altrimenti irrealizzabile, data la natura non propriamente democratica dell’Emirato del Qatar – da parte degli europei. L’obiettivo di Doha è quello di dare una svolta alla sua storia; sfruttando le proprie risorse e le opportunità fornite dal turbo-capitalismo vuole trasformarsi in protagonista della scena internazionale. Protagonismo che passa attraverso la destabilizzazione di potenze più grandi, più prestigiose e anche, inevitabilmente, più articolate del minuscolo Qatar. Così si spiegano i finanziamenti elargiti ai gruppi salafiti che sono in azione in Siria contro l’esercito regolare.

Il monito di Bonnet testimonia che questa riprovevole prassi qatariota di finanziare gruppi che professano e, allorquando possono, attuano azioni terroristiche ha valicato i confini del Medio Oriente. Dalle cronache economiche degli ultimi giorni apprendiamo che non solo la Francia deve preoccuparsi di questa intrusione da parte dei qatarioti. Risulta, infatti, che lo scorso 10 ottobre cinque dirigenti del fondo sovrano del Paese del Golfo persico – il Qatar Investiment Authority (Qia) – abbiano avuto una serie di incontri con il gothadella finanza italiana e con esponenti del Governo Monti. Gli incontri sarebbero avvenuti in una sala riservata del Grand Excelsior Hotel, situato nell’elegante via Veneto, a Roma. Fin troppo chiaro che gli argomenti trattati siano stati gli investimenti che il fondo ha intenzione di condurre in Italia. Quote di Versace, Snam, Milan, Eni ed Enel sarebbero nel mirino di Hamad ben Khalifa Al-Thani. Anche in Francia, del resto, questo ambiguo emiro aveva iniziato a tessere la sua tela intorno alle grandi industrie.

 

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Anche a Roma festeggiamo l’indipendenza

Marco Cedolin
Potrebbe essere una buona notizia, ma purtroppo l’oggetto delle celebrazioni è l’indipendenza degli americani e non dagli americani, come sarebbe invece auspicabile dopo 60 anni di colonialismo a 360 gradi che spazia dalle basi militari all’immaginario collettivo.
Le celebrazioni per il 4 luglio, svoltesi presso la villa dell’ambasciatore americano a Roma, con grande dispiegamento di forze dell’ordine e militari italiani e il giusto corrollario di ospiti vip equamente distribuiti fra la politica e la finanza che “contano”, hanno bloccato il traffico e comportato la deviazione del percorso degli autobus, causando non pochi disagi ai cittadini di Roma Nord che già si trovano a fare i conti con la canicola….
Sarebbe senza dubbio interessante portare una riflessione nel merito di quanto il nostro paese sia pronto a genuflettersi di fronte al padrone a stelle e strisce (l’Indipendenza americana viene da sempre festeggiata nella maggior parte dei comuni che ospitano basi militari statunitensi) ogni qualvolta la cosa si renda necessaria. Così come gioverebbe comprendere in base a quali criteri di opportunità vengano mobilitati uomini e mezzi pagati con il denaro dei contribuenti, per festeggiare le indipendenze altrui, mentre in Italia si chiudono gli ospedali e si negano le medicine ai malati.
Come sempre non ci saranno risposte, nè reazioni, dal momento che gli italiani a genuflettersi hanno ormai preso gusto. Non ci resta che mettere nel freezer il tacchino per novembre e prepararci a “ringraziare” anche noi.

L’arte della guerra: I pirati dell’Oceano Indiano

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Lo schieramento multipartisan, che dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa, è sceso a fianco dei due fucilieri del Battaglione San Marco incriminati dalla magistratura indiana per aver sparato su dei pescatori, scambiati per pirati, uccidendone due.

Decine di Comuni hanno risposto alla chiamata patriottarda di Ignazio La Russa, esponendo lo striscione «Salviamo i nostri marò». Giornalisti embedded del Tg1 hanno indossato il nastro giallo della Marina militare con scritto «Non lasceremo soli i nostri fucilieri! No men left behind!».

