La cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, spiegata.

Venerdì 20 aprile, dopo cinque giorni di camera di consiglio, i giudici del tribunale di Palermo hanno emesso la sentenza di primo grado per il processo sulla presunta cosiddetta “trattativa Stato-mafia”. La tesi dell’accusa, portata avanti soprattutto dal pubblico ministero Nino Di Matteo, è stata sostanzialmente accettata dalla giuria, in parte composta da giudici togati e in parte da giudici popolari: un politico, alti funzionari dello stato e boss mafiosi sono stati condannati. Secondo i giudici, tre importanti ufficiali dei carabinieri e Marcello Dell’Utri, per anni noto amico e collaboratore di Silvio Berlusconi, hanno “minacciato” gli organi dello Stato per conto della mafia, con l’obiettivo di costringere i governi ad adottare un atteggiamento più morbido nei confronti della criminalità organizzata siciliana.

La teoria – giudiziaria, giornalistica, politica – alla base della “trattativa Stato-mafia” è però molto più ampia del processo di primo grado che si è concluso venerdì. Riguarda non solo molti altri processi, che sono finiti con delle assoluzioni, ma costituisce un vero e proprio tentativo di ricostruzione storica degli ultimi 25 anni di storia del nostro paese. Tra i pochi che si sono approcciati al caso con una prospettiva “storica” e non soltanto giudiziaria ci sono il giurista Giovanni Fiandaca e lo storico Salvatore Lupo, che del caso hanno parlato nel libro La mafia non ha vinto.

Il processo

Visto che il processo di Palermo riguarda solo una parte dell’intera vicenda, per comprendere la “trattativa” è bene separare la storia dagli esiti processuali. Cominciamo da questi ultimi e in particolare da quello al termine del quale, venerdì scorso, sono state emesse numerose condanne. Le più interessanti sono quelle che hanno riguardato l’ex generale Mario Mori, l’ex generale Antonio Subranni e l’ex colonnello Giuseppe De Donno, tutti e tre appartenenti ai ROS, i carabinieri incaricati di indagini speciali come quelle per reati di mafia. Secondo i giudici, questi tre alti ufficiali avrebbero condotto la trattativa con la mafia in Sicilia, e, riportando le richieste dei boss mafiosi ai politici, avrebbero così commesso un reato.

Il problema è che non esiste il reato di “trattativa”: e fino a che non vengono commessi reati, le autorità hanno tutto il diritto di trattare anche con criminali incalliti. Si tratta con i criminali che hanno preso degli ostaggi, per esempio, allo scopo di salvarli, ma anche in casi molto più eclatanti: lo Stato italiano ha notoriamente trattato tra gli anni Sessanta e Settanta con i terroristi palestinesi, a cui veniva permesso il trasporto di armi e personale sul territorio italiano purché il nostro paese non fosse teatro di attacchi terroristici. Si trattò spesso e in molte occasioni anche con i terroristi italiani, tra cui persino il più pericoloso e organizzato tra tutti i gruppi, quello delle Brigate Rosse (nel caso del sequestro del giudice Mario Sossi furono proprio i magistrati a condurre la trattativa, e altri magistrati a bloccarla all’ultimo minuto). Durante il rapimento di Aldo Moro ci furono trattative tra il leader socialista Bettino Craxi e i brigatisti, e persino tra il Vaticano e alcuni supposti emissari delle Brigate Rosse.

Oggi è cambiata la sensibilità dell’opinione pubblica e anche quella di alcune parti della magistratura, e secondo l’accusa trattare con i criminali costituisce di per sé sempre un reato, poiché comporta che un organo pubblico subisca delle minacce (se la trattativa non va in porto, accadranno cose spiacevoli). Chi tratta, secondo questa lettura, commette il reato di “minaccia e violenza contro organi politici dello Stato”. In altre parole, secondo i giudici del processo terminato venerdì scorso, Mori, Subranni e De Donno avrebbero parlato con i boss della criminalità organizzata, ascoltato cosa chiedevano per far terminare la cosiddetta “stagione delle stragi” e quindi riferito alle autorità politiche i risultati dei colloqui. Così facendo avrebbero “minacciato” il governo, prospettando una continuazione delle stragi se non si fosse ammorbidita la lotta alla mafia.

I giudici non hanno considerato i tre ufficiali dei semplici “tramite”, che avrebbero svolto una trattativa con la criminalità su ordine delle autorità politiche, ma li hanno accusati di essere – sostanzialmente – complici della criminalità organizzata. In questo contesto, l’espressione “trattativa Stato-mafia” rischia di diventare fuorviante, poiché anche negli argomenti dell’accusa lo Stato risulta essere la parte lesa e minacciata. È stato condannato anche il boss mafioso Leoluca Bagarella, che avrebbe formulato almeno parte delle richieste della criminalità organizzata, così come Marcello Dell’Utri, che secondo l’accusa sarebbe stato ambasciatore di una seconda trattativa che si sarebbe svolta durante il primo governo Berlusconi. In questo scenario anche Berlusconi, in quanto capo del governo, è considerato dai giudici la vittima delle minacce agli organi dello Stato portate avanti da Dell’Utri: non suo complice, come ha correttamente notato il giornalista Luciano Capone. È stato invece assolto il ministro dell’Interno della “prima fase” della trattativa, Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza in un filone laterale di questa complicata vicenda.

Conosceremo probabilmente tra diverse settimane maggiori dettagli su quali sono le responsabilità dei vari protagonisti secondo i giudici, quando saranno pubblicate le motivazioni della sentenza. Sentenza che peraltro è stata molto criticata, per la fragilità degli elementi su cui si basa e per come ignora le sentenze di diversi precedenti processi: sono parecchi a ritenere che sarà rovesciata in appello.

