… E Poi Non Ne Rimase Nessuno

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Chi di questi tempi si limita a constatare da una posizione in apparenza ‘sicura’ la disperazione del proprio prossimo, convinto che l’agenda globalista proseguirà a mietere vittime solo tra le categorie meno funzionali al potere, ho idea che presto dovrà ricredersi. La tecnologia infatti si accinge a ridimensionare vasti settori della economia e della società che fino a ieri apparivano intoccabili.

L’evoluzione tecnologica, in abbinamento allo stato di narcosi chimico-mediatica che ottunde ampie fasce di popolazione, va sollevando il potere dalla necessità politica di ricorrere a figure professionali intermedie che fungano da esecutori e tutori dello status quo. Nell’ottica strozzinesca e accentratrice dei burattinai il discorso non fa una grinza: perché foraggiare ancora una classe media caporalesca, inquinante e obsoleta, quando la tecnologia è ormai in grado di fungere da canale di controllo e comunicazione immediato tra il vertice e la base della piramide?

Il grado di obsolescenza delle cosiddette ‘risorse umane’ – come sappiamo – è direttamente proporzionale al livello di sviluppo tecnologico conseguito da una data società (v. correlati).
Fino a poco tempo fa alcune tipiche categorie professionali deputate alla propaganda e amministrazione dello status quo potevano dirsi immuni dal pericolo di concorrenza tecnologica. Industriali, dipendenti pubblici e bancari, operatori delle forze dell’ordine, avvocati, notai, magistrati, giornalisti, commercialisti, medici ed – ovviamente – politici. Da oltre un decennio, però – come già abbiamo avuto modo di osservare (v. correlati) – sta andando in scena una demolizione controllata del vecchio status quo in funzione della instaurazione di nuovi paradigmi sociali, culturali ed economici; di conseguenza diverse categorie un tempo protette dall’egida sistemica stanno per subire la revoca di antichi privilegi apparentemente inestinguibili. Alcune di esse sono destinate a cadere in desuetudine, mentre per altre si profila una profonda riorganizzazione che le decimerà e svilirà. E’ il caso della classe politica. Leggi il resto dell’articolo

Una censura cinese in Italia?

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di Uriel Fanelli

Dopo gli avvenimenti relativi a Grillo e ad altre persone colpite mi hanno chiesto un parere sulla relativa fattibilita’ di una censura in stile cinese in Italia, e devo dire che il problema spiegato cosi’ e’ malposto. Nel senso che i cinesi praticano diversi strati di censura, alcuni mediante DPI/IX (Deep Packer Inspection / Information eXtraction) ed altri mediante un blacklisting progressivo delle fonti esterne. Questo significa che agiscono sia sulla rete di accesso che su quella di trasporto, ovvero i carrier.

Il primo punto da chiarire in questo senso e’ che quando l’opinione pubblica parla di “Internet” si riferisce ai servizi piu’ usati (come Google, Facebook, eBay, Amazon, etc) mentre quando si discute di internet occorre per prima cosa chiarire che stiamo parlando di una infrastruttura di telecomunicazioni, SULLA QUALE si basano questi servizi.

La differenza tra le due cose e’ evidente nella misura in cui quando ci chiediamo a che cosa serva Internet, e quali siano i gruppi di potere coinvolti, se pensiamo ad Internet come ad una rete di servizi (Google, etc) siamo portati a pensare che in ogni caso una censura sul modello cinese andrebbe a colpire piu’ che altro questi.

La realta’ non e’ cosi’ semplice.

La “grande muraglia” cinese non e’ costituita da semplici dispositivi di intercettazione, ma e’ strutturata in diverse fasi, che hanno obiettivi molto diversi.

C’e’ una funzione di intercettazione e deep inspection che si svolge principalmente sulla rete di accesso. La rete di accesso , per intenderci, e’ il primo tratto della rete, che e’ locale (e quindi fisicamente in mano al governo) e viene fornita dall’ ISP. Diciamo che e’ la prima rete che le vostre informazioni transitano. Se facciamo un paragone con il traffico automobilistico, e’ il tratto che fate con l’auto dal vostro garage sino ad imboccare l’autostrada. Terro’ l’esempio per i meno tecnici.
In questa fase, sapere dove voglia andare l’automobile e’ assai difficile. Possiamo chiederlo , ma osservando il suo comportamento solo durante la fase iniziale non abbiamo idea di cosa fara’ successivamente : certo potra’ imboccare l’autostrada che porta verso il posto A, ma in autostrada potra’ poi cambiare idea, e specialmente, che cosa fara’ dopo aver raggiunto il posto A?
In termini tecnici questo significa che non sappiamo bene se la destinazione sia quella definitiva, o se si tratti di un proxy. Cosi’, ovviamente se l’autista e’ cosi’ stupido da dirci dove voglia andare e poi mantenere la parola e’ ok, ma siccome non ci fidiamo – e questa e’ la base del problema – allora ci guadagnamo molto di piu’ a sapere cosa diavolo trasporti.
Cosi’, tutta una serie di malware, spyware, sia a livello di PC sia a livello di router, andrano a cercare nel pacchetto per vedere se ci sono contenuti strani. Allo stesso modo, se il nostro eroe decide di criptare E2E, da un lato cripta il contenuto, ma dall’altro entra direttamente nella lista dei sospetti, da sorvegliare in seguito con altri mezzi polizieschi.
Lo scopo di questo pero’ non e’ quello di censurare i contenuti online, dal momento che agire su chi visita il sito e non sul sito e’ molto dispendioso. Quindi in realta’ se il sito cinese e’ in Cina agiranno sulla rete di accesso DEL SERVER piuttosto che su quella dei singoli utenti. Anche il data center in qualche modo accede alla rete, e sebbene probabilmente sia collegato direttamente ad un backbone, il collegamento avviene direttamente sul suolo cinese. Leggi il resto dell’articolo

