Gli effetti globali di un collasso USA

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L’”abisso fiscale” accelera il collasso economico negli USA
Barack Obama è stato rieletto e quello che si attende dal suo secondo mandato non è un letto di rose. I numeri in rosso dell’economia USA (in mezzo ad una crisi finanziaria che già colpisce con forza i principali stati dell’UE), disegna un panorama incerto segnato dalla persistenza della disoccupazione, il calo dei consumi e un recrudescenza del deficit fiscale, cose che fanno temere una ricaduta della crisi.
Nel suo secondo mandato Obama affronta quello che viene definito “abisso fiscale”(fiscal cliff) che ha come unica via di uscita un brusco aumento delle tasse, sommato ad un ritaglio delle spese pubbliche che ricadrà sul 90% delle famiglie statunitensi.
I due meccanismi del “fiscal cliff” saranno operativi simultaneamente, tra la fine di dicembre 2012 e inizi di gennaio 2013. Lo si deve ad un accordo a cui sono giunti Obama ed il Congresso- dominato dai repubblicani- con cui si era postergata la soluzione sul deficit fiscale che si aggira sul bilione di dollari annui.
In questo scenario si profilano gli aggiustamenti sospesi e la riduzione dei benefici sociali che, aggiunti all’accrescimento della povertà, creano il fantasma di una crisi sociale con scioperi e mobilitazioni che fino a poco tempo fa sembravano impossibili da ipotizzare in quella che è la prima potenza mondiale.
C’è una certezza generalizzata tra gli specialisti del sistema. La non riattivazione piena del consumo e la persistenza cronica della disoccupazione con un tasso del 9.3% che complica tutte le variabili di recupero economico degli Stati Uniti.
L’ombra di un’insolvenza del pagamento generalizzata (prodotta dal deficit e la bassa riscossione fiscale) fanno temere un risorgimento della crisi finanziaria negli States non a livello delle banche e entità private ma a livello dello stesso Stato nordamericano.
Una nuova crisi con una recessione economica nella prima potenza imperiale colpirebbe globalmente l’UE, l’America Latina, la Cina e i paesi asiatici che hanno negli USA il primo acquirente di materie prime, prodotti elaborati e servizi.
Secondo il Wall Street Journal, il portavoce più influente del potere finanziario USA: La Crisi (indebitamento e bassa riscossione) degli Stati dell’Unione peggiora la disoccupazione (disoccupazione e tagli agli stipendi) e estende le misure di austerità (riduzione dei piani sociali) a tutto il territorio USA.
Questo processo di sovra-indebitamento (aggiunto alla caduta degli incassi per la decelerazione economica) non solo minaccia la stabilità economica e la “governabilità” del sistema negli Stati Uniti, ma anche (come è già successo con le banche e aziende private) può far collassare a catena gli stessi Stati dell’Unione.
Il fattore più importante per l’evoluzione dell’economia statunitense in questo momento è chiamato “abisso fiscale”. Se il governo e il Congresso non raggiungono un accordo, a partire del 1 gennaio entreranno in vigore un aumento delle tasse di $532.000 milioni e tagli delle spese per un ammontare di $136.000 milioni.
Questo avrebbe un grande impatto sull’economia. In base ai calcoli dell’ufficio della Finanziaria del Congresso, la combinazione tra aumenti di tasse e riduzioni delle spese potrebbe provocare una contrazione dello 0.5%, il prossimo anno e un aumento della disoccupazione dall’attuale 7,9% a 9,1%.
Nel 2010 e 2011, il Congresso ha aspettato fino all’ultimo momento per evitare un aumento dei prezzi e un in compimento del limite massimo del debito statunitense, rispettivamente, causando stragi nei mercati.
Alcuni gestori di fondi si attendono il peggio. “Stiamo raccomandando ai nostri clienti che si facciano l’idea che i cambiamenti entreranno in vigore dal 1 gennaio”, dice Aaron Gurwitz, direttore d’investimenti della divisione dell’amministrazione di patrimoni e investimenti della Barclays BARC. L.N.
Secondo Lew Altfest, direttore dell’Altfest Personal Wealth Management, a New York, la vicinanza delle scadenze potrebbero produrre nei mercati una volatilità simile a quella che ebbe luogo durante il dibattito sul tetto del debito a metà 2011.
L’indice di borsa Standard & Poor’s è caduto del 3,6 % a luglio del 2011 ed è tornato a crollare dopo che S&P ha rivisto al ribasso l’indice di qualifica degli USA a causa della sempre più instabile situazione politica. In seguito, le azioni hanno recuperato.
Gli esperti avvertono che il rendimento dei bond statunitensi potrebbe crollare ancora di più se i legislatori non fossero in grado di eludere l’”abisso fiscale”. La rendita dei buoni del Tesoro a 10 anni, che si muove nella direzione opposta alla direzione del prezzo, aveva subito un tracollo nei giorni precedenti alle elezioni.
“L’abisso fiscale è più vicino, e questo ha colpito gli investitori con più di quanto si potesse immaginare”, dice Andrew Wilkinson, capo della strategia economica dell’azienda Miller Tabak, a N.Y. “L’aumento del dollaro continuerà ad andare avanti finchè non ascolteremo qualcosa di costruttivo nei dibattiti”.
Se l’”abisso fiscale” non si risolve presto, però, il dollaro potrebbe indebolirsi. In tal caso gli investitori potrebbero prendere in considerazioni le divise dei paesi emergenti come il peso messicano, il won sud coreano e il dollaro taiwanese, dice Alan Ruskin, stratega del Deutsche Bank DBK.XE Leggi il resto dell’articolo

