Gaza: il mezzo e il messaggio

Gaza non è un paese ne parte di una nazione ne una striscia di terra e molto meno un insieme di esseri umani: è un semplice investimento. Israele- lo dico senza nessuna punta d’ironia- non sta applicando una politica genocida in Palestina: vuole uccidere un bel po’ di bambini ma non tutti i bambini; vuole distruggere scuole e ospedali ma non impedire radicalmente la sopravvivenza; vuole che gli abitanti dimagriscano, ma non che muoiano di fame. Non dimentichiamo che fu Sharon, a giocare per mesi al gatto e al topo con Arafat a Muqata, applicando il “piano di disconnessione” nel 2005 per trasformare Gaza in una grande piccola Muqata da 1.500.000 abitanti. Gaza è molto importante per Israele. E’ il pisciatoio dove i governi sionisti sfogano i loro più bassi istinti; è il fratello minore e disarmato sul quale sfogarsi quando vorrebbero picchiare invece quello più forte; è la spazzatura dove i politici seppelliscono le loro miserie; è il muro dove imbrattano la loro propaganda elettorale; è un video gioco militare; è la vetrina del loro mercato sulla sicurezza; è l’ostaggio di ogni negoziazione; è la condizione stessa- un complicato sistema di respirazione assistita- di conservazione dello Stato. Come ripete lo scrittore libanese, Elias Khoury, “Israele compra tempo in cambio di sangue” e la gente di Gaza è quella che spende. Gaza è la banca centrale d’Israele; la sua riserva in divise. E’ imprescindibile. “Sconnessa”, bloccata, deviata, a volte picchiata, ma imprescindibile. Israele non vuole distruggere Gaza ne uccidere tutti i suoi abitanti. Ci sembra che bombardi edifici e uccida bambini ma in realtà sta “prendendosi cura” del suo strumento favorito, affinando i suoi strumenti, aumentando la massa muscolare. Sta “coccolando” Gaza, sfruttando tutto il possibile, facendo profitto con tutte le sue “prestazioni”.

Sta, come dicono gli analisti, inviando “messaggi”. I messaggi d’Israele sono così evidenti e prevedibili che ci vuole poca scienza per decifrarli. E’ bene che siano chiari perché tutti li capiscano. Uno va diretto agli elettori israeliani, in modo che sentano i pericoli dell’”antisemitismo islamico”, e l’allevio di un governo forte, implacabile con il nemico, implacabile anche con i dissidenti. Un altro è diretto a Egitto e a tutti i paesi musulmani- dalla Tunisia alla Turchia- che, dopo scossoni e cambiamenti negli ultimi due anni, potrebbero sentirsi tentati di rivedere i loro rapporti con Israele. Un altro è per l’Iran.Un altro, non meno importante, ha come destinatario Obama, così da ottenere un allineamento statunitense incondizionato, come negli ultimi 40 anni, ricordandogli con i fatti che Israele è l’unico vero alleato nella zona e l’unico garante dei loro interessi nella regione. L’ultimo messaggio, e il primo, è per tutti: Israele, il più artificiale e forzato, è l’unico Stato veramente “indipendente” del mondo ed è disposto a tutto- bombe, uccisioni, guerre apocalittiche- senza che abbiano alcuna importanza ne il diritto internazionale ne le regole umanitarie ne gli equilibri diplomatici ne il pragmatismo politico ne la morale comune, per continuare a mantenere in vita la sua identità razzista e coloniale.
Se il mezzo è il linguaggio, i messaggi di Israele hanno una dimensione inumana e delittuosa. Ma hanno anche, per la prima volta forse dal 1948, un tono disperato. Sotto le ipocrite e oscene dichiarazioni d’appoggio occidentale all’aggressore, intuiamo una nuova inquietudine e percepiamo una reazione insolita di disgusto. Israele si sente meno comodo; è più isolato. Come bene ricordava Ilan Pape pochi giorni fa di fronte ai nuovi attacchi su Gaza, la vera preoccupazione del regime sionista verte nei cambiamenti che stanno spezzando lo status quo nella regione; la stessa “primavera araba” costituisce una seria minaccia, strategica e politica, per la sua sopravvivenza. Paradossalmente, sotto la spinta dei paesi arabi contro le dittature locali, Israele si è iscritto finalmente, come una dittatura in più, come quelle di Mubarak, Ben Alì o Assad, che ostacola la democratizzazione del mondo arabo. Da qui tutte le sue alleanza con tutti i dittatori, e da qui il suo sforzo nell’appoggiare, dalla retroguardia, tutte le controrivoluzioni. Da qui anche i suoi interessi nell’alimentare tutti i fanatismi settari che impediscano la formazione di governi democratici che degradino Israele di fronte all’opinione pubblica che possa trasformarli, di fronte all’Occidente, in interlocutori inevitabili in un nuovo quadro di alleanze regionali.
Ma Israele è così. La sua debolezza è una buona notizia che dovrebbe rallegrarci. Non possiamo. Perché quello che dà la vera misura del pericolo israeliano è precisamente la sua capacità- e decisione- di trasformare una buona notizia nella peggior notizia possibile: bambini morti, famiglie distrutte, case crollate. Gaza è il messaggio che tutti dobbiamo ascoltare. Se c’è un attore irrazionale nella regione è Israele e il suo isolamento moltiplica i pericoli per tutti. Gaza è il messaggio. Israele viene a darci la missiva ha molte più armi di Al-Assad, incluse quelle nucleari, ed è infinitamente più “indipendente” che gli Stati Uniti- Arrivati al punto, per difendere un progetto la cui radice “ideologica” non fa caso a motivazioni ne pragmatismi di nessun tipo, sarebbe disposto a usare tutti i mezzi, in qualunque direzione, senza curarsi delle conseguenze.
L’altro messaggio, l’ultimo e il primo, lo proclamano dall’altra parte i palestinesi, ai quali non dobbiamo dimenticare. Di fronte a quella pioggia di fuoco chirurgicamente infanticida, contro quel Golia che vuole trasformali in pisciatoi, spazzatura, cartello elettorale, video-gioco, e moneta di scambio, i pochi e inoffensivi missili che lanciano da Gaza i palestinesi sono una semplice, elementare, naturale, rabbiosa e dolorosa dichiarazione della dignità umana. Magari gli israeliani, se non il loro governo, fossero capaci di capirlo; magari i governi occidentali ascoltassero il messaggio della Palestina, come lo hanno ascoltato tutti i paesi arabi e buona parte dei popoli della terra.

