Gli avvoltoi riprendono a svolazzare su Saipem

Knight-Vinke-logo

di Filippo Bovo

Una delle notizie del giorno – tra il vertice degli amici della Siria a Roma e la rinuncia al pontificato di Benedetto XVI, senza poi contare le consultazioni post elettorali per la formazione del nuovo governo – è la missiva mandata a Paolo Scaroni dal fondo attivista Knight Vinke che, dopo lo scorporo di Snam, ora chiede anche quello di Saipem.
Secondo Knight VinkeSaipem è una bellissima società”, capace di reggersi da sola senza dover dipendere dalla Casa madre, ma che ha perso valore per via dello scandalo delle tangenti in Algeria. “Siamo preoccupati per la vicenda Saipem: in meno di tre settimane Eni ha bruciato 7 miliardi di capitalizzazione in Borsa, vanificando i progressi che erano stati fatti con la separazione da Snam. Un peccato perchè Goldman Sachs, JP Morgan e anche Deutsche Bank avevano messo Eni nella lista dei titoli top in cui investire assolutamente quest’anno”, è quanto sostiene Eric Knight, rappresentante del fondo che possiede partecipazioni in numerose aziende strategiche europee. (1)
Dunque Knight Vinke, già regista dell’operazione di scorporo della Snam, propone anzi impone di scorporare dall’Eni anche la Saipem. La cosa sarebbe fattibile in tre diversi modi, ma di questi di fatto solo uno sarebbe praticabile nell’immediato. Si può cedere Saipem, ma col valore della società appena crollato d’un terzo sarebbe solo un atto autolesionistico, così come piazzare sul mercato il 43% della società: ipotesi da evitare per le medesime ragioni. La terza opzione, quella caldeggiata dal fondo, è di scindere Saipem distribuendone le azioni agli azionisti di Eni, compreso lo Stato “che a differenza del caso Snam [stavolta] non sborserebbe nulla”, dando quindi loro la libertà di scegliere quali titoli mantenere nel portafoglio. Dove risiederebbero gli svantaggi? Prima di tutto l’Eni si troverebbe a rinunciare ad una società che lo stesso fondo Kinght Vinke definisce “solida e con un posizionamento di mercato eccellente” solo per deconsolidare 4,3 miliardi di debito. Il consiglio di Eric Knight ad Eni è di farsene una ragione e concentrarsi sul core business, a cominciare dalle ottime operazioni in Mozambico. Quanto a Saipem, se diventasse indipendente da Eni potrebbe assicurarsi un solido e prospero avvenire negli Stati Uniti, dove è stata sviluppata una tecnologia d’estrazione del gas non convenzionale (shale gas) che ha permesso di ridurre fortemente i costi e che consentirà agli Usa di diventare esportatori netti entro la fine del decennio.
In parole povere, il fondo Knight Vinke (avente sede a Manhattan, cosa da non sottovalutare) spinge per uno scorporo di Saipem da Eni per assicurarle un futuro tutto americano, non solo nelle attività ma anche e soprattutto nella proprietà.

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IL POZZO ED IL FONDO

 

Di Gianni Petrosillo

C’è un pozzo e c’è un fondo. Il pozzo viene svuotato a secchiate ripetute ed il fondo attira la sua liquidità per lasciarlo a secco. Quel pozzo è l’Eni (conglomerata nazionale del settore idrocarburi), quel fondo è il Knight Vinke che da 6 anni detiene una quota dell’azienda di San Donato, vicina all’1%.

E’ da sei anni che questa strana creatura finanziaria, con sede a New York, s’immischia nella gestione e nelle scelte industriali ed economiche del cane a sei zampe per strappargli la coda e mordergli i polpacci.

6-6-6, il pozzo ed il fondo, un cane che sputa fuoco e profitti, i canini aguzzi della speculazione al collo. Sembra un racconto di Edgard Allan Poe ma è soltanto la realtà ai confini dell’ irrealtà di questa Penisola vilipesa, presa alla gola dai vampiri della borsa e dai lupi mannari della Grande Finanza. Ultracorpi del denaro controllati da centri politici che ci Usa-no e poi ci gettano.

Questi mutanti hanno due facce, come il giano bifronte, tutti concorrenza, antimonopolio, libertà economica, laissez faire et laissez passer alla luce del sole ma appena cala l’oscurità i filantropi diventano licantropi affamati e si muovono con ben altre e pericolose intenzioni. Dispensano belle parole al mattino per carpire l’ingenuità altrui ma agiscono come fantasmi notturni poiché sanno che il business, soprattutto quello strategico, non è un pranzo di gala. Quest’ultimo semmai viene dopo per trastullarsi del successo raggiunto.

