FINMECCANICA A SCUOLA DI CORRUZIONE

siemens

Ha suscitato una certa discussione la proposta – poi rimangiata, poi riproposta – del ministro dell’Economia Saccomanni di vendere le quote di partecipazione del Tesoro ai tre “gioielli” dell’ex-industria di Stato: ENI, ENEL e Finmeccanica. Molta meno attenzione ha invece ricevuto il fatto che Finmeccanica stia, da oltre un anno, considerando di dismettere il suo settore civile, in particolare di quello che è un gigante dell’elettrotecnica, Ansaldo Energia. Pochi giorni fa, a Genova, i sindacati confederali hanno compiuto varie iniziative di piazza per opporsi a questa prospettiva .
La situazione appare ancora in bilico, anzi è in piena fase di incertezza; ma risulta ugualmente interessante considerare quali siano state le motivazioni offerte dal “management” di Finmeccanica per giustificare la eventuale vendita di Ansaldo Energia. Secondo una dichiarazione del giugno scorso da parte dell’amministratore delegato e direttore generale di Finmeccanica, Alessandro Pansa, la dismissione del settore civile renderebbe il gruppo più “attraente” per gli investitori.
Si tratta di uno dei tipici paradossi innescati dal meccanismo delle società per azioni: il settore energetico civile è soggetto all’alea della crisi e delle oscillazioni delle commesse, mentre invece il settore militare non conosce mai pause o cali di interesse; perciò, se Finmeccanica si liberasse del settore civile, e si concentrasse esclusivamente su quello militare, vedrebbe immediatamente il suo titolo volare stabilmente in Borsa. Può darsi che la motivazione data da Pansa dica solo una parte della verità, poiché forse non riassume tutta la rete di conflitti che si svolge attorno e dentro a Finmeccanica. Comunque questa motivazione corrisponde a dinamiche reali dei cosiddetti “mercati” finanziari, non solo indifferenti, ma addirittura diffidenti verso le ipotesi di uno sviluppo economico equilibrato, dato che i più grossi business prosperano in un clima di destabilizzazione permanente.
Ma questo non è l’unico paradosso che l’istituto della società per azioni sta creando in Finmeccanica. Da oltre un anno procedono estenuanti trattative per l’eventuale vendita di Ansaldo Energia alla sua principale concorrente, la multinazionale tedesca Siemens. In questi giorni pare che l’offerta Siemens sia stata “definitivamente” ritirata per far posto ad un gruppo coreano (ma cosa c’è di realmente definitivo in questo tipo di operazioni?). Nella trattativa con Siemens uno degli “advisor”- cioè consulenti finanziari – di Finmeccanica è stato Deutsche Bank.
Molti commentatori hanno notato con sarcasmo lo stringersi di questa tenaglia tedesca su Finmeccanica. C’è da osservare che Deutsche Bank è anche azionista di minoranza di Finmeccanica. Questo dettaglio fu messo in evidenza dal quotidiano “Il Sole 24 ore” in occasione della nomina di Gianni De Gennaro alla presidenza di Finmeccanica.
Ma il dettaglio più scottante è che del Supervisory Board, cioè il consiglio di sorveglianza, di Deutsche Bank fa parte anche il presidente del consiglio di amministrazione del gruppo Siemens, che sino a qualche giorno fa era l’austriaco Peter Löscher, il quale, proprio dalla data di oggi, appare del tutto fuori gioco. La cacciata dell’austriaco è connessa allo stallo dell’operazione di acquisizione di Finmeccanica?
Difficile rispondere. Nella commedia ci sono stati comunque attori che hanno interpretato più parti. Infatti il potenziale compratore di Ansaldo Energia è stato contemporaneamente il controllore del consulente e azionista di Finmeccanica. Quale sia stato il vero scopo di questi mesi di trattativa, alla fine non risulta tanto chiaro, e dietro potrebbero esserci ben altre operazioni finanziarie all’ombra del contorto meccanismo della SpA.
Il “capitalismo” è solo un principio giuridico, per il quale il potere nell’impresa si misura in base alle quote di capitale. Sul piano economico, il “capitalismo” rimane invece un’astrazione che dice poco o nulla sul reale funzionamento del sistema. La società “anonima”, o società per azioni, (“corporation”, in inglese) è invece la chiave di tutto, poiché è un meccanismo legale costruito apposta per offrire espedienti per aggirare la legge, ed è inoltre un meccanismo di “mercato” che può farsi beffe della concorrenza. La legge si pone così come supporto e sponda dell’illegalità, moltiplicando le occasioni di reato, ma anche le difficoltà di individuare il reato.
Le prime “corporation” della Storia furono le compagnie commerciali, dette anche compagnie coloniali. Corporation e colonialismo rappresentano quindi un binomio inscindibile che è alla base anche della sedicente “globalizzazione” attuale; si tratta di un nuovo sistema coloniale che, rispetto a quello di quattro secoli fa, ha in più l’assistenza di aggressive organizzazioni sovranazionali come la NATO, il WTO, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.