Fonte

Traduzione: FreeYourMind!

Colonna di Nubi. Perché una nuova guerra contro Gaza?

Di Thierry Meyssan

Ancora una volta Israele ha attaccato Gaza e i media internazionali trasmettono immagini di distruzione. Tuttavia la desolazione che ci provoca l’orrore quotidiano di questa nuova guerra, non deve impedirci di analizzarne e comprenderne gli obiettivi. Thierry Meyssan risponde a questa domanda.

Il 14 novembre 2012, le forze israeliane hanno lanciato l’operazione “Colonna di nubi” contro le strutture militari e amministrative di Hamas nella Striscia di Gaza. Il primo giorno hanno ucciso Ahmed Jaabari, numero due del ramo armato dell’organizzazione palestinese. Ed hanno anche distrutto i lanciarazzi sotterranei per i missili superficie-superficie Fajr-5. “Colonna di Nubi” si è rapidamente ingrandita, con l’aviazione israeliana che moltiplica i bombardamenti. Lo Stato maggiore generale israeliano ha richiamato 30.000 riservisti, arrivando rapidamente a 75.000 uomini, col rischio di distruggere l’economia. In questo modo, Israele ha la capacità di invadere Gaza con truppe terrestri. Questa situazione richiede ulteriori spiegazioni.

Perché proprio adesso?
Tel Aviv prende il comando, mentre il potere a Washington è parzialmente vacante. Si attendono la nomina dei nuovi segretari di Stato e della Difesa. Forse, saranno l’ambasciatrice Susan Rice e il senatore John Kerry. Tuttavia, un’aspra lotta, attraverso i media, cerca di screditare la signora Rice. In ogni caso, i segretari di Stato e della Difesa uscenti sono indeboliti ed i loro successori non sono stati ancora nominati. Nello stesso identico modo, Tel Aviv aveva preso una simile iniziativa, l’”Operazione Piombo Fuso“, durante il periodo di transizione tra i presidenti Bush jr e Obama. Alcuni commentatori citano anche l’imminenza delle elezioni israeliane e suggeriscono che Benjamin Netanyahu e Avigdor Lieberman cercano di migliorare la loro immagine di falchi intransigenti. Ciò è improbabile. In realtà, hanno lanciato l’attacco senza conoscerne in anticipo i risultati. Tuttavia, nel 2008-2009, il fallimento di “Piombo fuso” fu fatale per il governo di Ehud Olmert.