Morti di serie B

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di Fabrizio Andreoli

La Commissione Europea attraverso il programma Clean Air For Europe (CAFE) relativo all’interazione tra l’inquinamento ambientale e l’impatto sulla salute pubblica, ha stimato in almeno 350 mila i decessi avvenuti in ambito Comunitario a causa dell’inquinamento atmosferico, decessi, che crescono fino a circa 2 milioni secondo gli studi in ambito mondiale effettuati dall’OMS relativamente all’interazione tra il particolato carbonioso e le patologie respiratorie e cardiovascolari connesse.
Ma cos’è il particolato? E’ l’insieme delle componenti solide e/o liquide espulse alla scarico e derivante dall’impiego dei combustibili fossili, sia per l’autotrazione, che per la generazione elettrica, nonché in numerose attività dell’industria pesante.
Le particelle di più ridotte dimensioni sono facilmente inalabili ed in profondità, sottoponendo l’apparato respiratorio (direttamente) e quello cardiovascolare (indirettamente) a notevoli problematiche. A seconda della tipologia e dimensione possiamo distinguere:
1)Aerosol: particelle liquide o solide sospese di diametro minore di 1 µm.
2)Esalazioni: particelle solide di diametro < 1 µm, in genere prodotte da processi industriali.
3)Foschie: goccioline di liquido di diametro < 2 µm.
4)Fumi: particelle solide disperse di diametro < 2 µm, trasportate da prodotti della combustione.
5)Polveri: particelle solide di diametro variabile tra 0,25 e 500 µm.
6)Sabbie: particelle solide di diametro > 500 µm.
Il carbone, ancor oggi massicciamente impiegato per la generazione di energia elettrica a basso costo, è tra i principali artefici dell’inquinamento da particolato, ma vanno inclusi anche gli olii pesanti impiegati nelle vecchie centrali elettriche, il quotidiano traffico per autotrasporto, pesante e civile, che affolla le nostre principali arterie cittadine e Nazionali e anche il metano, noto per l’emissione in atmosfera del particolato sottile, particolarmente insidioso per l’apparato respiratorio.
Una delle alternative principali per abbattere l’inquinamento atmosferico e rendere le città più vivibili è quello di deputare alla potenza dell’atomo il compito di generare energia elettrica, la componente più importante dell’inquinamento mondiale; la Francia, ma anche gli Stati Uniti sono l’esempio più lampante dei vantaggi dell’energia elettronucleare, infatti nonostante le metropoli degli Stati considerati siano tra le più densamente popolate e trafficate, la qualità dell’aria e della vita è certamente tra le migliori del mondo.
Tralasciando il lasso di tempo necessario a costruire l’impianto, li dove si impiegano le sorgenti fossili per movimentare il materiale e produrre l’impiantistica, per almeno 60 anni una centrale nucleare produce energia elettrica ad impatto ambientale zero, risultando anche secondo le più recenti ricerche della NASA, come fonte salva-vita, con almeno 1,8 milioni di persone salvate dalla morte e da gravi patologie respiratorie, proprio grazie all’impiego di tali fonti. Le emissioni per unità di energia prodotta sono in assoluto le più basse tra tutte le fonti.
Purtroppo in Europa solo il Regno Unito e la Repubblica Ceca, di concerto con la vicina Slovacchia, hanno deciso di puntare pesantemente sull’energia atomica, mentre la stessa Francia per ragioni, che di tecnologico hanno poco o nulla e molto di carattere politico-elettorale, sta puntando erroneamente sulle fonti alternative, come l’eolico ed il solare.
Francia di oggi ed Italia di ieri ed oggi accumunate da strane politiche, che evidentemente si intrecciano negli interessi delle vere lobby: quelle delle energie alternative. Ambientalisti, che pressano la politica, mass media, che in nome di una scienza e di una conoscenza, che tali non sono, travisano dati, informazioni e allarmano sulla base di contestabili documentazioni di rischio delle centrali nucleari, mass media e associazioni, che non lasciano spazio di espressione a chi vive nel settore energetico e della ricerca, evidentemente preferendo alimentare falsi miti per manipolare l’opinione pubblica contro la più affidabile e sicura sorgente di energia.
Da qui le mistificazioni circa gli incidenti nucleari di Chernobyl e Fukushima, ricordiamo solo 57 morti nel primo caso dal 1986 ad oggi e nessuno nel secondo come anche la scienza ufficiale conferma, l’isteria alimentata in chi ascolta e legge di tumori, malformazioni e deformità mostruose in chi viene esposto alle radiazioni. Eppure la scienza ufficiale lo conferma: le radiazioni a basso dosaggio o ridotta esposizione non ledono l’integrità cellulare, non avendo entro i limiti stabiliti dai ricercatori, interferenza alcuna nei processi cardine, quali l’apoptosi (morte programmata delle cellule) e la metilazione (il processo di duplicazione dei fattori genetici). La potenza dell’interesse personale, la potenza delle lobby energetiche, la forza di penetrazione sul mercato mediatico ostinatamente cieco e chiuso, impediscono l’affermazione delle incontrovertibili verità scientifiche e tecnologiche.
La colpa del popolo? E’ quella di credere ciecamente in quanto affermato da chi, inventando, gridando e demonizzando maggiormente un avvenimento, riesce a penetrare la mente. Mente mal disposta a saper distinguere, pesare, mente troppo abituata alle grandi frasi ad effetto di chi fa della menzogna profezia di vita, ma mente non predisposta ad ascoltare chi vuole comunicare e non millantare la scienza.
In Italia si è così preferito puntare tutto sulle energie alternative, fornendo realtà ulteriore spazio alle fonti fossili e si preferisce parlare dell’impiego dei sistemi di stoccaggio del carbonio emesso dalle centrali a carbone e gas.
Le fonti alternative si sono mostrate ampiamente poco affidabili, perché troppo dipendenti dalle condizioni ambientali e, quindi aleatorie; il sole sorge e tramonta secondo un ritmo noto da sempre, il vento non sempre spira o in condizioni tali da garantire una generazione costante ed affidabile. Puntando su queste fonti si punta sull’incognita, anche impiegando sistemi di stoccaggio dell’energia. Perché in caso di prolungate avverse condizioni meteorologiche e non solo nel normale ciclo giorno/notte, da dove attingere energia mai generata per fare vivere la civiltà? E cosa dire dell’energia eolica? Il vento, presente 1560 ore su 8760 e non sempre in forma sfruttabile (in Italia spesso spira a raffiche violente); come ottenere l’energia nelle restanti ore mancanti? Ovviamente ricorrendo agli elementi di back-up, ovvero a sistemi affidabili e capaci di tamponare l’assenza di generazione attraverso l’impiego di combustibili fossili, gas e carbone, quindi non “sensibili” alle condizioni ambientali.
E cosa dire del tentativo di indicare come “verde ed ecologico” il carbone impiegato in centrali capaci di stoccare la CO2 nel sottosuolo? E’ forse meno pericoloso immagazzinare un gas letale in una cavità sotterranea o sottomarina? Cosa accadrebbe in caso si frane o violenti terremoti? Un gas filtra facilmente in superficie e la storia ci insegna, come nel caso del Lago Nyos in Camerun, li dove le esalazioni di CO2 da una sacca vulcanica uccisero in pochi istanti oltre 1800 persone.
In Italia si abbandona il futuro per una paura indotta da falsa comunicazione per abbracciare la fonte, che nel tardo 1800 diede per prima energia all’uomo per il suo progresso, adesso dobbiamo solo scegliere; credere alle menzogne e retrocedere nel medioevo ed inferno sociale o comprendere la realtà e progredire tecnologicamente e socialmente?