La storia

Analizzare la vicenda prendendo in esame uno solo dei numerosi rami processuali di cui è composta rischia di produrre un racconto parziale. La teoria della “trattativa” è molto più complessa e sfaccettata ed è stata esaminata in numerosi processi, articoli e libri di inchiesta. Accanto al processo di Palermo esistono ricostruzioni più ampie, portate avanti da giornalisti, da politici e dagli stessi magistrati dell’accusa nei loro libri, nelle loro interviste e negli altri processi di cui si sono occupati. Di Matteo, il principale pm dell’accusa, è stato uno dei più importanti propugnatori della teoria più estesa e in questo è stato spesso appoggiato da giornali, come il Fatto Quotidiano, e da partiti politici, come il Movimento 5 Stelle, alle cui iniziative ha partecipato in più di un’occasione.

La “teoria della trattativa”, nel senso più ampio del termine, è più o meno quella che segue.

Di fronte ai successi nella lotta alla mafia della fine degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta – si pensi per esempio al “maxiprocesso” – l’ala più violenta di Cosa Nostra, guidata da Totò Riina, avrebbe deciso di intraprendere una strategia stragista per costringere lo Stato a trattare e moderare così il suo atteggiamento, tornando al precedente stato di “pacifica convivenza”. Le stragi portarono alla morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i giudici più attivi nella lotta alla mafia, ma anche ad attacchi contro obiettivi civili e monumenti a Milano, Firenze e Roma.

In questo periodo – sul momento esatto esistono versioni discordanti – alcuni funzionari dello Stato avrebbero iniziato ad avvicinarsi alla mafia siciliana per trattare, esattamente come aveva previsto Riina. Il principale protagonista di questa trattativa sarebbe stato il generale Mori, ma esistono ricostruzioni che attribuiscono importanti ruoli a personaggi misteriosi e probabilmente mai esistiti. Il più celebre è il misterioso “signor Franco”, un agente dei servizi segreti di cui ha parlato Massimo Ciancimino, figlio del sindaco di Palermo legato alla mafia Vito Ciancimino e diventato uno dei principali testimoni della “trattativa” (è stato però ampiamente squalificato, accusato di aver mentito, calunniato e falsificato documenti: e condannato per calunnia nello stesso processo di Palermo che, anche sulla base delle sue testimonianze, ha portato alle condanne per la presunta “trattativa”). Nessun altro, a parte Massimo Ciancimino, ha mai parlato del “signor Franco”, di cui non si conosce il nome né esiste alcuna traccia documentale.

I contatti tra Vito Ciancimino e i capi del ROS sono stati ammessi dallo stesso Mori e dai suoi colleghi, che però sostengono che non fu altro che un trucco investigativo, un modo per scoprire se fosse possibile agganciare qualche boss, spingerlo ad arrendersi, a collaborare oppure farlo cadere in trappola. Quali che fossero queste ragioni, secondo il figlio di Vito Ciancimino nel corso di queste trattative sarebbe emerso un vero e proprio elenco di richieste da parte della mafia siciliana, il famoso “papello”. Il “papello” sarebbe stato poi portato a non meglio precisate autorità governative che avrebbero dovuto scegliere tra l’accettarne le richieste oppure subire nuove stragi (e per questo, quindi, chi lo presentò divenne responsabile di “minaccia” nei confronti di organi dello Stato). Del “papello” non esistono tracce che non provengano dallo screditato Ciancimino o da ambienti mafiosi.

Nessuna delle richieste presenti nell’eventuale “papello” però venne accettata. La teoria della “trattativa” quindi individua tutta un’altra serie di azioni, diverse da quelle che la mafia avrebbe suggerito, che il governo avrebbe intrapreso per soddisfare i criminali. La principale sarebbe stata la decisione dell’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso di non rinnovare il regime di carcere duro 41bis a centinaia di condannati per mafia. A questo proposito, però, va sottolineato che Conso non era un politicante compromesso con ambienti oscuri, ma un giurista importante, ex presidente del CSM e della Corte Costituzionale, ministro tecnico nel governo di Carlo Azeglio Ciampi. L’attenuazione del 41bis – regime carcerario peraltro criticato come inumano, oggi come allora – fu concessa soltanto a mafiosi di secondo piano e, spiegò Conso, come atto umanitario di distensione del clima di quegli anni.  Fu inoltre un legittimo atto politico condiviso dai partiti dell’epoca, che può essere apprezzato o no ma che non costituisce un reato. Conso – che è stato indagato per false dichiarazioni ma di cui fu respinta persino la richiesta di rinvio a giudizio – ha rifiutato nettamente l’idea che quel gesto possa essergli stato suggerito dalla mafia o che gli sia stato prospettato come parte di uno “scambio” con la criminalità organizzata.

Bisogna aggiungere, appunto, che il 41bis non è una misura che ha sempre goduto di unanime approvazione. È una misura di carcere estremamente duro, criticata sulla base di considerazioni umanitarie anche da organizzazioni internazionali, e che altri paesi hanno equiparato alla tortura. Alcuni magistrati che hanno studiato questa misura, come Sebastiano Ardita, sostengono che il 41bis all’iniziò fu controproducente perché contribuì ad alimentare lo stragismo invece che fermarlo, poiché i mafiosi provarono «ad aprirsi con le bombe la strada che portava fuori dal 41bis».

