Amarsi è un po’ scannarsi

71B

di Pierangelo Buttafuoco

Che cosa si nasconde dietro le vendette che scattano quando una storia d’amore finisce Dipende da come l’uomo prende le donne: c’è il narciso, il debosciato, lo struggicuore

Il peggio delle donne è la vendetta. Quell’amarsi un po’ di maschi e femmine per poi scannarsi finisce in rappresaglia con l’uomo sotto scacco, matto. E’ la pazzia che si mastica tutto in tema di vendetta della donna, quando tutto si rende impossibile – il difficilissimo tornare indietro di due che si sono amati, voluti, desiderati – e il maschio perde il potere. Tutto diventa incredibile: lo spettacolo si fa o-sceno, tutto va fuori scena. E il signore diventa preda della signora, trasformata in una erinni implacabile, votata all’unica evirazione possibile su un etero-macho attempato: togliergli la pace.

E’ la santa pace che l’uomo cerca dopo aver risolto le trappole del desiderio, i doveri e i rantoli della carne di un destino, sufficientemente passabile, di maschio bisognoso di frasche. Ma quel che veramente la donna non perdona al proprio padrone – titolare del marchiatore – è l’averlo perso quel potere di marchiare, perfino il potere di averle tutte, le altre femmine, e perdere lei stessa (quell’unica che dopo avergli concesso ciò che è lecito rinnovando il pudore, adesso gli muove guerra, giusto appunto il contrario della pace).

La prima regola per fronteggiare la vendetta di una donna è, dunque, quella di non darle motivo di vendicarsi. Con le donne il carisma non basta. Il caso del presidente della Repubblica francese fa testo. L’aveva già fatto, testo, Bill Clinton. E con le donne, infatti, ci vuole sensibilità. Non è poi vero che tutto il manicomio di Parigi sia scoppiato a causa della permeabilità digitale dell’epoca. Tanto meno la tragedia accade a causa dei paparazzi che poi fanno gli scatti al capo dello stato sullo scooter, in viaggio verso quella bella figliola, Julie Gayet, dal fianco della quale lui se ne scivola via stupendosi di essere rimasto solo, abbandonato.

Non è dunque per l’impossibilità ormai di nascondersi agli occhi della gente che la signora ha scritto il libro; tutto è accaduto perché non ci si piglia se non ci si rassomiglia, Valérie Trierweiler è identica a François Hollande e il testo del caso è tutto nel loro essere esibizionisti e auto-distruttivi uguali. Lei ha capito di essere finita, lui pure. Lei però può farsi forte di un vantaggio – il peggio – e usarlo: mettendo in atto la vendetta.

Il peggio delle donne è nella deriva sordida degli strepiti e della piazzata, non basterebbero mai gli schiaffi per calmarne l’ira, neppure caricarsi addosso un nuovo maschio può servire; si placano – le donne in piena vendetta – solo quando sentono la fiamma ossidrica saldare la bara di zinco in cui seppelliscono il loro amore.

Gli uomini danno il peggio alle donne. In un’alba d’estate, a Donnalucata, aspettando un autobus ho visto una donna andarsene via da un uomo – quello che le urlava dietro “puttana, torna qua” e lei, inesorabile, che se ne partiva via. Lo lasciava tremebondo, il tapino. Con le lacrime, sudato, febbricitante, lui se ne stava abbracciato al vecchio zio che però in quel sentirsi dire – “come devo fare, zio, come devo fare, come devo fare senza di lei?” – ritraendosi, disdegnato, consolava il nipote dicendogli: “Come, come devi fare? Ti devi sparare. Fai schifo!”. Era lui a dare il peggio a lei.