Per quale scopo?
Tradizionalmente le forze armate israeliane adeguano i loro obiettivi militari alle opportunità che si presentano. Come minimo si tratta d’indebolire la resistenza palestinese, distruggendo le infrastrutture e l’amministrazione della Striscia di Gaza, come hanno sempre fatto in più o meno regolarmente. Tuttavia, l’indebolimento di Hamas va automaticamente a vantaggio di Fatah in Cisgiordania, che non mancherà di ripresentare la sua richiesta del riconoscimento di uno Stato palestinese da parte delle Nazioni Unite. Al massimo la “Colonna di nubi” potrà aprire la porta a un vecchio piano sionista: la proclamazione della Giordania a stato palestinese, il trasferimento della popolazione di Gaza (cfr. anche della West Bank) in Giordania e l’annessione dei territori svuotati. In questo caso, i militari non dovrebbero colpire indiscriminatamente i leader di Hamas, ma solo coloro che si oppongono all’ex leader politico dell’organizzazione, Khaled Meshaal. Quest’ultimo diventerà il primo presidente di uno stato palestinese in Giordania.

I disordini in Giordania sono collegati?
La guerra alla Siria ha soffocato l’economia giordana. Il regno si è rapidamente indebitato. Il governo ha annunciato, il 13 novembre (cioè alla vigilia dell’avvio di “Colonna di nubi“) l’aumento dei prezzi dell’energia, dall’11% per il trasporto pubblico al 53% per il gas nazionale. Questa notizia ha alimentato le proteste che imperversano nello stato fin dall’inizio dell’anno. Immediatamente, circa la metà degli insegnanti della scuola pubblica, 120 mila, è scesa in sciopero. Venerdì 16, più di 10000 persone hanno marciato nel centro di Amman, gridando: “La libertà viene da Dio”, “Abdallah il tuo tempo è finito!”, “Il popolo vuole la caduta del regime“. Il corteo ha lasciato la moschea Husseini ed era inquadrata dai Fratelli musulmani. I Fratelli musulmani, che hanno concluso un accordo con il Dipartimento di Stato degli USA e il Consiglio di cooperazione del Golfo Persico, sono già al potere in Marocco, Tunisia, Libia, Egitto e Gaza. Inoltre, controllano la nuova Coalizione nazionale siriana. Aspirano a governare con o senza il re di Giordania Abdullah II. Il più famoso dei Fratelli musulmani in Giordania è Khaled Meshal, ex capo dell’ala politica di Hamas. Meshaal ha vissuto in esilio dal 2001-2012 a Damasco, sotto la protezione dello Stato siriano. Nel febbraio del 2012 ha improvvisamente accusato il governo di Bashar al-Assad di reprimere il suo popolo ed ha scelto di trasferirsi in Qatar, dove l’emiro Hamad al-Thani è stato particolarmente generoso con lui.

I disordini in Siria sono collegati?
A giugno, un accordo di pace è stato firmato a Ginevra dalle grandi potenze. Tuttavia, è stato subito sabotato da una fazione degli Stati Uniti che ha organizzato le fughe di notizie sul coinvolgimento occidentale nell’evento, costringendo il mediatore Kofi Annan a dimettersi. Questa stessa fazione poi, per due volte ha cercato di finirla militarmente organizzando due massicci attentati a Damasco, il 18 luglio e il 26 settembre. Alla luce di questi fallimenti, l’amministrazione Obama è tornata all’accordo iniziale che si è impegnata ad attuare dopo le elezioni presidenziali e il cambiamento del governo. L’accordo prevede il dispiegamento di una forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, composta prevalentemente da contingenti dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Questa forza avrebbe il compito di separare i belligeranti e di arrestare i jihadisti stranieri introdottisi in Siria. Lasciando la Russia reinstallarsi in Medio Oriente, Washington spera di alleviare l’onere della sicurezza d’Israele. La Russia farebbe in modo che lo stato sionista non sia più attaccato e che non attacchi nessuno. La ritirata militare degli Stati Uniti dal Medio Oriente potrebbe quindi continuare, e Washington recupererebbe la flessibilità perduta a causa del suo  permanente confronto con Tel Aviv. In questa prospettiva, i sostenitori dell’espansionismo israeliano devono agire a Gaza ed eventualmente in Giordania, prima della missione russa.