Un discorso simile si potrebbe fare per altri dei presunti vantaggi ottenuti dalla mafia grazie alla presunta trattativa, come la chiusura delle “supercarceri” di Pianosa e l’Asinara. In realtà queste due strutture erano già state chiuse durante la stagione del terrorismo (e, curiosamente, nel caso dell’Asinara, in risposta alle richieste delle BR che avevano rapito un magistrato, Giovanni D’Urso). La chiusura delle carceri non aveva suscitato particolari polemiche perché l’Asinara, come Pianosa, era un carcere fatiscente dove i detenuti erano sottoposti a condizioni ritenute disumane da numerose organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali. L’Asinara e Pianosa furono riaperte dopo la strage di Capaci e vi furono trasferiti in massa i detenuti mafiosi, nel giro di una sola notte, come misura di immediata e brutale rappresaglia alla strage da parte dello Stato.

Le altre conseguenze della presunta trattativa vengono indicate di volta in volta nella cattura di Totò Riina, che sarebbe arrivata grazie a una soffiata dell’area “moderata” di Cosa Nostra, guidata da Bernardo Provenzano; nella mancata perquisizione del covo di Riina, che sarebbe stata ritardata per permettere all’area “moderata” di ripulirlo; e infine nella mancata cattura di Provenzano nel 1995, frutto dell’accordo segreto che il boss avrebbe raggiunto come parte della trattativa. Mori e altri carabinieri sono stati processati per questi due fatti e in entrambi i casi sono stati assolti.

Questo per quanta riguarda il troncone principale della trattativa. Accanto a questo esistono però numerosi altri filoni che, nelle loro versioni più estreme, ascrivono alla presunta trattativa praticamente tutto ciò che è accaduto nel nostro paese negli ultimi 25 anni. Tra le teorie che hanno trovato almeno una parte di conferma giudiziaria c’è per esempio quella secondo cui la “stagione della trattativa” sarebbe continuata anche durante il primo governo Berlusconi, che avrebbe ricevuto pressioni e minacce da parte di Marcello Dell’Utri (è per questa ragione che venerdì scorso Dell’Utri è stato condannato).

Secondo i magistrati che hanno portato avanti l’accusa – oltre a Di Matteo il più celebre è Antonio Ingroia, che partecipò alle indagini e alla prima fase del processo prima di candidarsi in politica e abbandonare la magistratura – Forza Italia sarebbe un “partito della mafia”, nato sotto le pressioni dell’ala “moderata” di Cosa Nostra, guidata da Provenzano, dopo che era stato abbandonato il progetto di fondare una “Lega del Sud” speculare a quella del Nord che proprio in quegli anni stava iniziando a raccogliere grossi successi elettorali. Questa parte della vicenda, però, è fatta in gran parte di testimonianze di seconda o terza mano rese da persone che raramente affermano di aver assistito in prima persona agli eventi che raccontano.

Questa parte della teoria della trattativa, che vede Forza Italia come “figlia” dell’accordo tra governo e mafia, rimane da confermare non solo dal punto di vista storico ma anche da quello giudiziario: e per stare in piedi ha bisogno di ascrivere alla criminalità organizzata un controllo capillare dei voti in Sicilia. Il principale problema di questa teoria è che sembra difficile dimostrare questo controllo. Nel 1987, quando si verificò la rottura dei rapporti tra i vertici di Cosa Nostra e la Democrazia Cristiana regionale, la mafia decise di spostare i “suoi” voti dalla DC ai socialisti e ai radicali. Era un modo per punire la DC per non aver protetto i boss dal maxi-processo, che si era svolto alla fine degli anni Ottanta ed era stato devastante per l’organizzazione criminale. Ma la rottura produsse scarsi risultati elettorali. Nel 1987 la DC prese gli stessi voti che aveva raccolto alle elezioni del 1983, mentre socialisti e radicali videro i loro consensi crescere di poche decina di migliaia di voti. Per tutto il resto del decennio e fino al suo scioglimento, la DC continuò a dominare la politica siciliana, raccogliendo persino più voti di quelli che otteneva all’inizio degli anni Ottanta.

Per quanto rimangano responsabilità da accertare in fase processuale, secondo storici come Salvatore Lupo è abbastanza chiaro qual è il problema della “teoria della trattativa” nella sua accezione più ampia: questa riscrittura finisce con l’ascrivere una pluralità di fenomeni complessi, di scelte politiche di portata storica e con conseguenze decennali, a un’unica causa: l’inconfessabile trattativa tra uno Stato impotente e una criminalità organizzata capace di ottenere qualsiasi risultato. Il limite della “teoria della trattativa”, nel senso più esteso, è – secondo i critici – cercare di semplificare qualcosa che è per sua natura molto complesso. Così come le teorie del complotto sugli “anni di piombo” cercano di spiegare quel convulso periodo della storia repubblicana con le macchinazioni della CIA o di un misterioso Grande Vecchio nascosto nella sua stanza dei bottoni, così la teoria della “trattativa” nella sua versione grandiosa pretende di spiegare l’intera storia del passaggio tra Prima e Seconda Repubblica con gli eventuali accordi segreti fatti da alcuni carabinieri con i boss della mafia siciliana.

Davide Maria De Luca per Il Post

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Perché non c’è nulla di etico nella vita di un vegano

È il 2017. Secondo tutti i film prodotti quando l’umanità pensava di poter curare gli omosessuali con gli schiaffi viviamo in un futuro da fantascienza. Certo, non abbiamo macchine volanti, non viviamo in un’era post-razziale o nelle colonie su Marte, però abbiamo l’etica. E un compasso morale formato dalle gif di Beyoncé che ci spiegano come navigarla.

Etica, infatti, è la parola del futuro. E quindi del nostro presente. Il lavoro è etico. La musica è etica. Lo sono le tasse. Anche le banche, ormai, sono etiche.

