LA LOBBY DI BILL GATES SI INSEDIA NELLA SCUOLA

scuola pubblica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Può risultare istruttivo notare come nell’attuale dibattito politico si siano creati degli strani ibridi, come, ad esempio, il “grillorenzismo”. Da posizioni politiche apparentemente opposte, derivano infatti proposte simili, come il limite di due legislature per i parlamentari. Il proposito apparentemente moralizzatore della proposta si configura come una porta spalancata al lobbying. Il parlamentare che sappia in anticipo di avere a disposizione solo due legislature, si sentirà infatti ulteriormente incentivato a cercarsi una via di salvezza personale fuori del parlamento, magari facendosi accogliere da uno di quelli che le sue leggi hanno beneficato.
Il Congresso statunitense ha già pienamente legalizzato il lobbying, nella forma del “revolving door”. Se prendi una tangente commetti un reato, ma se lasci il parlamento per andare a lavorare per l’azienda alla quale hai confezionato una legge ad hoc, allora sarà tutto legale. Il “Washington Post”del dicembre scorso riportava il caso di una deputata repubblicana che aveva lasciato il Congresso per diventare presidente dell’azienda elettrica della sua regione, un’azienda beneficiaria sia di concessioni che di sovvenzioni governative.
La deputata in oggetto era stata appena rieletta, quindi ha lasciato il Congresso volontariamente; ma negli USA il “revolving door” è ormai un costume consolidato, mentre in un Paese come il nostro, in cui la corruzione è ancora in gran parte ferma allo stato primitivo della tangente, occorre per i parlamentari un meccanismo di incentivi che li abitui a ricalcare le illustri orme di un Giuliano Amato, passato dal ruolo di ministro a quello di advisor di Deutsche Bank. Non c’è neppure bisogno che la proposta del limite delle due legislature diventi legge, poiché potrebbe bastare lanciare nella testa dei deputati l’idea che la pacchia potrebbe finire troppo presto, e perciò sarebbe urgente cercarsi nuove opportunità.
Il lobbying si fonda sull’abilità di saper presentare i propri interessi particolari come manifestazioni di interessi e valori superiori. Non è casuale che oggi la più nota lobbista del business del denaro elettronico sia una giornalista d’assalto, una paladina della morale e della lotta all’evasione fiscale, che è investita di tanta stima da essere stata segnalata come possibile candidata alla presidenza della Repubblica (o, almeno, così ci è stato fatto credere). Il denaro elettronico non è certamente in grado di impedire l’evasione fiscale, ma è sicuramente capace di trasformare la microfinanza ed il microcredito in business talmente lucrosi da far impallidire persino i famigerati titoli derivati. Per le banche prestare denaro ai poveri non comporterebbe più nessun rischio, perché non s’intaccherebbe la riserva di banconote, ma si concederebbero a credito solo impulsi elettronici. Quindi non ci sarebbe più nessun vero pericolo di insolvenza, mentre, in cambio di un po’ di illusioni elettroniche, i poveri dovrebbero restituire per tutta la vita lavoro e beni.
Uno dei maggiori problemi attuali è che la natura del lobbying non viene affatto percepita dalla coscienza politica media. Una lobby non è altro che un gruppo che si aggrega attorno ad un business e preme con qualsiasi mezzo per realizzarlo. La lobby non si pone problemi di progetto politico o sociale, non ha una visione del mondo da proporre, se non quegli slogan che sono utili a confondere e sviare ogni possibile opposizione. Il lobbying può addirittura parassitare gli sforzi di razionalizzazione delle opposizioni, le quali tendono sempre a cercare un progetto o una concezione ideale, laddove invece vi sono solo propositi affaristici. Il lobbying fagocita il linguaggio e le idee degli oppositori e, attraverso un’opportuna distorsione, li riutilizza ai propri scopi affaristici. Per questo motivo, dei lobbisti delle multinazionali come la Thatcher o i Neocon americani, sono stati trattati dai loro oppositori come se fossero veri fenomeni ideologici.
Qualcosa del genere sta accadendo in seguito all’istituzione del sedicente Servizio di Valutazione Nazionale, che ha affidato la Scuola al rating dell’INVALSI. L’ex presidente della stessa INVALSI, Piero Cipollone, attualmente direttore esecutivo della Banca Mondiale, ha rassicurato i docenti circa i propositi puramente efficientistici dei test per gli studenti.
Il dissenso di gran parte degli insegnanti sui quiz INVALSI riguarda le conseguenze didattiche di una valutazione che riduce il sapere a nozioni elementari e formule prestabilite escludendo la dimensione critica del sapere. Si è aperta così una di quelle belle discussioni infinite, nella quale si può avere tutti ragione, poiché se da un lato sono evidenti i difetti dei quiz, dall’altro si potrà sempre replicare che a questo mondo non c’è nulla di perfetto. Le opposte tesi pedagogiche possono quindi scontrarsi nell’arena del “dibattito”, in nome di quella attrazione fatale per il futile da cui molti “oppositori” sono affetti.
In soccorso dei quiz sono arrivati anche due lobbisti della “flexsecurity” (cioè della carta di credito obbligatoria per precari e disoccupati), cioè i mitici fratelli Pietro e Andrea Ichino. Quest’ultimo ha addirittura paragonato i test INVALSI ad un termometro. La metafora è abbastanza demenziale da potere far scorrere il dibattito a fiumi.