Articoli correlati:
Nell’ambito del programma CAFE (Clean Air For Europe) della Commissione Europea è stato stimato che, nel 2000, “circa 350.000 persone sono morte prematuramente per l’inquinamento atmosferico.” Fonte
Secondo l’Oms “ogni anno più di 2 milioni di persone muoiono a causa dell’inalazione di particolato fine presente nell’aria all’interno ed all’esterno.”
La Germania va a carbone e non ad energie alternative
In Europa come nel mondo il consumo di carbone è in costante crescita.
L’energia nucleare potrebbe aver salvato 1,8 milioni di vite umane e potrebbe salvarne almeno altri 5 milioni
Le emissioni di CO2 da una sacca vulcanica del Lago Nyos hanno sterminato un intero villaggio

 

Fonte

 

Si veda anche : L’imbroglio delle fonti energetiche rinnovabili

Follie della scuola moderna: il “libro elettronico” obbligatorio dal 2014-2015

backpack

di Enrico Galoppini

Ha veramente senso oggigiorno mandare un figlio a scuola?

È questa la fondamentale domanda che uno dovrebbe porsi quando per un figlio arriva la fatidica età dei sei anni. Come A. K. Coomaraswamy, nel saggio L’illusione dell’alfabetismo (in Sapienza Orientale e cultura occidentale, trad. it. Rusconi, Milano 1977), nel quale il celebre tradizionalista indiano rifletteva sui reali vantaggi dell’istruzione di massa, confrontati coi danni che questa ha comportato.

Tutto, a questo mondo, è ambivalente (o plurivalente), nel senso che non è possibile dare un giudizio assolutamente positivo o negativo al riguardo di cose, situazioni, uomini. Perché esso dipende dal punto di vista dell’osservatore, dalla “posizione” che egli occupa, nel mondo, in quel determinato momento, e dall’indefinita serie di interrelazioni che lo legano a tutto il resto. E, sopra tutto, vi è una profonda verità: che noi possiamo ritenere qualcosa un bene ed invece è un male per noi, e viceversa, com’è insegnato nel Corano.

Ma diciamo che, fondamentalmente, il valore positivo o negativo di qualsiasi cosa, istruzione di massa compresa, o diciamo almeno la sua auspicabilità, dipende dal tipo umano che si ha in vista e che s’intende “formare”.

Così, se una “istruzione” di base com’è oggi intesa (leggere, scrivere e far di conto) ha senz’altro i suoi vantaggi se uno vuol vivere in questa società “moderna”, è pacifico che essa non serve a nulla a chi ha come riferimento ed ideale di vita un’organizzazione della comunità come quella dei cosiddetti “popoli primitivi” (o “premoderni”).

In quei contesti, quello che conta (o contava) è il saper fare, il padroneggiare alcune basilari abilità, come quella di procacciarsi il cibo con l’agricoltura, la pesca e la caccia, farsi i vestiti e fabbricarsi gli utensili, costruirsi una casa, conoscere se stessi per evitare di ammalarsi eccetera, la regola aurea dell’uomo tradizionale essendo quella dell’autonomia.