“Etica” è diventata la parola con cui definire noi stessi e chi ci circonda. Dividiamo le persone in buone o cattive a seconda di quanto rispecchiano la nostra idea di “etica”. Ma cosa si intende esattamente con “etica”? Tutti i più grandi pensatori della storia hanno scritto e dibattuto sul suo significato. Da Aristotele a Socrate, fino a Confucio. Da Tommaso D’Aquino a Kant, fino a Giulia Innocenzi. Nessuno, prima di lei, aveva però mai trovato una definizione precisa e sintetica di “etica”.

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Etica, sostiene la collaboratrice di Santoro nel suo libro “Tritacarne”, significa non uccidere gli animali.

Sarebbe intellettualmente disonesto, però, attribuire quest’idea esclusivamente alla giornalista de Il Fatto Quotidiano; una riflessione così complessa richiede un’estensione computazionale non ascrivibile singolarmente a Giulia Innocenzi. Per arrivare a questa epifania intellettuale sono stati necessari milioni di vegani nel mondo.

I vegani sono infatti ossessionati dalla parola “etica”. È quella a cui ricorrono quando viene chiesto loro che cosa li abbia spinti a cambiare dieta. È come definiscono loro stessi. Persone con etica.

Hanno pure creato il “Parma Etica Festival”, una rassegna in cui si celebrano culture, tradizioni e usanze alimentari allogene con il nobile scopo d’aiutare le persone a dimenticare di vivere a Parma. Tre giorni di talk, workshop e seminari sull’etica vegan e vegetariana. E sulla “psicogenealogia transgenerazionale”, una branca della psicologia che unisce le esperienze traumatiche dei tuoi avi del Rinascimento con le difficoltà di ricezione di Lifegate.

Ospite speciale del festival? Giulia Innocenzi.

Altro esempio di questa ossessione si può trovare nel ricettario-bibbia della comunità vegana italiana dal titolo “La cucina etica”. Scopo dei suoi tre autori è quello di proporre ricette “etiche, salutiste, ecologiche, spirituali, legate allo sviluppo sostenibile”. Uno dei primi capitoli è dedicato alla quinoa.

La quinoa è considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed è utilizzata di frequente nelle diete vegane per l’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due Paesi più poveri del Sud America – Perù e Bolivia – e da quando è stata scoperta nelle “diete etiche” ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la tonnellata, ma alcune varietà più pregiate – rossa real e nera – possono superare i 4mila e gli 8mila euro. Leggi il resto dell’articolo

Il Sacrificio, Ieri e Oggi

Chac Mool
Il sacrificio, come l’etimologia del nome stesso indica (sacrum facere), rappresenta l’atto più sacro all’interno di ogni religione, l’elemento fondante attorno al quale ogni credo si sviluppa.
Nella religione vedica, tutti gli esseri viventi ebbero origine dal sacrificio di Purusha, l’Uomo Primordiale, smembrato dai Veda nell’atto di creazione del mondo.
Questo smembramento è simbolo del passaggio dall’unità al molteplice, l’atto necessario affinché il mondo materiale possa iniziare ad esistere: si tratta di un passaggio che si ritrova in tutte le cosmogonie religiose dell’antichità, patrimonio comune della conoscenza condivisa dall’umanità delle epoche passate.
Il rito sacrificale, quindi, condiviso dalle religioni del passato e del presente, ricrea e ripete ogni volta quel sacrificio primordiale, il momento di divisione e di sofferenza con cui la realtà ebbe inizio.
Scopo principale del rito è infatti ricreare nel mondo materiale le realtà celesti, e ripercorrere in terra le azioni dei mondi superiori, creando un legame tra le diverse dimensioni dell’essere in un momento in cui il tempo e le distanze cessano di esistere.
Questo elemento fondante non manca nemmeno nel Cristianesimo, la cui dottrina si fonda sul Sacrificio per eccellenza, quello del Cristo Figlio di Dio.
Il Cristo ripercorre col suo gesto il sacrifico originario, ricrea in sé la divisione primordiale che condusse dall’unità al molteplice, ed in una dimensione a-temporale chiude il ciclo della creazione stessa.
Da questo punto di vista, per la religione cristiana non vi potrà più essere alcun sacrificio dopo quello di Gesù, dal momento che nella sua figura si compie il ciclo della divisione originaria, ed in sé il Figlio di Dio ricompone lo strappo dell’inizio dei tempi.

Nelle epoche passate, e anche in quelle presenti, come si vedrà, questo rito oscillò spesso tra un richiamo simbolico ed un crudo realismo, laddove nel tempo diverse culture non esitarono ad “utilizzare” esseri viventi, animali ed anche uomini, per portare a termine il rituale.
Il sacrificio umano era comune nelle popolazioni semitiche dell’antichità, nelle culture precolombiane dell’America centrale, ed anche nelle popolazioni che abitavano il continente europeo prima dell’arrivo delle stirpi indoeuropee.
La commistione tra piano simbolico e piano contingente può infatti avere come esito un approccio confusionale nei confronti del rito stesso, una degenerazione che dal piano religioso porta a quello magico: questo è propriamente ciò che accade in quelle culture che nel ricreare il sacrificio originario dell’ Uomo Primordiale ricorsero a dei sacrifici umani veri e propri.
L’aspetto simbolico lasciò il campo a quello “magico”, e l’atto in sé acquisì una valenza diversa, utilitaristica e “materiale”.
Tale processo rappresenta un aspetto comune in diverse tradizioni, laddove nel termine del loro ciclo terreno all’antica sapienza si sostituiscono il richiamo magico e la superstizione, che come il termine stesso indica rappresenta ciò che rimane di un’antica conoscenza nel momento in cui si smarrisce il suo significato più profondo.

