Chi ci difende dalle atrocità

 

 

 

 

 

 

 

Chi dubitava che Barack Obama non meritasse il Premio Nobel per la pace, ora deve ricredersi. Il presidente ha annunciato la creazione dell’Atrocities Prevention Board, un apposito comitato della Casa Bianca per la «prevenzione delle atrocità». Lo presiede la sua ispiratrice, Samantha Power, assistente speciale del presidente e direttrice per i diritti umani al National Security Council, formato dai più importanti consiglieri di politica estera.

Nella scalata al potere (cui sembra predestinata dal suo cognome), la Power, aspirante segretaria di stato, ha sempre fatto leva sulla denuncia di presunte atrocità, attribuite a quelli che di volta in volta gli Usa bollano quali nemici numero uno. Sotto le ali del suo patron, il potente finanziere George Soros, la Power ha contribuito a elaborare la dottrina «Responsabilità di proteggere», che attribuisce agli Stati uniti e alleati il diritto di intervenire militarmente nei casi in cui, a loro insindacabile giudizio, si stiano per commettere «atrocità di massa». Con tale motivazione ufficiale, in specifico quella di proteggere la popolazione di Bengasi minacciata di sterminio dalle forze governative, il presidente Obama ha deciso l’anno scorso di fare guerra alla Libia.

Ora la dottrina viene istituzionalizzata con la creazione dell’Atrocities Prevention Board. Attraverso la Comunità di intelligence (formata dalla Cia e altre 16 agenzie federali), esso stabilisce quali sono i casi di «potenziali atrocità di massa e genocidi», allertando il presidente. Predispone quindi gli strumenti politici, economici e militari per la «prevenzione». In tale quadro, il Dipartimento della difesa sta sviluppando «ulteriori principi operativi, specifici per la prevenzione e la risposta alle atrocità». D’ora in poi sarà l’Atrocities Prevention Board a preparare il terreno a nuove guerre.

Ed è già al lavoro: di fronte alla «indicibile violenza cui è soggetto il popolo siriano, dobbiamo fare tutto ciò che possiamo», ha dichiarato il presidente Obama, sottolineando che, oggi come in passato, «la prevenzione delle atrocità di massa costituisce una fondamentale responsabilità morale per gli Stati uniti d’America».

Peccato che l’Atrocities Prevention Board sia stato creato solo ora. Altrimenti avrebbe potuto prevenire le atrocità di massa di cui è costellata la storia statunitense, a iniziare dal genocidio delle popolazioni autoctone nordamericane. Basti ricordare, limitandosi agli ultimi cinquant’anni, le guerre contro Vietnam, Cambogia, Libano, Somalia, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia; i colpi di stato orchestrati dagli Usa in Indonesia, Cile, Argentina, Salvador. Milioni di persone imprigionate, torturate e uccise. Per prevenire altre atrocità, l’Atrocities Prevention Board dovrebbe assicurare alla giustizia i responsabili, impuniti, delle torture e uccisioni ad Abu Ghraib, a Guantanamo e in decine di prigioni segrete della Cia. Dovrebbe anche acquisire agli atti i video con cui soldati Usa documentano, per divertirsi, l’uccisione di civili in Afghanistan  [1] , che il Pentagono ha cercato prima di occultare e poi di sminuire. Se li guardi bene Samantha Power, per capire che cosa è veramente una «atrocità di massa».

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L’Alcoa vola via sull’F-35

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di Manlio Dinucci

Ne è passato di tempo da quando gli operai avevano di fronte il padrone delle ferriere. Lo ignorano però i politici e sindacalisti che trattano la vicenda Alcoa solo come vertenza di lavoro, tacendo sulla reale identità della controparte. Che cos’è l’Aluminum Company of America?