Il peggio delle donne è un esercizio di fantasia. Ne inventano di nuove, sempre – l’ultimo è l’uso improprio di bestseller – e per l’uomo che incappa in una femmina decisa a portare a termine la vendetta non ci sono algoritmi che possano aiutarlo nelle previsioni e nelle necessarie contromisure. L’uomo è, per sua natura, innocente come il buon selvaggio di Rousseau. Non può cavarsela tra le insidie delle proprie voluttà. E’ sempre fesso. Fa danni senza mai averne misura e consapevolezza. Schiavo delle proprie passioni sa che ogni lasciata è perduta mentre la donna, magnete in assoluto il più potente tra i poli stabiliti dalla vita, sa solo una cosa: doversi accaparrare il deposito cromosomico, il migliore possibile, necessario per perpetuare se stessa. L’uomo se la dà a gambe, capita, ma una volta abbandonata, la donna, abbandona col carico: odia di un odio purissimo perché il più delle volte in quell’amarsi, volersi, desiderarsi, non c’è amore ma solo colpa, la mistica della colpa.

Tutte queste vicende, poi, che riguardano uomini di una certa età e che vogliono mantenere quel senso di onnipotenza, tipico del maschio, finiscono inesorabilmente nel ridicolo perché chi non si rassegna fa fatica a rassegnarsi. E’ la dimensione sociale a far impazzire la maionese, il tema – tutto femminile – di ritrovarsi umiliata, sporcata, dimenticata. E se cautela può soccorrere il maschio alle prese con la pazza vendicatrice l’unica è quella di mettere distanza, a maggior ragione quando sono solo rose e fiori. Paolo Mantegazza, il padre della sessuologia, spiegò un concetto forse grossolano ma vero: il maschio ha a disposizione tremila cartucce. Tremila sparatine – la metafora è legata al pistolino – da dispensare alle donne nell’arco di una vita e culminanti nella regola fissata da un monito, “Il settantino lascia la femmina e si prende il vino”, e gli unici fiori, le uniche rose possibili, sono stabiliti dalla fisiologia.

Tutte queste vicende, insomma, hanno una spiegazione robusta di scienza e di natura. E senza anatemi, ecco, può essere svelata: l’essere umano ha un solo istinto, ed è la sopravvivenza. Forse la ragione può governarlo questo impulso ma, come insegna Platone, “l’uomo sopravvive nel bello”. All’essere umano sono dati due modi d’eternità: o fare figli o incontrare la gloria. Achille non ha figli e vive nella grandezza. Il resto degli uomini, invece, genera. E in tutto questo c’è un fatto. E cioè che la femmina può fare un figlio ogni nove mesi – uno l’anno – mentre il maschio, invece, può ingravidare anche ogni giorno. La femmina, a un certo punto, smette. Il maschio, anche. Meglio: il maschio vede ridimensionare la propria potenza sessuale e ciò è perfino più grave. In quella condizione, infatti, il maschio offre più di un motivo al disprezzo di sé e siccome l’unico vero cosmetico è il Viagra, tutta la segreta gioia maligna dell’evirazione che la donna investe nella vendetta è nel prendersi quel danno intimo per farne un guadagno di pura apparenza. Ridicolizzandolo. Mettendo in mostra – nella pazzia che si mastica tutto in tema di vendetta – il maschio. Accendendo su di lui tutti i riflettori, ma nell’espressione tutta sua e tutta tipica dell’avidità delusa.

Non è poi così automatico che le donne diano il peggio, incontrando il peggio. Certe donne – particolarmente cattive – giustificano quel modo di dire: “Una volta che glielo concedi, il cosiddetto, ci vuole un Carnelutti per farselo ridare indietro”. Il caso che fa testo, attualmente, è quello di Hollande. Ci s’interroga su come un botolo così, proprio brutto, possa avere un carnet di signore così interessanti da cui n’è venuta fuori una – Valérie, fuori di zucca – particolarmente cattiva. Ha lasciato lo charme per adornarsi di spazzatura. Ha abbandonato il ruolo per abbracciare un genere. Nessuno oserà più avvicinarla, mai più un uomo le si accosterà cercandole la mano. E come le vedove dei riti indiani, bruciando il proprio maschio, madame Trierweiler s’è buttata nel rogo. Ed è l’unico risultato della vendetta.