La crisi greca intensifica le rivalità geopolitiche

La catastrofe economica e sociale crescente in Grecia, porta alla ribalta i vecchi conflitti geopolitici. Le divergenze regionali tra la Grecia e la Turchia e la crescente concorrenza tra le grandi potenze del Mediterraneo orientale, potrebbero evolvere in un confronto nel contesto dell’incertezza delle condizioni economiche che peggiorano. Queste preoccupazioni si sono intensificate nelle ultime settimane, con discussioni che apertamente contemplavano la prospettiva dell’uscita della Grecia dall’euro. Oltre alla crisi economica che ciò potrebbe creare in Europa, il futuro schieramento politico della Grecia è anch’esso in discussione.
Come ha scritto Robert Kaplan, direttore dell’analisi economica della società privata di intelligence statunitense Stratfor, alla vigilia delle elezioni greche del 12 giugno, “gli interessi occidentali richiedono ora che, anche se la Grecia lascia la zona euro – e questo è un grande “se” – dovrebbe restare ancora ancorata nell’Unione europea e nella NATO. Che la Grecia abbandoni l’euro o meno, dovrà affrontare anni di severa austerità economica. Il che implica, data la sua posizione geografica, un orientamento politico della Grecia che non dovrebbe mai essere dato per scontato.”
I timori di un riallineamento di Atene che potrebbe discostarla dalla sua tradizionale attenzione per le potenze europee occidentali e gli Stati Uniti, sono alimentati dalla presenza sempre più importante della Russia e della Cina nella regione. Il coinvolgimento della Cina nell’economia greca, è cresciuto in modo significativo dall’inizio della crisi economica. Nel 2010, Pechino ha investito molto nella riabilitazione del porto commerciale del Pireo, vicino ad Atene. In un recente incontro per commemorare il 40° anniversario dello stabilimento delle relazioni tra Pechino e Atene, il presidente greco, Karolos Papoulias, aveva osservato che il commercio annuale tra la Grecia e la Cina aveva raggiunto i 3 miliardi di dollari. Riferendosi ad un ampio partenariato strategico firmato dai due paesi nel 2006, e che organizza la cooperazione in una serie di importanti settori economici, Papoulias ha commentato: “Penso che negli anni precedenti puntino ad una diversificazione delle nostre relazioni, nei prossimi anni.”
La Russia ha rafforzato nel frattempo il suo ruolo nella regione, facendo accordi con Cipro. Nel 2011, un prestito di 2,5 miliardi di euro (3,1 miliardi di dollari) a Nicosia, ha evitato che Cipro chiedesse un piano di salvataggio all’UE, questo paese è ancora esposto alla crisi greca, dei rapporti recenti lasciano supporre che Cipro potrebbe essere in colloqui con Mosca per un nuovo prestito di circa 5 miliardi di dollari – un quarto del suo PIL. La compagnia petrolifera e gasifera russa Gazprom ha una presenza significativa nel settore energetico greco, e Atene sta lottando per onorare il debito assai elevato verso l’azienda. Kaplan ha attirato l’attenzione su ciò che vede come un’opportunità per accrescere l’impegno della Russia, notando che “Sono stati menzionati sui media l’illiquidità della Grecia e il surplus della Russia, se i russi venissero espulsi dai porti siriani, dopo un cambio di regime, Mosca potrebbe trovare un modo per utilizzare le strutture portuali greche.” Queste tensioni economiche sono aggravate dalla posizione strategica della Grecia nel Mediterraneo orientale e vicino al Medio Oriente.
Come ha osservato in una recente analisi Vassilis Fouskas, professore di relazioni internazionali presso l’Università di Richmond a Londra, “La Grecia, per esempio, in virtù della sua posizione nel Mar Egeo, ha il potere di bloccare l’Egeo (commercio, linee di comunicazione, vie marittime, trasporto aereo, ecc), causando il caos nel traffico commerciale attraverso gli stretti turchi, interrompendo i progetti degli oleodotti, e minando la sicurezza della NATO e dell’UE nella regione […] Non inganniamoci: se la Grecia si arrabbia, vale a dire se la società e la politica interna greche saranno spinte da potenze esterne, vale a dire dalla “Troika”, a compiere atti di disperazione, questa ipotesi non è così improbabile.”