Nata nel 1888 a Pittsburgh, è oggi leader mondiale nell’estrazione e raffinazione della bauxite e nella fabbricazione di alluminio e prodotti derivati. Gli Stati uniti hanno però poca bauxite, i cui giacimenti si concentrano in Sudamerica, Africa, Russia, Cina, Sud-Est asiatico e Australia. L’Alcoa ha quindi sempre cercato di accaparrarsi la materia prima, ovunque e comunque. La sua storia è perciò intessuta con quella dell’imperialismo Usa. Non a caso, dopo il colpo di stato orchestrato dalla Cia in Indonesia nel 1965, con il massacro di oltre un milione di persone, fu l’Alcoa a ottenere dal dittatore Suharto la più grossa fetta della bauxite indonesiana. Fu ancora l’Alcoa che, dopo il colpo di stato organizzato dalla Cia in Cile nel 1973, riottenne da Pinochet il controllo della bauxite, nazionalizzata da Allende. Non è neppure un caso che il presidente del Paraguay, l’ex vescovo Fernando Lugo, che voleva nazionalizzare le miniere di bauxite dell’Alcoa, sia stato destituito lo scorso giugno con un golpe bianco organizzato dalla Cia.

Il potere dell’Alcoa, che possiede oltre 200 impianti in 31 paesi di tutti i continenti, va ben oltre l’attività industriale. Come emerso da Wikileaks, dietro l’Alcoa ci sono le più forti oligarchie finanziarie Usa, dalla Citicorp alla Goldman Sachs (di cui Monti è stato consulente internazionale). C’è il complesso militare-industriale: l’Alcoa Defense, il cui fatturato è in forte crescita, fabbrica speciali leghe di alluminio per missili, droni, blindati, navi e aerei da guerra. Per i caccia F-35 produce elementi strutturali di primaria importanza (trasversali alla fusoliera in corrispondenza delle ali e interni alle ali).

In tale quadro di poteri forti è maturata la decisione strategica dell’Alcoa, dovuta a ragioni non solo economiche ma politico-militari: quella di realizzare in Arabia Saudita il più grande ed economico impianto integrato per la produzione di alluminio. Nel maxi impianto, che entrerà in funzione l’anno prossimo con energia e manodopera a basso costo formata in gran parte da immigrati, sarà trasferita anche la produzione Alcoa di Portovesme e forse di Fusina. Si conclude così l’operazione varata e perfezionata dai governi Dini, Prodi e D’Alema. Nel 1996 l’Italia cedette all’Alcoa il gruppo Alumix a partecipazione statale, base dell’industria nazionale dell’alluminio, quindi le fornì tramite l’Enel energia elettrica a prezzi fortemente scontati.

Tale agevolazione, concessa tramite rimborsi anche dai successivi governi (Amato, Prodi e Berlusconi), è stata pagata dagli utenti italiani con un aggravio delle bollette per miliardi di euro, finiti nelle casse dell’Alcoa. Spremuto il limone, l’Alcoa se ne va. Lasciandosi alle spalle non solo lavoratori sul lastrico, ma danni ambientali e sanitari provocati da emissioni chimiche e rifiuti di lavorazione, che richiedono altri esborsi di denaro pubblico.

Non tutto è perduto però: l’alluminio Alcoa tornerà in Italia. Dentro gli F-35, che ci costeranno altri miliardi di euro.

 

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I vertici di Avaaz si fanno vivi.

I vertici di Avaaz si fanno vivi. Incontriamo il misterioso mondo dei cibergabibbo

Questa volta interviene con un messaggio sia a me che al curatore del blog Io Non Sto Con Oriana, un certo signor Oliver MacColl, di mestiere “Direttore di campagne –Avaaz.org“. Insomma, i cibergabibbo di cui ci stiamo occupando da alcuni giorni.

La lettera la potete leggere per intero sul blog di Io Non Sto Con Oriana.

Come al solito, prima di rispondere vado su Google a vedere chi è il signor che mi scrive.

Prima di tutto, scopro che Oliver MacColl si è formato in una scuola davvero particolare, che si chiama Camp Obama.

Camp Obama è una sorta di macchina per sfornare volontari e sostenitori dell’attuale presidente degli Stati Uniti, che in rapide sessioni di training, basate su un manuale di  80 pagine (che non riesco a trovare in rete) imparano come trasformarsi in “team coordinator, data coordinator, volunteer coordinator, voter-registration and voter-contact coordinator, and house-meeting coordinator”.

Camp Obama è stato creato da due persone: lo storico “attivista” Marshall Ganz e la psicologa Ruth Wageman.