Il caso in questione – Hollande – è certamente quello di un Narciso, la sciagura peggiore in cui può incappare una donna, ma non è ancora il caso limite, questo: quello dell’uomo che ha l’anima di una puttana. E’, infatti, peggio dell’Io-Narciso, quello dell’uomo che ha l’anima di una puttana. E’ un caso interessantissimo, non è Hollande, è l’uomo medio dell’orizzonte post sessuale. E non sappiamo se, per caso, l’acuto Massimo Recalcati lo abbia approfondito ne “L’uomo senza desiderio”.
E’ l’ermafrodito per eccellenza. E’ colui il quale mescola nel proprio io interiore il ruolo di maschio con quello di femmina; colui che mette in atto il perdersi di se stesso, neppure facendo male alla prossima come il seduttore ma devastandosi da sé per poi precipitare negli abissi dei fraintendimenti, delle mutande e delle docce di angoscia dove lo sciacquio di pensieri, bagnati di femmina, lo riduce alla consunzione spirituale. Un po’ come succedeva a Bobby, un cane, quando si smarriva per più di una settimana, per strapazzare e fecondare le cagne della contrada, per poi buttarsi a modo di un morto per giorni e giorni, reclamando solo quiete, silenzio e oblio.

Non è ruolo da commedia all’italiana quello dell’uomo che ha l’anima di una puttana. E’ tragicissimo e con l’impudicizia che scoperchia i tetti delle case per piluccarne i bocconi più ghiotti – al modo dei cuochi con i coperchi delle pentole dove sono messe a cuocere le pietanze – l’uomo che ha l’anima di una puttana fa strame delle donne, dimenticandole, confondendosi nei ricordi, riducendole a una indistinta pappa dove neppure la vendetta può smuoverlo, anzi. Ogni reazione di femmina è un divertimento, un’alzata di spalla e un sorso. Ogni acqua toglie la sete e si sa – il dettato di popolo è antico – il maschio che è di bocca buona, di tutto fa un boccone. Non si sforza nella bellezza, anzi: sguazza nell’overbooking. Entra direttamente in macelleria e se può aiutare a farsi un’idea del tipo, ebbene: l’atmosfera dei quadri di Francis Bacon, grottesca e sbavata, per quanto frocia, è perfetta.

Qui nessuno è il Madame Bovary di nessuno ma se vale il reciproco specchiarsi tra uomo e donna, nel campionario delle vendette serve a far scienza un terzo tipo oltre al Narciso e al debosciato, ed è l’uomo-d’amore dove lo scannarsi è anche quel po’ di argine fatto di menzogne che l’uomo innamorato, il maschio preso da vero e irrimediabile fatto di cuore, pone affinché non venga travolto dal sentimento. L’uomo-d’amore è, per dirla con Silvano Nigro, “lo struggicuore”. Forse, stropicciato in petto, è ancora più un disastro per ogni donna rispetto agli altri tipi, mostrasi sì piacente a chi lo mira – galante com’è – da non lasciare tregua.

E’ forgiato nell’impasto de’ poeti, l’uomo-d’amore. Ed è indispensabile al punto che ogni donna deve fuggirne e siccome tutto ciò che nel mondo ordinario è fuggevole, con lui diventa sublime, solo con lui il virtuosismo dell’illusione coincide con l’apoteosi del vero amore. E ama, l’uomo-d’amore, per sfasciarsi di muto dolore nel momento in cui l’amata lo consegna all’assenza e al silenzio.

Il peggio delle donne è la vendetta. E non c’è peggiore vendetta del silenzio – perfino peggio del perdono, dove tutto torna, ma sotto caricatura. Quell’amarsi un po’ di maschi e femmine per poi perdersi finisce nell’apnea di un vuoto con l’uomo sotto scacco, senza più la propria Regina. La donna consapevole di essere forte, la dea cha sa di essere molto amata (ché molto lo fu e molto lo sarà sempre), sa come doversene andare. Sparisce e l’uomo-d’amore abita la desolazione di un lutto senza tomba. Lei non c’è e lui reclama l’elemosina di un tango, poco meno di due minuti e mezzo di tango dove – senza lei – è proprio difficile capire dove mettere le mani, come muovere i piedi e come disegnarsi in volto un sorriso. Tutto finirà, per dirla con Paolo Conte, “in un gesto timido”. E il reciproco specchiarsi sarà tutto nello “specchio panico”. Nella danza della vanità.

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