Ne parlava anche il Sole24ore di ieri: “È decisamente una strana storia quella di questo fondo attivista che raccoglie i soldi dei fondi pensione nordamericani e li investe in large cap dell’energia e della finanza della Vecchia Europa, dove ha condotto con discreti successi le sue battaglie, intervenendo nella fusione tra Royal Dutch e Shell Transport, nel take-over di Electrabel da parte di Suez, nel successivo merger tra Suez e Gaz de France e nel cambio di governance e strategia di Hsbc. Oltre che, ovviamente, nella “separazione” di Eni da Snam”.

Già, Knight Vinke vuole sbranare l’Eni e per farlo deve prima indebolire la bestia sestupede, deve convincere gli altri azionisti privati che occorre tagliare i rami secchi, liberarsi di ciò che non è strettamente core business, fare cassa per aumentare cedole ed investimenti. Qualche anno fa Eric Knight, fondatore di Vinke Asset Management, chiese in una nota indirizzata ai vertici dell’Eni lo spezzatino del gruppo, la separazione tra attività upstream e downstream che disperdevano energie e non davano i risultati auspicati. L’obiettivo era la rete di Snam che poi è passata alla CDP, non proprio quello che intendevano a Manhattan, ma un buon passo avanti per loro ed una decina indietro per noi.

Ora il bersaglio si chiama Saipem, stessa canzone, stesso ritornello. Si richiede lo spin-off della collegata di Eni, leader nei settori dell’industria petrolifera onshore e offshore. Parliamo di una compagnia all’avanguardia che opera sinergicamente con la casa madre e non si capisce, o meglio s’intende perfettamente, come mai si deve rompere questa combinazione ottimale in nome di leggi astratte e concrete pretese antinazionali.

Adesso che il Belpaese è nel caos – senza un governo stabile ed in preda a forze politiche come il M5S, le quali, più di chi ha finora amministrato malamente i gioielli industriali pubblici, conducono battaglie acritiche contro i monopoli pubblici e per la frammentazione proprietaria – i pirati oceanici tenteranno il colpo grosso.

Resistere, resistere, resistere. Per l’Italia, per il suo prestigio e per il benessere della nostra collettività.  Cedere ancora significherebbe mettere a repentaglio tutti gli asset strategici di Roma e diventare definitivamente una provincia colonizzata.

 

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L’Alcoa vola via sull’F-35

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di Manlio Dinucci

Ne è passato di tempo da quando gli operai avevano di fronte il padrone delle ferriere. Lo ignorano però i politici e sindacalisti che trattano la vicenda Alcoa solo come vertenza di lavoro, tacendo sulla reale identità della controparte. Che cos’è l’Aluminum Company of America?

Nata nel 1888 a Pittsburgh, è oggi leader mondiale nell’estrazione e raffinazione della bauxite e nella fabbricazione di alluminio e prodotti derivati. Gli Stati uniti hanno però poca bauxite, i cui giacimenti si concentrano in Sudamerica, Africa, Russia, Cina, Sud-Est asiatico e Australia. L’Alcoa ha quindi sempre cercato di accaparrarsi la materia prima, ovunque e comunque. La sua storia è perciò intessuta con quella dell’imperialismo Usa. Non a caso, dopo il colpo di stato orchestrato dalla Cia in Indonesia nel 1965, con il massacro di oltre un milione di persone, fu l’Alcoa a ottenere dal dittatore Suharto la più grossa fetta della bauxite indonesiana. Fu ancora l’Alcoa che, dopo il colpo di stato organizzato dalla Cia in Cile nel 1973, riottenne da Pinochet il controllo della bauxite, nazionalizzata da Allende. Non è neppure un caso che il presidente del Paraguay, l’ex vescovo Fernando Lugo, che voleva nazionalizzare le miniere di bauxite dell’Alcoa, sia stato destituito lo scorso giugno con un golpe bianco organizzato dalla Cia.

Il potere dell’Alcoa, che possiede oltre 200 impianti in 31 paesi di tutti i continenti, va ben oltre l’attività industriale. Come emerso da Wikileaks, dietro l’Alcoa ci sono le più forti oligarchie finanziarie Usa, dalla Citicorp alla Goldman Sachs (di cui Monti è stato consulente internazionale). C’è il complesso militare-industriale: l’Alcoa Defense, il cui fatturato è in forte crescita, fabbrica speciali leghe di alluminio per missili, droni, blindati, navi e aerei da guerra. Per i caccia F-35 produce elementi strutturali di primaria importanza (trasversali alla fusoliera in corrispondenza delle ali e interni alle ali).