La signora Ruth Wageman è una dirigente dell’IGA Coca-Cola Institute, organismo che si definisce con fantastica spudoratezza una “people development organization“.

Mi si apre così uno spiraglio su un nuovo mondo, che non avrò mai il tempo di esplorare – quello del lavoro della Coca Cola per trasformare i propri rivenditori in un nuovo ceto dirigente politico e imprenditoriale.

La signora Wageman è anche direttore delle ricerche del Hay Group, una “global human resources consulting firm” che si dedica a formare “Leadership & Talent On Demand” per le grandi imprese, utilizzando la teoria della “intelligenza emotiva“.

E qui ci piacerebbe perderci nell’esplorazione del rapporto tra l’industria psicoterapeutica, i tentativi di manipolazione sociale su grande scala e le trasformazioni del capitalismo, ma non ne abbiamo tempo.

Torniamo al fatto che Marshall Ganz è passato a costituire Camp MoveOn  sul modello di Camp Obama. E MoveOn è stato fondato con un donativo di 2,5 milioni di dollari da parte di George Soros.

E Avaaz è il braccio internazionale di MoveOn, così ritorniamo in tema.

Anzi, facciamo prima un’altra deviazione, perché dal Camp Obama, il nostro gentile interlocutore, il signor Oliver MacColl, è passato al ruolo di  Manager of Offline Strategy  per l’organizzazione australiana GetUp!, che vanta centinaia di migliaia di membri che in realtà sono semplicemente incauti firmatari di petizioni in rete. Proprio come Avaaz.[1]

Anzi, GetUp! è una sorta di gemello di Avaaz, visto che entrambi sono stati prodotti da MoveOn.

I fondatori e i primi consulenti ufficiali di GetUp! formano un gruppo davvero difficile da definire:

– David Madden, ex-consulente della Banca Mondiale e confondatore di Avaaz;

– Jeremy Heimans, già della McKinsey & Company, che si vanta di essere una delle prime società di consulenza imprenditoriale al mondo; Heimans sostiene di essere stato nominato un “Young Global Leader” dal Forum economico mondiale di Davos ed è un cofondatore di Avaaz (ancora!)

– Brett Solomon, già coordinatore di Amnesty International per l’Australia;

– Anthony (Tony) Lake, ex-console a Saigon durante la guerra in Vietnam, scelto da Clinton come direttore della CIA (ma la nomina fu ritirata a causa dell’opposizione repubblicana), cofondatore della società Intellibridge che si occupava di “analisi strategica” e di sicurezza;

– Don Mercer, presidente non esecutivo della Newcrest Mining, una delle più grandi aziende del mondo nel campo delle miniere d’oro e di rame, particolarmente attivo in Indonesia; presidente del ramo australiano della più grande azienda mondiale per la produzione di gas, Air Liquide, ex-amministratore delegato della Banca ANZ e della Orica Limited, la multinazionale leader nel settore della produzione di esplosivi per miniere e scavi;

– John Hewson, politico liberale, ex-direttore della banca privata Macquarie Bank e dell’ITT, azienda di telecomunicazioni che opera con il ministero della difesa, ex-direttore della finanziaria Elderslie Group, oggi presidente di un’importante società di assicurazioni. E uno dei pochi australiani a far parte della Commissione Trilaterale;

– Leon Sigmund Fuerth, che secondo Wikipedia svolgerebbe il mestiere di “risorsa di intelligenza strategica” ed è stato consigliere nazionale per la sicurezza per il vicepresidente degli Stati Uniti. Oggi, con ampi finanziamenti dalla Fondazione Rockefeller, dirige Forward Engagement, un think tank che si occupa di “configurare” il sistema di governo degli Stati Uniti alle complesse sfide future.

Sono troppo lontano da simili mondi per pretendere di capire cosa significhi tutto ciò (Mercer e Hewson pare che abbiano lasciato in silenzio il movimento); ne prendo semplicemente atto.

Curiose le finanze di GetUp!

Gruppo rigorosamente “not for profit”, nel 2007, secondo il fisco australiano, incassano 3,4 milioni di dollari, presumo australiani.

Spendono 1,2 milioni in “spese politiche”. Insomma, nelle attività per cui si presume che i donatori li abbiano finanziati.