Un articolo di Raffaele Simone su “La Repubblica” dello scorso dicembre però già anticipava che la Scuola non sarebbe comunque scampata al rating, poiché nell’attuale società nulla dovrà sfuggire alla valutazione. Il rating viene quindi proposto come ideologia totalizzante, anzi, come esca pseudo-ideologica per nascondere qualcos’altro.
Infatti, allo stesso modo in cui sono emersi i conflitti di interessi delle grandi agenzie di rating finanziario, così potrebbero emergere analoghe magagne nel rating scolastico. Tanto per cominciare, l’INVALSI è una piccola organizzazione che conta una sessantina di dipendenti, di cui i due terzi sono precari. L’INVALSI è talmente “trasparente” da permettersi di pubblicare l’organigramma sul proprio sito. Uno dei vantaggi del lobbying è quello di poter fare a meno dei segreti, tanto si è talmente distratti dagli slogan che non ci si accorge di niente.
Come potrebbe mai una simile struttura reggere il peso di un servizio di valutazione nazionale? Infatti è impossibile; perciò la somministrazione e la correzione dei test sono affidate agli insegnanti, cioè a quegli stessi che dovrebbero essere oggetto della valutazione. Il controsenso è talmente evidente da far supporre che il preteso “Servizio di Valutazione Nazionale” sia solo un pretesto, un raggiro.
A conferma di questa supposizione c’è da segnalare un recentissimo intervento del magnate di Microsoft, Bill Gates, sul “Washington Post”, che ha avuto una vasta risonanza su tutta la stampa americana, la quale, senza alcuna ironia, definisce lo stesso Gates come il “miliardario filantropo”. La Bill & Melinda Gates Foundation (la più grande fondazione privata del mondo) ha svolto un ruolo decisivo negli USA e nel mondo per imporre il rating degli studenti e degli insegnanti con lo strumento dei test.
I commentatori hanno però notato che, nel suo articolo sul WS, Gates sembra aver ripreso il linguaggio dei sindacalisti della Scuola per correre anche lui a ridimensionare l’attendibilità dei test come strumento di valutazione. Gates conclude perciò affermando che bisognerà trovare anche altre forme di indagine. Il motivo di questo voltafaccia di Gates è abbastanza ovvio: gli insegnanti americani ormai hanno imparato ad usare lo strumento dei test, perciò i risultati delle valutazioni vanno invariabilmente a loro favore. Ma non era questo lo scopo del rating, semmai quello di delegittimare la Scuola e di legittimare una sua tutela da parte di organismi privati.
Il tutore privato della Scuola italiana, l’INVALSI ha anch’esso un suo tutore, infatti non è altro che un prestanome ed un passacarte dell’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo, che è oggi il vero ministro dell’Istruzione in Italia. A darci il segno di questa sottomissione è la stessa INVALSI sul proprio sito, illustrando un progetto OCSE di“alfabetizzazione finanziaria” degli studenti. Si tratta cioè di sapere attraverso opportuni test quanto questi studenti siano pronti a fruire dei servizi finanziari generosamente predisposti per loro dalle banche.
L’alfabetizzazione finanziaria è un piano mondiale predisposto dall’ OCSE in coerenza con il piano di “financial inclusion” della Banca Mondiale, di cui proprio Cipollone è direttore esecutivo. Sarà un caso, ma tutte le “riforme” che l’OCSE suggerisce sul mercato del lavoro e sull’istruzione presentano la solita costante, cioè la carta di credito per tutti.
Il piano di alfabetizzazione finanziaria delle masse studentesche è anche patrocinato dalla Banca d’Italia, da cui proveniva Cipollone prima di diventare presidente dell’INVALSI. Dal 2008 l’alfabetizzazione finanziaria è già in atto in via sperimentale in alcune scuole.
Dall’aprile scorso il MIUR ha varato, in collaborazione con BancoPosta, una Carta dello Studente che è diventata una carta di credito prepagata a tutti gli effetti, che i genitori potranno anche usare per la “paghetta” dei propri figli. Per il momento è una carta prepagata, ma, con il procedere della “educazione finanziaria”, potrà diventare una credit card a tutti gli effetti. L’importante è inoculare il virus dell’indebitamento nei ragazzi.
Tutto questo fervore di iniziative ha anche un altro sbocco pratico immediato. Infatti sul sito dell’INVALSI ci si mette al corrente del fatto che la soluzione più educativa per gli studenti sarebbe quella di entrare nell’idea di contrarre debiti con le banche per pagarsi gli studi universitari. La laurea deve quindi diventare per i giovani il veicolo di un indebitamento crescente e duraturo.
La Banca Mondiale ha lanciato un progetto mondiale di “inclusione finanziaria” delle masse povere, anzi, il progetto è stato adottato dalla stessa Banca Mondiale su diretta ispirazione della “Bill & Melinda Gates Foundation”, la stessa istituzione “filantropica” privata che, oltre che occuparsi di Scuola e Sanità, si preoccupa anche di inserire le masse povere degli “unbanked” nei meccanismi del credito, ovviamente per il loro bene. Insomma, Bill Gates ha creato una sua lobby internazionale del credito elettronico che usa la Scuola come stia di allevamento per futuri indebitati.