In tale quadro di poteri forti è maturata la decisione strategica dell’Alcoa, dovuta a ragioni non solo economiche ma politico-militari: quella di realizzare in Arabia Saudita il più grande ed economico impianto integrato per la produzione di alluminio. Nel maxi impianto, che entrerà in funzione l’anno prossimo con energia e manodopera a basso costo formata in gran parte da immigrati, sarà trasferita anche la produzione Alcoa di Portovesme e forse di Fusina. Si conclude così l’operazione varata e perfezionata dai governi Dini, Prodi e D’Alema. Nel 1996 l’Italia cedette all’Alcoa il gruppo Alumix a partecipazione statale, base dell’industria nazionale dell’alluminio, quindi le fornì tramite l’Enel energia elettrica a prezzi fortemente scontati.

Tale agevolazione, concessa tramite rimborsi anche dai successivi governi (Amato, Prodi e Berlusconi), è stata pagata dagli utenti italiani con un aggravio delle bollette per miliardi di euro, finiti nelle casse dell’Alcoa. Spremuto il limone, l’Alcoa se ne va. Lasciandosi alle spalle non solo lavoratori sul lastrico, ma danni ambientali e sanitari provocati da emissioni chimiche e rifiuti di lavorazione, che richiedono altri esborsi di denaro pubblico.

Non tutto è perduto però: l’alluminio Alcoa tornerà in Italia. Dentro gli F-35, che ci costeranno altri miliardi di euro.

 

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I Paesi dell’euro finanzieranno la speculazione

 

Con la speculazione anglofona che attacca i titoli di Stato dei Paesi dell’Euro, cercando di fare collassare l’edificio della moneta unica, l’Eurogruppo continua a giocare in difesa. Invece di imporre a Washington e Londra nuove e stringenti regole per bloccare la speculazione che si muove da Wall Street e dalla City, e dai paradisi fiscali della Manica e dei Caraibi sotto il controllo anglo-americano, i capi di governo del sistema euro sanno soltanto cercare la maniera di ridurre al minimo i danni.
Questo è stato il risultato più palpabile e più scontato dell’ultimo vertice dell’Eurogruppo, conclusosi ieri mattina a Bruxelles e che è riuscito soltanto a partorire un comunicato nel quale si conferma “il forte impegno per la stabilità finanziaria dell’area euro” e si ribadisce la volontà di andare avanti con la realizzazione dello scudo anti-spread secondo quanto deciso al summit dei leader Ue del 29 giugno scorso.
Le eccessive oscillazioni al rialzo del differenziale di rendimento (appunto lo spread) tra titoli di Stato  come i nostri Btp, gli spagnoli Bonos, rispetto ai più che stabili Bund tedeschi, è la questione che più preoccupa i governi europei dell’euro perché se questo andazzo non venisse fermato potrebbe essere inferto un colpo irrimediabile all’intero sistema della moneta unica. Ma nessuno tra i vari capi di governo sembra voler essere conseguente con le buone intenzioni manifestate visto che nessuno si è levato in piedi per indicare i nomi delle banche (tipo Goldman Sachs) che speculano contro Italia e Spagna e i nomi delle società di rating (tipo Moody’s e Standard&Poor’s) che perseguono scientemente lo sputtanamento dei Btp e dei Bonos per indebolire a loro volta l’euro.
Poi, se ci si ricorda che Mario Monti, tanto per fare un nome, è stato consulente di Goldman Sachs e di Moody’s e che Mario Draghi è stato per tre anni vicepresidente per l’Europa della stessa Goldman Sachs, allora sorgono dei seri dubbi sull’identità delle persone alle quali è stata affidata la difesa dell’euro. Oltretutto, lo stesso scudo anti-spread, che le gazzette italiane di regime ci hanno ricordato con compiacimento essere stato voluto con forza da Monti, si risolverà alla fine come un regalo fatto alla speculazione anglo-americana. Se infatti i fondi europei salva Stati interverranno sul mercato secondario a comprare titoli pubblici sottoposti ad attacco (non solo i Btp e i Bonos) gli speculatori avranno la certezza che ci sarà sempre qualcuno che interverrà a comprare quei titoli per calmierare lo spread ed si muoveranno di conseguenza, raddoppiando pure i propri attacchi e aumentando i guadagni. Ieri lo spread Btp-Bund è sceso dai 477 punti di apertura a 460. Un po’ poco per certificare un’inversione di tendenza.
Il comunicato finale dell’Eurogruppo ha ribadito così l’impegno a fare quanto è necessario per assicurare la stabilità finanziaria dell’area euro. Questo verrà realizzato attraverso un uso efficiente e flessibile dei due fondi salva Stati, il provvisorio Efsf e il permanente Esm (che entrerà operativo entro fine mese), per sostenere i Paesi membri. Ma soltanto quelli che rispetteranno le raccomandazioni specifiche dell’Unione di abbattere il debito e il disavanzo e di tenere sotto controllo la dinamica della spesa pubblica. In tale attività i due fondi potranno avvalersi degli “strumenti” della Bce, quindi anche del suo intervento mirato. L’Eurogruppo ha accolto con favore l’intenzione della Commissione europea di presentare in settembre proposte, utilizzando l’articolo 127 dei Trattati europei, per un meccanismo unico di supervisione bancaria da affidare alla Bce, proposte che dovranno essere affrontate con urgenza entro la fine dell’anno. Tutto il potere a Draghi, tutto il potere alla Goldman Sachs.

