IL DENARO RIMANE IL CANDIDATO VINCENTE

images (3)La notizia dell’abdicazione del papa ha sottratto per un po’ al Buffone di Arcore il centro dell’arena mediatica, proprio mentre questi era tanto preoccupato che il festival di Sanremo potesse mettere in ombra il suo festival di promesse elettorali. Da parte dell’opinione di sinistra si ripete il consueto errore di considerare il risveglio dell’elettorato del PdL come una dimostrazione di fiducia nelle promesse del Buffone. Forse ci sarà pure qualcuno davvero disposto a credere a quelle promesse, dato che a questo mondo c’è di tutto; ma non è questo il punto. L’elettore di destra ha udito il suo leader affermare di essere stato “costretto” a votare l’IMU in parlamento; così come magari fu “costretto”, da Presidente del Consiglio, a varare nel 2005 la legge istitutiva che diede vita ad Equitalia.
Allo stesso modo, il Buffone potrà benissimo essere “costretto” a rimangiarsi la promessa di abolire e rimborsare l’IMU, magari per colpa della farraginosità della Costituzione, che gli avrebbe sempre impedito di governare come lui vorrebbe e saprebbe. Queste cose l’elettore di destra le sa o le intuisce benissimo. Ciò che l’opinione di sinistra invece tende sempre a sottovalutare, è la portata ideologica di alcuni slogan ripresi dal ghost writer del Buffone, a cominciare dal concetto di costrizione.
Per decenni la destra ha giustificato la fuga del re Vittorio Emanuele III nell’8 settembre del ’43, argomentando che lo stesso re fu “costretto” alla fuga. I nostalgici del re potevano essere contemporaneamente nostalgici anche di Mussolini, sorvolando sul fatto che i due nel ’44 e nel ’45 erano stati su sponde opposte, da nemici a tutti gli effetti. In fondo erano stati entrambi “costretti”.
La pietra angolare dell’edificio ideologico della destra è infatti il vittimismo. La mitologia dominante ci presenta la ricchezza come una fortezza assediata dall’invidia e dalle lamentele dei poveri. La subalternità ideologica della sinistra si dimostra continuamente nell’incapacità di uscire da questa visione, perciò i ricchi possono essere considerati al massimo colpevoli di indifferenza; e quindi la povertà viene interpretata come uno spiacevole effetto collaterale di tale indifferenza.
Non sarebbe niente di grave se la mitologia del “ricco soddisfatto” se la coltivasse solo la destra; purtroppo è la sinistra ad incentivare il mito dell’indifferenza del ricco, così come viene rappresentato nella parabola del ricco Epulone del vangelo di Luca. La posizione di sinistra si riduce quindi ad un problema di redistribuzione della ricchezza, magari aumentando le tasse ai ricchi.
I ricchi invece si occupano dei poveri, eccome. Il vero problema è infatti che dal vittimismo padronale viene fatta discendere la necessità di un assistenzialismo per i ricchi, con la conseguente urgenza di comprimere le pretese dei poveri, costringendoli persino a versare un’elemosina ai ricchi. Non è affatto vero che i ricchi si disinteressino dei poveri; anzi, li considerano una vacca da mungere.
Che la ricchezza sia un fenomeno socialmente assistito, e che la povertà venga coltivata come il principale dei business, sono concetti scomparsi nella sinistra attuale. Anche il fatto che la ricchezza sia socialmente aggressiva, una forma di guerra permanente dei ricchi contro i poveri, per la sinistra è ormai roba da ufficio dei concetti smarriti.
Ciò che si sta attuando in queste settimane è quindi un risveglio identitario della destra, sotto la vecchia e gloriosa bandiera ideologica del vittimismo. Più le promesse del Buffone suonano assurde, più il votarlo conferisce efficacia al dispetto che si fa alla cosiddetta sinistra.
Ma il voto identitario non è certo quello che fa vincere le elezioni. Il voto ideologico è vischioso, e ciò che decide alla fine è lo spostamento delle masse di suffragio gestite dalle baronie del controllo del voto. Anche il voto di scambio non è sempre infallibile nei risultati, ma se rimane qualche regione in bilico, un’aggiustatina la si può sempre fare al Viminale. La questione del voto di scambio non va ridotta ai casi dei voti comprati per cinquanta euro, ma riguarda il controllo sociale dei territori. La fine della cosiddetta prima Repubblica è stata segnata dalla morte di grandi baroni del voto, come Toni Bisaglia in Veneto, Carmine Mensorio in Campania e Salvo Lima in Sicilia. Il primo morì per un “incidente”, il secondo fu “suicidato”, e solo il terzo fu ammazzato platealmente. Da circa due anni le baronie del voto sono in posizione attendistica, ed occorrerà vedere chi avrà la disponibilità finanziaria per andare a riallacciare i rapporti e stringere i patti di scambio. I casi della Tunisia e dell’Egitto costituiscono esempi significativi delle fortune elettorali del candidato/denaro. In questi due Paesi le formazioni religiose si sono infatti avvalse dei finanziamenti dell’Emiro del Qatar, Al Thani, così che la tanto decantata laicità della società egiziana e della società tunisina è andata a farsi benedire.
Il sito del Consiglio Atlantico della NATO non si fa neanche scrupolo di ammettere che è proprio Al Thani a finanziare la “democrazia” in Siria, rifornendo di armi i “ribelli”, cioè i propri mercenari; alla stessa maniera in cui era stata portata la democrazia in Libia. Eppure si tratta di ingerenze illegali e di violazioni palesi della Carta dell’ONU. Ma il Qatar ormai fa parte a tutti gli effetti della NATO, perciò non è tenuto a rispettare il diritto internazionale.
Lo stesso sito del Consiglio Atlantico non si fa problemi a farci sapere che è sempre Al Thani lo sponsor dei Fratelli Mussulmani in Egitto, andando persino in rotta di collisione con l’orientamento dei suoi alleati degli Emirati Arabi Uniti.
Al Thani non si è limitato a comprarsi il voto in Tunisia; ora si sta comprando tutta la Tunisia, con un miliardo di dollari, tanto per cominciare. Ma l’arrivo di tutto questo denaro non è soltanto un modo per acquistare un Paese, ma anche una tecnica per destabilizzarlo, come dimostrano le vicende di questi giorni.
In base alla fiaba ufficiale il ricco Al Thani, invece di fare tanto il facinoroso, dovrebbe starsene tranquillo e soddisfatto a godersi i suoi soldi, magari infastidito ogni tanto dalle querule rivendicazioni dei poveri. Anche a proposito del Buffone di Arcore si sente ancora spesso la domanda sul perché uno che ha tutti quei soldi, invece di farsi i fatti suoi, voglia occuparsi di politica. Si tratta di una domanda retorica, che sottintende che lui è troppo buono. L’eccesso di bontà potrebbe essere il difetto caratteriale anche di Al Thani. L’eccesso di bontà è infatti l’unico difetto che i potenti sono disposti a riconoscersi

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L’islamismo contro l’Islam?