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I Vari Modi di Pisciare

DI ARTHUR SILBER
Power of Narrative

Ecco come William Blum descrive la distruzione dell’Iraq ad opera degli Stati Uniti (citato da Chris Floyd in un post recente)

“La maggior parte della gente non capisce l’importanza di quello che abbiamo fatto qui”, ha detto il Sergente Maggiore Ron Kelley mentre assieme a altri militari si preparava a lasciare l’Iraq a metà dicembre: “Abbiamo fatto qualcosa di grande per questa nazione. Abbiamo liberato un popolo, abbiamo restituito loro il paese.”“È piuttosto eccitante”, è il commento di un altro giovane soldato americano: “Finiremo nei libri di storia, a quanto pare.” (Washington Post, 18 dicembre 2011)Ah, i libri di storia, sì, una bella collana di volumi rilegati in cuoio dal titolo “Le più grandi catastrofi inflitte da un Paese all’altro”. Nell’ultimo volume sarà possibile trovare tutta la documentazione con tanto di foto di come la moderna, raffinata, avanzata nazione irachena fu ridotto a uno stato semi-fallito; di come gli americani, per un motivo o l’altro (tutti pretestuosi) a partire dal 1991 bombardarono il Paese per dodici anni; invasero, occuparono, rovesciarono il governo, torturarono senza farsi scrupoli, uccisero di proposito… di come gli abitanti di quella terra martoriata persero tutto – le loro case, le scuole, l’elettricità, l’acqua potabile, i loro quartieri, le moschee, persero l’ambiente, il lavoro, le ricchezze archeologiche, persero la carriera, le competenze, le aziende pubbliche, la sanità fisica e quella mentale, la sanità pubblica, lo stato sociale, i diritti delle donne, la tolleranza religiosa, la sicurezza, la tranquillità, i figli, i genitori, il passato, il presente, il futuro, la vita… Più di metà della popolazione morta, ferita, traumatizzata, in prigione, evacuata o in esilio… L’aria, il suolo, l’acqua, il sangue e i geni contaminati dall’uranio impoverito…le più incredibili deformazioni alla nascita… ordigni inesplosi disseminati ovunque in attesa di essere raccolti da bambini … un fiume di sangue che scorre a fianco del Tigri e dell’Eufrate … attraverso un Paese fatto a pezzi per sempre …

I fatti descritti da Blum non sono altro che questo, appunto: fatti. Non questioni da discutere. Ci sono una quantità di articoli e di fonti che lo dimostrano. Nonostante questo Barack Obama – osserva Blum – vuole fare passare ancora una volta la distruzione di un intero paese come “uno straordinario risultato, che ha richiesto nove anni per essere realizzato”.

Questo completo stravolgimento della verità è il frutto di secoli di bugie ininterrotte. Il giorno mutato in notte, la vita in morte – e tutto ciò è, anzi deve essere il bene”. Queste sono le perverse distorsioni della mitopoiesi americana, come la descrivevo già nel luglio 2010 in “The Blood-Drenched Darkness of American Exceptionalism“:

L’invasione e l’occupazione americana non è stata altro che una serie ininterrotta di crimini di guerra. Ciò è fuori discussione. Siccome è fuori discussione, non se ne parla. E non solo non se ne parla, che già di per sé è un crimine. Il mito dell’eccezionalità americana ci racconta che gli Stati Uniti sono unici e unicamente buoni. Non basta ignorare le conseguenze negative delle nostre azioni: dobbiamo trasformarle tutte nel bene assoluto. Il processo è stato seguito alla lettera in ciascuno degli interventi bellici intrapresi dagli Stati Uniti (a partire dalle Filippine, passando per la prima Guerra Mondiale, la Seconda e i molti interventi successivi, fino all’Iraq e l’Afghanistan oggi) e lo stesso identico processo ha funzionato per anni con la guerra in Iraq. […] Leggi il resto dell’articolo

I Falsificatori di Notizie

DI PATRICK COCKBURN
Counterpunch

Il “rumor” di solito aveva una cattiva reputazione. Nelle opere di Shakespeare, si dava per scontato che i “rumors” fossero in realtà artistiche menzogne e la comparsa di racconti dettagliati, ma falsi, di vittorie e sconfitte. Nessun giornalista potrebbe parlare con credibilità di massacri, torture e detenzioni massicce utilizzando “insistenti dicerie” come unica prova del proprio racconto. Gli editori di qualunque giornale, catena di televisione o emittente radio di un tale giornalista scuoterebbero senz’altro la testa con incredulità per una fonte tanto vaga e dubbiosa, e quasi certamente si rifiuterebbero di pubblicare la notizia.

Ma supponiamo che il nostro giornalista tolga la parola “rumor” e la sostituisca con fonti come YouTube o qualche blogger. Allora, in base alle esperienze recenti, gli editori tenderebbero a dare il proprio assenso, arrivando a elogiare il proprio dipendente per il giudizioso utilizzo di Internet. La BBC e altre catene televisive ci offrono felicemente ogni notte le immagini del caos in Siria, scaricando apertamente la responsabilità sulla loro autenticità. Queste avvertenze si susseguono così di sovente che attualmente hanno lo stesso impatto degli avvisi rivolti agli utenti di un’informazione che potrebbe contenere immagini pornografiche. Il pubblico ritiene, logicamente, che, se la BBC e altre emittenti non fossero convinte della veridicità delle immagini offerte su YouTube, non li utilizzerebbero come fonte principale di informazione sulla Siria.