Ci sono molti punti caldi che potrebbero destabilizzare la regione. I problemi economici di Cipro potrebbero causare un aumento della tensione tra la Grecia e la Turchia verso l’isola divisa in due, attirando le grandi potenze. La decisione della Turchia di cambiare il nome della metà settentrionale dell’isola di Cipro in Repubblica Turca di Cipro, è stata interpretata come una dichiarazione delle sue intenzioni di unire tutta l’isola sotto il suo controllo. I vecchi conflitti territoriali tra Grecia e Turchia hanno ripreso intensità con la scoperta di grandi quantità di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale. Alla fine del 2010, il governo di Atene ha iniziato ad investire nell’esplorazione petrolifera, e le ultime stime indicano che oltre 4 miliardi di barili di petrolio si trovano nel nord del Mar Egeo e almeno 22 miliardi di barili nel Mar Ionio, al largo della costa occidentale della Grecia. Delle scoperte sono previste nel sud del Mar Egeo, che non è ancora stato esplorato.
La manna che apporterebbe il pieno sfruttamento di queste risorse non passa inosservata alle grandi potenze. Una parte dei termini del piano di salvataggio dello Stato greco da parte dell’UE e del FMI, dispone che Atene debba privatizzare ciò che resta del suo demanio pubblico, compresi i porti e le compagnie petrolifere. Ciò potrebbe aprire questo settore altamente redditizio agli investimenti stranieri, in particolare alle imprese statunitensi. Ciò è stato oggetto di una visita ad Atene della segretaria agli esteri Hillary Clinton, lo scorso luglio, durante il quale ha discusso il futuro sviluppo energetico con i funzionari governativi. Dopo tali negoziati, il governo greco ha rivelato la creazione di un ente governativo per la gestione dei permessi di ricerca e dei diritti di perforazione ai gruppi internazionali.
Secondo l’analista William Engdahl, i politici greci erano stati posti sotto pressione da Clinton e dai suoi consiglieri, per abbandonare tutti i piani di collaborazione con la russa Gazprom per la costruzione del gasdotto‘Sud’, che deve passare attraverso il Mediterraneo orientale e rifornire il mercato europeo. Nel 2007, Atene aveva firmato un accordo con la Bulgaria e la Russia per la sua costruzione, bypassando la Turchia. E’ attualmente previsto d’iniziarne la costruzione nel dicembre 2012. Washington ha da tempo avanzato la sua proposta, quella del trasporto del gas da Baku attraverso la Georgia e il porto turco di Ceyhan, in modo che queste risorse siano al di là del controllo russo. Nel corso della riunione del luglio scorso, Clinton avrebbe esortato i politici greci a raggiunger un accordo con la Turchia sulla questione dello sfruttamento in comune dei giacimenti di gas e petrolio nella regione.
La proposta affronta il problema delle relazioni tese tra Grecia e Turchia. Il controllo del Mar Egeo è stato a lungo il pomo della discordia tra Atene e Ankara. Le proposte greche per istituire una zona economica esclusiva (ZEE), di cui Atene sostiene di avere il diritto di formare, secondo i termini del trattato delle Nazioni Unite, si trovarono di fronte all’irricevibilità della Turchia. I rappresentanti di Ankara hanno dichiarato che qualsiasi tentativo di Atene di estendere la sua autorità nel Mar Egeo, per una ZEE, sarebbe considerato un atto di guerra. Ad aprile, abbiamo appreso che la Turchia aveva deciso il 16 marzo di concedere delle licenze di esplorazione petrolifere e gasifere a sud delle isole di Rodi e Kastelorizo, che la Grecia ritiene essere sue acque territoriali.
Ci sono sentimenti sempre più forti in tutto il mondo politico greco, a favore di un’azione unilaterale a dispetto delle minacce turche. Durante la campagna elettorale, il leader di SYRIZA (Coalizione della Sinistra Radicale) Alexis Tsipras, ha indicato il suo pieno sostegno alla creazione di una ZEE nel Mar Egeo. Ha detto in una riunione con gli ambasciatori dei paesi del G20, che la Grecia ha “il diritto inalienabile” di stabilire una ZEE nel Mar Egeo, per iniziare “lo sfruttamento della ricchezza sottomarina della zona.” Evangelos Kouloumbis, ex ministro dell’industria, ha espressamente designato la Turchia come uno dei principali ostacoli, quando ha commentato all’inizio di quest’anno, che la Grecia possa soddisfare “il 50 per cento del suo fabbisogno, con il petrolio che si trova nei giacimenti off-shore nel Mar Egeo, e l’unico ostacolo a ciò è l’opposizione turca a un possibile sfruttamento da parte greca.
In aggiunta ai benefici economici enormi che una tale impresa potrebbe portare, il rafforzamento delle tensioni nazionaliste con la Turchia è un obiettivo politico fondamentale per la classe dominante greca. In condizioni di collasso sociale, accusare la Turchia e pararsi dietro la bandiera nazionale, permette di creare un diversivo a buon mercato alle misure di austerità devastanti applicate contro la classe operaia.

