BERSANI PENSA SOLO COL PERMESSO DEL FMI

Pierluigi Bersani manifesta apparentemente una visione chiara del nemico da battere. Tutto ciò che lo contraria viene fatto rientrare nel contenitore del “populismo”, un’etichetta che gli consente di accomunare fenomeni come Grillo, Di Pietro, Ingroia o il Buffone di Arcore.
Nel Bersani-Pensiero, “populismo” è quindi tutto ciò contro cui è lecito, anzi doveroso, battersi. Angela Merkel sembra essere venuta in suo soccorso, poiché poche settimane fa anche la cancelliera tedesca aveva dato fiato ai timori di una possibile vittoria elettorale dei populismi in Europa. Questo però prima di convertirsi anche lei al “tremontismo”, cioè all’espediente retorico di rifarsi una verginità grazie alla denuncia generica dei mali del dominio della finanza, salvo poi continuare ad obbedire, punto per punto, ai dettami del Fondo Monetario Internazionale.
Potrebbe darsi infatti che Bersani e la Merkel, in fatto di esecrazione del populismo, abbiano avuto un ideologo in comune, in questo caso proprio il FMI. La categoria “populismo” è infatti quella che dagli anni ’80 serve ad individuare e screditare tutte le opposizioni alla politica del FMI in America Latina. Il populismo ha come termini contrari “pragmatismo” o “modernità”. L’opposizione proposta in questi termini non è affatto simmetrica, dato che non si capisce perché non possa esistere anche un populismo moderno e pragmatico; ma il senso propagandistico di questa opposizione di termini è invece evidente; vuole cioè suggerire che una politica economica seria non può che basarsi su provvedimenti impopolari. Almeno questo è ciò che ci assicurano gli ideologi del FMI sul sito della stessa organizzazione. [1]
Si comprende perciò il motivo per il quale Bersani ritiene lecito e doveroso opporsi al populismo, visto che la condanna viene da tanta autorità. E, visto che però una “opposizione” di bandiera al berlusconismo bisognava comunque fingerla, allora, per poterselo consentire, occorreva collocare pretestuosamente nel calderone del “populismo” anche un’esperienza di governo che si è distinta invece per assoluta obbedienza ai dettami del FMI. Del resto, sebbene oggi l’Europa sia trattata esattamente come l’America Latina degli anni ’80 e ’90, di importanti tentativi di opposizione politica al FMI non ve ne sono stati; tranne il fuoco di paglia di Orban in Ungheria, che però non ha trovato in Putin la sponda che sperava, dato che il leader russo se ne è andato, anche lui, a cercare il proprio spazio alla corte del FMI e del WTO. Intanto, in Europa ed in Italia c’è chi crede veramente che il problema sia il rigore deflazionistico della Germania, e magari aspetta e spera soccorso da Obama o dallo stesso FMI.
Quando Bersani è diventato segretario del Partito Democratico in molti hanno tirato un sospiro di sollievo. Che al posto di un ideologo fumoso e sradicato come Veltroni si insediasse un uomo legato agli affari delle Coop rosse, delle Municipalizzate del Nord-Italia o della Compagnia delle Opere, fu considerato persino un elemento rassicurante, poiché finalmente si aveva a che fare con qualcuno legato a interessi, magari loschi, ma comunque connessi al territorio italiano. Questa speranza che l’affarismo locale potesse costituire un contrappeso allo strapotere dell’affarismo delle multinazionali si basava sul vecchio schema delle “borghesie nazionali”; uno schema che però non tiene conto del fatto che il colonialismo determina un vero e proprio “sequestro di coscienza” nei confronti dei gruppi dirigenti locali.
Mettiamoci nei panni del giovane Bersani nell’Italia degli anni ’70, iscritto al PCI mentre questo partito attuava la sua riconciliazione con l’Occidente e con la NATO. Rampollo di un’umile famiglia di lavoratori, Bersani si iscriveva alla Facoltà di Filosofia, e non perché sia quella dove si studia meno, ma proprio per soddisfare la sua insaziabile sete di verità. Gli eventi storici però cospiravano per offrire luminosamente al giovane Bersani quella Verità che i suoi studi universitari gli rendevano invece sfuggente.
Nel 1976 il governo italiano contraeva il suo primo debito col FMI. Con una “lettera d’intenti” dell’allora ministro del Tesoro, Stammati, l’Italia chiedeva un prestito di durata determinata al FMI, ovviamente offrendo le consuete “garanzie comportamentali”, cioè tagli alla spesa sociale ed ai salari. Il prestito aveva un’entità di poco più di cinquecento milioni di dollari, cioè una cifra non molto rilevante per il bilancio di uno Stato come l’Italia. [2]
Ma quel debito dell’Italia nei confronti del FMI assumeva un enorme significato politico nel momento in cui il PCI reggeva il governo in parlamento attraverso la propria astensione. In pratica si richiedeva al PCI di aderire non solo alla NATO, ma anche alle dottrine del braccio finanziario della stessa NATO, cioè il FMI.
A riprova di questa “conversione” del PCI, sta di fatto che non soltanto i media ufficiali, ma anche la stampa di sinistra – comprese alcune riviste rivoluzionarie – cominciarono ad attribuire la causa della crisi economica agli aumenti salariali e alla crescita della spesa sociale (definita allora anche come “salario sociale”). Immaginiamoci dunque il giovane Bersani immerso nell’avida lettura de “l’Unità”, de “La Repubblica” (un quotidiano allora appena fondato) o de “l’Espresso”. Immaginiamocelo anche seguire disciplinatamente i corsi alla scuola-quadri del PCI, e nutrirsi avidamente di quelle nuove e ispirate verità. Per Bersani fu una rivelazione, un nuovo Vangelo: “Beati i poveri perché sarà sempre colpa loro”.
Bersani era anche allora un coerente uomo di sinistra, sempre dalla parte dei più deboli e, grazie a quelle geniali dottrine, scoprì che l’unico modo di stare veramente dalla parte dei più deboli è quello di mettersi sempre contro di loro. Infatti gli ideologi del FMI ci spiegano che i poveri vorrebbero più salario e più tutele, ma questo è populismo, che crea inflazione e calo della produttività, quindi più povertà. Per combattere la povertà bisogna invece combattere i poveri e tutelare i ricchi, cioè costringere i poveri a fare l’elemosina ai ricchi. Qualsiasi mediazione sociale e territoriale viene quindi liquidata come obsoleta, ed ogni questione viene letta esclusivamente nell’ottica di un classismo feroce.
Bersani apprese egregiamente quella lezione, la fece sua. Capì che bisogna avere la spregiudicatezza e il coraggio di sfidare il principio di non-contraddizione, che è roba da populisti. Tra le sue varie esperienze di governo, Bersani è stato anche ministro dei Trasporti, cosa che gli ha consentito di affrontare con particolare competenza la questione TAV. Bersani ci ha spiegato che non conta nulla che la Tratta ad Alta Velocità Torino-Lione si basi su un traffico sempre più inconsistente, che lascia semi-inutilizzate le linee già esistenti, poiché saranno le nuove linee ferroviarie a creare il traffico, e non viceversa. Ma i soldi per l’Alta Velocità bisognava trovarli da qualche parte, perciò occorreva tagliare laddove il traffico invece c’era, come nelle linee regionali o nei vagoni-letto. Le conseguenze di questa minore mobilità di persone e di merci sono stati un calo delle attività produttive ed anche un crollo dei valori immobiliari. Hai creato tanta nuova povertà, quindi ricchezza sicura. Pensa infatti a quante attività produttive e quanti immobili possono essere rilevati dalle compagnie multinazionali a prezzi di svendita. Ormai non sono più solo i lavoratori a impoverirsi, ma anche i ceti medi. Anche in Val di Susa il grande buco nella montagna sta determinando un crollo dei valori immobiliari, perciò i “tagli” o le cosiddette “grandi opere” convergono nell’obiettivo di aggredire e saccheggiare i territori.
Un aspetto curioso della propaganda del FMI riguarda il tentativo di porre tutta la propria politica sotto l’icona dell’economista neoliberista Milton Friedman, come a voler lanciare un’esca ai keynesiani, sfidandoli a singolar tenzone in una di quelle infinite discussioni sulle teorie economiche. In realtà nessuna dottrina economica è in grado di giustificare i precetti del FMI, che sono invece spiegabilissimi in base al codice penale. Si tratta infatti di banali pratiche di sabotaggio e di aggiotaggio per svalutare i territori, i beni pubblici e i piccoli patrimoni privati per consentirne più facilmente il saccheggio da parte delle multinazionali. Che il fenomeno FMI debba essere analizzato non in base a criteri economici, bensì strettamente criminologici, è un elemento che ormai fa parte del bagaglio dell’opinione pubblica latino-americana; al contrario, in Europa l’esistenza del FMI è appena percepita e, per di più, come un’entità indistinta e neutra. Se non fosse stato per le disavventure sessuali di Strauss-Kahn, molti in Europa non saprebbero neppure che il FMI esiste.