Quali sono i risultati preliminari della guerra in corso?
La guerra testa la difesa aerea di Israele. Lo stato sionista ha investito centinaia di milioni di dollari nella creazione di “Iron Dome“, un sistema in grado di intercettare tutti i razzi e missili lanciati da Gaza e dal sud del Libano. Questo dispositivo è diventato inutilizzabile quando Hezbollah ha inviato un drone su Dimona o quando ha testato i missili superficie-superficie Fajr-5. Durante i primi tre giorni della “Colonna di nubi“, Hamas e la Jihad islamica hanno risposto al bombardamento israeliano con salve di razzi e missili. L’”Iron Dome” avrebbe intercettato 210 colpi su poco più di 800. Tuttavia, questa statistica non significa molto: il dispositivo sembra in grado di intercettare solo i primitivi razzi Qassam, e di essere inadeguato verso tutte le armi un po’ più sofisticate.

Fonte

 

Il massacro della Gaza Flotilla è stata una False Flag turco-israeliana, in previsione della guerra alla Siria?

Il 31 maggio 2010, terroristi israeliani commisero un atroce atto di violenza che ebbe ripercusioni in tutto il mondo. Una cosa sorprendente per chi non ha familiarità con la storia di terrorismo, odio, sangue e omicidio d’Israele. Altri invece, come i palestinesi, che si ritrovano in intima familiarità con il modus operandi dell’entità sionista usurpatrice, non potevano che guardare senza sorpresa questo macabro ricordo di ciò che ‘Israele’ rappresenta.
Dopo il fatto, sono emerse delle informazioni potenzialmente esplosive, delle implicazioni che meritano una riflessione più attenta. Ci sono indicazioni che il massacro della flottiglia di Gaza dell’aprile 2010, sarebbe ben lungi dalla violenza di routine di Israele, ma una piuttosto una ben pianificata operazione, effettuata con la piena collaborazione del governo turco. Gli obiettivi dell’operazione erano molteplici, ma si pensa che l’assassinio a sangue freddo di quelle nove persone, in acque internazionali, fosse parte integrante della guerra attuale contro la Siria.
Il 17 dicmbre  2011, l’articolo del giornalista spagnolo Daniel Iriarte rivelava un certo numero di fatti importanti. (1) Mentre era in Siria, Iriarte aveva parlato con tre libici collegati ad Abdelhakim Belhaj (preziosa risorsa della NATO e macellaio di Tripoli). Illustrando quanto fosse strumentale per l’intelligence occidentale, Belhaj venne collegato ai falsi attentati di Madrid da nientr’altri che l’ex primo ministro spagnolo Jose Maria Aznar. Inoltre, è stato un indispensabile pedone della ragnatela della NATO, facendo da spola tra la Libia e la Siria (2), al servizio del nefasto legame occidentale-GCC-israeliano che ora lacera entrambe le nazioni. Quando Iriarte incontrò questi libici, che a quanto pare non fecero alcun tentativo di nascondere la loro identità o nazionalità, affermarono di essere in Siria per “valutare i bisogni dei fratelli rivoluzionari siriani“. Uno degli uomini era il libico-irlandese Mahdi al-Harati, comandante della Brigata di Tripoli e il vice di Abdelhakim Belhaj, a capo del Consiglio militare di Tripoli. Il Consiglio Militare di Tripoli è una forza mercenaria della NATO, incaricata di unificare i mercenari che combattevano la guerra terrestre della NATO in Libia; in sostanza di eseguire il lavoro sporco degli occupanti. Leggi il resto dell’articolo

FF2 – Freedom Flotilla o False Flag?

Il Mediterraneo non è proprietà di Israele’ (ma della NATO sì!)

Il logo riprenderebbe i colori della Palestina, ma se si osserva bene la scritta, sembra riprendere invece i colori del vessillo monarchico libico usato dai golpisti di Bengasi.