In effetti non sono stati lasciati indietro. Grazie alle instancabili pressioni del presidente Monti e del ministro della difesa Di Paola sulle autorità indiane, nonché alla «donazione» di 146mila euro in rupie alle famiglie degli uccisi (definita da Di Paola «un atto di generosità»), «i nostri marò» sono stati scarcerati. Proprio mentre a Roma si svolgeva la parata militare del 2 giugno, voluta dal presidente Napolitano per «onorare gli italiani che hanno sacrificato la vita in missioni internazionali di pace».

Come quella in cui sono impegnati i marò dei «Nuclei militari di protezione», dislocati a bordo di mercantili italiani nell’Oceano Indiano. Tali nuclei godono di «un adeguato grado di autonomia operativa»: possono quindi decidere autonomamente quando e come sparare. Questa vera e propria licenza di uccidere, conferita loro dal Parlamento, viene estesa con la Legge 130/2011 a contractor di compagnie private, che possono «utilizzare le armi predisposte sulle navi mercantili previa autorizzazione del Ministro dell’interno». Il tutto sotto l’operazione Ocean Shield (Scudo dell’Oceano) della Nato, il cui scopo ufficiale è «il contrasto alla pirateria al largo e lungo le coste della Somalia e del Corno d’Africa».

Per tale operazione sono dislocati permanentemente nell’Oceano Indiano due gruppi navali multinazionali della Forza di reazione rapida della Nato, sotto il comando marittimo alleato di Napoli. La Ocean Shield è a sua volta collegata alla Cmf, forza marittima multinazionale composta da 36 navi da guerra con supporto aereo, la quale, agli ordini della componente navale del Comando centrale Usa in Bahrain, ha la missione di «combattere il terrorismo e la pirateria nelle acque internazionali del Medio Oriente, da cui passano alcune delle più importanti rotte commerciali del mondo».

Il vero scopo dell’imponente schieramento navale, cui partecipa anche l’Italia, è dunque il controllo delle rotte petrolifere e, allo stesso tempo, la preparazione di altre guerre per il dominio della regione. Con il pretesto della lotta alla pirateria. Mentre le stesse potenze che presidiano militarmente l’Oceano Indiano continuano a depredare le acque della Somalia e di altri paesi con le loro flotte pescherecce e a inviarvi le navi dei veleni a scaricarvi i rifiuti tossici del mondo ricco. Provocando carestie e malattie che in Somalia hanno spazzato via interi villaggi di pescatori, costringendo tanti giovani, per sopravvivere, a fare da manovalanza nelle azioni di pirateria.

E altri, come gli indiani contro cui hanno sparato i marò, a rischiare la vita per poche rupie, sperando che, se vengono uccisi, le famiglie siano risarcite dalla «generosità» dei pirati istituzionali.

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MINACCE DI MORTE

La lettera inviata da Draghi e Trichet, il 5 agosto scorso, al Governo italiano è la prova che le burocrazie comunitarie hanno lanciato un’Opa sul Paese per stringerlo alla gola. All’Italia viene imposto di rinunciare a tutte le sue prerogative politiche per essere soggiogata da organismi finanziari con denominazione europea e pertinenza extra-continentale. Il fatto che sia stato un conterraneo, con passaporto Goldman Sachs, a sottoscrivere la missiva è cosa di gravità inaudita che meriterebbe una reazione senza precedenti. Il sunnominato banchiere sta collaborando con terzi esteri per schiacciare e iugulare le nostre istituzioni. Va sfiduciato immediatamente. Se fossimo stati un Paese con gli attributi, nei confronti del neo governatore della BCE sarebbe già scattata un’accusa di alto tradimento con conseguente assicurazione alla giustizia, ma da noi purtroppo non c’è più una giustizia, essendo questa impegnata a correre dietro alle gonnelle delle puttanelle. Questo è un golpe in piena regola che avrebbe dovuto allertare magistratura e apparati di difesa dello Stato. Ma ancor più pernicioso è stato l’atteggiamento del Gabinetto Berlusconi il quale, di fronte a tale ricatto che riporta alla memoria gli avvenimenti dei primi anni ’90, allorché la lira fu spinta in un baratro da quelle stesse massonerie finanziarie che ora ci dettano parsimonia ed equilibrio dei conti, piuttosto che informare i cittadini e di chiamarli ad una risposta popolare, ha piegato il capo scaricando su tutti noi la propria codardia ed inettitudine.