Spendono ben 1 milione in “stipendi”.

1,2 milioni non si sa bene dove siano andati a finire.

A un certo punto, sia Brett Solomon che Oliver MacColl sono passati da GetUp! ad Avaaz.

Poi Brett Solomon è passato a fondare Accessnow.org, un altro sito/movimento che si propone di “cambiare l’intero futuro del Medio Oriente“.

Almeno a una prima occhiata, non è chiaro chi siano i dirigenti di Access Now; c’è però unAdvisory Board  ben pubblicizzato.

E su quel board, ci sono Ricken Patel, fondatore di Avaaz, ed Eli Pariser, fondatore di MoveOn.

E per chi dice che la rete è neutrale, c’è Andrew MacLaughlin, vicepresidente di Tumblr; Chris Hughes, cofondatore di  Facebook e direttore della campagna online di Obama; Joe Rospars, responsabile della campagna di Obama nel 2008.

Lo so che è complicato, ma capirete almeno come un messaggio personale del signor Oliver MacColl, che frequenta tanto mondo, sia un onore inatteso per un traduttore di manuali tecnici come me.

Nella prossima puntata, la mia risposta al signor Oliver MacColl.

Nota:

[1]  non si sa bene se in successione o contemporaneamente, sembra che Oliver MacColl abbia anche svolto incarichi nell’organizzazione californiana Change.org (il sito di “petizioni a pagamento” cui Avaaz ci aveva invitato a rivolgerci) e al Global Call for Action Against Poverty (GCAP) canadese.

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La battaglia di Damasco è iniziata

Le potenze occidentali e del Golfo hanno lanciato la più grande operazione di guerra segreta dai tempi dei Contras in Nicaragua. La battaglia di Damasco non è destinata a rovesciare il presidente Bashar al-Assad, ma a spezzare l’esercito siriano per meglio assicurare il dominio di Israele e degli Stati Uniti in Medio Oriente. Mentre la città si sta preparando a un nuovo assalto dei mercenari stranieri, Thierry Meyssan traccia il punto della situazione.


Da cinque giorni Washington e Parigi hanno lanciato l’operazione “Vulcano di Damasco, e terremoto in Siria.” Non è una nuova campagna di bombardamenti aerei, ma un’operazione militare segreta, simile a quella utilizzata ai tempi di Reagan in America Centrale.
40-60000 Contras, soprattutto libici, sono arrivati in pochi giorni nel paese, il più delle volte dal confine giordano. La maggior parte di loro sono aggregati all’esercito libero “siriano”, struttura paravento delle operazioni segrete della NATO, posta sotto il comando turco. Alcuni sono affiliati a gruppi di fanatici, tra cui al-Qaida, posti sotto il comando del Qatar o della fazione della famiglia reale saudita dei Sudeiri. Tra l’altro, hanno preso alcuni posti di frontiera, e poi si sono trasferiti nella capitale, dove hanno seminato confusione attaccando dei bersagli casuali che trovavano: gruppi di poliziotti o militari isolati.
Mercoledì mattina, una esplosione ha distrutto il quartier generale della Sicurezza Nazionale, dove si incontravano alcuni membri del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Avrebbe ucciso il Generale Daoud Rajha (Ministro della Difesa), il Generale Assef Shawkat (Viceministro) e il Generale Hassan Turkmani (sostituto Vicepresidente della Repubblica). Le modalità  dell’operazione rimangono incerte: potrebbe essere stato un attentatore suicida o il lancio da un drone stealth.
Washington spera che la decapitazione parziale dell’apparato militare induca alcuni alti ufficiali a disertare con le loro unità, o addirittura a rivoltarsi contro il governo civile. Non è accaduto nulla. Il presidente Bashar al-Assad ha immediatamente firmato i decreti di nomina dei loro successori e la continuità dello Stato è stata garantita impeccabilmente. Leggi il resto dell’articolo

L’intelligence USA alla testa dell’”opposizione” siriana, il ruolo del Bilderberg e del CFR