[1] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.imf.org/external/np/speeches/2006/113006.htm&prev=/search%3Fq%3Dimf%2Bpopulism%26start%3D10%26hl%3Dit%26sa%3DN%26biw%3D960%26bih%3D513%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=BqdEUIPIJeHj4QSL54HIAg&ved=0CCwQ7gEwATgK
[2] http://www.mps.it/NR/rdonlyres/41611F53-B7C6-4787-81AA-1B4D57C26961/34278/07Verde.pdf

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MONTI ALLA CORTE DI PUTIN, PUTIN ALLA CORTE DEL FMI

Mentre allo spread ed alle borse succedeva di tutto, un Mario Monti sempre più patetico volava in Russia per svolgere il ruolo di procuratore d’affari per conto dell’ENI, come già i suoi due predecessori alla Presidenza del Consiglio. Ma si tratta ormai di affari parecchio ridimensionati, poiché si sta parlando di un ENI azzoppato dalla perdita della Libia, che ha comportato non solo la chiusura del principale rubinetto di petrolio, ma anche della cassaforte finanziaria di tutte le multinazionali italiane.
Sino ad un anno e mezzo fa, Libia e Italia erano più che soci d’affari, costituivano un unico sistema economico-finanziario; e gli effetti della mutilazione oggi si avvertono. E pensare che appena nel febbraio dello scorso anno, l’ENI poteva permettersi di fare da guida e mallevadore per gli affari della multinazionale russa Gazprom in Libia. Chi trovasse in queste reminiscenze dei motivi per rimpiangere il governo precedente, si chieda anche perché mentre il Buffone di Arcore baciava la mano a Gheddafi, intanto i suoi giornali lo chiamavano beduino. [1]
Nel marzo dello scorso anno appariva ancora realistico ipotizzare per la crisi libica uno scenario di tipo kosovaro, con la secessione della Cirenaica. In effetti poi la NATO ha potuto avere in Libia un margine di manovra praticamente illimitato, che ha condotto ad uno scenario di tipo congolese, con uno Stato ed un governo puramente fittizi, e con il territorio direttamente spartito tra le principali multinazionali angloamericane. Anche il black-out informativo dalla Libia non ha precedenti, dato che passano solo i video-fiction della propaganda NATO.
C’è voluta quindi una notevole omertà da parte dei media italici per non notare che l’accoglienza da parte della dirigenza russa è stata decisamente poco entusiastica, tanto che Monti si è ridotto ad incontrare per primo il Patriarca di Mosca, mentre Putin non si è degnato neppure di riceverlo al Cremlino. I toni trionfali degli incontri bilaterali tra Russia e Italia sembrano un ricordo lontano, e non ci si riferisce solo all’epoca del Buffone di Arcore, ma anche a quella di Prodi, che ebbe quattro vertici con Putin tra il 2006 e il 2007. [2]
Il video ufficiale in cui Putin e Monti espongono i rispettivi punti di vista sulla questione siriana, costituisce un ulteriore riscontro della freddezza dell’accoglienza riservata al Presidente del Consiglio italiano. Non vi è stato nessun comunicato congiunto, per quanto generico, ed un Putin nervoso ostentava un atteggiamento sbrigativo e privo di quei gesti di cordialità che, nel formalismo diplomatico, indicano una considerazione per il visitatore. Putin si è limitato infatti a ribadire la posizione russa, senza riferirsi minimamente a quanto appena detto da Monti. [3]
Mentre Monti raccoglieva le brave sue umiliazioni in Terra Russa, il vero manovratore della crisi dei debiti sovrani, il Fondo Monetario Internazionale, annunciava che intendeva bloccare gli “aiuti” alla Grecia; un bel modo per gettare benzina sul fuoco degli spread. Meno male che immediatamente la dirigenza tedesca si è incaricata, come al suo solito, di offrire la dovuta copertura al FMI, attirando tutta su di sé la grancassa mediatica con un’arrogante dichiarazione del vice di Angela Merkel, il quale presentava l’uscita della Grecia dalla zona euro come un evento di poco conto. [4]
Sebbene defilato e poco esposto ai riflettori, il FMI si configura oggi, insieme con la NATO, come il vero ed unico potere in Europa. Lo stesso Putin ce lo ha confermato quando ha fatto chiaramente capire che l’obiettivo suo, e del gruppo dei cosiddetti BRICS, è quello di assumere un maggiore ruolo all’interno dello stesso FMI. In cambio di settantacinque miliardi di dollari per la dotazione del FMI, i BRICS, per bocca di Putin, chiedono un maggior peso nelle decisioni della superbanca internazionale. [5]
Questa richiesta di “riforma” del FMI, dà tutta la misura delle ambiguità di Putin. Se da parte dei BRICS ci sono delle risorse finanziarie da far valere nell’attuale crisi dei debiti sovrani, perché farle passare per la forca caudina del FMI?
Chiedere di “riformare” il FMI è infatti un modo di confermare la funzione preminente di un’istituzione che è nata per garantire il dominio delle multinazionali statunitensi sulla finanza mondiale. E poi il FMI non è altro che il braccio finanziario della NATO; o la NATO è il braccio militare del FMI. Insomma, le due istituzioni agiscono come un corpo unico. La NATO sta cercando di accerchiare la Russia, e per molti aspetti c’è già riuscita, dato che la gran parte dei Paesi dell’ex Patto di Varsavia – e della stessa Unione Sovietica – o sono parte integrante della NATO, oppure hanno accordi di cooperazione con la NATO. Il progetto statunitense dello scudo anti-missile in Polonia è ancora in campo, sebbene nel 2009 Obama avesse fatto credere di volerlo abbandonare. [6]
L’obiettivo finale di questo accerchiamento è lo smembramento della Russia. Non è neppure un segreto, dato che uno dei consulenti di Obama, Zbigniew Brzezinski lo dice apertamente da decenni. Nonostante tutta questa aggressività della NATO, la stessa Russia si accontenta di chiedere un posto di tenente nell’esercito assediante, di cui il FMI è l’organo finanziario.
Putin non è affatto un pupazzo gonfiato dai media, come invece è Angela Merkel; tutt’altro. Putin è un leader (o un boss) vero; non è ovviamente lo “zar” di cui favoleggiano i media occidentali, ma è una figura di “uomo forte” che svolge un ruolo di mediazione tra i soli due poteri che contano in Russia: Gazprom e le Forze Armate. A ben vedere, si tratta degli stessi poteri che dominavano in Russia trenta anni fa, poiché Gazprom è l’erede del vecchio KGB, riconvertitosi in agenzia d’affari. Attualmente Gazprom è il maggior fornitore di gas dei Paesi europei, e questo spiega perchè non sia interessata ad una radicalizzazione del confronto con la NATO.
Anche l’astio che i commentatori occidentali riservano a Putin, è del tutto autentico, dettato dal fatto che Putin appare molto bravo nel condurre i propri affari di gas e petrolio. In quest’ultimo decennio Gazprom aveva sottratto parecchio spazio di manovra alle multinazionali angloamericane, le quali si servono delle Organizzazioni Non Governative per i Diritti Umani come agenzie di propaganda contro i propri concorrenti, e quindi tengono anche Putin nel proprio mirino. Per quanto paradossale sia, i “diritti umani” sono diventati la bandiera ideologica del nuovo fascismo occidentalista; anche se ovviamente i “diritti umani” sono solo un randello per colpire i bersagli della NATO, e non servono certo a tutelare i popoli che della NATO fanno già parte, come i Greci.
Il problema è però che il ruolo interno di mediazione svolto da Putin, è apparso troppo squilibrato a favore degli interessi affaristici di Gazprom, a scapito della difesa e dell’integrità della Russia. Oggi la posizione di Putin sembrerebbe meno squilibrata, tale da tenere maggiormente in conto gli interessi difensivi della Russia, specialmente per ciò che riguarda la conservazione della base navale di Tartus in Siria.
Il caso della Siria viene oggi indicato come la prova della ritrovata fermezza della Russia in politica estera. Ma se questa fermezza fosse effettiva, la Siria potrebbe essere fatta oggetto di un’aggressione così aperta da parte della NATO?
Certo, se si paragona l’attuale atteggiamento russo sulla Siria con il calo di brache totale attuato l’anno scorso rispetto alla Libia, allora l’impressione può essere enorme. In realtà, se si va a riascoltare il video in cui Putin espone il suo punto di vista sulla Siria, ci si accorge però che il bicchiere è molto più vuoto che pieno.
Putin non dice che l’aggressione della NATO contro la Siria è già in atto da un anno e mezzo; neppure ammonisce la Turchia a far cessare l’uso del proprio territorio per infiltrazioni in Siria di mercenari del Qatar e dell’Arabia Saudita, Stati che sono tutti e due coordinati militarmente con la NATO. Tantomeno Putin richiama l’emiro del Qatar a tenere un atteggiamento meno avventuristico ed irresponsabile nel fomentare, a colpi di mazzette milionarie, il putsch per rovesciare Assad. Anzi, Putin nelle sue dichiarazioni lascia intendere che dopo un cessate il fuoco da ambo le parti, si potrebbe persino avviare un negoziato che porti alla liquidazione di Assad. Basta ventilare l’ipotesi perché la determinazione della NATO a liquidare Assad ne risulti ancora di più rafforzata. E se Assad viene liquidato, Putin come penserebbe di riuscire a mantenere la propria base navale a Tartus? In base a qualche “garanzia” della NATO?
Forse sarebbero le stesse “garanzie” offerte a suo tempo dagli USA a Gorbaciov, secondo le quali gli ex Paesi membri del Patto di Varsavia non sarebbero mai stati fatti entrare nella NATO.