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Le “strategie per superare la fame” della Banca Mondiale.

 

 

 

 

 

 

 

Nel 2011 si scatenò una terribile carestia nel Corno d’Africa che minacciò la vita e i mezzi di sostentamento di più di 12 milioni di persone, principalmente in Somalia, Gibuti, Etiopia e Kenya, estendendosi, tale situazione, nel Sudan e in alcune zone dell’Uganda. Si sono generate delle situazioni caotiche e la morte per inanizione tra le 50.000 e 100.000 persone, secondo dati di Save the Children. (1). La situazione aveva cominciato a migliorare leggermente grazie all’azione umanitaria e alle piogge che si sono verificate a fine del 2011 (2), ma nonostante tutto, 8 milioni di esseri umani continuano a ricevere attenzione umanitaria e la FAO ha lanciato un allarme perché le previsioni per la prossima stagione delle piogge sembra indicare che pioverà meno di quanto si aspettassero.(3)
La crisi, ben lontana dal risolversi, negli ultimi mesi si è propagata in altre 8 paesi del Sahel, dove si calcola ci siano 15 milioni di persone a grave rischio d’insicurezza alimentare. Gli stati più colpiti sono il Niger (con il 33% della popolazione cioè 5,4 milioni di persone), il Chad (28%- 3,6 milioni di persone), Mali (20%, 3 milioni) Burkina Faso(1,7 milioni di persone, il 10% della popolazione), Senegal (0,8 milioni =6% della popolazione), Gambia (0,71 milioni = 37% della popolazione) e Mauritiana (0,7 milioni = 22% della popolazione) e tale situazione tocca anche zone come il Camerun e la Nigeria (4).

L’aumento dei prezzi degli alimenti.
Per alcuni organismi la causa delle tragedie nel Corno d’Africa e nel Sahel hanno avuto origine nell’aumento dei prezzi degli alimenti, nella siccità esistente nella regione e nei cattivi raccolti. La realtà è che insieme ai motivi congiunturali come la siccità o la diminuzione dei raccolti, bisognerebbe aggiungere altri motivi “storici” come la destrutturazione delle comunità e delle tradizioni agricole, una deficiente politica agraria, l’impulso dell’agro-esportazione a spese della sovranità alimentare e dell’agricoltura contadina per consumo proprio ,ecc.
Tutto questo ha reso possibile che molti paesi africani dipendano delle importazioni degli alimenti, e con questo, accomodarsi a prezzi internazionali che si sono duplicati in meno di un decennio. Inizialmente questo aumento si è voluto vincolarlo, perversamente, con l’offerta e la domanda di alimenti e di materie prime agricole (principalmente cereali). Ma con il passo del tempo si è riconosciuto che tale aumento è in rapporto all’investimento finanziario nei mercati alimentari futuri, come si vede nel grafico.