Nella propaganda colonialistica la destabilizzazione viene spacciata per rivoluzione e l’asservimento dei poteri locali come internazionalismo. La rivendicazione di un ruolo “progressista” da parte del colonialismo, ha spesso creato confusione nella sinistra (basti pensare agli elogi da parte di Marx ed Engels nei confronti del colonialismo britannico in India e Cina). Questa confusione è stata usata dalla propaganda di destra per accreditare una sorta di identità tra l’internazionalismo finanziario e quello comunista, in un unico complotto ebraico-massonico contro la tradizione europea. Si tratta della tesi della “Guerra Occulta” del saggio di Malinsky e de Poncins – tradotto e pubblicato in Italia da Evola -, che è stata ripresa dal fascismo e dal nazismo, e persino riciclata di recente quando si è cercato di far passare il Buffone (massone) di Arcore per un avversario dei “poteri forti” a livello internazionale.
In realtà anche la tesi della “guerra occulta” contro la “tradizione”, non è altro che un’ulteriore riconferma mitologica delle pretese “progressive” del potere transnazionale delle corporation. La mitologia rappresenta infatti un diversivo sempre efficace per distrarre dal punto fondamentale, e cioè che ci si trova di fronte a forme di crimine organizzato che hanno acquisito la potenza finanziaria sufficiente per comprarsi la legalizzazione, ed anche per comprarsi eserciti di propagandisti che gli curino le pubbliche relazioni diffondendo fiabe.
La East India Company, un’associazione criminale di pirateria e traffico di schiavi, fu legalizzata dalla regina Elisabetta il giorno di Natale del 1600. Il potere del denaro e le forme di crimine organizzato sono sempre esistiti, ma ad un certo punto la quantità ha fatto qualità. Infatti alla fine del ‘500 la pirateria ed il traffico di schiavi consentirono alle organizzazioni criminali di accumulare ricchezze che in precedenza non sarebbero state neppure concepibili. La scelta della giorno di Natale fu significativa, come a sottolineare che si dava inizio ad una nuova era. Quel Natale del 1600 nasceva infatti la corporation – o SpA -, cioè l’associazione a delinquere legalizzata; roba che al confronto il Figlio di Dio fatto Uomo è una bazzecola.
Anche il capitalismo di Stato non aveva saputo rinunciare alle mille opportunità di delinquere offerte dalla obliqua legislazione delle SpA, e infatti Finmeccanica era tale sin dalla sua nascita nel 1948. Visti i tanti scandali che hanno coinvolto di recente Finmeccanica, forse Siemens avrebbe avuto qualcosa da insegnare in fatto di capitalismo “virtuoso” alla tedesca. Infatti, da almeno dieci anni, Siemens risulta coinvolta in una ragnatela di scandali internazionali per versamento di tangenti. Quasi nessuno dei tanti Paesi in cui opera Siemens è risultato immune da questa pioggia di bustarelle. Anche l’ENEL fu a suo tempo oggetto di queste elargizioni da parte di Siemens. Il fatto che nonostante gli scandali a catena che l’hanno investita, Siemens sia ancora saldamente in sella, indica il carattere fisiologico di questo sistema di corruzione.
Come il Don Giovanni di Molière, adesso Siemens, da libertino che era, sta vestendo i panni del moralista e del censore; anzi, sta scalando addirittura il pulpito del predicatore. Il gruppo Siemens, sebbene dilaniato da una furiosa lotta di potere interna, ha trovato la giusta serenità d’animo per lanciare un grandissimo progetto umanitario su scala mondiale, denominato “Integrità”, per la lotta alla corruzione e per “educare” le future generazioni. Il progetto “Integrità” è attuato in collaborazione con la Banca Mondiale.
Qui non si tratta soltanto della tipica ipocrisia occidentale, poiché questa commistione sistematica di legale ed illegale, questo contemporaneo sfruttare le risorse sia della legge che dello stare fuori della legge, è alla base del successo storico del Sacro Occidente. Dal punto di vista sociologico, l’associazione a delinquere (“criminal conspiracy”, in inglese) presenta infatti un vantaggio incolmabile rispetto ad ogni altro tipo di organizzazione. La “criminal conspiracy” assicura infatti la certezza dello scopo e dei mezzi, ed inoltre comporta una notevole compromissione personale di chi aderisce all’organizzazione. Tutti i vincoli associativi vengono resi più stabili dalla potenziale ricattabilità. Soltanto la simultaneità del livello legale e di quello illegale consente un tale grado di potenza organizzativa.
Finmeccanica farebbe bene ad approfittare della lezione morale di Siemens, poiché non si è mai abbastanza corrotti e c’è sempre qualcosa da imparare. Oggi tutte le principali corporation si dedicano alla filantropia non soltanto per approfittare delle possibilità di elusione ed evasione fiscale offerte dal non profit, ma anche per accedere a contributi pubblici. Il non profit consente persino di allestire più facilmente fondi neri da utilizzare in operazioni di corruzione.