[1] http://30secondi.globalist.it/2011/02/17/i-russi-di-gazprom-entrano-in-libia-grazie-a-eni-silvio-benedice/
[2] http://www.paginedidifesa.it/2007/pdd_071142.html
[3] http://video.repubblica.it/dossier/rivolta-siria/monti-da-putin-per-siria-serve-soluzione-consensuale/101394/99771
[4] http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/22/grecia-lfmi-vuole-bloccare-gli-aiuti-atene-in-default-a-settembre/301621/
http://www.corriere.it/economia/12_luglio_22/euro-uscita-grecia-non-spaventa_1406ac7e-d43f-11e1-83bd-0877fdcd1621.shtml
[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.reuters.com/article/2012/06/21/us-russia-putin-imf-idUSBRE85K0KO20120621&prev=/search%3Fq%3Dputin%2Bimf%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=N-4MUKX4Ice2hAePy8H0CQ&ved=0CGIQ7gEwBQ
[6] http://world-observer.com/2011/06/14/gli-aerei-usa-in-polonia-dal-2013-in-attesa-dello-scudo-spaziale/

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Autorità sovranazionali e fine degli Stati

Meno di tre mesi per salvare l’euro. Da quando è approdata alla direzione del Fondo monetario internazionale, dopo aver lasciato il ministero delle Finanze francese, Christine Lagarde è entrata così dentro il suo ruolo di banchiere da assumere i tipici vezzi e i modi di ragionare della tecnocrazia internazionale.
Il primo dei quali è di pensare che la soluzione di tutti gli sconquassi dei mercati finanziari non si trovi, come sarebbe logico, nell’incominciare a stroncare la speculazione ma che possa invece essere trovato nella creazione di un governo mondiale o di una grande autorità sovranazionale, tipo appunto il Fmi, che con le buone o con le cattive, riesca a convincere gli Stati a cedergli progressivamente la loro sovranità e nell’adottare una unica moneta di riferimento.
Nessuno, e meno che mai la Lagarde, si preoccupa di ricordare che un’autorità del genere finirebbe per avere ai posti di comando esponenti di punta di quel mondo bancario e finanziario anglo-americano che da un decennio tiene sotto tiro i Paesi europei per colpire l’euro e tutelare il ruolo svolto dal dollaro e dalla sterlina.
Tre mesi, lo stesso periodo di tempo che un altro bandito di professione come George Soros, ha assegnato all’Unione europea “per correggere i propri errori e invertire l’attuale inerzia”. Un’affermazione che per il criminale di Wall Street significa che i Paesi europei dovrebbero fare di più per la crescita economica ricorrendo ad un maggiore indebitamento pubblico anche se questo significasse l’abbandono della linea del rigore dei conti imposta dalla Merkel, dalla Commissione europea e dalla Bce ai Paesi dell’euro per salvare la moneta unica ma che ha innescato l’attuale recessione.
Per la Lagarde, i tre mesi non significano però che entro tale termine la situazione dovrebbe risolversi al meglio ma che si dovranno adottare le prime misure di una strategia sul lungo periodo che dovrebbe rendere l’euro praticamente inattaccabile. La creazione dell’Eurozona, ha ricordato, ha richiesto tempo. Si tratta di un che dovrà essere migliorato, modificato e rafforzato. Varie questioni vanno risolte, come quella della Grecia. La Lagarde non sa dire se Atene uscirà dall’euro ma in ogni caso, al di là della colorazione e dalle decisioni del nuovo governo che nascerà dalle prossime elezioni, il primo punto sul quale si deve intervenire con decisione è l’evasione fiscale che ha raggiunto livelli intollerabili.
Sulla stessa linea, il vice direttore del Fmi, David Lipton, anche lui contrassegnato da un curriculum degno di un usuraio istituzionalizzato. Dopo essere stato direttore generale di Citi Group Bank, Lipton ha infatti fatto parte del National Economic Council e del National Security Council alla Casa Bianca durante l’amministrazione Clinton. A suo avviso i 100 miliardi che i fondi salva Stati dell’Unione europea verseranno per salvare le banche spagnole e ricapitalizzarle, rappresentano un importante passo ed eliminano dubbi e incertezze. Ma, in linea più generale, per l’Europa sono necessari altri passi da parte dei Paesi membri in funzione del consolidamento fiscale, che significa pareggio di cassa nel rapporto tra entrate (tasse) ed uscite finanziarie (spesa pubblica).
Scontate le soluzioni prospettate dalla Commissione europea che con il suo presidente, Josè Barroso, ha auspicato la nascita di una nuova struttura burocratica. Un supervisore sovranazionale per le grandi banche dei 27 Paesi dell’Unione in funzione della nascita, entro il 2013, di una Unione Bancaria. Per il tecnocrate portoghese, il piano potrebbe essere realizzato senza metter mano agli attuali trattati   europei. Esso dovrebbe comprendere uno schema per la garanzia dei depositi e un fondo di salvataggio pagato dalle istituzioni finanziarie. Oggi vi sarebbe una più chiara consapevolezza fra gli Stati membri europei sulla necessità di andare avanti nel processo di integrazione, specie nell’area dell’euro. Questa, ha insistito, è una delle lezioni da trarre dalla crisi. A Berlino, Londra e Parigi, ha concluso, i leader politici hanno cominciato a capire che l’eurozona potrà sopravvivere solo attraverso soluzioni europee comuni e una maggiore integrazione. Il fatto che Barroso abbia citato Londra, la Borsa di un Paese che non fa parte dell’euro, la dice lunga sul modo di ragionare del tecnocrate portoghese che come molti suoi colleghi non vuole ammettere quale sia oggi la posta in gioco e come la Gran Bretagna sia oggi, con gli Stati Uniti, il primo nemico operativo dell’euro.
Se Barroso vuole l’Unione Bancaria, il Governatore della Banca di Francia, Christian Noyer, vuole l’Unione Finanziaria europea. Una necessità che si sarebbe resa chiara con la crisi finanziaria e con i suoi effetti. L’Unione Monetaria, ha ammonito, ha bisogno di essere sostenuta da entrambe. L’Unione Finanziaria comporterà la nascita di una autorità unificata di supervisione per seguire e controllare quelle società finanziarie che abbiano una presenza e una attività significative al di la dei confini nazionali ed europei.
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LAVORO: FINTO NEGOZIATO E VERO COLONIALISMO N.A.T.O.