 

 

 

 

 

 

 

Il Parlamento europeo riconosceva a gennaio 2011 che “…questi avvenimenti sono solo provocati dai principi basici del mercato come la offerta e la domanda e che in buona misura sono conseguenza della speculazione (….) i movimenti speculativi sono responsabili di quasi il 50% dei recenti aumenti dei prezzi…”(5). Nella stessa direzione, Olivier de Schutter, relatore delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, a settembre manifestava che “L’appoggio ai biocombustibili, così come ad altri aspetti vincolati con l’offerta (come i cattivi raccolti o la sospensione delle esportazioni) sono fattori d’importanza relativamente secondaria, ma nel teso e disperato stato delle finanze mondiali scatenano una gigantesca bolla speculativa”(6).
Durante decenni si è promossa un’agricoltura esportatrice di alimenti e di materie prime creando a sua volta una dipendenza verso le importazioni, che ha causato dinamiche disastrose come l’annunciata dalla FAO a principi del 2011:”…i paesi con entrate economiche basse e deficit di alimenti sono stati colpiti duramente dall’aumento dei prezzi negli ultimi anni. A causa di quest’aumento, molti di questi paesi hanno dovuto pagare costi più alti per l’importazione degli alimenti. Quasi tutti i paesi africani sono importatori netti di cereali. Le persone più colpite sono i compratori netti di alimenti come i residenti urbani e i piccoli contadini, pescatori, pastori e lavoratori agricoli che non producono alimenti a sufficienza per coprire i loro bisogni. I più poveri destinano tra il 70 e il 75 % nell’acquisto di alimenti”(7)
Le strategie della Banca Mondiale
In un recente dossier della Banca Mondiale, si fa menzione alle denominate “strategie di superamento” per combattere la fame. Queste mal chiamate “strategie” non sono altro che sacrifici che, in modo obbligatorio di fronte ad una situazione di crisi alimentare, le persone devono compiere per saziare minimante i loro bisogni nutritivi. Per fare più luce su questo controverso argomento, lo stesso organismo indica che “I meccanismi di superamento non sono universali, ma normalmente coinvolgono risposte comuni tra le famiglie e i paesi. In primo luogo, la risposta implica in qualche modo un aggiustamento dei consumi (mangiare alimenti più economici e ridurre la quantità e la frequenza dei pasti) e le condotte di normalizzazione del consumo (richiedere prestiti, comprare alimenti a credito, vendere attivi e cercare più lavoro)…”
Inizialmente si potrebbe credere che la Banca Mondiale unicamente informa su alcune azioni disperate che la gente applica in momenti d’emergenze. Ma veramente questa corporazione arriva a giustificarle e a vederle come strumenti in più per ridurre la fame, assicurando che “Le strategie di superamento possono attenuare alcuni di questi rischi, con opzioni che generino impatti molto positivi sul benessere….”.
L’organismo multilaterale accetta queste condotte, anche se riconosce che un minor consumo di alimenti e l’incapacità di avere una dieta variegata conduce ad ingerire una minor quantità di micronutrienti. Riconosce dunque che bambini, donne gravide e anziani hanno bisogno di una dieta più nutritiva e variegata e quindi questo gruppo di persone dispongono di una minor quantità di meccanismi per il superamento. Ma, miracolosamente, “perfeziona” le sue “strategie di superamento” con la carità degli stati nazionali : “…gli interventi pubblici devono considerare le condotte di superamento, e quindi far da complemento per gli effetti positivi e mitigare quelli negativi. Ad esempio, i programmi di alimentazione scolastica possono ridurre la motivazione che i genitori hanno di togliere i bambini dalla scuola perché lavorino… Grazie a questi escamotage potrebbe non essere necessario che saltino i pasti e con programmi nutritivi ben focalizzati si riesce a ridurre l’insufficienza di micronutrienti a causa della mancanza di cibo”(8)
In definitiva, alcune delle possibili soluzioni proposte dalla Banca Mondiale di fronte all’attuale crisi alimentare, passano attraverso la riduzione dell’ingerimento di alimenti, il prestito di denaro per acquistarla e la carità attraverso l’aiuto alimentare come aggiunta alle “strategie di superamento”. Poche cose possono aggiungersi a simili dichiarazioni di principi. Gli speculatori che continuano ad aumentare i loro profitti nei mercati futuri, gli accaparratori che perpetuino la colonizzazione dei paesi impoveriti e le multinazionali dell’agro-affare che mantengano il controllo sulla catena alimentare. Che siano le persone quelle che continuano a sacrificarsi sempre. Gli altri che mantengano i loro lucrativi affari.