 

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E se volessero privatizzare ENI e Finmeccanica?

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di Filippo Bovo

Vale la pena sottolinearlo: il governo Letta è una riedizione riveduta e corretta del precedente governo Monti. La sua funzione consiste nel riuscire laddove questi aveva fallito. Per esempio nella svendita dei “gioielli di famiglia”: ENI e Finmeccanica in primis. Monti era partito in quarta ma s’era poi arenato di fronte ad evidenti e stringenti logiche politiche e geopolitiche; anzi, nei limiti del possibile aveva pure proseguito le politiche amichevoli del precedente governo Berlusconi, soprattutto con la Cina. Per il “partito americano”, suo grande patrocinatore, Monti s’era quindi rivelato un fiasco completo. Letta ha la funzione di dare, in tutto questo, un giro di vite, d’imprimere un cambio di rotta. Non a caso s’è scelta, come ministro per gli affari esteri, una personalità come quella d’Emma Bonino: con lei, visti i suoi trascorsi politici, non vi sono dubbi che i rapporti con Cina e Russia saranno più tesi. E quando parliamo di rapporti con la Russia, non possiamo non citare il “dossier energetico”.
L’ENI, tradizionalmente grande strumento non soltanto economico ma anche diplomatico nelle mani dei governi italiani, potrebbe perciò subire un ridimensionamento d’influenza e d’importanza. Da sempre canale strategico dei rapporti italo-russi, potrebbe subire da parte del nuovo governo quei colpi d’ascia che ne farebbero una realtà aziendale meno strategica e più marginale. Il disarmo dell’ENI potrebbe e sarebbe quindi il primo passo d’una strategia che culminerebbe nella sua alienazione da parte dello Stato.
Del resto non dimentichiamoci che, già in tempi non sospetti, Letta s’era espresso a favore d’una cessione da parte dello Stato delle quote in ENI, ENEL e Finmeccanica: per la precisione in piena campagna elettorale, quando probabilmente ancora non sapeva che un giorno sarebbe stato prescelto per ricoprire il ruolo di primo ministro in un governo dalla maggioranza bypartisan. L’intervista, rilasciata nel corso d’una conferenza aperta al pubblico, è facilmente reperibile in internet. Alfano, espressione del PDL quanto Letta lo è del PD, ha da sempre sostenuto questa stessa posizione, che del resto è presente anche nel programma elettorale del suo partito: almeno in linea teorica, quindi, i due principali partiti della maggioranza non dovrebbero litigare su una cessione dei “gioielli di famiglia” che li vede entrambi concordi.
Noi di Stato e Potenza ovviamente c’auguriamo che tale piano non s’avveri; già in passato, con una manifestazione, abbiamo sostenuto la necessità che l’ENI resti italiana ed in mani pubbliche. Non arretreremo mai da questa posizione.