 

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Svenditalia

 

Il “grande usuraio”, parafrasando Stefano Benni un poco più sboccato nei suoi Celestini, sembra ormai essere in procinto di pensare alle cose serie. Dopo la valanga di nuove tasse (che con l’acuirsi della recessione non renderanno granché), dopo l’eliminazione delle pensioni per le generazioni future, che comunque saranno costrette a pagare sempre più Inps, dopo avere posto le basi per un mercato del lavoro dove esisterà solo più la parola “uscita”, inizia il periodo delle grandi svendite. Saldi fuori stagione che costituivano il motivo primo dell’insediamento a Palazzo Chigi di un banchiere di Goldman Sachs che nessuno aveva votato, ma Napolitano si era premurato di nominare senatore a vita, per una serie di meriti che si perdono nell’imponderabile….

Ma quali saranno i beni pubblici oggetto della “svendita per cessazione di attività” che presto andranno sul mercato, per la felicità di banchieri e faccendieri senza scrupoli? Sostanzialmente, stando alle parole di Mario Monti, tutti i beni pubblici in attivo (gli unici appetibili), mentre le passività continueranno a rimanere appannaggio della contabilità dello stato, per contribuire all’incremento del debito pubblico, con lo spauracchio del quale da tempo immemorabile si menano per il naso i cittadini.
Nelle vetrine dei saldi andranno perciò le ultime grandi imprese statali, come ENI e Finmeccanica, ma anche le multiutility e le municipalizzate che gestiscono i servizi al cittadino, come Hera, Acea, A2A, partendo dai colossi, fino ad arrivare agli enti più piccoli che operano a livello comunale.
Uno schiaffo in faccia di violenza inusitata a tutti coloro che in varia misura auspicano ad un qualche recupero della sovranità nazionale, ma pure ai milioni di cittadini che si recarono a votare il referendum sull’acqua pubblica, invitati a farlo anche da quegli stessi partiti che oggi sostengono Monti e il suo programma svenditalia. Ai privati non andrà insomma solo la gestione dell’acqua, ma anche tutto il resto delle vettovaglie che si trovano sulla tavola. Dall’energia alla gestione dei rifiuti, dalle industrie di armi allo sfruttamento del suolo e del sottosuolo, dalla gestione del territorio a quella dei servizi, passando attraverso qualsiasi attività pubblica che renda quattrini.
E dove andranno a finire i ricavati di questa ciclopica operazione di svendita dell’Italia a prezzi da saldo? Ma naturalmente nel decreto sviluppo tanto caro a Corrado Passera, che ha già deciso di destinare almeno 100 miliardi di euro alla cementificazione del Belpaese.
Compiuto il delitto, una colata di cemento sistemerà tutto, nella migliore tradizione della pratica mafiosa.

Monti incontra i terremotati: fatti vostri!

 

In Italia negli ultimi 60 anni i terremoti sono stati parecchi, dal Belice all’Irpinia, dal Friuli all’Umbria, fino ad arrivare all’ultima tragedia in ordine di tempo che fu quella dell’Aquila. Così come sono stati molti i governi ritrovatisi a gestire queste catastrofi, talvolta operando con una discreta efficienza, molto spesso dando prova di profonda disorganizzazione. In alcuni casi, penso ad esempio al Friuli, i cittadini sono potuti rientrare nelle proprie abitazioni, completamente ricostruite da stato e regione, in tempi ragionevolmente brevi, in altri hanno dovuto attendere decenni all’interno dei container. In alcuni casi la gestione della calamità é filata via liscia, in molti altri i fondi destinati ai terremotati sono stai oggetto d’intrallazzi, speculazioni e tangenti senza fine.
Mai e poi mai è però stato messo in dubbio il principio basilare in virtù del quale lo stato aveva la piena responsabilità di procedere alla ricostruzione delle case distrutte e alla ristrutturazione degli edifici lesionati.
Poi é arrivato il governo golpista delle banche, capitanato da Mario Monti e le cose sono cambiate radicalmente, riducendo allo status di dilettanti tutti i truffatori del passato….