Fonte

Traduzione: FreeYourMind!

CINA: LA TIGRE DI CARTA CHE FA DA ALIBI AL FILOAMERICANISMO

La compagine ministeriale di Mario Monti si sta sempre più caratterizzando come un quarto governo Berlusconi, assumendo gli stessi tratti di scompostezza e di cialtroneria della precedente esperienza governativa. C’era chi si illudeva che il nuovo Presidente del Consiglio potesse almeno evitare all’Italia le figuracce a livello internazionale elargite a piene mani nell’epoca berlusconiana, ma ha dovuto ricredersi dopo il viaggio di Monti in Asia.
Il Monti cinese ha alternato gli atteggiamenti da accattone con velleitari sussulti di autocelebrazione meramente personale, a scapito dell’immagine di un’Italia dipinta immancabilmente in modo denigratorio. Monti è apparso un continuatore del berlusconismo: una politica estera del cappello in mano e delle brache calate, insieme con un approccio comunicativo interamente distorto ai fini della propaganda interna. Resoconti di stampa tendenziosi hanno cercato poi di far credere che al governo cinese fregasse davvero qualcosa della questione della “riforma” dell’articolo 18, e che ciò potesse in qualche modo costituire un incentivo a quegli investimenti cinesi in Italia tanto invocati da Monti.
Tutta l’operazione mediatica dei giorni scorsi non ha fatto altro che rafforzare nell’opinione pubblica il mito della potenza economica emergente della Cina, ed il viaggio di Monti è servito ad enfatizzare l’immagine di un nuovo imperialismo economico di marca cinese a cui inchinarsi. Sembra la riedizione della politica estera – di berlusconiana memoria – del baciamano al falso potente di turno. La sensazione è invece che la potenza cinese emergente costituisca solo una tigre di carta, un mito gonfiato pretestuosamente in funzione di altri interessi.  Leggi il resto dell’articolo

A CHI LA NIGERIA? A GOLDMAN SACHS

 