Jihad-yes-we-canLo strumento fondamentalista

“Il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale”. Questa frase, che Samuel Huntington colloca in chiusura del lungo capitolo del suo Scontro delle civiltà intitolato “L’Islam e l’Occidente”1, merita di essere letta con un’attenzione maggiore diquella che ad essa è stata riservata finora.

Secondo l’ideologo statunitense, l’Islam in quanto tale è un nemico strategico dell’Occidente, poiché è il suo antagonista in un conflitto difondo, che non nasce tanto da controversie territoriali, quanto da un fondamentale ed esistenziale confronto tra difesa e rifiuto di “diritti umani”, “democrazia” e “valori laici”. Scrive infatti Huntington: “Fino a quando l’Islam resterà l’Islam (e tale resterà) e l’Occidente resterà l’Occidente (cosa meno sicura) il conflitto di fondo tra due grandi civiltà e stili di vita continuerà a caratterizzare in futuro i reciproci rapporti”2.

Ma la frase riportata all’inizio non si limita a designare il nemico strategico; da essa è anche possibile dedurre l’indicazione di un alleato tattico: il fondamentalismo islamico. È vero che nelle pagine dello Scontro delle civiltà l’idea di utilizzare il fondamentalismo islamico contro l’Islam non si trova formulata in una forma più esplicita; tuttavia nel 1996, allorché Huntington pubblicò The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, una pratica di questo genere era già stata inaugurata.

“È un dato di fatto – scrive un ex ambasciatore arabo accreditato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – che gli Stati Uniti abbiano stipulato delle alleanze coi Fratelli Musulmani per buttar fuori i Sovietici dall’Afghanistan; e che, da allora, non abbiano cessato di far la corte alla corrente islamista, favorendone la propagazione nei paesi d’obbedienza islamica. Seguendo le orme del loro grande alleato americano, la maggior parte degli Stati occidentali ha adottato, nei confronti della nebulosa integralista, un atteggiamento che va dalla benevola neutralità alla deliberata connivenza”3.

L’uso tattico del cosiddetto integralismo o fondamentalismo islamico da parte occidentale non ebbe inizio però nell’Afghanistan del 1979, quando – come ricorda in From the Shadows l’ex direttore della CIA Robert Gates – già sei mesi prima dell’intervento sovietico i servizi speciali statunitensi cominciarono ad aiutare i guerriglieri afghani.

Esso risale agli anni Cinquanta e Sessanta, allorché Gran Bretagna e Stati Uniti, individuato nell’Egitto nasseriano il principale ostacolo all’egemonia occidentale nel Mediterraneo, fornirono ai Fratelli Musulmani un sostegnodiscreto ma accertato. È emblematico il caso di un genero del fondatore del movimento, Sa’id Ramadan, che “prese parte alla creazione di un importante centro islamico a Monaco in Germania, intorno al quale si costituì una federazione ad ampio raggio”4. Sa’id Ramadan, che ricevette finanziamenti e istruzioni dall’agente della CIA Bob Dreher, nel 1961 espose il proprio progetto d’azione ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del neoeletto presidente John F. Kennedy. “Quando il nemico è armato diun’ideologia totalitaria e dispone di reggimenti di fedeli devoti, – scriveva Ramadan – coloro che sono schierati su posizioni politiche opposte devono contrastarlo sul piano dell’azione popolare e l’essenza della loro tattica deve consistere in una fede contraria e in una devozione contraria. Solo delle forze popolari, genuinamente coinvolte e genuinamente reagenti per conto proprio, possono far fronte alla minaccia d’infiltrazione del comunismo”5.

L’uso strumentale dei movimenti islamisti funzionali alla strategia atlantica non terminò con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan. Il patrocinio fornito dall’Amministrazione Clinton al separatismo bosniaco ed a quello kosovaro, l’appoggio statunitense e britannico al terrorismo wahhabita nel Caucaso, il sostegno ufficiale di Brzezinski ai movimenti fondamentalisti armati in Asia centrale, gl’interventi a favore delle bande sovversive in Libia ed in Siria sono gli episodi successivi di una guerra contro l’Eurasia in cui gli USA e i loro alleati si avvalgono della collaborazione islamista.

Il fondatore di An-Nahda, Rachid Ghannouchi, che nel 1991 ricevette gli elogi del governo di George Bush per l’efficace ruolo da lui svolto nella mediazione tra le fazioni afghane antisovietiche, ha cercato di giustificare il collaborazionismo islamista abbozzando un quadro pressoché idilliaco delle relazioni tra gli USA e il mondo islamico. A un giornalista del “Figaro” che gli chiedeva se gli americani gli sembrassero più concilianti degli Europei il dirigente islamista tunisino ha risposto di sì, perché “non esiste un passato coloniale tra i paesi musulmani e l’America; niente Crociate, niente guerra, niente storia”; ed alla rievocazione della lotta comune diamericani e islamisti contro il nemico bolscevico ha aggiunto la menzione del contributo inglese6.

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Colonna di Nubi. Perché una nuova guerra contro Gaza?

Di Thierry Meyssan

Ancora una volta Israele ha attaccato Gaza e i media internazionali trasmettono immagini di distruzione. Tuttavia la desolazione che ci provoca l’orrore quotidiano di questa nuova guerra, non deve impedirci di analizzarne e comprenderne gli obiettivi. Thierry Meyssan risponde a questa domanda.

Il 14 novembre 2012, le forze israeliane hanno lanciato l’operazione “Colonna di nubi” contro le strutture militari e amministrative di Hamas nella Striscia di Gaza. Il primo giorno hanno ucciso Ahmed Jaabari, numero due del ramo armato dell’organizzazione palestinese. Ed hanno anche distrutto i lanciarazzi sotterranei per i missili superficie-superficie Fajr-5. “Colonna di Nubi” si è rapidamente ingrandita, con l’aviazione israeliana che moltiplica i bombardamenti. Lo Stato maggiore generale israeliano ha richiamato 30.000 riservisti, arrivando rapidamente a 75.000 uomini, col rischio di distruggere l’economia. In questo modo, Israele ha la capacità di invadere Gaza con truppe terrestri. Questa situazione richiede ulteriori spiegazioni.

Perché proprio adesso?
Tel Aviv prende il comando, mentre il potere a Washington è parzialmente vacante. Si attendono la nomina dei nuovi segretari di Stato e della Difesa. Forse, saranno l’ambasciatrice Susan Rice e il senatore John Kerry. Tuttavia, un’aspra lotta, attraverso i media, cerca di screditare la signora Rice. In ogni caso, i segretari di Stato e della Difesa uscenti sono indeboliti ed i loro successori non sono stati ancora nominati. Nello stesso identico modo, Tel Aviv aveva preso una simile iniziativa, l’”Operazione Piombo Fuso“, durante il periodo di transizione tra i presidenti Bush jr e Obama. Alcuni commentatori citano anche l’imminenza delle elezioni israeliane e suggeriscono che Benjamin Netanyahu e Avigdor Lieberman cercano di migliorare la loro immagine di falchi intransigenti. Ciò è improbabile. In realtà, hanno lanciato l’attacco senza conoscerne in anticipo i risultati. Tuttavia, nel 2008-2009, il fallimento di “Piombo fuso” fu fatale per il governo di Ehud Olmert.