Dimostrando un tempismo che ha dell’incredibile, l’usuraio di Goldman Sachs aveva infatti inserito, nel decreto di riforma della protezione civile, un articolo che sgrava totalmente lo stato dalla responsabilità di ricostruire (o rifondere) gli immobili distrutti o danneggiati dalle calamità naturali, subordinando i diritti dei cittadini colpiti alla stipula di assicurazioni private, secondo un meccanismo che nel testo non é ancora stato approfondito.
In parole povere i cittadini dell’Emilia Romagna, vittime del terremoto della scorsa notte, che ha provocato 7 morti ed oltre 5000 sfollati, saranno i primi figli di un dio minore, che nel nome delle banche li priva del diritto a vedere le proprie case ricostruite o ristrutturate dallo stato, come accaduto nei decenni passati a tutti i loro sventurati predecessori e come qualsiasi senso etico, umano e solidale imporrebbe di fare, senza neppure prendere in considerazione una diversa eventualità.
Monti il banchiere, troppo impegnato negli Usa a ricevere gli ordini del padrone, per interessarsi in qualche misura dell’attentato di Brindisi e del terremoto che ha devastato l’Emilia Romagna, solo stamattina ha trovato il tempo per recarsi nelle zone terremotate, a testimoniare la presenza di uno stato che ormai alligna solamente nelle cartelle di Equitalia e nei progetti di militarizzazione e repressione sul territorio.
Accolto da sonore bordate di fischi ed improperie di vario genere, ma imperturbabile come sempre, l’algido funzionario si é limitato a bofonchiare qualche frase di circostanza, unitamente alla promessa (troppo buono lei) di una sospensione dell’IMU, da lui introdotta, per gli edifici lesionati o distrutti. Ci mancherebbe solamente che il governo, oltre a disinteressarsi della ricostruzione, pretendesse anche una tassa sulle macerie da chi dorme in macchina, per chiudere compiutamente il cerchio della follia.
Poi si é affrettato, con il suo codazzo di auto blu e agenti speciali, ad abbandonare questi luoghi di disperazione, per dedicarsi a cose ben più importanti, come la messa in pratica degli ordini ricevuti da Washington e la messa in strada degli italiani che ancora posseggono una casa in cui abitare.
Se Silvio Berlusconi, solo per citare una delle figure più misere che abbiano governato questo paese, avesse affrontato il terremoto dell’Aquila con una simile “partecipazione” e partendo da questi presupposti, avrebbe senza dubbio ricevuto in faccia un Duomo di Milano a grandezza naturale, se é vero che fu oggetto di critiche feroci, anche da parte del sottoscritto, proprio in merito alla gestione del suddetto terremoto, pur non essendosene lavato le mani con indifferenza come sta accadendo oggi che l’Italia è in mano ad una congrega di banchieri.
State piangendo i vostri morti, rimasti ammazzati nei capannoni dove lavoravano nella notte di sabato su domenica? Dormite in auto o in tenda da tre giorni sotto una pioggia scrosciante, perché le vostre case sono state lesionate dal sisma? Siete in difficoltà ed avete paura, perchè un terremoto di grossa entità ha colpito la zona in cui vivete che era considerata a basso rischio sismico? La crisi e le nuove tasse vi hanno già spolpato e dopo il terremoto non sapete più dove sbattere la testa?
Cazzi vostri, sfigati!

USCIRE DALL’EURO SI PUO’

 