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Dopo Eni e Saipem, è di nuovo il turno di Finmeccanica

agusta

di Filippo Bovo

Sembra che sia diventato lo sport preferito della magistratura italiana, quello di puntare il mirino sull’industria di Stato italiana. Per carità, il marcio c’è ed è giusto che venga stigmatizzato: corruzione e peculato sono due reati che imperversano, minandoli sin nelle fondamenta, nei gioielli industriali di casa nostra. Guai se non si provvedesse a porvi riparo. Eppure quant’è sospetto il tempismo che porta giudici e procuratori italiani ad accorgersene soltanto adesso! Par d’essere ritornati al 1992, allorchè le inchieste di Tangentopoli servirono da viatico per le grandi privatizzazioni iniziate in quei mesi ed andate avanti anche negli anni successivi. Aria di “Britannia”! Guardacaso anche adesso si parla di cedere se non tutta perlomeno parte della quota di Eni e Finmeccanica in mano al Tesoro: è quanto espresso da più d’un candidato alle elezioni politiche. Che le inchieste servano a propiziare la svendita delle aziende strategiche italiane alla concorrenza straniera? Qualcuno sosteneva che, a pensar male, si commetteva peccato ma s’indovinava pure.
Stamani il presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, e l’amministratore delegato di Agusta Westland, Bruno Spagnolini, sono stati arrestati “con l’accusa di corruzione internazionale, peculato e concussione per le presunte [ed è bene sottolineare quest’aggettivo] tangenti che sarebbero state pagate per la vendita di dodici elicotteri all’India” (Ansa). Com’è stato fatto notare dal legale di Orsi, il risultato più pratico ed immediato del provvedimento del gip di Busto Arsizio è stato quello di decapitare “due delle maggiori aziende del nostro paese”. Secondo i magistrati, la commessa indiana, del valore di 500 milioni di euro, sarebbe stata assicurata con una tangente di 50 milioni.
E anche in questo caso c’è poco di che stupirsi: negli ambienti internazionali, se si vuol vendere qualcosa, assicurarsi una fornitura o un appalto, bisogna ungere le ruote. Tangenti e fondi neri non sono certamente un’invenzione od un appannaggio delle grandi industrie italiane: vi ricorrono, e pure abbondantemente, anche le altre grandi aziende europee ed americane. In molti paesi è semplicemente impensabile presentarsi senza la famosa mazzetta. Non a caso Orsi, nelle intercettazioni, definiva le tangenti “un fattore naturale della pratica aziendale”, al punto da indurre il gip di Busto Arsizio a parlarne come d’una “filosofia aziendale”.
Qual è stato il risultato più immediato dell’attacco a Finmeccanica di questa mattina? Il suo titolo è calato del 7,4%, per un valore di 4,4 euro, al punto che la Consob è dovuta intervenire vietandone le vendite allo scoperto. Proprio quel che s’era visto con Eni e Saipem nei giorni scorsi: un copione al quale avremmo preferito non assistere più.

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Svenditalia

 

Il “grande usuraio”, parafrasando Stefano Benni un poco più sboccato nei suoi Celestini, sembra ormai essere in procinto di pensare alle cose serie. Dopo la valanga di nuove tasse (che con l’acuirsi della recessione non renderanno granché), dopo l’eliminazione delle pensioni per le generazioni future, che comunque saranno costrette a pagare sempre più Inps, dopo avere posto le basi per un mercato del lavoro dove esisterà solo più la parola “uscita”, inizia il periodo delle grandi svendite. Saldi fuori stagione che costituivano il motivo primo dell’insediamento a Palazzo Chigi di un banchiere di Goldman Sachs che nessuno aveva votato, ma Napolitano si era premurato di nominare senatore a vita, per una serie di meriti che si perdono nell’imponderabile….