Per quale scopo?
Tradizionalmente le forze armate israeliane adeguano i loro obiettivi militari alle opportunità che si presentano. Come minimo si tratta d’indebolire la resistenza palestinese, distruggendo le infrastrutture e l’amministrazione della Striscia di Gaza, come hanno sempre fatto in più o meno regolarmente. Tuttavia, l’indebolimento di Hamas va automaticamente a vantaggio di Fatah in Cisgiordania, che non mancherà di ripresentare la sua richiesta del riconoscimento di uno Stato palestinese da parte delle Nazioni Unite. Al massimo la “Colonna di nubi” potrà aprire la porta a un vecchio piano sionista: la proclamazione della Giordania a stato palestinese, il trasferimento della popolazione di Gaza (cfr. anche della West Bank) in Giordania e l’annessione dei territori svuotati. In questo caso, i militari non dovrebbero colpire indiscriminatamente i leader di Hamas, ma solo coloro che si oppongono all’ex leader politico dell’organizzazione, Khaled Meshaal. Quest’ultimo diventerà il primo presidente di uno stato palestinese in Giordania.

I disordini in Giordania sono collegati?
La guerra alla Siria ha soffocato l’economia giordana. Il regno si è rapidamente indebitato. Il governo ha annunciato, il 13 novembre (cioè alla vigilia dell’avvio di “Colonna di nubi“) l’aumento dei prezzi dell’energia, dall’11% per il trasporto pubblico al 53% per il gas nazionale. Questa notizia ha alimentato le proteste che imperversano nello stato fin dall’inizio dell’anno. Immediatamente, circa la metà degli insegnanti della scuola pubblica, 120 mila, è scesa in sciopero. Venerdì 16, più di 10000 persone hanno marciato nel centro di Amman, gridando: “La libertà viene da Dio”, “Abdallah il tuo tempo è finito!”, “Il popolo vuole la caduta del regime“. Il corteo ha lasciato la moschea Husseini ed era inquadrata dai Fratelli musulmani. I Fratelli musulmani, che hanno concluso un accordo con il Dipartimento di Stato degli USA e il Consiglio di cooperazione del Golfo Persico, sono già al potere in Marocco, Tunisia, Libia, Egitto e Gaza. Inoltre, controllano la nuova Coalizione nazionale siriana. Aspirano a governare con o senza il re di Giordania Abdullah II. Il più famoso dei Fratelli musulmani in Giordania è Khaled Meshal, ex capo dell’ala politica di Hamas. Meshaal ha vissuto in esilio dal 2001-2012 a Damasco, sotto la protezione dello Stato siriano. Nel febbraio del 2012 ha improvvisamente accusato il governo di Bashar al-Assad di reprimere il suo popolo ed ha scelto di trasferirsi in Qatar, dove l’emiro Hamad al-Thani è stato particolarmente generoso con lui.

I disordini in Siria sono collegati?
A giugno, un accordo di pace è stato firmato a Ginevra dalle grandi potenze. Tuttavia, è stato subito sabotato da una fazione degli Stati Uniti che ha organizzato le fughe di notizie sul coinvolgimento occidentale nell’evento, costringendo il mediatore Kofi Annan a dimettersi. Questa stessa fazione poi, per due volte ha cercato di finirla militarmente organizzando due massicci attentati a Damasco, il 18 luglio e il 26 settembre. Alla luce di questi fallimenti, l’amministrazione Obama è tornata all’accordo iniziale che si è impegnata ad attuare dopo le elezioni presidenziali e il cambiamento del governo. L’accordo prevede il dispiegamento di una forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, composta prevalentemente da contingenti dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Questa forza avrebbe il compito di separare i belligeranti e di arrestare i jihadisti stranieri introdottisi in Siria. Lasciando la Russia reinstallarsi in Medio Oriente, Washington spera di alleviare l’onere della sicurezza d’Israele. La Russia farebbe in modo che lo stato sionista non sia più attaccato e che non attacchi nessuno. La ritirata militare degli Stati Uniti dal Medio Oriente potrebbe quindi continuare, e Washington recupererebbe la flessibilità perduta a causa del suo  permanente confronto con Tel Aviv. In questa prospettiva, i sostenitori dell’espansionismo israeliano devono agire a Gaza ed eventualmente in Giordania, prima della missione russa.

Quali sono i risultati preliminari della guerra in corso?
La guerra testa la difesa aerea di Israele. Lo stato sionista ha investito centinaia di milioni di dollari nella creazione di “Iron Dome“, un sistema in grado di intercettare tutti i razzi e missili lanciati da Gaza e dal sud del Libano. Questo dispositivo è diventato inutilizzabile quando Hezbollah ha inviato un drone su Dimona o quando ha testato i missili superficie-superficie Fajr-5. Durante i primi tre giorni della “Colonna di nubi“, Hamas e la Jihad islamica hanno risposto al bombardamento israeliano con salve di razzi e missili. L’”Iron Dome” avrebbe intercettato 210 colpi su poco più di 800. Tuttavia, questa statistica non significa molto: il dispositivo sembra in grado di intercettare solo i primitivi razzi Qassam, e di essere inadeguato verso tutte le armi un po’ più sofisticate.

Fonte

 

Il massacro della Gaza Flotilla è stata una False Flag turco-israeliana, in previsione della guerra alla Siria?

Il 31 maggio 2010, terroristi israeliani commisero un atroce atto di violenza che ebbe ripercusioni in tutto il mondo. Una cosa sorprendente per chi non ha familiarità con la storia di terrorismo, odio, sangue e omicidio d’Israele. Altri invece, come i palestinesi, che si ritrovano in intima familiarità con il modus operandi dell’entità sionista usurpatrice, non potevano che guardare senza sorpresa questo macabro ricordo di ciò che ‘Israele’ rappresenta.
Dopo il fatto, sono emerse delle informazioni potenzialmente esplosive, delle implicazioni che meritano una riflessione più attenta. Ci sono indicazioni che il massacro della flottiglia di Gaza dell’aprile 2010, sarebbe ben lungi dalla violenza di routine di Israele, ma una piuttosto una ben pianificata operazione, effettuata con la piena collaborazione del governo turco. Gli obiettivi dell’operazione erano molteplici, ma si pensa che l’assassinio a sangue freddo di quelle nove persone, in acque internazionali, fosse parte integrante della guerra attuale contro la Siria.
Il 17 dicmbre  2011, l’articolo del giornalista spagnolo Daniel Iriarte rivelava un certo numero di fatti importanti. (1) Mentre era in Siria, Iriarte aveva parlato con tre libici collegati ad Abdelhakim Belhaj (preziosa risorsa della NATO e macellaio di Tripoli). Illustrando quanto fosse strumentale per l’intelligence occidentale, Belhaj venne collegato ai falsi attentati di Madrid da nientr’altri che l’ex primo ministro spagnolo Jose Maria Aznar. Inoltre, è stato un indispensabile pedone della ragnatela della NATO, facendo da spola tra la Libia e la Siria (2), al servizio del nefasto legame occidentale-GCC-israeliano che ora lacera entrambe le nazioni. Quando Iriarte incontrò questi libici, che a quanto pare non fecero alcun tentativo di nascondere la loro identità o nazionalità, affermarono di essere in Siria per “valutare i bisogni dei fratelli rivoluzionari siriani“. Uno degli uomini era il libico-irlandese Mahdi al-Harati, comandante della Brigata di Tripoli e il vice di Abdelhakim Belhaj, a capo del Consiglio militare di Tripoli. Il Consiglio Militare di Tripoli è una forza mercenaria della NATO, incaricata di unificare i mercenari che combattevano la guerra terrestre della NATO in Libia; in sostanza di eseguire il lavoro sporco degli occupanti. Leggi il resto dell’articolo