Ma anche senza voler estremizzare fino a questo punto (intendiamoci, sono tutte abilità, quelle appena enumerate, che dovrebbero far parte del bagaglio di conoscenze di ogni vero uomo), il livello infimo al quale è scaduto il concetto di “istruzione” (e quelli correlati di “educazione” e “cultura”) non può che destare un sincero allarme in chi ha ancora a cuore una vita da vivere nella sua pienezza, in cui “il mondo” non rappresenti altro che una provvidenziale occasione per elevarsi. Leggi il resto dell’articolo

Così Grillo manipola i giornalisti

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di Massimo Introvigne

Che ha detto Catalano? Che ha detto la Sarti? Ivan Catalano e Giulia Sarti, chi sono costoro? Sono deputati del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, di cui i giornalisti elemosinano una dichiarazione, una frase, una parola. Per non parlare del patetico assedio allo stesso Grillo, la cui casa di Sant’Ilario, in Liguria, sembra la Mecca, con tanti, troppi giornalisti pellegrini che pendono dalle labbra del comico che ha vinto le elezioni.

Al di là della figura – davvero poco edificante – che ci fanno i giornalisti, apostrofati dallo stesso Grillo come «servi» e «maiali», questi paradossali episodi ci inducono a riflettere sulla strategia di comunicazione del Movimento 5 stelle, su cui si sono espressi la settimana scorsa sulle colonne di «Repubblica» due personaggi discutibili per le loro idee, ma indubbiamente autorevoli come esperti di comunicazione contemporanea, il semiologo e letterato italiano Umberto Eco e lo studioso di Internet bielorusso, ricercatore nell’università americana di Stanford, Evgeny Morozov.

Entrambi gli interventi meritano attenzione perché mettono in dubbio quello che sentiamo ripetere in questi giorni un po’ dovunque: Grillo avrebbe capito che la televisione e la carta stampata non contano più nulla, ormai c’è solo Internet. È un errore in cui sono caduti anche i sociologi di sinistra Roberto Biorcio e Paolo Natale nel loro pur interessante libro «Politica a 5 stelle», che ho recensito su queste colonne.
Anche loro parlano di superamento della televisione, che Casaleggio e Grillo avrebbero trovato il modo di rendere irrilevante. In realtà non è proprio così. I primi a notarlo sono stati gli eccellenti esperti di comunicazione che gestiscono il blog likebreakfastcereal.it.

Francesca Burichetti e David Mazzerelli sono usciti tempestivamente il 28 febbraio con un articolo dal titolo «Internet? Piazze? Macché, Grillo vince grazie alla TV».
L’articolo spiega tre cose. La prima è che la forza della strategia ideata da Casaleggio non consiste tanto nel mezzo scelto – Internet – quanto nel presentare quelle che sembrano «storie personali» di persone comuni, ma che in realtà sono studiate a tavolino e rispondono a una sapiente strategia.
«Casaleggio sa bene che una comunicazione politica efficace per muovere l’elettorato deve prima muovere emozioni e le emozioni si muovono a partire dai racconti. Meglio se da racconti personali».

Secondo: la strategia di Casaleggio prevede tre fasi. «1° step: usare i new media per ideare e creare l’evento. 2° step: creare l’evento per creare una notizia impossibile da non coprire mediaticamente. 3° step: creare la notizia per richiamare i media tradizionali: TV, radio e stampa in primis». Terzo: una volta che si è seguita questa strategia, il miglior modo di far parlare di sé la televisione è non andare in televisione.
Prima delle elezioni Grillo era il leader politico di cui le televisioni parlavano di più dopo Berlusconi. Ora sta superando anche Berlusconi. Eppure Grillo non va mai in televisione. Ma è la televisione ad andare da lui. Se Grillo, come aveva annunciato, fosse andato a farsi intervistare da Sky avrebbe avuto ben poco minutaggio dalle altre reti televisive, tra l’altro di solito attente a non fare pubblicità alla concorrenza. All’ultimo invece non c’è andato, e il fatto che sia rimasto a casa è diventata una notizia che tutte le reti hanno dato con grande risalto per oltre ventiquattr’ore.

Lo ha ribadito Umberto Eco: «La chiave del successo è non apparire mai in televisione». «Grillo ha capito questo punto fondamentale: la comunicazione non è più diretta ma va come una palla di biliardo, ovvero si parla a nuora perché suocera intenda (e viceversa)», si parla sul blog o su Twitter per essere ripresi dalla televisione. E i contenuti emotivi e brevissimi di Grillo – che comunica a misura di Twitter, e anche sul blog propone spesso post di poche righe – oggi battono i ragionamenti, in un’epoca in cui – per dirla con Stefano Bartezzaghi che intervista Eco – «il pathos ormai predomina sul logos» e l’intrattenimento politico con pochi contenuti, il «politainment», prevale sulla politica ragionata. Dire poco, e lasciar credere di avere molto da dire che però si tace, è una dinamica fondamentale dell’esoterismo caro a Casaleggio. Lo stesso Eco lo aveva mostrato anni fa, paragonando il successo di un certo esoterismo alla seduzione femminile: entrambi hanno capito che, in un’epoca in cui tutti – e tutte – rivelano e si mettono a nudo, velare può avere più successo che svelare.