In un articolo del 12 luglio per la rubrica “Comment is Free” del Guardian, Charlie Skelton poneva la domanda fondamentale che i media di tutto il mondo non vogliono sentirsi chiedere.
The Syrian opposition: who’s doing the talking?” è una denuncia devastante delle intime connessioni tra l’opposizione siriana e i servizi d’intelligence statunitensi, britannici e francesi, assieme ai vertici neo-con degli Stati Uniti. Traccia la formazione del Consiglio nazionale siriano e la nomina della sua dirigenza, e dei principali piani a lungo termine, ben finanziati, per il cambiamento di regime in Siria, e più in generale in Medio Oriente. Questi piani risalgono almeno al 2005, e sono stati finanziati da Washington nel tentativo di assicurarsi il controllo politico della regione ricca di petrolio.
Skelton non tenta di essere esaustivo. Si concentra su alcuni dei membri più di spicco del CNS e identifica alcuni dei sostenitori più accaniti dell’intervento militare, come se fossero pagati quali rappresentanti delle potenze occidentali. Tra coloro che abitualmente vengono citati come “portavoce ufficiale” o “attivista pro-democrazia”, vi è l’accademica siriana di Parigi Bassma Kodmani, un membro dell’ufficio esecutivo e responsabile della politica estera del CNS.
Kodmani è un’assidua visitatrice alle conferenze del gruppo Bilderberg, un’organizzazione di alte figure politiche dedita a rafforzare i legami tra l’imperialismo statunitense ed europeo, e per garantire i loro interessi collettivi globali sotto la bandiera della promozione dell’”atlantismo”. Nel 2005 ha lavorato per la Fondazione Ford a Cairo. Quell’anno ha visto un marcato deterioramento delle relazioni USA-Siria, con il presidente George W. Bush che contemplava un intervento militare contro Damasco, assieme a Israele. A settembre, Kodmani divenne direttrice esecutiva della Arab Reform Initiative, finanziata dal Council on Foreign Relations e dal suo programma US/Middle East presieduto dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale, generale Brent Scowcroft. Il “controllo finanziario” del progetto fu dato al Centre for European Reform (CER), un think-tank britannico guidato da Lord Kerr, vice presidente della Royal Dutch Shell. Kodmani è anche membro del Consiglio europeo per le Relazioni Estere, operando come direttrice esecutiva della sua Arab Reform Initiative.
Radwan Ziadeh, direttore delle relazioni estere del CNS, è senior fellow presso l’US Institute of Peace e ha firmato una lettera che chiedeva l’intervento militare degli Stati Uniti a fianco dell’ex capo della CIA James Woolsey, Karl Rove e altri importanti neo-con. Ha agito come intermediario tra la Casa Bianca e l’opposizione siriana dal 2005. Najib Ghadbian, un docente dell’Università dell’Arkansas, è membro della segreteria generale del CNS e fa parte del comitato consultivo del Syrian Centre for Political and Strategic Studies di Washington, insieme a Ziadeh. Ausama Monajed del CNS è il fondatore di Barada Television, una emittente satellitare pro-opposizione ed ex “direttore delle pubbliche relazioni del Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo di Londra” (MJD). Entrambi sono massicciamente finanziati dal Dipartimento di Stato statunitense, secondo WikiLeaks.
Skelton cita alcune delle molte centinaia di milioni di dollari confluiti all’opposizione siriana dagli Stati Uniti e dagli Stati del Golfo. Tra i servizi di Monajed a Washington vi era la pubblicazione di una dichiarazione politica ufficiale del CNS, un documento redatto da Michael Weiss della Henry Jackson Society, che chiede l’intervento in Siria. La società è supportata dai vertici neo-conservatori come William Kristol e Richard Perle. Leggi il resto dell’articolo