L’euro avrebbe dovuto essere il collante economico di una libera unione di popoli,  amalgamata innanzitutto da un progetto politico reso indispensabile da una fase di grandi mutamenti storici, conseguenti alla fine della Guerra Fredda e alla ridefinizione delle relazioni di forza sulla scacchiera globale. Invece, è diventato una bara d’acciaio dalla quale nessuno può più fuggire, almeno così cercano di raccontarcela. La moneta unica è  una prigione con le sbarre di lega volgare che qualcuno si diverte a far tintinnare per condurre ad una crisi di nervi collettiva, l’euro per la neuro è una gabbia di matti dove i degenti indigenti, ovvero noi, vengono nutriti a pane e acqua e tra un po’ nemmeno tanto. L’uscita di un Paese dall’euro non è prevista da nessun Trattato, disse qualche tempo fa il Presidente della BCE Mario Draghi, elevando un accordo politico-economico discutibile e fallibile (nonché fallimentare, come stiamo constatando in questo periodo) al livello delle leggi imperiture di un Sacro Testamento burocratico dove viene imposto ai comuni mortali di venerare gli dèi  ostili, furibondi e volubili del denaro, del mercato e di Goldman Sachs. Ma sono strane divinità quelle che si fanno manovrare dai funzionari finanziari del capitalismo mondiale di matrice americana che usano gli strumenti economici al pari di un grimaldello per scardinare il tenore di vita degli altri, accumulare per le proprie compagnie multinazionali, sempre protette da una madre patria attenta e premurosa, e, infine, anche per sé stessi fino a rendere più deboli e dipendenti la maggior parte delle società del Vecchio Continente. Altro che mano invisibile e regole valevoli per tutti. L’Europa, dunque, è un insieme di governi privi di consenso e di popolazioni al seguito, le quali quasi mai hanno potuto esprimersi sui risvolti dei loro destini coercitivamente comunitarizzati da un ceto di burocrati non eletti e da classi dirigenti nazionali subalterne e senza alcuna visione dei processi storici e geopolitici. Questi stessi mascalzoni che non ne hanno azzeccata una in tutti questi anni, che ci hanno gabbati e raggirati con le loro promesse sulla prosperità rinveniente dalla maggiore coordinazione delle scelte e delle decisioni di tutti i partners a livello sovranazionale, che ci hanno prima corteggiati con l’Unione che avrebbe dovuto fare la forza e poi coartati con la forza imposta all’Unione dall’interno degli organismi finanziari e dall’esterno dei confini comunitari, che ci hanno gettati sul lastrico e tolto ogni speranza del domani, adesso si stracciano le vesti ed i capelli perché la fine dell’euro sarebbe la fine del mondo. Ma voi ci credete? La dissoluzione di quest’ultimo corrisponde soltanto alla loro bancarotta, alla loro perdita di potere e ad uno screditamento mondiale che potrebbe finalmente toglierceli dalle palle. Certo, ci sarebbero contraccolpi fortissimi ma quest’ultimi rappresenterebbero un lieve prezzo da pagare rispetto ai salassi e ai colpi di mannaia che stanno distruggendo le garanzie sociali, i livelli occupazionali e quelli reddituali in tutta l’area continentale. I popoli europei la smettano di farsi incantare da questi stregoni e da chi agita davanti ai loro occhi il caos per scoraggiare qualsivoglia scatto d’orgoglio che conduca alla riappropriazione della propria sovranità nazionale e dei mezzi di controllo  economico di ciascun sistema-paese. Cade l’euro? Ecco come si ripara. Si torna a stampare nella propria divisa nazionale come avveniva innanzi. Non si può fare? Andatelo a raccontare a chi nell’euro non ci è mai entrato, dall’Inghilterra alla Svezia, nazioni che, peraltro, stanno fronteggiando la crisi globale molto meglio di noi.  Vi diranno che è una pazzia, che sarebbe una tragedia, che resteremmo in men che non si dica completamente in mutande ed in preda ai vampiri della speculazione i quali ci ridurebbero in brandelli. Non è così perché come scrive già qualcuno sulla stampa ufficiale in caso di tracollo della moneta unica: “È fuorviante ipotizzare, ad esempio, i costi di una fuga di capitali se non si prende atto che essa è già largamente avvenuta e fotografata dall’ormai famoso spread. Si teme per i depositi nelle banche? Si potrebbero studiare modalità di conversione che li mantengano inalterati come i depositi in valuta. Si teme per l’import di energia? La componente fiscale di questa voce è talmente elevata che ogni costo aggiuntivo potrebbe essere ammortizzato riducendo le accise. Insomma, basta prendere atto che l’impossibile non è più tale e vi sono dei semplici pro e contro. Se ne discuta e si scelga” (Claudio Borghi). C’è poco da scegliere, meglio tentare di sopravvivere abbandonando una nave con la quale si sono identificati solo i nostri politici vili e servili che morire senza aver nemmeno provato a nuotare. A chi ci ha portato in Europa, ai nostri Capitani coraggiosi di destra e di sinistra così entusiasti per la traversata, chiediamo la coerenza di restare a bordo che tanto, a sentirli ancora così sicuri del fatto loro, il bastimento dovrebbe superare la tempesta. Ma gli italiani non ci contino molto, i topi sono sempre i primi a buttarsi in mare.

 

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L’ANTIPOLITICA LA FANNO LE PRIVATIZZAZIONI

Era scontato che il grillismo conquistasse il centro dell’arena mediatica proprio nel momento in cui esso è diventato marginale rispetto alla questione dei veri equilibri del potere coloniale che domina sull’Italia. Venti anni fa Beppe Grillo nei suoi spettacoli parlava dello strapotere e degli abusi delle multinazionali; poi, mangiato vivo dalle cause civili per danni di immagine intentategli dalle stesse multinazionali, Grillo ha progressivamente spostato la sua polemica sui partiti, cioè sul nulla. In democrazia la libertà di parola è strettamente condizionata alla sua ininfluenza; quando invece si parla in televisione, allora nominare una multinazionale può mandarti sul lastrico.
Strano poi che l’emergenza dell’antipolitica venga associata alla figura di Grillo, quando alla Presidenza del Consiglio vi è un ex advisor di Goldman Sachs e del Consiglio Atlantico della NATO. Mario Monti rappresenta infatti la personificazione di quell’intreccio tra militarismo e finanza che è alla base del colonialismo.
In un’intervista al “Corriere della Sera”, Claudio Costamagna, un ex di Goldman Sachs, ha gridato al complottismo per l’allarme che hanno causato i precedenti di Monti. Secondo Costamagna, quella di Monti era una semplice funzione di consulente, ed il meschino non aveva neppure un ufficio a Goldman Sachs, magari si sedeva pure per terra; è la linea di Goldman Sachs quella di assicurarsi la consulenza dei più competenti, e questi danno il loro contributo disinteressatamente, per la pura soddisfazione morale di condurre Goldman Sachs per i retti sentieri. [1]
Insomma, anche Monti sarebbe una vittima del pregiudizio e dell’invidia sociale, quasi a confermare che il governo Monti si pone, anche sul piano del vittimismo, in continuità con Berlusconi. Nella sua conferenza del 30 aprile, Monti ha rivendicato una sorta di rottura con il berlusconismo, di fatto da lui appoggiato negli anni scorsi, in veste di opinionista dalle colonne del “Corriere della Sera”. Ma non basta questa polemica strumentale dell’ultim’ora per poter negare che il governo Monti non sia altro che la prosecuzione del berlusconismo con altri mezzi. Leggi il resto dell’articolo