Nell’intervista a «Repubblica» Eco denuncia questa strategia di Grillo e Casaleggio come falsamente democratica. Quando ci dicono che «uno vale uno», afferma il semiologo, i capi del Movimento 5 stelle si ricollegano almeno implicitamente a Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che voleva sostituire la democrazia rappresentativa con un’assemblea permanente, un’«agorà» dove tutti i cittadini decidono senza mediazioni. Ma l’agorà di Grillo è falsa, dice Eco, perché non tutti gli italiani sono utenti del Web, e meno ancora sono gli utenti che capiscono completamente come funziona, per cui «le decisioni non sono prese dal popolo sovrano ma da un’aristocrazia di blogghisti». E questa è anche l’obiezione rivolta a Grillo e Casaleggio da Morozov, che è diventato famoso denunciando Google, Facebook, Twitter e Wikipedia come sistemi falsamente democratici che sono in realtà controllati da poche persone le quali, come Casaleggio, ne «conoscono il linguaggio e i trucchi retorici».

Né, insiste Morozov, si tratta solo di trucchi retorici: ci sono aziende americane, da cui la Casaleggio & Associati ha appreso la lezione fino a diventare un loro concorrente a livello internazionale, che sanno utilizzare algoritmi e tecniche molto sofisticate per amplificare certi messaggi su Internet e sui social network e metterne a tacere certi altri.
Sono considerazioni condivisibili, per quanto discutibili siano le idee generali di Eco o di Morozov. Casaleggio, però, potrebbe rispondere che nel suo caso il trucco non è un trucco, perché è stato dichiarato in anticipo.

Nel suo libro «Tu sei rete» il guru del Movimento 5 stelle scriveva: «Fino a qualche anno fa, le relazioni tra persone, oggetti ed eventi erano attribuite al caso. L’unico modo per ipotizzare il funzionamento dei sistemi complessi era attribuirne le ragioni ad avvenimenti casuali. La vita e l’evoluzione delle reti seguono invece leggi precise e la conoscenza di queste regole ci permette di utilizzare le reti a nostro vantaggio». E chi sa utilizzare le reti a suo vantaggio? Un piccolo gruppo di persone, gli «influencer».

«Online il 90 per cento dei contenuti è creato dal 10 per cento degli utenti, queste persone sono gli influencer – scrive Casaleggio –. Quando si accede alla Rete per avere un’informazione, si accede a un’informazione che di solito è integrata dall’influencer o è creata direttamente dall’influencer. Un prodotto, un servizio online è fortemente influenzato dall’opinione dei cosiddetti influencer, molto più per esempio dalla promozione diretta o dalla ricerca che viene creata dalle società con forti investimenti. Se pensiamo per esempio a un prodotto di elettronica, il 60 per cento degli acquisti on line viene orientato dagli influencer, quindi se per esempio il prodotto di elettronica viene osteggiato dall’influencer non viene venduto on line».

La lingua italiana è un po’ contorta, ma il concetto è chiaro. La Rete è nelle mani degli influencer come Casaleggio. Che però, spiega altrove, hanno bisogno di «portavoce» come Grillo per dominare l’opinione pubblica anche fuori della Rete. E anche per trasformare tanti giornalisti in zerbini.
Più Grillo e Casaleggio li prendono a pesci in faccia, più certi giornalisti li corteggiano e li trovano «interessanti». È però necessario, per capire il fenomeno, andare più a fondo, leggere le strategie di Casaleggio attraverso la nozione di «dittatura del relativismo» così importante nel pensiero del Papa emerito Benedetto XVI.

Secondo Papa Ratzinger il passaggio dal moderno al postmoderno, dalle ideologie alle post-ideologie, dal marxismo che ha dominato il XX secolo all’«ideologia peggiore di tutte», la tecnocrazia, che sta dominando il XXI, rappresenta la transizione da una «dittatura del razionalismo» a una «dittatura del relativismo».
La dittatura del razionalismo – una ragione chiusa per principio alla fede – e delle ideologie di morte del XX secolo non era certamente piacevole. Ma era ancora un percorso, con un inizio e una fine. Era ancora propagandata con argomenti, anche se erano argomenti da sofisti e da maestri dell’errore.

Con quella che lo stesso Benedetto XVI ha chiamato «rivoluzione culturale» o «rivoluzione antropologica», con quello che è propriamente il passaggio dalla dittatura del razionalismo alla dittatura del relativismo, non ci sono più né discorsi né percorsi, solo il girare in tondo di un pathos che, volendo sostituirsi totalmente al logos, gira a vuoto, di una putrefazione finale che ribolle senza direzioni, dando l’illusione di una grande vitalità mentre si tratta soltanto di morte.

Il filosofo Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) l’avrebbe definita una «notte in cui tutte le vacche sono nere».
Papa Ratzinger ha parlato di un relativismo assoluto in cui si pretende che tutte le idee siano di ugual valore, e dunque non esistono più né vero né falso, né bene né male. Ma la combinazione di relativismo e di tecnocrazia denunciata nell’enciclica «Caritas in veritate» produce il contrario della libertà.
Se non è più la ragione, il logos, a identificare quali affermazioni sono vere e quali sono false, diventa vero quello che è annunciato tramite i migliori algoritmi per manipolare la Rete e l’opinione pubblica. È vero quello che gli «influencer» ci fanno credere che sia vero. Il sonno della ragione produce mostri. Il trionfo del relativismo genera dittature telematiche. E giornalisti sbeffeggiati e servili.