Si è stabilita una nuova moda, per la quale ogni personalità politica o istituzionale deve condire i suoi discorsi con inesorabili denunce dello strapotere della finanza globale, che, da “servizio nei confronti della produzione”, è diventata scopo in sé e funzione primaria. Una volta pronunciata l’astratta denuncia, si può tornare tranquillamente ad obbedire alle banche.
Il caso più clamoroso di questa schizofrenia, è dato dalla questione dell’inserimento dell’obbligo del pareggio di bilancio nella Costituzione. Strano che nessun costituzionalista abbia sentito il bisogno di chiarire che una tale norma è di per sé incostituzionale, poiché uno Stato che accetti di trasformare il pareggio di bilancio da scelta politica in norma vincolante, si consegna in ostaggio ai propri creditori. Tanto vale affermare chiaramente che la sovranità appartiene alle banche.
Ma la contraddizione non è solo tra il dire ed il fare, è anche interna al discorso. Persino Mario Monti, durante la trasmissione “Che tempo che fa” ha recitato la sua litania sulla necessità di ridimensionare il potere della finanza, senza però chiarire come si sia stabilito questo potere, e che cosa abbia indotto i governi a compiere le scelte che hanno finanziarizzato tutte le relazioni economiche e sociali. Ma forse Monti non aveva bisogno di dirlo, dato che è proprio lui uno dei maggiori rappresentanti di quel lobbying bancario che si è insinuato in ogni ambito delle istituzioni. Non è affatto dimostrato che il governo del Tanghero di Arcore sia stato abbattuto da una trama della finanza globale, né si comprenderebbe il motivo di tanto sforzo; mentre è invece dimostrabilissimo che dal 1994 tutti i governi italiani siano stati sotto il controllo diretto di poteri finanziari internazionali. Ci si riferisce, tanto per iniziare, a Lamberto Dini, del Fondo Monetario Internazionale, che fu ministro del Tesoro del primo governo Berlusconi, e poi egli stesso Presidente del Consiglio. Poi basta scorrere i nomi di Romano Prodi, Gianni Letta e Mario Monti, tutti e tre consulenti di Goldman Sachs; ancora si può ricordare Mario Draghi, anche lui di Goldman Sachs, nominato governatore della Banca d’Italia dal secondo governo Berlusconi. Ed infine una citazione anche per Giuliano Amato, il quale, a posteriori, ci ha rivelato il suo legame con Deutsche Bank.
La forza del lobbying delle multinazionali non consiste nella strategia, nella pianificazione o nella lungimiranza, ma semplicemente nella onnipresenza e sulla ripetitività dello schema, per cui può cambiare l’ordine dei fattori, ma il prodotto non cambia. Lo schema coloniale si applica indifferentemente a tutti i Paesi, e senza troppe varianti. Niente di strano quindi che anche uno Stato africano come la Nigeria, nel marzo del 2010, si sia adeguato alla disciplina lobbistica, inserendo nel governo un esponente di Goldman Sachs. La Nigeria è vicina.[1]
La notizia che Goldman Sachs abbia occupato anche il governo nigeriano, quindi non costituisce uno scoop; anzi sarebbe uno scoop la notizia contraria. Nulla di strano neppure nella notizia che Robert Zoellick, ex vicepresidente di Goldman Sachs, ex vicesegretario di Stato con Bush, ed attualmente presidente del Gruppo Banca Mondiale, abbia espresso apprezzamento per il fatto che, nel luglio 2011, la direttrice generale della Banca Mondiale, Ngozi Okonjo-Iweala, sia tornata a far parte del governo nigeriano in qualità di ministro delle Finanze. La notizia è sul sito della Banca Mondiale.[2]
Quindi non bastava Goldman Sachs, ci voleva anche quell’altra sua longa manus che è la Banca Mondiale. Appena arrivata, Okonjo-Iweala ha messo sotto ricatto il governo presentando una lettera di dimissioni, che poi deve essere stata ritirata, dato che risulta ancora lei il ministro delle Finanze in carica. Nella lettera Okonjo-Iweala consigliava al governo di raccomandarsi a Dio. Molto professionale.[3]
Oggi la Nigeria è sulle prime pagine dei quotidiani per la vicenda delle aggressioni islamiche nei confronti dei cristiani; ma nel 2008, la notizia era che la Nigeria si trovava nel pieno di un disastro ecologico nel delta del fiume Niger, provocato dalla multinazionale Exxon. Ma il Delta del Niger è una zona troppo ghiotta per le corporation e non manca nessuno: Total ed Eni, Exxon-Mobil, Shell, Chevron-Texaco, StatOil, e naturalmente BP. La maggior parte del petrolio nigeriano va a finire negli USA; le immense riserve di gas del paese sono state bruciate con trivellazioni maldestre ed esplosioni che hanno devastato il paese. Secondo stime approssimate per difetto, più di 400 milioni di litri di petrolio sono finiti nel delta. La manutenzione degli impianti è fatta in economia; così, quando ci sono delle perdite, le compagnie se la cavano parlando di sabotaggio. Tutte le corporation assoldano truppe paramilitari che, con la scusa di difendere gli impianti dai sabotaggi, aggrediscono la popolazione in modo sistematico; villaggi di migliaia di persone sono stati costretti alla fuga dai mercenari.[4]
La popolazione nigeriana, stimata in centocinquantacinque milioni di abitanti, è costretta a vivere nella miseria, mentre la Nigeria è l’ottavo o nono paese esportatore al mondo di petrolio. Uno dei disastri ambientali più recenti è stato provocato dalla Shell, i cui manager hanno attribuito la rottura di alcune tubature ai “ladri” (forse era un velato riferimento a se stessi).
L’altra notizia era che le autorità nigeriane non riuscivano ad assumere alcun provvedimento per controllare l’estrazione del petrolio, e ciò a causa dell’attività di lobbying della British Petroleum.[5]
Il governo nigeriano ha preso invece altri provvedimenti, oltre quelli di imbarcare Goldman Sachs e Banca Mondiale nel governo. Va registrata infatti l’istituzione di un fondo federale per far fronte alla volatilità dei prezzi del petrolio; attorno a queste risorse finanziarie si è scatenato il lobbying di Goldman Sachs e di JP Morgan per ottenere la concessione della gestione del fondo. La stampa africana ne ha diffuso con preoccupazione la notizia, sottolineando le resistenze che questa prospettiva aveva suscitato in Nigeria nell’ottobre dello scorso anno.[6]
L’altra misura assunta dal governo, anzi direttamente dal ministro delle Finanze Okonjo-Iweala, è molto “montiana”; riguarda infatti l’aumento del prezzo dei carburanti, che sta causando in Nigeria un movimento di protesta sindacale molto acceso ed esteso. Sulla questione il ministro delle Finanze ha concesso un’intervista ad Al Jazeera.[7]
Solo che adesso, a proposito della Nigeria, non si parla più di disastri ecologici causati dalla Exxon o dalla Shell, né del lobbying di BP, Goldman Sachs e JP Morgan, né del protettorato imposto dalla Banca Mondiale, e neppure del grande movimento di protesta sindacale, ma della guerra civile fra musulmani e cristiani, e di prospettiva di secessione del Paese tra sud cristiano e nord islamico. Tutto questo lobbying e l’invio di un’emissaria di Zoellick, chissà perché, non hanno portato bene alla Nigeria. Del resto, che c’è di meglio di un conflitto etnico-religioso per neutralizzare un movimento di protesta sindacale?
L’indispensabile complemento del lobbying è infatti la psywar, la guerra psicologica: non basta infiltrare un Paese, bisogna confondergli le idee creandogli falsi nemici. Guarda caso, la CIA aveva previsto che le cose non sarebbero andate bene per la Nigeria. Cinque anni fa, un rapporto della CIA profetizzava che la Nigeria non aveva più di dieci anni di vita come Stato unitario. Anche questa notizia è stata ripresa dalla stampa africana in questi giorni di guerra civile in Nigeria.[8]
Ovviamente il rapporto della CIA aveva un mero scopo scientifico, e non sarebbe lecito sospettare di nessuna azione della stessa CIA nel fomentare la guerra civile in Nigeria. Neppure è concesso ipotizzare che tutti quei mercenari al servizio delle multinazionali abbiano qualcosa a che vedere con le aggressioni.