La cosiddetta riforma del diritto del lavoro è il risultato di precise direttive da parte di organismi internazionali di cui l’Italia fa parte, come la BCE, il FMI e l’OCSE, perciò la trattativa tra governo e “parti sociali” ha assunto esclusivamente il ruolo di un rituale o, addirittura, di una messinscena. Questo dato non costituisce in sé una novità assoluta, anzi i precedenti non mancano.
Nel 1956 l’Italia fu ammessa a far parte dell’ONU e, in base ai patti vigenti nell’organizzazione, lo Stato italiano venne costretto a rinunciare al suo ruolo di tenutario dello sfruttamento della prostituzione. Ma la famosa “chiusura delle case chiuse”, attuata nel 1958, venne rigorosamente presentata dalla politica e dalla stampa come una vicenda interna, in modo da preservare l’immagine dell’ONU da una decisione che, all’epoca, fu molto impopolare. L’impopolarità della scelta fu scaricata quindi su un partito della sinistra, e presentata come un’iniziativa di una parlamentare socialista, la senatrice Merlin. La Convenzione ONU sulla prostituzione è congegnata in modo tale da vietare solo lo sfruttamento della prostituzione da parte degli Stati, mentre offre vari escamotage per ciò che riguarda la legalizzazione dello sfruttamento privato. I primi due governi Berlusconi hanno cercato di usare la diffusa nostalgia delle vecchie case di tolleranza per introdurre il modello di sfruttamento privato alla tedesca, ma i tentativi sono andati a scontrarsi contro la realtà che in Italia il business dello sfruttamento delle case di appuntamento costituisce un feudo in appannaggio ai vari corpi di polizia.  Leggi il resto dell’articolo

La Russia e il FMI

Il ministro delle finanze russo, Anton Siluanov, ha annunciato oggi (17-02-2012) la disponibilità della Russia ad assegnare 10 miliardi di dollari al  FMI per aumentare la capitalizzazione di tale organismo.

“Possiamo partecipare con circa 10 miliardi di dollari” ha dichiarato Siluanov ai giornalisti aggiungendo che non si tratta di denaro appartenente alla finanziaria ma derivante delle riserve internazionali della Banca Centrale.

La Russia studierà la possibilità della sua partecipazione dopo che i principali donatori avranno preso la loro rispettiva decisione, sottolinea il ministro aggiungendo che i paesi europei hanno espresso il loro favore a un prestito di 600 miliardi di dollari richiesti e insieme alla Cina e il Giappone.

I ministri del Tesoro e presidenti delle Banche Centrali del “Gruppo dei 20”- incontro che si terrà il 25 e 26 febbraio- discuteranno l’aumento delle risorse finanziare del FMI che potrebbe arrivare fino a un bilione di dollari.

A dicembre del 2011 l’Eurogruppo ha deciso che i paesi della zona euro in qualità di crediti bilaterali avrebbero assegnato 150 miliardi di euro al FMI. Anche altri cinque paesi vi parteciperanno: Repubblica Ceca, Danimarca, Polonia, Svezia e Norvegia.

Durante il recente summit, l’8 e il 9 dicembre, l’UE ha approvato la concessione di 200 miliardi di euro come aiuto finanziario alla lotta contro la crisi del debito sovrano della zona euro.

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Traduzione: FreeYourMind!

MARCHIONNE FIGLIO DI PUTIN

Mentre da settimane si susseguono le voci più o meno ufficiali su un intervento del Fondo Monetario Internazionale “a favore” dell’Italia, in pochi hanno fatto caso ad un intervento autorevole a sostegno di questa macabra prospettiva, quello di Vladimir Putin, lo scorso 11 novembre. Putin ed il suo socio Medvedev si sono divisi il lavoro: mentre il primo avallava l’improbabile immagine di un FMI “salvatore” dell’Europa, il secondo incontrava il capo dello stesso FMI, Christine Lagarde.[1]
Pare che la Russia abbia grosse riserve finanziarie, perciò in questa circostanza potrebbe agire addirittura da “banca” del FMI; e questo sarebbe l’oggetto dei colloqui fra Lagarde e Medvedev. Ma se la Russia ha davvero tutti questi soldi, perché non pensa di tagliare fuori il FMI, entrando direttamente nelle economie europee con propri acquisti di titoli del Tesoro?
Bella domanda, ma prima di azzardare una risposta, forse è il caso di mettere in rassegna altri fatti.
Nell’agosto del 2010 il primo ministro ungherese, Orban, aveva cacciato il FMI dal proprio Paese, ma ora, a poco più di un anno, deve tornare a testa bassa dal FMI a chiedere un prestito. [2]
Su quali sostegni internazionali aveva sperato Orban per fare a meno della gogna del FMI?
Il governo ungherese aveva confidato sul sostegno russo. Dopo il primo incontro semi-segreto fra Orban e Putin alla fine del 2009, il primo ministro ungherese era stato accolto in pompa magna nel dicembre 2010 a Mosca, e nei colloqui erano stati prospettati una serie di progetti di cooperazione economica.[3]
Sembrava dunque che la Russia perseguisse una strategia di sfondamento dell’equilibrio UE/NATO nell’Europa dell’Est, e che l’Ungheria fosse il primo tassello del domino. A distanza di un anno Orban invece si ritrova in piena emergenza finanziaria, e consegnato proprio da Putin ai tentacoli del FMI. Quindi anche Orban è finito nella lista dei bidonati da Putin, insieme con Milosevic e Gheddafi.
Da qualche mese risultava che il governo ungherese avesse già rinunciato a qualsiasi velleità di autonomia economica, e si riconsegnasse al ruolo istituzionale che l’Unione Europea riserva a Paesi come l’Ungheria, cioè quello di diventare una colonia per le delocalizzazioni di imprese dell’Europa occidentale. In questo periodo l’Ungheria è diventata infatti il Paese più reclamizzato dalle agenzie internazionali specializzate nel business di organizzare delocalizzazioni di piccole e medie imprese italiane.[4]
Si spiegano così la sicumera e l’arroganza di Sergio Marchionne, visto che oggi, grazie a Putin, le colonie dell’Europa dell’Est si trovano in totale sicurezza; perciò Marchionne non soltanto è in condizione di delocalizzare le produzioni FIAT, ma anche di portarsi dietro le piccole e medie imprese dell’indotto, e magari persino qualcos’altro. Si spiega anche perché Marchionne sia interessato a destabilizzare Confindustria, lasciando così tante piccole e medie imprese senza ombrello, e quindi bisognose di protezione e di entrature per delocalizzare all’Est.
Dal canto suo Putin non si accontenta di allacciare rapporti col FMI, ma compie anche i passi decisivi per entrare a pieno titolo nella principale emanazione del FMI, cioè l’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO). Una volta formalizzata l’associazione della Russia al WTO, la messa in sicurezza dell’Europa dell’Est dal punto di vista delle multinazionali, sarebbe cosa fatta.[5]