L’insidioso ruolo del Fondo Monetario Internazionale.

Provocando disastri economici

Tutti abbiamo sentito l’antico detto popolare:  ” buttare acido sulla ferita” ma il FMI lo ha trasformato in una forma artistica. La nuova direttrice del FMI, Christine Lagarde, è arrivata a Washington questa settima chiedendo ancora un miliardo in modo che il Fondo possa continuare a sostenere le banche europee insolventi e legando i paesi in via di sviluppo in tutto il mondo attraverso le catene del debito. Lagarde sta facendo un tour politico con lo scopo di ottenere altri  500.000 milioni di dollari per il FMI, denaro che si userà in futuri riscatti dell’Eurozona e altre crisi finanziarie, almeno così sostiene.La questione si è presentata esattamente 64 anni fa dopo che Truman firmò il Piano Marshall (sicuramente una coincidenza!)chiedendo ai contribuenti statunitensi che cercassero nei loro cuori, si sacrificassero per il bene comune e spendessero più soldi per aiutare a pagare il conto dell’Europa.

Ma non siamo nel 1948 e l’Europa non deve rialzarsi dopo una guerra. E’ il 2012 e l’Eurozona si sgretola perché è un’idea fallita fin dall’inizio. Le falle dell’euro sono cominciate ad apparire dall’inizio e nonostante gli sforzi della banda Goldman Sachs per nascondere l’accordo swap del debito che contribuì all’entrata della Grecia nell’ eurozona mentendo  e favorendo  a che la Goldman guadagnasse un 12% di tutte le sue entrate commerciali e d’investimenti nel 2001 in un solo giorno. Lagarde non ne ha fatto menzione nel suo discorso ma ha rassicurato il pubblico che nel FMI “il denaro si usa con prudenza”.

L’aspetto più imbarazzante di tutto questo è che sono convinti che le persone ci credano. Nessuno che comprenda il passato del FMI o come agisce può anche solo sperare che quei fondi vengano usati in un modo diverso dalle altre occasioni: come spinta perché i governi compromettano i loro popoli alla servitù del debito. Negli anni 90 il FMI stabilì “stipulazioni” nel suo pacchetto di prestito al Brasile richiedendo che venissero aggiunti emendamenti nella Costituzione di quel paese dandosi da fare perché avvenissero tali cambiamenti. Tra il principio di partecipazione del FMI in Perù nel 1978 e la seconda tornata di prestiti negli anni 90, il programma di aggiustamento strutturale riuscì a quadruplicare la produzione illegale della coca devastando gli agricoltori locali e mettendoli di fronte all’opzione di coltivare coca o morire di fame.

Ci sono parecchi altri disastri e innumerevoli imbrogli.Un miliardo di dollari di prestiti del FMI alla Russia negli anni 90 furono sviati direttamente sui conti correnti svizzeri di oligarchi e gangster. Un programma di prestiti di 4.8 miliardi amministrati dal Fondo nel 1998 entrò da una porta della banca centrale russa e uscì direttamente da un’altra. Le persone non videro mai un solo rublo di quel prestito e si tenne, anzi,  il livello di disoccupazione, le perdite nella borsa e una svalutazione della moneta che fece a gara con la Grande Depressione.

Le conseguenze di queste operazioni sono invariabilmente le stesse. La gente si accorge che ha dovuto pagare il conto delle feste altrui e cominciano i disordini. Lo abbiamo visto in Europa da quando è cominciata la crisi dell’euro e nuovamente torna ad infiammarsi. Questa settimana un pensionato greco di 77 anni si è ucciso di fronte al Parlamento perché non voleva cercare più nella spazzatura cibo da mangiare. Il FMI pubblicò una dichiarazione, giovedì, dicendo che era “profondamente triste” per l’incidente, ma le persone ad Atene sono tornate in strada , mille persone si sono riunite nel luogo in cui il pensionato è morto,dando luogo a scontri con la polizia.