[1] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.independent.co.uk/news/world/africa/goldman-sachs-chief-included-in-nigerias-new-cabinet-1927001.html&ei=MzMdT5DFK7GM4gSPwKGLDQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=4&sqi=2&ved=0CEgQ7gEwAw&prev=/search%3Fq%3Dnigeria%2Bgoldman%2Bsachs%26hl%3Dit%26biw%3D1280%26bih%3D606%26prmd%3Dimvns
[2] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://web.worldbank.org/WBSITE/EXTERNAL/NEWS/0,,contentMDK:22958186~pagePK:64257043~piPK:437376~theSitePK:4607,00.html&ei=kKQdT43DKa754QTpqfnMDQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CDoQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3DNigeria%2BWorld%2BBank%2Bzoellick%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns
[3] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.wazobiareport.com/reports/Ngozi-Okonjo-Iweala-resigns-after-inspecting-federation-accounts
[4] http://234next.com/csp/cms/sites/Next/Home/5258469-146/The_mercenaries_take_over__.csp
[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.guardian.co.uk/world/2010/may/30/oil-spills-nigeria-niger-delta-shell&ei=Y0IcT8isAajd4QSkl7yFDQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CDMQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dexxon%2Bbp%2Bnigeria%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
[6] http://translate.googleusercontent.com/translate_c?hl=it&langpair=en%7Cit&rurl=translate.google.com&u=http://allafrica.com/stories/201110261085.html&usg=ALkJrhjh23E41pPOjG2-wFhirpQEBxdRDg
[7] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://africaunchained.blogspot.com/2012/01/nigerias-finance-minister-ngozi-okonjo.html
[8] http://translate.googleusercontent.com/translate_c?hl=it&prev=/search%3Fq%3Dnigeria%2Bcia%2Ballafrica%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns&rurl=translate.google.it&sl=en&u=http://allafrica.com/stories/201201120484.html&usg=ALkJrhj57n0jBNGRd7f2nS6TFBCRl-4BqA

 

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