STATI UNITI DI AL-QAEDA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Proprio come avevo previsto nel mio ultimo articolo, quando ho avvertito la gente di non festeggiare prematuramente dopo il veto alle Nazioni Unite di Cina e Russia su una risoluzione contro Assad, Venerdi, in Tunisia, 75 paesi che si descrivono come “amici della Siria” si sono riuniti per discutere azioni e modi per far pressione su Assad e costringerlo a dimettersi. Questo incontro è un modo per aggirare il veto russo e cinese, e liberare il campo ai terroristi Wahhabiti per conquistare la Siria. A Tunisi sono state prese molte decisioni importanti: Numero uno, i paesi partecipanti all’incontro hanno chiesto un cessate il fuoco per valutare la situazione in Siria. Numero due, si sono svolte trattative sulla possibilità di inviare una missione di peacekeeping delle Nazioni Unite in Siria. Numero tre, è stato concordata la consegna di aiuti umanitari alla popolazione siriana. Numero quattro, è stato deciso il congelamento dei beni della Banca Centrale siriana da parte dell’Unione europea. Ultimo, ma non meno importante, i sauditi hanno proposto di armare i ribelli, affermando che qualsiasi altra opzione da sola “non è sufficiente.” Questa proposta saudita non ha incontrato opposizione da nessuno dei delegati presenti alla riunione, spingendo ed aprendo in modo decisivo la strada a una guerra civile in larga scala in territorio Siriano . Clinton ha affermato che Assad “pagherà un costo pesante per le violazioni dei diritti umani,” una dichiarazione “profetica” che anticipa un tipo di morte stile Gheddafi anche per Assad. Clinton ha anche aggiunto che “Assad ha i giorni contati”. Leggi il resto dell’articolo

La decisione di attaccare la Siria è stata presa durante un incontro a Camp David, il 15 Settembre 2001

 

Riportiamo  l’intervista che Thierry Meyssan ha dato ai colleghi del quotidiano algerino La Nouvelle République. Mentre in occidente i giornalisti sono desiderosi di riprendere la propaganda di guerra contro la Siria, un’altra interpretazione degli eventi sta emergendo in paesi dove la stampa non è tenuta ad allinearsi all’editoriale imperiale.

 

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La Nouvelle République : Lei è stato in Siria. Quale conclusione ne ha trattato? La realtà sul campo rispecchia le osservazioni dei media occidentali sulle manifestazioni di massa, il tiro di proiettili veri che hanno lasciato almeno 5.000 morti, la formazione di un “esercito libero siriano” già forte 1500 uomini e l’inizio della “guerra civile”, con 1,5 milioni siriani intrappolati che soffrono la fame?

Thierry Meyssan : Una espressione francese afferma che “quando si vuole annegare il proprio cane, si dice che ha la rabbia”. In questo caso, quando le potenze occidentali vogliono invadere uno stato, i loro media dicono che c’è una dittatura barbara, che i loro eserciti sono in grado di proteggere i civili e che dovrebbero rovesciare il regime e portare la democrazia. La verità l’abbiamo vista in Iraq e Libia: le potenze coloniali non hanno assolutamente alcuna preoccupazione per la sorte delle popolazioni, devastano il paese e lo saccheggio. Non ci sono mai state dimostrazioni di massa contro il regime siriano, e quindi non è possibile reprimerle sparando. Ci sono stati, in questi ultimi mesi, circa 1 500 morti, ma non nelle circostanze descritte. C’è un “esercito libero siriano”, ma si basa in Turchia e in Libano, e non conta al massimo che qualche centinaio di soldati che vengono esibiti davanti alle telecamere. Infine, la Siria è autosufficiente sul piano alimentare e, nonostante le difficoltà di distribuzione, non ci sono problemi di penuria. La versione dei media occidentali è pura finzione. La verità del luogo è che gli occidentali sono impegnati in una guerra non convenzionale contro la Siria. Hanno mandato dei combattenti pashtun e arabi, reclutati dal principe saudita Bandar bin Sultan e controllati dalle forze speciali francesi e tedesche. Questi combattenti hanno provato prima a dichiarare l’emirato islamico,poi hanno organizzato grandi imboscate contro i convogli dei militari siriani. Oggi, sono controllati da un emiro di al-Qaida, il libico Abdelhakim Belhaj. Hanno rinunciato alle operazioni principali e conducono azioni di commando nel cuore della città, per diffondere terrore, sperando di causare una guerra civile confessionale. La loro ultima prodezza è il doppio attentato a Damasco.

La Nouvelle République : La Nuova Repubblica: In uno dei suoi articoli, si chiede delle accuse mosse dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo, con sede a Londra, che istituzioni come l’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite riprendono senza verifica. Secondo lei, a quale gioco si prestano gli organismi delle Nazioni Unite?

Thierry Meyssan : L’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo (OSDH) è improvvisamente emerso sulla scena mediatica. Questa associazione non ha alcun passato che possa vantare, e solo un membro è noto. Si tratta di un quadro della Fratellanza musulmana siriana, con tre passaporti, siriano, britannico e svedese. Questo signore annuncia ogni giorno il numero di “vittime della repressione”, senza suffragare la sua affermazione. Le sue affermazioni non sono verificabili e quindi sono senza valore. Tuttavia, sono riprese da tutti coloro a cui fa comodo. L’Alto Commissario per i Diritti Umani ha nominato tre commissari per indagare sugli eventi in Siria. La loro missione va oltre la competenza delle Nazioni Unite, che prevede ispezioni regolari che la Siria riceve secondo i trattati. Come nel caso Hariri, le Nazioni Unite suppongono che le autorità locali (libanese o siriana) siano incapaci o disonesti, e che debba sostituirli con inquirenti stranieri. In queste condizioni, non possono ragionevolmente richiedere la cooperazione delle autorità locali. Hanno quindi lavorato da Svizzera e Turchia. La nomina di tre commissari non è garanzia di imparzialità. Tutti e tre sono cittadini di Stati che sostengono l’azione militare contro la Siria. Il loro metodo non è più accettabile: sotto la pressione del Commissario turco, che è un attivista impegnato nella lotta contro la violenza sulle donne, il Comitato ritiene che i testimoni d’accusa non avevano bisogno di essere verificati e corroborati: starebbe all’accusato dimostrare la propria innocenza, quando è dinanzi al tribunale. Questa procedura da Inquisizione consente di accusare chiunque, ma non dimostra nulla. Gli investigatori hanno sentito più di 200 persone che affermano di avere informazioni e, a volte affermano di aver assistito o di essere state vittime di abusi. Secondo la procedura, i nomi dei testimoni restano segreti in questa fase delle indagini. Ma a differenza della procedura, anche i nomi delle vittime restano segreti. L’Alto Commissario ha detto che ci sono più di 5000 vittime della repressione, ma avanza solo due nomi. Sfortuna, questi due casi, che sono stati ampiamente pubblicizzati da al-Jazeera, sono oggetto di numerose indagini. Il primo riguarda un bambino ucciso per strada da uomini armati sconosciuti in auto, e il secondo è un adolescente che è stato reclutato da una banda armata, per partecipare a un attacco contro una residenza militare, e che morì col kalashnikov in mano. Ciò non ha nulla a che vedere con la repressione di una protesta pacifica. Ci aspettiamo quindi che l’Alto Commissario pubblichi i nomi delle vittime, in modo da poter verificare la validità delle sue accuse. Molte istanze delle Nazioni Unite hanno perso la loro credibilità. In primo luogo, non dobbiamo accettare di assegnare le responsabilità a esperti che non hanno lo status di funzionari internazionali, ma di funzionari nazionali distaccati dai loro stati. Non dovrebbero agire per conto delle Nazioni Unite, se sono tenuti ad obbedire alle proprie gerarchie nazionali.