In Europa c’è chi sta peggio di noialtri, chi ha un debito privato maggiore, chi ha banche più compromesse e sull’orlo del fallimento, chi cresce poco ma parla tanto e chi fa la voce grossa pur avendo la cassa vuota. Dopo gli avvenimenti nel mediterraneo e la guerra in Libia non c’è più da traccheggiare. La mossa a tenaglia sulla Penisola viene condotta tanto con mezzi economici che con provocazioni politico-militari. Ci hanno buttati fuori dagli affari internazionali e pretendono anche di farci pagare il prezzo dei loro assalti al calor bianco. Rischiamo seriamente di sprofondare nella sentina di questa convulsa fase storica e di non tornare più in superficie. Siamo all’emergenza nazionale e il dibattito politico continua a girare intorno ai buchi, quelli tra le gambe delle signorinelle e quelli tra le mammelle della spesa pubblica. Tutto questo mentre nessuno si accorge della voragine epocale che ci sta inghiottendo. Considerato che le nostre manovre vengono scritte nell’eurotower di Francoforte e che la nostra politica estera viene dettata da Londra, Parigi e Berlino, non c’è più bisogno di mantenere alcun Parlamento interno. Lo Stato è in liquidazione ed i cialtroni di regime vengono a predicare contenimento e moderazione. Qui il morto ci scappa di sicuro, ma dalla loro parte.

 

LA LETTERA TRADOTTA IN ITALIANO

«C’è l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita»

Francoforte/Roma, 5 Agosto 2011

Caro Primo Ministro,

Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.
Il vertice dei capi di Stato e di governo dell’area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell’euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali. Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.

Nell’attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:

1. Vediamo l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro.
a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

2. Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.
c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.

Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.

3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.

Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.

Con la migliore considerazione,

Mario Draghi, Jean-Claude Trichet 

 

fonte: Conflitti e Strategie

LA DATA

Ieri potrebbe essere stata forse una data cruciale (lo vedremo presto). Sicuramente è stata una giornata densa di insegnamenti. Il 90% della popolazione non li capirà affatto, come non capì nulla di “mani pulite”; e tuttora non ha preso atto di quanto accadde a quell’epoca, in cui iniziò quel processo di asservimento dell’Italia a dati ambienti statunitensi e ai parassiti industrial-finanziari italiani (sicari di quegli ambienti) che si tenta adesso di portare a termine, superando quell’“accidente storico” rappresentato dalla discesa in campo di Berlusconi. Il 90 % della “ggente” non riesce a prendere in considerazione più di una variabile per volta; il pensiero complesso, problematico, le è estraneo ed ostile. E naturalmente, questa variabile è quella che le viene fornita da certi furbacchioni che controllano la maggior parte dei mass media e dei canali di trasmissione degli ordini verso il basso, verso il “poppolo”.

D’altra parte, tutto è congegnato affinché la confusione sia tale da scoraggiare ogni considerazione complessa di una situazione, perché si deve perdere tempo e indubbiamente chi lavora duro, e ha diversi problemi che gli si presentano nel lavoro, non ha questo tempo a disposizione. Molto più che all’epoca di “mani pulite”, dovrebbe risultare chiaro che una parte è stata ieri salvata (nella figura del sen. Tedesco) mentre un’altra è stata bastonata (in quella del deputato Papa). Da una parte, sta chi era destinato, per volere estraneo, al governo nel ’92-’93; e si tratta dei rinnegati e venduti agli ambienti Usa di cui sopra. Dall’altra, sono collocati coloro che ancora bazzicano nei paraggi del “fu accidente storico”. La Lega dimostra di essere un’accozzaglia di ottusi e rozzi, priva di qualsiasi visione politica, legata a miti regionalistici e separatisti; con a capo alcuni furboni che si sono fatti le ossa in ambiente “romano”, flirtano con settori dei “poteri forti” e anche con certi ambienti stranieri, ma con modalità che li mettono talvolta in posizione più accettabile (almeno per chi la pensa come noi).