La Storia segreta di Washington con i Fratelli Musulmani

Mentre gli uomini forti del Nord Africa e del Medio Oriente sostenuti dagli USA vengono rovesciati o scossi dalle proteste popolari, Washington è alle prese con una fondamentale questione di politica estera: come affrontare la potente ma opaca Fratellanza musulmana. In Egitto, la Fratellanza ha assunto un ruolo sempre più forte nelle proteste, rilasciando una dichiarazione che invocava le immediate dimissioni di Mubarak. E anche se è tutt’altro che chiaro il ruolo che la Fratellanza avrebbe se Mubarak dovesse dimettersi, il presidente egiziano ha dichiarato che lascerà. In ogni caso, è probabile che il movimento sarà un giocatore importante in un qualsiasi governo di transizione.
Giornalisti e opinionisti stanno già pesando i punti di forza e i pericoli di questo movimento islamista vecchio di 83 anni, le cui varie sedi nazionali sono la forza di opposizione più potente in quasi tutti questi paesi. Alcuni si chiedono come la Fratellanza tratterà con Israele, o se ha davvero rinunciato alla violenza. Molti, tra cui l’amministrazione Obama, sembrano pensare che sia un movimento con cui l’occidente può fare accordi, anche se la Casa Bianca nega contatti formali.
Se questa discussione evoca un senso di déjà vu, è perché nel corso degli ultimi sessant’anni ciò è già accaduto molte volte, con risultati quasi identici. Dagli anni ’50, gli Stati Uniti hanno segretamente stretto alleanze con i Fratelli e le loro propaggini su temi diversi, come la lotta contro il comunismo e appassire le tensioni tra i musulmani europei. E se guardiamo alla storia, possiamo vedere uno schema familiare: ogni volta che i leader statunitensi hanno deciso che la Fratellanza potesse essere utile e hanno cercato di piegarla agli obiettivi degli USA, è stata anche la volta, forse non a caso, che l’unica parte che ne ha chiaramente beneficiato sia stata la Fratellanza stessa.
Come possono gli statunitensi non essere a conoscenza di questa storia? Grazie a una miscela di illusioni e ossessione nazionale del segreto, che ha avvolto gli estesi rapporti del governo degli Stati Uniti con la Fratellanza.
Pensate al Presidente Eisenhower. Nel 1953, l’anno prima che la Confraternita venisse messa fuori legge da Nasser, un programma segreto di propaganda degli Stati Uniti, guidato dall’US Information Agency, aveva portato oltre tre dozzine di studiosi e leader locali islamici, per lo più dei paesi musulmani, in quello che ufficialmente era stata una conferenza accademica all’Università di Princeton. La vera ragione dietro l’incontro fu un tentativo di impressionare i visitatori con la forza spirituale e morale degli Stati Uniti, poiché si pensava che potessero influenzare l’opinione popolare musulmana meglio dei loro ossificati governanti. L’obiettivo finale era promuovere un programma anticomunista in questi paesi di recente indipendenza, molti dei quali erano a maggioranza musulmana.
Uno dei leader, secondo il libretto degli appuntamenti di Eisenhower, era “L’Onorevole Saeed Ramahdan, Delegato dei Fratelli musulmani“.*  La persona in questione (nella romanizzazione standard, Said Ramadan), era il genero del fondatore della Fratellanza, e all’epoca indicato ampiamente come facente parte del gruppo del “ministro degli esteri.” (Era anche il padre del controverso studioso islamico svizzero Tariq Ramadan .)
I funzionari di Eisenhower sapevano cosa stavano facendo. Nella battaglia contro il comunismo, hanno capito che la religione era una forza che gli Stati Uniti avrebbero potuto usare, l’Unione Sovietica era atea, mentre gli Stati Uniti sostenevano la libertà religiosa. Le analisi della Central Intelligence Agency su Said Ramadan erano piuttosto brutali, definendolo un “falangista” e un “fascista interessato al raggruppamento di individui per il potere.” Ma la Casa Bianca andò avanti e lo invitò comunque. Leggi il resto dell’articolo