Ma Putin non finisce di sorprenderci. Mentre la Libia era sotto aggressione, l’azienda petrolifera russa, Gazprom, apriva un ufficio di rappresentanza in uno dei Paesi aggressori della Libia, cioè l’Emirato del Qatar; proprio quello che ha inviato migliaia di mercenari in Libia ad inscenare la finta rivolta popolare.[6]
Nei mesi successivi il rapporto tra Gazprom e Qatar è diventato una solida cooperazione d’affari, mediata dalla multinazionale francese Total. La gestazione degli affari è in corso e promette bene.[7]
Nel corso del 2010 Putin aveva allacciato una serie di rapporti internazionali che sembravano configurare un asse con la Turchia, l’Iran, il Brasile, la Libia e la Siria. Dopo il voltafaccia di Putin, la Turchia ed il Brasile sono in stato confusionale, la Siria e l’Iran sono sotto l’attacco occidentale, mentre la Libia è stata ri-colonizzata. A questo punto ci si chiede quanto si possa dare credito alle rituali obiezioni che Putin sta opponendo riguardo all’aggressione che si prospetta da parte di NATO ed Israele nei confronti di Siria ed Iran.
Putin è spesso accusato dalla stampa occidentale e sionista di violare i cosiddetti “Diritti Umani”; espressione che, tradotta dal linguaggio della propaganda, significa “interessi della British Petroleum”. Gazprom si trova infatti a pestare spesso i piedi della BP in questo o quell’affare di petrolio o gas. L’ultimo grosso sgarbo è appena di un anno fa, quando Gazprom ha soffiato alla BP un affare da un miliardo di dollari.[8]
Ciò spiega perché Putin sia stato accusato di essere uno “zar”, un “populista”, e di assassinare giornalisti, o addirittura di eliminare i dissidenti con il polonio radioattivo. Putin è, a sua volta, molto abile a sfruttare a proprio vantaggio questa grossolana propaganda contro di lui, rilasciando reboanti dichiarazioni anti-occidentali che accreditino il suo mito di leader indipendente e fuori del coro; dichiarazioni fumose, che fanno però la gioia dei suoi fans “eurasiatici” in Italia.[9]
Di fatto Putin appare del tutto ondivago in politica estera, ed ansioso soltanto di compiacere gli affari di Gazprom, anche se la Russia si trova sempre più accerchiata militarmente dalla NATO. Il FMI è il braccio finanziario della NATO (oppure è la NATO ad essere il braccio militare del FMI), perciò ogni avallo da parte di Putin all’azione del FMI in Europa, si risolve automaticamente in aumento della minaccia della NATO contro la Russia. Ma mettersi contro FMI e WTO, significherebbe per Gazprom vedersi tagliata fuori da parecchi affari.
In corrispondenza del periodo dell’aggressione della NATO contro la Libia, e del conseguente blocco delle esportazioni da questo Paese, i profitti di Gazprom sono aumentati del 78%, come risulta dalle sue stesse dichiarazioni. Non c’è bisogno perciò di scervellarsi tanto per indovinare il motivo per il quale la Russia ha votato a favore della ambigua Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza, che ha aperto la strada all’aggressione della NATO contro la Libia.[10]
Pare proprio che la cosca di Gazprom affidi i propri destini personali più ai conti segreti nelle banche svizzere che alla integrità territoriale della Russia. Gli “eurasiatici”, piuttosto che confidare in Putin ed elucubrare sulle sue intenzioni recondite, forse farebbero bene ad augurarsi che nell’esercito russo sia rimasto qualche comunista in grado di cacciare sia lui che la sua cosca affaristica.

[1] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.reuters.com/article/2011/11/11/russia-putin-eurozone-idUSL5E7MB3VE20111111
[2] http://www.ansa.it/web/notizie/notiziari/euroregioneadriatica/2011/11/21/visualizza_new.html_15831058.html
http://www.repubblica.it/economia/2011/11/22/news/ungheria_l_autarchico_orban_chiede_aiuto_all_fmi-25426178/
[3] http://www.itlgroup.eu/magazine/index.php?option=com_content&view=article&id=1985:russia-su-presidenza-ungheria-colloquio-orban-putin&catid=44:politica&Itemid=150
[4] http://www.pasut.com/it/schedepaese/scheda_ungheria.html
http://www.pmi.it/economia/lavoro/articolo/9288/delocalizzazione-per-pmi-lungheria.html
[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.guardian.co.uk/world/2011/oct/27/russia-wto-georgia-compromise&ei=KW_STs21NonjtQaJlZHMDA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCYQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dputin%2Bwto%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
[6] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.gazprom.com/press/news/2011/april/article111168/&ei=mNnPTtHVJsTasgbdtp24DA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCgQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dgazprom%2Bqatar%2Bpetroleum%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns
[7] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://uk.reuters.com/article/2010/06/11/russia-qatar-energy-idUKLDE65A16P20100611&ei=LtrPTpzQNIvJswbnhcnTDA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=4&ved=0CEgQ7gEwAw&prev=/search%3Fq%3Dputin%2Bqatar%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
http://rt.com/business/news/russias-shmatko-yamal-construction-397/
[8] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.theweek.co.uk/business/14115/bad-news-bp-russia-1bn-deal-cancelled
[9] http://www.corriere.it/esteri/11_novembre_27/putin-soldi-potenze-straniere-opposizione_aab838be-18eb-11e1-be06-06f00295b4d4.shtml
[10] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.wqow.com/story/15994358/russias-gazprom-posts-10b-profit-in-q2%3Fclienttype%3Dprintable&ei=rdDVTt-FOsrTsgam2cyYDg&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCMQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dgazprom%2Beau%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns

 

Fonte: Comidad.

Il dollaro al centro della crisi

di Alain de Benoist – 26/10/2011

https://i2.wp.com/www.comedonchisciotte.org/images/yuan-dollar-3_42.jpg

Per molti economisti, una delle cause della crisi sistemica globale cui attualmente assistiamo, dipende dal crollo del sistema di Bretton Woods fondato sul dollaro americano come perno del sistema monetario internazionale, e più particolarmente da ciò che l’economista cinese Xu Xiaonian ha definito «sovraemissione di moneta della Riserva Federale». Édouard Husson e Norman Palma ritengono, ad esempio, che la crisi sia la conseguenza diretta dell’«esorbitante privilegio» che permette agli Stati Uniti di «acquistare i beni e i servizi del mondo con della semplice carta»[1]. In ogni caso, il fatto è che le tensioni all’interno del sistema monetario internazionale costituiscono oggi una crisi all’interno della crisi, e che una bancarotta di questo sistema implicherebbe obbligatoriamente quella del dollaro.
Come è noto, il dollaro ha uno statuto particolare tra tutte le altre monete. Creato nel 1785[2], costituisce la moneta nazionale degli Stati Uniti e dei loro territori d’oltremare (come Portorico), ma è al contempo la principale moneta di riserva, la moneta più utilizzata al mondo per le transazioni commerciali, la principale divisa trattata sul mercato dei cambi, la divisa che possiede i mercati finanziari più importanti e, dal dicembre 2006, la seconda moneta dietro l’euro in termini di moneta di circolazione. Nel 1985, più dell’80% degli scambi mondiali era già formulato in dollari. Questa percentuale è salita all’89% nel 2004. Nel 2007, il dollaro contava in misura del 64% nelle riserve delle banche centrali nel mondo (il 72% nel 2002). Sappiamo altresì che la maggioranza dei paesi paga in dollari il petrolio greggio acquistato dai paesi produttori (i famosi «petrodollari»), essendo le due principali borse petrolifere del mondo, quelle di Londra e di New York, ugualmente dominate dalle imprese americane.
Per comprendere come siamo arrivati a questo punto, si impone qualche elementare cenno storico. Leggi il resto dell’articolo

Il governo greco ha gonfiato il suo deficit per applicare le misure d’austerità.-

Le dichiarazioni di un membro del consiglio dell’istituto greco di statistiche, ELSTAT, ha rivelato che la Commissione Europea attraverso l’Eurostat, ha fatto pressione a questa istituzione perché gonfiasse le cifre del deficit pubblico del paese ellenico.