La Nouvelle République : in Siria come in Libia, alcuni osservatori sostengono che i ribelli sono nei fatti squadroni della morte, dei mercenari stranieri. Quale conclusione avete tratto a riguardo?

Thierry Meyssan : In entrambi i casi, ci sono dei nazionali coinvolti nella lotta armata, ma sono superati in numero dai combattenti stranieri. In Libia, gruppi di tribù specifiche si sono unite ai mercenari stranieri per la secessione della Cirenaica. Ma si sono rifiutati di andare a combattere in a Tripolitania per rovesciare Gheddafi. Hanno dovuto schierare truppe di al-Qaida, e far sbarcare 5000 commando incorporati nell’esercito regolare del Qatar per condurre i combattimenti sul terreno. Negli ultimi giorni della Jamahiriya, la tribù di Misurata ha aderito alla NATO ed è entrata a Tripoli quando i bombardamenti e la battaglia terrestre cessarono. I soli libici che hanno combattuto dall’inizio alla fine contro il regime erano quelli di al-Qaida e un gruppo di soldati che avevano disertato con il generale Abdel Fatah Younes. Tuttavia, il generale Younes era stato incaricato in passato, dal colonnello Gheddafi, di sopprimere la ribellione di al-Qaida. Ecco perché i suoi alleati di al-Qaida l’hanno ucciso per vendetta di ciò che subirono da lui. In Siria vi sono degli insorti, la Fratellanza musulmana e dei takfiristi. Vi sono per lo più combattenti stranieri che assumono teppisti e li pagano profumatamente per uccidere i loro concittadini. Il problema con la NATO è che, a differenza della Libia, la Siria è una nazione storica. Non c’è una divisione regionale, come tra Cirenaica e Tripolitania. L’unica divisione possibile è su base confessionale, ma non funziona per ora, anche se si è assistito ad un paio di scontri di questo tipo a Banyias e a Homs. L’arrivo ufficiale dei libici per installare una sede in Turchia e integrare i disertori siriani nel dispositivo, completa il tutto.

La Nouvelle République : Il Consiglio nazionale siriano si è formato sotto l’egida della Francia a Parigi. Che cosa possiamo leggere in questo evento? La Francia prende il centro della scena come in Libia, soprattutto con l’”emissario” BHL, oppure opta per un’altra strategia?

Thierry Meyssan : In primo luogo, tutti possono vedere che le istituzioni francesi sono in parte guidati da personalità illegittime, come Bernard Henry Levy, che hanno esercitano delle responsabilità senza averne diritto o titolo. In secondo luogo, alcuni eletti, come il Presidente Sarkozy, non servono gli interessi nazionali, ma quelli del sistema imperiale degli Stati Uniti. Sotto la loro autorità, la Francia si è già impegnata in un conflitto in Costa d’Avorio, per servire gli interessi di poche multinazionali francesi, e si è impegnata in Libia al fine di estendere verso il Nord Africa, il progetto neo-con del rimodellamento del “Medio Oriente allargato”. La Francia non ha più controversie con la Siria, come dimostra l’accoglienza del presidente al-Assad a Parigi, al vertice del Mediterraneo. A rigore, si potrebbe considerare che il vecchio conflitto degli anni ’80 (tra cui l’assassinio dell’ambasciatore francese a Beirut) è passato senza essere stato risolto, e si potrebbe riattivarlo. Ma non sono affatto sicuro che in questo caso, il torto francese non sia più importanti che quello dei siriani. In breve, Parigi non ha motivo di attaccare Damasco. Sappiamo tutti che il vero problema è un altro: la dominazione e lo sfruttamento della regione dipendono dell’alleanza degli Stati Uniti e d’Israele da un lato, con la Turchia e le monarchie del petrolio dall’altro. Questa alleanza affronta una linea di resistenza, formata da Hamas, Libano, Siria, Iraq e Iran, e sostenuta da Russia e Cina. A livello regionale, si sono formati due poli, uno è esclusivamente sunnita, l’altro è multiconfessionale (e non sciita come sostengono i neo-conservatori per imporre la fitna). La Francia è diventato il “proxy” degli Stati Uniti. Può in qualsiasi momento entrare in guerra contro la Siria. Tuttavia, non ha capacità unica, né addirittura con la Gran Bretagna. E il vertice del 2 dicembre che doveva fissare una alleanza a tre con la Germania, è stato annullato per mancanza di accordo sui termini finanziari. Nel bel mezzo della crisi dell’euro, gli europei non possono permettersi il loro imperialismo.

La Nouvelle République : La Lega araba ha deciso, in modo inaspettato, di sospendere la Siria da tutte le sue istituzioni, e questo, anche prima che scadessero i 15 giorni di proroga concessi alla leadership siriana per implementare il piano arabo per regolare la crisi. Cosa si può leggere in questa decisione contraria agli statuti della Lega, che richiede il voto all’unanimità per questo tipo di misura?

Thierry Meyssan : Le Organizzazioni internazionali, che sia la Lega Araba i le Nazioni Unite, non appartengono agli stati che le formano, ma a coloro che le finanziano. La Lega è diventata un giocattolo nelle mani delle monarchie petrolifere. Delle persone che non hanno nemmeno una costituzione a casa loro, non pensano a rispettare la costituzione delle organizzazioni che hanno acquistato. Oltre a questo, la decisione della Lega di assediare economicamente la Siria non sono delle “sanzioni” per una violazione, ma l’inizio di una guerra convenzionale.

La Nouvelle République : Lo stesso scenario si sta delineando come quella vista in Libia. Assisteremo agli stessi incidenti in Siria, dove il contesto è diverso, o vedremo una situazione diversa?