L’arte della guerra: Chi ci difende dalle atrocità

Di Manlio Dinucci

Chi dubitava che Barack Obama non meritasse il Premio Nobel per la pace, ora deve ricredersi. Il presidente ha annunciato la creazione dell’Atrocities Prevention Board, un apposito comitato della Casa Bianca per la «prevenzione delle atrocità». Lo presiede la sua ispiratrice, Samantha Power, assistente speciale del presidente e direttrice per i diritti umani al National Security Council, formato dai più importanti consiglieri di politica estera. Nella scalata al potere (cui sembra predestinata dal suo cognome), la Power, aspirante segretaria di stato, ha sempre fatto leva sulla denuncia di presunte atrocità, attribuite a quelli che di volta in volta gli Usa bollano quali nemici numero uno. Sotto le ali del suo patron, il potente finanziere George Soros, la Power ha contribuito a elaborare la dottrina «Responsabilità di proteggere», che attribuisce agli Stati uniti e alleati il diritto di intervenire militarmente nei casi in cui, a loro insindacabile giudizio, si stiano per commettere «atrocità di massa». Con tale motivazione ufficiale, in specifico quella di proteggere la popolazione di Bengasi minacciata di sterminio dalle forze governative, il presidente Obama ha deciso l’anno scorso di fare guerra alla Libia. Ora la dottrina viene istituzionalizzata con la creazione dell’Atrocities Prevention Board. Attraverso la Comunità di intelligence (formata dalla Cia e altre 16 agenzie federali), esso stabilisce quali sono i casi di «potenziali atrocità di massa e genocidi», allertando il presidente. Predispone quindi gli strumenti politici, economici e militari per la «prevenzione». In tale quadro, il Dipartimento della difesa sta sviluppando «ulteriori principi operativi, specifici per la prevenzione e la risposta alle atrocità». D’ora in poi sarà l’Atrocities Prevention Board a preparare il terreno a nuove guerre. Ed è già al lavoro: di fronte alla «indicibile violenza cui è soggetto il popolo siriano, dobbiamo fare tutto ciò che possiamo», ha dichiarato il presidente Obama, sottolineando che, oggi come in passato, «la prevenzione delle atrocità di massa costituisce una fondamentale responsabilità morale per gli Stati uniti d’America». Peccato che l’Atrocities Prevention Board sia stato creato solo ora. Altrimenti avrebbe potuto prevenire le atrocità di massa di cui è costellata la storia statunitense, a iniziare dal genocidio delle popolazioni autoctone nordamericane. Basti ricordare, limitandosi agli ultimi cinquant’anni, le guerre contro Vietnam, Cambogia, Libano, Somalia, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia; i colpi di stato orchestrati dagli Usa in Indonesia, Cile, Argentina, Salvador. Milioni di persone imprigionate, torturate e uccise. Per prevenire altre atrocità, l’Atrocities Prevention Board dovrebbe assicurare alla giustizia i responsabili, impuniti, delle torture e uccisioni ad Abu Ghraib, a Guantanamo e in decine di prigioni segrete della Cia. Dovrebbe anche acquisire agli atti i video con cui soldati Usa documentano, per divertirsi, l’uccisione di civili in Afghanistan*, che il Pentagono ha cercato prima di occultare e poi di sminuire. Se li guardi bene Samantha Power, per capire che cosa è veramente una «atrocità di massa».

*V. http://www.rollingstone.com/politics/news/the-kill-team-20110327

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Al Qaeda e la coscienza umana

Di Micheal Chossudovsky

Prima parte: un discorso pubblico assilante e ripetitivo

C’è qualcosa d’ inquietante nella natura del discorso pubblico elaborato dopo l’11 settembre. In modo assilante, giornalmente, i mass media occidentali, le autorità governative, i membri del Congresso degli Stati Uniti, gli analisti di Wall Street, ecc, non smettono di riferirsi ad Al Qaeda come la causa sottogiacente a numerosi avvenimenti mondiali. Avvenimenti importanti di natura politica, sociale o strategica- includendo le relazioni presidenziali statunitensi- si classificano quotidianamente in rapporto a Al Qaeda, il presunto architetto degli attacchi dell’11 settembre 2001.

 

 

 

 

 

 

Riunione di Ronald Reagan nel 1985 con i comandanti mujahadin afgani nella Casa Bianca (Reagan Archives)



Quello che appare più sorprendete è l’estensione della copertura da parte dei mass media su Al Qaeda, per non menzionare montagne di articoli d’opinione e “analisi” autorizzate concernenti “eventi terroristici” in diverse parti del mondo.

Gli ormai abitudinari riferimenti ai “fanatici” e ai “jihadisti” di Al Qaeda sono diventati- dalla prospettiva della notizia-  qualcosa di perenne. Sui dossier dei mass media ufficiali si dispiega tutto un rituale mondiale al riguardo. Al momento di scrivere queste linee (24 marzo 2012), alla frase “eventi  Al Qaeda” Google riportava 182 milioni di risultati  e 18.200 sui giornali. Leggi il resto dell’articolo

Il massacro della Gaza Flotilla è stata una False Flag turco-israeliana, in previsione della guerra alla Siria?