Le immagini di YouTube potrebbe aver avuto un ruolo determinante nelle rivolte della “primavera araba”, ma la stampa internazionale non si pronuncia, in gran parte, sulla facilità di manipolazione di queste immagini. Fotografata da un angolo particolare, una piccola manifestazione potrebbe sembrare un assembramento di decine di migliaia di persone. Alcuni spari in una strada potrebbe venire utilizzati per la fabbricare l’esistenza di sparatorie in una dozzina di città. Le manifestazioni non dovrebbero essere eventi captati, in modo fortunoso, dalle telecamere dei cellulari da cittadini interessati: di frequente l’unica ragione della protesta è quella di fornire materiale per YouTube. Le catene televisive non rifiutano queste fonti, o non sottolineano che la messa in scena delle stesse è gratuita, drammatica e presa sul momento, e che non sarebbero in grado di produrle con i propri corrispondenti e le proprie squadre di ripresa anche se spendessero un mucchio di soldi.

Nella stampa scritta, i blogger hanno anche loro vita facile, anche quando non esiste sia prova alcuna che sappiano quello che sta davvero accadendo. Da qui viene la semplicità con cui uno studente statunitense, residente in Scozia, fu capace di farsi passare per una giovane lesbica perseguitata a Damasco [1]. Dalla guerra dell’Iraq, persino i blogger più dichiaratamente parziali sono stati presentati come fonti di informazione obiettiva. Per quanto la loro immagine possa essere già intaccata, ancora mantengono un certo prestigio e una credibilità.

I governi che impediscono l’accesso ai giornalisti stranieri in tempo di crisi, come in Iran e, nell’ultima settimana, in Siria creano un vuoto informativo facilmente colmato dai loro nemici. Essi sono molto meglio equipaggiati per offrire la propria versione dei fatti di quanto avveniva prima della diffusione della telefonia mobile, della televisione satellitare e di Internet. I monopoli statali dell’informazione sono oramai insostenibili. Ma se le opposizioni ai governi in Siria e in Iran si sono impadroniti dell’agenda informativa non significa che quello che riportano corrisponda alla verità.

Agli inizi dello scorso anno mi incontrai a Teheran con alcuni corrispondenti iraniani di pubblicazioni occidentali, le cui credenziali di stampa erano state sospese temporaneamente dalle autorità. Gli dissi che la situazione doveva essere per loro frustrante, ma mi risposero che, se anche avessero potuto presentare le loro notizie – informando che non stata succedendo granché -, i loro editori non li avrebbero creduti. Questi erano stati convinti dai gruppi di esiliati, grazie ai blog e alle immagini di YouTube accuratamente selezionate, che Teheran ribolliva visibilmente di scontento. E se i corrispondenti locali avessero informato che si trattava di un’esagerazione, i loro datori di lavoro avrebbero sospettato che erano stati intimoriti o corrotti dalla sicurezza iraniana.

Non c’è niente di sbagliato o di sorprendente nel fatto che i movimenti rivoluzionari facciano falsa propaganda. Lo hanno sempre fatto in passato e sarebbe incredibile che non lo facessero oggigiorno. Mio padre, Claud Cockburn, che combatté con la fazione governativa nella guerra civile spagnola, una volta si inventò la cronaca di una ribellione contro i sostenitori del Generale Franco a Tetuan, nel Marocco spagnolo. Anni più tardi, fu sorpreso dal’essere stato duramente criticato per quello che lui riteneva che fosse un chiaro colpo propagandistico, come se la disinformazione non fosse stata un’arma utilizzata da tutti i movimenti politici da Pericle in poi.

Questi sotterfugi sono diventati obsoleti con i progressi della tecnologia dell’informazione negli ultimi venti anni. E questo viene di solito considerato come uno sviluppo totalmente benigno e democratico, che ha ispirato le sollevazioni della “primavera araba”. E così è avvenuto, fino a un certo punto. Il pugno di ferro degli stati polizieschi sui mezzi di comunicazione e su altre fonti informative è stato sbaragliato in tutto il Medio Oriente. I governi hanno scoperto che la cruda repressione del passato poteva essere controproducente. Nel 1982, a Hama nel centro della Siria, le forze del presidente Hafez al-Assad uccisero circa 10.000 persone e soffocarono la ribellione sunnita, ma non apparve neppure una foto di un cadavere. Oggigiorno le scene di un simile massacro sarebbero sugli schermi di tutte le televisioni mondiali.

Per questo, gli avanzamenti tecnologici hanno reso più difficile ai governi ’occultare la repressione. Ma questi progressi hanno anche reso più facile il lavoro dei propagandisti. Ovviamente, le persone che dirigono i giornali e le stazioni radiofoniche e televisive non sono stupide. Sono a conoscenza della natura incerta della maggior parte dell’informazione che trasmettono. L’élite politica di Washington e quella europea erano divise, chi a favore e chi contro l’invasione statunitense dell’Iraq, e questo facilitò la dissidenza tra i giornalisti. Ma oggi c’è un consenso opprimente nei mezzi di comunicazione stranieri, secondo cui i ribelli sono nel giusto e i governi sbagliano. Per istituzioni come la BBC, una tendenziosità così smaccata diventa accettabile.

Tristemente Al Jazeera, un media che, dalla sua creazione nel 1996, ha fatto molto per rompere il controllo statale dell’informazione in Medio Oriente, si è trasformata nell’acritico braccio propagandista dei ribelli libici e siriani.

L’opposizione siriana deve dare l’impressione che l’insurrezione sia più vicina al successo di quanto non sia in realtà. Il governo siriano non è riuscito a reprimere i manifestanti, ma questi, a loro volta, sono ben lontani da poterlo abbattere. I dirigenti esiliati auspicano un intervento militare occidentale come avvenuto in Libia, anche se le condizioni sono molto differenti.

Lo scopo della manipolazione della copertura dei media è quello di persuadere l’Occidente e gli alleati arabi che le condizioni in Siria si stanno avvicinando al punto in cui possono ripetere il loro successo in Libia. Ecco la ragione della nebbia disinformativa che bombarda Internet.