Il quotidiano arabo al-Hayat, di Londra, il 30 aprile 2011, aveva riferito che Khaled Mashaal e altri alti funzionari diHamas, avrebbero progettato di trasferirsi dalla Siria al Qatar, mentre l’ala militare si sarebbe installata nella Striscia di Gaza e un ufficio d’interesse di Hamas sarebbe stato aperto a Cairo. Ma un funzionario di Hamas, secondo la radio militare israeliana, avrebbe smentito tutto ciò, dicendo che la direzione del partito non aveva intenzione di lasciare Damasco, ed ha anche negato la notizia che l’Egitto avesse accettato di aprire una sede diHamas. Secondo al-Hayat, il Qatar aveva accettato di ospitare la leadership di Hamas, dopo che l’Egitto e la Giordania avevano respinto la richiesta, ma avrebbe rifiutato di ospitare i capi militari. Tali notizie sono state pubblicate subito dopo che Fatah e Hamas avevano accettato di firmare un accordo di riconciliazione. Gli Stati Uniti, nel frattempo, tramite il direttore della pianificazione politica del Dipartimento di Stato, Jacob Sullivan, facevano sapere che: “se un nuovo governo palestinese nascerà, lo valuteremo in base alla sua politica e ne determineremo, quindi, le implicazioni per la nostra assistenza“. Sullivan aveva sottolineato che qualsiasi nuovo governo palestinese dovrebbe accettare i principi fissati dal quartetto diplomatico di Stati Uniti, ONU, UE e Russia, per la cosiddetta roadmap per la pace. Questi tre principi sono: rinunciare alla violenza, accettare gli accordi passati e riconoscere il diritto di Israele ad esistere. L’accordo, annunciato al Cairo, ha visto Fatah che domina la Cisgiordania e i governanti islamici di Gaza, essere d’accordo nel formare un governo di transizione prima delle elezioni, entro un anno. “Sosteniamo la riconciliazione palestinese a condizioni che promuova la causa della pace“, ha sottolineato Sullivan. “I termini di questo accordo, le specifiche di esso e come sarà attuato, sono aspetti che stiamo continuando a studiare.”  Leggi il resto dell’articolo

Seguendo la flotta

HILLARY CLINTON DA’ LUCE VERDE PER L’ATTACCO ALLA FLOTTIGLIA DIRETTA A GAZA

di Ali Abunimah

dal blog The Electronic Intifada

traduzione di Gianluca Freda

Nei suoi commenti di ieri [del 23 giugno scorso, NdT], Hillary Clinton sembra aver spianato la strada – o perlomeno dato la luce verde – ad un attacco militare israeliano contro la Freedom Flotilla in arrivo a Gaza, compresa la nave statunitense che prende parte alla spedizione.

Tra i passeggeri a bordo della nave americana vi è l’87enne Hedy Epstein, sopravvissuta alla persecuzione tedesca grazie ai Kindertransport, nonché la scrittrice e poetessa Alice Walker. Si prevede che alla spedizione prenderanno parte circa 10 navi, con a bordo 1000 persone provenienti da oltre 20 paesi.

Ecco ciò che la Clinton ha detto al Dipartimento di Stato lo scorso 23 giugno:

Noi non crediamo che la flotilla rappresenti un atto utile o necessario a favore del popolo di Gaza. Proprio questa settimana, il governo israeliano ha approvato un significativo provvedimento per la costruzione di abitazioni a Gaza. A Gaza saranno fatti entrare materiali per l’edilizia e noi non crediamo sia d’aiuto la presenza di flottiglie che tentino di provocare reazioni entrando nelle acque israeliane e creando una situazione nella quale gli israeliani avranno poi il diritto di difendersi.

La Clinton sa certamente che nessuna nazione al mondo riconosce Gaza, né tantomeno le sue acque territoriali, come parte del territorio “sovrano” di Israele. Una nave che entri nelle acque di Gaza, non entrerebbe affatto in “acque israeliane”, come va dicendo la Clinton. Inoltre la Clinton, supponendo che stia ripetendo ciò che le è stato detto nei briefing e non sia semplicemente in errore, deve anche sapere che l’anno scorso Israele ha attaccato la Freedom Flotilla diretta a Gaza mentre si trovava in acque internazionali e i dati GPS evidenziano che si stava, in realtà, allontanando da Israele.

Quando invoca il presunto “diritto all’autodifesa” di Israele contro imbarcazioni civili che tentano di raggiungere Gaza, la Clinton sta dicendo a Israele che gli Stati Uniti non si opporranno ad un nuovo attacco militare.

E parlando dell’autorizzazione concessa da Israele a far entrare a Gaza materiale da costruzione, sottintendendo che la flottiglia “non è necessaria” in quanto degli “aiuti” raggiungeranno comunque la popolazione palestinese di Gaza, la Clinton sta tentando di offuscare la realtà delle cose.