 

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L’era post-statunitense

Alla fine del XX.mo secolo, la buona notizia sarebbe stata il crollo dell’URSS come impero che imponeva la sua legge all’Europa centrale, e la cattiva sarebbe stata la sopravvivenza degli Stati Uniti come impero che impone la sua legge su Europa Occidentale, America Latina e altre parti del mondo. La rinascita della Russia e l’ascesa della Cina portano inesorabilmente all’invenzione di un nuovo ordine internazionale, in cui l’anacronistico impero degli Stati Uniti dovrà scomparire. Pertanto, gli strateghi stanno discutendo il modo di limitare gli scontri inerenti ai periodi di transizione. Per il dottor Imad Shuebi, i nuovi leader del mondo, Beijing e Mosca, agiscono con cautela per evitare una guerra mondiale, ma si aspettano dei sanguinosi conflitti regionali.

di Imad Fawzi Shueibi

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Parlare di era post-statunitense, oggi, non è più un pio desiderio o un semplice punto di vista politico. Quando ne ho scritto nel 1991, nel mio libro Le Nouvel Ordre Politique Mondial, era una sorta di analisi prospettica, era impossibile credervi in quel momento. L’incredulità risultava dai fenomeni noti in epistemologia come ostacolo della conoscenza comune o resistenza al cambiamento.

Al momento, il mio pensiero costituiva una rottura epistemologica, che in seguito venne denominata da Nassim Nicholas Taleb con il termine “teoria del cigno nero” o “pensiero laterale” [1]. Ho richiamato l’attenzione sul fatto che, e ne è sempre il caso, le grandi potenze non muoiono nei loro letti. Il pericolo rappresentato dalla morte di questi stati, risiede sia nel fatto che possiedono armi nucleari e sia in un’importante responsabilità storica e strategica. Queste cose non passano. Rimangono nel profondo delle loro coscienze e dei loro ricordi.