Nuovo scandalo a sfondo contabile in Grecia. In questa occasione, il protagonista è l’Eurostat- l’istituto statistico europeo, dipendente della Commissione Europea, che ha fatto pressione sul servizio di statistiche greco (ELSTAT) per gonfiare il deficit del paese ellenico nel 2009 dal 12% al 15% del PIB per poter giustificare così le successive e brutali misure di austerità che ancor oggi si continuano ad applicare.

Lo scandalo si è saputo grazie alle dichiarazioni di Zoe Georganda, professoressa di Econometria e membro del consiglio dell’ELSTAT alla stampa greca: “Il deficit del 2009 è stato artificialmente gonfiato per far vedere che il paese soffriva il più grande deficit d’Europa, più di quello irlandese”, svela Georganda. “Questo ha permesso di giustificare le dure misure contro la Grecia. Il deficit greco si è presentato finalmente al 15,4% mentre in realtà era intorno al 12% del PIB”, assicura.

Secondo la sua testimonianza, distinti responsabili dell’Eurostat avevano costretto la Grecia ad aggiungere nei suoi conti le spese delle aziende pubbliche…ma senza includere le entrate. Georganta sostiene anche che il presidente dell’ELSTAT aveva rifiutato le obiezioni formulate in quel momento dai membri del suo Consiglio.

Alla luce di questo scandalo, il ministro dell’Economia greco ha reagito annunciando un rinnovamento di tutti i membri del consiglio dell’ELSTAT tranne che il presidente.

L’Iniziativa per la Creazione di una Commissione di Audit del Debito Pubblico Greco considera gravissimo quest’episodio, che mostra che “Governo, UE e FMI hanno manipolato le statistiche” le cui decisioni ricordano quelle dei “regimi totalitari”.  “Il governo di Papandreou voleva presentare la politica dei Memoranda come necessaria e obbligatoria ed è per questo che è ricorso a simili metodi inaccettabili che avevano come scopo quello di ingannare il popolo”. Per quanto riguarda la partecipazione dell’Eurostat nella faccenda “mostra che la sua pretesa indipendenza è una presa in giro”.

Per questo, l’Iniziativa esige in un comunicato “di aprire i libri del debito e le finanze pubbliche e del controllo sociale ora, in un momento dove si è scoperto che il Governo, FMI e UE sono pericolosi e privi di ogni credibilità”.

Dopo aver conosciuto questo nuovo scandalo nei conti greci, bisogna ricordare lo scandalo dell’occultamento del debito greco nel 2001. Rivelato da media come Der Spiegel o il NYT all’inizio della crisi greca, fu Goldman Sachs che aveva truccato i conti attraverso i prodotti finanziari derivati. In quel momento il direttore della Goldman Sachs in Europa non era altri che Mario Draghi, il prossimo governatore della BCE. CE, FMI, BCE….

L’ombra della Troika che impone austerità al popolo greco è sospettosamente allargata. Non in vano, i greci sono convinti che la Grecia è il laboratorio dove si prova fino a dove il popolo è in grado di sopportare.

Fonte: DiagonalWeb

Traduzione: FreeYourMind!

L’ONU parla di una moneta unica per tutto il mondo.

Si confermano i sospetti dei teorici della “cospirazione”: l’ONU sta dando impulso alla “richiesta” da parte dei paesi emergenti dell’instaurazione di una moneta unica globale, primo passo per stabilire un governo mondiale. Il collasso apparentemente orchestrato dell’economia statunitense permette che i paesi emergenti questionino la funzione del dollaro come moneta di riferimento e le Nazioni Unite si preparano per lanciare il loro piano.

Buenos Aires (Urgente 24). Dall’inizio della crisi nel 2009, differenti teorici avevano parlato della possibilità che la situazione di crisi economica  era stata cercata deliberatamente per ristrutturare completamente il sistema finanziario mondiale ed imporre una moneta unica a livello globale e che fosse il primo passo verso una governance a livello planetario.

La mancanza d’azione da parte della giustizia negli USA per quanto riguarda i responsabili della crisi economica, anche quando la colpevolezza è evidente e le susseguenti azioni (riscatti governativi alle banche, proposte di legislazione globale, ecc) sono sfociati finalmente nella questione del dollaro come moneta di riferimento per i mercati.

In questo modo, il reclamo di una moneta unica per tutto il pianeta acquista una forma più definita e conferma i sospetti prima menzionati. Prima è stata la Russia, poi la Cina e più tardi i paesi emergenti a reclamare la moneta globale.

Questo rapporto presentato dal sito spagnolo Libertad Digital.

Dallo scoppio della crisi di credito a metà del 2007 la tensione intorno al ruolo che gioca il dollaro nell’architettura monetaria è stata questionata da alcune delle principali potenze del mondo, principalmente dalla Cina e Russia.

Questo trascendentale dibattito per l’economia mondiale si stava negoziando in privato tra i governi e le principali banche centrali. Si tratta della riforma dell’attuale sistema monetario internazionale vigente dalla soppressione degli accordi di Bretton Woods da parte del governo degli USA . Da allora, il dollaro si è mantenuto come la moneta di riserva per eccellenza, senza alcun tipo di copertura reale dopo aver rotto i suoi ultimi rapporti con il patrone oro.

L’ONU propone adesso di riformare il sistema monetario vigente, la cui egemonia è ostentata dal dollaro. Così, in un dossier presentato durante la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e Sviluppo (UNCTAD), l’organismo multilaterale per eccellenza riconosce che il sistema monetario non funziona correttamente e, di fatto, è stato il grande “responsabile” dell’attuale crisi finanziaria.

Per questo, l’ONU afferma che il ruolo del dollaro come moneta di riserva mondiale deve essere riconsiderato, come lo esigono la Russia, la Cina e le principali economie emergenti del pianeta. In questo modo, l’istituzione è a favore della creazione di una nuova Bretton Woods, che dovrebbe essere negoziata tra i principali governi, per stabilire un nuovo sistema monetario che sostituisca quello attuale.

“Sostituire il dollaro con una moneta artificiale potrebbe risolvere alcuni dei problemi riguardanti i grandi deficit sui C/C (questo significa: mancanza di risparmi) che alcuni paesi presentano e aiuterebbe la stabilità”, segnala Detlef Kotte, uno degli autori del dossier. Ma, “si ha anche bisogno di un nuovo sistema di scambi. I paesi devono mantenere qualche tipo di scambio (monetario) reale(aggiustato all’inflazione) e stabile”.

Il ruolo del FMI

Per questo, secondo Kotte, deve mantenersi l’intervento monetario che le banche centrali applicano, anche se questo lascia  la porta aperta a che sia qualche istituzione multilaterale l’incaricata di mantenere la stabilità dei tipi di cambi, riferendosi al FMI. In questo modo, l’organismo non solo abroga per sostituire il dollaro come moneta di riserva mondiale ma anche di creare una specie di banca centrale a livello mondiale che, in questo caso, sarebbe il FMI”.-

Nel comunicato stampa pervenuto ,l’UNCTAD (appartenente all’ONU) segnala che la regolamentazione e supervisione più effettiva del mercato finanziario è “indispensabile” per “prevenire che si ripeta una crisi finanziaria ed economica mondiale come quella attuale”.

Ma, non è solo necessario controllare la supervisione finanziaria internazionale,è anche “ugualmente importante una riforma del sistema monetario per ridurre il margine dei benefici nella speculazione monetaria ed evitare, così, gli squilibri commerciali di gran misura”. Con  questa dichiarazione,l’organismo si riferisce all’eccesso di risparmio da parte delle economie asiatiche (principalmente la Cina) negli ultimi anni e il grandissimo indebitamento (bisogno di finanziamenti esterni) di altre potenze come è il caso degli Stati Uniti. Cioè, gli squilibri commerciali a livello mondiale ( abbondanti deficit tramite conti correnti) che l’attuale sistema monetario ha fornito, secondo quanto sostengono importanti economisti.

I diritti speciali di prelievo.