 

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IL DIBATTITO SULL’F-35: ENNESIMA OCCASIONE PERDUTA

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di Gianandrea Gaiani

In Italia le spese militari non portano voti ma talvolta  stimolano la politica italiana (a corto di idee) a cercare facili consensi come è accaduto durante la recente campagna elettorale che ha visto affrontare in modo populistico e semplicistico le spese per la Difesa e soprattutto la commessa per i 90 cacciabombardieri F-35. L’aspetto più ridicolo della vicemnda è che in poche settimane  il Lightning II è diventato un povero orfanello, un figlio di nessuno. Per Pier Luigi Bersani occorre ridurre ulteriormente i jet perché “ abbiamo gli esodati, gli uffici sociali dei comuni con la fila davanti, e si tagliano i soldi ai disabili”. Anche Silvio Berlusconi non li vorrebbe ma ha chiesto al suo staff un dossier completo sul programma. I maggiori partiti italiani, Pd e Pdl, rinnegano un bambino che loro stessi hanno tenuto a battesimo firmando in quanto forze di governo dal 1996 a oggi i progressivi atti che ci hanno coinvolto nel Joint Strike Fighter. I politici che parlano di ridurre o cancellare il programma F-35 senza proporre alternative a quel velivolo sembrano poi dimenticare la necessità di rimpiazzare i vecchi cacciabombardieri Tornado, AMX e Harrier, aspetto indispensabile a meno che non si voglia rinunciare ad avere delle forze armate. I pacifisti vorrebbero tagliare le spese militari senza rendersi conto, nel loro furore ideologico, che far passare il concetto che lo Stato possa abdicare a una delle sue funzioni (la Difesa) costituirebbe un pericoloso precedente che domani potrebbe venire allargato a settori più “sociali” della spesa pubblica. La Difesa sostiene che l’aereo è indispensabile ma non si capisce bene a che cosa perché nessuno ha mai delineato in modo preciso cosa pretenda l’Italia dalle sue forze armate. Ammesso che l’F-35 riesca a superare tutti i numerosi difetti che ancora lo caratterizzano e diventi un aereo da attacco invisibile ai radar, sofisticatissimo ed efficacissimo siamo certi di potercelo permettere? Perché non basta dire che i costi dell’aereo americano sono elevati (e probabilmente cresceranno ancora) senza ricordare che il bilancio della Difesa di questo e dei prossimi anni stanzia un po’ di denaro per acquistare nuovi mezzi moderni ma lo fa a discapito dei fondi per l’Esercizio, cioè per manutenzione, carburante e addestramento. Ha quindi senso acquistare gli F-35 per tenerli chiusi in hangar per mancanza di benzina e manutenzione come già accade per molti aerei, mezzi e navi oggi in servizio? La domanda sembrano porsela gli olandesi chiedendosi se abbiano davvero bisogno di un velivolo di quinta generazione o non sia sufficiente uno più gestibile e meno costoso di quarta generazione aggiornato con le ultime tecnologie (il cosiddetto 4++). L’Olanda è uno dei Paesi che hanno avviato una seria riflessione sulla loro adesione al programma ma tra questi non figura l’Italia dove si affrontano in modo “calcistico” due squadre che rappresentano i fans dell’F-35 contrapposti a pacifisti e populisti uniti dallo slogan “più burro e meno cannoni”. Come Analisi Difesa ha più volte evidenziato sul programma F-35 esistono molti interrogativi senza risposta anche a causa della discordanza tra le informazioni diffuse dai protagonisti del programma. Nei mesi scorsi il nostro web magazine aveva rivelato che i costi annunciati nel febbraio 2012 dalla Difesa erano già saliti considerevolmente ma oggi il problema dell’affidabilità delle cifre fornite si ripresenta. In una recente conferenza stampa Lockheed Martin ha annunciato che entro il 2018 l’F-35 costerà 67 milioni di dollari a esemplare. A dicembre però il Ministero della Difesa italiano aveva informato il Parlamento che a partire dalle consegne in programma nel 2021 alla nostra Aeronautica e alla nostra Marina, la versione convenzionale dell’aereo costerà 83,4 milioni di dollari (64,1 milioni di euro), e quella a decollo corto e atterraggio verticale 108,1 milioni di dollari (83,1 milioni di euro). Differenze non di poco conto forse spiegabili col fatto che l’Italia deve negoziare con il governo statunitense il prezzo degli aerei mentre Lockheed Martin fornisce i costi relativi ai velivoli prodotti per il Pentagono?

Anche sul ritorno industriale per l’Italia c’è poca trasparenza. Lockheed Martin ha dichiarato che il numero di aziende italiane che hanno già ottenuto contratti di fornitura sono 27 per un ammontare di 459 milioni di dollari mentre il generale Claudio Debertolis, alla testa di Segredifesa, in dicembre riferì in Parlamento di 37 aziende per 600 milioni di euro di contratti firmati, più o meno corrispondenti agli 807 milioni di dollari riferiti a margine della recente visita allo stabilimento di Cameri del sottosegretario alla Difesa Gianluigi Magri. Anche il totale dei ritorni industriali previsti nell’arco dell’intero programma non sono chiari. L’azienda statunitense ha parlato di 8,6 miliardi di dollari (ovviamente se il numero di aerei non scenderà sotto quota 90) più la “promessa” di altri 4 miliardi mentre, sempre nel dicembre scorso, Debertolis annunciava un totale di “15 miliardi di dollari di realistiche opportunità”.