Questo tipo di proteste non solo sono prevedibili ma formano parte del piano. Documenti del FMI e della Banca Mondiale filtrati nel 2001 spiegano il piano in quattro passi per saccheggiare un paese, inclusa la fase dei “disturbi FMI”. La gente scende per strada per protestare contro le misure di austerità che sono collegate ai prestiti del FMI, portando alla fuga del capitale estero, i governi dichiarano fallimento e gli speculatori stranieri ottengono lo svuotamento del paese a prezzi d’asta. Ci furono disturbi in Indonesia nel 1998. E in Bolivia nel 2000. E nell’Ecuador e in Argentina nel 2001. Quello che succede in Europa non è un’analogia esatta, punta a centralizzare il potere dell’UE a Bruxelles e della BCE a Francoforte, ed è particolarmente rivelatore che il FMI abbia visto la crisi come una scusa per mettere il piede nella porta d’Europa.

Così si svolge il gioco ed è per questo che la maggior parte dei politici sono contenti di assecondarlo. Dopo aver servito nella cabina di pilotaggio, si lanciano con paracadute dorati e lasciano che la gente si schianti nell’ardente bolla del debito che hanno creato. Per questo è probabile che Lagarde ottenga i suoi 500.000 milioni di dollari, o giù di lì, includendo altri 63 miliardi che gli USA devono pagare in base ad un nuovo accordo di quote. E il dramma continua.

© Copyright James Corbett, International Forecaster, 2012

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Traduzione: FreeYourMind!

Dietro l’aumento del prezzo del petrolio: picco del petrolio o speculazione di Wall Street?

Mentre la caduta nella domanda di petrolio e l’aumento della produzione dovrebbero abbassare i prezzi, il carburante non è mai stato tanto costoso. Engdahl non ritiene soddisfacenti le spiegazioni che chiamano in causa il timore d’interventi militari e la teoria del picco del petrolio. Punta invece il dito contro la speculazione e la manipolazione delle banche di Wall Street, in collusione con l’Agenzia Governativa che dovrebbe regolare le loro attività, ma il cui presidente – un “ex” azionista della Goldman Sachs – dorme opportunamente sugli allori.

 

 

Già dall’ottobre dello scorso anno, il prezzo del greggio sui mercati dei futures è esploso. Vengono fornite diverse spiegazioni. La più comune è che i mercati finanziari riterrebbero imminente una guerra tra Israele e Iran o USA e Iran, o USA e Israele contro l’Iran. Un’altra spiegazione vuole che il prezzo stia inevitabilmente salendo perché il mondo avrebbe superato il cosiddetto “Picco del Petrolio”- il punto sull’immaginaria Curva Gaussiana, in cui metà di tutte le riserve di petrolio conosciute sono state esaurite ed il petrolio rimanente andrà diminuendo ad un ritmo crescente, portando ad un conseguente aumento di prezzo.

Sia le spiegazioni legate al pericolo di una guerra sia quelle sul picco del petrolio sono sbagliate. Come nella corsa agli aumenti astronomici dell’estate del 2008, quando il petrolio nei mercati futures raggiunse in poco tempo i $147 a barile, il petrolio è oggi in aumento a causa della pressione speculativa sui futures degli hedge funds e delle maggiori banche come Citigroup, JP Morgan Chase e la più importante, Goldman Sachs, la banca onnipresente quando si tratta di guadagnare grandi somme con pochi sforzi, scommettendo su cavalli sicuri vincitori. Queste compagnie stanno ottenendo un generoso aiuto dall’agenzia governativa statunitense che si occupa di regolare i derivati finanziari, la Commodity Futures Trading Corporation (CFTC). Leggi il resto dell’articolo

Il grande inganno che la Goldman Sachs stipulò con la Grecia

La banca d’affari statunitense ha truccato i conti di Atene

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci sono aziende che rubano in nome della corona imperiale per la quale lavorano senza che mai capiti loro qualcosa. La Goldman Sachs è una di queste. La banca d’affari statunitense ha riempito le sue arche con un bottino di 600 milioni di euro (800 milioni di dollari) quando aiutò la Grecia a truccare i suoi conti per avere i requisiti necessari per entrare a far parte dell’euro, la moneta unica europea. Questa vicenda non è una novità della quale però, fino ad ora, non si conoscevano i particolari più succosi del meccanismo con il quale la Goldman Sachs ha ingannato a tutti i governi europei che hanno preso parte alla creazione della moneta unica e inoltre come ha evitato di rispondervi per questo di fronte alla legge.  L’emblema dell’oligarchia finanziaria ha operato protetto da solide complicità nel seno delle istituzioni bancarie europee e dentro il potere politico, facendo di tutto per bloccare le indagini.

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