Fonte: The Newsfakers

16.01.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Provocare l’Iran perchè spari il primo colpo

DI MICHAEL CHUSSUDOVSKY
Global Research
(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Introduzione

Mentre la possibilità di una guerra con l’Iran è riconosciuta nei servizi giornalistici degli Stati Uniti, le sue implicazioni regionali e globali sono solo superficialmente analizzate.

Pochissime persone in America sono consapevoli o informate su quanto concerne la devastazione e la perdita di vite umane che si potrebbero verificare nel caso di un attacco contro l’Iran promosso dagli Stati Uniti e da Israele. I media sono coinvolti in un processo intenzionale di mimetizzazione e di distorsione.

I preparativi di guerra secondo il paradigma “Global Strike”, tutto accentrato e coordinato dal Comando Strategico degli Stati Uniti (STRATCOM), non sono presenti sulle prime pagine dei giornali, dove possiamo leggere invece notizie su questioni di interesse pubblico decisamente insignificanti, come quelle su scenari criminali a livello locale o le relazioni gossip dei tabloid sulle celebrità di Hollywood .

La “Globalizzazione della Guerra”, che prevede il dispiegamento egemonico di una formidabile forza militare USA-NATO in tutte le principali regioni del mondo, è irrilevante agli occhi dei media occidentali.

In un più ampio panorama le implicazioni di questa guerra sono banalizzate o sottaciute. Le persone sono portate a credere che la guerra faccia parte di un “mandato umanitario”, e che l’Iran, così come gli alleati dell’Iran, in particolare Cina e Russia, costituiscano una implacabile minaccia per la sicurezza globale e per la “democrazia dell’Occidente”.

Mentre vengono usati i sistemi d’arma tecnologicamente più avanzati, le guerre degli Stati Uniti non sono mai presentate come “operazioni di killeraggio”, che determinano pesanti perdite civili. Mentre l’incidenza dei “danni collaterali” viene riconosciuta, le guerre condotte dagli Stati Uniti sono annunciate come uno strumento indiscutibile di “consolidamento della pace” e di “democratizzazione”.

Questa idea contorta che fare la guerra è per “una giusta causa”, si va radicando nell’intima coscienza di milioni di persone. Un quadro del “bene contro il male” mette in ombra la comprensione delle cause e delle conseguenze devastanti della guerra.

All’interno di questa mentalità, la realtà e i principi sono capovolti. La guerra diventa pace. La bugia diventa verità. Il mandato umanitario del Pentagono e della NATO non può essere contestato.

Nelle parole del presidente Obama, “nessuna opzione può essere presa in considerazione che sia esterna alla nostra agenda, che prevede solo il perseguimento dei cattivi soggetti”. Predomina una dottrina inquisitoria simile a quella dell’Inquisizione spagnola. Alle persone non viene più concesso di pensare.

L’Iran è un paese di quasi 80 milioni di persone. Costituisce un importante e significativo potere militare ed economico regionale. Possiede il dieci per cento delle riserve mondiali di petrolio e di gas, oltre cinque volte quelle degli Stati Uniti d’America.

La conquista delle ricche risorse petrolifere iraniane è la forza trainante che investe l’agenda militare usamericana. Il petrolio e il gas dell’Iran sono il trofeo non dichiarato di una guerra a guida usamericana, che negli ultimi nove anni si trova sul tavolo di progettazione operativa del Pentagono.

Mentre gli Stati Uniti sono sul piede di guerra, l’Iran è stato – per più di dieci anni – attivo nello sviluppare le sue capacità militari, nell’eventualità di un’aggressione promossa dagli Stati Uniti.

Se dovessero scoppiare le ostilità tra l’Iran e l’Alleanza militare occidentale, questo potrebbe innescare una guerra regionale, che andrebbe a estendersi dal Mediterraneo ai confini con la Cina, che potenzialmente potrebbe condurre l’umanità nel dominio di uno scenario da Terza Guerra Mondiale.

Il governo russo, in una recente dichiarazione, ha avvertito gli Stati Uniti e la NATO che “se l’Iran dovesse essere trascinato in qualsiasi situazione avversa dal punto di vista politico o militare, questo costituirà una diretta minaccia alla nostra sicurezza nazionale.” In buona sostanza, questo significa che la Russia si considera un alleato militare dell’Iran, e che la Russia agirà militarmente se l’Iran venisse attaccato.

Dispiegamento militareL’Iran è l’obiettivo dei piani di guerra USA-Israele-NATO.

Sono stati messi in campo avanzati sistemi d’arma. Forze speciali usamericane e alleate e agenti dei servizi segreti sono già sul terreno all’interno dell’Iran. Droni militari degli Stati Uniti sono impiegati in attività di spionaggio e di ricognizione.

Armi nucleari tattiche B61 “bunker buster” (distruggi bunker) sono candidate ad essere utilizzate contro l’Iran come rappresaglia per il suo presunto programma di armi nucleari.

Ironia della sorte, nelle parole del Ministro della Difesa usamericano Leon Panetta, l’Iran non possiede un programma di armamenti nucleari. “Stanno cercando di sviluppare un’arma nucleare? No!

Il rischio di un conflitto armato tra una coalizione a guida Stati Uniti-Israele e l’Iran è, secondo gli analisti militari israeliani, “pericolosamente vicino”.

È avvenuto un massiccio dispiegamento di truppe che sono state inviate in Medio Oriente, per non parlare del riposizionamento delle truppe usamericane e alleate in precedenza di stanza in Afghanistan ed Iraq.