I funzionari cinesi e russi non l’hanno mai nascosto, e non si trattava più di eccesso di franchezza, contrariamente a quanto scrive Zbigniew Brzezinski, quando giunsero alla conclusione che l’emergere di Russia e Cina e il declino degli Stati Uniti erano inevitabili, ma che non dovrebbero essere troppo bruschi [2] .Per le grandi potenze, la rottura non è un’opzione. Possono fallire, ma non crollare. In realtà, tali potenze non possono che essere dissolte.

Zbigniew Brzezinski è d’accordo, ma ritiene improbabile che il mondo sia dominato da un unico successore, nemmeno la Cina, e su ciò siamo per ora d’accordo, allo stesso modo siamo d’accordo che la fase del disordine mondiale e dell’incertezza internazionale sia peggiorata a tal punto, nel 2011, che adesso minaccia un caos terribile. Gli statunitensi, come i cinesi e i russi, temono una simile prospettiva, ma per alcuni Stati avventurieri come la Francia e alcuni altri paesi del Medio Oriente, la prospettiva di perdere il proprio status di potenza regionale solleva i timori di un aumento del rischio di destabilizzazione. Le potenze forti temono il caos, mentre le potenze deboli a volte si basano su di esso per infastidire quelle forti, nella speranza di respingerle dalla scena internazionale con perdite minime.

Significativamente, il passaggio verso un nuovo ordine internazionale si è accelerato nel corso del 2011 e del 2012, poiché non vi è stato che un breve intervallo di tempo dall’annuncio di Putin sulla fine dell’unipolarismo, aggiungendo che le potenze emergenti non sono ancora pronte a prendere il testimone, nella sua dichiarazione in occasione del vertice dei BRICS sulla formazione di una nuova economia e nuovo sistema bancario (la Banca BRICS) [3]. Non solo l’innalzamento del tono di Russia e Cina ha portato a due doppi veti, ma ha anche dato a esse un ruolo guida nelle dinamiche attuali del Mediterraneo orientale, il che significa inequivocabilmente sia la fine della della storia statunitense nella regione, che l’incapacità corrente delle diverse parti nel rivendicare una qualsiasi nuova ripartizione.

La dichiarazione di Obama nei primi mesi del 2012, sulla nuova strategia statunitense che si annunciava “vigile e attenta verso il Mediterraneo orientale“, sembrava il riconoscimento del nuovo equilibrio di potere nella regione, insieme all’armamento del vicinato immediato della Cina. Inoltre, le dichiarazioni di Hillary Clinton dall’Australia, sono apparse come un prolungamento di questi propositi su un confronto con la Cina, alla quale quest’ultima si accontentò di rispondere: “Nessuno può impedire al sole cinese di sorgere“.

A causa di queste diverse dichiarazioni statunitensi, la Cina non ha atteso il 2016 per dimostrare la sua nuova potenza. Invece, si è affretta a dichiararsi a favore di un ordine multipolare, riprendendo i termini russi, visto come un ordine internazionale basato su due pilastri attorno ai quali ciascuno dei multipli poli orbiterebbe. Ma il loro asse sarebbe ascendente, mentre l’altro sarebbe in caduta.

E’ diventato chiaro che il peggioramento del conflitto ha profondamente scosso la diplomazia degli Stati Uniti, tanto che furono costretti, nell’aprile 2012, a suonare la ritirata, anche se solo verbalmente, e di chiarire che non vi era alcuna guerra fredda con la Cina. Ciò a seguito di un incontro tra il premier cinese e Kofi Annan. Fu annunciato all’inviato delle Nazioni Unite e della Lega Araba, che Cina e Russia erano ormai le prime potenze, rispettivamente al primo e secondo posto, e che era costretto a coordinarsi con esse. Annan stesso, come testimonia il mondo unipolare dal 1991 agli inizi del 21.mo secolo, aveva dovuto anche assistere alla rovina di questo mondo ed ammettere che la questione del Mediterraneo orientale era una questione di Mosca e Beijing.