Non aiuta a fare chiarezza la posizione ribadita recentemente da Magri, che considera l’F-35 ”attualmente senza alternative” ribadendone gli ”importanti ritorni occupazionali e industriali per il Paese”. Nello stabilimento di Cameri, dove Alenia Aermacchi produce parti delle ali e dove verranno assemblati gli aerei italiani, il sottosegretario ha parlato dell’impiego di “fino a 1.500 addetti e il coinvolgimento di oltre 60 aziende italiane. Di queste, le prime 40 occupano oltre 10.000 persone che avranno, nei prossimi anni, il posto di lavoro garantito dal progetto F35″. Numeri in realtà tutti da verificare poiché per ora e almeno fino al 2017-2018 i ratei produttivi, i contratti e i posti di lavoro garantiti sono molto pochi come ha ben illustrato l’inchiesta di Silvio Lora Lamia pubblicata da Analisi Difesa in febbraio. Inoltre il Ministero va spiegando da tempo – e a Cameri Magri ha confermato – che il  programma che può essere rivisto di anno in anno: ogni volta si andrà in Parlamento, si discuterà e si voterà quanti aerei acquistare. Come si può però sperare che con un simile piano di acquisto il governo americano e Lockheed Martin ci assicurino quel volume di ritorni industriali con le relative ricadute occupazionali?

Problemi e ritardi rischiano di disastrare il programma come del resto sottolineano (con una trasparenza sconosciuta in Italia) i periodici rapporti del Pentagono. Per la fase di valutazione operativa iniziale l’Olanda spenderà il doppio di quanto preventivato nel 2008, e i due esemplari che sta per ricevere resteranno fermi in hangar per due anni, con un ulteriore aggravio di spesa, poiché la fase di valutazione inizierà solo nel 2015. Al di là delle contrapposizioni ideologiche sarebbe auspicabile che in Italia si sviluppasse un dibattito su questi e altri temi che riguardano la nostra industria (nostra forse ancora per poco), gli interessi nazionali, il denaro del contribuente e le nostre scelte strategiche. Negli anni scorsi l’Italia ha speso miliardi (ma con ritorni industriali e occupazionali certi fin dall’inizio) per sviluppare con i partners europei la capacità di progettare, produrre ed esportare jet da combattimento Typhoon del consorzio Eurofighter che sono concorrenziali con i velivoli made in USA. Con l’adesione al programma F-35 la nostra industria perderà questa capacità per diventare subfornitrice dell’americana Lockheed Martin. Questa considerazione basterebbe da sola a mettere in discussione l’acquisizione dell’F-35 tenuto conto che in tutti i Paesi l’acquisto di mezzi militari non risponde solo alle esigenze delle forze armate ma anche e soprattutto a valutazioni politiche e industriali. Ha ancora un senso per l’Italia mettersi militarmente nelle mani degli statunitensi (che avranno l’esclusivo accesso alle tecnologie più avanzate adottate dall’F-35) in un momento in cui gli interessi globali di Washington non sembrano coincidere con quelli italiani ed europei?

Qualcuno può spiegarci perché dovremmo continuare a essere buoni clienti di costosi e traballanti programmi americani quando Barack Obama applica lo slogan “buy american” su tutte le commesse militari e negli ultimi mesi il Pentagono ha tagliato i contratti per i velivoli cargo italiani C-27J destinati alla Guardia Nazionale statunitense e G-222 acquisiti per le forze afghane?  Non sarebbe meglio investire sui nostri prodotti adottando la versione da attacco del Typhoon e finanziando lo sviluppo di droni da combattimento europei con programmi che coinvolgono pienamente la nostra industria ? Con un bilancio della Difesa più che doppio di quello italiano i tedeschi non acquisiranno l’F-35 ma utilizzeranno un solo aereo per l’intercettazione e l’attacco, il Typhoon di cui sono anche loro produttori. L’Italia invece avrà una doppia linea di velivoli, Typhoon ed F-35, con un raddoppio dei costi logistici che non possiamo permetterci con gli attuali budget della Difesa. Una scelta “alla tedesca” ci permetterebbe di salvaguardare meglio la nostra industria e i posti di lavoro acquisendo solo una ventina di F-35 nella versione B a decollo corto e atterraggio verticale davvero indispensabili per la portaerei Cavour. Su questi interrogativi e su questi temi vorremmo vedere svilupparsi un confronto che coinvolga anche quanti pretendono di guidare l’Italia.

 

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I crimini di Monsanto, con i soldi di Bill Gates

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Bill Gates, è fondamentalmente noto per essere il fondatore di Microsoft, l’azienda produttrice del notissimo sistema operativo Windows. Ricchissimo, si è ritirato dalla guida dell’azienda ed ora impiega tempo e denaro nel finanziare le tecnologie per la modificazione genetica, la geo-ingegneria, le vaccinazioni sperimentali e nel diffondere la buona novella della Monsanto salvatrice dalla fame nel mondo.

Nessuna sorpresa quindi nel leggere che Gates possiede 500.000 azioni della Monsanto. Controvalore: 23 milioni di dollari.

Ma è sempre Monsanto quell’azienda che è stata beccata a gestire in Argentina gruppi di lavoratori in nero, schiavizzati e costretti a lavorare 14 ore al giorno – per giunta spesso senza stipendiarli. Azienda che ricorre ai propri colossali fondi per pagare organizzazioni che falsificano letteralmente le dichiarazioni della FDA al fine di diffondere gli organismi geneticamente modificati.
Non mettiamo nemmeno in conto i suicidi di agricoltori in India, dovuti all’incapacità dei prodotti Monsanto di garantire i raccolti, suicidi che si verificano al ritmo di 1 ogni 30 minuti in quella zona agricola che è tristemente nota come ‘fascia dei suicidi’.