Ma quali saranno i beni pubblici oggetto della “svendita per cessazione di attività” che presto andranno sul mercato, per la felicità di banchieri e faccendieri senza scrupoli? Sostanzialmente, stando alle parole di Mario Monti, tutti i beni pubblici in attivo (gli unici appetibili), mentre le passività continueranno a rimanere appannaggio della contabilità dello stato, per contribuire all’incremento del debito pubblico, con lo spauracchio del quale da tempo immemorabile si menano per il naso i cittadini.
Nelle vetrine dei saldi andranno perciò le ultime grandi imprese statali, come ENI e Finmeccanica, ma anche le multiutility e le municipalizzate che gestiscono i servizi al cittadino, come Hera, Acea, A2A, partendo dai colossi, fino ad arrivare agli enti più piccoli che operano a livello comunale.
Uno schiaffo in faccia di violenza inusitata a tutti coloro che in varia misura auspicano ad un qualche recupero della sovranità nazionale, ma pure ai milioni di cittadini che si recarono a votare il referendum sull’acqua pubblica, invitati a farlo anche da quegli stessi partiti che oggi sostengono Monti e il suo programma svenditalia. Ai privati non andrà insomma solo la gestione dell’acqua, ma anche tutto il resto delle vettovaglie che si trovano sulla tavola. Dall’energia alla gestione dei rifiuti, dalle industrie di armi allo sfruttamento del suolo e del sottosuolo, dalla gestione del territorio a quella dei servizi, passando attraverso qualsiasi attività pubblica che renda quattrini.
E dove andranno a finire i ricavati di questa ciclopica operazione di svendita dell’Italia a prezzi da saldo? Ma naturalmente nel decreto sviluppo tanto caro a Corrado Passera, che ha già deciso di destinare almeno 100 miliardi di euro alla cementificazione del Belpaese.
Compiuto il delitto, una colata di cemento sistemerà tutto, nella migliore tradizione della pratica mafiosa.

Finmeccanica, ultima spiaggia per la sovranità

 