Adesso, ad es., manifestano l’intenzione di votare contro le missioni militari e, in particolare, sono ostili all’impresa di Libia (alle intenzioni seguiranno le decisioni?). I motivi appaiono tuttavia meschini e di piccolo cabotaggio: impedire l’immigrazione. Sia chiaro, non mi sognerò di sostenere i “buonisti” (cretini o manigoldi) che vogliono accogliere tutti; ma è ovvio che la guerra libica fa parte di un più vasto contesto strategico (degli Usa di Obama) ed è ridicolo ridurre tutto agli sbarchi di nordafricani sulle coste italiane. D’altra parte, non si può aver simpatia per una maggioranza (ormai sulla carta) che insiste nell’essere più realista del Re, mentre perfino Francia e Usa sono in trattative con il legittimo governo libico (pur pretendendo, con arroganza coloniale, che Gheddafi se ne vada). E poi questa “maggioranza”, sul punto in oggetto, ha tradito il suo premier, che continua a dichiarare lamentosamente la sua estraneità sostanziale alla scelta di partecipare alla guerra contro la Libia, accettata obtorto collo. Ma se l’hai accettata senza essere d’accordo, allora ti ritiri dal governo; altrimenti ti imponi e metti in riga gli altri.

La politica estera non è uno scherzetto, un accessorio – soprattutto quando si decide l’entrata in guerra, ipocritamente mascherata da operazione di pace, con l’atteggiamento di un “bravaccio” da trivio – a meno che non si sia d’accordo sul lasciare l’Italia in mani straniere, come fosse un Protettorato qualsiasi. Abbiamo perfettamente capito (noi, non so se il “poppolo”) che la guerra è stata voluta soprattutto da Napolitano; e sappiamo bene chi è costui, chi e che cosa rappresenta. Ma se tu hai il governo, e sei ufficialmente il leader del partito di maggioranza in questo governo, devi per forza piegarti a quello che formalmentenon è capo dell’Esecutivo ma solo custode della Costituzione? Se sì, allora te ne vai o denunci “a reti unificate” il capovolgimento dei poteri in questo paese allo sbando. Qui siamo ormai in pieno sconquasso degli equilibri istituzionali stabiliti costituzionalmente, come dimostra il fatto che la magistratura riceve il permesso di mettere in galera un deputato prima di ogni processo e condanna; comportamento di una giustizia, che tale non è nemmeno quando agisce così contro un semplice cittadino.

La Lega ha però approvato lo stravolgimento totale di ogni ordine, foriero di drammi ben più gravi di quelli passati, perché “in alto” le sventolano l’acciughina del federalismo fiscale, utile a non perdere ulteriori voti presso un elettorato di rozzezza e ottusità oltre ogni limite umanamente credibile. E la sinistra dei rinnegati mostra in pieno il suo volto, già visibile vent’anni fa a chi aveva occhi per vedere e cervello per pensare: il volto di chi è demandato da Usa e poteri forti a governare un paese servo. Si vota, spudoratamente, per la galera a un pidiellino alla Camera e per la salvezza del proprio senatore. Più chiaro di così! Ma per un cervello pensante.

Una conclusione ormai s’impone di fronte a questo sfascio totale delle istituzioni, del tessuto politico, ma anche sociale, del paese; di fronte ad una masnada di intellettuali “di sinistra”, per il 90% di una indegnità che meriterebbe processi e condanne definitive. Non c’è più alcuna salvezza per questo paese, secondo le modalità normali, sedicenti “democratiche”. A suo modo, Asor Rosa aveva ragione; solo che il colpo di Stato dovrebbe essere diretto contro quelli come lui, contro tutta la ghenga che ormai rovina il paese. Se però, per quanto riguarda l’intellettualità, la “falce” dovrebbe mietere a “sinistra”, ben diverso è l’orientamento in politica e, soprattutto, verso i mandanti industrial-finanziari. Qui, non c’è sinistra o destra che tenga; occorrerebbe una radicale disinfestazionebipartisan, un repulisti generale e diretto ad asportare dal corpo sociale anche la minima cellula “malata”.