Washington è appena uscita da un intero decennio di guerre, un periodo che assomiglia alla corsa agli armamenti con l’URSS, nota come “Star Wars“, che insieme ad altri fattori critici, ha esaurito gli Stati Uniti trasformandoli in una nazione sull’orlo della bancarotta. Ciò li ha indotti ad annunciare un riposizionamento verso la periferia della Cina, nel tentativo di svolgere un ruolo nella regione Indo-Pacifica. Ma hanno ritrattato le loro affermazioni, in modo tale da suggerire agli osservatori che questo stato ha già perso la sua aura di superpotenza. E’ un fatto che quando una potenza minaccia l’uso di una forza, di cui sono dotate solo le superpotenze, perde i due terzi della sua forza.

Il mondo sta cambiando. Stiamo assistendo proprio alla cristallizzazione del Nuovo Ordine Internazionale, la cui formazione era stata rinviata dal crollo dell’Unione Sovietica, ma la maturazione si è accelerata, anche se le nuove potenze non sono ancora del tutto pronte a questo. L’accelerazione degli eventi in Medio Oriente ha costretto questi nuovi giocatori a partecipare al gioco a ritmo forzato. Tuttavia, le conseguenze dell’emersione delle nuove potenze e del declino di quelle, come gli Stati Uniti, che una volta erano leader mondiali, appariranno a breve. Queste si materializzeranno come sanguinose battaglie che non potranno essere risolte che solo dopo che il nuovo ordine internazionale sia stato stabilito, e con il consenso dei diversi attori, secondo il nuovo status di ciascuno.

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Il sistema di sfruttamento occidentale non funziona più

Intervista al movimento russo eurasiatico.
Alexandre Latsa

La caduta dell’Unione Sovietica ha portato alla fine del sistema di relazioni internazionali di Jalta e al trionfo dell’egemonia statunitense. La conseguenza è stato il passaggio da un un mondo bipolare a uno unipolare. Tuttavia alcuni analisti parlano di un possibile ritorno a un mondo bipolare. Come considerate tale possibilità? C’è la possibilità che una potenza emergente sfidi l’egemonia degli Stati Uniti?

Il crollo dell’Unione Sovietica ha infatti portato direttamente al dominio statunitense negli affari mondiali. Quando Bush senior ha proclamato il nuovo ordine mondiale dalle sabbie dell’Iraq, molti (nel mondo occidentale) hanno anche pensato che sarebbe stato così per sempre, che la storia delle idee si sarebbe fermata e che il mondo sarebbe perciò sempre rimasto sotto il dominio statunitense. Vediamo oggi che si sbagliavano, e ci sono voluti solo dieci anni affinché la storia si riprendesse i suoi diritti, trascinando gli USA nelle guerre che ne accelerano il declino, mentre paradossalmente avrebbero dovuto stabilirne il dominio. Durante lo stesso decennio, la Russia si è ripresa dalle sue ceneri ed è tornata ad essere una potenza regionale forte. Un potenza che ha delle visioni di dominio in Eurasia, come ha martellato Vladimir Putin durante il suo primo discorso presidenziale del 7 maggio 2012. Si parla molto del confronto Russia /USA dall’inizio di questo secolo, ma questi paesi non saranno probabilmente mai i principali attori chiave del mondo di domani, come gli USA e l’URSS lo furono nel mondo di ieri. E’ logico che oggi la Cina sia puntata dagli strateghi statunitensi come principale avversario, perché è la Cina che rischia di diventare la maggiore potenza mondiale nel corso di questo secolo, sia economicamente, che finanziariamente, per popolazione e forse anche militarmente. E’ la Cina che dovrebbe quindi diventare il più grande concorrente degli USA in declino, e se non si fa nulla, il mondo di domani sarà scandito dalla contrapposizione Cina/USA. Leggi il resto dell’articolo