Il 2011 è stato un anno nero per Finmeccanica. La bufera giudiziaria non ha solo portato alla rimozione di Pierfrancesco Guarguaglini dal ruolo di Amministratore Delegato della società e di Marina Grossi dai vertici di Selex, ma ha anche contribuito ad aprire una voragine di 2,3 miliardi di euro di perdite, mentre l’utile netto registrato l’anno precedente ammontava a quota 557 milioni di euro. Nel 2011 i ricavi del gruppo Finmeccanica hanno raggiunto quota 17,3 miliardi, con un calo del 7% su base annua dovuto all’implementazione della strategia di dismissione “caldeggiata” dall’Unione Europea in ottemperanza ai mantra del liberismo. Il progetto di frammentazione della società è stato avviato attraverso un ridimensionamento iniziale dei settori dell’elettronica per la difesa e la sicurezza, dell’energia (privatizzazione del 45% di Ansaldo Energia) e dei trasporti, mentre gli ordini hanno registrato un calo del 22% rispetto all’anno precedente, attestandosi a 17,4 miliardi di euro. L’alleggerimento del portafoglio ordini è pari al 5% (46 miliardi), mentre 2 miliardi di euro sono stati investiti nei campi di ricerca e sviluppo, in misura analoga al 2010.
Nonostante questi dati estremamente allarmanti, l’attuale Amministratore Delegato dell’azienda romana Giuseppe Orsi ostenta ottimismo. Nel 2012, il gruppo stima di accumulare ricavi compresi tra i 16,9 e i 17,3 miliardi di euro, con un avanzo di cassa superiore a 900 milioni. «Il 2012 sarà un anno di svolta, con una ristrutturazione che sarà attuata senza bisogno di un aumento di capitale, senza bad company e senza chiedere soldi agli azionisti», proclama Giuseppe Orsi, il quale evidenzia il fatto che il disastroso esercizio del 2011 costituisca il presupposto necessario per avviare una fase di ristrutturazione integrale del gruppo. Secondo Orsi la carenza di risorse a disposizione comprometterebbe ogni possibilità di rendere competitivi tutti i settori controllati dalla compagnia, che riducendo il proprio margine operativo attraverso la dismissione dei comparti meno produttivi otterrebbe i fondi e lo slancio necessario per ammodernare i settori di punta. Si tratta quindi di una scelta dall’alto valore strategico, che segnerà in maniera determinante il futuro di Finmeccanica.
La messa in atto di questo genere di programma insinua tuttavia il dubbio che la proclamata “necessità” di affinare la silhouette del gruppo attivi un circolo vizioso di privatizzazioni il cui fine ultimo è la cessione definitiva della quota di Finmeccanica detenuta dallo Stato. Non va dimenticato che lo scorso 26 novembre il “Financial Times” dispensò al governo guidato dall’appena insediato Mario Monti il “suggerimento” di ridurre le numerose interferenze statali che, secondo il celeberrimo organo informativo che funge da cartina di tornasole degli “umori” di Wall Street, costituirebbero la più frenante palla al piede dell’economia italiana. Così, quando Monti mostrò forti perplessità rispetto all’”imbeccata” del “Financial Times”, la scure di Standard & Poor’s si abbatté furiosamente su Finmeccanica, degradando a BBB- (con out look negativo) il giudizio sulla compagnia.
Per questa ragione non appare affatto rassicurante il fatto che il nuovo piano strategico elaborato dal Consiglio Di Amministrazione – incardinato sulle dismissioni – e illustrato con dovizia di particolari da Orsi susciti invece reazioni diametralmente opposte a Wall Street. Il 15 maggio, la grande banca d’investimento Morgan Stanley ha rivisto positivamente il rating (portandolo da underweight ad equalweight) di Finmeccanica, alzando l’obiettivo di prezzo da 2,75 a 3,25 euro. Ciò ha fatto in modo che nel corso della giornata il titolo dell’azienda venisse sospeso per eccesso di rialzo.
La “promozione” resa da Morgan Stanley evidenzia gli obiettivi della grande finanza, che fin dall’epoca delle “grandi privatizzazioni” (inaugurata nel 1992 simultaneamente all’operazione “Tangentopoli”) mira a mettere le mani sull’intero comparto industriale pubblico italiano. Le “interferenze” dello Stato instancabilmente stigmatizzate dagli araldi del liberismo, tuttavia, mal si conciliano con i disastrosi risultati prodotti dalle svendite attuate dai governi italiani in ottemperanza agli indiscutibili cardini del “libero mercato”. L’esperienza dei BRICS testimonia, al contrario, il fatto che, nel corso di determinate fasi, le traiettorie strategiche impostate dai centri decisionali nazionali possono garantire ampi margini di crescita, a condizione che gli agenti sociali dominanti siano dotati di sufficiente lungimiranza e capacità operativa. La statura politica di cui le classi dirigenti italiani succedutesi nel corso degli ultimi decenni hanno dimostrato di essere dotate segnala la tremenda penuria di strateghi del capitale paragonabili a quelli di Pechino, che non a caso hanno escogitato e messo in atto una politica estera capace di supportare la massiccia penetrazione economica della Cina nel continente africano.
Sulla scorta dell’esempio cinese occorre quindi impedire che la nuova strategia di dismissione – assai gradita ai centri dominanti di Wall Street – escogitata dal Consiglio Di Amministrazione di Finmeccanica, finisca per provocare l’acquisizione di aziende di punta come la Selex, la STS Ansaldo e (soprattutto) l’Alenia da parte di grandi multinazionali come la General Electric, la Siemens e la Alstom. La spoliazione degli ultimi settori strategici (ENI e Finmeccanica su tutti) controllati dallo Stato priverà definitivamente l’Italia degli unici strumenti attraverso cui il Paese potrà sperare di affrancarsi dal rapporto di vassallaggio che intrattiene con gli Stati Uniti, ritagliandosi un ruolo attivo nella ridefinizione dei rapporti di forza che sorreggeranno il nuovo assetto multipolare che va irreversibilmente instaurandosi.

 

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FIN(IS)MECCANICA

 

 

Fin(is)meccanica. Non è bastato il defenestramento di Pier Francesco Gurguagliani e di sua moglie Marina Grossi, che male non si erano comportati nel rilancio del gruppo di Piazza Montegrappa dopo anni difficili, favoriti da un clima geopolitico meno asfittico di quello attuale, con la Russia di Putin a coprirci le spalle, per saziare gli appetiti, interni ed esterni, sul più grande player tecnologico italiano.

Senz’altro, sul caos in Finmeccanica pesano le provocazioni di settori finanziari e statali internazionali i quali, abituati a fare shopping allegro in provincia, fiutano sempre un grande business a prezzi di liquidazione, e se anche gli sconti non dovessero essere sufficienti si fa in modo che lo diventino, colpendo chiunque provi ad ostacolare i saldi o la svendita totale.