Thierry Meyssan : Il contesto e gli attori sono diversi. La Libia era uno stato isolato. Il colonnello Gheddafi ha sollevato grandi speranze e grandi delusioni. Era anti-imperialista, ma moltiplicava gli accordi segreti con Washington e Tel Aviv. E’ stato l’alleato di tutti e ha trascurato o quasi tradito, tutti. Il suo paese non aveva diplomazia, nessuna politica di alleanza, tranne che i suoi investimenti per lo sviluppo dell’Africa. La Libia si è quindi trovata da sola davanti la NATO. Al contrario, la Siria è una nazione antica, che ha sempre coltivato le sue alleanze, compresa la sua scelta di resistere a fianco di palestinesi, libanesi, iracheni e iraniani. La sua diplomazia è così forte che ha potuto ottenere in pochi giorni il doppio veto russo e cinese nel Consiglio di Sicurezza. Una qualsiasi guerra contro la Siria si estenderebbe a tutta la regione e degenererebbe anche in guerra mondiale se l’Iran o la Russia fossero direttamente coinvolti. Inoltre, i libici sono 5 milioni, mentre i siriani sono 23 milioni. La Libia non aveva alcuna esperienza militare se non la guerra in Ciad, mentre la Siria è abituata a vivere da 60 anni in una zona di guerra permanente. Gli esperti della lobby bellicista di Washington dicono che l’esercito siriano è poco attrezzato e male addestrato. Promettono che l’intervento internazionale sarà una passeggiata. E’ buffo, perché gli stessi esperti hanno affermato nel 2006 che Israele doveva evitare una nuova guerra con la Siria, perché sarebbe troppo pericolosa.

La Nouvelle République : Alcuni sostengono che ciò che sta accadendo in Siria è semplicemente un’estensione della “rivoluzione araba”, mentre la Siria dopo l’era Bush appare nell’agenda statunitense, come riportato dal generale Wesley Clark; secondo voi, quale scappatoia ha Bashar al-Assad per contrastare questa cospirazione?

Thierry Meyssan : Come ricorderete, la decisione di attaccare la Siria è stata presa durante un incontro a Camp David, il 15 settembre 2001, subito dopo gli attacchi a New York e Washington. L’amministrazione Bush aveva pianificato una serie di guerre: Afghanistan e Iraq, Libia e Siria, Sudan e Somalia, e alla fine l’Iran. Nel 2003, subito dopo la caduta di Baghdad, il Congresso approvò la Syrian Acountability Act che ordina al Presidente degli Stati Uniti di andare in guerra il più presto possibile contro la Siria. Ciò che il presidente Bush non ha avuto tempo di fare, ora spetta al suo successore Barack Obama. Il generale Wesley Clark ha rivelato questa strategia diversi anni fa, per meglio opporvisi. Ha giocato un ruolo molto importante durante la guerra di Libia, che aveva tentato senza successo di fermare con l’aiuto di molti generali attivi. Insieme, rappresentano una notevole corrente di alti ufficiali che si rifiutano di vedere morire i propri uomini in avventure estere che non servono agli interessi degli Stati Uniti, ma di quelli di alcuni ideologi vicini ad Israele. Faranno quindi di tutto per evitare una guerra in Siria e hanno più peso di quanto generalmente si crede, nell’influenzare la politica mondiale. Il presidente Bashar al-Assad non è come suo padre. Non è un autocrate. Governa con una squadra. La strategia del suo governo è, da un lato, preservare la pace civile e affrontare i tentativi di destabilizzare e di divisione settaria; e dall’altra rafforzare le sue alleanze, soprattutto con l’Iran, la Russia e la Cina.

La Nouvelle République : Una osservazione è necessaria in questi problemi che il mondo arabo affronta in Tunisia, Egitto, Libia e ora Siria, ed è questa “riconciliazione” tra l’Occidente e il movimento islamico, ancora combattuto. Secondo lei, quali sono i pro e i contro di questo nuovo gioco occidentale?

Thierry Meyssan : Non penso che gli islamisti siano mai stati considerati nemici dall’Occidente. Storicamente, tutti gli imperi hanno bisogno di loro per limitare la resistenza nazionale. Questo è stato il caso degli ottomani, come dei francesi e degli inglesi. Ricordatevi che la Francia non ha mai applicato la legge di separazione tra Stato e Chiesa (1905) in Algeria. Invece si è appoggiata sulle moschee per stabilire la propria autorità. Gli anglosassoni hanno sempre fatto lo stesso. Inoltre, gli Stati Uniti hanno creato dei movimenti islamici negli anni ’80, con la speranza di provocare uno scontro di civiltà tra l’Islam e l’Unione Sovietica. Questa era la strategia di Bernard Lewis, realizzata da Zbigniew Brzezinski, e teorizzata per il grande pubblico da Samuel Huntington. Ciò ha portato ad al-Qaida. Queste persone hanno difeso gli interessi dell’impero statunitense in Afghanistan, Jugoslavia, Cecenia, e più recentemente in Iraq, Libia e ora Siria. Abdelhakim Belhaj, che Ayman al-Zawahiri aveva nominato numero tre di al-Qaida, quando il Gruppo combattente islamico in Libia fu assorbito da al-Qaida, è ora il governatore militare di Tripoli e il comandante dell’esercito siriano libero. Appare tranquillamente come l’uomo della NATO e pretende che il MI6, che lo hanno torturato, di dargliene conto. Per quanto riguarda i Fratelli Musulmani che Washington ha ora messo al potere in Tunisia, Libia ed Egitto, e che vorrebbe installare in Siria, sono storicamente legati all’MI6. Sono stati ideati da Hassan al-Banna per combattere gli inglesi, ma sono stati usati dagli inglesi per combattere Nasser. Oggi affogando nelle sovvenzioni del Gulf Cooperation Council, e ciò non è un segno di indipendenza.

La Nouvelle République : Se domani il regime di Bashar al-Assad cadesse, quale sarebbe l’impatto sull’asse della resistenza Teheran-Hamas-Hezbollah?

Thierry Meyssan : Gli USA non nascondono che, se riescono a distruggere la Siria – voglio dire “a distruggere la Siria”, la questione della resistenza andrà ben oltre la persona del presidente al-Assad – continueranno la guerra, attaccando l’Iran immediatamente. Pertanto, la caduta della Siria aprirebbe un periodo di instabilità che potrebbe degenerare in conflitto globale.

La Nouvelle République : In questo conflitto siriano, la Turchia ne ha approfittato ed ha pienamente aderito alle tesi dell’opposizione siriana filo-occidentale. Bandendo il regime siriano, presentandolo come assassino del proprio popolo, rifiutando di vedere le manifestazioni a sostegno del presidente siriano, denigrando la dimensione militare della contestazione, e addirittura rifiutandosi di dare agli oppositori interni lo status di rappresentanti del popolo siriano, riservandolo a quelli del Consiglio nazionale siriano. Secondo lei, come spiegarsi questo cambiamento?