La gente di Gaza è stata ridotta in miseria e resa dipendente dagli aiuti a causa di decenni di occupazione, assedio e attacchi militari israeliani. Il punto non è consegnare gli aiuti, ma liberare la popolazione spezzando l’assedio. E’ una posizione abominevole quella di suggerire – come sembra fare la Clinton – che se il popolo di Gaza riceve abbastanza calorie e un po’ di forniture edilizie, allora nessuno deve più preoccuparsi dell’assedio israeliano. I palestinesi di Gaza non sono animali in gabbia, per assistere i quali ci si possa limitare a spingere razioni di cibo tra le sbarre della loro prigione.

L’assedio israeliano è da intendersi come una forma di punizione collettiva ed è stato dichiarato illegale dal Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Israele, come Electronic Intifada ha già riportato, sta tenendo esercitazioni militari per intercettare questa flotta di civili disarmati. Dopo le esternazioni della Clinton, se del sangue sarà versato, esso non ricadrà soltanto sulle mani di Israele, ma anche su quelle dell’America.

Incriminare i passeggeri della flottiglia per “supporto materiale” al terrorismo

Non contento di incoraggiare indirettamente la violenza di Israele, il Dipartimento di Stato, in un nuovo allarmante sviluppo, ha minacciato gli americani che viaggiano sulle navi dirette a Gaza di arresto o di sanzioni pecuniarie per sostegno al terrorismo. Haaretz riferisce:

Venerdì scorso, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato che i tentativi di spezzare il blocco sono “irresponsabili e provocatori” e che Israele possiede già mezzi ben specifici per portare assistenza ai palestinesi residenti a Gaza. Ha anche notato che la zona è governata dal gruppo militante di Hamas, designato dagli USA come organizzazione terroristica, e che gli americani che ad esso porteranno sostegno sono soggetti a multe o alla pena del carcere.

In effetti, gli USA sembrano ormai definire qualunque aiuto, portato a qualunque palestinese, inclusa una popolazione civile sotto assedio, come sostegno ad Hamas, e dunque sostegno al “terrorismo”.

Ciò rispecchia la volontà di utilizzare le leggi contro il “supporto materiale” al terrorismo come pretesto per indagare e perseguire gli attivisti per la solidarietà alla Palestina, nonché quelli che si oppongono alla guerra e che lottano per i diritti sindacali esercitando in patria i diritti loro garantiti dal Primo Emendamento.

Fonte : http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=836:gianluca-freda&catid=32:politica-internazionale&Itemid=47