Il 31 maggio 2010, terroristi israeliani commisero un atroce atto di violenza che ebbe ripercusioni in tutto il mondo. Una cosa sorprendente per chi non ha familiarità con la storia di terrorismo, odio, sangue e omicidio d’Israele. Altri invece, come i palestinesi, che si ritrovano in intima familiarità con il modus operandi dell’entità sionista usurpatrice, non potevano che guardare senza sorpresa questo macabro ricordo di ciò che ‘Israele’ rappresenta.
Dopo il fatto, sono emerse delle informazioni potenzialmente esplosive, delle implicazioni che meritano una riflessione più attenta. Ci sono indicazioni che il massacro della flottiglia di Gaza dell’aprile 2010, sarebbe ben lungi dalla violenza di routine di Israele, ma una piuttosto una ben pianificata operazione, effettuata con la piena collaborazione del governo turco. Gli obiettivi dell’operazione erano molteplici, ma si pensa che l’assassinio a sangue freddo di quelle nove persone, in acque internazionali, fosse parte integrante della guerra attuale contro la Siria.
Il 17 dicmbre  2011, l’articolo del giornalista spagnolo Daniel Iriarte rivelava un certo numero di fatti importanti. (1) Mentre era in Siria, Iriarte aveva parlato con tre libici collegati ad Abdelhakim Belhaj (preziosa risorsa della NATO e macellaio di Tripoli). Illustrando quanto fosse strumentale per l’intelligence occidentale, Belhaj venne collegato ai falsi attentati di Madrid da nientr’altri che l’ex primo ministro spagnolo Jose Maria Aznar. Inoltre, è stato un indispensabile pedone della ragnatela della NATO, facendo da spola tra la Libia e la Siria (2), al servizio del nefasto legame occidentale-GCC-israeliano che ora lacera entrambe le nazioni. Quando Iriarte incontrò questi libici, che a quanto pare non fecero alcun tentativo di nascondere la loro identità o nazionalità, affermarono di essere in Siria per “valutare i bisogni dei fratelli rivoluzionari siriani“. Uno degli uomini era il libico-irlandese Mahdi al-Harati, comandante della Brigata di Tripoli e il vice di Abdelhakim Belhaj, a capo del Consiglio militare di Tripoli. Il Consiglio Militare di Tripoli è una forza mercenaria della NATO, incaricata di unificare i mercenari che combattevano la guerra terrestre della NATO in Libia; in sostanza di eseguire il lavoro sporco degli occupanti. Leggi il resto dell’articolo

Kofi Annan: pelle nera, maschera bianca.

Ex segretario generale dell’ONU e Premio Nobel per la Pace.

di Thierry Meyssan

Sebbene il bilancio del lavoro di Kofi Annan quando è stato capo all’ONU ha mostrato di essere un vero successo in materia di amministrazione, gestione ed efficacia, le critiche sono numerose a livello politico. Come segretario generale, Kofi Annan si è dedicato ad adattare l’ONU al mondo unipolare e alla globalizzazione dell’egemonia statunitense. Mise in dubbio le basi ideologiche dell’ONU e privò  questa organizzazione della capacità di evitare e prevenire lo scoppio di conflitti. Nonostante questo, è precisamente Kofi Annan ad essere chiamato per risolvere la crisi siriana.

Kofi Annan, ex segretario generale dell’ONU e Premio Nobel per la Pace, è stato scelto come inviato speciale da Ban Ki- Mon e Nabil ElArabi per negoziare una soluzione pacifica alla crisi siriana. Conta per questo compito di un’eccezionale esperienza e un’immagine molto positiva, quindi tutti contenti della sua nomina.

Cosa rappresenta quest’alto funzionario internazionale? Chi lo ha portato fino alle più alte funzioni?Quali decisioni politiche ha preso e quali compromessi assume attualmente? La discrezione sembra essere l’unica risposta a tutte queste domande, come se l’incarico disimpegnato nel passato costituisse una prova di neutralità. Leggi il resto dell’articolo

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