CINA: LA TIGRE DI CARTA CHE FA DA ALIBI AL FILOAMERICANISMO

La compagine ministeriale di Mario Monti si sta sempre più caratterizzando come un quarto governo Berlusconi, assumendo gli stessi tratti di scompostezza e di cialtroneria della precedente esperienza governativa. C’era chi si illudeva che il nuovo Presidente del Consiglio potesse almeno evitare all’Italia le figuracce a livello internazionale elargite a piene mani nell’epoca berlusconiana, ma ha dovuto ricredersi dopo il viaggio di Monti in Asia.
Il Monti cinese ha alternato gli atteggiamenti da accattone con velleitari sussulti di autocelebrazione meramente personale, a scapito dell’immagine di un’Italia dipinta immancabilmente in modo denigratorio. Monti è apparso un continuatore del berlusconismo: una politica estera del cappello in mano e delle brache calate, insieme con un approccio comunicativo interamente distorto ai fini della propaganda interna. Resoconti di stampa tendenziosi hanno cercato poi di far credere che al governo cinese fregasse davvero qualcosa della questione della “riforma” dell’articolo 18, e che ciò potesse in qualche modo costituire un incentivo a quegli investimenti cinesi in Italia tanto invocati da Monti.
Tutta l’operazione mediatica dei giorni scorsi non ha fatto altro che rafforzare nell’opinione pubblica il mito della potenza economica emergente della Cina, ed il viaggio di Monti è servito ad enfatizzare l’immagine di un nuovo imperialismo economico di marca cinese a cui inchinarsi. Sembra la riedizione della politica estera – di berlusconiana memoria – del baciamano al falso potente di turno. La sensazione è invece che la potenza cinese emergente costituisca solo una tigre di carta, un mito gonfiato pretestuosamente in funzione di altri interessi.  Leggi il resto dell’articolo

La debacle in Siria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con 83 Stati e organizzazioni intergovernative rappresentati, la seconda conferenza degli “amici” della Siria è stato un successo mediatico. Ma questa messa in scena non riesce a nascondere la sconfitta della NATO e del GCC in Siria, incapace di rovesciare il regime dopo un anno di guerra a bassa intensità, e ora costretta ad allontanarsene davanti al fronte russo-sino-iraniano. Thierry Meyssan decifra questa strana conferenza diplomatica, in cui le parole sono state pronunciate non per di dire, ma per nascondere.

Il presidente Bashar al-Assad ha visitato Homs il 27 marzo 2012. Ha visitato il quartiere di Bab Amr dove i takfiristi siriani [1] e i combattenti stranieri avevano proclamato, per un mese, un emirato islamico indipendente. Ha assicurato i residenti sfollati che lo Stato avrebbe ricostruito le loro case “molto meglio di prima“, e che avrebbero potuto presto tornare a casa. Migliaia di persone, per lo più sunniti, erano state costrette a fuggire per evitare di cadere sotto la dittatura degli islamisti. In loro assenza, le case sono state saccheggiate e centinaia sono state fatte saltare dai ribelli, se non erano state distrutte dai combattimenti.
Bashar al-Assad, che rimane il capo di stato più popolare del mondo arabo, ha incontrato gli homsiti, ma ha rinunciato al tradizionale bagno di folla per la presenza sempre possibile di qualche terrorista isolato. Leggi il resto dell’articolo

Mosca e la formazione del Nuovo Sistema Mondiale

Imad Fawzi Shueibi esamina le ragioni e le conseguenze della recente posizione presa dalla Russia al Consiglio di Sicurezza. L’appoggio di Mosca alla Siria non è una posa ma il risultato di un’analisi approfondita dei mutevoli equilibri dei potere globali. La crisi in corso darà vita ad una nuova configurazione mondiale che dal modello unipolare, ereditato dopo il crollo dell’URSS, si evolverà gradualmente verso un sistema multipolare. Inevitabilmente, questa transizione coinvolgerà il mondo in un periodo di turbolenza geopolitica le cui ripercussioni vengono vagliate dall’autore.

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Alcuni scommettono che, come d’abitudine, avverrà un cambiamento nella posizione russa verso la regione araba, simile a quello che avvenne nel caso iracheno e in quello libico. Tuttavia, quest’ipotesi può essere esclusa da una profonda analisi della posizione russa, per le considerazioni che seguono. Sembra che la regressione russa non sia possibile nel mondo d’oggi, dato che Mosca vede negli attuali eventi, e nel confronto con l’Occidente, ossia con gli europei e gli statunitensi, un’opportunità per formare un nuovo ordine mondiale, che superi quello che ha prevalso nel periodo post-Guerra Fredda e dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Quest’ultimo, rappresentato dall’unipolarismo, ha si è spostato verso il non-polarismo dopo la guerra in Libano del 2006. Leggi il resto dell’articolo

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