Novemila soldati statunitensi sono stati inviati in Israele per partecipare a quella che viene descritta dalla stampa israeliana come la più grande esercitazione bellica congiunta di difesa aerea della storia israeliana. Le manovre, indicate con Austere Challenge 12, sono previste avvenire entro le prossime settimane. Il loro scopo dichiarato “è quello di testare i molteplici sistemi di difesa aerea israeliani e statunitensi, in particolare il sistema Arrow, che Israele nello specifico ha sviluppato con il concorso degli Stati Uniti per intercettare i missili iraniani.”

Rapporti suggeriscono anche un sostanziale aumento del numero di riservisti che vengono impegnati in Medio Oriente. Viene confermato che personale riservista dell’Air Force degli Stati Uniti è stato inviato presso le basi militari in Asia sud-occidentale (Golfo Persico).

Dal Minnesota oltre 120 avieri tra piloti, navigatori, meccanici, ecc. sono partiti per il Medio Oriente, l’8 gennaio. Dalle basi in North Carolina e Georgia, personale riservista “è in attesa di essere dislocato con le proprie unità nei prossimi mesi”. (Vedi fayobserver.com, 18 dicembre 2011)

In Medio Oriente, sono state inviate anche unità della riserva della Guardia Costiera degli Stati Uniti (Riservisti della Guardia Costiera diretti in Medio Oriente military.com, 5 gennaio 2012).

Da questi rapporti locali, tuttavia, è impossibile stabilire il complessivo aumento di riservisti statunitensi dalle diverse divisioni delle forze armate degli Stati Uniti, che sono stati assegnati all’“operazione guerra all’Iran”.

In Medio Oriente sono stati inviati anche riservisti dell’esercito della Gran Bretagna.

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Infiammare la Fame nel Mondo: come l’Industria Globale dei Biocombustibili sta Creando Distruzione di Massa

L’espansione globale dell’industria dei biocarburanti – in cui vengono utilizzati terreni agricoli e colture per produrre carburante per i veicoli da trasporto, piuttosto che cibo per gli esseri umani – è un fattore fondamentale per la drammatica escalation dei prezzi alimentari in tutto il mondo. [1]

In un nuovo libro, Massive Destruction [2], l’autore francese Jean Ziegler [3] mostra come l’industria dei biocarburanti e la più vasta agroindustria minacciano di provocare la fame nel mondo su una scala senza precedenti. Non è un incidente involontario, dice Ziegler. E’ il risultato intenzionale delle politiche attuate dai governi legati a potenti corporazioni agro-alimentari nella loro ricerca del profitto privato. In questo modo, il conseguente aumento dei livelli della fame nel mondo può essere descritto come una forma di “omicidio calcolato”.

Ironia della sorte, l’industria dei biocarburanti viene promossa da società e governi come sostenibile, un’alternativa ai combustibili fossili “sicura per l’ambiente”. In realtà, è solo un’altra forma dello sfruttamento sconsiderato di risorse che deriva dall’insaziabile profitto privato dell’elite nella produzione economica capitalista.
L’industria dei biocarburanti nasce da un connubio delle multinazionali dell’agrobusiness e del petrolio che sanno benissimo che questa nuova impresa globale sta provocando una massiccia distruzione ambientale e sofferenza umana.

Negli ultimi cinque anni, il mondo ha assistito all’aumento vertiginoso dei prezzi del cibo, che sta mettendo altri milioni di persone a rischio di fame – tutto perché semplicemente non possono più permettersi di comprare cibo. Questo è un atto d’accusa sconvolgente ad un sistema economico che pone l’imperativo del profitto privato al di sopra della sopravvivenza quotidiana degli esseri umani. Principale tra i fattori che causano questa inflazione dei prezzi alimentari è la crescita vertiginosa del settore dei biocarburanti a livello mondiale. Allora come si può continuare a promuovere un’industria distruttiva di fronte alle conseguenti sofferenze umane? La risposta breve è che il pubblico è in gran parte inconsapevole delle pratiche politiche ed economiche.

I seguenti sono estratti dal libro del professor Ziegler, tradotto da Siv O’Neall [4], che aiuta a scoprire la realtà del settore dei biocarburanti. Tre fattori principali contribuiscono alla scarsità e al crescente prezzo dei prodotti alimentari.

L’espropriazione della terra per la coltivazione della canna da zucchero e altre piante, soprattutto negli Stati Uniti, per la produzione di biocarburanti (etanolo), è una delle principali cause della scarsità di cibo, in quanto priva i piccoli proprietari terrieri della loro terra e riduce la quantità di cibo per tutti. Anche la perdita di terreni coltivabili, per la produzione di biocarburanti, ha contribuito all’aumento scandaloso dei prezzi alimentari. Meno terra, meno cibo – prezzi più alti. A questo si aggiunge anche il fatto che i biocarburanti aumentano quegli stessi danni alla terra che i suoi sostenitori, ad alta voce e disonestamente, dichiarano di voler ridurre.

La speculazione sui prodotti alimentari e sulla terra arabile deve essere denunciata con forza come un importante fattore dei forti aumenti dei prezzi degli alimenti di base che abbiamo visto dalla metà del 2007. Quindi, non solo i piccoli agricoltori vengono privati ​​della loro terra, spesso senza, o con un minimo, risarcimento, ma, con i prezzi alimentari alle stelle, non possono nemmeno permettersi di comprare il cibo necessario per sopravvivere.

La terza causa è la desertificazione della terra e il degrado del suolo che è unicamente accelerato dalla crescente sostituzione delle fattorie biologiche con enormi monocolture per produrre biocarburanti o coltivare Organismi Geneticamente Modificati che richiedono enormi quantità d’acqua. Fiumi e laghi sono secchi e un sempre crescente numero di persone nel mondo non ha accesso all’acqua potabile.

La menzogna

L'”Oro verde” da diversi anni è considerato come un complemento magico e redditizio all'”oro nero”.

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