Tuttavia, quest’ultimi si sbilanciano e diventano più aggressivi perché trovano terreno fertile dove seminare la loro zizzania ideologica, niente barriere protezionistiche e tanta globalizzazione (magari accelerando il processo con qualche scossone giudiziario), che avvantaggia, sin dai tempi di Ricardo e della sua teoria dei costi comparati, il più forte e competitivo (cioè sempre lorsignori).

Da noi pretendono comodi salotti per i loro obesi culi ipermoderni, belle scarpe con le quali farci il sedere a tarallo, abiti eleganti con i quali evidenziare il nostro essere dei poveracci con le pezze sul deretano. Questo è il ruolo che ci tocca nella fase attuale: bravi e squattrinati artigiani al loro servizio, ottimi designer dei loro capricci da ricconi, fedeli arredatori delle loro ville megagalattiche o abili revisori del loro discutibile gusto, ma che non ci venga in mente di fare concorrenza alle ditte yankees che operano nei settori ipertecnologici perché allora ci trasformiamo in mosche fastidiose da schiacciare alla prima occasione.

Fate buon vino italiani brava gente che ad ubriacarsi di profitti ci pensano i nostri bevitori mondiali. Costoro sanno leggere fin troppo chiaramente la debolezza della nostra classe (non) dirigente, incapace di far quadrato intorno ai piccoli appezzamenti dell’industria avanzata che pure un tempo furono una lussureggiante foresta, ed ora appena spelacchiata macchia mediterranea in via d’estinzione, quindi provano ad approfittarne puntando sulle divisioni intestine, sull’ambizione di sciocchi manager con lo stile americano nel cervello e politici rincitrulliti che invece il cervello lo hanno perso del tutto per rincorrere una cadrega.

Partiti e poteri finanziari nostrani scatenano la battaglia delle briciole sul nostro gigante dell’aerospazio, ricorrendo ai servizi di una magistratura ad orologeria, scoprendo il fianco a tutta la nazione la quale viene così invasa dai forestieri che da noi hanno imparato il divide et impera.

Da quando è salito in sella ai vertici della conglomerata, l’ad Giuseppe Orsi, non fa altro che parlare di rami secchi da tagliare, di affari da rivedere, di forze da concentrare perché disperse dietro ad obiettivi non strettamente connessi al core business dell’azienda. Ansaldo Breda, Ansaldo STS e Ansaldo Energia, ma anche Thales, Leader europeo per i sistemi satellitari (che fa gola a francesi e tedeschi), diventano zavorre che appesantiscono le specificità aziendali e dissolvono preziose energie industriali. Ma non si è mai visto nessuno vivere meglio orbo di un occhio o privato di un rene. Eppure, i managers tanto amati a Washington continuano a ribadire che per sopravvivere alla concorrenza bisogna segarsi qualche arto. Dai un dito ai pescicani mondiali e loro si prenderanno il braccio e poi anche la testa divenendo proprietari di tutto il corpo.

Questi riflessi condizionati emergono stranamente, si fa per dire, dopo i rapporti di Goldman Sachs che inaugurano molti dei ribassi colossali del Gran bazar Italia. Uno degli ultimi diceva, come riportato da Dagospia, che “Finmeccanica sarebbe rimasta debole per diversi anni e faceva capire che prima di strizzare l’occhio ai giapponesi e ai tedeschi di Siemens bisogna fare i conti con i poteri forti di Washington, che sono ben più forti della Lega e di Comunione & Fatturazione.” Ed ecco qui che i vertici della best company, evidentemente non abbastanza celeri nelle dismissioni, finiscono con accuse pretestuose sul banco degli imputati. La situazione è lapalissiana, i mandanti li abbiamo citati, ma nessuno ha il coraggio di dire come stanno veramente le cose. Montano pertanto le manovre diversive, le dicerie depistanti ed i big della politica se la prendono con i tedeschi ed i francesi che al massimo sono collaterali all’imboscata. Poi però leggi che se Orsi cade il suo posto lo prende uno benvisto ai piani alti della Casa Bianca. Ancora da Dagospia: “Il Vice Ministro del Tesoro pare che veda in Alessandro Pansa il candidato ideale per guidare fuori dal disastro la corazzata delle armi e dei velivoli…gli giova essere membro dell’Aspen e del Consiglio per le Relazione tra Italia e Usa, due salotti che servono alle buone relazioni con la finanza americana”. Sarà lui o meno l’investito della carica della partecipata dal tesoro, il profilo del dirigente gradito è stato comunque tracciato: amico degli Usa e sul libro paga di qualche organismo, più o meno trasparente, vicino agli statunitensi. Ormai tutti i posti più pregiati delle nostre istituzioni, a partire dalla Presidenza del Consiglio e dalla stessa Presidenza della Repubblica (qui sì che c’è un antesignano dei buoni servizi alla Casa Bianca, sin dal 1978, anno della sua prima visita negli Usa), sono in mano ad “ambasciatori” non ufficiali di Washington. Se questo è un Paese libero e sovrano allora io sono Napoleone ed il popolo italiano è matto da legare. Anzi, è già legato e costretto ad ingoiare qualsiasi medicina stordente. Meglio non so spiegarmi questa immobilità generale alle percosse che stiamo ricevendo quasi senza reagire.