Thierry Meyssan : Avevamo tutti dimenticato che la Turchia è un membro della NATO. L’esercito turco è complementare a quello degli Stati Uniti. In passato, è esso che ha salvato gli Stati Uniti in Corea. La Turchia ospita delle basi statunitensi e ha appena accettato che il Pentagono trasferisca sul suo territorio delle basi NATO attualmente di stanza in Spagna, e installasse nuovi radar volti a monitorare l’Iran. Da un secolo, i leader turchi moltiplicano gli errori politici. Erdogan spera di diventare il gendarme della regione, come lo erano prima di lui lo Scià Reza Pahlavi e Saddam Hussein. La storia ha dimostrato come gli Stati Uniti trattano coloro che li servono: li usano, e poi li eliminano.

FF2 – Freedom Flotilla o False Flag?

Il Mediterraneo non è proprietà di Israele’ (ma della NATO sì!)

Il logo riprenderebbe i colori della Palestina, ma se si osserva bene la scritta, sembra riprendere invece i colori del vessillo monarchico libico usato dai golpisti di Bengasi.

Il quotidiano arabo al-Hayat, di Londra, il 30 aprile 2011, aveva riferito che Khaled Mashaal e altri alti funzionari diHamas, avrebbero progettato di trasferirsi dalla Siria al Qatar, mentre l’ala militare si sarebbe installata nella Striscia di Gaza e un ufficio d’interesse di Hamas sarebbe stato aperto a Cairo. Ma un funzionario di Hamas, secondo la radio militare israeliana, avrebbe smentito tutto ciò, dicendo che la direzione del partito non aveva intenzione di lasciare Damasco, ed ha anche negato la notizia che l’Egitto avesse accettato di aprire una sede diHamas. Secondo al-Hayat, il Qatar aveva accettato di ospitare la leadership di Hamas, dopo che l’Egitto e la Giordania avevano respinto la richiesta, ma avrebbe rifiutato di ospitare i capi militari. Tali notizie sono state pubblicate subito dopo che Fatah e Hamas avevano accettato di firmare un accordo di riconciliazione. Gli Stati Uniti, nel frattempo, tramite il direttore della pianificazione politica del Dipartimento di Stato, Jacob Sullivan, facevano sapere che: “se un nuovo governo palestinese nascerà, lo valuteremo in base alla sua politica e ne determineremo, quindi, le implicazioni per la nostra assistenza“. Sullivan aveva sottolineato che qualsiasi nuovo governo palestinese dovrebbe accettare i principi fissati dal quartetto diplomatico di Stati Uniti, ONU, UE e Russia, per la cosiddetta roadmap per la pace. Questi tre principi sono: rinunciare alla violenza, accettare gli accordi passati e riconoscere il diritto di Israele ad esistere. L’accordo, annunciato al Cairo, ha visto Fatah che domina la Cisgiordania e i governanti islamici di Gaza, essere d’accordo nel formare un governo di transizione prima delle elezioni, entro un anno. “Sosteniamo la riconciliazione palestinese a condizioni che promuova la causa della pace“, ha sottolineato Sullivan. “I termini di questo accordo, le specifiche di esso e come sarà attuato, sono aspetti che stiamo continuando a studiare.”  Leggi il resto dell’articolo

Partenariato tra Washington e i Fratelli Musulmani

All’interno della nubulosa dei fratelli Musulmani, quali correnti sono legate agli stati Uniti ?

Partenariato tra Washington e i Fratelli Musulmani


I disordini che scuotono la regione araba fanno circolare degli elementi a proposito del piano stato-unitense elaborato in modo da reprimere il fallimento strategico di Washington in questi ultimi 10 anni e in modo da proteggere Israele prima della fine del ritiro dei GI’s dall’Irak, in Dicembre. E’ chiaro che una parte dei fili che sono tirati attualmente, sono stati intrecciati negli ultimi 2 anni, coordinatamente tra l’Amministrazione Obama e i suoi principali partners internazionali e regionali.

Una tra le idee principali studiate in questi ultimi anni si articola sul principio della normalizzazione delle relazioni tra gli Stati Uniti e i Fratelli Musulmani. L’esperienza turca ha proposto un modello di coesistenza tra l’adesione alla Nato e le relazioni con Israele e l’America, sempre prendendo in considerazione i sentimenti pro-palestinesi dei turchi.Ankara ha saputo trovare l’equilibrio tra il timore della sua base popolare verso lo Stato ebraico e le considerazioni strategiche legate alle relazioni con la Nato e gli Stati Uniti. Ma senza arrivare al punto da prendere iniziative che modificherebbero radicalmente i rapporti di forza regionali al profitto dell’asse delle resistenza, incarnato dalla Siria, l’Iran, l’Hezbollah e l’Hamas.

Sembrerebbe che la direzione internazionale suprema della Confraternita dei Fratelli Musulmani abbia stabilito un partenariato con gli Stati Uniti per ridefinire la sua influenza politica ed economica nella regione araba. L’Egitto post-rivoluzionario sarà il terreno per collaudare questo partenariato e tentare di riprodurre il modello turco basato sulla coesistenza tra l’Istituzione militare ed un movimento islamista e sull’impegno della confraternita a rispettare le costanti legate alla sicurezza dello Stato ebraico e l’accordo del Camp David dopo le elezioni presidenziali e legislative. L’alleanza tra i Fratelli Musulmani e il frammento dell’ex partito al potere al momento del referendum sugli emendamenti costituzionali costituisce una prova di questo nuovo schema.

Per quanto concerne il conflitto israelo-palestinese, sembra che « il piano di pace » , che gli Stati Uniti imposeranno, si appoggia sull’iniziativa di Brezinski, basata sull’abolizione del diritto al ritorno dei profughi, lo scambio di territori tra i Palestinesi e lo Stato ebraico, e uno stato palestinese smilitarizzato. Tutto cio’ dipende dalla re-elezione di Obama per un secondo mandato.

Il successo di questo piano conta su diversi fattori.Il consenso dell’Hamas é essenziale. La Turchia e gli Europei si occuperanno di convincere il movimento palestinese utilizzando il bastone e la carota.

Ma la Siria resta il principale ostacolo al piano stato-unitense che consiste a far fuori la causa palestinese. Indebolire l’Hamas e annegare la Siria nei suoi problemi interni diventa una condizione necessaria. Si capisce meglio a questo punto, la convergenza dei ruoli tra l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia nella crisi siriana.Che i dirigenti dei Fratelli Musulmani siriani facciano l’andata e ritorno tra questi 3 paesi e istighino la rivolta contro il regime di Bachar el-Assad a partire da Istambul, Riyad o Doha diventa, a questo punto, comprensibile.

Anche il Primo Ministro uscente del Libano ha un ruolo in questo piano. Un documento messo alla luce da Wikileaks mostra la posizione di Saad Hariri vis-à-vis del regime siriano e dei Fratelli Musulmani. In un cavo pubblicato dal giornale libanese Al-Akhbar,Hariri afferma « bisogna finirla definitivamente con il regime siriano ». Propone un partenariato tra i Fratelli Musulmani e gli ex-responsabili del regime e aggiunge che la branche siriana della confraternita “ assomiglia nelle sue caratteristiche ai Musulmani moderati turchi. (Costoro) accettano un governo civile e sostengono pure la pace con Israele ».Saad Hariri racconta ai suoi interlocutori stato-unitensi che mantiene una relazione solida con la guida spirituale dei Fratelli Musulmani in Siria(oggi sostituito) Ali Al-Bayanouni. Insiste con gli Stati Uniti perché “ discutino con Bayanouni. Osservate il suo comportamento e vedrete dei miracoli ».