Lo dico solo per far capire che ormai è inutile sperare alcunché: siamo diretti all’affondamento. Non nel senso della Grecia. Al totale “default” italiano credo poco; può avvenire solo se si perde completamente ogni e qualsiasi controllo. Può accadere, ma non sembra molto probabile; in ogni caso, non è questa l’intenzione di chi ci sta spaventando, non è questa l’intenzione di chi ha ormai ridotto a burletta il premier, un fantasma che si aggira ancora tra le rovine. A questo punto, per quel che serve, prima se ne va e meglio è; ormai crea solo ulteriore confusione e ritarda la resa dei conti, in modo che gli stranieri (anche quelli “in patria”) riescano meglio, con maggior facilità e minori costi, a realizzare i loro obiettivi.

La scelta è tra un colpo di Stato nuovamente mascherato come quello di “mani pulite”; o uno aperto e diretto contro tutti i rinnegati e traditori che infestano il nostro suolo. Per il momento, aspettiamoci o il governicchio detto di “salvezza nazionale” (mentre è diretto al nostro totale asservimento) o qualche soluzione analoga, comunque studiata per ingannare i “semplici”, quelli che ragionano in base ad una sola “variabile”, portata direttamente sotto il loro naso dai farabutti, che li convincono di stare odorando un profumo, accettabile dati i tempi, mentre si tratta invece del puzzo orrendo della loro putredine di rinnegati e traditori. Prepariamoci alla resistenza, quella vera, attuale: non quella “antifascista”, bensì contro i roditori che stanno riducendo l’Italia a una gruviera.

 

Aggiunta per divertimento. Vi ricorderete, spero, che il 7 luglio riportai in commento due notizie di agenzia. Una – della cialtronesca e sgangherata Al Jazeera – sosteneva che i “ribelli” di Bengasi erano ormai a tiro di schioppo di Tripoli, la stavano accerchiando o qualcosa del genere. L’altra diceva che Sarkozy aveva ordinato la presa della capitale libica e la fine del regime del “Grande Dittatore” per il 14  luglio (primaria festa nazionale francese, che ricorda ben altri momenti di questa nazione divenuta anch’essa un “pauvre pays”, proprio come l’Italia fu definita da De Gaulle). Rilevai che era un bene ci dessero una data precisa, così si poteva giudicare meglio la serietà di questi sicofanti. Siamo ad una settimana oltre il termine stabilito e arriva la notizia che la Francia (ma anche gli Usa vi sono dietro) è perfino disposta a trattare con Gheddafi. Basta che accetti di andarsene; ma non necessariamente da Tripoli, dove magari può girare per giardini pubblici con i suoi nipotini. L’importante è che lasci il potere.

Nel frattempo si è svolta un’altra pantomima dei disgustosi scarafaggi, detti “ribelli” (incapaci di un solo passo senza “papà e mammà” della Nato), che hanno annunciato la presa di Brega (dopo non so quanti giorni di intensi bombardamenti aerei), poi l’hanno riannunciata il giorno successivo, poi c’è stata una smentita di Tripoli, poi si è detto che ancora erano rimasti residui di truppe “lealiste” (2-300 soldati) ma accerchiati, poi è calato il solito silenzio come dopo le “fosse comuni”, i bombardamenti aerei (di Gheddafi! Ahahahah!!) della piazza di Tripoli, la distribuzione di Viagra ai soldati (sempre di Gheddafi) affinchè, debolucci e un po’ impotenti come sono, fossero in grado di stuprare le “bengasine”, ecc. Veramente devo dirlo: vien quasi (solo quasi!) da considerare con vivo apprezzamento i vecchi colonialisti a cavallo tra otto e novecento. Questi sono dei vermiciattoli. Mai si poteva credere che gli “occidentali” fossero a simile livello di meschinità, di inettitudine, di faccia tosta da malandrini di centesimo ordine. Criminali e assassini come i loro nonni e bisnonni, ma autentiche merde, di quelle di vacca che, quando cadono, fanno “splash” e si sformano al suolo appiattendovisi. Resta loro solo la potenza militare degli Usa, paese del resto nato da un genocidio di popolazioni definite “pellerossa”. Mi tingerei volentieri tutto di rosso, ma non vorrei essere preso per “comunista”, mentre la mia intenzione, per il momento, è solo di “fare l’indiano”.

 

Fonte: Conflitti e Strategie

 

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