Nakba 2011 con Presidentissimo

Giorgio Napolitano e il Segretario Generale Domenico Marra, d’intesa con il consulente Arrigo Levi e l’ambasciatore Stefano Stefanini, dopo aver programmato a puntino la data di un’altra visita di Stato in “Israele“, si sono imbarcati sull’Airbus319 della Repubblica delle Banane il giorno 14, di buona mattina, per arrivare nel pomeriggio a “Gerusalemme“ (capitale unica, eterna e indivisibile dello Stato sionista, per la Knesset). Caparbiamente, l’Inquilino del Quirinale ha voluto essere presente con 24 ore di anticipo nel posto sbagliato per portare la sua solidarietà a “Israele“.
Il 15 Maggio, di ogni anno, e lo fa dal 1948, il popolo palestinese celebra la Nakba, l’espulsione forzata, tra violenze e massacri, di 980.000 palestinesi dalla loro Terra. Stragi efferate passate alla storia, come quella perpetrata dalla Banda Stern a Deyr Yassin. Attualmente ci sono nel solo Medio Oriente 4.7 milioni di profughi che vivono in condizioni di estrema povertà e spesso di mancata integrazione politica e sociale in Giordania, in Libano, in Irak e nelle monarchie del Golfo Persico, oltre che nel Maghreb.
Per avere dati aggiornati, giorno per giorno, sulle dimensioni dell’autentico calvario che vive e ha vissuto, dal 1967, la gente di Palestina nella Cisgiordania Occupata e nella Striscia di Gaza, un ottima fonte di informazione è il sito infopal.
Il Presidentissimo è stato accolto all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv dall’omologo – si precisa nel comunicato – Shimon Peres, premio Nobel per la pace.
A Stoccolma ci deve essere qualcosina che non va fin dai tempi di altri “insigniti“, come Begin e Sadat.
L’ultima performance del Comitato Promotore e dei componenti la Giuria ha eletto a “collega” di autentici terroristi e macellai un certo Barack Obama, il primo presidente USA color caffelatte a tenere aperte, contemporaneamente, dal Gennaio 2009 al Maggio 2011, tre sanguinose e devastanti guerre di aggressione (Iraq-Afghanistan-Libia) e a minacciarne almeno altre cinque a giro per il mondo.
Napolitano ha detto a Peres che ambedue sono Presidenti senza potere. Si è dimenticato di ricoprire la carica di Capo delle Forze Armate e di quel Consiglio Supremo della Difesa che, di fatto, ha decretato, d’intesa con il governo in carica, appena una manciata di settimane fa, la partecipazione dell’Italia alla guerra contro la Libia. Anche se per l’Inquilino del Quirinale è solo un’”estensione naturale” della risoluzione ONU 1973.
Anche la sinistra comincia ad accorgersi di che panni vesta questo 83enne in carriera.
L’Inquilino del Quirinale, complice l’età, ha ricorrenti buchi di memoria oltre ad una manifesta tendenza alla secrezione lacrimale per evidenti difficoltà nella tenuta emotiva.
Il Presidente di “Israele“ ha risposto che fa del suo meglio per risolvere i problemi, come – aggiungiamo noi – Olmert e Livni lo riuscirono a fare il Dicembre 2008-Gennaio 2009 nella Striscia di Gaza.
Siamo convinti che l’attuale Presidente di “Israele“ ricordi, ben bene, come Napolitano, il problemino che venne fuori a Davos con Erdogan per i 453 bambini palestinesi massacrati da terra dai semoventi e dai carri armati di Tsahal, e dall’aria dai cacciabombardieri F-15 e F-16 della Heyl Ha’Avir.
Giorgio Napolitano – per l’ex premier, l’ex ministro, della difesa e degli esteri, e attuale presidente di “Israele“ – è un’autorità morale riconosciuta dal suo popolo per “profondità, onestà e buona fede“. A ben vedere ci sono italiani e italiani.
Quelli che hanno occhi di bue e altri di tigre e memoria da elefanti.
Sabato pomeriggio, Napolitano ha raggiunto l’Ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu per un lungo, cordialissimo colloquio “privato“. Alle 18.30, il nonno che vigila sulla Costituzione, eccetto l’articolo 11, ha ritirato all’Università di Tel Aviv il premio Dan David che gli era stato assegnato nel 2010.
Il Dan David è destinato a omaggiare politici, scienziati e uomini di cultura. Il riconoscimento, conferito ogni anno, da diritto alla riscossione di un assegno di 1.000.000 di dollari procapite ai tre selezionati per “Passato-Presente-Futuro“. Ci viene a mente il film “Ieri, Oggi, Domani”.
Volete sapere la motivazione con cui gli è stato assegnato? Eccola.
“Per la sua dedizione alla causa della democrazia parlamentare e il suo contributo al riavvicinamento tra la sinistra italiana e il socialismo europeo“. Insomma, per la “svolta della Bolognina“ di Occhetto e la trasformazione del PCI in PDS, oltre che per le assidue frequentazioni negli Stati Uniti e i contatti di alto livello tenuti con le lobbies dell’establishment e con esponenti, anche se di secondo piano, delle amministrazioni USA. Giusto per non dare troppo nell’occhio.
Meriti, si fa per dire, che lo hanno portato ad ottenere il pass di sicurezza NATO. L’arrivo alla guida del Viminale durante uno dei governi Prodi ne è stata la manifestazione più evidente.