Tutti i mezzi sono buoni per legittimare questo piano anche se bisogna mettere in pericolo l’unità interna della Siria col rischio di immergere il paese in una guerra civile. Rendendo fallimentare il complotto che puntava a destabilizzarla, col pretesto dei diritti dell’uomo e della libertà, la Siria avrà una volta di più danneggiato un piano destinato a far fuori la causa palestinese e a perennizzare l’egemonia.

Per vincere la sua scommessa, Bachar el-Assad deve affrontare la sfida securitaria posta dai gruppi estremisti che infieriscono nel suo paese. Ma deve, inoltre, lanciare imperativamente il cantiere di vere riforme politiche, economiche, giudiziarie e amministrative, in modo da rinforzare la coesione interna e modernizzare il suo paese

Siria : dalla rivolta all’insurrezione armata

Dall’inizio del movimento di contestazione in Siria, le primizie di una insurrezione armata sono chiaramente apparse. Gli insorti si sono intrufolati tra i manifestanti che reclamano delle riforme, con lo scopo evidente di provocare le forze dell’ordine che avevano ricevuto degli ordini rigorosi da parte del presidente di non sparare sui manifestanti pacifici. Spesso, i poliziotti erano mandati sul posto senza munizioni, proprio per evitare delle frizioni con i manifestanti che avrebbero potuto transformarsi in un bagno di sangue.

Il fatto di trasformare il movimento di contestazione pacifica in insurrezione armata illustra il vicolo cieco nel quale si trovano le forze politiche che organizzano le manifestazioni in Siria e che sono per la maggior parte controllate, finanziate o protette dagli Stati Uniti, certi Paesi europei, il principe saudiano Bandar Ben Sultan, il Qatar, la coalizione libanese del 14 Marzo, e anche dalla Turchia, la cui posizione oscilla tra la confusione e l’ambiguità.

Questo vicolo cieco si spiega dall’impossibilità da parte degli organizzatori di trasformare la contestazione in un movimento realmente popolare, a dispetto dei mezzi finanziari e mediatici giganteschi messi a loro disposizione. Le città di Alep, Raqua, Idlib e le loro regioni, cosi’ come la capitale Damasco e, in misura minore Hassaka e Hama, restano al di fuori del movimento. Malgrado tutti i richiami, gli abitanti di queste regioni rifiutano di organizzare manifestazioni ostili al presidente Bachar el-Assad.Altrove la mobilizzazione resta debole e raggruppa solo qualche centinaia o migliaia di personne al massimo. D’altronde, il ruolo centrale dei Fratelli Musulmani e dei gruppi islamisti estremi é apparso chiaramente, tanto é vero che le Moschee sono utilizzate come punto di raduno e di mobilizzazione. Cio’ che ha spinto il celebre poeta Adonis, conosciuto per la sua poca simpatia verso il regime siriano, a dire que quello che succede oggi in Siria non é una rivoluzione.

Questo quadro mostra i limiti dell’alleanza arabo-occidentale, incapace di avviare un vasto movimento di contestazione, che resta confinato alle regioni rurali e agricole siriane. Cio’ nonostante, l’enorme macchina mediatica funziona a tutto andare tutti i giorni della settimana per mobilizzare la popolazione, e i Fratelli Musulmani hanno direttamente dovuto incitare a manifestare, venerdi 29 aprile, senza dimenticare i sermoni a connotazione religiosa pronunciati ogni settimana dal predicatore egizio-qatari, Youssef al-Qardaoui.

Le forze che aizzano i disordini si sono immediatamente girate verso l’insurrezione militare. Armi e denaro hanno cominciato ad affluire attraverso le frontiere della Giordania, dell’Irak e del Libano e i servizi di sicurezza siriani ne hanno sequestrate grandi quantità. Poi, i gruppi estremisti takfiristi [1], sono entrati direttamente nelle Moschee di Deraa, Homs, Banias e Lattaquié,incitando al Jihad e brandendo slogan settari con lo scopo chiaro di aggravare il dissenso comunitario in modo da provocare una guerra civile. Circa 80 ufficiali e soldati sono stati uccisi e centinaia feriti dall’inizio dei disordini, cosi come un gran numero di manifestanti uccisi da degli sconosciuti armati il cui scopo é quello di provocare scontri con le forze dell’ordine. In questo modo, un circolo vizioso morti-funerali-violenze-morti si installa e diventa insormontabile.

Le potenze occidentali, con gli stati Uniti a loro capo, ignorano completamente questa dimensione essenziale della crisi che scuote la Siria. Concentrano il loro intervento sulla necessità delle riforme, grazie alle quali sperano obbligare il regime siriano a dividere il potere con le forze siriane che (le potenze occidentali) finanziano e controllano, come i Fratelli Musulmani, Abdel Halim Khaddam e alcune forze liberali marginali. Il loro scopo finale é quello di condizionare le scelte strategiche della Siria che si basano, da decenni, sul sostegno ai movimenti di resistenza anti-americani e anti-israeliani.

La realtà di quello che stà succedendo in Siria é che gli estremisti musulmani takfiristi , che l’Occidente stesso combatte con accanimento da 10 anni, dispongono di matrici attive e ben organizzate nel paese.Ma nella politica dei due pesi e due misure, il terrorismo é a volte considerato come un flagello da abbattere e altre volte come una forza di cambiamento!

Nessun essere dotato di senso puo’ credere alle dichiarazioni occidentali relative al rispetto dei diritti dell’uomo e la necessità di riforme, mentre l’esempio di cio’ che succede nel Bahrein é esistente. In questo piccolo regno, l’Occidente ha coperto politicamente e diplomaticamente l’oppressione di una rivoluzione pacifica e l’occupazione militare dell’isola dai paesi del Golfo.Gli Stati Uniti e i loro alleati arabi e europei strumentalizzano i Fratelli Musulmani e i loro gruppi takfiristi in modo tale da far cedere la Siria. E quando parlano di riforme in pubblico,sottopongono una lista di richieste simili a quelle che il segretario di stato Colin Powell aveva proposto nel 2003 e che si articolano intorno ai seguenti punti: rompere l’alleanza con l’Iran, smettere di sostenere i movimenti di Resistenza e accettare una pace squilibrata con Israele.

Quello che Bachar el-Assad ha rifiutato 8 anni fà, mentre 250.000 GI’S si ammassavano alla sua frontiera, non lo accetterà sicuramente neanche oggi a causa dell’agitatzione interna. Cio’ non lo impedirà di proseguire le riforme politiche, giudiziarie e economiche con delle nuove decisione nei prossimi giorni.

http://www.voltairenet.org/article169779.html

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