L’attuale sistema “dipende della politica monetaria che applica la banca centrale che emette la moneta di riserva mondiale” per eccellenza (il dollaro) in riferimento alla FED. Alcune decisioni che, secondo il dossier, si prendono, d’accordo ai bisogni politici e economici statunitensi, in chiave nazionale, “senza tener conto dei bisogni del sistema di pagamenti internazionale e dell’economia mondiale” nel suo insieme.

Ma, secondo lo studio, neanche un corretto maneggio dei flussi del capitale tra i paesi ne l’imposizione di una nuova moneta di riserva mondiale (sostitutiva del dollaro) risolverà i problemi che colpiscono le economie emergenti: “il problema del tipo di cambio”, aggiunge lo studio, è che “non è possibile che un paese possa assorbire gli shock esterni in modo efficiente attraverso l’adozione, sia totalmente flessibile o rigida, dei tipi di cambi”, secondo gli economisti dell’UNCTAD.

Per questo, l’organismo suggerisce che dovrebbe stabilirsi un sistema di tipi di cambi in base ad un “modello stabile”, che sarà controllato e determinato in modo multilaterale.

L’UNCTAD sostiene che un nuovo sistema monetario basato su principi e norme convenuti in forma multilaterale è necessario per la stabilità dell’economia mondiale così come alcune “condizione equitative per il commercio internazionale”. Essenzialmente l’organismo punta al bisogno di sostituire il dollaro con una nuova moneta basata in un paniere di divise che il FMI controllerebbe. (i denominati diritti speciali di prelievo).

In questo modo “si ridurrebbe la necessità di mantenere riserve internazionali” per difendere i tipi di cambi (il valore di una moneta nazionale) e “potrebbe combinarsi con un ruolo più forte dei diritti speciali di prelievo se si assegnano in funzione del bisogno di liquidità che un determinato paese presenta” con lo scopo di “stabilizzare  il suo tasso di cambio reale ad un livello accordato in modo multilaterale”.

La posizione della Cina e della Russia.

Il governatore della Banca Popolare cinese, Zhou Xiaochuan, a marzo propose di creare una divisa di riserva multinazionale come parte della riforma nel sistema monetario internazionale, aggiungendosi così alla petizione russa.

Xiaochuan ha ipotizzato di  “ creare una divisa di riserva internazionale che non sia vincolata alle nazioni individuali e possa rimanere a lungo termine stabile”. Inoltre, ha detto che i diritti speciali di prelievo (SDR, sigla in inglese 1) del FMI hanno il potenziale per agire come una divisa di riserva sopranazionale. Cioè, l’obiettivo sarebbe quello di creare una super divisa che sostituisca il dollaro, il cui valore determina quello delle altre valute.

A luglio del 2009 tale proposta è diventata ufficiale. La Cina ha avvertito nella riunione al G-8 e il G-5 del bisogno di riformare il sistema monetario internazionale per una “maggiore diversificazione della moneta di riferimento”dal dollaro statunitense. Il gigante asiatico non era mai stato tanto esplicito. Adesso, l’ONU raccoglie il guanto lanciato dalla Cina, Russia e le potenze emergenti.

Curiosamente il presidente russo Dimitri Medvedev, ha mostrato la “nuova moneta mondiale” sul bavero della sua giacca durante la riunione di queste grandi potenze. Gli USA non si sono pronunciati ufficialmente su questo argomento fino ad ora.

Ma, il segretario del Tesoro degli USA, Tim Geither, a marzo ammise che gli USA erano “molto aperti” a studiare la proposta monetaria elaborata dalla Cina e la Russia di creare una nuova divisa di riferimento internazionale. Anche se dopo ratificò quanto detto di fronte al panico che questa dichiarazione creò nel mercato delle divise (il crollo del dollaro)

Fonte:   http://www.urgente24.com/noticias/val/12847-123/la-onu-ya-habla-de-una-moneda-unica-para-todo-el-planeta.html

Traduzione: FreeYourMind!

Leggi anche: https://freeyourmindfym.wordpress.com/2011/07/18/il-sistema-peggiora-la-sua-stessa-%E2%80%9Ccrisi%E2%80%9Dper-accelerare-e-giustificare-i-suoi-piani-rivoluzionari/

http://www.vocidallastrada.com/2009/06/s-dollarizzazione-o-smantellamento.html

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=7057

La rivoluzione monetaria cinese

 

La conversione dello yuan in una delle principali monete internazionali in circolazione è peraltro un fatto inevitabile per l’emergenza che vive la Cina, principale esportatore ed oggi seconda economia nel mondo. La tendenza all’internazionalizzazione del Renminbi porterà ad una “rivoluzione monetaria” che potrebbe esercitare un potere importante sul mercato mondiale.

Per allentare la pressione inflazionistica in conformità con la situazione monetaria interna ed esterna, l’internazionalizzazione del Renminbi (o yuan) è inevitabile, ha detto Li Xiaojia, responsabile della gestione della Compagnia Hong Kong Exchanges Clearing Limited. Negli ultimi 30 anni di riforma e apertura, la Cina ha esportato molte merci e incamerato sostanziosi fondi esteri. E assolutamente necessario internazionalizzare la valuta cinese per passare dall’importazione all’esportazione di fondi.

Lim Siang Chai, vice ministro delle finanze della Malesia, ritiene che una moneta unica in Asia, dove gran parte dei paesi con economie emergenti hanno facilità da attrarre flussi di capitali speculativi provenienti da paesi sviluppati, potrebbe ridurre il rischio di fluttuazioni dei tassi cambio e contribuire a rafforzare il commercio regionale. “La Cina dovrebbe sostenere una moneta unica per l’Asia, date le dimensioni della sua economia”, ha dichiarato il ministro giovedì 28 aprile 2011.