Bill Gates finanzia anche aziende che riducono i minori in schiavitù
Come se non bastasse, la Bill and Melinda Gates Foundation collabora con la Cargill con l’obbiettivo di diffondere la soia OGM nel 3° mondo. La Cargill è una multinazionale da 133 miliardi di dollari beccata anch’essa a violare le leggi sul lavoro ed incriminata dall’International Labor Rights Fund per traffico di minori dal Mali e per riduzione in schiavitù di minori come lavoratori nelle piantagioni di cacao, dove sono costretti a lavorare dalle 12 alle 14 ore al giorno, con paghe misere ed alimentazione insufficiente. L’azienda intanto continua ad acquistare cotone dall’Uzbekistan, dove è ben noto che sia il frutto di lavoro nero minorile.
Bill Gates si è prestato in prima persona per spot pubblicitari a favore degli OGM Monsanto, nei quali li magnifica come «La soluzione» alla fame nel mondo quando persino l’ONU ha riconosciuto che gli OGM non possono sconfiggere la fame altrettanto bene quanto l’agricoltura tradizionale.

Il tema della fame nel mondo è stato studiato in particolar modo dall’International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development (IAASTD), un gruppo di 900 fra scienziati e ricercatori. I risultati della ricerca sono abbastanza chiari: 900 scienziati concordano che le sementi OGM non sono la soluzione alla fame nel mondo. I risultati sono stati pubblicati nel 2008, ben prima che Bill Gates – ignorandole – iniziasse a proclamare per ogni dove che gli OGM sono la soluzione miracolosa.
Anche la Union of Concerned Scientists ha esaminato la verità sui raccolti prodotti dagli OGM, giusto per scoprire che sul lungo periodo le sementi OGM non producono nessun aumento nei raccolti, mentre hanno un costo eccessivo e recano un grosso danno alla salute ed all’ambiente. La mancanza di basi scientifiche è risultata tanto evidente agli occhi della Union da voler documentare tutto in modo dettagliato, all’interno di un resoconto del 2009 intitolato: «Raccolti fallimentari».

Sono molte le critiche che si sono levate contro Gates per tali finanziamenti, per esempio dal gruppo Community Alliance for Global Justice, che ha dichiarato:

«La Monsanto ha un passato di crasso spregio delle esigenze e del benessere dei piccoli agricoltori sparsi per il mondo… la questione solleva grossi dubbi sul pesante finanziamento dato dall’azienda allo sviluppo dell’agricoltura africana…».
Allora, come mai Bill Gates, un uomo osannato dai media come un santo filantropo versa milioni – se non miliardi – in operazioni di questo tipo? E perché continua a dire che gli OGM possono combattere la fame nel mondo quando sa che non è vero, visto che fanno al contrario calare i raccolti e creano altri problemi?

Domandiamolo a Bill Gates
Ieri Gates si è reso disponibile a rispondere alle domande di utenti online tramite il sito sociale Reddit, in quella che si presentava come una intervista aperta, del tipo «Chiedetemi qualunque cosa». Era un’opportunità unica per chiedere a Bill Gates in persona perché avesse acquistato in modo occulto 500.000 azioni Monsanto – a parte questioni fiscali – e perché facesse squadra con la Cargill per diffondere gli OGM nel mondo. Cosa che in tanti ci domandiamo.

Alle domande su Reddit avrebbe risposto in forma scritta. Così, benché avessi una quantità di domande da porgli – una per tutte: «se lui per primo mangiasse OGM» – gli ho semplicemente chiesto:

«Perché ha comprato 500.000 azioni Monsanto?».

Non arrivando la risposta, sono partiti numerosi commenti con gli utenti che domandavano a Gates, per favore, se voleva rispondere. Quindi molti altri hanno posto delle varianti di questa stessa domanda. Domande rimaste tutte senza risposta – come previsto.

Ecco alcuni commenti alla mia domanda:

Lawfairy scrive: «Avrei voluto rispondesse; per me questa è una delle cose più incomprensibili circa di Gates, persona che altrimenti rispetto come uno dei più eminenti filantropi della nostra generazione… Per me i rapporti di Gates con la Monsanto sono l’aspetto moralmente più discutibile della sua intera attività».

Un altro utente scrive: «Non potrebbe dedicarci un po’ del suo tempo per chiarirci dei suoi investimenti nella Monsanto? Questa multinazionale, benché titoli di voler metter fine alla fame nel mondo, ha fatto negli ultimi 100 anni delle cose decisamente deprecabili, ed io non credo che avessero a cuore gli interessi della gente. Io credo che il modo per metter fine alla fame nel mondo non consista nell’avere un’unica azienda che manipola, controlla o possiede le scorte alimentari mondiali – o cerca di farlo».

Un altro utente ha dato questa risposta: «[Ha le azioni Monsant] Perché appoggia il Bilderberg group!».

Comunque, nessuno ha avuto una risposta ufficiale alle domande sulle azioni Monsanto. L’intenzione ovvia sembra quella di voler lasciar svanire la cosa nel flusso della stampa allineata, quella che sembra pensare che Bill Gates sia il nr. 1 dei filantropi, incapace di fare del male.
Noi invece troviamo assolutamente inaccettabile che qualcuno che finanzia i piani di aziende collegate agli OGM ed allo sfruttamento del lavoro nero minorile venga accolto con un applauso.

Anthony Gucciardi

Traduzione per EFFEDIEFFE.com a cura di Massimo Frulla, revisione di Lorenzo de Vita

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