 

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Tempi di saldi al discount Italia?

di Gianandrea Gaiani
5 dicembre – Per decenni l’Italia è stata un Paese a “sovranità limitata” con una politica estera e di Difesa coordinata e in molti casi imposta dai nostri principali alleati e soprattutto dagli statunitensi. Dal dopoguerra non era però mai successo che il nostro Paese si trovasse guidato da un “governo d’occupazione” che rispondesse direttamente alle “potenze occupanti” come accade oggi con il cosiddetto governo tecnico imposto dai franco-tedeschi e dalla nomenklatura della Ue e messo insieme dal Quirinale consultandosi anche con la Casa Bianca che ha suggerito i ministri di Esteri e Difesa. Due figure di sicura fede atlantista come l’ambasciatore a Washington Giulio Terzi e il chairman del Comitato Militare della Nato, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola. Uomini idonei a garantire che l’Italia resterà un fedele alleato dell’America e manterrà i suoi impegni militari in Afghanistan. Nella sua prima audizione in Parlamento, Di Paola ha infatti confermato questo impegno mentre il titolare della Farnesina (ormai un mito per la stampa italiana perché usa Twitter) ha esordito sulla crisi iraniana dichiarando che “l’Italia sostiene con piena convinzione il piano di sanzioni economiche nei confronti dell’Iran annunciato dall’Amministrazione statunitense”. Più appiattiti di così! Dopo l’attacco all’ambasciata britannica a Teheran, Terzi ha ritirato il nostro ambasciatore nonostante sul piano commerciale l’Italia abbia molti interessi in Iran. Nel timore di apparire poco filo-americano si è poi recato in Turchia a perorare la causa dell’ingresso di Ankara nella Ue, come chiedono da tempo gli Usa. Posizioni che ci auguriamo siano state negoziate in cambio di robuste contropartite ma che temiamo costituiscono un pedaggio obbligato e gratuito nei confronti delle potenze occupanti. A Washington saranno certo soddisfatti ma per ora Terzi assomiglia più a un sottosegretario di Hillary Clinton che a un ministro italiano. Del resto Obama non ne poteva più di Silvio Berlusconi che aveva avuto (forse l’unica iniziativa degna di nota del suo governo) l’ardire di sviluppare una politica energetica e strategica con la Russia  di Putin e la Libia di Gheddafi che ci garantiva ampia autonomia, forse troppa per i nostri “tutori”.  Sia chiaro, la classe politica è indifendibile e la sua colpa più grave non è solo di aver consentito questa nuova forma d’invasione straniera ma di esserne in qualche modo complice. Le opposizioni e parte della stessa ex maggioranza non hanno fatto altro che ripetere che l’Europa  (parola pronunciata sempre con tono solenne, come faceva Romano Prodi) e “i mercati” volevano le dimissioni di Silvio Berlusconi. Nessuno che abbia avuto il coraggio di affermare che i governi italiani vengono fatti cadere dagli elettori italiani, non dalle banche, dagli speculatori, dagli stranieri e dai burocrati di Bruxelles. Invece sono tutti in ginocchio davanti a loro, divinità supreme ma sobrie. Nella migliore tradizione italiana, “Franza o Spagna purché se magna”. Leggi il resto dell’articolo

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