Una moneta unica in Asia, dove gran parte dei paesi con economie emergenti ha facilità ad attrarre flussi di capitali speculativi provenienti da paesi sviluppati, potrebbe ridurre il rischio dei tassi di cambio fluttuanti e contribuire a rafforzare il commercio regionale, secondo quanto Lim ha detto in una intervista esclusiva con il giornale “China Daily” “Senza la leadership cinese, è difficile per l’Asia raggiungere l’obiettivo di una moneta unica”, ha detto il sottosegretario malese, aggiungendo che con l’aumento degli scambi tra la Cina e l’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (Asean), e dopo lo sviluppo della Zona di Libero Commercio Cina-Asean, l’adozione di una moneta unica permetterebbe anche di ridurre i costi delle transazioni commerciali.
La zona del Libero Commercio Cina-Asean, la più popolosa al mondo, con circa 1.900 milioni di persone, è diventata operativa l’1 gennaio 2010.
La Malesia è diventata negli ultimi 3 anni il principale partner commerciale della Cina tra i 10 membri dell’Asean, mentre la Cina è stata il principale partner commerciale della Malesia negli ultimi due.
Le parole di Chai sono in linea con le richiesti internazionali per aumentare il valore yuan attualmente troppo basso e che favorisce le esportazioni cinesi (a scapito delle economie dei paesi che importano questi prodotti – dumping – o che sono in competizione con la Cina nel commercio internazionale).
Il governatore della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, aveva già affermato, a metà dello scorso aprile, che il governo aumenterà gradualmente la flessibilità dei controlli sul tasso di cambio dello yuan, come ha chiesto alla comunità internazionale, ma non ha specificato quando.
E’ stato registrato anche un uso crescente dello yuan nelle operazioni internazionali. Le transazioni internazionali effettuate in valuta cinese lo scorso anno ammontavano a 58.700 milioni di dollari, il che supera 13 volte il record del 2009.
Vale la pena ricordare che, proprio come suggeriva la Francia, il G-20 ha dato il suo appoggio affinché lo yuan diventi una moneta di riferimento. Così, lo yuan cinese avrà un posto privilegiato nel sistema monetario e tra le valute di riferimento del paniere del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e potrà servire come valuta contabile.
A partire da questo, lo yuan porrà molta più attenzione da parte dei mercati, molta di più rispetto a quanto aveva in precedenza e per la Cina ciò significa una conferma dell’importanza che questo paese ha oggi nell’economia mondiale.
Anche se, come ha chiarito, ci sarà questo nuovo membro nel paniere di valute di riferimento ciò non significa che il dollaro perderà terreno e si penserà alla sua sostituzione nell’ambito dell’economia globale; insieme al petrolio continuerà a regnare per molti decenni. Ma non all’infinito.
Il G-20, riconoscendo lo yuan gli permette di inserirsi nel paniere di valute dei Diritti Speciali di Prelievo (dsp), insieme con il dollaro, l’euro, la sterlina e lo yen, anche se questo inserimento non sarà immediato.
Alejandro Nadal La Jornada ricorda che alcune proiezioni del Fmi indicano che nel 2016 gli Stati Uniti d’America smetteranno di essere la più grande economia del mondo e saranno sostituiti dalla Repubblica Popolare Cinese. In termini di potere d’acquisto, l’economia cinese passerà ad 11,2 a 19 miliardi di dollari tra il 2011 e il 2016, mentre gli Stati Uniti aumenteranno da 15,2 a 18,8 miliardi nello stesso periodo.
Molti pensano che in questo caso, il renminbi potrebbe diventare la nuova valuta di riserva internazionale. Ma non necessariamente. Le dimensioni di un economia sono sempre oggetto di dibattito. La parità del potere d’acquisto non è il migliore indicatore perché i prezzi dei beni non commerciabili possono distorcerne la dimensione. Per la classifica in base alle dimensioni delle economie del mondo, è preferibile usare il PIL a prezzi correnti. Certo, gioca qui un ruolo importante il tasso di cambio utilizzato. Ma nel caso di un confronto tra le economie di Cina e Stati Uniti, qualsiasi sia il criterio adottato, gli Stati Uniti saranno ancora nel 2016 la principale economia mondiale.
Anche quando l’economia cinese sarà diventata la più grande economia del mondo, tutto questo non basterà affinché la sua valuta diventi la valuta di riferimento internazionale. Per arrivare a questo c’è bisogno che si mettano in moto meccanismi che permettano l’accesso al renminbi in quantità sufficiente a soddisfare le esigenze di liquidità l’economia globale. Una possibilità, comunque poco probabile, potrebbe essere che la Cina mantenesse sistematicamente un deficit di conto corrente, dato ad esempio, dal consumo crescente. Ma sembra che il surplus cinese rimarrà una parte integrante del panorama economico internazionale per anni.
Un’altra possibilità è che la Cina permetta una completa apertura di suoi mercati finanziari in modo che ogni straniero possa acquistare titoli denominati in renminbi in quantità significative. Ma ciò richiederebbe un pacchetto di riforme del sistema bancario e non che oggi l’amministrazione di Pechino è riluttante a promuovere.
Tuttavia, altri autori come Sudipto Mundle, vedono prossima una soluzione al problema sollevato con i diritti speciali di prelievo (Ddsp), ricordando che il blocco BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) ha concordato nel vertice tenutosi a Sanya, in Cina, le linee di credito reciproco in valuta locale.
A prima vista, questo sembra un tentativo innocuo fatto dai paesi a crescita più rapida per rafforzare il loro rapporto reciproco. Tuttavia, nel contesto delle nuove relazioni di potere globale, questo è un altro passo importante da parte della Cina per porre fine al regno del dollaro come unica valuta di riserva mondiale.
La Cina è infatti sta seguendo un strategia per detronizzare il dollaro. Poco prima del vertice del G20 a Londra, il governatore della banca centrale cinese ha annunciato che il dollaro dovrebbe essere sostituito dal paniere di valute del dsp. Questo è un approccio intuitivo. Circa la metà delle riserve valutarie della Cina, 2 miliardi di dollari, sarebbe rimasta in attività denominate in dollari, come del resto fa la maggior parte delle banche centrali.
Questa importante esposizione valutaria implica che un significativo deprezzamento del dollaro farebbe scendere il valore complessivo delle riserve. Allo stesso tempo, una grande diversificazione di queste riserve a scapito del dollaro non sarebbe la giusta opzione perché questa mossa porterebbe ad un forte deprezzamento del dollaro.
Ma il tasso di cambio del paniere dsp è una media di valute convertibili e dollari; un particolare tasso di cambio consentirebbe alla Cina e altri paesi di ridurre significativamente la propria esposizione al dollaro, senza l’erosione del valore delle riserve. Naturalmente, sarebbe finito il regno del dollaro.
Per ora, la maggior parte degli analisti respinge l’iniziativa della Cina come impraticabile e irrealizzabile. Tuttavia, la Cina sta seguendo strategie diverse per arrivare al suo scopo attraverso percorsi alternativi. E ha istituito accordi di currency swap (swap) con diversi paesi che proteggono così i loro scambi commerciali con la Cina contro il rischio di deprezzamento delle loro valute. Da un valore iniziale di questi contratti piuttosto modesto (meno di $ 100 miliardi) siamo passati negli ultimi 2 anni a cifre che coprono quasi tutto il traffico da questi paesi con la Cina.
A quanto pare, anche la Russia ha scelto lo stesso approccio. La Cina sta inoltre guidando l’iniziativa di un Fondo Monetario Asiatico. Il Fmi si è opposto con veemenza a quest’idea, originariamente venuta al Giappone durante la crisi finanziaria asiatica. Questa idea fu ripresa l’anno successivo con il Chiang Mai Initiative dell’Asean+3 (Cina, Giappone, Corea), e infine divenne realtà quando il fondo è stato lanciato nel 2009, questa volta con il sostegno del Fmi. Il capitale iniziale è stato modesto, tuttavia, potrebbe essere ampliato per essere utilizzato a copertura dell’intero rischio di cambio sul commercio di Asean+3.
Inoltre la Cina ha recentemente preso l’iniziativa di stabilire delle linee di credito reciproche in moneta locale per proteggere dal rischio di cambio gli scambi commerciali tra BRICS.
Il volume di queste trattazioni è attualmente all’incirca di 230.000 milioni di dollari, ed è solo una parte del potenziale. I paesi del BRICS insieme rappresentano più del 15% del commercio mondiale (per valore più di 4,5 trilioni di dollari). Inoltre la Cina ha studiato tre circuiti di accumulazione del commercio valutario in dollari con accordi di protezione delle divise tra i paesi del BRICS, tra quelli dell’Asean+3 e tra molti paesi che si stanno sviluppando in Africa e in America Latina.
Questi accordi si trovano ancora ad uno stadio embrionale. I volumi sono comunque piccoli. Senza dubbio sono paesi dinamici e a crescita rapida, il commercio tra di loro cresce a tassi più veloci del tasso di crescita medio mondiale. In altre parole, questo commercio non denominato in dollari potrebbe arrivare a coprire tutte le transazioni commerciali escluse quelle dell’America del Nord (Usa e Canada) e dell’Europa.
E il resto del mondo è destinato a soccombere alla nuova moneta. Se questo succedesse sarebbe la fine del regno del dollaro ed il fatto che, se a sostituirlo saranno o no le valute del dsp, non sarebbe fondamentale.
Occorre ricordare che anche la sterlina è stata una moneta di riserva internazionale. Ma con la caduta dell’impero britannico, il processo di decolonizzazione e le due guerre mondiali, il suo potere svanì e non passò molto tempo affinché gli Stati Uniti e la Francia ponessero fine al regno della sterlina. È quindi così poco realista immaginare come il potere americano possa decadere e che il regno del dollaro come moneta di riserva possa essere sostituito dalle valute DSP, dagli swaps, da monete diverse dal dollaro, monete locali, linee di credito commerciale e altri accordi simili?
Come possono gli altri paesi prepararsi a questo possibile o probabile risultato? Dovranno integrarsi con gli accordi che stanno prendendo forma a livello mondiale come nel caso dei BRICS. E non senza tener presente che gli Stati Uniti e l’Unione Europea saranno sempre partners commerciali importanti in questo futuro che stiamo vedendo nascere.

 

Fonte: Rinascita.eu

 

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