Napolitano ha incassato a “Gerusalemme“ l’equivalente di un paio di miliardi delle vecchie lirette per la sezione, facendoci su un po’ di ironia, “Vecchie Glorie del XX Secolo“.
Rimane sospeso per aria un piccolo mistero. Ha già incassato il premio in danaro o lo deve ancora portare a casa?
Il Ministero dell’ Economia e delle Finanze ha richiesto o ha intenzione di richiedere all’Inquilino del Quirinale le “tasse dovute“ attraverso i funzionari dell’Agenzia delle Entrate di Roma?
Napolitano li ha donati in beneficenza o ha fatto ulteriormente ingrassare il suo gigantesco cespite derivante da un’attività “politica e istituzionale“ ultracinquantennale, dal ’45 come funzionario del PCI, prima, come deputato nazionale dal 1953 al 1996 per 10 legislature, come parlamentare europeo per altre due, come senatore a vita dal 2005, da presidente emerito di enti e fondazioni, come Ministro degli Interni e attualmente da Presidente della Repubblica?
Vogliamo portare alla luce gli imbarazzanti trascorsi nazifascisti, anche da giornalista, del “camerata“ Giorgio Napolitano magari sul “Bò“ di Padova?
Ha fatto o no la divisione dei beni con la consorte Clio Bittoni fino alla sua elezione al Quirinale nel Maggio 2006 come XI° Presidente della Repubblica?
E’ vero o no che la signora Clio gode di più pensioni d’oro per attività di libero professionista, di legale delle Leghe Coop e della quiescenza incassata come Dirigente per oltre 30 anni dell’Attività Legislativa alla Camera dei Deputati?
Un caso di parentopoli ante-litteram?
Si può sapere quanto rastrellano in euro dalle tasche degli italiani il Primo Cittadino della Repubblica & consorte o è un altro spocchioso “segreto di stato“ per la manifesta viltà di parlamentari e “giornalisti“ nel non darne conto?
Ce ne sarebbero di cose da raccontare!
Per ora chiudiamola qui e torniamo alla Palestina Occupata.
La visita di Napolitano in “Israele“, cadendo, guardacaso, nel giorno della “Nakba“, non può non diventare un devastante segnale politico che egli intende sostenere nei fatti “Israele” e la sua “sicurezza”, con il controllo militare della Cisgiordania e l’assedio della Striscia di Gaza.
Il programma di Napolitano nella “terra avvicendata“ è continuato nella giornata di domenica 15 Maggio con la mostra “Italia-Israele, gli ultimi 150 anni“ e in serata con un’altra manifestazione a Tel Aviv che ripercorre le tappe “Da Garibaldi a Herzl”… cavoli a merenda.
Una continuazione in salsa sionista delle stucchevoli e costosissime feste volute da Napolitano e governo per la celebrazione dei 150 anni dell’unità d’Italia.
Il Presidente della Repubblica ha poi dato corso, come in calendario, ad una visita ad Abu Mazen e al suo primo ministro Fayyad a… Betlemme.
Forse a Ramallah, sede dell’ ANP, l’incontro avrebbe acquistato più peso politico? Un peso che Napolitano non vuole intenzionalmente concedere al suo incontro con Mohamud Abbas?
Siamo arciconvinti che l’Inquilino del Quirinale avrà utilizzato il colloquio per ammonire, facendosi latore dei diktat di USA ed Europa, il “presidente scaduto“ dell’ANP dal proseguire i contatti con Hamas dopo l’accordo raggiunto a Il Cairo con Khaled Meshal e la regia del nuovo Ministro degli Esteri dell’Egitto Nabil al Arabi, che ha assunto anche la presidenza della Lega Araba da qualche ora.
A Betlemme, il Presidentissimo avrà usato bastone e carota, la leva sarà qualche promessa in danaro dell’Italia e dell’Unione Europa per sviluppare la crescita economica e sociale della Cisgiordania Occupata perché si continui a chiudere gli occhi sui “coloni”?
O qualche altra fregatura che non è possibile prevedere. Se uscisse l’imprevisto, ci sarà tutto il tempo per esprimerci sopra una valutazione. Ricordiamo che USA, ONU e “Quartetto” stanno menando egregiamente il can per l’aia ormai da troppi anni, mentre si alzano altri muri e si continua a costruire altri insediamenti sulla Terra di Palestina.
Quello che si stenta a capire è che USA e NATO stanno innescando nell’intero Medio Oriente una ciclopica carica esplosiva che finirà per investire, a miccia accesa e consumata, l’intero Mediterraneo e il nostro Paese.
Il sangue che sta scorrendo in queste ore a Gaza, a Gerusalemme Est, nelle fattorie di Sheba e sul Golan farà, prima o poi, da fiammifero.
Attenti… a Frattini e a La Russa, ai loro codazzi a Camera e Senato, alle schegge impazzite, al Terzo Polo e ai frequentissimi contatti di alcuni di questi “soggettini“ con David Thorne, Hillary Clinton e Robert Gates!
Anche se mettere il naso nei “rifiuti tossici“, sia di maggioranza che di “opposizione“, non è davvero affar nostro.
Giancarlo Chetoni

Fonte : http://byebyeunclesam.wordpress.com/2011/05/17/nakba-2011-con-presidentissimo/

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